di Andrea Bonanni
La Repubblica, 1 agosto 2021
L'inadeguatezza delle reazioni dell'Ue costituisce un incoraggiamento a continuare le provocazioni. Turchia, Egitto e Bielorussia non si fermeranno certo per i comunicati di Borrell. In Tunisia la Ue sta cercando, finora senza molto successo, di impedire il collasso dell'unica democrazia araba alle porte di casa, dopo averla di fatto lasciata sola a combattere una spaventosa crisi economica e una epidemia di Covid dilagante. Ancora una volta, come già in Libia, Egitto ed Emirati hanno agito con maggiore prontezza ed efficacia mandando a gambe all'aria gli interessi europei. Un tempo, la crisi tunisina sarebbe stata considerata di pertinenza della Francia e magari dell'Italia. Oggi è manifestamente un problema europeo, anche perché l'incendio rischia di estendersi alla vicina Algeria e le ricadute non si misurano solo nel danno politico, ma anche nella possibilità di un nuovo esodo di boat people attraverso il Mediterraneo.
Sul fronte opposto dei confini europei, il dittatore bielorusso Lukashenko sta inondando la piccola Lituania con migliaia di rifugiati fatti venire espressamente dall'Africa e dall'Iraq per poi essere spediti a chiedere asilo in Europa. Lukashenko mesi fa si rese colpevole di un autentico atto di guerra nei confronti della Ue sequestrando un aereo europeo in volo da Atene a Vilnius per catturare un dissidente bielorusso che era a bordo. La risposta di Bruxelles fu di imporre sanzioni contro Minsk. L'efficacia di quel provvedimento si può misurare nel successivo vertiginoso aumento della repressione da parte di Lukashenko, forte dell'appoggio di Putin, e adesso nella sfida dei migranti lanciata contro la Lituania. Anche questa, un tempo, sarebbe stata considerata una crisi di competenza della Polonia, dei Baltici, al limite della Germania, mentre oggi è evidente che la sfida del nipotino di Stalin è diretta contro tutta l'Europa.
Saltando ancora di molte migliaia di chilometri, a Cipro il presidente turco Erdogan, dopo aver incassato il rinnovo dei finanziamenti Ue per i rifugiati siriani, si è presentato per una visita nella parte Nord dell'isola illegalmente occupata dai turchi nel 1974. E qui ha riacceso le braci di un conflitto che si stava raffreddando. Ha minacciato di ripopolare con immigrati anatolici il quartiere di Varosha, una città fantasma alla periferia di Famagosta dopo la fuga dei greco-ciprioti in seguito all'invasione. Un simile passo sarebbe una ulteriore violazione della risoluzione 5500 delle Nazioni unite che chiede, inutilmente, di trasferire l'area sotto controllo Onu. Erdogan, inoltre, ha rilanciato le pretese turche per ostacolare una riunificazione negoziata dell'Isola. Anche questa, un tempo, sarebbe stata considerata una questione di competenza greca e magari britannica. Ma oggi la sfida all'Europa è evidente, se non altro per le dichiarazioni del ministro degli Esteri turco secondo cui "su Cipro la Ue ha perso ogni credibilità".
La reazione europea all'ennesima provocazione turca è stata l'ennesimo comunicato di condanna da parte dell'Alto rappresentante Josep Borrell. Borrell, beninteso, ha anche emesso un comunicato per condannare il traffico di migranti di Lukashenko contro le frontiere lituane, che dovrebbero essere presidiate dalla Ue. Né è mancato un comunicato per esortare a una soluzione democratica della crisi in Tunisia assieme all'invio, assai tardivo, di dosi di vaccino.
È ormai evidente che la debolezza e l'inadeguatezza delle reazioni dell'Europa costituiscono un evidente incoraggiamento per i bulletti che la assediano a continuare l'escalation delle provocazioni. Erdogan, al-Sisi, Lukashenko non si fermeranno certo per i comunicati di Borrell. Meno la Ue si dimostra in grado di reagire, più la loro arroganza aumenta.
Sarebbe ormai tempo di capire che, per la Ue, essere una potenza globale implica anche darsi una strategia di politica estera all'altezza delle sfide che questo comporta. Da anni Bruxelles annuncia passi avanti nella creazione di una difesa comune, ma non è stata in grado neppure di mandare due fregate per impedire le trivellazioni illegali della Turchia nelle acque cipriote. Non possiede servizi segreti in grado di contrastare adeguatamente le azioni dei nostri nemici. Né, finora, con la lodevole eccezione di Mario Draghi che ha definito Erdogan un dittatore, ha dimostrato di saper usare la necessaria durezza, anche verbale, per rintuzzare le provocazioni altrui. Quando scoppiano incendi alle porte di casa, occorre poter disporre di pompieri efficienti, altrimenti le fiamme dilagano. I comunicati di Borrell sono solo carta gettata nel fuoco.
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 1 agosto 2021
Attacchi e rappresaglie contro i parenti dei "collaborazionisti". Emergency: nel centro chirurgico di Lashkargah non ci sono più posti disponibili. Per i residenti di Herat, Lashkargah e Kandahar, tre delle principali città afghane, sono ore di drammatica incertezza. Negli ultimi due-tre giorni i Talebani hanno infatti sferrato una triplice offensiva, riuscendo a entrare nei distretti periferici di queste importanti città e combattendo duramente contro le forze governative, che per ora sono riuscite a impedire la conquista dei nuclei centrali delle città, ma non a evitare il progressivo accerchiamento da parte del gruppo guidato da mullah Haibatullah Akhundzada.
A Kandahar, storica roccaforte del gruppo nel momento della sua nascita e ascesa, in particolare nella metà degli anni Novanta e ancora negli anni successivi, quando ospitava lo storico leader mullah Omar, i Talebani hanno condotto operazioni di rappresaglia, secondo un recente rapporto curato da Human Rights Watch. Sarebbero infatti andati a cercare i parenti più stretti dei "collaborazionisti", accusati di aver lavorato per il governo di Kabul o per le forze di sicurezza. E li avrebbero uccisi.
Secondo l'Afghanistan Independent Human Rights Commission, i Talebani avrebbero condotto rappresaglie anche contro i civili che nelle settimane scorse avevano plaudito alla provvisoria riconquista da parte delle forze governative del distretto di Spin Boldak, al confine con il Pakistan. Mentre proprio ieri il New York Times ha confermato una notizia che già circolava da giorni: il corpo del fotografo indiano Danish Siqqiqui, ucciso mente era embedded con le forze speciali afghane a Spin Boldak, sarebbe stato oltraggiato dai Talebani, una volta che il e premio Pulitzer era già morto.
A Lashkargah, nelle scorse ore si è combattuto anche all'interno della città. Eravamo lì esattamente un mese fa: allora i combattimenti erano nella periferia della città, oltre il fiume. Ma tutti i residenti già aspettavano l'arrivo dei Talebani. Che ora sono arrivati. Sono invece arrivati in ritardo - soltanto ieri pomeriggio - gli aiuti militari chiesti dal governatore della provincia per fronteggiare la nuova offensiva dei Talebani, che già lo scorso maggio avevano provato a sferrare un attacco alla città, in quel caso per verificare la prontezza degli americani nell'accorrere in aiuto dell'alleato di Kabul. A testimoniare la gravità della situazione, in particolare per i civili, la dichiarazione di Emergency, che dal 2004 gestisce un ospedale per vittime di guerra a Lashkargah: nel centro chirurgico non ci sono più posti disponibili.
A Herat la resistenza all'offensiva talebana passa, oltre che per i bombardamenti degli americani, anche per il vecchio signore della guerra e leader del Jamiat-e-Islami Ismail Khan, che si è fatto riprendere e fotografare mentre combatte, fucile in mano. Ismail Khan, dominus dell'area, non ha risparmiato critico al ministero della Difesa, in ritardo con gli aiuti, e agli americani, colpevoli di aver galvanizzato e legittimato i Talebani con l'accordo bilaterale firmato a Doha nel febbraio 2020. Un accordo fortemente voluto dal presidente Donald Trump, poi confermato dal successore, Joe Biden, il quale ha soltanto posticipato di qualche mese la data finale del ritiro delle truppe americane, dall'1 maggio all'11 settembre 2021. Quella data si avvicina.
E i talebani sono entrati in una fase della più generale offensiva militare che ha permesso loro di conquistare più della metà dei circa quattrocento distretti del Paese, con una rapidità e una facilità che ha sorpreso molti, in alcuni casi perfino loro. I Talebani finora avevano evitato di sferrare attacchi simili ai capoluoghi di provincia, in base a un tacito accordo con Washington, corollario dell'intesa formale firmata a Doha. Pochi giorni però gli Usa sono tornati a bombardare le postazioni talebane per ridare fiato alle forze di Kabul. Gli studenti coranici sostengono che si tratta di una rottura palese dell'accordo di Doha, accordo che finora non ha impedito loro di macinare distretti su distretti e in molti casi di tornare a impiegare quei metodi violenti che nelle dichiarazioni ufficiali assicurano di non voler più adottare: in queste ore circolano sui social tra gli altri i video di due presunti criminali, uccisi e impiccati su un alto palo, in un distretto della provincia dell'Helmand.
di Laura Cappon
Il Domani, 1 agosto 2021
Il caso di Ikram Nazih è arrivato in parlamento. Ieri pomeriggio, durante la commissione Esteri della Camera, il sottosegretario agli Affari esteri, Manlio Di Stefano, ha risposto a tre interrogazioni parlamentari presentate sul caso dal deputato leghista Massimiliano Capitanino e dalle deputate Yana Ehm e Elisa Siragusa del gruppo misto.
L'interrogazione a firma Pd, annunciata dal responsabile della politica estera dem, Emanuele Fiano, proprio sulle pagine di questo giornale, non risulta invece ancora presentata. "La Farnesina segue il caso con la massima attenzione", ha dichiarato Di Stefano e "sostiene a pieno sia la sua famiglia sia il suo avvocato".
Il processo d'appello - La giovane studentessa italo-marocchina, condannata a tre anni di carcere e a una multa per blasfemia, è rinchiusa in un penitenziario di Marrakesh ormai da un mese. La riposta del sottosegretario conferma quanto già trapelato dalle fonti diplomatiche, ossia che la giovane è seguita regolarmente dalle nostre autorità: il console generale l'ha visitata in carcere due volte, il vice console onorario una, mentre il 23 luglio scorso a incontrare la giovane è stato lo stesso ambasciatore italiano in Marocco, Armando Barucco.
La Farnesina rassicura anche che Ikram è in buone condizioni fisiche e psicologiche e che il Consolato generale a Casablanca sta monitorando lo stato di salute della ragazza attraverso il proprio medico di fiducia. Dalla risposta di Di Stefano emergono anche nuovi particolari. Sul piano giudiziario la novità più rilevante è che il processo di secondo grado, atteso inizialmente per la fine di questo mese, potrebbe slittare. La Farnesina non è ancora al corrente della data e prevede che potrebbe celebrarsi "nelle prossime settimane".
Quindici minuti - La giovane è stata fermata il 19 giugno, e non il 20 come risultava in un primo momento, al suo arrivo all'aeroporto di Marrakesh. Sul post Facebook che sta alla base delle accuse di oltraggio all'Islam - un gioco di parole che trasformava la sura del Corano, detta dell'abbondanza, in sura del whisky - Ikram avrebbe affermato "di non averlo scritto e di aver condiviso sul proprio profilo Facebook solo una foto raffigurante una pagina del Corano, il cui contenuto era stato alterato". Una card, quindi, che, come dichiarato dalla giovane, è stata rimossa dopo 15 minuti "perché avvertita da altri della gravità del suo contenuto". Quei 15 minuti in cui il post è rimasto nella sua pagina, in ogni caso, sono risultati fatali per Ikram perché le sono valsi una denuncia da parte di un'associazione islamica, presentata al foro di Marrakesh.
Negli ultimi giorni le iniziative a favore di Ikram, nata a Vimercate (Monza e Brianza) da genitori marocchini e oggi residente a Marsiglia dove frequenta la facoltà di giurisprudenza, si sono moltiplicate. La petizione per la sua liberazione postata da Domani su Change.org ha raccolto più di 800 firme mentre Riccardo Noury di Amnesty International, organizzazione che segue il caso dall'ufficio regionale di Tunisi, ha pubblicato un video su Twitter. "La condanna per Ikram è ingiustificata e deve essere annullata al più presto", ha detto Noury. "Sono sempre di più i governi che controllano le attività dei cittadini sui social e aspettano la prima occasione per punirli".
Le reazioni politiche - Anche i parlamentari che hanno portato il caso in Commissione vorrebbero uno sforzo in più da parte della Farnesina.
"Abbiamo domandato al ministero un ulteriore impegno nel dialogo con le autorità marocchine, per arrivare almeno alla concessione dei domiciliari alla ragazza", spiega Capitanio, il primo a sollevare il caso in parlamento. "Chiediamo anche un approfondimento per capire se quello di Ikram sia un caso isolato o se sia in corso un monitoraggio, anche attraverso i social network, dei comportamenti e delle libertà dei cittadini con doppia cittadinanza, perché questa seconda ipotesi sarebbe grave e preoccupante".
Stessi toni dalle deputate Yana Ehm ed Elisa Siragusa, firmatarie delle altre due interrogazioni sull'arresto e la detenzione della ragazza. "Il caso di Ikram rischia di diventare uno Zaki bis, ma non possiamo e non dobbiamo permetterlo", hanno dichiarato. "Il nostro lavoro proseguirà serrato e senza sosta anche nei prossimi giorni, affinché Ikram possa essere liberata e tornare il prima possibile ad abbracciare i suoi familiari".
di Claudio Paterniti Martello
Il Riformista, 31 luglio 2021
Il rapporto di metà anno di Antigone fotografa un sistema penitenziario affollato, segnato da un lockdown più lungo di quello che ha riguardato la società libera e che ancora presenta vari strascichi: i colloqui riprendono a fatica e con barriere di plexiglass in mezzo, e le attività in genere non decollano.
di Susanna Marietti
Il Fatto Quotidiano, 31 luglio 2021
Antigone ha presentato nelle scorse ore il consueto rapporto di metà anno sulle carceri italiane, frutto delle visite agli istituti di pena e dell'osservazione diretta di un centinaio di volontari dell'associazione. Si conferma, oltre al solito problema del sovraffollamento penitenziario, una serie di criticità e di arretratezze del sistema carcerario italiano. Antigone ha voluto portare proposte concrete per indirizzare la vita interna verso quel dettato costituzionale che la vuole tesa alla reintegrazione del condannato nella società. E lo ha fatto presentando un complesso documento di riforma del regolamento penitenziario oggi in vigore, il quale risale all'inizio del millennio e necessita di un adeguamento al mondo esterno ormai mutato e agli insegnamenti appresi durante gli ultimi due decenni.
di Giuseppe Rizzo
Internazionale, 31 luglio 2021
Nel 2000 il regolamento penitenziario italiano stabiliva che entro il 2005 tutte le celle dovessero avere una doccia: regolamento allo stesso tempo ritardatario e ottimista. Ventuno anni dopo l'associazione Antigone è entrata in 67 carceri e ha potuto verificare che fine abbia fatto quella norma: in una galera su tre di quelle visitate non ci sono docce nelle celle.
di Enrico Sbriglia*
Secolo d'Italia, 31 luglio 2021
Ho lavorato per quasi 40 anni nelle carceri, sono stato prima educatore e poi direttore penitenziario e dirigente generale, ho gestito i direttori penitenziari e gli uffici di intere regioni e gruppi di regioni. Innanzi ai miei occhi, senza filtri, sono passate migliaia di persone detenute, di tutte le etnie e nazionalità, di tutte le religioni, di tutte le idee politiche, di tutte le criminalità. Ho avuto alle mie dipendenze, quali importanti collaboratori, e talvolta contemporaneamente, ben quattro generali di brigata del Corpo degli Agenti di Custodia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 31 luglio 2021
L'associazione Antigone è attualmente coinvolta in 18 procedimenti penali che hanno per oggetto violenze, torture, abusi, maltrattamenti o decessi avvenuti negli ultimi anni in varie carceri italiane. Alcuni di essi si riferiscono alle presunte reazioni violente alle rivolte scoppiate in alcune carceri tra il marzo e l'aprile 2020 per la paura generata dalla pandemia e per la chiusura dei colloqui con i parenti.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 31 luglio 2021
Come spesso capita nella politica italiana, la mediazione portata a livello patologico produce risultati contraddittori o inefficaci. Chi ha vinto, chi ha perso: è una di quelle domande che in politica non si dovrebbero fare perché, si sa, "conta solo l'interesse del Paese", e che in realtà si fanno tutti, specialmente nel Palazzo. Non si tratta neppure di una domanda futile, perché spesso è dall'esito di uno scontro come quello che si è consumato sulla giustizia nell'ultima settimana che dipendono gli indirizzi e gli equilibri successivi, a maggior ragione in una maggioranza anomala e politicamente conflittuale come questa.
Solo che stavolta la risposta è evasiva. Non ha vinto nessuno, o se si preferisce hanno vinto un po' tutti che è più o meno lo stesso. Il M5S dovrebbe essere il grande sconfitto, essendo costretto a seppellire con il proprio stesso voto a favore la riforma che considerava il fiore all'occhiello, quella firmata dall'ex guardasigilli Alfonso Bonafede. Nel merito probabilmente è così. Dal punto di vista dei 5S, come da quello del potere togato, le modifiche che hanno permesso di raggiungere in extremis l'accordo sono solo una "limitazione del danno". Ma la politica non è aritmetica. Avendo portato a casa l'esclusione dei reati di mafia dall'improcedibilità e un irrigidimento secco delle regole per reati estremamente discutibili, aleatori e impalpabili, come il concorso esterno o l'aggravante per mafia,
Conte esce in realtà da una partita difficilissima a testa alta. È allo stesso tempo il più sconfitto e il più vincitore di tutti. La Lega, sin quasi all'ultimo, si trovava nella situazione opposta. La riforma era una sua vittoria nel merito ma politicamente la necessità per Draghi inevitabile di apportare modifiche significative prometteva di suonare come sconfitta secca per chi, letteralmente sino al penultimo giorno di trattativa si era trincerato dietro l'impossibile richiesta di lasciare intatto il primo testo Cartabia. In extremis, con una delle poche vere "mosse del cavallo" della politica italiana, Salvini se l'è cavata rovesciando il gioco: non solo ha appoggiato la richiesta di eliminare l'improcedibilità per i reati di mafia, ma ha rilanciato chiedendo di estendere l'esenzione anche alla violenza sessuale e al traffico di droga. La piroetta permette alla Lega di dichiararsi vittoriosa, se non fosse che la posizione assunta fino all'ultimo è stata invece travolta.
Non esce bene dal tritacarne neppure Marta Cartabia. Tra le mediazioni dei mesi scorsi, che hanno falcidiato le proposte sui riti alternativi, e quelle degli ultimi giorni, la sua riforma ha perso omogeneità e consequenzialità. Come spesso capita nella politica italiana, la mediazione portata a livello patologico, riesce sì a mettere d'accordo le forze politiche ma al prezzo di varare riforme monche, contraddittorie o inefficaci.
Lo stesso prezzo salato paga Mario Draghi. Voleva una "riforma condivisa", accettata da tutti senza troppe proteste, senza malumori e promesse di vendetta. La voleva in tempo per onorare il calendario con l'Europa. Ha raggiunto l'obiettivo ma pagando un prezzo alto: quello di una trattativa estenuante, col bilancino, dosando le concessioni ai diversi soggetti, indebolendo la riforma su diversi fronti, introducendo contraddizioni che senza modifiche si sarebbero potute comprendere ma, una volta messo mano al testo, diventano incomprensibili. Spiegare perché i termini della improcedibilità si dilatano anche per piccoli reati se accompagnati dall' "aggravante mafiosa" mentre i responsabili dei disastri ambientali possono usufruire dell'improcedibilità in tempi brevi non è difficile: è impossibile. Allo stesso modo la facoltà concessa al giudice di prorogare all'infinito il processo senza scatti l'improcedibilità ma con facoltà per gli avvocati della difesa di impugnare la proroga di fronte alla Cassazione è una di quelle mediazioni che rischiano di rivelarsi alla prova dei fatti un rimedio peggiore del male. Nei prossimi mesi, al coperto del semestre bianco, con le elezioni amministrative e quelle politiche incombenti, la situazione peggiorerà. La strada imboccata con la mediazione sulla giustizia verrà battuta di nuovo con esiti esiziali. È probabile che Draghi, nella situazione data, non potesse fare altro e senza dubbio il risultato è per molti versi dal suo punto di vista amaro. Ma si tratta di una vittoria a metà.
di Dario del Porto
La Repubblica, 31 luglio 2021
La ministra sulla scarcerazione dell'assassino di don Diana. "Questa è la grande sfida di sempre della giustizia: garantire la sicurezza, soprattutto dove ci sono detenuti ancora pericolosi. Fare in modo che la popolazione abbia la possibilità di stare tranquilla e rispettare sempre allo stesso tempo le garanzie. La pena non può essere disumana", sottolinea la Guardasigilli Marta Cartabia che ieri, nel corso del forum organizzato a Repubblica, ha risposto così alla domanda sulla scarcerazione di Nunzio De Falco, condannato all'ergastolo come mandante dell'omicidio di don Peppino Diana che ha ottenuto la detenzione domiciliare per motivi di salute.
La ministra interviene all'indomani dell'accordo raggiunto sulla riforma della giustizia penale. Il testo non convince ancora i magistrati napoletani. La presidente della giunta distrettuale dell'Anm, Livia De Gennaro, parla di "notevoli perplessità, a partire dall'introduzione della causa di improcedibilità correlata al decorso dei termini di durata del processo che, per quanto riguarda il distretto della Corte di Appello di Napoli, avrà un impatto devastante". La ministra Cartabia però è soddisfatta del lavoro svolto e fiduciosa per il futuro: "Questa è una riforma importante a vari livelli e si muove nella direzione della piena attuazione del principio costituzionale, la ragionevole durata del processo", rimarca. La Guardasigilli ribadisce di vedere, in tanti magistrati italiani, "una grande operosità" e cita come esempio il tribunale di Aversa Napoli Nord dove, dice, "lavorano in conduzioni incredibili, davvero non so come facciano".
In questi giorni il mondo delle toghe è in fibrillazione. Ieri si sono chiusi i termini per la presentazione delle domande per la guida della Procura di Milano, l'ufficio oggi alle prese con la bufera scatenata da caso Amara- Eni, dove il procuratore Francesco Greco è in procinto di andare in pensione. Fra gli aspiranti non ci sarà il procuratore di Napoli, Giovanni Melillo. Il profilo e il curriculum del capo dei pm del Centro direzionale ne avrebbero fatto uno dei più seri candidati, se non il principale favorito, per questo delicato e strategico incarico. Ciò nonostante, Melillo ha scelto di proseguire nel lavoro avviato in questi quattro anni nella Procura dove era stato già sostituto anticamorra e successivamente procuratore aggiunto.
Fa ancora discutere intanto il caso aperto a Nola dopo l'esposto dei sostituti contro la procuratrice Laura Triassi. Mercoledì scorso, il plenum del Csm ha sospeso la pratica di trasferimento d'ufficio per incompatibilità ambientale proposta con 4 voti a favore e due astenuti dalla prima commissione allo scopo di evitare sovrapposizioni con il procedimento disciplinare avviato dal procuratore generale Luigi Riello.
La decisione (passata a maggioranza, con 11 favorevoli, 9 contrari e 3 astenuti) accoglie l'istanza della procuratrice, a Nola da dodici mesi esatti dopo essere stata giudice di punta della Tangentopoli napoletana e due anni reggente della Procura di Potenza, ma viene ritenuta "del tutto sbagliata sul piano tecnico e gravida di conseguenze per l'ufficio giudiziario" dai cinque consiglieri togati di Area Elisabetta Chinaglia, Alessandra Dal Moro, Giuseppe Cascini, Mario Suriano e Ciccio Zaccaro. Oltre ai sostituti, hanno chiesto l'intervento del Csm anche 23 amministrativi e alcuni appartenenti alla polizia giudiziaria, segnalando una situazione di "malessere e tensione". Nel suo intervento in plenum, la procuratrice ha depositato una memoria corredata da documenti, affermando di poter dimostrare l'infondatezza dei fatti così come ricostruiti nella segnalazione del pg.
"La scelta di sospendere il procedimento, a nostro avviso, si è tradotta, per il Csm, nella decisione di non decidere, lasciando quell'ufficio in una drammatica e insanabile situazione di conflitto - affermano i cinque consiglieri - si poteva, come noi abbiamo proposto, procedere con il trasferimento o, al massimo, si poteva integrare la procedura con una eventuale istruttoria, ascoltando, come chiesto da alcuni i colleghi dell'ufficio. Ma non si doveva voltare la testa dall'altra parte, utilizzando un inconsistente cavillo procedurale".
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