di Alessandra Arachi
Corriere della Sera, 30 luglio 2021
In un rapporto di Antigone si segnalano i casi di San Gimignano, Torino, Monza. Negli istituti penitenziari un sovraffollamento del 113% con picchi del 200% a Brescia. Non solo Santa Maria Capua Vetere. In un rapporto redatto dall'associazione Antigone sono segnalate altre tre carceri in Italia dove gli agenti penitenziari sono stati coinvolti in reati di tortura, violenze, lesioni aggravate, e altri due (Opera e Pavia) dove le indagini per reati simili sono in corso.
Antigone è attualmente impegnata in 18 provvedimenti, la maggior parte in corso di verifiche. Questo in un panorama dove a giugno del 2021 il tasso di sovraffollamento degli istituti penitenziari ha raggiunto il 113,1%, ovvero 53 mila 637 detenuti con una capienza di 50 mila 779 posti. Ma questo per i dati ufficiali che si stima essere inferiori al reale sovraffollamento, e dove ben undici istituti ha un sovraffollamento superiore al 150%, con picchi del 200% a Brescia, del 180% a Grosseto, 170,2% a Brindisi e Crotone, poi Bergamo con il 168%. In più di un istituto su tre non ci sono le docce nelle celle e nel 31% dei casi non c'è acqua calda.
Carcere di San Gimignano - Il 28 agosto 2019 nel carcere di San Gimignano 15 agenti sono stati arrestati per un brutale pestaggio avvenuto l'11 ottobre 2018 i danni di un detenuto di 31 anni. Dopo un esposto di Antigone, il 26 novembre 2020 5 agenti che non hanno optato per il rito abbreviato vengono rinviati a giudizio per tortura: la prossima udienza è fissata per il 28 settembre 2021. i 10 agenti che hanno scelto il rito abbreviato sono stati condannati per tortura e lesioni aggravate.
Carcere di Torino - Nel carcere di Torino nel mese di luglio 2021 è stato chiesto il rinvio a giudizio per 25 tra agenti e operatori, tra cui il direttore del carcere per violenze tra il 2017 e il 2018. Tredici sono stati arrestati e tra i reati contestai c'è anche quello di tortura. Anche in questo caso c'era stato un esposto di Antigone.
Carcere di Monza - Nel carcere di Monza sono 5 i poliziotti penitenziari rinviati a giudizio il 2 luglio 2021 per lesioni aggravate e altri reati: la prima udienza dibattimentale è fissata per il 16 novembre 20121. Il 25 settembre Antigone aveva depositato un esposto dopo aver ricevuto una telefonata da parte di una persona che aveva raccontato di una violenta aggressione fisica nei confronti del fratello.
Detenuti in attesa di giudizio - Nelle nostre carceri italiane un detenuto su sei è in attesa del primo grado di giudizio, più di uno su tre deve scontare pene inferiori ai tre anni. Un detenuto su quattro è tossicodipendente, più di un detenuto su tre è in carcere per violazione della legge sulla droga. Nel 202o il tasso dei suicidi è stato il più alto degli ultimi anni, con 11 persone che si sono tolte la vita ogni 10 mila carcerati (62 in numero assoluto). Soltanto il 4,2% della popolazione carceraria sono dove e con loro ci sono 29 bambini sotto i tre anni.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 luglio 2021
In diverse carceri sono state trovate celle con schermature alle finestre, che impediscono il pieno passaggio di aria e luce naturale e durante il periodo estivo rendono particolarmente penosa la permanenza nelle stanze. Altri ancora vi erano celle senza doccia e con il wc a vista. Altre carceri prive addirittura di acqua calda. Questo è solo uno dei tanti aspetti monitorati dall'associazione Antigone grazie alla possibilità di far visita presso gli istituti nonostante la pandemia. Tutti dati e criticità prontamente riportati nel suo rapporto di metà anno sulle condizioni di detenzione in Italia. In un carcere sconvolto dalle immagini della mattanza avvenuta nell'istituto di Santa Maria Capua Vetere, questa della violenza non è infatti l'unica emergenza che riguarda il sistema penitenziario italiano.
Antigone sottolinea che sono diverse le problematiche che vanno affrontate con urgenza. Resta presente quella del sovraffollamento con un tasso che supera il 113% con oltre 53.000 detenuti a fronte di 47.000 posti disponibili. Per affrontare la questione, secondo Antigone basterebbe incentivare le misure alternative. Sono poco meno di 20.000 i detenuti che, con un residuo pena di meno di 3 anni, potrebbero accedervi. Un ulteriore intervento potrebbe riguardare una modifica della legge sulle droghe. Un detenuto su quattro ha una diagnosi di tossicodipendenza e queste persone andrebbero prese in carico dai servizi territoriali per affrontare la loro problematica e non chiusi in un carcere.
Il rapporto di Antigone osserva che nel 2021 fino al 15 luglio, secondo il dossier "Morire di carcere" di Ristretti, i suicidi sono stati 18, di cui 4 commessi da stranieri e i restanti da italiani. Il più giovane aveva 24 anni e il più anziano 56. Nel 2020 i suicidi sono stati 62 e il numero di suicidi ogni 10.000 detenuti è stato il più alto degli ultimi anni, raggiungendo gli 11. Per quanto riguarda i casi di autolesionismo, per il primo trimestre del 2021 la Relazione al Parlamento del Garante Nazionale ne riporta 2.461. Nel 2020 sono stati 11.315, in aumento rispetto agli anni passati. Sempre Antigone, nel rapporto di metà anno, osserva che l'universo delle misure di sicurezza per pazienti psichiatrici autori di reato va incontro ad un "autunno caldo".
A giugno la Corte Costituzionale ha emesso un'ordinanza istruttoria (n. 131/ 2021) con cui ha posto alcune domande sul concreto funzionamento del sistema Rems, le residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza. La Corte vuole sapere se la capienza delle Rems è adeguata ai "bisogni", quanto sono lunghe e come vengono gestite le "liste d'attesa". Le 32 Rems italiane che ospitano circa 550 persone internate potrebbero dunque andare incontro a una stagione di cambiamenti e sono pendenti alla Corte Europea dei diritti dell'Uomo alcuni ricorsi riguardanti pazienti destinati alle Rems che "attendono" il posto in carcere. Intanto però, viene sottolineato nel rapporto, rimangono sul tavolo tutti i problemi della tutela della salute mentale in carcere, gli istituti penitenziari continuano ad ospitare Articolazioni per la salute mentale con enormi criticità.
Il rapporto di Antigone rileva che ogni anno vengono spesi i circa 3 miliardi per il funzionamento delle carceri per adulti e i 280 milioni per il sistema di giustizia minorile e alle misure alternative alla detenzione. Dei 3 miliardi che sono stati destinati al carcere per il 2021, il 68% è impiegato per la polizia penitenziaria, la figura professionale numericamente più presente con oltre 32.500 agenti. Il divario con l'organico previsto dalla legge (37.181 unità) si attesta a circa 12,5%.
Secondo i dati raccolti durante le visite dell'osservatorio di Antigone fra 2020 e 2021, il numero di detenuti per agente è di 1,6. Diversa la situazione dei funzionari giuridico- pedagogici che, con un organico previsto di 896, sono ad oggi poco più di 730 (- 18,4%). Il rapporto medio rilevato dall'Osservatorio di Antigone è di 90 detenuti per ogni educatore, ma in 24 istituti sui 73 visitati fra il 2020 e 2021 questo numero sale a ben oltre 100. Infine, anche nel caso dei direttori, l'Osservatorio di Antigone riporta che nel 35,1% dei 73 istituti visitati non vi sia un direttore incaricato solo in quell'istituto. La speranza è che i recenti concorsi di assunzione aiutino a colmare questi divari, ma sarebbe necessario aumentare gli organici di funzionari giuridico- pedagogici perché possano svolgere le loro funzioni in maniera efficace in tutti gli istituti.
di Stefano Folli
La Repubblica, 30 luglio 2021
La riforma Cartabia non è essenziale solo per ottenere i fondi del Pnrr. In verità è fondamentale per migliorare la convivenza civile e restituire al cittadino fiducia nell'efficienza della magistratura.
Il tentativo dei Cinque Stelle di affossare la riforma della giustizia prima ancora che arrivasse in Parlamento non è riuscito. Allo stesso modo si è infranta la speranza di modificare il testo fino a cambiarne il senso attraverso la valanga degli emendamenti. L'aspro confronto è durato più di cinque ore, con il Consiglio dei ministri sospeso. Sono stati introdotti quei correttivi - pochi - che il premier e Marta Cartabia avevano giudicato fin dall'inizio compatibili con l'impianto riformatore: in sostanza la garanzia del regime speciale per i processi di mafia all'interno di un periodo transitorio previsto fino al 2024. Regime speciale significa che viene aggirato il rischio della prescrizione con delle norme "ad hoc", così da venire incontro alle riserve espresse da molti magistrati e dal Csm.
Non si può certo dire che i Cinque Stelle abbiano vinto: nemmeno le esigenze mediatiche possono indurre i vertici del movimento a sostenere una simile tesi. Tuttavia Conte e i suoi, come si dice in questi casi, hanno in qualche misura salvato la faccia. Poteva essere una disfatta, è stata solo una sconfitta resa meno cocente dal lungo braccio di ferro: in parte autentico, in parte a uso dei militanti costernati e dei gruppi parlamentari perplessi.
Alla fine il castello retorico costruito dall'ala oltranzista su presupposti fantasiosi - vale a dire che bastava tener duro per piegare Draghi - è crollato. Come ha detto Conte: "Non è la nostra riforma, però l'abbiamo migliorata". In realtà la minaccia di uscire dal governo non è mai stata credibile. Non lo avrebbe permesso Grillo, l'altro uomo della diarchia; non lo avrebbe mai voluto Di Maio. Conte ha fatto del suo meglio per tenere insieme il M5S sapendo peraltro che il sentiero era già tracciato, a meno di non procedere a un suicidio politico di massa.
Oggi di sicuro qualcuno dirà che il movimento è ugualmente defunto poiché ha ammainato la bandiera anti-Cartabia e anti-Draghi. Ma sono frasi polemiche. È vero che finisce un equivoco: l'idea che Conte fosse l'uomo adatto per interpretare una linea politica bizantina, un piede nel governo e uno fuori; appoggiare il presidente del Consiglio e al tempo stesso insultarlo. Questa velleità si è esaurita ieri, quando il Consiglio ha approvato l'ultima versione della riforma e tutti gli emendamenti sono stati ritirati. Restano le residue incognite del passaggio alla Camera, più contenute rispetto ai timori di due giorni fa.
Per Draghi il significato della giornata consiste nell'aver consolidato il profilo della sua leadership alla vigilia del semestre bianco. Non vuol dire, s'intende, aver cancellato le spine che attraversano la maggioranza. I prossimi mesi saranno faticosi e carichi di insidie. Ma ieri è stata vinta una battaglia cruciale, dal momento che la riforma della giustizia non è essenziale solo per ottenere i fondi del Pnrr. In verità è fondamentale per migliorare la convivenza civile e restituire al cittadino fiducia nell'efficienza della magistratura.
Quanto ai partiti, i Cinque Stelle dovranno decidere se Conte è il loro capo, pur senza considerarlo il demiurgo che risolve le infinite contraddizioni del mondo "grillino". Lo stesso Conte dovrà dimostrare lealtà verso il governo e gli accordi sottoscritti, quali che siano le pressioni a cui verrà sottoposto. E il Pd dovrà decidere se valuta ancora i 5S degli alleati affidabili.
di Paolo Mieli
Corriere della Sera, 30 luglio 2021
Il cento per cento dei magistrati in servizio si è pronunciato contro il progetto Cartabia sostenendo che se non fosse stato cambiato avrebbe provocato al nostro Paese danni incalcolabili. Ma ora che è stato rivisto dovrebbero festeggiare. Lo faranno?
Colpisce che il cento per cento dei magistrati che si sono fin qui pronunciati sulla riforma Cartabia abbiano espresso dissenso. Dissenso manifestato senza il ricorso ad eufemismi, anzi in termini assai impegnativi. È vero che due o tre di questi magistrati (quattro se comprendiamo Luciano Violante) hanno aperto qualche spiraglio al progetto messo a punto dalla ministra della Giustizia assieme a un gruppo di valenti giuristi.
Ma erano toghe in pensione: quelle tuttora in servizio hanno sparato alzo zero contro il provvedimento che, secondo i loro calcoli, avrebbe consentito il ritorno in libertà di centinaia di migliaia di delinquenti. Proprio così: centinaia di migliaia. E avrebbe altresì provocato la fine dello stato di diritto nonché, forse, della democrazia riconquistata con la Resistenza. Anche personalità fino ad oggi conosciute come poco inclini alle esagerazioni hanno fatto ricorso a quel genere di toni. Sia come singoli che come capi delle organizzazioni di categoria.
Ripetiamo: il cento per cento dei magistrati in servizio, presa la parola, si è pronunciato contro il progetto Cartabia votato all'unanimità dal precedente Consiglio dei ministri sostenendo che se fosse rimasto com'era e non fosse stato cambiato con una seconda decisione unanime, quella di ieri sera, avrebbe provocato al nostro Paese danni incalcolabili.
In casi come questo si è soliti sostenere che non tutti i magistrati la pensano come quelli che intervengono pubblicamente. Ma tenderemmo a escludere che ciò corrisponda al vero perché, se così fosse, dopo quasi trent'anni di riproposizione di questo copione, dovremmo pensare che tra pubblici ministeri e giudici non ce ne sia uno, neanche uno, capace di manifestare il proprio dissenso dal pensiero prevalente tra i colleghi. Tutti senza coraggio? Impossibile. Più verosimile che, con maggiore o minore intensità, siano d'accordo tra loro.
A questo punto si pone una domanda: cosa ha reso possibile questa unanimità delle toghe contro Mario Draghi e Marta Cartabia? La risposta può essere di due tipi. La prima - con maggiori probabilità di esser vicina al vero - è che il precedente accordo raggiunto dalla ministra avesse un carattere eccessivamente compromissorio; che lei e i saggi che l'hanno affiancata non si rendessero conto dello spropositato numero di mafiosi, terroristi e malfattori di ogni specie che grazie al loro provvedimento (nella prima versione) avrebbero riacquistato libertà; e che l'intero Consiglio dei ministri avesse concesso luce verde a questo piano nell'intima (e cinica) certezza che qualcun altro l'avrebbe rimesso in discussione. Fosse vero, dovremmo ringraziare quei parlamentari del M5S che con rapidità, resisi conto dei rischi, hanno ottenuto il nuovo compromesso che impedirà a mafiosi, terroristi e delinquenti d'ogni risma di uscire di prigione. E che risparmierà all'Italia un provvedimento che avrebbe "minato la sicurezza del Paese".
L'altra ipotesi di spiegazione - assai meno plausibile della precedente, anzi, ammettiamolo, quasi inverosimile - è che la magistratura italiana sia ormai divenuta un corpo malato. Un insieme in cui uomini e donne si lasciano rappresentare da avanguardie impegnate a combattersi le une contro le altre a colpi di dossier. Che le loro istituzioni, a cominciare dal Csm, stiano sprofondando, anzi siano già sprofondate nel più assoluto discredito.
Che correnti e sottocorrenti abbiano standard di moralità minori di quelli che avevano i partiti politici all'epoca della loro massima degenerazione. Che procure, passate alla storia come templi della legalità, siano oggi sconvolte da lotte fratricide in cui è consuetudine l'accoltellamento alla schiena. Luoghi in cui sarebbe divenuto lecito nascondere le prove a vantaggio degli imputati. Dove è pratica corrente spedire anonimamente a colleghi e media verbali finalizzati a minare la credibilità di un qualche "nemico". E di servirsi in tal guisa di astutissimi "pentiti" ben consapevoli dei servizi che si prestano a rendere. In questi Palazzi di giustizia sarebbe venuto meno ogni spirito di lealtà nei confronti dei capi. Capi che verranno sì sostituiti ma continueranno ad esser nominati da un Csm abbondantemente avvelenato.
Se la magistratura italiana fosse precipitata in questo abisso - cosa che non crediamo, anche se qualche rischio lo si può intravedere in lontananza - allora le prese di posizione di alcune toghe contro Draghi e la Cartabia andrebbero interpretate come un accorto posizionamento in vista di un cataclisma prossimo venturo. Una scossa tellurica nel corso della quale potrebbero venire alla luce le malefatte di molti, talché alcuni togati avrebbero ritenuto conveniente assumere la postura di indomiti alfieri della legalità capaci di mettere con le spalle al muro l'ex Presidente della Corte costituzionale. Tali posture potrebbero valere, nell'immediato, per promozioni che verranno fatte con gli stessi criteri adottati in passato. Ed essere eventualmente considerate un titolo di benemerenza nel momento in cui giungesse l'ora del redde rationem. Ma ora che il governo è stato in grado di giungere ad un secondo compromesso ci aspettiamo che i magistrati ne prendano atto e festeggino lo scampato pericolo. E che siano unanimi anche in questi festeggiamenti.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 30 luglio 2021
La travagliata gestazione della proposta governativa per la riforma del processo penale giunge ora alla approvazione a tamburo battente del Parlamento, con l'annuncio che non ci saranno modifiche possibili perché in caso contrario il governo porrà la questione di fiducia: annuncio inusuale perché formulato prima ancora che il testo fosse definito ed eventuali difficoltà di approvazione manifestate.
Con l'aggiunta anche della data immediata entro la quale il Parlamento approverà la proposta governativa. Il testo è il frutto di trattative con i partiti della maggioranza, gestite dal presidente del Consiglio e dalla ministra della giustizia. Qualche dichiarazione e qualche indiscrezione hanno raggiunto l'opinione pubblica. Il valore della pubblicità che connota il processo legislativo in Parlamento è vanificato. Dopo anni di decadimento dei principi costituzionali sul processo legislativo e sul rapporto tra governo e Parlamento assistiamo ad una forzatura, tanto più preoccupante perché riguarda un tema proprio del nucleo centrale della sovranità dello Stato: quello della potestà punitiva. Di questo infatti si tratta, quando si disciplinano le regole del processo penale e si definisce quando e come lo Stato rinuncia a punire la violazione della legge penale: la prescrizione dei reati e ora l'inedita improcedibilità che vi si sovrappone ne sono l'applicazione.
La riforma che sta per divenire legge è di ampio respiro. Essa contiene norme fortemente innovative per ridurre l'area del giudizio penale, almeno per quanto riguarda la forma piena e gravosa del dibattimento, e del carcere come sanzione principale. Essa introduce nuove vie per evitare il processo mediante le restituzioni e le riparazioni da parte dell'imputato, maggior cura per gli interessi delle parti offese, più larghe possibilità di patteggiamento della pena, nuove possibilità di giustizia riparativa ecc. Di queste novità si parla poco e non sono oggetto dell'attenzione dei partiti. Non sono di immediata applicazione poiché si tratta dell'oggetto di una delega al governo, che dovrà produrre articolati decreti legislativi, traduzione in norme di studi sviluppati da tempo dalla cultura giuridica italiana ed europea.
Le modalità con cui si è giunti alla definizione del testo di riforma sembrano però ignorare che non siamo nel deserto delle idee. Oltre e prima degli interessi di partito vi sono in Italia ambienti professionali che hanno maturato esperienze e sviluppato conoscenza e cultura, in un campo che vede convivere con le esigenze pratiche il rigore di principi e valori: le une e gli altri conosciuti dagli esperti pratici e dagli studiosi. Dopo il lavoro svolto dalla Commissione degli esperti nominata dalla ministra della giustizia, nessuna delle osservazioni, degli argomenti critici, degli allarmi lanciati da istituzioni e da singoli esperti (da ultimo, il parere espresso dal Consiglio superiore della magistratura e l'intervento di quattro autorevoli processualisti) ha trovato riscontro.
Non dico accoglimento, ma segno di attenzione e magari un principio di risposta, per dire che le critiche non sono fondate. Eppure non si sarebbero dovuti trattare argomenti seri, civilmente esposti, come fossero parte di una campagna urlata, offensiva, con la quale effettivamente il dialogo può esser difficile. Nemmeno l'indicazione che il sistema della decadenza del processo senza decisione nel merito dell'accusa entra in collisione con il diritto dell'Unione e con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani sembra aver impensierito un governo che pur si identifica nell'europeismo. Anche dalla nostra Costituzione, d'altra parte, si trae il diritto degli imputati a vedersi assolti o condannati, dopo che lo Stato ha iniziato nei loro confronti un processo penale.
La fretta di ottenere un testo di riforma approvato dal Parlamento ha anche impedito ciò che un governo dovrebbe invece gradire e sollecitare in simile importante materia: lo studio e l'approfondimento nelle sedi in cui si studia e si approfondisce. Per esempio, invece di scegliere di gettare alle ortiche le sentenze di primo grado, quando le Corti di appello o di Cassazione non osserveranno di termini di ragionevolezza stabiliti dalla legge, non si è nemmeno iniziato a pensare se non sia meglio studiare come far sì che le entrate nel circuito processuale siano tali e tante da consentire la loro conclusione: con tutta la depenalizzazione che si può fare, con l'approfondimento del tema dell'organizzazione degli uffici giudiziari nel suo rapporto con le scelte di priorità, che non riguarda le sole Procure della Repubblica, ma il sistema processuale nel suo complesso.
I nuovi sistemi di deflazione dei procedimenti sono infatti palesemente insufficienti. Ma, non ostante che nessuna delle nuove norme sia di prossima applicazione a causa della lunga transizione stabilita, nulla di ciò è stato fatto. Gli esperti sono stati degradati a tecnici, facendo credere che si tratti dei difensori di un vecchio, inaccettabile sistema di potere. Il risultato, sul punto delle prescrizioni, è senza pregio e pieno di rischi. E, per una riforma che si vuole ambiziosa, il metodo è stato pessimo. Peccato.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 30 luglio 2021
Previsto un periodo transitorio per consentire alle Procure di adeguarsi. La Guardasigilli esulta: "Giornata importante, garantiamo che nessun procedimento vada in fumo".
La riforma del processo penale sarà in aula domenica prossima, a partire dalle ore 14. Non è usuale che i parlamentari lavorino di giorno festivo, ma l'urgenza di approvare la riforma è tassativa. Si procederà da subito con il voto delle questioni pregiudiziali, mentre la discussione proseguirà nel pomeriggio e poi nei giorni seguenti. In capigruppo il governo non ha preannunciato né parlato di porre la questione di fiducia, dato che l'accordo di maggioranza prevede che vengano ritirati tutti gli emendamenti da parte dei partiti che appoggiano il governo Draghi. La riforma Cartabia, insomma, superati così faticosamente gli scogli di questi giorni, pare aver messo le ali. "L'obiettivo - dice la ministra Guardasigilli, uscendo dal conclave di palazzo Chigi - è garantire una giustizia celere, nel rispetto della ragionevole durata del processo, e allo stesso tempo garantire che nessun processo vada in fumo. L'aggiustamento più importante è una norma transitoria che ci consente di arrivare ad una gradualità a quei termini che ci eravamo dati e rimangono fissi. La seconda cosa è un regime particolare per quei reati che nel nostro Paese hanno sempre destato allarme sociale - come i reati di mafia, terrorismo, violenza sessuale e il traffico internazionale di droga". E nonostante una giornata al cardiopalma, che ha messo a dura prova i nervi di tutti, Marta Cartabia mostra una calma olimpica: "È una giornata importante: lunghe riflessioni per arrivare a un'approvazione all'unanimità con convinzione da parte di tutte le forze politiche".
Il nodo dell'improcedibilità - Sulla prescrizione, si profila un sistema misto: ci sarà lo stop della prescrizione dopo la sentenza di primo grado (sia in caso di condanna che assoluzione), ma si fissano tempi certi per i processi d'Appello (2 anni) e di Cassazione (1 anno) in nome del principio costituzionale della ragionevole durata del processo. La riforma riguarderà solo i reati commessi dal 1° gennaio 2020, cioè dopo l'entrata in vigore della legge Bonafede che ha eliminato la prescrizione del reato in appello e in cassazione, creando il rischio di processi infiniti. In caso di mancato rispetto dei termini, cioè se il processo durerà anche un solo giorno più del previsto, scatterà la "prescrizione processuale", ossia il processo decadrà insieme alla sentenza pronunciata in primo grado o in appello, che sarà rimossa. Il processo decadrà anche se avesse fatto buona parte del suo cammino e fosse in Cassazione. In gergo, si dice che scatta "l'improcedibilità". Da questo meccanismo sono però esclusi i reati imprescrittibili, cioè tutti quelli punibili con l'ergastolo. Sono previsti periodi di sospensione del termine nelle fasi di stasi del processo (es. legittimo impedimento) e proroghe, di 1 anno in appello e 6 mesi in Cassazione, per tutti i reati, con ordinanza motivata dal giudice sulla base della complessità del processo. Fin qui, il meccanismo per i reati ordinari. Qualora si tratti di mafia, terrorismo, stupro e associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ci sarà la possibilità di più proroghe, senza limiti, ma sempre motivate.
La mediazione più difficile - Il braccio di ferro che ha rischiato di spaccare la maggioranza ha riguardato i reati speciali. È filato tutto liscio per quelli di terrorismo, stupro, e traffico di stupefacenti. Per questi, come detto, il binario è diverso rispetto agli ordinari: non c'è la imprescrittibilità formale come per i reati da ergastolo, di contro è caduto il limite alle proroghe, sempre motivate dal giudice. In sostanza, la imprescrittibilità è sostanziale. Sui cosiddetti reati di mafia, invece, c'è stato un duro braccio di ferro.
In realtà il meccanismo di cui sopra è stato accettato da tutti i partiti finché si tratta di processi per associazione a delinquere di stampo mafioso (416 bis) e quelli per voto di scambio politico-mafioso (416 ter). Il dissidio è insorto sui reati dove è contestata l'aggravante mafiosa (416 bis, punto primo). Va spiegato che nelle regioni del Sud dove la mafia è onnipresente, i processi per mafia si tengono essenzialmente per 416 bis. La variante dell'aggravante mafiosa conta invece da Roma in su. Il processo al clan Spada, a Ostia, per dire, quello della famosa testata al giornalista, s'è giocato tutto sull'aggravante mafiosa. Togliere questi reati dal binario speciale e metterli tra gli ordinari avrebbe significato un grosso rischio. L'accordo è che a regime, dal 1° gennaio 2025, i processi dove è contestata l'aggravante mafiosa potranno essere allungati con un massimo di 2 proroghe in Appello (ciascuna di un anno e sempre motivata) e 2 proroghe in Cassazione (ciascuna di 6 mesi e sempre motivata).
I riti alternativi - Con formulazioni meno incisive di quanto avesse proposto la commissione di saggi, la riforma Cartabia prevede comunque di favorire i riti alternativi per deflazionare i processi. Nel patteggiamento, si prevede che, quando la pena detentiva da applicare supera due anni (il cosiddetto patteggiamento allargato), l'accordo tra imputato e pubblico ministero possa estendersi alle pene accessorie e alla loro durata, nonché alla confisca facoltativa e alla determinazione del suo oggetto e ammontare. Nel giudizio abbreviato, si prevede tra l'altro che la pena inflitta sia ulteriormente ridotta di un sesto, qualora l'imputato rinunci alla impugnazione, accettando quindi che la sentenza sia immediatamente eseguibile, e che la riduzione sia applicata dal giudice dell'esecuzione.
Con la riforma si trasformano anche alcune misure alternative, attualmente di competenza del Tribunale di Sorveglianza, in sanzioni sostitutive delle pene detentivi brevi, direttamente irrogabili dal giudice della cognizione. Un ulteriore snellimento verrà da un accorgimento che pare banale, ma non lo è: qualora ci sia un mutamento del giudice, perché trasferito, malato o in permesso, o anche di uno o più componenti del collegio, è previsto che il giudice disponga, in caso di testimonianza acquisita con videoregistrazione, la riassunzione della prova solo quando lo ritenga necessario. Attualmente, con il cambio del giudice era necessario quasi sempre ripetere la prova in dibattimento
I tempi della riforma - La riforma riguarderà soltanto i reati commessi dopo il 1 gennaio 2020 ed entra in vigore dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge. Su sollecitazione dei magistrati, però, il governo si è reso conto che occorreva dare un certo tempo agli uffici giudiziari per metabolizzare la novità e soprattutto per assorbire i rinforzi annunciati. Bisogna tenere conto che, grazie ai miliardi del Recovery Plan, sono in arrivo 16.500 giovani laureati come assistenti dei magistrati, previsti dall'Ufficio del processo, più 5mila unità di personale amministrativo. In tutto vengono immesse oltre 20mila persone, ma con tempi diversi. La riforma perciò entrerà in vigore gradualmente grazie alla cosiddetta norma transitoria, che vale fino al 31 dicembre 2024. In questo periodo di transizione, i termini saranno più lunghi per tutti i processi, e cioè vengono concessi 3 anni in Appello; 1 anno e 6 mesi in Cassazione per ogni tipologia di reato.
Avranno anche la possibilità di una proroga: in totale, fino a 4 anni in appello e fino a 2 anni in Cassazione. Ogni proroga dovrà essere motivata dal giudice con ordinanza, sulla base della complessità del processo, per questioni di fatto e di diritto, e per numero delle parti. Contro l'ordinanza di proroga, sarà possibile presentare ricorso in Cassazione. I limiti sono stati introdotti per salvaguardare il diritto costituzionale alla ragionevole durata del processo. Con la Bonafede, infatti, il processo non avrebbe più avuto limiti.
di Tommaso Ciriaco
La Repubblica, 30 luglio 2021
Per tre volte l'intesa rischia di saltare. Orlando ricuce, Bonetti pronta a rompere con i 5S. Giorgetti mediatore nel centrodestra. Scoccano le 16, minuto più, minuto meno. Mario Draghi ne ha abbastanza. Pensa che sia giunto il momento di chiudere la partita. Da sei ore, Palazzo Chigi è il terminale delle richieste di Giuseppe Conte. Il Consiglio dei ministri è sospeso. L'atmosfera irreale. Gli ambasciatori 5S hanno appena comunicato che l'avvocato chiede un anno in più sulla prescrizione. È l'ultima di una serie lunga, lunghissima di richieste del leader. Diverse le ha anche portate a casa, su altre ha ricevuto un rifiuto. La minaccia non cambia: "Se non accettate, ci asterremo". La renziana Elena Bonetti, sdegnata, si infuria: "Lasciamo andare via i Cinque Stelle, basta così!". Giancarlo Giorgetti e Andrea Orlando dicono che no, "invece bisogna mediare fino alla fine".
Il presidente del Consiglio prende la parola. E traccia il suo confine invalicabile: va bene, sostiene, ragioniamo insieme, ma credo che siamo arrivati al "punto più avanzato possibile". Significa che non si spingerà oltre. Significa, soprattutto, che il governo andrà avanti comunque, accada quel che accada, perché ha promesso questa riforma a Bruxelles e perché, spiega, non si lascia un Paese in balia di questioni interne ai partiti. Per la prima volta, indica a tutti uno scoglio grande come una potenziale crisi.
Montagne russe, come chiamarle altrimenti? Si capisce subito che qualcosa non va. Il consiglio è convocato per le 11.30. Passano dieci minuti. Un'ora. Due ore. I cinquestelle disertano, non ci sono, pare che siano riuniti con Conte. Sì, sono con Conte. Draghi sente il leader 5S. Triangolano con Marta Cartabia, a lungo. A un certo punto il premier si consulta con i suoi e sceglie di aprire comunque l'incontro. È il momento di massima tensione. I ministri chattano tra loro e con i segretari di partito: salirà al Colle? Aprirà una crisi? Matteo Salvini medita di annullare i suoi impegni, Letta segue ogni passaggio.
È un atto politico forte, perché il messaggio è chiaro: tiriamo dritto, stasera si approva comunque un testo. Ma vuol dire anche un'altra cosa: se nessuno si presenta, nulla può essere escluso. Alle 14 arriva, trafelata, la delegazione grillina. Draghi, intanto, continua a trattare. Giancarlo Giorgetti è fondamentale, al suo fianco. Media pure Andrea Orlando.
Per tre volte l'accordo sembra chiuso. Per tre volte salta. Conte incassa, ma rialza. Patuanelli spiega che un accordo va fatto, "ma Conte sta cercando di tenere assieme i gruppi parlamentari". "Dateci un po' di tempo", aggiunge Federico D'Incà. Il premier non è ostile a concedere correzioni al testo, anzi, pensa che sia giusto andare incontro anche ad alcune richieste della magistratura. È rimasto colpito da alcune posizioni dell'Anm, così come dagli argomenti di una figura come Cafiero De Raho. Ne ha apprezzato la moderazione, il merito.
L'orologio macina minuti. Durante il question time alla Camera, pausa benedetta, sembra di nuovo fatta, l'accordo a un passo. Scoccano le 16. È in quel preciso momento che l'avvocato frena. Non è un caso. Poco prima, si era confrontato al telefono con Luigi Di Maio. Colloquio intenso, qualcuno dice aspro. Il ministro degli Esteri, a sua volta in contatto con il Quirinale, consegna all'avvocato una tesi che può riassumersi così: abbiamo ottenuto molto, davvero vogliamo astenerci? Lui è per votare a favore, insomma. Al premier, poco prima, aveva promesso di spendersi per un patto. Ma l'aveva anche pregato di aiutarlo a evitare una scelta mortale per i ministri 5S: governo, oppure partito.
Draghi capisce che la situazione sta per sbloccarsi. Sa di poter contare, a questo punto, anche su una fetta rilevante del Movimento. Forza Italia, intanto, vola basso, bassissimo. Non si impunta. Maria Stella Gelmini fa notare che se i 5S resistono a lungo a un'intesa, significa che è passata una "riforma garantista". Certo, del testo Bonafede non resta molto. Ma è anche vero che Conte ottiene modifiche. E Giancarlo Giorgetti deve spendere ogni energia per farsi garante della compattezza del centrodestra. Il premier apprezza. Lo ringrazia, a riforma approvata. E il braccio destro di Salvini si lascia andare a un attimo di euforia: "Ho salvato il governo".
A fine giornata, Draghi sa di avere a casa una riforma che ha lasciato sul campo parecchi governi. Ma sa anche di aver dovuto mediare duramente, per la prima volta. Non minaccia nulla, ma si lascia alle spalle un consiglio dei ministri lungo otto ore. È uno schema che non può, non deve ripetersi. Dal 3 agosto si apre il semestre bianco, non c'è più lo spettro di elezioni e tutti sono in grado di alzare ancora di più l'asticella. Lui non si presterà ad altre esperienze così, l'ha già fatto sapere. Non può ricapitare che si voti un testo in consiglio e lo si rimetta in discussione. Non si può minacciare l'astensione, o addirittura astenersi come fece la Lega tre mesi fa. Dovesse ricapitare, non spenderà troppe parole e trarrà le conseguenze. Perché la linea è sempre la stessa: guido un governo di unità nazionale, chi vuole sfilarsi si assume le proprie responsabilità. Lui, questo è certo, non si farà trascinare nel pantano.
di Errico Novi
Il Dubbio, 30 luglio 2021
Ok del governo al testo "Cartabia 2". Vincono Draghi e la guardasigilli: no del Movimento alla prima bozza, decisivo il restyling che lascia 5 anni in appello per chi "agevola" i clan. Riscriveranno un giorno la storia del lodo Draghi e forse si scoprirà che il premier ha avuto un colpo di genio, una finta di quelle che riescono ai grandi campioni, da Garrincha in su. Prima mette sul tavolo un nuovo emendamento Cartabia che recepisce quasi tutte le richieste. Incluse quelle della Lega, ma soprattutto dei 5 Stelle. Tutte. Tranne una.
Nel ddl penale riveduto e corretto in mattinata da Draghi e Cartabia c'è un processo "no limits" almeno potenziale per il 416 bis e il terrorismo, oltre che per il narcotraffico in forma associativa e la violenza sessuale su minori o di gruppo. C'è persino lo scambio politico-mafioso, l'arcinoto 416 ter del codice penale. Manca una cosetta che, a confronto del resto, pare un dettaglio insignificante: la mannaia dell'improcedibilità non è esclusa per il 416 bis 1, l'articolo che punisce i reati commessi da soggetti non intranei al consesso criminale ma che comunque "agevolano" i boss, ivi incluso il generico concorso esterno. Apriti cielo. Ministri 5 Stelle che fanno sapere alle agenzie "così non ci stiamo". Sembra una barzelletta. Consiglio dei ministri sospeso, capigruppo e commissione Giustizia della Camera disperate, ad alambiccare sui tempi del voto. Tragedia politica. Tutto quanto sopra si verifica poco prima delle 15. Poi dopo quasi tre ore, la sorpresa: "Accordo raggiunto". Lo comunica proprio uno dei ministri pentastellati, il responsabile ai Rapporti col Parlamento Federico d'Incà: "Accordo unanime".
Roba da non credere. Cosa è successo? Testualmente, che Mario Draghi presenta ai ministri, per il secondo tempo della riunione a Palazzo Chigi, un ulteriore emendamento Cartabia, il terzo della serie se si considera quello salutato con approvazione dagli stessi grillini l'8 luglio scorso. E cosa cambia nella terza e ultima bozza, quella che sigilla il via libera politico al ddl penale? Che i famosi reati del 416 bis 1, quelli appunto di concorso esterno o che agevolano l'associazione mafiosa, rientrano in un "regime speciale": sono fulminati da improcedibilità dopo 6 anni in appello (5 anni dal 2025 in avanti). Giubilo. Riforma fatta. Si corre in commissione, da domani mattina, e poi in Aula, non più tardi di dopo domani. Su queste colonne era stato anticipato qualche giorno fa, ma non con un carico di suspence degno di Hitchcock (o Garrincha).C'è un ulteriore colpo di classe, nell'accordo al cardiopalmo siglato nel pomeriggio, e porta stavolta la prima firma della professoressa Marta Cartabia: come spiega la stessa guardasigilli a Consiglio dei ministri appena sciolto, c'è pure "l'impegno a ritirare tutti gli emendamenti che erano stati presentati dalle forze di maggioranza", per "concludere il lavoro in Parlamento su questa importantissima riforma prima della pausa estiva". Ergo, in commissione Giustizia verrà approvato il solo "maxiemendamento" Cartabia. Da 400, le proposte dei gruppi si riducono alle sole poche decine che provengono da Fratelli d'Italia.
Al momento di andare in stampa l'Aula resta formalmente convocata per oggi, ma uno slittamento a domani non guasterebbe i piani di Draghi e Cartabia: resterebbe intatta la possibilità di ottenere il contingentamento dei tempi nell'emiciclo di Montecitorio, in virtù della norma che ne consente l'attivazione "dal mese successivo alla presentazione delle misure in Assemblea". Dettaglio che contribuisce a rendere l'idea di un piccolo capolavoro di astuzia politica. Di sicuro, la vittoria oltre che al premier va ascritta alla ministra della Giustizia, capace della pazienza necessaria a incassare cazzotti nello stomaco senza perdere la lucidità per il colpo decisivo. "È una giornata importante, lunghe riflessioni e lavoro per venire a un accordo, c'è stata un'approvazione all'unanimità, con la convinzione di tutte le forze politiche" dice Cartabia. Che aggiunge: "Abbiamo apportato degli aggiustamenti alla luce del dibattito molto vivace sviluppato in queste settimane sia da parte delle forze politiche che degli uffici giudiziari". Riferimento innanzitutto alle obiezioni di Nicola Gratteri e Federico Cafiero de Raho sull'improcedibilità per i reati di mafia. "L'obiettivo è garantire una giustizia celere all'interno della ragionevole durata del processo e, allo stesso tempo, che nessun giudizio vada in fumo".
Come ci si arriva, in dettaglio? Con l'articolo 14 bis, riveduto e corretto, del ddl 2435, l'ormai mitologica riforma del processo penale, presentata l'anno scorso alla Camera da Alfonso Bonafede. In particolare, il 14 bis è immutato nella parte già acclamata a Palazzo Chigi a inizio luglio, vale a dire per l'introduzione dell'improcedibilità dopo 2 anni in appello e 1 anno in Cassazione, esclusi i reati punibili con l'ergastolo e chiarito che l'imputato possa rinunciare alla morte del processo esattamente come per la prescrizione. La riformulazione condivisa oggi all'unanimità dai ministri prevede innanzitutto la norma transitoria suggerita dal Pd, in base alla quale, fino al 31 dicembre 2024, il tempo limite oltre il quale il giudice dichiara improcedibile il giudizio è innalzato a 3 anni in secondo grado e a un anno e 6 mesi in Cassazione. C'è quindi un triplo regime speciale.
Il primo qualora il giudizio d'impugnazione sia "particolarmente complesso": in tal caso, il giudice può concedere una proroga di un anno in più in appello e 6 mesi in sede di legittimità. Il secondo regime speciale, decisivo per l'intesa coi 5 Stelle, riguarda appunto l'articolo 416 bis 1, per il quale il giudice potrà concedere "ulteriori proroghe" di un anno in appello, fino a un totale di 6 anni (che diventano 5 per le impugnazioni proposte dal 1° gennaio 2025 in poi). Infine la terza eccezione, che lascia potenzialmente infinite le "ulteriori proroghe" a disposizione del giudice d'appello (e della Suprema Corte) per i seguenti reati: 416 bis, scambio politico mafioso, terrorismo (se la pena prevista non è inferiore a 5 anni), ma anche i reati inseriti su input di Matteo Salvini e Giulia Bongiorno, ossia la violenza sessuale su minori o di gruppo e l'associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. Proroghe analoghe anche per i giudizi susseguenti a rinvio in appello.
A sfibrante partita chiusa, il presidente dell'Unione Camere penali Gian Domenico Caiazza fa comunque notare che gli scontri a cui si è assistito restano "finalizzati a ottenere norme di valore solo simbolico e mediatico". Il responsabile Giustizia di Azione Enrico Costa ricorda che "la riforma Bonafede è definitivamente archiviata" e che "questa" è "la notizia". Matteo Renzi infierisce sulla prescrizione voluta tre anni fa dal Movimento: è "il caro estinto". Salvini esprime "soddisfazione", e Andrea Orlando nota il superamento della "irragionevole riforma" del suo successore a via Arenula. Fino a Pierantonio Zanettin, capogruppo di Forza Italia in commissione, che pure chiosa in modo indovinato: "Viene finalmente cancellato il fine processo mai e già questo risultato giustifica ampiamente ogni mediazione". Forse è davvero così.
di Ilario Lombardo
La Stampa, 30 luglio 2021
Chiamate preoccupate anche dal Quirinale. La mediazione di Giorgetti. Il premier ha rischiato il rinvio di un'altra riforma dopo fisco e concorrenza. È il tono della voce - di solito controllato, pacato, piatto - che tradisce con il passare delle ore il nervosismo di Mario Draghi. La voce, raccontano i ministri che hanno partecipato in prima linea alle trattative, si indurisce e rompe gli argini della pazienza quando il presidente del Consiglio capisce che nessuna delle due parti è disposta a cedere sulla riforma del processo penale. Né il M5S che si impunta su un comma, contenitore di molti reati-satellite di mafia, per neutralizzare il più possibile la prescrizione. Né la Lega, Italia Viva e Forza Italia, decisi a non concedere più nulla ai 5 Stelle. La mediazione alla fine arriverà, e Draghi per questo ringrazierà soprattutto il ministro leghista Giancarlo Giorgetti, per aver trovato il modo di rendere conciliabili posizioni inconciliabili.
Sulla scena principale ci sono tre avvocati: da una parte Giuseppe Conte per il M5S, dall'altra Giulia Bongiorno, senatrice della Lega, difensore di Giulio Andreotti e di Matteo Salvini, e Niccolò Ghedini, senatore di Forza Italia e legale di Silvio Berlusconi. Sono loro a sfidarsi a distanza sui tecnicismi dell'improcedibilità. Ma concentrarsi troppo su quel punto dell'articolo del Codice di procedura penale, il 416 bis 1, che riguarda l'aggravante mafiosa di particolari delitti, sarebbe riduttivo per spiegare cosa davvero è avvenuto in una mattina e in un pomeriggio dove fino all'ultimo si è rischiato di scivolare nell'ennesima crisi di governo agostana. Una tensione arrivata talmente al limite da aver trascinato dentro le trattative il Quirinale e Beppe Grillo.
Interessi, strategia, propaganda: è la politica, pura, che si riprende la scena, e si impone su un'armonia artificiale, creando una profonda smagliatura al governo di unità nazionale. Non è quello che si aspettava Draghi per il 29 luglio, a quattro giorni all'inizio del semestre bianco, quando non sarà più possibile sventolare la minaccia dello scioglimento del Parlamento e delle elezioni anticipate. Il premier aveva promesso all'Europa per la fine del mese il via libera a tre riforme: giustizia, concorrenza, fisco. Le prime due sono considerate da Bruxelles vincolanti per i soldi del Recovery. Al mattino, dopo una notte di trattative che sembrano non portare a nulla, davanti al premier si materializza l'incubo di non veder approvata nessuna delle tre. Non il fisco e la concorrenza, rinviate a settembre, né, forse, la giustizia sulla quale la maggioranza è nello stallo più totale. È il motivo che spinge Draghi a tentare una forzatura. Convoca il Consiglio dei ministri alle 11.30, ma senza ordine del giorno. Vuole piegare Conte e i 5 Stelle, che ancora insistono ad avere correttivi alla legge e non si sentono abbastanza garantiti sui reati di mafia, terrorismo e violenza sessuale.
Il Cdm inizierà solo un'ora e mezza dopo e verrà quasi subito interrotto per una lunga sospensione. Le riunioni con il M5S sono continue. Per Conte è la prima vera trattativa. La segue dalla Camera, in contatto continuo con i ministri e la sottosegretaria alla Giustizia Anna Macina. Attorno a lui ci sono i capigruppo, e diversi parlamentari. Sa che il confronto sarà durissimo e iper-tattico. "Se il testo della riforma rimane quello per noi è no", fa sapere al premier, con cui si sente ripetutamente. Ancora nessuno ha il coraggio di pronunciare la parola "astensione". I 5 Stelle lo faranno all'ora di pranzo, prima dell'inizio del Cdm. "Sei sicuro?" chiedono i ministri a Conte. "Sì - è la risposta - sulla mafia non si transige". Ce l'ha soprattutto con la Lega e le resistenze che oppone, come gli spiegano Draghi e la ministra Marta Cartabia.
La crisi, fino a quel momento poco più che una fantasia estiva, diventa realtà sulla bocca di Luigi Di Maio. È lui a chiedere a Conte fino a che punto intende spingersi. Ed è sempre lui a chiarire a Draghi il rischio che sta correndo. Non sarà come è avvenuto quando la Lega si astenne in Consiglio dei ministri sul decreto delle riaperture, a fine aprile. L'astensione dei 5 Stelle sarà seguita da un voto contrario in Parlamento, anche nel caso in cui il governo dovesse imporre la fiducia sul testo. "Sarebbe la fine del governo di unità nazionale". È in quel momento che Draghi capisce che fanno sul serio e interrompe il Cdm per trovare una mediazione.
Scongiurare il peggio diventa l'imperativo di tutti. Del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, secondo quanto riportano fonti qualificate, si informa di quello che sta accadendo con Palazzo Chigi, con Di Maio e con Conte. Ma anche Di Beppe Grillo che sente al telefono il ministro degli Esteri e viene aggiornato dall'ex premier sulla decisione, condivisa con ministri e parlamentari, di astenersi in caso di mancato accordo. Conte entra ed esce continuamente dall'ufficio della Camera, per rispondere al telefono. Lo chiamano anche dal Pd. Lo implorano di concedere una mediazione. Trovano un compromesso fissando per i reati del 416 bis 1 l'improcedibilità solo dopo 5 anni. Di fatto è un'eternità e ai 5 Stelle può andar bene, ma solo a patto che emerga come si è comportata la Lega: "Mi rammarica il comportamento della Lega - dice Conte - che in pubblico usa slogan contro la mafia e poi, lontano dalle telecamere, ci ha fatto una durissima opposizione".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 30 luglio 2021
Per il deputato e presidente di +Europa Riccardo Magi, per completare il dibattito sulla giustizia, ampliandolo anche alle questioni di politica criminale, occorre accelerare la discussione sulla modifica costituzionale per abbassare il quorum per amnistia e indulto e puntare alla depenalizzazione per i fatti di lieve entità legati alle droghe, come ci aveva detto qualche giorno fa anche la neo presidente di Md, Cinzia Barillà.
Onorevole si torna a parlare di amnistia all'interno della più ampia cornice di riforma della giustizia. Lei è primo firmatario di un progetto di legge costituzionale n. 2456, ispirato al volume "Costituzione e clemenza" curato da Pugiotto, Corleone, Anastasia. Di che si tratta?
È urgente riaprire un dibattito sul recupero dell'istituto dell'amnistia e dell'indulto, a 30 anni dall'intervento del Parlamento che nel 1992 di fatto lo sterilizzò, portando il quorum necessario per approvarli ai due terzi dei componenti di ciascuna Camera, che è superiore a quello che serve a modificare la stessa Costituzione. Attraverso questa proposta di modifica dell'articolo 79 Cost. - che attualmente ha raccolto le firme dei colleghi Giachetti, Migliore, Bruno Bossio, ma che spero trovi consenso anche tra quelli di Forza Italia - si vuole ridare praticabilità allo strumento, abbassando il quorum alla maggioranza dei membri del Parlamento e condizionando l'approvazione degli atti di clemenza a due presupposti tra loro alternativi: "situazioni straordinarie", ad esempio una pandemia che crea emergenza sanitaria in carcere, "ragioni eccezionali", legate anche ad una riforma radicale in ambito penale. Voglio per questo ringraziare la neo presidente di Magistratura Democratica che ha riportato questa questione nel dibattito. Segnalo anche che pochi giorni fa il senatore dem Zanda ha chiesto di riflettere sull'opportunità di adottare un atto di amnistia che accompagni la riforma del processo penale. Deve essere chiaro a tutti che non si può parlare realisticamente di amnistia se non si fa questa modifica costituzionale.
Diversi accademici, analizzando la riforma Cartabia, hanno messo in evidenza che sarebbe necessaria una seria depenalizzazione, su cui anche lei sta lavorando...
Partirei dalle parole della Ministra Cartabia nell'informativa sui fatti di Santa Maria Capua Vetere, quando ha chiesto di individuare le cause profonde del malessere del carcere. Allora non possiamo non partire dal chiederci chi è in carcere e perchè. Più di un terzo dei reclusi attualmente in carcere e dei nuovi ingressi sono lì per la violazione del Testo Unico sugli stupefacenti. Se a questi aggiungiamo i detenuti che sono negli istituti di pena per altri reati ma che sono tossicodipendenti arriviamo quasi alla metà dell'intera popolazione carceraria. Non avremmo il sovraffollamento se non fosse per i reati di droga. Si tratta di un dato macroscopico che non può mancare dalla riflessione sulla giustizia e sul carcere. Anche qui la presidente di Md ha colto il punto quando ha parlato della depenalizzazione per i reati legati al Testo Unico a partire dai fatti di lieve entità, per cui si finisce in carcere in sette casi su dieci. Casi come quello di Walter De Benedetto hanno dimostrato l'assurdità della legge vigente. Invece la riforma della Ministra Cartabia ha indicato la necessità che i reati di lieve entità non abbiano come esito il carcere affinché si possa avere un impatto deflattivo sia sulle carceri sia sulla giustizia. E proprio in questa direzione va il testo base depositato in commissione giustizia alla Camera - e spero che la prossima settimana venga adottato- un testo unificato di una mia proposta e di quelle della Licatini del M5S e di Molinari della Lega che riguarda esattamente la depenalizzazione dei fatti di lieve entità relativi alle droghe e che tocca un altro punto citato dalla presidente Barillà nella sua intervista e cioè la depenalizzazione della coltivazione domestica per uso personale di cannabis. Noi proponiamo anche la eliminazione delle sanzioni amministrative che si rivelano gravose soprattutto per i giovani, perché prevedono ad esempio il ritiro della patente o del passaporto.
Lei è stato autore della famosa interpellanza che ha stanato l'immobilità del ministro Bonafede sulle violenze di Santa Maria Capua Vetere. È invece soddisfatto della risposta dell'attuale Guardasigilli?
Dalla ministra e dal presidente Draghi abbiamo sentito parole chiare e importanti che prima non avevamo sentito. C'è stata anche una ammissione da parte della Guardasigilli: all'interno dell'amministrazione penitenziaria è mancata la capacità di indagare. Si tratta di una considerazione definitiva rispetto a quello che ci sentiamo continuamente ripetere quando presentiamo degli atti di sindacato ispettivo su ipotesi di fatti gravi che avvengono in carcere: nulla si può fare se la Procura non chiude le indagini. Adesso sappiamo che non è vero perché c'è un livello amministrativo e politico che può e deve approfondire.
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