di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 dicembre 2021
Il diritto alla salute in carcere è uno dei problemi più insormontabili del sistema penitenziario. Negli istituti manca il personale e le risorse non sono adeguate a garantire i servizi necessari. Per questo motivo la telemedicina è di primaria importanza. Ma qualcosa si muove.
Lunedì, al carcere di Rebibbia, e con la presenza della ministra Marta Cartabia, è stato presentato il nuovo progetto di telemedicina. All'evento hanno partecipato Rosella Santoro, Direttore della Casa Circondariale Rebibbia N. C. ' Raffaele Cinotti', Giorgio Casati, Direttore Generale ASL Roma 2, Roberto Tartaglia Vice Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Francesco Gabrielli Direttore del centro nazionale per la telemedicina dell'Iss, Carmelo Cantone, Provveditore Amministrazione Penitenziaria, Francesco Rocco Pugliese, Direttore Sanitario ASL Roma 2, Stefano Anastasìa Garante dei diritti dei detenuti Regione Lazio e Maria Antonia Vertaldi, Presidente del tribunale di Sorveglianza di Roma.
di Giulia Merlo
Il Domani, 22 dicembre 2021
Da Padova a San Vittore fino a Rebibbia, la situazione in un anno di pandemia non si è mai risolta, soprattutto il sovraffollamento. I momenti di festa sono i più dolorosi per i detenuti, che percepiscono in modo ancora più acuto soprattutto la distanza dalle famiglie. Con la pandemia, infatti, gli accessi al carcere sono resi ancora più complicati. L'unico elemento positivo introdotto dalla pandemia sono le videochiamate, che hanno permesso ai detenuti di vedere i loro cari. Alcuni hanno visto per la prima volta dopo anni i visi dei genitori anziani e la loro casa. L'obiettivo ora è che diventino prassi e non solo beneficio emergenziale.
di Matteo Marcelli
Avvenire, 22 dicembre 2021
Dopo la sospensione dello scorso anno, Rinnovamento nello Spirito Santo torna a dare speranza alle carceri italiane con l'ormai tradizionale pranzo di Natale. Un'occasione per contribuire a costruire quella "finestra spirituale" che papa Francesco, nel messaggio agli ultimi di domenica scorsa, ha chiesto con forza sia concessa ad ogni persona privata della propria libertà.
Con l'iniziativa di ieri il progetto "L'altra cucina... Per un pranzo d'amore" è giunto alla sua ottava edizione e ha visto l'adesione di quattro istituti grazie alla collaborazione della Fondazione Alleanza (sempre riconducibile al Movimento guidato da Salvatore Martinez), e della Onlus Prison Fellowship Italia. Sono stati circa 800 i detenuti serviti, sparsi tra la sezione femminile di Rebibbia a Roma, il carcere di Opera a Milano e gli istituti di Ivrea e Cagliari (Quartucciu).
Decine i volontari impegnati, assieme ad alcuni personaggi del mondo della musica e della televisione. A Roma hanno partecipato la cantante Francesca Alotta, i Cugini di Campagna, la giornalista Maria Soave e altri ancora.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 dicembre 2021
Dei 344 detenuti contagiati del Covid, 339 sono asintomatici, 2 hanno sintomi e 3 sono ricoverati in ospedale: ecco la situazione nelle carceri italiane. Ancora in aumento i casi Covid nelle carceri italiane, con una crescita più consistente rispetto alle scorse settimane. I detenuti positivi sono 344 (di cui 17 nuovi giunti), su un totale di 53.843 presenze, mentre i casi sono 395 tra i 36.939 poliziotti penitenziari in servizio. I dati, aggiornati a ieri sera, sono contenuti nel report settimanale pubblicato sul sito del ministero della Giustizia. La scorsa settimana i casi erano 239 tra i detenuti, su una popolazione di 54.059 unità, e 265 tra gli agenti.
di Errico Novi
Il Dubbio, 22 dicembre 2021
A breve la sentenza sulle collaborazioni inesigibili, poi toccherà ai divieti imposti dai questori sull'uso di cellulari e pc. Antimafia: snodo chiave della giustizia. In particolare per la rinnovata contesa fra garantisti e intransigenti. Lo si è capito da vari segnali, ma più di tutto lo dimostrano le divisioni sull'ergastolo ostativo. Più precisamente, sulla legge, all'esame della Camera, che dovrebbe recepire le indicazioni della Consulta (contenute nell'ordinanza 97 del 2021) e consentire la liberazione condizionale anche degli ergastolani di mafia e terrorismo che non collaborano.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 22 dicembre 2021
Il Procuratore generale della Cassazione: "Evitare processi mediatici non basati sui fatti e rispettare dignità degli imputati". Il procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, mette i paletti, di sua competenza, all'applicazione della legge sulla "presunzione di innocenza", in difesa del diritto costituzionale dei cittadini a essere informati di fatti di rilevanza pubblica.
Stiamo parlando del decreto legislativo del governo entrato in vigore il 14 dicembre, che vorrebbe pm e giornalisti con il bavaglio in merito a inchieste in corso: con la scusa che ce lo chiede l'Europa, ha concepito comunicati con il contagocce e rare conferenze stampa dei soli procuratori della Repubblica. Il Pg, in una nota del 6 dicembre, inviata a tutte le Procure, ha scritto che "informare l'opinione pubblica non è manifestazione della libertà di espressione del magistrato, ma è un preciso dovere d'ufficio, come più volte affermato anche dalle fonti europee". Ieri, Salvi ha deciso di rendere pubblica la nota, in risposta alla richiesta di lunedì dell'Ordine dei giornalisti che si era appellato proprio al Pg e al Csm perché non calasse "la censura" sulle inchieste, soprattutto su quelle a carico di "personaggi importanti".
Salvi, nel rivolgersi alle Procure, ha spiegato che la nota ha il fine di raccogliere "esperienze e valutazioni, per raggiungere orientamenti condivisi che diano piena attuazione alla presunzione di innocenza e al rispetto delle vittime e dei testimoni".
Secondo il Pg, l'informazione deve essere rispettosa "della dignità della persona e dunque degli imputati, delle vittime, di tutti coloro che prendono parte al processo; deve essere corretta e non basarsi su canali privilegiati tra magistrati e giornalisti". Dal tenore della comunicazione appare chiaro che per Salvi la legge sulla presunzione di innocenza stride con altre norme.
Ci vuole una informazione, scrive, "tempestiva, completa e tale da fornire all'opinione pubblica in maniera aperta e trasparente tutto ciò che è proporzionato alla rilevanza della notizia. Non si può neppure abdicare al dovere di fornire con continuità le informazioni necessarie nelle varie fasi di un procedimento basato sul contraddittorio tra le parti, al fine di evitare - conclude la nota - che questo si trasformi in processo a mezzo stampa o peggio nei salotti televisivi senza che sia possibile una completa conoscenza dei fatti". Cioè comizi-show di indagati-imputati.
Il decreto legislativo, che ha recepito una direttiva europea del 2016, prevede che possano essere solo i procuratori a parlare "con comunicati ufficiali" soltanto quando "la diffusione di informazioni sui procedimenti penali è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre rilevanti ragioni di interesse pubblico" o attraverso conferenze stampa limitate a "casi di particolare rilevanza pubblica". Quanto ai provvedimenti dei magistrati, si legge ancora, "l'autorità giudiziaria" si deve contenere nello scrivere "i riferimenti alla colpevolezza della persona sottoposta alle indagini o dell'imputato alle sole indicazioni necessarie a soddisfare i presupposti, i requisiti e le altre condizioni richieste dalla legge".
Tutto questo comporta che le parti possano contestare la violazione del principio della presunzione di innocenza, con la conseguenza di allungare i tempi del procedimento. Altro che processi più rapidi per rispettare quanto ci chiede l'Europa. Senza contare che, come ha anche ricordato l'Associazione nazionale dei magistrati, la normativa appena entrata in vigore è in contraddizione con il codice di procedura penale che consente la pubblicazione di atti non più coperti da segreto.
C'è poi una circolare del Csm del 2018 che, per rispettare l'articolo 21 della Costituzione, ricorda che il procuratore deve evitare che "possano essere sottratte alla conoscenza dell'opinione pubblica informazioni di interesse (in ragione della qualità dei soggetti coinvolti dalle indagini o della rilevanza dei fatti oggetto di accertamento)". Eppure Enrico Costa, deputato di Azione, ex FI, il propulsore di questa norma, ha attaccato il Pg Salvi, dicendo che con la sua nota si è lanciato in "un dribbling interpretativo".
di Angela Stella
Il Riformista, 22 dicembre 2021
Non passa l'emendamento del deputato di Azione per impegnare l'esecutivo a monitorare comunicati e conferenze stampa delle procure. "Il rispetto della norma non importa quasi a nessuno. Ad una settimana dall'entrata in vigore della nuova norma sulla presunzione di innocenza, facciamo il punto con il responsabile giustizia di Azione, l'onorevole Enrico Costa, che proprio ieri aveva presentato in Aula un ordine del giorno che avrebbe impegnato "il Governo a svolgere, attraverso l'ispettorato generale del Ministero della Giustizia, un monitoraggio costante delle conferenze stampa delle procure della Repubblica e delle forze di polizia e dei comunicati di queste ultime, anche attraverso l'acquisizione degli atti motivati dei procuratori della Repubblica".
Onorevole com'è andata in Aula?
Non è stato approvato: hanno votato a favore Azione, Italia Viva e Fratelli d'Italia. Gli altri contro. Quando si chiede al Ministero della Giustizia di fare un monitoraggio sull'applicazione di una legge, soprattutto in questo caso dove già si registrano delle elusioni della norma, dall'ufficio legislativo di via Arenula dicono "no". Non ha senso. È un modo per proteggere chi viola le regole.
Ma l'articolo 5 della norma prescrive che "alla rilevazione, all'analisi e alla trasmissione alla Commissione europea dei dati di cui all'articolo 11 della direttiva ("ogni tre anni, gli Stati membri trasmettono alla Commissione i dati disponibili relativi al modo in cui sono stati attuati i diritti sanciti dalla presente direttiva", ndr) provvede il Ministero della giustizia"...
C'è una Direzione generale, che si chiama Ispettorato, che deve verificare la regolare applicazione della legge da parte dei magistrati. Abbiamo combattuto in Parlamento per questa norma ma adesso sembra non importare quasi a nessuno se venga rispettata o meno, in primis al Ministero della Giustizia che se ne lava le mani. Comunque nessun problema: se non vogliono fare il loro lavoro, per cui sono pagati e strapagati, mi farò carico io del monitoraggio e invierò tutto quello che raccoglierò all'Ispettorato che dovrà, a quel punto, prendere atto della situazione e fare qualcosa.
Qual è la situazione al momento?
La situazione è variegata. Alcune Procure si sono impegnate in favore del rispetto della norma, altri invece, come qualche polizia giudiziaria, al momento hanno ignorato la norma.
La Ministra Cartabia era a conoscenza di questo suo ordine del giorno?
Sì.
Come legge questo voto contrario del Partito Democratico, Lega, Forza Italia, Movimento Cinque Stelle?
Il punto è che non si vogliono scontentare i Cinque Stelle che soffrono queste battaglie garantiste. Sono ispirati da sempre da principi forcaioli. Io mi meraviglio di chi, come Forza Italia, si proclama garantista e poi agisce in senso contrario. Anche il Governo si appiattisce sulle posizioni dei grillini ed appalta la gestione di questi ordini del giorno all'ufficio legislativo, composto da magistrati; anche per questo porto avanti la mia battaglia sui fuori ruolo.
Il presidente dell'Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli, ha scritto al vicepresidente del Csm e al Procuratore generale della Cassazione "auspicando un loro intervento urgente finalizzato ad evitare il rischio che possa calare il silenzio sulle inchieste, magari proprio quelle a carico di personaggi importanti"...
Supplicare interpretazioni estensive è sbagliato. Le norme sono chiare e non vanno eluse. Deve finire il tempo in cui il Parlamento fa le norme e la giurisprudenza le smentisce. A chi parla di censura ricordo una ricerca dell'Unione Camere Penali su 8000 articoli relativi a procedimenti penali. Risultato: 64% colpevolisti, 3,2% innocentisti, 24% neutri. Nel 60% dei casi fonti Procure o Pg, nel 7% le difese. Il 64% su indagini e arresti. Purtroppo la stampa in tutti questi anni si è interessata solo alla parte delle indagini quando le persone vengono sbattute in prima pagina senza che la difesa abbia toccato palla. Poi si dimenticano di seguire i processi e la fase fondamentale del contraddittorio. Bene, questo deve finire. I media devono imparare a rispettare alcuni principi che in questi anni hanno dimenticato, devono comprendere che i tempi della gogna mediatica sono finiti.
Che ne pensa invece della nota dello stesso Pg di Cassazione inviata a tutte le procure il 6 dicembre e resa nota ieri?
Un dribbling interpretativo. C'è una legge sulla presunzione d'innocenza che stabilisce regole precise. Si richiedono specifiche ragioni di interesse pubblico per fare conferenze stampa. E queste ragioni non coincidono con il dovere di informare, ma è necessario molto di più per rompere il riserbo doveroso. Altrimenti continueranno i processi mediatici, la diffusione di accuse a mezzo stampa, lo sbattere presunti innocenti in prima pagina. Rispettare il diritto dei cittadini ad essere informati non giustifica "passerelle" di Pm e Pg in conferenza stampa, né comunicati a senso unico. I magistrati debbono seguire le norme approvate, non interpretarle creativamente. Il Ministro della Giustizia dovrebbe intervenire. Se non lo farà tempestivamente avallerà reazioni elusive delle norme.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 22 dicembre 2021
L'Anm è in rivolta contro la legge sulla presunzione di innocenza. L'Ordine dei giornalisti la segue a ruota. La Corte di Cassazione frena un po', perché probabilmente è formata, almeno ai suoi vertici, da persone più acculturate, ma nella sostanza segue il fiume vorticoso e impartisce istruzioni che servono comunque ad aggirare la legge.
Il principio sacrosanto della non colpevolezza in assenza di condanna è considerato dal mondo giornalistico-giudiziario una specie di abominio. Perché smantella il principio opposto, quello sul quale ha funzionato la giustizia negli ultimi trent'anni, e cioè l'idea che un fondato sospetto sia sufficiente per procedere contro una persona, punirla attraverso la gogna mediatica, e il carcere, e i sequestri, e la messa in pubblico di tutta la sua vita privata e intima, perché poi, alla fin fine, questo è il solo modo di amministrare la giustizia senza impigliarsi nelle maglie "levantine" delle difese che, di solito, sono complici dei "rei". Nessuna legge avrebbe mai potuto fare così male al potere giornalistico-giudiziario quanto questa legge sulla presunzione di innocenza, imposta dalla Costituzione e voluta dall'Europa, e che ristabilisce alcuni punti fermi dello Stato di diritto.
Per questo il potere giornalistico-giudiziario ha reagito con il gruppo di testa del suo partito (l'Anm) e poi con la manovalanza (l'Ordine dei giornalisti), il quale si è rivolto direttamente al Csm e alla Cassazione chiedendo di intervenire per spezzare le reni a questa legge. La Cassazione ha risposto ieri con un comunicato della procura generale, che certamente riafferma alcuni dei principi della legge, respingendo i toni eversivi dell'Ordine dei giornalisti, riconosce i diritti degli imputati, chiede la fine dei processi mediatici, ma poi stabilisce che ogni procuratore, se vuole, può superare la legge con conferenze stampa e quant'altro, a condizione che ritenga che questo valga a garantire l'interesse generale dell'essere informati. E in questo modo, anche la Procura generale della Cassazione, indica la via per gabbare la legge e lo santo.
Giornalisti che chiedono aiuto alle toghe per poter continuare a violare insieme, in combutta, la Costituzione. Che cosa può essere, se non una proposta di continuare nella complicità del mercato delle notizie e delle intercettazioni, la lettera inviata dall'Ordine dei giornalisti al vertice del Csm e al capo nazionale degli inquirenti? Un "pizzino", lo definirebbe sicuramente Marco Travaglio, se non facesse parte anche lui della combriccola. Sarà mica un caso, se il neo-eletto Presidente dell'Ordine, Carlo Bartoli, ha regalato proprio al suo quotidiano la prima intervista.
Contro la presunzione d'innocenza e a favore delle gogne mediatiche. Era solo l'antipasto, un atto dovuto, quasi a porre rimedio alla tirata d'orecchi che la categoria, sindacato compreso, aveva subìto da parte del Fatto per aver disertato le audizioni alla Commissione giustizia della Camera. Quelle in cui si erano invece esibiti i big delle Procure presenti e passate, tutti allineati con il Travaglio-pensiero. Tutti contro la Costituzione e il suo articolo 27. Tutti contro L'Europa e il suo sistema dei diritti. Tutti contro la ministra Cartabia e la sua legge sulla presunzione d'innocenza.
Dopo l'antipasto-intervista del Presidente alla testata "giusta", un vero autodafé su quell'assenza, ecco il timbro dell'ufficialità con un comunicato dell'Ordine dei giornalisti. Alla faccia della libertà di stampa, si chiede aiuto alla magistratura per poter continuare ancora insieme, stretti stretti, cronisti e pm, a violare le regole, a calpestare la Costituzione. Al Presidente del Csm David Ermini e al Procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, la categoria chiede aiuto perché, in seguito all'applicazione della nuova legge sulla presunzione di innocenza, non "cali il silenzio su inchieste, magari proprio quelle su personaggi importanti". È abbastanza chiaro che cosa preoccupa la Casta dei cronisti giudiziari (da tempo veri grumi di comando nelle redazioni), che insieme a quella dei Pm costituisce un vero "combinato disposto" di complicità nell'uso di gogne mediatiche a fine politico.
Quel che preoccupa è la perdita di potere. Quello conquistato sulla pelle degli unici soggetti deboli, gli indagati, gli arrestati, gli imputati. Gli assolti e i condannati, gli innocenti e i colpevoli. La forza di poter distruggere le reputazioni, spesso le vite, degli odiati "poteri forti". I politici, gli imprenditori, i manager delle grandi aziende. Da Craxi a Berlusconi e Renzi, fino a Descalzi e Scaroni.
Della storia dei rapporti tra pubblici ministeri e cronisti giudiziari ha di recente fatto una sintesi molto veritiera Carlo Nordio, un magistrato che ha tra l'altro il merito di aver sempre rifiutato candidature al Parlamento e che ha svolto l'intera carriera, fino al vertice, come pubblico ministero a Venezia. Ha raccontato come fino al 1992 esistesse "Un rigorismo formale mitigato dalla convenienza pragmatica". Era proprio così, lo potrebbe confermare chiunque abbia frequentato i Palazzi di giustizia in quegli anni.
Il pm raccontava il succo dell'inchiesta ai cronisti giudiziari, in regime di par condicio di ogni testata, i giornalisti facevano domande, il magistrato rispondeva quel che poteva, nel rispetto del segreto istruttorio. Tutto è cambiato con Tangentopoli e con Mani Pulite. Lo sappiamo bene, ma è importante che ce lo dica un ex Procuratore. Uno che c'era, che aveva sempre rispettato il gentlemen's agreement. Ma poi alcuni pm hanno cominciato a scegliersi i cronisti, "quelli più disponibili, più utili, più acquiescenti".
In cambio "il patto scellerato prevedeva che la figura di queste toghe venisse esaltata e beatificata...magari aprendo la strada a una buona candidatura politica". Così è andata. Ma la degenerazione più grave ha riguardato "la selezione delle notizie". "Perché le redazioni ricevevano quel tanto che il sapiente divulgatore voleva che ricevessero, pilotando così il lettore verso un'interpretazione ingannevole". C'è bisogno di fare esempi? Li conosciamo uno per uno. È dunque questo Sistema, quello che l'Ordine dei giornalisti (che dovrebbe rappresentare anche noi) vuole mantenere, con la garanzia dei vertici della magistratura?
di Anna Maria Greco
Il Giornale, 22 dicembre 2021
Intervista a Ilaria Perinu, pm a Milano, eletta nel Direttivo dell'Associazione nazionale magistrati, la seconda più votata per Magistratura indipendente.
All'Anm vince la linea di Area, Unicost e A&I, "fermamente contraria" alla riforma elettorale del Csm proposta dalla Cartabia, ma per Mi questo "secco no" è un errore. Perché?
"Perché appare come un no al cambiamento, la volontà di mantenere lo status quo o per dirla come Tommasi di Lampedusa cambiare tutto per non cambiare niente. Il sistema proporzionale difeso da Area, Unicost e A&I, consente di mantenere una ripartizione dei seggi nel Csm corrispondenti alla forza delle singole correnti. Il maggioritario a turno unico, con più collegi binominali e nel rispetto della parità di genere, favorirebbe le candidature, anche indipendenti, di magistrati di elevata professionalità e qualità apprezzati nei loro distretti".
La sua collega Nicotra sulla mailing list dell'Anm ricorda che a luglio 2020 le correnti di sinistra descrivevano all'allora ministro Bonafede i vantaggi del sistema maggioritario, mentre ora lo bocciano. Come lo spiega?
"Credo che i recenti risultati elettorali, in cui Mi è diventata il gruppo di maggioranza relativa, abbiano indotto Area a contraddirsi. Evidentemente non si aspettavano il messaggio delle urne: fiducia e sostegno al gruppo che porta avanti proposte chiare, a tutela delle condizioni di lavoro dei magistrati, affrontando le responsabilità collettive derivanti dalla degenerazione correntizia senza ipocrisie".
Sembra però che malgrado gli scandali, Palamara in testa, non si voglia cambiare il sistema.
"C'è il rischio che passi questo messaggio, ecco perché Mi è a favore del cambiamento del sistema elettorale in senso maggioritario binominale con i correttivi (parità di genere e sorteggio per aumentare i candidati) ipotizzati nella riforma Cartabia. Ma il cambiamento dipenderà da meccanismi che incidano su possibili collateralismi con la politica, per questo vedo con favore l'introduzione, nel rispetto delle norme costituzionali, di ulteriori limiti al rientro in ruolo di magistrati che abbiano scelto di svolgere funzioni politiche".
L'Anm però si oppone alla chiusura delle porte girevoli tra magistratura e politica e anche alle nuove valutazioni professionali. Come la pensa?
"Il sistema di valutazioni professionali in discussione ricorda le pagelle scolastiche ed appare semplicistico se si considera che ogni 4 anni la professionalità del magistrato viene valutata su numerosi parametri poco inclini ad essere riassunti in formule di stile. Il passaggio più delicato però, riguarda il ruolo dell'avvocatura. Oggi gli avvocati partecipano ai Consigli giudiziari ma non vi sono meccanismi di incompatibilità rispetto allo svolgimento dell'attività professionale in quel distretto. Per questo non possono avere un diritto di voto sulle valutazioni del magistrato dinanzi al quale poi andranno in udienza".
La fiducia nella magistratura è ai minimi storici eppure l'Anm non teme di apparire troppo corporativa.
"Come ha più volte affermato il presidente Mattarella, la maggioranza dei magistrati è estranea alla modestia etica emersa dallo scandalo Palamara. Occorre restituire all'opinione pubblica l'immagine di questa magistratura, laboriosa ed efficiente come emerge dal Rapporto Cepej (che compara i dati degli Stati del Consiglio d'Europa), con iniziative come quelle dell'Anm a tutela della legalità nei singoli tribunali. Però, di fronte a singole responsabilità accertate, bisogna intervenire con severità verso coloro che sbagliano, senza ipocrisia e con trasparenza".
consiglio.regione.lazio.it, 22 dicembre 2021
Presentata anche la relazione annuale, per gli anni 2019 e 2020, così come prevede la legge istitutiva del Garante dei detenuti della Regione Lazio. Il Garante dei detenuti, Anastasìa, e l'assessora Corrado, durante la presentazione alla stampa dei dati 2021 sui luoghi di privazione della libertà nel Lazio.
Il Garante delle persone private della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, ha presentato i dati 2021 relativi alla popolazione ristretta negli istituti penitenziari del Lazio, nelle Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Ponte Galeria, e ha fatto il punto sulla diffusione del Coronavirus e sulla campagna vaccinale anti Covid-19 nelle carceri.
Nell'occasione, Anastasìa ha presentato anche la relazione annuale sull'attività svolta negli anni 2019 e 2020, così come previsto dall'articolo 7 della legge regionale n. 31/2003, istitutiva del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. "Un lavoro prezioso quello del Garante dei detenuti, Stefano Anastasìa, che con il suo impegno coglie ormai da anni lo spirito profondo della legge regionale 31/2003, istitutiva della figura", aveva dichiarato alla vigilia il presidente del Consiglio regionale del Lazio, Marco Vincenzi. Alla conferenza stampa è intervenuta anche l'assessora agli Enti locali e alla sicurezza urbana, Valentina Corrado, la quale ha parlato degli stanziamenti della legge regionale 7/2007, "Interventi a sostegno dei diritti della popolazione detenuta della Regione Lazio".
I numeri e il sovraffollamento - Anastasìa ha spiegato che la popolazione detenuta nel Lazio è di 5.569 persone (al 30 novembre 2021), con una percentuale di condannati definitivi in carcere del 68,7 per cento, leggermente inferiore a quella nazionale che si attesta al 69,1 per cento, e una percentuale di detenuti in attesa di giudizio del 14,9 per cento, inferiore a quella nazionale del 16,2 per cento. La presenza di stranieri è del 37,7 per cento, superiore alla media nazionale del 31,7 per cento, e una presenza di donne pari al 7 per cento. "Quest'ultimo dato - ha spiegato Anastasia - è superiore alla media nazionale del 3,8 per cento, perché nel Lazio abbiamo il più grande istituito penitenziario femminile di Italia e Europa, Rebibbia femminile, quindi una parte consistente delle donne detenute in Italia è a Roma e questo spiega il dato".
"Sull'andamento delle presenze nelle carceri Lazio - ha detto Anastasìa - la situazione in termini generali sembra migliore di quella nazionale, perché non è in corso un incremento. C'è una presenza di 5.569 detenuti, superiore alla capienza regolamentare di 5.158 posti e quindi si tratta una situazione che sembra meno preoccupante di quella nazionale. Da luglio a oggi la popolazione detenuta è in costante crescita e questo ci preoccupa rispetto al futuro, perché il rischio di diffusione del Covid-19 in carcere è molto rilevante - ha aggiunto Anastasìa - È un sistema costantemente sovraffollato, con una capienza regolamentare di 50.809 posti e al 30 novembre il dato delle presenze era di 54.593".
Il sovraffollamento è al 118 per cento, a fronte del dato nazionale del 107 per cento. La situazione più preoccupante è da tempo quella di Latina, dove il tasso di affollamento è al 173 per cento. Anastasìa ha spiegato che nel carcere pontino, costituito per metà dalla sezione maschile e per metà dalla sezione femminile, il sovraffollamento è tutto concentrato nella sezione maschile. Latina è stata recentemente teatro di una protesta di detenuti che ha comportato l'intervento delle forze dell'ordine. Inoltre, "in una condizione di sovraffollamento superiore alla media regionale e nazionale ci sono anche Civitavecchia, 152 per cento, Roma Regina Coeli, 144 per cento, e Rebibbia femminile, al 134 per cento - ha continuato a tale proposito Anastasìa - Questo ci dice quanto sia difficile la situazione in questi istituti. In particolare, pesa sulla necessità di molti detenuti di potersi avvicinare ai propri luoghi di vita e ai familiari. Infatti, gli istituti penitenziari sono congelati dall'effetto Covid-19, perché in tanti istituti della nostra regione e non solo ci sono stati molti trasferimenti di diverse decine di detenuti da un luogo a un altro, spesso in altre regioni, e non riescono a tornare nella loro sede originaria. Perché ogni trasferimento va centellinato in quanto va garantita la quarantena all'ingresso in istituto e quant'altro: questo sta rendendo molto complicata la gestione della vita in carcere".
Coronavirus e campagna vaccinale - I casi di positività nelle carceri del Lazio sono molto contenuti e prossimi allo zero. "Dopo avere avuto situazioni di grande difficoltà a gennaio e aprile 2021, ora la situazione è relativamente sotto controllo - ha spiegato Anastasìa - All'ultima rilevazione di ieri risultavano quattro positivi nelle carceri del Lazio e tutti senza condizioni cliniche preoccupanti". Viceversa, in Italia "in queste settimane c'è un dato preoccupante di crescita di casi di positività al Covid-19 dentro gli istituti penitenziari. Al 13 dicembre erano 239, con pochi casi di ricovero: la curva ci parla di una ripresa della diffusione del virus, che si riproduce in carcere come nella società".
"Nel corso dell'anno hanno ricevuto le due dosi, in primavera e poi successivamente, 6.014 detenuti nel Lazio. Quindi, quelli che c'erano e quelli che sono entrati nel frattempo". Così Anastasìa in merito alla campagna vaccinale. "Al 16 dicembre - ha proseguito il Garante - possiamo dire che 2.483 detenuti, la metà di quelli presenti nel Lazio, hanno ricevuto la dose booster. Entro metà gennaio è prevedibile che tutti i detenuti che hanno acconsentito a vaccinarsi potranno avere la terza dose - ha concluso Anastasia - Questa condizione delle vaccinazioni ha consentito la riapertura dei colloqui con i familiari in presenza in condizione di maggiore umanità, quindi senza le pareti divisorie in plexiglass".
Le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza - "Il totale della capienza nelle Rems nel Lazio è di 106 posti: in questo anno è stata aperta una nuova struttura a Rieti, programmata per 15 posti. Ad oggi possiamo dire che in lista di attesa ci sono 34 persone, di cui sette donne. Lo scorso anno in lista attesa nel Lazio c'erano 73 persone di cui 10 donne. Quindi, nel 2021 la lista d'attesa è stata più che dimezzata". Lo ha detto Anastasìa, il quale, in merito alla Rems, ha aggiunto:
"Tema particolarmente spinoso è il trattenimento in carcere di alcune persone in attesa di ricovero in Rems che, in assenza di altro titolo di detenzione, si presenta come illegittimo e su cui sono pendenti ricorsi alla Corte europea dei diritti umani. Al momento nelle carceri del Lazio ci sono sei dei 34 pazienti in attesa di Rems, tra cui una donna. Poi ci sono in carcere 11 persone seminferme di mente. Inoltre, tre persone in attesa di Rems sono ospiti dei servizi psichiatrici. È una situazione abbastanza complicata ma in via di progressivo miglioramento".
"Il problema delle Rems non è di capienza: la Regione aveva 91 posti, ora ne ha 106, un dato superiore alla media nazionale - ha concluso Anastasia - C'è un eccesso di provvedimenti di misure di sicurezza residenziale protetta e poi c'è una difficoltà a rimettere sul territorio le persone che entrano nelle Rems: il risultato è che il sistema si ingessa".
Gli stanziamenti della legge 7 del 2007 - "Abbiamo stanziato 550 mila euro per migliorare, attraverso interventi strutturali, le condizioni carcerarie dei detenuti con interventi di sostegno alla genitorialità, alcuni che riqualificheranno gli spazi destinati ad aree verdi, ludoteche, spazi per accoglienza dei famigliari, altri sulle palestre sportive e risorse per il sostegno al benessere psicofisico. Inoltre, abbiamo stanziato 170 mila euro per la digitalizzazione e 180 alle università per favorire e ampliare l'offerta didattica". Così l'assessora regionale alla Sicurezza urbana, Valentina Corrado. "C'è un impegno e volontà di fare di più - ha proseguito Corrado -, perché il carcere non è altro rispetto alla società ma è parte integrante. Anche sul bilancio previsionale che ci accingiamo ad approvare in Aula, tra interventi finalizzati alla rieducazione e reinserimento sociale e interventi strutturali la legge 7 del 2007 è coperta con circa un milione di euro. Queste risorse ci consentiranno di aumentare gli interventi già previsti. L'obiettivo è fare sentire la presenza delle istituzioni alla popolazione detenuta nelle carceri e avvieremo un lavoro congiunto per premiare l'impegno di quei detenuti che dimostrano concretamente quella voglia di riscatto e rinascita anche attraverso lo studio per farsi trovare pronti al loro reinserimento".
Nel corso della conferenza stampa sui dati 2021 sui luoghi di privazione della libertà nel Lazio, Anastasìa ha risposto anche alle domande sul caso di Sharaf Hassan, giovane egiziano deceduto nel 2018 a seguito di un tentativo di suicidio nella sua cella nel carcere di Viterbo, e di Abdel Latif, 26 enne tunisino trattenuto nel Cpr di Ponte Galeria prima di essere trasferito all'ospedale Grassi di Ostia e poi al San Camillo dove è deceduto il 28 novembre scorso. Anastasìa ha infine illustrato le nuove funzionalità del sito www.garantedetenutilazio.it recentemente rinnovato con la pubblicazione delle schede relative all'attività di monitoraggio svolta dalla Struttura di supporto al Garante del Consiglio regionale del Lazio.
- Graziano Mesina: fine pena forse
- La perversa letteratura processuale nelle motivazioni della condanna di Mimmo Lucano
- Trento. Carcere di Spini, allarme suicidi. La direttrice: lavoriamo per un carcere più umano
- Liguria. Garante diritti dei detenuti, Pastorino: "Da maggio 2020 non si è mosso nulla"
- Belluno. Il lavoro riabilita. A Baldenich quasi tutti i detenuti hanno un contratto









