di Shady Hamadi*
Il Fatto Quotidiano, 30 luglio 2021
Squillò il mio telefono la sera del 29 luglio di otto anni fa. "Padre Paolo Dall'Oglio è scomparso" annunciò concitata la voce dall'altro capo della cornetta. Era rientrato in Siria pochi giorni prima, dopo esservi stato espulso dal regime di Bashar al Assad per aver scritto degli articoli nei quali chiedeva l'apertura democratica del paese. Aveva passato i 30 anni prima a lavorare per il dialogo islamo-cristiano. Una opera cominciata con la scoperta, negli anni Ottanta, dei ruderi del monastero di Mar Musa su una montagna nel deserto del Nabek. Da solo, quel giovane gesuita italiano si era messo a ricostruire quel luogo attorno al quale si ricostituì una comunità monastica dedita alla convivialità. Conoscere la storia di Dall'Oglio significa conoscere quella di un paese, la Siria, al quale questa figura è legata indissolubilmente. Non conoscerlo, ignorarlo come sta avvenendo, significa invece dimenticarsi anche di un intero paese.
Ormai dodici anni fa, percorsi quelle scalinate in pietra che si arrampicano su per quella montagna priva di vegetazione nel deserto del Nabek. Vidi questo uomo di cui avevo sentito tanto parlare a Damasco. Il giorno dopo, invitò la mia comitiva alla messa del mattino per una preghiera in comune. "Reciteremo il Padre Nostro" disse. "Padre, ma io sono musulmano, non posso" replicai. Con un gran sorriso e parole indimenticabili, Dall'Oglio spiegò che quella preghiera, tanto cara a Gesù, è una invocazione neutra in cui si ringrazia 'il padre' e nella quale non è dichiarata nessuna delle tre rispettive verità dei monoteismi. È una preghiera abramitica, cioè che segue il percorso verso la casa di Abramo, padre delle fede, alla ricerca di quell'unicità che è rappresentata dal padre di tutti i credenti.
Su Dall'Oglio si è detto e scritto di tutto. Osteggiato dal regime siriano, e da quella chiesa collusa con il governo di Damasco, è stato descritto come sostenitore dei fondamentalisti nonostante da questi si sia recato per chiedere la liberazione di alcuni ostaggi nella città di Raqqa. "Chiedo che sosteniate i giovani democratici siriani" aveva gridato in tutte le sedi nei due anni precedenti alla sua scomparsa. Era un "esilio amaro" diceva, perché lontano da quella Siria amata di cui conosceva lingua e popolo. Ad essa, alla Siria e ai siriani, guardava con sguardo risoluto e disperato.
Nonostante tutto gli fosse contro, avanzava, Dall'Oglio, nella sua battaglia in solitaria. Lui è 'abuna', nostro padre, lo chiamavano in arabo musulmani e cristiani. Abuna Paolo, che verso il deserto camminava e in una città nel deserto è scomparso: alla ricerca del Signore e della giustizia per un popolo abbandonato. "Solo nel vuoto del deserto, nell'assenza di ogni forma animale e vegetale, lo spirito si può innalzare ed entrare in comunione con il creato". Nel pieno della luce, Paolo.
*Scrittore
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 30 luglio 2021
La foto che ho scelto ritrae Seid Visin, giovane talento del calcio che si è tolto la vita. Il ragazzo che vedete è sorridente e bellissimo, sembra un attore - tra i tanti talenti che aveva, Seid dicono fosse anche bravo a recitare - o un ragazzo degli Anni 60 e 70, un attivista dall'aria sfrontata, un trascinatore che lotta per i diritti dei neri. Seid Visin, nato in Etiopia, adottato da una famiglia italiana da molto piccolo, giovane promessa del calcio e attore dilettante, si è tolto la vita a 20 anni. Aveva scritto tempo prima una lettera molto forte e precisa sul razzismo sempre più diffuso in Italia.
È sempre "colpa" degli anarchici. Ogni bomba, ogni scritto sovversivo, ogni tentativo di rovesciare lo status quo. È sempre stato così, sin dai tempi di Errico Malatesta, anarchico italiano nato a Santa Maria Capua Vetere, cittadina assurta agli onori della cronaca per il trattamento inumano riservato ai detenuti del suo carcere. Siccome la "colpa" è sempre degli anarchici, leggere scritti anarchici, lettere di anarchici, articoli di anarchici è da sempre considerato un atto sovversivo. Ritrovo nella mia biblioteca un piccolo volume ricevuto in regalo ormai quasi venti anni fa, lo avevo già letto, ma lo riapro e lo scorro per ritrovare oggi quel senso di partecipazione ai destini degli ultimi del secolo scorso e di chi ha provato ad alleviare le loro sofferenze.
C'è una voce nella mia testa che mi dice: Roberto, sei un borghese, lascia stare. Non ci provare proprio a immergerti in questo mare. Ormai non hai più l'età e hai paura. Paura che ti si dica che non hai patenti per parlare anche di questo. Ma credo che non ci si debba far paralizzare dalla paura; al massimo arriverà chi potrà dirmi: non sei mai stato un anarchico, quindi taci. Poco male. O chi mi dirà: tu non hai vissuto come Malatesta, quindi taci. Vero, non sono mai stato anarchico e non ho mai vissuto le grandi privazioni di Malatesta, che rinunciò ai suoi beni per poter essere esattamente come la classe operaia ai cui destini si interessava. Però questa volta non mi farò spaventare e vi dirò ciò che voglio dirvi.
"Ai tempi di Crispi, quando i "patrioti" d'Italia e di Francia facevano a gara nel soffiar l'odio tra i due paesi, una notte passando sul ponte di S. Michele a Parigi fui affrontato in atto minaccioso da un uomo alquanto avvinazzato, il quale, avendo riconosciuto in me un italiano, mi gridò sul muso: "Viva la Francia!". "Sì, amico mio - rispose Malatesta -, viva la Francia, ma viva anche l'Italia e vivano tutte le nazioni del mondo, o piuttosto gli uomini giusti e buoni di tutti i paesi". Malatesta iniziò a discutere con il nazionalista francese, gli chiese se fosse soddisfatto della vita che faceva, e scoprì che l'uomo era un povero operaio che beveva per dimenticare la sua misera condizione. Ammise che quando diceva "Viva la Francia!" lo faceva perché imbeccato dalla propaganda, ma che nemmeno lui era contento di come andavano le cose. Lui e Malatesta convennero che, molto probabilmente, "la Francia degna di essere amata era quella dei lavoratori, dei pensatori, degli artisti, a differenza di quella dei politicanti e degli sfruttatori la quale meritava di essere combattuta e abbattuta, e che il miglior modo di amare i francesi era quello di volerli non nemici ma fratelli dei lavoratori di tutto il resto del mondo".
Cosa c'entra tutto questo con la foto che ho scelto questa settimana? Per me c'entra. La foto che ho scelto ritrae Seid Visin, giovane talento del calcio che si è tolto la vita. Il ragazzo che vedete è sorridente e bellissimo, pare un attore - tra i suoi tanti talenti dicono fosse bravo a recitare - o un ragazzo degli Anni 60 e 70, un attivista dall'aria sfrontata, un trascinatore che lotta per i diritti dei neri. Sto fantasticando... Seid è stato schiacciato da un cambiamento di rotta ingiustificato, un cambiamento ignorante e violento, violento nelle parole e nei gesti: schiacciato da una violenza senza scopo. Dopo la sua morte è stata diffusa una sua lettera di qualche anno prima in cui Seid raccontava di come l'Italia fosse cambiata negli ultimi tempi, della pressione che sentiva addosso per avere la pelle nera.
Senza girarci troppo attorno, sappiamo bene quali forze politiche siano direttamente responsabili di questo clima fetido, e quali i complici, anche se nascondono la testa sotto la sabbia. E ora immagino vogliate sapere cosa c'entra Malatesta. C'entra perché Malatesta, con ogni suo scritto, dimostra la potenza dirompente della parola, una parola che porta pace, che placa gli animi, che li dispone all'amicizia e li allontana dal prendere le armi, dall'usare violenza. Ma come - qualcuno dirà - davvero è esistito un anarchico di questa pasta? No, rispondo io, ne sono esistiti e ne esistono a centinaia. Leggete Malatesta, studiate la sua vita, vi sarà di grande aiuto. Il testo citato è del 1921, è intitolato L'amor di patria, pubblicato su Umanità Nova. Io l'ho letto in Errico Malatesta. Autobiografia mai scritta, Edizioni Spartaco (editore di Santa Maria Capua Vetere).
di Mario Giro
Il Domani, 30 luglio 2021
Se guardiamo al fenomeno della disuguaglianza in una prospettiva storica, notiamo che a partire dagli anni Ottanta quella tra paesi decresce mentre quella in seno ai paesi aumenta, dopo essere stata a lungo stazionaria. La globalizzazione ha rimescolato le carte: non guarda alle nazioni ma agli individui. La redistribuzione della ricchezza di questi vent'anni ha favorito l'emergere di nuove classi ricche o medie in ogni paese. Così ha ridotto lo scarto tra nazioni ma ha aumentato le distanze all'interno, anche dei paesi sviluppati, provocando le reazioni che conosciamo.
La grande contraddizione - All'interno degli Stati Uniti, ad esempio, dopo circa 40 anni di relativa stabilità, la società americana sembra aver cancellato i progressi di uguaglianza iniziati all'indomani della crisi del 1929 e dopo la Seconda guerra mondiale. È proprio alla classe lavoratrice "bianca", declassata e impoverita, che si rivolge ora la propaganda populista e trumpiana. Con il "grande raddoppio" della forza lavoro (l'entrata nel mercato del lavoro dell'ex mondo del socialismo reale che ha raddoppiato la manodopera disponibile) si prevedeva un abbassamento dei salari per i meno qualificati nei paesi ricchi ma non che ciò si sarebbe rapidamente allargato anche alle posizioni mediane e ai quadri. Così il lavoro nella manifattura, cioè la vera economia reale, si è dimezzato negli Usa, più che dimezzato in Gran Bretagna e quasi dimezzato negli altri paesi europei. Nel contempo i salari del top management globale schizzavano verso l'altro, favoriti dai nuovi guadagni realizzati e causando molti malumori nella popolazione. Secondo i dati del Fondo monetario internazionale lo scenario è contraddittorio: la disuguaglianza è cresciuta in tutti i paesi occidentali ma anche in Cina e India, mentre (almeno fino a prima della pandemia) è diminuita in Brasile, Turchia, Iran, molti paesi africani, Cile, Perù, Tailandia e così via.
La paura dei ceti medi - In tale incertezza globale nasce la già citata "paura del declassamento" dei ceti medi occidentali, mentre in parallelo si forma - e diviene influente - l'opinione insoddisfatta delle nuove classi medie dei paesi emergenti, che chiedono di più. In Europa le ansie della classe lavoratrice e dei ceti medi si sono tramutate in vere sorprese elettorali. Colpiti dalla crisi costoro temono di essere lasciati indietro e si domandano se i propri figli potranno mantenere il medesimo tenore di vita. Dal canto loro i nuovi ceti emergenti (quella che in Brasile viene chiamata la classe C, su una scala A - D), si sentono ancora troppo deboli e pretendono rassicurazioni sul poter rimanere al livello appena acquisito e magari migliorarlo.
La novità è che la diseguaglianza oramai si vede a occhio nudo e innesca reazioni. E' in corso un cortocircuito globale su due fronti: sul fronte sud l'improvviso arricchimento in una popolazione abituata all'eguaglianza della penuria, man mano che aumenta produce risentimento sociale. Le classi diseredate vedono la ricchezza avvicinarsi, favorire un élite nazionale ma senza che la maggioranza ne possa ancora godere appieno. In assenza di welfare, corruzione, favoritismi, burocrazia: tutto diviene intollerabile. È il caso della Cina e dell'India, ma anche del Brasile appena è rallentata l'economia l'anno scorso. Sul fronte nord il rancore si diffonde con il taglio del welfare, il propagarsi di mini-jobs non garantiti come in Germania o la gig economy dei delivery ad esempio, il precariato e lo sviluppo della classe dei "working poors", coloro che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese e devono fare più lavori. È la "frattura sociale" che aveva intravisto Jacques Chirac nella sua campagna presidenziale del 1995.
Democrature - Vecchi e nuovi ceti medi provocano la crisi su entrambi i fronti con conseguenze politiche: per questo è a tali ceti che deve guardare chi governa, sia a nord sia a sud del mondo. Vanno rimarcati due aspetti preoccupanti: specialmente in Occidente le classi medie sono anche coloro che pagano le tasse e formano la colonna vertebrale delle democrazie. Se tale equilibrio va in pezzi, il danno è colossale. Nel contempo si sta costituendo una sorta di "non-classe": quella degli inoccupati. Si tratta di coloro che perdono il lavoro dopo i 50 anni senza più speranza di ritrovarne, dei giovani inattivi (Neet), di molte donne. Si tratta di "esclusi non rappresentabili", secondo l'analisi di Pierre Rosanvallon.
Pur non raffigurando un'assoluta novità nella storia, la diseguaglianza è divenuta una questione cruciale. Per tali ragioni Francis Fukuyama ha parlato di "nuova lotta di classe", che concerne questa volta il ceto medio globale. Quest'ultimo complessivamente ammonta a circa tre miliardi di persone: è circa il 40 per cento che detiene il 14 per cento delle risorse disponibili. Non si tratta tuttavia di una classe omogenea: gli esperti la calcolano in base ad un reddito per persona che varia tra i 10 e i 100 dollari al giorno disponibili. Come si vede, una forchetta assai larga, pensata per mettere assieme la classe media occidentale e quella emergente del sud.
Secondo il Fondo monetario internazionale di questi tre miliardi circa la metà sono asiatici, il 25 per cento europei, il 10 per cento nordamericani, l'8 per cento sudamericani, il resto africani e mediorientali (per l'Africa nera si usa un'altra forchetta: tra i 2 e i 20 dollari al giorno). Si tratta di quella porzione di popolazione mondiale in bilico tra ribellione e adesione all'autoritarismo delle "democrature". In entrambi i casi l'obiettivo è sempre lo stesso: difendere il proprio fragile status. Il sentimento prevalente in seno a tale universo, sia nei paesi ricchi che in quelli emergenti o poveri, è una sensazione di "precarietà".
L'economista francese Thomas Piketty ha fatto fortuna con un libro - Il capitale nel XXI secolo - nel quale mette l'accento sulle politiche necessarie a diminuire la disuguaglianza. "Le classi medie - scrive - hanno l'impressione che i più privilegiati pagano meno di loro (in tasse, tariffe ecc.). Tali disuguaglianze alimentano i populismi di destra e di sinistra come anche il declino nell'autorappresentazione sovranista". La sua conclusione è semplice: "si avverte sempre di più la necessità di una regolamentazione del capitalismo. Abbiamo bisogno di istituzioni democratiche forti che possano limitare la crescita delle disuguaglianze e rovesciare il rapporto di forza. È sbagliato pensare che tutto si risolve in modo naturale. Lo abbiamo visto in passato: nel primo ciclo di globalizzazione, tra Ottocento e 1914, quando la fede cieca nell'autoregolazione dei mercati ha provocato disuguaglianze, tensioni sociali, crescita dei nazionalismi, fino alla guerra mondiale".
Tuttavia numerosi suoi colleghi non credono che ciò sia possibile: la degradazione dei rapporti sociali sarebbe ormai troppo avanzata per essere corretta. Solo la pandemia ha dato un colpo di freno a tale divaricazione. Per alcuni esperti l'unico esito sarà la reazione violenta o rivoluzionaria oppure un'involuzione autoritaria altrettanto violenta, dal momento che regimi dispotici hanno capito come partecipare alla globalizzazione senza pagare il prezzo della democrazia. Com'è noto la conseguenza finale di tale processo sarebbe la crisi del sistema liberal-democratico.
Tra le due posizioni vi sono quelle più moderate e ottimistiche che si rifanno alla vecchia teoria ma ancora vitale del "flat world", il mondo divenuto piatto di Thomas Friedman: la globalizzazione e le nuove tecnologie avranno comunque un effetto livellante per tutti. L'innovazione sociale e tecnologica possiede una forza ugualitaria che alla fine prevarrà. Il dibattito è aperto. Dopo decenni di sganciamento tra economia liberista e le esigenze della società, ci si chiede come possa quest'ultima mantenere un atteggiamento razionale e solidaristico, quando il grado di incertezza e insicurezza è aumentato a livelli intollerabili. Sapranno le società resistere alle tentazioni dettate dalla disperazione e dal malcontento, mentre il sistema prova a correggersi? C'è ancora tempo? Quale spazio negoziale esiste tra le regole del mercato globale e l'aspirazione delle persone al benessere e alla giustizia? In una società globale dove tutto si scambia, si monetizza, si banalizza, la difesa della democrazia non può che iniziare da tali domande.
Afghanistan. Il grido degli interpreti degli italiani: "I talebani arrivano a Herat, portateci in sa
di Francesco Semprini
La Stampa, 30 luglio 2021
Colpi vicino alla base lasciata dai nostri soldati. I collaboratori: se ci prendono ci massacrano. "Ciao, sono Sakhi, ad oggi 29 luglio i taleban controllano diversi distretti attorno alla città di Herat, sono 17 ore di seguito che combattono contro le forze di sicurezza governative proseguendo un assedio che dura da giorni. Io sto lavorando in una fabbrica, non so se riuscirò a tornare a casa, forse sarò costretto a scappare". Sakhi è un interprete afghano che ha lavorato con i militari italiani per anni, la sua testimonianza è contenuta in un audio inviato a "La Stampa" dove in sottofondo si sentono ripetuti colpi di fucile.
La vita di Sakhi e della sua famiglia è a rischio, se i taleban prendessero il controllo dell'aeroporto di Herat prima della sua evacuazione, promessa dal governo italiano, lo attenderà il feroce giudizio della sharia in quanto "infedele e collaborazionista". Destino che tocca altri cittadini afghani che hanno lavorato a vario titolo con le Forze armate italiane mettendo a rischio la propria vita. In virtù di questo il governo di Roma si è impegnato a dare loro ospitalità una volta terminata la missione al fine di metterli al riparo da vendette sanguinarie. Ad oggi ne sono stati portati in salvo 228 (tra interpreti e famiglie), altre 397 persone (interpreti, collaboratori a vario titolo e familiari) saranno evacuati tra agosto e settembre.
Il punto è che l'avanzata dei taleban è assai veloce: ad oggi i fondamentalisti si trovano a 3 km dall'aeroporto di Herat e all'adiacente Camp Arena che è stata per due decenni la base del contingente italiano. Se lo scalo dovesse essere conquistato gli interpreti rimarrebbero bloccati visto che non sarebbe per loro possibile raggiungere Kabul da dove partono i voli per l'Italia. È quindi subentrata una necessità di urgenza che richiede risposte immediata. Ancor di più perché nei mesi scorsi si sono aggiunte altre 300 domande di protezione recapitate all'Ambasciata italiana a Kabul che portano le richieste complessive ben oltre le 600 persone che si era previsto di ospitare. Le stime attuali per eccesso fissano a un massimo di 1.500 gli asili a cui dare via libera, ma si tratta di numeri che il Paese in altri contesti ha dimostrato di saper gestire. E comunque un rivolo rispetto all'emorragia di afghani che hanno lavorato con le truppe Nato in 20 anni di missione nel Paese asiatico.
Solo gli Stati Uniti, ad esempio, hanno ricevuto 18 mila domande ma l'evacuazione tra nuove richieste e familiari potrebbe arrivare alle 70 mila unità. E per velocizzare la pratica dinanzi all'avanzata dei fondamentalisti, gli americani stanno preparando il trasferimento di 35 mila tra collaboratori e familiari verso due basi in Kuwait e Qatar per controllarli e poi portarli negli Usa. Il presidente Joe Biden ha inoltre annunciato lo stanziamento di 100 milioni di dollari per l'ondata di profughi e rifugiati dall'Afghanistan. Mohammad Ali Safdari, portavoce di un gruppo di interpreti della provincia occidentale che ha manifestato davanti Camp Arena (oggi occupato dall'Esercito afghano), ci spiega di aver espletato tutte le procedure da tempo senza ricevere risposta. "I taleban sono arrivati a Pole Malan e si sono asserragliati nelle case dei civili", racconta l'interprete ferito due volte nei sette anni in cui ha lavorato con gli italiani.
Fonti della Difesa, che lavora sul dossier con Esteri e Interni spiegano che "ci sono dei tempi tecnici richiesti tra controlli preventivi ed emissione dei visti". Non è escluso tuttavia che ci potrebbe essere un'accelerazione dinanzi al veloce deterioramento della situazione sul terreno. Ne è convinto Hamid, interprete di Farah: "Questo angolo di Afghanistan parla italiano".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 30 luglio 2021
Dal carcere un nuovo messaggio dello studente dell'Università di Bologna: "Combatterò finché non tornerò a studiare". La protesta, rara, di 2mila lavoratori: chiedono un salario migliore e contratti a lungo termine. Una nuova lettera dal carcere racconta la sofferenza e la resistenza di Patrick Zaki: "La mia indagine è ripresa - scrive alla fidanzata - il che potrebbe significare che un giorno andrò in tribunale e avrò un processo, è molto peggio di quanto mi aspettassi. Dopo un anno e mezzo, non potevo fare a meno di pensare che avrò presto la mia libertà, ma ora è chiaro che non accadrà presto".
"Combatterò finché non tornerò a studiare a Bologna", dice Patrick, con un costante riferimento agli studi interrotti da una detenzione preventiva senza fine apparente nel peggior carcere egiziano e da accuse senza prove. E mentre tutto tace sul fronte italiano dopo la doppia mozione parlamentare che chiede al governo di riconoscere la cittadinanza al giovane egiziano (prima il voto favorevole del Senato, poi quello della Camera poche settimane fa), ieri è stato l'europarlamentare del Pd Majorino a ricordare lo stallo: "Il governo italiano deve farsi una domanda semplice: sta davvero facendo tutto il necessario per ottenere la sua liberazione?
A me non pare". Né sul fronte della cittadinanza, né tanto meno su quello del business militare (e non solo) con Il Cairo, mai interrotto. Intanto in Egitto si fanno strada, nel muro della repressione di Stato, proteste sporadiche ma significative: i 2mila lavoratori della Lord for Industry and Trade, specializzata in rasoi, scioperano da martedì. Chiedono un salario migliore e contratti a lungo termine e non più annuali.
di Lorenza Pleuteri
osservatoriodiritti.it, 29 luglio 2021
Nelle statistiche pubblicate online dal ministero della Giustizia i dati ufficiali (e parziali) dell'ecatombe dietro le sbarre: 154 vittime nel 2020, contando solo suicidi e decessi per presunte cause naturali.
di Luisa Barberis
Il Secolo XIX, 29 luglio 2021
Il progetto di convivenza nella Scuola di formazione della Polizia penitenziaria. Il generale Zito: "Simuliamo rivolte per imparare ad affrontare ogni situazione". Da una parte 196 agenti di Polizia penitenziaria in attesa di giurare e prendere servizio in carcere. Dall'altra dieci detenuti, ormai a fine pena, intenti a provvedere alla manutenzione e a riabilitarsi attraverso il lavoro.
di Roberta Pumpo
romasette.it, 29 luglio 2021
Sul tavolo, la ripresa di colloqui e attività. Il portavoce Anastasia: "Completata la campagna vaccinale, non possiamo permetterci ancora un anno di chiusura". La "ripartenza" dei colloqui e delle attività nelle carceri, dopo il superamento dell'emergenza epidemiologica. Questi i temi al centro dell'incontro che si è svolto ieri, 28 luglio, nella sede della Regione Lazio tra la Conferenze dei garanti territoriali - riunita in assemblea - e il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) Bernardo Petralia. Presenti, tra gli altri, l'assessore regionale alla Sanità Alessio D'Amato e il Garante nazionale Mauro Palma.
di Massimo Franco
Corriere della Sera, 29 luglio 2021
Tra veti e mediazioni con i 5 Stelle prende corpo (forse) un compromesso sulla riforma Cartabia. Ritenere che non ci siano passi avanti sulla giustizia è poco credibile. E ipotizzare un rinvio della riforma lo è ancora meno. Il premier Mario Draghi si aspetta una risposta dal M5S entro le prossime ore: confida che vada in aula già domani, e sia approvata la prossima settimana. Nelle trattative della maggioranza si inseriscono le parole dette ieri dal capo dello Stato, Sergio Mattarella: ascolto, mediazione, ma poi "decisioni chiare e efficaci, rispettando gli impegni assunti". Risuonano a conferma di un asse più che solido tra Quirinale e Palazzo Chigi. Le strategie dei due palazzi sembrano sovrapporsi, rafforzandosi reciprocamente.
D'altronde, per quanto riguarda il centrodestra le resistenze emerse negli ultimi giorni, quasi di rimbalzo dopo le richieste grilline, appaiono superate. Se qualcuno immaginava di utilizzare la riforma della Guardasigilli, Marta Cartabia per tentare vecchi giochi, il pericolo è svanito. Ieri il capo della Lega, Matteo Salvini, è andato da Draghi. E alla fine del colloquio ha fatto sapere di essere pronto a "accettare le proposte del premier, non del M5S". Come dire che se Draghi opta per qualche modifica, il Carroccio la voterà: a patto che non sia spacciata dai grillini per una delle loro "bandierine".
Il grumo delle resistenze si concentra tuttora nelle file del Movimento. E la lunga mediazione del leader in pectore Giuseppe Conte tra deputati e senatori, al momento non lo ha sciolto: tanto che le sue oscillazioni tra chi sostiene il governo e chi gli si oppone con virulenza rischiano di farlo apparire non come un mediatore ma come un artista del rinvio. D'altronde, si trova in una posizione non facile. Deve barcamenarsi tra orfani del suo esecutivo e "governisti" decisi a sostenere comunque Draghi. E questo su un tema dirimente come la giustizia, coi Cinque Stelle che hanno la maggioranza relativa dei parlamentari.
La fama di antipatizzante di Draghi, che Conte si è lasciato cucire addosso da quando è uscito da Palazzo Chigi, non lo aiuta. Quanti nel M5S gli suggeriscono la rottura col governo sperano di fare leva sui suoi risentimenti. Ma si tratta di un gioco ad alto rischio, che potrebbe finire per formalizzare la spaccatura del grillismo. Anche perché la ministra Cartabia ha incontrato più volte sia il premier, sia la maggioranza: un segnale di disponibilità a qualche ritocco, tenendo ferma la votazione unanime del Consiglio dei ministri sulla riforma e sulla richiesta di fiducia al Parlamento.
Il tema è quanto di pregiudiziale e quanto di sincero contengano le controproposte del M5S; e fino a che punto a Conte sarà permesso di tirare la corda nella trattativa: non solo da Draghi e dagli alleati, decisi a andare fino in fondo, ma dagli stessi ministri grillini. Il rinvio a oggi della riunione della Commissione parlamentare sulla giustizia marca un altro passaggio contrastato ma che probabilmente prepara il compromesso. E le parole di ieri del presidente della Repubblica contribuiscono a richiamare tutti i partiti al senso di responsabilità: a un "dovere morale e civile" che riguarda sia le vaccinazioni, sia le altre sfide che si hanno davanti. Per un M5S che, nelle intenzioni di Conte, dovrebbe accreditarsi come una forza moderata, mostrarsi subalterno alle sue componenti più estremiste sarebbe una contraddizione stridente.
di Tommaso Ciriaco Emanuele Lauria
La Repubblica, 29 luglio 2021
Dopo giorni di tensione, faccia a faccia tra il premier e il leader della Lega che offre il proprio sostegno sulla giustizia e ottiene in cambio una frenata sul capitolo delle misure anti-Covid. Il presidente del Consiglio accetta di concedere altri giorni sulla scuola. Lasciare che la polvere si depositi, assieme alle polemiche. Evitare una pericolosa strettoia, che concentri in 48 ore la nuova stretta sulla scuola e la soluzione del rebus giustizia. Mario Draghi sceglie la via della prudenza. Lo fa dopo essersi ritrovato faccia a faccia con Matteo Salvini.
E dopo aver sentito il leghista che gli propone proprio questa strategia: "Rallentiamo. Chiudiamo un problema alla volta, presidente. Non apriamo dieci fronti contemporaneamente". Offre il proprio sostegno sulla giustizia, il leader. Non è gratis, ovviamente. Ottiene in cambio una frenata sul capitolo delle misure anti-Covid. Certo, entro giovedì prossimo si interverrà sulla scuola. Ma forse non con la nettezza che preferirebbe l'ex banchiere centrale. E forse rimandando alla seconda metà di agosto alcuni interventi sul green pass e i trasporti.
Il colloquio con Salvini si svolge al mattino, a Palazzo Chigi. Arriva dopo giorni di tensione fortissima. La stroncatura di Draghi sui vaccini ha segnato dolorosamente l'ex ministro dell'Interno, che si è vaccinato - dopo mesi in cui ha dribblato la questione - all'indomani dello schiaffo del presidente del Consiglio. L'ex vicepremier gialloverde se ne lamenta, in presenza del capo del governo. Fa presente che il suo atteggiamento dialogante sulla giustizia era stato ricambiato con una risposta durissima in conferenza stampa, culminata nel passaggio: "L'appello a non vaccinarsi è un appello a morire".
Draghi non è tipo da rinnegare una posizione. Non lo fa neanche stavolta, perché ritiene imprescindibile la campagna vaccinale. E spiega al leghista che la durezza è solo figlia dell'esigenza che la corsa all'immunizzazione non rallenti. Ricuce, in fretta. E concede a Salvini più di qualcosa, ribadendo che la Lega resta un tassello di maggioranza da includere nelle decisioni. Accetta dunque di prendere tempo e rallentare sulle misure contro la pandemia.
Fosse per Draghi, non ci sarebbe motivo di attendere. Posticipare anche solo di pochi giorni l'intervento sulla scuola è uno scenario che avrebbe evitato. Accetta comunque di rimandare. E lo fa per una ragione, prima di tutto: bisogna chiudere prima il capitolo della giustizia, che sembra aver inceppato ogni altra mediazione nella maggioranza. Anche sul ddl concorrenza si sono visti gli effetti, nelle ultime ore, con veti incrociati frutto di guerriglia politica più che di appunti sul merito della questione. Portare a casa la riforma Cartabia, dunque, diventa prioritario. E farlo senza arrivare alla fiducia, che resta comunque l'arma finale, risulta la strada migliore per evitare problemi ulteriori.
Non è un percorso facile. Draghi sa bene che nelle ultime ore la Lega si è schierata al fianco di Forza Italia, in una pericolosa "asta degli emendamenti" tra il Movimento e il centrodestra. Salvini si offre come garante, allora. Propone di mediare. E il premier accetta di concedere altri giorni sulla scuola, dribblando la pericolosa saldatura tra il mondo della scuola e la pressione politica di Lega e 5S, ostili all'obbligo vaccinale. Parliamo di pochi giorni, perché l'intervento dovrebbe essere varato al massimo giovedì in consiglio dei ministri.
L'obbligo vaccinale resta la soluzione più semplice, e anche la preferita di Draghi, di Roberto Speranza, del Pd e anche di Forza Italia. Ma la Lega frena. I sindacati tentennano. E dunque, si fa spazio un'altra corrente di pensiero, che era stata scartata nei giorni scorsi: imporre l'obbligo, ma con un meccanismo "progressivo". Si chiederebbe al personale docente di vaccinarsi, ma immaginando un meccanismo sanzionatorio a più livelli (come già per il personale sanitario). E dunque, prima richiamo, poi trasferimento, infine sospensione. A questo, si aggiungerebbe un altro distinguo: l'imposizione potrebbe valere solo per i professori, a strettissimo contatto con gli studenti, e non per il resto del personale scolastico.
Ma c'è di più. C'è anche chi spinge per un ulteriore distinzione, citando i dati in possesso del governo. Indicano una profonda divaricazione tra Regioni. Quelle davvero indietro sono Sicilia, Sardegna, Calabria e Liguria. Sulle altre, si ritiene che il prossimo mese porterà a superare ovunque la soglia del 90%. Come risolvere il ritardo di chi invece arranca? Si ipotizza una soglia da valutare a livello regionale o addirittura provinciale (in Liguria, ad esempio, Genova ha molti vaccinati, mentre il resto delle province no). Per chi è sotto soglia, scatterebbe l'obbligo. Praticabile? Costituzionale? Non è detto. Per questo, resta in piedi l'ipotesi dell'obbligo nazionale. Ma il cantiere delle decisioni rimane aperto.











