di Gianni Riotta
La Stampa, 22 dicembre 2021
In marcia per tutta la notte: "Ci orientavamo con le stelle". Erano stati sequestrati da una gang a ottobre. Il reverendo Cyrus Scofield, veterano della Guerra Civile americana e studioso della Bibbia scomparso nel 1921, credeva che Gesù sarebbe tornato sulla terra quando tutti gli esseri umani si fossero convertiti al cristianesimo e, per accelerare il miracolo, fondò centri missionari in America Latina. Mai l'austero pastore Scofield avrebbe però immaginato che, 131 anni dopo, un audace gruppo di suoi eredi, uomini in pantaloni di tela kaki chinos, donne in abiti a fiori lunghi fino ai piedi nella tradizione delle chiese antiche, adolescenti e bambini al seguito, sarebbe fuggito tra mille pericoli ad Haiti, per salvarsi da una gang di criminali.
Il gruppo, legato a Christian Aid Ministries, organizzazione di missionari amish, anabattisti e mennoniti, dal 1981 con base in Ohio, era stato sequestrato dalla banda 400 Mazowo di Haiti, che chiedeva un riscatto di 800.000 euro ad ostaggio, pena la morte. Dal sito di Cam, i fedeli raccoglievano offerte, preghiere e appelli ma mai le collette di base avrebbero colmato la richiesta, malgrado la Chiesa cattolica avesse offerto collaborazione. L'esercito e l'intelligence Usa, il gruppo aveva cittadini americani e canadesi, avevano provato ad attivarsi nella sfortunata terra di Haiti, sempre battuta da epidemie, dall'Aids al Covid, terremoti, disordini civili, povertà. Qualche fonte parla di un pagamento sottobanco, l'amministrazione del presidente Joe Biden nega, ma intanto, sulla rete, si narra la saga della fuga nella notte, con i missionari e le loro famiglie a marciare nell'oscurità, orientandosi con le costellazioni come antichi marinari, i bambini tenuti per mano, le donne ad alzarsi l'orlo della gonna per non inciampare nelle radici, gli "anziani", per rango di gerarchia, a sussurrare preghiere e inni per incoraggiare i giovani.
I dodici missionari, con i familiari, erano stati trascinati in ottobre, dopo il rilascio di cinque confratelli, in una zona rurale nei pressi della cittadina di Ganthier, a Est della capitale Port-au-Prince, con i suoi slum poverissimi. Un rancio misero è stato passato quando i rapitori potevano disporre di qualche scorta, l'acqua da bere era torbida, quella per lavarsi contaminata, piagando gli ostaggi con eczemi e irritazioni cutanee.
Qui la narrazione di Weston Showalter, portavoce di Christian Aid Ministries, si fa opaca, come se ci fosse qualche particolare da non divulgare, forse la cifra data in pegno alle gang o a qualcuno dei criminali per lasciar scappare le vittime. Pare che, "malgrado molte guardie controllassero il gruppo, inclusa una coppia con marito e moglie, due teenager di 14 e 15 anni, un bambino di tre e uno di soli dieci mesi", i missionari siano riusciti ad eludere la sorveglianza e scomparire nella notte. La boscaglia, fitta di rovi e piante grasse irte di spine, ha creato problemi a tutti, ma soprattutto ai piccoli, che le madri avvolgevano in scialli e plaid. In testa alla fila, un paio di pastori esperti di navigazione cercava di decifrare la direzione, per non tornare nelle mani dei rapitori. Alle prime luci dell'alba, tra le preghiere di ringraziamento, il gruppo si è imbattuto in un viandante con un cellulare, che ha avvertito le autorità locali, e un aereo della US Coast Guard ha riportato tutti in patria.
Responsabile del rapimento è la gang 400 Mazowo, in dialetto 400 sempliciotti, che ha ordito la maggior parte degli 800 sequestri ad Haiti quest'anno, controllando l'area Ganthier in Croix-des-Bouquets, chiedendo pizzo a cittadini e commercianti, picchiando chi non paga, accanendosi contro preti e suore cattolici. I giornalisti che si occupano di 400 Mazowo vengono minacciati, chi non si piega al loro dominio ha la casa bruciata, le donne della famiglia stuprate. Il capo dei 400 Mazowo, Wilson Joseph, ricercato, usa il nomignolo di Lanmò Sanjou, in Creolo "la morte non sa quando arriva". Il suo vice Joly Germine, detto Yonion, è in galera e si spera collabori con le autorità ma, dopo l'assassinio del presidente Jovenel Moïse, lo scorso luglio, la politica è anarchia e la corruzione dilagante. Se a salvare i missionari sia stato Dio, le stelle o un pacchetto di dollari in contati non ci è dato sapere, ma che la loro sorte sarà presto condivisa da altri infelici è purtroppo certo nella Haiti senza pace, in attesa del remoto ritorno di Gesù auspicato da Scofield.
di Kira Schacht
Il Domani, 21 dicembre 2021
L'arrivo della pandemia ha reso più evidenti i problemi strutturali delle prigioni, ma anche il fatto che il numero dei detenuti può diminuire senza causare troppi problemi sociali. Intanto però l'aumento dei contagi è stato affrontato nel peggiore dei modi.
Vangelis Stathopoulos, detenuto nella prigione greca di Larissa, fa parte dell'oltre mezzo milione di persone incarcerate in Europa durante la pandemia di Covid-19. Come tante altre carceri, quello di Larissa è un terreno fertile per la diffusione del virus: sovraffollato e con spazi ristretti e insalubri.
"Ho avuto il Covid lo scorso dicembre. Circa metà dei detenuti erano malati allo stesso momento", dice Stathopoulos. "Siamo stati spostati in un'ala del carcere con altre 60 persone, in uno spazio di circa 110 metri quadrati. Non sapevamo quanto si sarebbe aggravato il nostro stato di salute".
di Carlotta Sisti
Elle, 21 dicembre 2021
Il sondaggio di Women Beyond Walls rileva che il 70% dei gruppi che lavorano con le donne incarcerate non riceve fondi dalle associazioni per i diritti delle donne. Un'ingenuità contemporanea, o, a seconda dei punti di vista, una furberia frutto di interesse (parola che comparirà spesso in questo articolo) è quella che si impone di negare il legame tra marketing ed attivismo, in particolare quello che vive e parla attraverso i social.
Il dialogo intimo che parla di opportunismo tra ciò che è utile ad una società capitalista e ciò che è "spendibile", in termini di impegno e divulgazione, sulle piattaforme che del visivo, dell'immagine, si nutrono, è un dato di fatto. Ma è anche un tabù, che crea imbarazzo a chi s'è creato un possente seguito su Instagram o TikTok parlando dei temi caldi del momento. Non si vuole negare la sincerità di intenti che mira a sensibilizzare o anche a tramutare un pensiero in azione solidale, in una scesa in piazza o anche solo in un mutamento, piccolo o grande, dei comportamenti individuali.
di Errico Novi
Il Dubbio, 21 dicembre 2021
Procure blindate sulle notizie di cronaca e i giornalisti non la prendono bene. Così i pm stanno osservando la normativa sulla presunzione d'innocenza. L'applicazione della legge sulla presunzione d'innocenza voluta dal ministro della Giustizia Marta Cartabia sta cambiando le modalità di comunicazione delle notizie di cronaca nera e giudiziaria. Diversi procuratori hanno già scritto o lo stanno facendo documenti rivolti a cronisti e forze dell'ordine in cui rendono concreto il principio chiave della norma entrata in vigore il 14 dicembre, quello di monopolizzare il potere di divulgare le informazioni sui procedimenti penali nelle mani del capo dell'ufficio inquirente. La svolta ha determinato malumori tra i giornalisti, che si sentono limitati nel diritto di cronaca, e interpretazioni, anche molto diverse tra loro, della legge.
Il Fatto Quotidiano, 21 dicembre 2021
"I magistrati non sanno fare tutto". La previsione di mandare a lavorare in via Arenula i magistrati non eletti e quelli che hanno concluso l'esperienza in politica ha fatto scendere sul piede di guerra i dirigenti del ministero della Giustizia che hanno inviato una lettera aperta alla ministra Cartabia: "I magistrati - scrivono - non sono 'figli di un Dio maggiore' che li abilita a fare tutto".
di Giuseppe Pignatone
La Repubblica, 21 dicembre 2021
Le valutazioni di professionalità dei magistrati, cioè i giudizi formulati su di loro ogni quattro anni, sulla base del parere degli organismi locali del Csm, i Consigli giudiziari, sono da tempo oggetto di forti polemiche perché si concludono nel 99% dei casi con esito positivo e, soprattutto, senza offrire al Csm elementi per le valutazioni successive, per il conferimento degli incarichi direttivi o semi-direttivi. Stando alle notizie disponibili, il governo proporrebbe l'introduzione di due novità: un giudizio articolato in "discreto, buono, ottimo" e la partecipazione degli avvocati con diritto di voto alle delibere dei Consigli giudiziari su questo argomento.
di Errico Novi
Il Dubbio, 21 dicembre 2021
Nei quesiti sulla legge elettorale per i togati, l'Associazione chiede alla propria "base" di blindare il no dei vertici alle ipotesi di riforma: rischioso, vista la crisi delle correnti. A volte le scelte politiche non appaiono subito in tutta la loro "gravità". È un discorso che vale certamente per i partiti ma che può essere tranquillamente esteso alla cosiddetta "politica de minimis" della magistratura. E ci sarebbe molto da discutere, sull'idea che la dialettica nell'Anm sia davvero così laterale o marginale: in fondo, attorno al peso della magistratura ruota il destino della democrazia italiana da circa trent'anni.
È evidente che la scelta di un referendum aperto all'intera base delle toghe, indetto nel momento di massima difficoltà e discredito per il sistema delle correnti, è una sfida al limite del temerario. Già un primo banalissimo indizio dovrebbe suggerire di guardare alla vicenda con una certa attenzione: a promuovere il quesito referendario che l'Anm celebrerà il 27 e 28 gennaio prossimi è un gruppo associativo che si presenta in aperta contrapposizione al sistema delle correnti tradizionali: "Articolo 101". La sigla che è riuscita a conquistare quattro "seggi" nel parlamentino del "sindacato" (il comitato direttivo centrale) e che non considera certo irrinunciabile la presenza delle correnti nel Csm: e infatti da tempi non sospetti propone che i magistrati candidabili a Palazzo dei Marescialli vengano scelti per sorteggio.
Proprio la selezione casuale degli eleggibili è uno dei due punti su cui saranno chiamati a pronunciarsi tutti i magistrati iscritti all'Anm (il 90 per cento di quelli in servizio). L'altra opzione sottoposta al vaglio della base riguarda il modello elettorale: col sistema proporzionale, a cui è favorevole una parte maggioritaria della dirigenza Anm, verrebbe preservato il pluralismo fra le correnti; con il maggioritario binominale ipotizzato dal governo può succedere invece di tutto. Con quest'ultima ipotesi potrebbe aprirsi, infatti, lo scenario paventato dall'Anm, vale a dire una bipolarizzazione degli schieramenti e del consenso, che premierebbe solo i due gruppi maggiori, "Area" e "Mi". Ma il maggioritario per collegi circoscritti potrebbe favorire anche candidati estranei alle correnti, dotati di una propria particolare autorevolezza e considerazione presso i colleghi. Andasse davvero così, il colpo, per il sistema associativo, sarebbe notevole.
Ebbene, l'Anm sceglie di non coprirsi dietro l'assertività corporativa. Asseconda il referendum sollecitato dagli "antigovernativi" di "Articolo 101" ma anche da un gruppo che della giunta attuale, invece, fa parte: "Autonomia & Indipendenza", corrente fondata da Piercamillo Davigo e ora destinata a ricostruire la propria identità senza il leader, congedatosi dalle funzioni. È chiaro che la consultazione aperta a circa 8.000 toghe è una sfida pesante: non si può escludere che la base scelga di contraddire la linea prevalente fra i gruppi e aderire in percentuale significativa all'ipotesi del cosidetto sorteggio temperato. Né si può escludere che vinca, o comunque guadagni molti consensi, il sistema elettorale maggioritario sgradito all'Anm.
Come ne uscirebbe, l'Associazione magistrati, da esiti del genere? Non rischia di vedere delegittimata o comunque pesantemente compromessa la propria rappresentatività? Siamo sicuri che - o meglio ne sono sicuri i capi delle correnti e dello stesso "sindacato" - la buona tenuta esibita dalle correnti anche alle ultime elezioni locali dell'Anm prefiguri un ampio consenso della base anche nel momento in cui si tratterà non di indicare uno tra i candidati proposti dai gruppi, ma di votare liberamente su un'ipotesi di riforma?
Siamo insomma alla roulette russa per un organismo politico come l'Associazione magistrati che ha pesato moltissimo nella dialettica pubblica del nostro Paese, soprattutto dagli anni Novanta in poi. La rappresentanza fin qui saldamente unitaria delle toghe sfida la crisi degli ultimi due anni. Mette in gioco se stessa, davanti alla sempre celebrata (anche dall'attuale guardasigilli Marta Cartabia) platea invisibile dei magistrati che lavorano silenziosamente e senza le mostrine da dirigenti. Se le cose andassero bene, ma bene davvero, con una linea di vertice premiata dalle urne, allora l'Anm potrebbe capitalizzare la rinnovata fiducia. Se invece le posizioni dei "capi" fossero sconfessate dalla base, si aprirebbero scenari di disgregazione, anche di possibile duplicazione della rappresentanza, con la nascita di una Anm "alternativa". La politica, da parte sua, non può permettersi di aspettare, e dovrà scegliere verso quale riforma della magistratura andare, con un'autorevolezza che sembra aver smarrito da tempo, innanzitutto nel rapporto con la magistratura.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 21 dicembre 2021
Quando ho descritto la nostra visita al reparto Sestante del carcere di Torino, con le sue condizioni di vita di drammatico abbandono, ho raccontato anche l'incontro con M., un ragazzo di circa 25 anni dall'aria sperduta. Appena gli rivolsi la parola chiedendogli come stesse cominciò a piangere. Mi disse che aveva molta paura e voleva tanto rivedere sua madre. Diceva di non sapere perché fosse stato portato lì, mi pregava di farlo trasferire altrove.
M., portatore di una diagnosi psichiatrica, era in attesa di una diversa collocazione. Il ragazzo doveva venire accolto da una struttura di tipo sanitario, per essere sostenuto nei suoi bisogni terapeutici e socio-assistenziali. Uscita dal carcere ho telefonato alla madre, di cui M. ricordava il numero a memoria e che mi aveva dettato. La madre mi ha spiegato che M. si trovava in precedenza in carcere a Milano e che nessuno l'aveva avvisata del suo trasferimento al Sestante. Da quel giorno siamo in continuo contatto.
Oggi M. vive ancora in quello stesso carcere, spostato in un altro reparto. Sta molto meglio di quando l'ho incontrato io, ma continua tuttavia a vivere dentro una cella. La mamma spera che una comunità residenziale del territorio possa accoglierlo, affinché possa uscire dal carcere e venire accompagnato in un autentico percorso di sostegno. Mi ha raccontato però di aver avuto nelle scorse ore l'ennesimo diniego. Si è rivolta a molte comunità in Lombardia. Nessuna avrebbe detto di avere la possibilità di accoglierlo.
Ma è possibile che debba essere lei a effettuare questa ricerca, pregando porta a porta che qualcuno tenda una mano a suo figlio? Non dovrebbero essere le istituzioni ad aiutarla a individuare e realizzare il percorso migliore? Ovviamente il problema non è nelle singole comunità, dove si incontrano professionalità straordinarie, ma nel mancato potenziamento negli anni della rete territoriale di accoglienza, che si ritrova adesso del tutto insufficiente a far fronte ai bisogni. L'inclusione di M. non può e non deve avvenire a scapito di un'altra persona portatrice delle medesime esigenze.
Qualche giorno fa sono stata in visita al carcere di Vasto insieme al presidente di Antigone Patrizio Gonnella. È un istituto qualificato come Casa di Lavoro, ovvero un luogo dove alcune categorie di persone detenute, una volta terminata l'espiazione della pena, vengono rinchiuse per un certo periodo di tempo in quanto considerate ancora pericolose per la società. Molte delle persone che abbiamo incontrato a Vasto sono in realtà portatrici di gravi disagi psichiatrici. Abbiamo trovato il paradosso di una casa di lavoro dove non si può di fatto lavorare: non perché manchino le occasioni, ma perché molti dei presenti sono formalmente dichiarati inabili al lavoro in quanto pazienti psichiatrici. La direttrice si adopera senza risparmiarsi per aiutare i singoli percorsi, ma troppo spesso trova porte chiuse.
Molte delle persone internate a Vasto non hanno reti sociali, non hanno parenti che se ne facciano carico, non hanno paracaduti esterni di alcun tipo. Le strutture psichiatriche del territorio che abbiano la disponibilità ad accoglierle scarseggiano grandemente. E allora cosa fa la magistratura? Allo scadere del provvedimento che ne dichiarava la pericolosità sociale, semplicemente lo proroga. E questa è davvero la cosa più drammatica e assurda che si possa immaginare: non sono più persone pericolose, non dovrebbero più trovarsi in un carcere. Ma non c'è altro posto al mondo per loro. Non sappiamo dove metterle. E quindi restano lì. Con il rischio di ergastoli bianchi, di vite buttate via.
"Inclusione e coesione" è il titolo della quinta missione del Pnrr. Ecco: la vera inclusione è l'inclusione di tutti, nessuno escluso. Non escludiamo M. dal suo futuro, non escludiamo gli internati di Vasto dal loro. Usiamo quei soldi anche per potenziare la rete dei servizi psichiatrici territoriali.
Oggi mi appello all'istituzione penitenziaria, alle Asl coinvolte, ai servizi di salute mentale, agli operatori delle comunità e alla stessa magistratura di sorveglianza, affinché dialoghino tra di loro e aiutino la famiglia di M. a individuare un percorso per lui. M. ha tutta la vita davanti e tutto il diritto di viverla pienamente e felicemente.
*Coordinatrice associazione Antigone
di Nicola Boscolo Boscoletto*
Ristretti Orizzonti, 21 dicembre 2021
Togliere tutti gli ostacoli che ne impediscono la crescita. Ho letto domenica 19 dicembre, sulla rassegna stampa di Ristretti Orizzonti, i due interventi di Ornella Favero (Direttrice di Ristretti Orizzonti e Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia) e di Carla Chiappini (Giornalista, responsabile della redazione di Ristretti Orizzonti di Parma). Sottoscrivo tutto, non riprendo niente, vi invito solo, se non li avete già letti, a leggerli.
Ho iniziato ad entrare in carcere nel lontano 1990. Sono migliaia le persone detenute con cui ho condiviso migliaia di giorni e di ore. Giornate intere trascorse gomito a gomito. Eppure, come dice Carla Chiappini, "mi rendo conto che ancora oggi sbaglio quando penso di aver capito tutto", o concordo con Ornella Favero quando richiama l'ineludibile necessità di "Conoscere l'altro dall'interno", ricordando un passaggio del saggio di David Grossman.
Per fortuna che tra di noi ci sono ancora tante persone che continuano ad imparare e a fare nuove esperienze testimoniandoci che c'è sempre qualcosa che ti spiazza e che non avevi tenuto presente. Ecco, con queste persone è proprio uno spettacolo confrontarsi, perché senti l'altro come una risorsa, un bene, non un avversario, non un competitor.
In questi giorni che ci stanno portando al Natale è morto il papà di una persona detenuta che lavora con noi. Nel momento che riserviamo ogni anno per gli auguri di Natale mi si avvicina e mi sussurra nell'orecchio con la voce roca ma carica di dignità: "è dura perdere il papà in carcere". Poco prima avevo chiesto tra le sessanta persone detenute presenti quanti per il Natale avessero la possibilità (perché non basta "essere nei termini", occorre essere autorizzati) di passare alcuni giorni in permesso in famiglia: meno di dieci avevano alzato la mano.
Un'altra persona detenuta con una tristezza ed un dolore indescrivibile mi dice "sento che sto perdendo la mia famiglia, sono stati anche troppo bravi a starmi vicino per ben 24 anni, non c'è più speranza per me, sento che si sta sfasciando tutto". Sono tornato a casa con una grande ferita nel cuore, con un grande senso di impotenza e con una grande tristezza.
Le cose non si sanno solo perché si vedono o perché si sono fatte alcune "gite" in carcere o perché si è studiato e si sono fatte tantissime ricerche. No! Bisogna averne fatto esperienza, bisogna averle condivise sulla propria pelle. Parlarne e basta rischia di lasciare le cose come sono. Se ne parla da troppo tempo (mi viene in mente mentre scrivo di getto queste riflessioni il dialogo che il Ministro della Giustizia Urbano Rattazzi ebbe con San Giovanni Bosco nel 1854), oggi la cosa più urgente è rintracciare e seguire, valorizzare e difendere chi ci può offrire tali esperienze, in tutti gli ambiti e da qualsiasi parte arrivino. Questo vale per tutti i campi, pensate quanto sia fondamentale per i giovani avere dei maestri in grado di trasmettere la loro esperienza, le loro scoperte, anche i propri errori.
Pensate al valore che ha l'esperienza in campo medico, per un giovane che si approccia a diventare medico quanto sia fondamentale per la sua professione avere avuto maestri di grande esperienza e spessore umano (perché il fattore umano è parte integrante di una vera esperienza). Pensate che cosa possono essere un papà ed una mamma per i propri figli, o più in generale gli adulti per i giovani. Questi non sono affascinati da tutti i discorsi che gli vengono rivolti (non fare questo perché è male, non fare quello, fai questo perché è per il tuo bene...), ma se vedono adulti pieni di energia che credono in quello che dicono, e questo si vede solo dall'entusiasmo con cui vivono la loro vita, il loro lavoro, i loro impegni, le loro amicizie.
E potremmo andare avanti con tanti altri esempi in cui l'esperienza, anche carica di errori (indispensabili per progredire), è la più grande possibilità di crescita in ogni campo. Eppure oggi l'esperienza, che fa rima con competenza, è spesso la cosa più tenuta lontana e di cui si ha paura. Non c'è commissione in cui al centro sia messa l'esperienza. Lo spazio dato alla narrazione delle esperienze, quando va bene, è residuale, quasi un contentino. Siamo tante volte in difesa di fronte a chi cerca di esprimere liberamente un pensiero competente, perdendo così la possibilità di imparare o insegnare una cosa nuova.
Come diceva Epitteto "è impossibile per un uomo imparare ciò che crede già di sapere".
Il compito principale di chi ha una responsabilità importante è quello di valorizzare tutte le esperienze positive, difenderle, togliere tutti gli ostacoli che ne impediscono la crescita e la diffusione e farle crescere. Se non si parte da ciò che c'è di positivo e di sperimentato sul campo, quello che accade quasi inevitabilmente (in buona o cattiva fede che si sia) è la difesa del sistema fine a se stessa, la difesa della propria posizione, del proprio prestigio personale.
Ma voglio concludere ritornando al momento degli auguri di Natale, che sabato ci siamo scambiati con quel piccolo manipolo di persone detenute. Anche quest'anno, grazie a loro, il Natale per me e tanti miei collaboratori sarà diverso, mi permetterà di portare nel cuore un pezzettino di ingiusta sofferenza. A loro ho detto che nessuno si deve sentire solo. Ho ricordato che se tutto il mondo si ferma per Natale l'unico motivo è che 2022 anni fa, in un luogo sperduto e sconosciuto, è nato un bambino che ha portato la speranza nel mondo per ogni uomo e per sempre. Gesù ha amato gli uomini, ogni singolo uomo, non se ne è servito, li ha serviti. Amava i malati più dei sani, amava i peccatori e non chi si credeva perfetto, amava i poveri di spirito e non chi si credeva sapiente. Il Natale ci ricorda un fatto che permette a qualunque uomo di porsi una domanda: la vita può avere un senso?
Abbiamo poi ricordato questo secondo anno di pandemia, tutte le difficoltà che abbiamo dovuto attraversare, per alcuni dolorose, che non ci hanno permesso di aver cura di ciascuno di loro come avremmo desiderato.
Ho ricordato poi che nel momento di auguri che abbiamo fatto all'esterno il sabato precedente con tutto il personale della cooperativa, abbiamo ricordato i 18 famigliari che sono mancati nel 2021, in particolare due giovani dipendenti, Leonardo di 29 anni e Denis di 19.
Abbiamo concluso come sempre con un momento di preghiera particolare. In carcere le religioni sono presenti in tutte le loro espressioni, cristiani, mussulmani, buddisti, ecc., anche se molti sono quelli che non credono a niente. Ho invitato tutti a fare un minuto di silenzio in cui ognuno prega colui in cui crede, ho invitato chi non crede a pensare, a parlare con le persone care che non ci sono più, dicendo che io stesso spesso parlo con il mio papà salito in cielo nel 2000. Abbiamo poi concluso con una Ave Maria pensando proprio alla figura della mamma, certi che una mamma non fa mai mancare la sua vicinanza ai suoi figli.
Al termine abbiamo distribuito i doni, un gesto che come sempre accompagna momenti veramente sinceri di gratitudine e commozione. Due giovani detenuti mi avvicinano e fieri, o meglio carichi di dignità e gratitudine, mi dicono "non siamo più quelli di una volta".
Buon Natale.
*Presidente della cooperativa Giotto
di Stefania Totaro
Il Giorno, 21 dicembre 2021
Coinvolti circa trenta detenuti, alcuni già trasferiti a San Vittore e Bollate, gli altri messi in quarantena. Un nuovo focolaio Covid all'interno del carcere di Monza. E saltano le attività organizzate dall'esterno per i detenuti, tra cui uno spettacolo da parte di alcuni comici di Zelig. La notizia è stata resa nota dal sindacato regionale lombardo della polizia penitenziaria Uilpa, secondo cui ammonterebbero a quasi una trentina i detenuti coinvolti nell'ennesimo contagio del virus dall'inizio della pandemia.
"Al momento sono sei i detenuti che risultano positivi al Coronavirus - conferma la direttrice della casa circondariale di via Sanquirico Maria Pitaniello - Altri li abbiamo già trasferiti a San Vittore e Bollate, mentre quelli rimasti a Monza sono già stati messi in quarantena ed è subito scattato l'iter per i tamponi da fare eseguire ai contatti stretti, per cui ci siamo appoggiati all'ospedale di Monza. Ancora in corso anche la procedura per le terze dosi di vaccino, che i detenuti e il personale che lavora all'interno del carcere sono riusciti a iniziare in tempi brevi e che è in corso". Secondo la direttrice della casa circondariale monzese, quindi, il nuovo focolaio di Covid 19 è sotto controllo, ma è stato comunque necessario prendere precauzioni. Sospesi gli ingressi dall'esterno delle persone che svolgono attività culturali, lavorative e di intrattenimento a favore dei detenuti. Come, ad esempio, lo spettacolo di alcuni comici di Zelig che dovevano fare ingresso in via Sanquirico ieri mattina e invece sono stati invitati a sospendere l'iniziativa.
Non sono stati invece per ora sospesi i colloqui dei detenuti con i familiari, come invece era accaduto nella prima fase della pandemia da Coronavirus dove gli incontri erano stati vietati e si poteva soltanto vedersi attraverso videochiamate, perché secondo la direttrice la situazione dei contagi è stata circoscritta e gli interessati sono stati già isolati. Il segretario regionale lombardo Uilpa della polizia penitenziaria, Domenico Benemia, esprime invece preoccupazione per questa ulteriore situazione negativa che va a colpire la casa circondariale di via Sanquirico, già al centro delle polemiche recentemente per le diverse aggressioni commesse nei confronti degli agenti di custodia da parte di detenuti, anche con problemi psichici ospitati nel reparto di osservazione psichiatrica del carcere sprovvisto di medico specialista fisso.
- Torino. Sciopero del carrello o la "rivolta gentile" delle detenute
- Napoli. In funzione centro dialisi nel carcere di Poggioreale
- Roma. Parte telemedicina nel carcere di Rebibbia
- Milano. Nessuno tocchi Caino applaude la Consulta sull'ergastolo ostativo
- Quel processo al Dubbio è un processo al giornalismo libero









