societadellaragione.it, 29 luglio 2021
"L'ergastolo ostativo è incostituzionale: dalle pronunce delle Corti alla prova della politica", giovedì 29 luglio 2021, ore 15.00. Nel quinto anniversario dalla scomparsa di Alessandro Margara, come di consuetudine ormai, la Fondazione Giovanni Michelucci, La Società della ragione e l'Associazione Volontariato Penitenziario, nell'ambito dell'Archivio Sandro Margara, fondato nel luglio 2020, promuovono per giovedì 29 luglio alle ore 15.00 il Webinar dal titolo: L'ergastolo ostativo è incostituzionale: dalle pronunce delle Corti alla prova della politica.
Quest'anno appare fondamentale discutere la recente pronuncia della Corte costituzionale che con l'Ordinanza 97/2021 si è espressa ritenendo l'ergastolo ostativo incompatibile con la Costituzione e concedendo al Parlamento un anno di tempo per approntare una nuova disciplina in materia. La Corte, pur individuando già, di fatto, il profilo di incostituzionalità, utilizza la tecnica del rinvio passando la parola alla politica. La Corte rinvia il giudizio, quindi, al 10 maggio 2022, ritenendo preminente un riassetto normativo, data la complessità e la delicatezza della questione, già oggetto di interventi da parte della Corte Costituzionale e della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.
Si riapre, dunque, un percorso che segue un dibattito ormai lungo ed articolato, cui lo stesso Alessandro Margara ha molto contribuito, e che deve oggi essere sostenuto nel segno del definitivo superamento degli ergastoli. La questione è da cogliersi oggi sia nell'ambito di una perdurante pandemia che condiziona, oltre alla quotidianità di ciascuno, la politica e gli assetti nazionali, sia all'interno di un sistema penitenziario che, dall'inizio dell'emergenza sanitaria, ha mostrato grande fragilità, lasciando emergere, tra rivolte, violenze, chiusure ed incertezze, fatti gravissimi come quelli accaduti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nell'aprile 2020 che, recentemente, lo stesso Ministro della giustizia Cartabia non ha esitato a definire "una violenza a freddo [...] una ferita gravissima alla dignità della persona che è la pietra angolare della convivenza civile".
Il webinar, in programma dalle ore 15.00 di giovedì 29 luglio 2021, sarà dunque introdotto da Grazia Zuffa, cui seguirà una presentazione delle attività promosse dall'Archivio Sandro Margara a cura di Saverio Migliori. A seguire Franco Corleone coordinerà il dibattito sul tema "L'ergastolo tra illegittimità e adeguamento costituzionale" al quale interverranno Andrea Pugiotto con "Contro gli ergastoli" e Franco Maisto con un contributo su "L'attualità del pensiero di Margara".
A seguire sono previsti gli interventi di Stefano Anastasia, Riccardo De Vito, Giuseppe Fanfani, Antonietta Fiorillo, Corrado Marcetti, Mauro Palma ed Emilio Santoro. Il webinar proseguirà con un dibattito a più voci al quale hanno confermato la partecipazione: Ignazio Becchi, Marcello Bortolato, Silvia Botti, Carla Cappelli, Beniamino Deidda, Serena Franchi, Patrizia Meringolo, Massimo Niro, Mariella Orsi, Katia Poneti, Susanna Rollino, Massimiliano Signorini e Antonio Vallini.
Per partecipare al webinar è obbligatoria l'iscrizione gratuita tramite il link: https://www.societadellaragione.it/margara. Per informazioni:
rietilife.com, 29 luglio 2021
"Siamo pronti a partire con la nuova Rems di Rieti, dopo l'accordo fra Regione Lazio, Prefettura di Rieti e Asl di Rieti. Siamo in attesa dell'ok da parte del Gabinetto del Ministro dell'Interno, a cui è stato trasmesso il verbale del Comitato provinciale per l'Ordine e la Sicurezza pubblica. Questo è l'annuncio fatto oggi durante la riunione promossa dal Garante dei Detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa, con il presidente del Garante Nazionale dei Detenuti Prof. Mauro Palma e con il Capo del Dap Dott. Dino Petralia": Lo dichiara l'Assessore alla Sanità e Integrazione Sociosanitaria, Alessio D'Amato.
La Rems o Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza sarà ospitata in una struttura presente nell'area dell'ex ospedale psichiatrico di via del Terminillo, accanto all'Hospice "San Francesco". Si occuperà di soggetti sottoposti a detenzione affetti da disturbi psichiatrici.
di Giulia Pompili
Il Foglio, 29 luglio 2021
Più o meno un anno fa, il 1° luglio del 2020, Tong Ying-kit ha preso la sua motocicletta, ci ha fissato sopra la bandiera nera simbolo delle proteste dei ragazzi di Hong Kong, ed è passato attraverso un checkpoint delle Forze dell'ordine - non minacciosamente come si potrebbe pensare: Tong non voleva investirli ma sarebbe passato senza fermarsi "per quattro volte" attraverso il posto di blocco. Pochi giorni dopo Tong è stato arrestato, accusato di aver violato una legge che era stata imposta da Pechino e introdotta dal governo locale di Hong Kong praticamente poche ore prima. La Legge sulla sicurezza nazionale è quella che ha trasformato nel giro di pochi mesi l'ex colonia inglese, un tempo simbolo di libertà e autonomia all'interno del territorio cinese, in un luogo per nulla diverso dal resto della Cina. Ieri Tong Ying-kit è stato ritenuto colpevole di sedizione, perché quella bandiera nera, con su scritto "Liberate Hong Kong, la Rivoluzione dei nostri giorni" è stata ritenuta un pericoloso simbolo di indipendenza, quindi da censurare. In un procedimento anomalo per la tradizione della common law a Hong Kong - ma a Hong Kong niente è più come prima, da un anno a questa parte - a Tong non è stata concessa la libertà su cauzione, ma non solo: non gli è stato concesso nemmeno un processo con una giuria, e i tre giudici che hanno deciso sulla sua colpevolezza sono stati scelti direttamente dal governo locale guidato da Carrie Lam, la fedelissima chief executive dell'ex colonia inglese, ormai una delle leader più sfiduciate dall'opinione pubblica ma che gode del sostegno incondizionato del Partito comunista cinese. La Legge sulla sicurezza prevede anche questo per chi viene perseguito per reati che riguardano il terrorismo e le richieste democratiche.
Il processo contro il giovane Tong è durato quindici giorni e la sua condanna verrà decisa e resa nota nei prossimi giorni. Secondo la Legge sulla sicurezza rischia l'ergastolo. Il carcere a vita per aver "incitato altre persone a commettere la secessione", usando un simbolo e uno slogan come se fossero armi da fuoco e bombe. L'intero dibattimento è stato caratterizzato dall'analisi storica e linguistica delle parole cinesi che significano "liberazione" e "rivoluzione": la difesa di Tong sosteneva che lo slogan degli studenti che hanno protestato nel corso del 2019 e del 2020 era aperto a diverse interpretazioni, mentre l'accusa si è avvalsa di autorevoli storici per dimostrare che da un migliaio di anni il significato di quelle parole è sempre lo stesso, di certo sovversivo.
Il vicecapo procuratore di Hong Kong Anthony Chau, pubblica accusa in numerosi casi molto mediatici di questi ultimi mesi nell'ex colonia inglese, compreso quello contro il tycoon dei media Jimmy Lai, ha detto nell'arringa finale del processo che Tong ha "deliberatamente" oltrepassato i posti di blocco della polizia e non si è fermato anche dopo i ripetuti avvertimenti, "palesemente" violando la legge e con "assoluto disprezzo per la vita umana". La condanna di Tong Ying-kit, secondo diversi analisti, è soprattutto l'inizio di una nuova inedita giurisdizione a Hong Kong: l'ex colonia inglese sarebbe dovuta rimanere autonoma fino al 2047, come previsto dai trattati dell'handover, la riconsegna del territorio da parte del Regno Unito alla Repubblica popolare cinese nel 1997.
Con più di venticinque anni di anticipo, e in palese violazione di quei trattati, Hong Kong è diventata come Shenzhen, come Shanghai, come Pechino. Eric Yan-ho Lai, fellow in Legge alla Georgetown ed esperto di diritto di Hong Kong, ha scritto ieri su Twitter che la condanna di Tong Ying-kit "segna un pericoloso precedente di processo ingiusto, data l'impostazione pre processuale dei giudici designati dall'esecutivo, l'eliminazione del processo con giuria e la custodia cautelare di un anno". Inoltre, secondo Lai, i giudici "sono in linea con la dichiarazione del governo di Carrie Lam di un anno fa", che sottolineava come lo slogan "Liberate Hong Kong, la Rivoluzione dei nostri giorni" fosse in violazione della legge perché sedizioso.
"I giudici hanno ritenuto la guida di Tong una grave violenza e un'intimidazione con la quale ha dato seguito alla sua agenda politica, e questo implica che la guida pericolosa unita a slogan politici può essere considerata sufficiente per essere processati per terrorismo. Ultimo, ma non meno importante, i pubblici ministeri ora possono sfruttare questo verdetto per giustificare gli atti di accusa contro chi ha pronunciato quegli slogan oppure li ha mostrati su una maglietta, in violazione degli standard internazionali di libertà d'espressione", ha scritto Lai.
Per capire quanto certi simboli siano considerati ormai pericolosissimi per Pechino e per chi aderisce alla narrazione cinese, baserebbe pensare alla storia di Angus Ng Ka-long, campione di badminton di Hong Kong che la scorsa settimana ha esordito ai Giochi olimpici di Tokyo con una semplicissima maglietta nera con su scritto il suo nome, ma non la bandiera dell'ex colonia inglese.
Il politico pro Pechino Nicholas Muk ha scritto sui suoi social un post violento contro l'atleta, credendo in un messaggio politico da parte di Angus Ng: le magliette nere erano quelle che indossavano i giovani manifestanti anticinesi. Angus Ng Ka-long ha poi spiegato che la politica non c'entrava niente, che si era ritrovato all'ultimo momento senza sponsor e aveva stampato lui stesso il suo nome sul retro di una maglietta di sua proprietà. Nicholas Muk ha cancellato il post, ma il clima è questo: quello in cui chiunque si macchi di essere associato ai manifestanti di Hong Kong rischia grosso, tutto.
Attualmente ci sono altre sessanta persone in attesa di processo per aver violato la Legge sulla sicurezza a Hong Kong. Tra di loro ci sono diversi ex membri del parlamentino di Hong Kong. L'altro ieri, al termine dell'inatteso incontro in Cina tra il ministro degli Esteri di Pechino Wang Yi e la vicesegretaria di stato americana, Wendy Sherman, la Cina ha formalizzato alcune richieste a Washington come punto di partenza per ristabilire un dialogo tra le prime due economie del mondo. Prima richiesta: le questioni territoriali cinesi sono solo cinesi, l'America non si immischi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 luglio 2021
Dopo il nostro articolo la precisazione del ministero della Giustizia sulla commissione che dovrà occuparsi dei presunti pestaggi. Il garante campano Ciambriello chiede che l'organismo venga integrato. Dopo l'articolo de Il Dubbio, nel quale è stato fatto notare un potenziale conflitto di interesse che riguarda soprattutto uno dei componenti della commissione istituita dal Dap per occuparsi delle indagini interne relativi ai presunti pestaggi che riguardano diverse carceri, il ministero della Giustizia ci ha risposto portandoci a conoscenza un elemento ulteriore che potrebbe risolvere questa criticità.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 28 luglio 2021
Santa Maria Capua Vetere e le carceri delle rivolte 2020: il Garante campano boccia la scelta della ministra. La denuncia della senatrice 5S Leone che chiede di rimuovere la direttrice Palmieri. Nubi scure all'orizzonte, per la ministra Cartabia, anche sul fronte di Santa Maria Capua Vetere e degli altri carceri dove durante il primo lockdown sono morti alcuni reclusi (13 in tutto).
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 28 luglio 2021
La cornice è definita: l'improcedibilità non scatterà per i reati di mafia e terrorismo. Per evitare i voti di fiducia, un emendamento del governo in commissione. Alla Camera, per la prima tornata del giro di consultazioni sulla riforma della giustizia, Conte cala la carta più pesante: "Senza modifiche, per il M5S sarebbe difficile votare la fiducia". Posizione nota, ma è la prima volta che il futuro leader dei 5S lo dice apertamente, senza possibilità di smentita. L'unica a farlo, sinora, era stata la ministra Dadone ma solo per correggersi subito dopo. Quali modifiche? Conte cita tra settori per i quali dovrebbe essere esclusa l'improcedibilità: "Mafia, terrorismo e corruzione". Ripete la lista nel corso della riunione. All'uscita però, con i cronisti, abbassa i toni. Nessuna allusione alla possibilità di negare la fiducia: "Fare minacce non è nel mio stile" e comunque "non voglio nemmeno considerare l'ipotesi che il testo non venga migliorato". Le aree nevralgiche però sono ora ridotte a mafia e terrorismo.
Il senso della trattativa in corso è tutto qui. Subito dopo la riunione di Conte a Montecitorio, Draghi e la ministra Cartabia si incontrano di nuovo a palazzo Chigi, poi la palla passa al sottosegretario Garofolo che sta materialmente buttando giù il testo che il Cdm dovrà approvare, probabilmente già giovedì. I tempi sono strettissimi. Con i regolamenti della Camera l'unica via per evitare il calvario di 4 o 5 voti di fiducia in Aula è che sia la commissione ad approvare preventivamente un emendamento del governo che modifica il testo sulla improcedibilità. La riforma sarà in Aula venerdì. La quadra dovrebbe quindi essere auspicabilmente trovata entro domani sera.
La cornice è definita. Per i reati di mafia e terrorismo anche non punibili con l'ergastolo non scatterà l'improcedibilità. I nodi ancora da sciogliere riguardano i particolari concreti. Due gli irrisolti principali. Il primo riguarda i reati contro la Pa. I 5S vorrebbero che l'improcedibilità venisse esclusa anche per questi casi. Hanno pochissime probabilità di farcela. Significherebbe quasi cancellare la riforma in materia di prescrizione. L'ala destra della maggioranza non lo accetterebbe, lo stesso Pd è contrario. Ma la parola magica che per i 5S, gli eletti e soprattutto gli elettori, fa la differenza tra vittoria e sconfitta è proprio "corruzione".
Neppure sui "reati di mafia" c'è ancora intesa. Conte mira a una interpretazione estensiva: non solo i boss e gli imputati ai sensi del 416bis ma anche quelli minori e i concorsi esterni. Il governo, almeno per ora, sembra fermo sul limitare lo stralcio dell'improcedibilità al 416bis ma le prossime ore saranno anche da questo punto di vista decisive. La pressione sui 5S del Fatto, che è a tutti gli effetti una voce interna al Movimento e anche molto ascoltata, ma soprattutto della magistratura, saranno, e anzi già sono martellanti. Il Csm è deciso a far sentire la sua voce prima del voto della Camera. Mattarella aveva chiesto che il plenum convocato per domani non si pronunciasse dal momento che la VI commissione aveva espresso il parere da sottoporre al plenum solo su un segmento della riforma, la prescrizione. La data del prossimo plenum però è il 5 agosto, a voto della Camera già avvenuto. Così la VI commissione ha preso la rincorsa, ha esaminato in tempi record l'intera riforma ed espresso il suo parere fortemente negativo non solo sulla prescrizione ma su altri 3 o 4 punti giudicati "critici". Il parere sulla Cartabia è stato quindi inserito nell'odg aggiunto del plenum di domani.
Ieri, infine, si è sbloccata la situazione nella commissione Giustizia in merito alla richiesta di Fi di aggiungere l'abuso d'ufficio, che riguarda non il diritto penale ma quello sostanziale, agli emendamenti. Il presidente Fico ha confermato l'inammissibilità degli emendamenti decisa dal presidente della commissione Perantoni proprio perché esterni al perimetro in discussione. Fi ha chiesto di conseguenza di votare l'ampliamento del perimetro, ma la proposta è stata respinta con 25 voti contro 19. Si è schierato contro la richiesta azzurra anche il gruppo di Toti, sul quale aveva probabilmente esercitato qualche pressione anche palazzo Chigi, e la deputata Giusi Bartolozzi, dopo aver votato in dissenso, è passata dal gruppo di Fi al Misto. Hanno sfiorato il colpaccio gli ex 5S di Alternativa c'è, che volevano allargare il perimetro all'intero processo penale allo scopo dichiarato di bloccare "la controriforma". Non ce l'hanno fatta per appena 2 voti: 23 contro 21.
di Marika Ikonomu
Il Domani, 28 luglio 2021
La commissione Giustizia della Camera ieri ha bocciato la proposta del centrodestra di ampliare il perimetro della riforma sulla giustizia all'abuso d'ufficio. Hanno votato in blocco Partito democratico, Movimento 5 stelle e Leu, respingendo i tre emendamenti proposti dal capogruppo di Forza Italia Pierantonio Zanettin con 25 voti contrari e 19 a favore, e con l'astensione di Maurizio Lupi.
di Errico Novi
Il Dubbio, 28 luglio 2021
Domani il via libera dei ministri al nuovo testo sul penale scritto con Cartabia, subito il voto in commissione, poi la fiducia in Aula. Andata. Dopo tre anni di tormenti sulla prescrizione, ci volevano Mario Draghi e Marta Cartabia per sciogliere il groviglio della riforma penale. Ieri Giuseppe Conte, altro protagonista dell'accordo, ha ottenuto dai deputati 5 Stelle il via libera sul nuovo lodo concordato col governo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 luglio 2021
Antonio Ribecco era detenuto a Voghera, il figlio scrive alla ministra Giustizia Marta Cartabia perché si faccia chiarezza sulla vicenda. È stato per quindici giorni con febbre e sintomi chiari di Covid 19 con un caso già confermato all'interno del carcere di Voghera il 7 marzo del 2020. Si chiamava Antonio Ribecco ed è stato il primo detenuto morto per Covid durante la prima ondata di marzo scorso, nella quale si sarebbero sottovalutati i sintomi, non rispettato l'utilizzo dei dispositivi e come se non bastasse, quando è morto, i familiari sono venuti a saperlo per caso.
di Luciano Violante
La Repubblica, 28 luglio 2021
La polemica sulla riforma del processo penale si è incentrata sulla prescrizione e, in particolare, sulla durata dei processi in appello, per i quali appare insufficiente il termine di due anni previsto dal progetto. È opportuno abbandonare i toni esasperati e guardare tanto ai dati quanto alle norme, sapendo che tutto può essere migliorato, ma in un clima fondato sulla verità. Le prestazioni degli uffici giudiziari non sono omogenee sul territorio. I dati più attendibili sono quelli del 2020, l'anno antecedente alla pandemia. Nel 2020 si sono prescritti in complesso 85.000 processi mentre nel 2011 se ne erano prescritti 120.000. Nelle sole Corti d'Appello se ne erano prescritti 28.000 nel 2017 e se ne sono prescritti 21.000 nel 2020. La riduzione è frutto di un impegno di magistrati e cancellieri che va giustamente riconosciuto; tuttavia i numeri restano preoccupanti. Non si può non intervenire.
Circa la metà delle prescrizioni in Corte d'Appello si sono verificate a Roma (23%), Napoli (16%) e Bologna (10%). Nelle stesse tre Corti d'Appello si concentra il 60% delle pendenze ultra-biennali, rispettivamente 26%, 28%, 8%. Inoltre un processo d'appello a Napoli si esaurisce in 2031 giorni, a Reggio Calabria in 1645 giorni, a Catania in 1247 giorni, a Roma in 1142 giorni. Esempi virtuosi tra le grandi Corti d'Appello sono Milano (335 giorni), e Palermo (445 giorni). Questa rassegna dimostra che molti problemi non dipendono dalle norme, ma da questioni amministrative, che vanno dalla organizzazione degli uffici alla piena funzionalità degli organici. Sarebbe forse opportuno prevedere un differimento dell'entrata in vigore di questa parte della riforma per individuare, soprattutto nelle sedi in crisi, specifiche esigenze e nuove modalità organizzative.
L'articolo 15bis della riforma prevede la istituzione, con decreto del Ministro, di un Comitato tecnico-scientifico per il monitoraggio della efficienza della giustizia penale, dotato di strumenti adeguati a svolgere le sue funzioni. La veste legislativa conferirebbe più autorevolezza. Ma, se non erro, non è necessaria una legge; potrebbe essere sufficiente un decreto del Ministro per far entrare rapidamente in funzione questo organismo, individuare le principali cause dei ritardi, proporre i rimedi più efficaci. Del Comitato dovrebbero far parte non solo magistrati, professori e avvocati, ma anche funzionari delle cancellerie e delle segreterie che conoscono meglio di altri le "viscere" della macchina giudiziaria.
La concentrazione del dibattito sulla prescrizione ha fatto passare in secondo piano le norme che ridurranno il carico di lavoro e consentiranno una maggiore speditezza. La nuova disciplina delle notificazioni eviterà molte delle attuali lungaggini e la riforma del processo in assenza, si tratta di molte migliaia di casi, permetterà di non lasciare eternamente sospesi questi processi, senza pregiudicare i diritti dell'imputato. Le norme in materia di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, di sospensione del procedimento con messa alla prova dell'imputato, sulla celere definizione dei processi di appello, sull'aumento dei casi di perseguibilità a querela permetteranno di concentrare la macchina giudiziaria sui reati di maggior allarme sociale, mafia, terrorismo e corruzione.
Forse le stesse norme sulla prescrizione non sono state valutate attentamente: non si è tenuto conto, ad esempio, dei numerosi casi di sospensione del decorso della prescrizione, né della proroga dei termini massimi sino ad un anno, con ordinanza del giudice, per il caso di procedimenti complessi per reati gravi. Non a caso il capo dello Stato aveva chiesto al Csm di valutare l'intera proposta e non solo l'articolo sulla prescrizione.
Questa riforma non è solo un banco di prova per il governo. Lo è anche per la magistratura le cui capacità di decisione sono fortemente valorizzate. La magistratura deve scegliere. Può arroccarsi a difesa dell'esistente, ascoltando le suggestioni di chi vuole utilizzarla come testa d'ariete contro il governo. Oppure può utilizzare le sue straordinarie competenze per essere parte attiva e costruttiva del processo di riforma. La seconda strada la aiuterebbe a superare le imbarazzanti diatribe interne e a ricostruire un rapporto di fiducia con i cittadini.
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