di Marianna Vazzana
Il Giorno, 22 dicembre 2021
Una palestra per i detenuti dell'Istituto penale per i minorenni Cesare Beccaria. E' stata inaugurata ieri, a cura della Fondazione Francesca Rava NPH Italia Onlus che ha sostenuto e realizzato i lavori di ristrutturazione, durante una cerimonia con la cantautrice Paola Turci e l'attrice Martina Colombari, madrine e volontarie, e il campione di calcio Billy Costacurta. Un dono simbolico per i giovani del carcere, che rientra nel progetto "Palla al centro" per prevenire il disagio giovanile e rafforzare il ponte già esistente tra il dentro e il fuori.
"Un dono di rinascita e di speranza per questi ragazzi, in occasione del Natale", hanno spiegato i promotori. Il progetto è nato nell'ambito dell'accordo di collaborazione sottoscritto dalla Fondazione Francesca Rava, a fianco dell'infanzia in condizioni di disagio, in Italia e nel mondo, con il Tribunale per i Minorenni e il Centro Giustizia Minorile per la Lombardia, per realizzare percorsi di formazione e sviluppare competenze in vista del futuro reinserimento sociale e lavorativo dei ragazzi del Beccaria, ma anche per sensibilizzare la comunità educante sul tema del disagio giovanile in un'ottica di prevenzione, abbattimento dei pregiudizi, contrasto all'isolamento e alla stigmatizzazione sociale dei ragazzi entrati nel circuito penale.
La palestra si aggiunge alla scuola di informatica, ai laboratori di arte e di imbiancatura e a un programma di domeniche sportive e incontri motivazionali. "Il progetto ha consentito, in tempi record, di restituire al Beccaria la palestra, così importante per la salute mentale e fisica delle persone e ancor più per chi si trova in età evolutiva", il commento della direttrice dell'Istituto Cosima Buccoliero. "La nuova struttura sarà una 'palestra di vita' per i ragazzi. L'impostazione di Regione Lombardia nei confronti degli Istituti penitenziari è proprio quella di vederli come parte integrante del territorio", ha proseguito la vicepresidente e assessore al Welfare di Regione Lombardia Letizia Moratti. "Puntiamo sempre più - ha concluso Mariavittoria Rava, Presidente Fondazione Francesca Rava - alla formazione e al trasferimento di abilità pratiche e teoriche, che possano arricchire il curriculum dei ragazzi nel tempo sospeso della pena o durante la detenzione".
di Marco Pederzoli
Il Resto del Carlino, 22 dicembre 2021
Castelfranco, grazie ai fondi saranno finanziati progetti di reinserimento sociale La vita dopo il carcere passa anche per un... calendario. Grazie al ricavato dalle vendite di uno speciale lunario d'autore, realizzato dal Lions Club "Castelfranco Emilia - Nonantola", in stretta collaborazione con la direzione della Casa di Reclusione di Castelfranco, saranno infatti finanziati progetti per formare i detenuti che stanno scontando la loro pena.
Questa, in estrema sintesi, è la filosofia che sta alla base del progetto del calendario 2022 presentato ieri pomeriggio alla Casa Circondariale di Castelfranco, alla presenza tra gli altri di Maria Martone, direttrice della Casa Circondariale, di Simona Sinceri presidente del Lions Club, di Carlo Guidetti autore delle foto, della vicesindaco Nadia Caselgrandi, dell'ispettore Luciano Ianigro, di Simona Pugliese responsabile dell'area trattamentale della Casa di Reclusione, di altri soci del Lions Club e perfino di due detenuti. Il calendario, intitolato "Dentro al futuro", ritrae nelle foto di Guidetti, impaginate da Domenico Trotta, momenti di vita quotidiana all'interno della Casa di Reclusione, dove le 82 persone tra detenuti e internati studiano e lavorano.
Diverse sono le curiosità che le foto di questo calendario mettono "colore su bianco": da un'attività di call center per un'azienda toscana, alla produzione di ostie per diverse parrocchie della Diocesi di Bologna e non solo, alla lavanderia, alla produzione di miele, ortaggi e vino, fino a lavori di artigianato e ai tortellini. Il calendario è già in vendita in questi giorni nella "casina" di piazza Garibaldi gestita proprio dalla Casa di Reclusione. Oltre al lunario, si possono acquistare altri prodotti, dal miele al Lambrusco.
Tutti i fondi raccolti, saranno appunto devoluti a finanziare l'attività di formazione dei detenuti. "Il progetto del calendario - ha commentato la direttrice Martone - è un esempio rilevante di coinvolgimento delle rappresentanze locali in un nuovo processo di inclusione sociale". La Sinceri ha inoltre evidenziato che questo progetto è nato dopo avere conosciuto la direttrice e avere visto detenuti ed internati. La Caselgrandi ha sottolineato: "I detenuti devono rientrare a pieno titolo all'interno della società, una volta scontata la loro pena". E proprio ieri due detenuti hanno promosso il progetto: "Per noi la formazione è fondamentale", dice uno. "Prima di entrare qui, non sapevo cos'era il lavoro della terra", ha aggiunto un altro.
di Giulio Cavalli
Il Riformista, 22 dicembre 2021
L'Oim ha verificato 4.470 morti sulle rotte migratorie dall'inizio dell'anno, ma il bilancio vero è più grave. Col Covid c'è stato un calo senza precedenti degli spostamenti, i decessi invece non diminuiscono. Sono sicuramente più di 4.470 le vittime, tenendo conto delle decine di persone uccise (almeno 54) lo scorso giovedì, quando un camion stracarico di migranti si è schiantato in Chiapas, Messico. I viaggi immigratori continuano a uccidere e, nonostante le continue richieste di azioni concrete per ridurre le morti, nel 2021 si registra un aumento rispetto al 2020 (quando erano 4.236).
"Il COVID-19 ha comportato una diminuzione senza precedenti della mobilità umana, ma il Missing Migrants Project documenta ancora i decessi quasi ogni giorno", ha affermato Frank Laczko, direttore del Global Migration Data Analysis Center (Gmdac) dell'OIM, dove ha sede il progetto. Il numero di morti e sparizioni è aumentato su molte rotte migratorie in tutto il mondo nel 2021, anche in Europa e nelle Americhe.
Un numero ufficiale per ora è difficile da compilare poiché alcune zone del mondo sono complicate da documentare: ai confini bielorussi con l'Unione Europea, 21 morti nel 2021, anche se non sono disponibili dati ufficiali; nel Darien Gap, una remota regione della giungla tra Colombia e Panama, 42 vite perse, anche se gli oltre 125.000 attraversamenti irregolari di quest'anno significano che il vero bilancio delle vittime è probabilmente molto più alto; sulla traversata tra il Corno d'Africa e lo Yemen almeno 98 morti rispetto ai 40 registrati nel 2020, anche se i decessi su questa rotta sono estremamente difficili da documentare.
Un numero certo però sono gli 81 giorni di protesta dei disperati accampati per le strade di Tripoli. Dopo il raid della polizia e dei militari libici a Gargaresh il 1 ottobre, migliaia di persone hanno deciso di spostarsi di fronte al Community Day Center (CDC) dell'Unhcr a Tripoli in cerca di protezione. Dal 2 ottobre sono accampati come un presepe della disperazione per le strade senza riparo, servizi igienici, acqua potabile, medicinali, prodotti sanitari per donne e bambini. In questi mesi per strada sono morte persone in mezzo all'indifferenza libica (più che prevedibile) e internazionale.
I migranti si sono organizzati, hanno aperto un sito internet (www.refugeesinlibya.org) e redatto un manifesto per provare ad essere ascoltati: "Veniamo dal Sud Sudan, Sierra Leone, Ciad, Uganda, Congo, Ruanda, Burundi, Somalia, Eritrea, Etiopia e Sudan. Stiamo fuggendo da guerre civili, persecuzioni, cambiamenti climatici e povertà tornando nei nostri paesi di origine. Siamo stati tutti spinti da circostanze al di là della sopportazione umana - scrivono nel loro appello - Volevamo raggiungere l'Europa cercando una seconda possibilità per le nostre vite e quindi siamo arrivati in Libia.
Qui siamo diventati la forza lavoro nascosta dell'economia libica: poniamo mattoni e costruiamo case libiche, ripariamo e laviamo auto libiche, coltiviamo e piantiamo frutta e verdura per i contadini libici e le mense libiche, montiamo satelliti su tetti alti per i libici schermi ecc.".
Dopo essere stati sfruttati, i migranti lamentano di avere subito "torture, stupri, estorsioni, detenzioni arbitrarie, ogni possibile e inimmaginabile violazione dei diritti umani". Ora, scrivono "abbiamo capito che non avevamo altra scelta che iniziare ad organizzarci. Non possiamo continuare a tacere mentre nessuno difende noi e i nostri diritti". Chiedono "giustizia e uguaglianza tra rifugiati e richiedenti asilo registrati presso l'Unhcr in Libia", "l'abolizione dei finanziamenti alle guardie costiere libiche che hanno costantemente e forzatamente intercettato i profughi in fuga dall'inferno libico e li hanno portati in Libia dove tutte le atrocità accadono", giustizia per gli omicidi e invitano "la Libia a firmare e ratificare la costituzione della Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati".
Intorno, il silenzio. A proposito di Libia, vi ricordate i due stranieri che erano riusciti a convincere l'equipaggio del rimorchiatore Vos Thalassa a non puntare la prua verso Sud, dove sarebbero stati consegnati alla cosiddetta guardia costiera libica, per dirigersi invece in direzione di Trapani a luglio 2018? L'allora ministro Salvini li definì "dirottatori", il ministro Toninelli parlò di "facinorosi". Ora si è pronunciata la Cassazione assolvendoli perché hanno fatto "valere il diritto al non respingimento verso un Paese non sicuro" opponendosi "alla riconsegna alla Stato Libico". Tutto intorno, silenzio.
di Gaetano De Monte
Il Domani, 22 dicembre 2021
Ioan (nome di fantasia) è un ventenne di origine rumena che è divenuto cittadino italiano lo scorso 7 novembre, grazie a una sentenza a lui favorevole emessa dal tribunale civile di Roma. Come lui ci sono tanti ragazzi e ragazze nati e cresciuti in Italia a cui viene rigettata ingiustamente la richiesta di cittadinanza.
Claudia M. è diventata cittadina la scorsa estate, quando una sentenza della prima sezione civile della corte d'appello di Firenze ha ordinato al "ministero dell'Interno di procedere alle iscrizioni, trascrizioni e annotazioni di legge, nei registri dello stato civile".
L'avvocato Salvatore Fachile del direttivo dell'associazione studi giuridici immigrazione, che negli ultimi anni ha seguito diverse decine di casi di questo tipo, sottolinea che "esiste una lunga giurisprudenza" sul tema. Da Crotone a Milano, quando i comuni negano la cittadinanza agli stranieri nati e cresciuti in Italia, spesso con motivazioni pretestuose, "i tribunali ci danno ragione".
Marco H. è nato in una roulotte di ferro e lamiera. È cresciuto in Italia, con i due genitori e sei fratelli, all'interno del Villaggio della solidarietà di Castel Romano, come fu definito dalla giunta di centrosinistra che istituì uno dei campi mono etnici più grandi d'Italia, luogo poi divenuto il simbolo del fallimento delle politiche di inclusione sociale delle comunità rom nella Capitale.
Nonostante la precarietà degli alloggi, Marco, fin dalla tenera età, è stato sottoposto a tutte le vaccinazioni obbligatorie, così da poter frequentare il ciclo scolastico obbligatorio, scuole elementari, medie, e poi iscriversi e frequentare per quattro anni un istituto professionale di periferia.
Quando Marco compie il diciottesimo anno di età, nel 2019, è abbastanza istruito da sapere quali siano i suoi diritti e, così, si reca presso gli uffici del comune di Roma per formalizzare l'istanza di riconoscimento della cittadinanza italiana, come prevede l'articolo 4 al comma 2 della legge 91 del 1992, laddove fa riferimento al fatto che "lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data". Tuttavia, le cose non vanno per il verso auspicato dal neo-maggiorenne di origine rom: a più di un anno di distanza dalla presentazione della domanda di cittadinanza, il 25 novembre 2020, una nota del direttore del dipartimento servizi delegati di Roma capitale, rileva che "dalle verifiche effettuate presso la banca dati del comune, nei relativi archivi anagrafici e di stato civile il signor H. non risulta mai essere stato inserito nei registri della popolazione residente del comune di Roma. Pertanto, mancando uno dei requisiti richiesti dall'articolo citato in oggetto, e cioè la residenza legale e ininterrotta in Italia fino al 18° anno, l'istanza non può essere favorevolmente accolta".
La circolare del Viminale - Una circolare del ministero dell'Interno datata il 7 novembre 2007, però, ha chiarito che "l'iscrizione anagrafica tardiva del minore presso un comune italiano, potrà considerarsi non pregiudizievole ai fini dell'acquisto della cittadinanza italiana, ove vi sia una documentazione atta a dimostrare l'effettiva presenza dello stesso nel nostro Paese nel periodo antecedente la regolarizzazione anagrafica, attestati di vaccinazione, certificati medici in generale". Di più: il legislatore in passato è intervenuto anche con il decreto legge 69 del 2013, laddove ha previsto che "all'interessato non sono imputabili eventuali inadempimenti riconducibili ai genitori o agli uffici della pubblica amministrazione, ed egli può dimostrare il possesso dei requisiti con ogni idonea documentazione". Sono queste, dunque, le principali basi giuridiche che hanno consentito a Marco H., attraverso il suo avvocato, Salvatore Fachile, che fa parte del direttivo dell'Associazione studi giuridici immigrazione, di contestare davanti al tribunale di Roma l'illegittimità del provvedimento adottato nei suoi confronti dai funzionari romani.
Un provvedimento illegittimo - Nel ricorso che è ancora pendente davanti ai giudici, l'avvocato Fachile, nel chiedere al tribunale di "accertare l'illegittimità della condotta della pubblica amministrazione", ricostruisce non solo il quadro normativo, ma anche quello giurisprudenziale, che si ritiene alla base della richiesta di riconoscimento della cittadinanza italiana avanzata da Marco H. In particolare, il legale fa riferimento a una sentenza emessa dal tribunale civile di Napoli, in cui si afferma che "qualora l'interessato riesca a provare di essere stato effettivamente residente in Italia dalla nascita sino al raggiungimento della maggiore età, ben può acquisire la cittadinanza italiana non potendo lo stesso subire un pregiudizio a causa di inadempimenti da parte dei genitori non imputabili al medesimo".
Una recente decisione del tribunale di Roma, chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di cittadinanza presentata da un cittadino nomade nato e cresciuto in Italia, aveva stabilito che "la circostanza che egli non abbia certificato anagrafico di residenza è del tutto conforme alla sua condizione di nomade". E dunque aveva concesso al ricorrente la cittadinanza italiana, perché "non risulta che la permanenza dell'attore nel nostro paese sia stata illegale, egli vi è nato e vi ha abitato con la sua famiglia, né sono emersi elementi da cui risulta, che, di fatto, la sua permanenza nel nostro paese sia mai stata interrotta".
Ioan (nome di fantasia) invece, è un ventenne di origine rumena che è divenuto cittadino italiano lo scorso 7 novembre, grazie a una sentenza a lui favorevole emessa dalla giudice del tribunale civile di Roma, Damiana Colella. Già, perché anche a Ioan, il 15 novembre del 2019, l'ufficio anagrafe del XI Municipio, a cui aveva presentato la domanda di cittadinanza quando aveva compiuto 18 anni, ne aveva rigettato la richiesta. Con una motivazione pretestuosa. E cioè che l'uomo non si era presentato negli uffici il giorno previsto dall'appuntamento.
"Essendo scaduto il termine, la richiesta da lei presentata rimane priva di efficacia giuridica", avevano motivato così il diniego gli uffici anagrafici capitolini, senza tenere conto del fatto, però, che la normativa in materia prevede la possibilità di espletare la pratica entro il termine del 19° anno di età. Così, lo scorso 7 novembre, la giudice Damiana Colella ha scritto nella sentenza che il signor Ioan è cittadino italiano, ordinando "alle competenti autorità di procedere alle relative annotazioni e trascrizioni nei registri dello stato civile".
Come un fantasma - Claudia M. è diventata cittadina italiana la scorsa estate, quando una sentenza della prima sezione civile della Corte d'appello di Firenze ha ordinato al "ministero dell'Interno di procedere alle iscrizioni, trascrizioni e annotazioni di legge, nei registri dello stato civile".
La storia della vita di Claudia M. è particolarmente travagliata. Ha 24 anni e per diversi anni ha vissuto come un fantasma, tra Napoli e Roma, senza mai frequentare la scuola dell'obbligo né ricevere un'iscrizione anagrafica. Eppure, è stata ospite da minorenne a spese dello stato, prima in una comunità di accoglienza a seguito della commissione di alcuni reati, poi, in una comunità residenziale protetta, al fine di evitare contatti con la famiglia di origine. Quando Claudia compie 18 anni, però, sceglie di uscire dall'invisibilità in cui era stata costretta per diversi anni. Comincia a lavorare come cameriera in Toscana, inizia un percorso di semi-autonomia fuori dalle comunità in cui ha sempre vissuto e, prima del compimento del 19esimo anno di età, si presenta al comune di Siena per richiedere la cittadinanza italiana. Ma gli uffici comunali restano in silenzio; le risponderà soltanto in tribunale, a Firenze, quando i funzionari dell'Anagrafe si difenderanno dalle accuse dei legali della donna evidenziando "come la ricorrente non avesse fornito idonea documentazione comprovante la sua permanenza ininterrotta sul territorio italiano".
Una lunga giurisprudenza - Nel giudizio di primo grado, al fianco del comune di Siena, si era costituito anche il ministero dell'Interno, il quale contestava la "sussistenza del presupposto della residenza legale ininterrotta della ricorrente in Italia dalla nascita sino alla maggiore età". Tuttavia, i giudici di secondo grado del tribunale di Firenze "hanno correttamente valutato le prove circa la sua ininterrotta residenza legale in Italia anche alla luce del quadro normativo e giurisprudenziale", spiega l'avvocato Fachile che aggiunge: "Esiste una lunga giurisprudenza nel merito. Da Crotone a Milano, quando i comuni negano la cittadinanza agli stranieri nati e cresciuti in Italia, spesso con motivazioni pretestuose, soprattutto alle persone di origine rom, i tribunali ci danno ragione. Perché è la legge che lo prevede".
di Antonio Di Giovanni
Il Fatto Quotidiano, 22 dicembre 2021
La dipendenza da "social" è un argomento preoccupante, che coinvolge tutte le fasce di età, dai ragazzi in età molto giovane fino agli adulti. Il Wall Street Journal ha di recente condotto una pesante inchiesta sui social e in particolare su Facebook, Instagram e TikTok. L'inchiesta ha avuto importanti e inaspettati risvolti, mettendo in risalto lati oscuri e torbidi di queste piattaforme. Già nel film The Social Dilemma erano emerse diverse dinamiche pericolose, che miravano a far rimanere collegati ai social più a lungo, più del già alto tempo medio di permanenza.
Una di queste è la tecnica di manipolazione chiamata "Rinforzo Positivo Intermittente". Questa tecnica è una vera e propria tattica di manipolazione, estremamente potente ed efficace: gli esperti di psicologia considerano questa pratica una delle più potenti tecniche di motivazioni esistenti. In buona sostanza il manipolatore "motiva" la vittima, in questo caso l'utilizzatore del social, a comportarsi, pensare o sentire il modo in cui lui o lei desidera. Apprezzamenti, lodi, persone che ti seguono e mettono i like, ma non solo, anche il ricaricamento della home ogni qualvolta tentiamo di uscire che ci mostra altri post nuovi: il rinforzo intermittente, quindi, crea incertezza, ansia e desiderio nel cliente che ha bisogno di cercare costantemente un "rinforzo positivo".
Si dice "Se non stai pagando per un prodotto, allora il prodotto sei tu", quindi è da questa affermazione che dobbiamo partire per capire il perché non paghiamo per questi servizi. La missione iniziale della rete e dei social era nobile: poter connettere le persone di tutto il pianeta, sfruttare la tecnologia per il bene unendo le forze, favorendo vicinanza e creatività. E invece è successo il contrario e il mezzo sembra essere sfuggito di mano agli stessi creatori.
Mark Zuckerberg probabilmente sapeva delle conseguenze negative che avrebbero avuto i suoi social, ma presumibilmente ha fatto finta di nulla in nome del profitto, tant'è che già da settembre scorso ha deciso di sospendere il progetto di Instagram per bambini. Instagram, infatti, è stato definito come uno strumento molto pericoloso già per i teenager, e in particolare per le ragazzine, in quanto social molto incentrato sul valore dell'immagine e questo crea in molti dei complessi in età di sviluppo, proprio rispetto all'essere costantemente apprezzati e desiderati.
Il Pew Research Center, uno degli istituti di sondaggi e ricerche più validi negli Stati Uniti, ha condotto una ricerca sull'utilizzo dei social network da parte degli adolescenti americani (ma altre ricerche mostrano dati molto simili per quelli europei). Da questa ricerca è emerso che YouTube viene utilizzato dall'85% di chi è tra i 13 e i 17 anni, Instagram dal 72% e Snapchat dal 69%, mentre Facebook è solo al 51% e Twitter al 32%. Si tratta di una considerevole differenza rispetto al 2015, quando Facebook era utilizzato dal 71% in particolare degli adolescenti.
Cresce quindi l'esigenza di trovare una risposta a una deriva che sta mettendo in pericolo soprattutto le nuove generazioni. Inserire l'educazione digitale nelle scuole insieme all'educazione civica è una priorità, dobbiamo rapidamente far capire fin da piccoli come interagire sul web. Necessitiamo quindi di nuovi strumenti e di nuove forme di insegnamento che coinvolgano anche gli adulti in questa formazione. Gli adulti tuttavia, in questa fase, hanno bisogno di acquisire un patrimonio di informazioni abbastanza cospicuo, se vogliono proteggere i loro figli, altrimenti non avranno nulla da trasmettere.
di Mauro Magatti
Corriere della Sera, 22 dicembre 2021
Nell'universo che si estende dagli adolescenti fino ai 30-35enni si diffonde la tendenza alla fuga per alleggerire la tensione, fino alla chiusura totale al mondo. I sintomi c'erano già prima del Covid. Nel mondo giovanile - un universo variegato che si estende dagli adolescenti fino ai 30-35enni - si va diffondendo la sindrome del "ritiro" dal mondo. Una fuga come via per alleggerire la tensione che rivendica il diritto all'astensione, al silenzio, all'indifferenza, all'irrilevanza, se non addirittura - nei casi più gravi - allo scioglimento del legame sociale.
Ne aveva parlato qualche anno fa l'antropologo francese David Le Breton, che qualificava questo nuovo modo di essere giovanile col termine "biancore": una apatia, una distanza che rivela l'impellente bisogno di prendere congedo da sé come risposta alla fatica di essere se stessi. Ora il Covid ha radicalizzato e moltiplicato questa sindrome. In molte scuole si segnalano casi di ragazzi che non frequentano più le lezioni, mentre i tanti centri di assistenza psicologica aperti in questi anni di pandemia sono affollati di genitori che non sanno più come trattare i figli che non escono di casa. Un problema trasversale, che tocca tutte le classi sociali e le diverse fasce d'età: dagli adolescenti che col lockdown hanno introiettato una sorta di paura nei confronti dell'altro e del mondo esterno fino ai ragazzi più grandi che non lavorano e non studiano perché intrappolati in un vuoto da cui non riescono ad uscire o a chi decide di lasciare un buon lavoro perché non riesce più a trovare motivazioni per andare avanti.
Anche se non esclusiva (non dimentichiamo il movimento giovanile dei Fridays for future che si muove attorno ai temi della sostenibilità) la sindrome del ritiro segna in maniera evidente le nuove generazioni. Sono lontanissimi gli anni della contestazione in cui si rivendicava il diritto a desiderare. Così come sono lontani gli anni degli yuppies, quando le nuove generazioni pensavamo di poter cavalcare l'onda del nuovo mondo globalizzato, visto come una serbatoio di esperienze e possibilità.
È vero: nella seconda parte del 900 abbiamo scoperto il desiderio e lo abbiamo vissuto come una grande occasione di esplorazione e sperimentazione. Ma è già da qualche anno che i figli della società del benessere, liberi di desiderare, faticano a sostenere questa loro condizione. Perché? Le ragioni sono diverse e intrecciano necessariamente percorsi personali con cambiamenti socioculturali. Tuttavia alcune considerazioni possono essere avanzate.
I ragazzi crescono in un ambiente che avvertono fortemente competitivo e performante, in cui bisogna essere sempre all'altezza non solo sul lavoro, ma in generale nella vita, nell'aspetto fisico, nelle relazioni e perfino nel sesso. Il senso di inadeguatezza si rivela nell'ansia diffusa o nelle crisi di panico che sono all'ordine del giorno. Ma negli anni è cresciuta anche la paura che suscita un mondo complesso che non si riesce a decodificare e che per di più sembra diventare sempre più minaccioso. Lo shock della pandemia e l'interruzione delle relazioni causata dal lockdown hanno dato ora il colpo di grazia.
Altri fattori di contesto concorrono a questo esito. Il ritiro del mondo appare come una possibilità in una situazione in cui il benessere diffuso risolve, in un modo o nell'altro, i problemi di sopravvivenza immediata, creando così una membrana in cui ragazzi possono permanere senza troppi problemi. La famiglia, da cui si esce tardissimo, è una cuccia protettiva in cui ci si può accomodare lontano dalle sfide di un mondo temibile. Ma un ruolo l'importante lo gioca anche il digitale. Sia perché contribuisce alla destrutturazione dei processi di individuazione che diventano sempre più precari: il flusso comunicativo si trasforma in una fluidità personale che fatica poi a trovare un punto di consistenza. Sia perché la rete mette concretamente a disposizione un mondo parallelo in cui immergersi, continuando ad avere relazioni con il mondo, mediate però da uno schermo (cioè a distanza di sicurezza e sotto controllo) che finisce per essere un ricettacolo delle proiezioni soggettive sulla realtà.
C'è ragione per preoccuparsi. La sindrome del ritiro - che l'emergenza infinita del Covid allarga a macchia d'olio - aggrava il problema di una transizione generazionale che sappiamo essere difficile: è urgente ripensare al modo in cui prepariamo i giovani a entrare in una società che parla ossessivamente di crescita, competitività, efficienza. E poco altro.
La sindrome del ritiro ci dice che, nel giro di poche generazioni, stiamo assistendo a un'inattesa implosione del desiderio. E la ragione va probabilmente cercata nell'aver combinato il desiderio ridotto a pulsione con l'ansia della performance e la iperfluidità del senso. Freud insegnava che il desiderio, senza sublimazione, non porta da nessuna parte. E ora noi abbiamo una generazione che sembra non trovare più nel rapporto col mondo circostante appigli per mettere in campo quell'investimento libidico senza il quale la vita non decolla.
Invece che dire che solo i migliori ce la faranno, forse dobbiamo dire che abbiamo bisogno di tutti per risolvere i problemi che la generazione degli adulti lascia in eredità. Invece che astrarre i ragazzi dalla realtà fino a 25-30 anni, forse dobbiamo autorizzarli fin dalla adolescenza a misurarsi con la concretezza della vita, che è altra cosa da un libro o da un videogioco. Invece che allungare ad libitum gli anni dell'indeterminatezza esistenziale, forse dobbiamo reintrodurre qualche rito di passaggio che segni una scansione tra giovinezza e età adulta.
Il ritiro del mondo è un sintomo. Genitori e terapeuti sanno che è molto difficile riuscire a tirar fuori i ragazzi quando cadono in questo circuito. Forse la domanda che ci stanno lanciando è un po' più profonda. E, come sempre, la prima cosa è provare ad ascoltarla.
di Fulvio Paloscia
La Repubblica, 22 dicembre 2021
Oltre 100 opere, realizzate da chi ha risposto all'appello di un anno fa, sono esposte nella sala Carlo Azeglio Ciampi, all'interno del Palazzo del Pegaso, sede del consiglio regionale della Toscana. Mettete le ali a Patrick Zaki. Le ali della libertà. L'idea è venuta all'artista toscana Daria Palotti, lo scorso febbraio, ad un anno dall'incarcerazione in Egitto dello studente dell'Università di Bologna.
Tutto era nato come un laboratorio in presenza in collaborazione con il Comune di Vicopisano (Pisa), poi la recrudescenza del Coronavirus ha costretto a scegliere la strada del web. Con una pagina Facebook dove Palotti invitava tutti coloro che lo desiderassero, a disegnare due ali su un profilo fotografico del giovane egiziano come simbolo e augurio di libertà. Nessun limite creativo, ognuno poteva esprimersi come voleva: l'importante non era l'esito estetico, "ma la condivisione dell'idea di libertà. Tutto doveva svolgersi nell'ambito della bellezza del creare e della voglia di partecipare ad un progetto che certo non sarà risolutivo per Zaki, ma che almeno gli farà sentire ancora più vicino il nostro paese. E che ha dato voce a chi sentiva il bisogno di partecipare all'incredibile ondata di solidarietà".
Il risultato è stato superiore ad ogni aspettativa. Sono infatti arrivati oltre 2000 elaborati, da parte di persone di ogni età, cifra in cui la stessa Palotti non avrebbe mai sperato. Merito anche dell'endorsement di Amnesty International, che ha voluto collaborare all'iniziativa, di Cecilia Robustelli dell'Università di Modena e Reggio Emilia, di Rita Monticelli dell'Università di Bologna, coordinatrice del master Gemma seguito dallo stesso Zaki.
La Regione Toscana ("terra di diritti dal 1786, quando fu abolita per la prima volta al mondo, entro i suoi confini, la pena di morte; vogliamo mantenere questo primato, facendoci sempre più portavoce dei diritti negati" dice Antonio Mazzeo, presidente del consiglio regionale) ha fatto suo il progetto: oltre 100 opere sono esposte nella sala espositiva Carlo Azeglio Ciampi, all'interno del Palazzo del Pegaso, sede del consiglio regionale, dove la mostra "Ali per Zaki" è in corso fino al 28 dicembre. "Una scelta durissima - spiega Palotti - che ho fatto con l'intento di mantenere la trasversalità che ha contraddistinto la grande adesione".
Ali di uccelli fatati. Ali nelle cui piume sono impressi i volti dei grandi difensori dei diritti umani (da Mandela a Gandhi). Ali di angelo, ali di stoffa, ali realizzate con una mascherina chirurgica come se fossero un paracadute, ali di carta e ali di vere piume, ali di farfalla e ali fatte di fiori, ali di colomba e ali fatte di parole che "sono la nostra potenza, usiamole per vincere la battaglia" scrive una delle alunne delle tante scuole che hanno partecipato all'iniziativa. E tante, tante frasi che fanno da scenografia al volto sorridente di Patrick: "la libertà è come l'aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare", "liberatelo, è buono", "Zaki non preoccuparti che ti libereremo noi", "vola via dalla prigione in cui sei finito ingiustamente".
Un successo inaspettato. Coronato dalla scarcerazione di Zaki ("che non è libero, ma fuori dal carcere, ed è ben diverso. Dunque le ali devono continuare a volare" dice Riccardo Noury, portavoce nazionale di Amnesty) "ma la mostra non arriva fuori tempo, perché i valori espressi da queste opere - alcune di artisti professionisti che hanno spontaneamente aderito all'iniziativa - vanno aldilà del caso specifico e sono eterni nella loro potenza.
Rivendicano l'umanità che il nostro paese è capace di esprimere in un momento così difficile e divisivo come quello che stiamo vivendo" aggiunge Palotti. Perché l'arte "ha fatto arrivare a Patrick il sostegno di tutte queste persone anche quando era in carcere. Perché l'arte, si sa, ha il potere di valicare i confini ed abbattere muri" aggiunge Rita Monticelli, colpita dalla partecipazione di tanti bambini all'iniziativa: "Bene così, perché la libertà non è solo un diritto, ma è anche qualcosa che si deve insegnare insieme all'esercizio del pensiero critico.
È importante che Elena Ferrante abbia sottolineato, in un suo recente scritto, la sua soddisfazione nell'aver aiutato - attraverso i suoi libri - Patrick a sopportare la durissima prigionia. La cultura ha anche la funzione di alleviare le sofferenze quotidiane, guida le nostre vite. Alice Walker, autrice che Patrick ha studiato e ama, diceva che le rivoluzioni hanno bisogno di bellezza per poter esprimersi".
di Serena Console
Il Manifesto, 22 dicembre 2021
Condannati a morte tre detenuti, dopo una sospensione della pena capitale nel 2019. Polemiche anche sulle modalità: i prigionieri informati poche ore prima. Senza preavviso, non si può fare appello. Per tre anni il Giappone non ha eseguito alcuna condanna a morte. Ma il boia è tornato ieri, quando ha portato a termine le esecuzioni capitali per impiccagione di tre detenuti nel braccio della morte. Il ministro della Giustizia del governo Kishida, Yoshihisa Furukawa, ha blindato la pratica che vede il paese del G7, così come gli Usa, condannare a morte un essere umano.
Già lo scorso ottobre il ministro aveva definito la pena capitale inevitabile per i crimini efferati e giudicati atroci dalla comunità, allontanando le speranze di una revisione dell'attuale ordinamento giuridico nipponico. Per il ministro Furukawa non c'era altra scelta: i tre detenuti avevano commesso reati "estremamente orribili". Uno dei tre condannati, Yasutaka Fujishiro, 65 anni, è stato ritenuto colpevole di aver ucciso sette suoi parenti nella prefettura di Hyogo nel 2004. Gli altri due carcerati nel braccio della morte, Tomoaki Takanezawa e Mitsunori Onogawa, 54 e 44 anni, sono stati condannati per l'uccisione di due dipendenti in due diversi locali di gioco d'azzardo nel 2003.
Il fermo di tre anni della pena capitale è stato preceduto da tre impiccagioni nel 2019 e da 15 eseguite un anno prima, quando sono stati condannati in massa i 13 membri della setta religiosa dell'Aum Shinrikyo, responsabili dell'attentato con gas nervino nella metropolitana di Tokyo nel 1995, nel quale morirono 14 persone. Con le ultime esecuzioni, i detenuti nel braccio della morte sono ora 107.
Il governo di Tokyo sembra guardare i profili dei detenuti per giustificare il respingimento delle richieste di abolizione della pena capitale avanzate da Unione europea, gruppi per i diritti umani e di migliaia di avvocati e professionisti legali giapponesi. Le esecuzioni nel Paese vengono condotte quasi unicamente per impiccagione e riguardano in prevalenza pluriomicidi.
E molto spesso avvengono in segreto, con i prigionieri nel braccio della morte informati solo poche ore prima dell'esecuzione. L'associazione degli avvocati giapponese definisce incostituzionale il mancato preavviso al detenuto: i legali così non possono appellarsi contro l'ordine di esecuzione della sentenza, lasciando i carcerati nell'agonia di vivere il loro ultimo giorno. Dopo le esecuzioni di ieri, il vice capo di gabinetto Seiji Kihara ha ribadito che non è appropriato abolire il sistema della pena capitale, a causa del verificarsi continuo di crimini efferati. L'esecutivo fa appello anche all'alto consenso popolare: una netta maggioranza dei cittadini giapponesi riconosce l'essenzialità di un provvedimento così atroce.
In un sondaggio condotto nel novembre 2019 dall'Ufficio di Gabinetto, l'80% di 3mila intervistati si è detto a favore della pena capitale. I giapponesi ritengono che la condanna sia uno strumento per rispettare i sentimenti della famiglia della vittima e per impedire che il colpevole commetta altri reati. Le esecuzioni di ieri rischiano di inondare di polemiche il premier Fumio Kishida, insediatosi lo scorso ottobre. L'opposizione è sul piede di guerra e attacca il governo per aver scelto di eseguire le condanne in questo periodo dell'anno allo scopo di ridurre le critiche, visto che le attività del Parlamento sono sospese.
Anche le ong puntano il dito contro Tokyo. La Death Penalty Project, nei suoi rapporti sulla pena capitale applicata in Giappone, ha sottolineato a più riprese il falso mito dell'alto indice di approvazione popolare sulle esecuzioni, adducibile a "seri problemi metodologici" nei sondaggi dell'esecutivo. Amnesty International, che ha ripetutamente invitato il Giappone a stabilire un'immediata moratoria ufficiale su tutte le esecuzioni come primo passo verso l'abolizione totale, ha giudicato "sconcertante" l'opposizione di Tokyo a porre fine all'uso della pena capitale.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 22 dicembre 2021
Le elezioni sono saltate perché nessuno era d'accordo su nulla, la tensione sale e si teme il ritorno alle armi. Intanto la chiusura di quattro giacimenti di idrocarburi, oltre alle raffinerie di Zuara e Mellitah, minaccia gli interessi italiani nel Paese.
Milizie armate per le strade, barricate di sacchi di sabbia e scuole serrate con gli studenti rimandati a casa nel timore che rimangano coinvolti negli scontri a fuoco. Per un attimo ieri mattina nella regione di Tripoli la voce della guerra è sembrata prevalere sulla diplomazia. Il ritorno delle tensioni coincide con l'inevitabile rinvio delle elezioni. Il primo turno delle presidenziali era previsto per venerdì 24 dicembre. Ma nessuno era d'accordo su nulla: non sulla legge elettorale, non sulla eleggibilità di alcuni candidati (tra loro Saif al Islam, il figlio più politico di Muammar Gheddafi, e il premier in carica Abdulhamid Dabeibah) e tanto meno sui passi che si sarebbero dovuti seguire per il ballottaggio e quindi per le parlamentari. Nessuno voleva assumersi la responsabilità di annunciare il rinvio. Il silenzio della politica ha così lasciato spazio al caos anarchico delle milizie.
Il rischio di un ritorno alle dinamiche di violenza simili ai 14 mesi dell'offensiva lanciata il 4 aprile 2019 dall'uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, per conquistare Tripoli pare adesso compensato da almeno due fattori positivi. In primo luogo, Russia e Turchia, le due potenze intervenute due anni fa manu militari rispettivamente in sostegno di Cirenaica e Tripolitania, oggi non vogliono la guerra. Si aggiunge la presenza sul campo di Stephanie Williams, la rappresentante Onu d'origine americana che oltre un anno fa negoziò sia il cessate il fuoco che il processo elettorale. Lei stessa però ha fatto diffondere un annuncio in cui si dice preoccupata per il fatto che scontri limitati "possano poi sfociare in conflitto". Il rischio coinvolge direttamente l'Italia. La chiusura di quattro giacimenti di idrocarburi, oltre alle raffinerie di Zuara e Mellitah, minaccia le attività dell'Eni nel Paese. Non a caso lo stesso Mario Draghi appella alla ripresa del dialogo e alla tenuta di "libere elezioni quanto prima", sottolineando che la destabilizzazione interferisce anche sui flussi migratori.
In questa grave fase di incertezza rialza la testa Haftar, che ieri ha incontrato a Bengasi importanti esponenti del vecchio entourage di Tripoli. Tra loro l'ex ministro degli interni Fathi Bishaga e l'ex vicepresidente Ahmed Maitig. L'intento è costringere Dabeibah alle dimissioni e la creazione di un loro governo unitario che rinvii a un futuro molto più lontano le elezioni. Argomento centrale è che Dabeibah al momento della sua nomina, meno di un anno fa, aveva promesso che non si sarebbe ricandidato e dunque adesso dovrebbe farsi da parte. Haftar, tra l'altro, teme la candidatura del figlio di Gheddafi, che "pesca" consensi tra il suo elettorato. Ma la situazione resta del tutto fluida e ancora fuori controllo.
di Leonardo Fiorentini e Marco Perduca
Il Manifesto, 22 dicembre 2021
Il 16 dicembre abbiamo scritto su queste pagine del silenziamento della Commissione droghe dell'Onu relativo al rapporto del gruppo di lavoro sulle detenzioni arbitrarie, un documento che aveva ricevuto l'ok da molti governi ma che il segretariato ha bloccato poco prima della sua presentazione in plenaria.
Se non fosse stato per centinaia di ONG che hanno denunciato al Segretario Generale Guterres la grave censura l'affair non sarebbe stato degno di menzione, invece si tratta di un drammatico resoconto che vale la pena approfondire.
Gli esperti dell'Onu esaminano le violazioni in tutto il mondo senza risparmiare paesi democratici, Italia compresa. La media mondiale di detenuti per "reati di droga" è del 21,65%, al 30 giugno 2021 da noi era del 35,91%! Il doppio della media europea (18%) e molto più di Messico (9,7%) USA (20%), Colombia (20,7%), Marocco (25%) Albania (26%), Russia (28,6%) e Algeria (34,5%). Il rapporto evidenzia che "Alcuni Stati sono andati oltre quanto è richiesto dai trattati sul controllo delle droghe in termini di criminalizzazione e sanzioni associate, mentre altri hanno dimostrato uno zelo eccessivo nell'applicare le previsioni di criminalizzazione". Esplicita la denuncia sull'eccessiva presenza di migranti in carcere per "fatti di droga" nel nostro Paese: 33% al 30 giugno 2021.
Anche test antidroga e perquisizioni sono sotto accusa: "possono essere usati come modi per identificare i consumatori di droga o coloro che ne sono in possesso con lo scopo di arrestarli. Queste pratiche sono un netto allontanamento dal requisito della causa probabile per le perquisizioni legali e ledono considerevolmente il diritto umano alla sicurezza della persona." La decisione su chi deve essere "testato" o perquisito per il possesso di droga può essere "altamente soggettiva, spesso basata sull'aspetto fisico di una persona, il sesso, l'età, la razza, l'etnia o lo status di migrante o di sex workers".
Col tempo sul profiling da parte delle forze dell'ordine si è finalmente creata maggiore consapevolezza, in particolare negli USA dove le riforme sulla cannabis hanno tra i motivi principali la lotta alle discriminazioni verso le minoranze afroamericane e latinos. L'articolo 103 del Testo Unico sulle droghe italiano permette la perquisizione anche in assenza di un assenso del magistrato. Uno strumento che permette la "pesca a strascico" nelle strade che fa entrare annualmente nel circuito penale migliaia di persone; altrettante finiscono in quello non meno odioso e stigmatizzante delle segnalazioni al Prefetto.
Una volta entrati è molto difficile uscirne: basta la detenzione di una quantità poco superiore a quella considerata per uso personale e la presenza di altri elementi indiziari in casa come una bilancia (da cucina o di precisione spesso è indifferente) e di materiale per il confezionamento (reperibili nei cassetti di ogni cucina) e un po' di contanti in casa, per finire denunciati per spaccio. Nei fatti si tratta di un'inversione dell'onere della prova che costringe l'accusato a dover dimostrare il possesso per l'uso personale, sgravando l'accusa dal portare in giudizio una qualsiasi prova (filmato, foto, intercettazione) che dimostri l'effettiva attività di spaccio.
Così, 7 processi su 10 per droghe finiscono con una condanna, a differenza di quelli per i reati contro le persone o il patrimonio che rimangono fermi a un condannato ogni 10 processi (v. Urzi, 11° Libro bianco sulle droghe). Idem per chi entra nella spirale delle sanzioni amministrative che colpiscono quasi la metà dei segnalati.
La legge italiana va quindi contro i trattati sui diritti umani, le convenzioni sulle droghe e le decisioni quadro europee - che prevedono pene massime da 1 a 3 anni e da 5 e 10 per i reati più gravi. Un motivo in più, se ce ne fosse bisogno, per riformarla.
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