di Stefano Vecchio
Il Manifesto, 28 luglio 2021
Noi di Forum Droghe e le nostre Reti ci siamo ma chiediamo che, dopo dodici anni di silenzio, la Conferenza Nazionale sulle Droghe non sia un evento pubblico rituale ma una occasione per discutere su come realizzare un cambio di rotta delle politiche sulle droghe. La Relazione al Parlamento 2021 sullo stato delle tossicodipendenze, dedica, opportunamente, molto spazio all'analisi degli effetti delle restrizioni, connesse alla pandemia, sulle diverse componenti del fenomeno. Il quadro che ne esce è che il mercato ha mantenuto la sua attività economica e suoi profitti, le persone che usano droghe sono riuscite a graduare e gestire i propri consumi controllando i rischi e a mantenere una relazione con i servizi. Sostanzialmente si confermano le tendenze degli ultimi anni sulla diffusione di modelli di uso e consumo di droghe diversificati, non più riducibili al paradigma della dipendenza.
La Ministra Dadone, nella sua introduzione, concentra l'attenzione sulle "nuove tendenze" dei consumi giovanili, che nell'impatto con la pandemia mostrerebbero una realtà di "allarme e di emergenza". E nella introduzione del Dipartimento delle Politiche Antidroga si chiarisce come il tema centrale sia "l'accelerazione imponente e generalizzata" dei "cambiamenti già in atto". Ad una lettura attenta dei dati, in realtà appare che la pandemia abbia messo in luce piuttosto le contraddizioni storiche delle politiche sulle droghe mentre i cambiamenti in atto, che destano allarme, risultano piuttosto stabili disegnando il "nuovo" scenario di questo millennio.
D'altra parte è singolare che la contraddizione più importante, quella dell'impatto sul sistema penale, non venga nemmeno presa in considerazione. Nella Relazione risulta che un terzo dei detenuti sia recluso per effetto di un articolo "costruito" ad hoc dalla legge sulle droghe, e che i tossicodipendenti sono stati gli unici che non hanno beneficiato delle misure alternative alla detenzione nel corso della pandemia. Da tempo e in particolare nel Dodicesimo Libro Bianco sulle droghe, denunciamo questo fenomeno di deportazione di migliaia di persone che dovrebbero essere curate o ritornare alla propria vita quotidiana, riducendo, tra l'altro, il sovraffollamento delle carceri.
Anche nella parte dedicata ai servizi vi sono informazioni importanti che non sono state prese in considerazione. Ad esempio, opportunamente sono stati riportati gli interventi di Riduzione dei Danni e dei Rischi sottolineandone l'efficacia, ma non si è detto che ciò che ha funzionato è stato un approccio di bassa soglia, che ha coinvolto le persone, sostenuto le competenze e la responsabilizzazione. E sarebbe stato utile verificare che anche i servizi tradizionali, i SerD e le Comunità, sono riusciti a garantire le loro prestazioni, nonostante le restrizioni, in quanto hanno adottato un approccio analogo. Sulla base di questa analisi critica dei dati è possibile ripensare i modelli di intervento e dei servizi piuttosto che continuare a seguire la prospettiva usurata e stigmatizzante della dipendenza.
Nella Relazione al Parlamento, se vogliamo leggerli, ci sono tutti gli elementi del fallimento dell'approccio della guerra alla droga, che non ha intaccato i grandi profitti della criminalità organizzata, che ha visto ampliare i consumi di droghe in una realtà resa rischiosa dalla illegalità, ha prodotto una incarcerazione di massa, ha aumentato i processi di stigmatizzazione e i conflitti intergenerazionali. La Ministra Dadone auspica che la Relazione al Parlamento possa rappresentare la base per un confronto "senza pregiudizi" tra "tutti gli attori coinvolti" all'interno della Conferenza Nazionale sulle Droghe. Noi di Forum Droghe e le nostre Reti ci siamo ma chiediamo che, dopo dodici anni di silenzio, la Conferenza Nazionale sulle Droghe non sia un evento pubblico rituale ma una occasione per discutere su come realizzare un cambio di rotta delle politiche sulle droghe: se mantenere il modello attuale repressivo fallimentare o se adottare una logica di governo politico e di regolazione sociale del fenomeno.
di Ugo Pagano
Il Domani, 28 luglio 2021
Qualsiasi sarà al Wto, l'Organizzazione mondiale del commercio, il risultato della richiesta di sospensiva dei brevetti, l'appoggio degli Stati Uniti a questa proposta ha fatto diventare la Commissione europea un isolato baluardo a difesa dei monopòli legali delle imprese farmaceutiche. In Europa si stenta a capire quanto sia profondo il rinato risentimento antitrust americano e quanto sia radicale il cambiamento delle teorie giuridiche ed economiche che sta influenzando questa svolta.
La nomina di Lina Khan, voluta dalla amministrazione Biden, a presidente della Federal Trade Commission, ha avuto anche l'appoggio di numerosi senatori repubblicani che hanno evidentemente condiviso le sue opinioni, ben note negli Stati Uniti specialmente per un suo noto articolo su Amazon. In esso la Khan sosteneva che, visto che tutti vogliono stare sulle piattaforme dove sono gli altri, queste costituiscono dei monopoli naturali che vanno regolamentati in modo da permettere il loro accesso alle stesse condizioni da parte di tutti. Ai monopoli naturali si è aggiunto un rafforzamento dei monopoli legali posti a difesa della proprietà intellettuale che sta provocando negli Usa una reazione bipartisan.
Secondo il nuovo approccio non basta esaminare gli effetti dei monopoli sui prezzi. Occorre anche esaminare gli effetti che la struttura del mercato ha sulle libertà degli individui. La tradizionale teoria del monopolio considera solo gli effetti negativi che esso ha per via del suo effetto sui prezzi. Restringendo l'offerta il monopolista può vendere a un prezzo più alto. Produrrà, quindi, di meno rispetto a quanto avviene in concorrenza dove le imprese non possono influenzare i prezzi. Questo non è un buon risultato per l'economia presa nel suo insieme. Se il monopolista potesse vendere a prezzi inferiori con un profitto meno elevato anche altre unità di prodotto allora starebbero meglio sia i consumatori che lo stesso monopolista.
Proprio questo ragionamento portò il premio Nobel Ronald Coase a negare che il risultato dei libri di testo fosse scontato e che il prezzo di monopolio fosse necessariamente superiore a quello in concorrenza. Una volta venduta una certa quantità al prezzo che rende massimo il suo profitto il monopolista potrebbe ancora vendere delle quantità in più a un prezzo inferiore ma pur sempre superiore ai costi sostenuti. Prevedendo questo comportamento tutti gli individui potrebbero posticipare il consumo per un periodo sufficientemente lungo e pagare così il bene a un prezzo non gravato da profitti monopolistici. Se i consumatori sono in grado di aspettare il monopolista non riesce, quindi, a spuntare un prezzo superiore a quello di concorrenza. Le conclusioni di Coase, per quanto ben diverse da quelle prevalenti ora in America, anticipano l'idea che la struttura del mercato vada attentamente presa in considerazione.
Il cambiamento di una pandemia - In un articolo pubblicato con Antonio Nicita il 30 gennaio sul Sole 24 Ore abbiamo sostenuto che una pandemia cambia radicalmente la struttura del mercato. Proprio Coase ci offre gli strumenti per comprendere meglio la natura di questo cambiamento. In una pandemia gli individui non sono affatto disposti ad aspettare per avere il vaccino. Questo cambia la struttura del mercato in modo opposto al caso considerato da Coase. Il monopolista può fornire la merce lentamente in modo da venderla prima ai consumatori disposti a pagare i prezzi più alti e poi gradualmente a un prezzo decrescente agli altri individui.
Discriminando fra i consumatori il monopolista può far pagare a un buon numero di essi non solo di più del prezzo di concorrenza ma anche un prezzo più elevato del prezzo unico a cui venderebbe tutta la quantità prodotta il monopolista dei libri di testo. Se i consumatori non possono permettersi di rimandare il consumo del bene offerto il monopolista li può allora mettere in fila e ottenere da ognuno di essi il prezzo che è disposto a pagare. Questa fila, nel cui ordine pesa in modo determinante la ricchezza degli individui, non è però politicamente accettabile e non è stata infatti accettata nella maggioranza dei paesi. Molti stati o associazioni di stati come l'Unione europea hanno acquistato i vaccini Covid, spesso con contratti secretati, dalle ditte farmaceutiche e li hanno poi distribuiti secondo criteri eticamente accettabili come l'età, la fragilità fisica o l'esposizione al virus. All'interno di ogni singolo paese si è così evitata una fila, magari opportunamente rallentata per estrarre il massimo profitto. La distribuzione dei vaccini fra i diversi paesi è stata invece persino peggiore di quanto si potesse prevedere in teoria. I paesi più ricchi si sono accaparrati quantitativi di vaccini che vanno ben oltre il loro fabbisogno mentre in quelli più poveri sono stati spesso lasciati senza vaccino persino i lavoratori del settore sanitario. Ancora oggi le imprese farmaceutiche sembrano più interessate a produrre terze dosi per i paesi più ricchi che a vendere le prime dosi nei paesi più poveri.
I brevetti - La sospensiva dei brevetti andrebbe applicata ogni volta che un bene come il vaccino Covid è urgentemente richiesto dalla popolazione. Una fornitura troppo lenta può causare morti, miseria e sviluppo di varianti. Una organizzazione che si fondi sin dall'inizio su ricerche pubbliche e mercati concorrenziali (quale per esempio già esiste nel caso della produzione del vaccino per l'influenza stagionale) presenta molti vantaggi rispetto a un sistema basato su brevetti e mercati monopolizzati, specialmente quando i virus da contrastare mutano velocemente e tutte le conoscenze vanno velocemente condivise. La posizione dell'Europa sulla sospensiva dei brevetti segnala tutta la sua incapacità di trovare delle politiche adeguate a un mondo dominato da nuovi monopoli naturali e da una eccessiva tutela della cosiddetta proprietà intellettuale. Essa esprime anche una carenza di democrazia delle istituzioni europee. Mentre sia il parlamento italiano sia quello europeo hanno preso posizione a favore della sospensiva dei brevetti la Commissione la ha inizialmente ostacolata e cerca ora di proporre una alternativa migliore per le aziende farmaceutiche ma peggiore per tutti gli altri.
In alternativa alla sospensiva la Commissione propone, infatti, una facilitazione delle licenze obbligatorie già previste sin dalla istituzione del Wto. È importante capire quanto la proposta europea sia peggiore della sospensiva dei brevetti. Mentre una sospensiva dei brevetti permette non solo di produrre ma anche di importare i vaccini da tutte le parti del mondo, una licenza obbligatoria permette solo di produrlo nel proprio paese a uso esclusivo dei cittadini del paese stesso.
La possibilità di licenze obbligatorie è stata (finalmente e solo da una settimana!) recepita nella legislazione italiana grazie a un emendamento al decreto semplificazione dell'ex-Ministro della Salute Giulia Grillo. Essa è certamente utile per paesi come l'Italia che in caso di emergenza sanitaria possono così autorizzare sul proprio territorio la produzione di farmaci brevettati. Tuttavia questa opportunità può essere solo sfruttata da paesi industrializzati come il nostro o da altri paesi come l'India che hanno una forte industria farmaceutica. Per gli altri paesi, incapaci di produrre i vaccini Covid, una licenza obbligatoria sarebbe del tutto inutile. Essi sarebbero costretti a continuare ad acquistarli dalle imprese che detengono i brevetti.
La inadeguata proposta europea porta, forse non a caso, a una ulteriore dilazione di un provvedimento che, se preso qualche mese fa, avrebbe potuto evitare migliaia di morti. L'egoismo di una Commissione europea schierata a difesa di qualche brevetto semi-europeo non sarà facilmente dimenticato in un mondo in cui l'America riscopre le politiche antitrust e i paesi più poveri soffrono in modo drammatico le restrizioni imposte dai monopoli.
di Giuseppe Sarcina
Corriere della Sera, 28 luglio 2021
Terza e ultima tappa del nostro viaggio al confine californiano tra Messico e Stati Uniti: in questo tratto c'è una sola barriera di acciaio che si allunga per circa 100 metri nell'Oceano Pacifico e le organizzazioni criminali hanno intensificato i passaggi via mare. L'Oceano: terza e ultima tappa del nostro giro al confine californiano tra Messico e Stati Uniti. E' la frontiera più nuova per il traffico di esseri umani e di droga. In questo tratto c'è una sola barriera di acciaio che si allunga per circa 100 metri nel Pacifico.
Il primo progetto di recinzione risale al 1996, con Bill Clinton alla Casa Bianca. Ma ancora nel 2004 ne erano stati costruiti soltanto 14 chilometri. L'opera continuò con l'Amministrazione di George W.Bush, fino ad arrivare agli ambiziosi progetti di Donald Trump. Con l'arrivo di Joe Biden, però, i lavori si sono fermati. Abbiamo osservato più a nord, tra le montagne, un "buco" di circa 300 metri (vedere prima puntata). Qui notiamo, invece, come le vecchie lastre non siano state sostituite. Il rafforzamento delle protezioni su terra ha spinto i cartelli dei trafficanti a esplorare altri sistemi per penetrare nel territorio americano.
Nella seconda puntata l'agente Shane Crottie, portavoce dell'Us Border Patrol, ha descritto le diverse tecniche di scavo, come i tunnel che sbucano nei finti magazzini. Nello stesso tempo le organizzazioni criminali hanno intensificato i passaggi via mare, usando i "panga", piccoli pescherecci di sette-otto metri. Il 3 maggio scorso una di queste imbarcazioni è finita sugli scogli, poco lontano dalla linea divisoria tra i due Paesi. A bordo, pigiati nella stiva c'erano 32 migranti. Crottie spiega che è la norma: "per i trafficanti i migranti sono solo merce da consegnare senza troppi riguardi". Spesso le barche fanno un giro più largo: percorrono nella notte diverse miglia in mare aperto e poi rientrano sulla costa americana, scaricando le persone in acqua.
Il trasporto sui "panga" è più complicato e pericoloso. Le gang, quindi, applicano la legge di mercato: 8 mila dollari per un passaggio clandestino tra le montagne o nei tunnel; 20 mila via mare. Per il momento il traffico sembra ancora limitato, rispetto alle rotte terrestri. Tuttavia la polizia di frontiera ha arrestato nel 2020 circa 1.200 migranti, contro i 600 circa del 2019. E' legittimo chiedersi perché le autorità messicane non controllino in modo più efficace le flottiglie dei pescatori e i porti di imbarco. L'agente Crottie, però, risponde che c'è una buona "collaborazione" con i colleghi di oltre confine.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 28 luglio 2021
Tunisia e non solo. La democrazia non sprofonda da sola. Ha bisogno di una spinta. E non piccola. Oltre che politica e istituzionale, la crisi tunisina è economica. L'Africa che ci sta di fronte, come direbbe la storica tunisina Leila el Houssi, non ha pace. Non ne ha avuta certamente con la colonizzazione occidentale, cui sono seguiti regimi e dittature, non ce l'ha oggi a un decennio dalle primavere arabe. Anche la Tunisia della rivolta dei gelsomini, l'unica democrazia sopravvissuta a quella stagione di grandi speranze deluse, si sta sgretolando.
E' in compagnia della confinante Libia, dove dopo la caduta di Gheddafi di stabilità e progresso non se ne vede neppure l'ombra, di un'Algeria che soffre ancora la fine di Bouteflika e l'uscita tortuosa da anni di piombo con migliaia e migliaia di morti, di un Egitto che Al Sisi tiene compresso con un regime repressivo e autocratico, di un'intera regione, il Sahel, che sembra sfuggire a ogni tentativo di controllo interno e internazionale - dal Chad al Mali - e dove l'Italia si sta infilando con la missione Takouba e una base militare in Niger.
La pandemia da Covid ha assestato un colpo micidiale ad alcuni di questi Paesi come Tunisia ed Egitto che con il blocco del turismo e degli investimenti stranieri si sono trovati a vivere ancora più isolati. La massima e in alcuni casi unica preoccupazione europea e occidentale è stato tentare accordi di "sicurezza" per limitare i flussi dei profughi.
In fondo è stato fatto lo stesso quando sulla scena sono comparsi i jihadisti dell'Isis e Paesi come la Tunisia hanno fornito, pescando tra le file dei disoccupati e dei disperati, circa settemila reclute al Califfato. Pochi nel 2011 si sono occupati, di cosa stava significando in Nordafrica il crollo di una Libia che dava lavoro a milioni di arabi della regione: centinaia di migliaia di egiziani e tunisini che facevano i pendolari nei cantieri del raìs libico si sono trovati senza lavoro. E in molti casi di emigrazione ne avevano già fatta non poca nei cantieri italiani, spagnoli, francesi, che si erano fermati con la crisi europea.
L'Africa che ci sta di fronte facciamo fatica a guardarla in faccia. Le rimesse dei migranti tenevano in piedi economie e famiglie: soltanto la Tunisia con la caduta del regime gheddafiano ha perso in un decennio 300 milioni di dollari l'anno, cifra non enorme in termini assoluti ma importantissima perché, al contrario di prestiti e aiuti internazionali, le rimesse finivano direttamente nelle tasche della gente e non in quelle di leadership incompetenti e corrotte.
Non è un caso che ancora adesso a tenere in piedi le famiglie tunisine, algerine, marocchine, egiziane, sudanesi e del Sahel siano i soldi dei migranti in Europa. E non è un caso che quando la Tunisia ha cominciato a morire e vacillare sotto i colpi della variante Delta i tunisini in Francia abbiamo inviato aiuti e soldi alle Ong locali per aggirare uno stato inefficiente. E per dirla con schiettezza in Francia gli specialisti tunisini di terapia intensiva sono il doppio di quanti se ne trovino nella stessa Tunisia. Poi ci vengono a dire di aiutarli a casa loro: sono loro che già ci aiutano a casa nostra.
In realtà in questo naufragio mediterraneo stanno sprofondando i migranti e interi Paesi cui chiediamo soltanto di frenare i flussi e di stare zitti e buoni mentre noi ci vacciniamo e prepariamo il rilancio con il Recovery Plan europeo. La ministra dell'Interno italiana Luciana Lamorgese e la commissaria europea per gli affari interni, Ylva Johansson, il mese scorso hanno incontrato i vertici di Tunisi promettendo più investimenti europei nel Paese nordafricano, a patto che questo fermi le partenze dei tunisini e faciliti i rimpatri. Promesse, promesse, in un Paese che anche a causa della pandemia era già nel baratro: il Pil della Tunisia ha registrato nel 2020 un calo record dell'8,8%, rispetto all'anno precedente, con la disoccupazione salita a oltre il 17%.
Ma noi europei siamo generosi. L'Unione europea è pronta ad aiutare questi Paesi, anche quelli del Sahel, ma in cambio vuole più controlli in campo migratorio. E con la missione militare Takouba tra Mali, Niger e Burkina Faso, appena approvata anche dal nostro Parlamento, andiamo certamente ad aiutare questi Paesi contro i jihadisti ma anche a sorvegliare cosa fanno per frenare le rotte dei migranti e tenerseli a casa loro. Quanto ad aiutarli economicamente ci penseremo magari dopo che gli abbiamo venduto un po' di armi.
La democrazia non sprofonda da sola. Ha bisogno di una spinta. E non piccola. Oltre che politica e istituzionale, la crisi tunisina è economica: il Paese ha bisogno per non fallire di 7,2 miliardi di dollari di cui 5,8 sarebbero già impegnati per ripagare i debiti precedenti. Pericoloso, soprattutto, lo stallo nelle trattative con il Fondo monetario per ottenere un prestito da quattro miliardi di dollari, condizionato a riforme che nessun governo tunisino negli ultimi anni è stato in grado di accettare. Insomma una mano a strangolare un Paese siamo sempre pronti a darla.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 28 luglio 2021
Il caso. Ex analista aveva divulgato materiale sulle guerre Usa in Yemen, Afghanistan e Somalia. Il tribunale della Virginia orientale ha condannato a 4 anni di carcere l'ex analista dell'intelligence Daniel Hale, arrestato il 9 maggio 2019 con l'accusa di aver divulgato informazioni riservate sulla guerra dei droni, e altre misure antiterrorismo, a un giornalista. Meno dei 50 chiesti dal Dipartimento di Giustizia, ma non per questo giustificabili.
"Daniel Hale, uno dei più grandi whistleblower, è stato condannato pochi istanti fa a quattro anni di carcere. Il suo crimine è stato dire questa verità: il 90% delle persone uccise dai droni statunitensi sono astanti, non gli obiettivi previsti. Avrebbe dovuto ricevere una medaglia" così ha commentato su Twitter Edward Snowden. Hale aveva divulgato alla stampa informazioni riservate riguardo la guerra dei droni, e segreti sulle operazioni in Afghanistan, Yemen e Somalia. A marzo si era dichiarato colpevole di avere divulgato documenti riservati e aveva "accettato la responsabilità" per aver violato l'Espionage Act.
Il 22 luglio scorso aveva risposto all'aggressività dei pubblici ministeri presentando una lettera di 11 pagine scritte a mano; il gesto non era una richiesta di grazia, ma era inteso a spiegare il perché delle sue azioni, raccontando quello che il whistleblower definisce il "giorno più straziante della mia vita". Mesi dopo che l'analista era arrivato in Afghanistan nel 2012, aveva visto un'auto sfrecciare in direzione del confine con il Pakistan, l'uomo che guidava l'auto era un sospetto, membro di un gruppo che fabbricava autobombe. Un drone americano aveva sparato un missile contro l'auto in corsa, mancandola, l'auto si era fermata, l'uomo era sceso e dopo di lui era scesa una donna che aveva iniziato a tirare fuori freneticamente dall'auto qualcosa che Hale non era riuscito a vedere.
Un paio di giorni dopo, l'ufficiale comandante di Hale gli disse che la donna era la moglie del sospettato, e nel retro dell'auto c'erano le loro due figlie, di 5 e 3 anni. I soldati afgani avevano scoperto le bambine in un cassonetto vicino: la più grande era morta e la più piccola era viva ma gravemente disidratata. Nella lettera depositata in tribunale il 22 luglio, Hale ha parlato della sua costante lotta con la depressione e il disturbo da stress post-traumatico derivato da ciò che aveva visto in quella che veniva definita "una guerra pulita". Il whistleblower aveva perciò deciso di contattare un giornalista con cui aveva comunicato in precedenza. La storia di Hale ricorda molto da vicino quella di Chelsea Manning, ex militare accusato di aver trafugato decine di migliaia di documenti riservati mentre svolgeva il suo incarico di analista di intelligence durante le operazioni militari in Iraq, e di averli consegnati a WikiLeaks.
Manning era stata detenuta in condizioni considerate lesive dei diritti umani, in prigione aveva tentato due volte il suicidio e il suo caso aveva fatto il giro del mondo in quanto le informazioni che aveva divulgato riguardavano l'omicidio di diversi civili disarmati da parte dell'esercito Usa. Dopo 7 anni e 4 mesi era stata scarcerata, graziata del presidente uscente Barack Obama, per poi tornare in carcere a marzo 2019 per aver rifiutato di testimoniare contro WikiLeaks davanti a un Grand jury. É uscita nuovamente di prigione il 12 marzo 2020. Il co-fondatore di WikiLeaks Julian Assange, invece, è ancora in prigione a Londra; per lui a gennaio 2021 la giustizia inglese ha negato l'estradizione in Usa poiché è a alto rischio di suicidio.
di Rinaldo Frignani
Corriere della Sera, 28 luglio 2021
Digos e Nic della Penitenziaria al lavoro dopo i lanci di ordigni incendiari contro il portone e le auto di due agenti. Più passaggi fuori dal complesso. Al vaglio un aumento delle telecamere. Una vigilanza rinforzata fuori e dentro Rebibbia. Pattuglie che passano con maggiore frequenza, l'ipotesi di un'intensificazione della copertura video attorno al complesso carcerario. E il Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria che indaga su quanto accaduto nei giorni scorsi fuori dalle mura dell'istituto di pena: il doppio lancio di bottiglie incendiarie, contro il portone d'ingresso e le auto di due agenti in servizio nel reparto femminile, insieme con una scritta su un muro in via Prenestina, all'altezza del Quarticciolo.
Un messaggio anonimo che incita alla richiesta dell'amnistia, ma che fa allo stesso tempo anche riferimento esplicito all'inchiesta sui maltrattamenti subìti dai detenuti del carcere campano di Santa Maria Capua Vetere, con l'arresto di decine di agenti della Penitenziaria e polemiche roventi a tutti i livelli. Come ipotizzato anche dal Sappe, il più importante sindacato di categoria presieduto da Donato Capece, si indaga sulla matrice degli attentati a Rebibbia della settimana scorsa e di domenica notte, che hanno provocato solo danni e nessun ferito. Si seguono più piste, anche quella del movente politico, con l'azione dimostrativa di anarchici o antagonisti.
Le indagini della polizia di Stato, insieme con quelle del Nic, si stanno concentrando anche su questo fronte, vista anche la mobilitazione che dopo i fatti di Santa Maria Capua Vetere c'è stata in tutta Italia, con decine di scritte lasciate in varie città contro la polizia penitenziaria. Ma non vengono tralasciati anche altri aspetti che potrebbero essere collegati ad altri ambienti, come quelli della malavita. Anche per questo motivo non si esclude che vengano sentite le agenti proprietarie delle auto date alle fiamme con quattro bottiglie incendiarie nel parcheggio esterno al carcere, ma riservato comunque al personale della polizia penitenziaria, per capire se abbiano in passato ricevuto minacce o comunque siano state prese di mira oppure abbiano avuto problemi di qualche genere nel corso del loro servizio.
D'altra parte quanto accaduto nei giorni scorsi preoccupa molto chi lavora a Rebibbia. E per questo è stata molto apprezzata la telefonata del ministro della Giustizia Marta Cartabia per esprimere solidarietà alla responsabile della sezione femminile del carcere Alessia Rampatti e al comandante della Penitenziaria Dario Pulsinelli, e anche per sincerarsi delle condizioni delle due agenti prese di mira. "Un gesto molto bello", aveva spiegato il responsabile dei poliziotti penitenziari di Rebibbia, mentre i sindacati di categoria, dal Sappe all'Spp, dall'Uilpa all'Fns Cisl, oltre a condannare l'ennesimo attacco al carcere di via Tiburtina, mettono in guardia sul rischio di un'escalation e di un tentativo di delegittimare la Penitenziaria.
estense.com, 28 luglio 2021
I detenuti sono 331 a fronte di una capienza regolamentare di 244 e una tollerabile di 462. Due nuovi corsi in attivazione a breve - uno di pittura e uno di lavorazione della ceramica - in un contesto di non sovraffollamento e di una struttura Covid-free. Questo è lo stato del carcere di Ferrara, secondo quanto ha raccontato il garante dei detenuti Francesco Cacciola, nel corso di una commissione consiliare richiesta dal Partito Democratico e tenutasi martedì pomeriggio, a seguito sia delle cronache delle ultime settimane (che raccontano di proteste anche violente) che dell'annuncio da parte del ministro della Giustizia Cartabia alla Camera dei Deputati della costruzione di un nuovo padiglione all'Arginone, "per il quale manca però ancora il progetto", che dovrebbe dare alloggio ad altre 80 persone.
"Quanto successo recentemente, con riferimento ai fatti di cronaca, ci preoccupa e rende necessario un momento di riflessione", spiega Cacciola, che invece sulla questione del padiglione racconta di come "da quanto mi è dato sapere, manca ancora il progetto, anche se qui a Ferrara un nuovo padiglione andrebbe nella misura di deflazione dell'affollamento, anche se ci troviamo in una posizione intermedia: i detenuti sono 331 a fronte di una capienza regolamentare di 244 e una tollerabile di 462".
Sul fronte pandemico, invece, "la vaccinazione ha raggiunto livelli massimi del 90% circa, con 315 detenuti vaccinati, di pari passo con la vaccinazione del personale che si attesta intorno all'80%. A parte qualche caso di positività poi rivelatosi infondato, il carcere di Ferrara è Covid-free e i detenuti hanno risposto in maniera composta", continua Cacciola.
Per quanto riguarda la 'sua' struttura (Cacciola, prima di diventare garante dei detenuti è stato per anni direttore della casa circondariale estense, ndr), il virus è praticamente archiviato: "I corsi sono in generale ripresi e sono stati fatti gli esami per l'attività scolastica, i colloqui sono in via generale assicurati: due mensili de visu, più altri quattro in aggiunta via Skype, che diventano due per chi ha reati ostativi. Anche nel lavoro non si è fermato niente, il carcere ha continuato a regime facendo registrare un numero di lavoranti simile a quello pre-pandemico".
Non tutto però scorre senza polemiche, in primo luogo per quanto riguarda la costruzione della nuova ala del carcere, fin qui solamente annunciata, che il Pd spiega non essere il metodo per risolvere il sovraffollamento. "Il progetto ha quasi dieci anni perché all'epoca la politica si oppose. Ci sono stati momenti nei quali i 244 posti della casa circondariale sono stati occupati con oltre 500 presenze: aumentare i posti non vuol dire aumentare i comfort delle persone detenute, perché queste poi aumentano e il problema si ripropone", dice Colaiacovo - che per quanto riguarda la concessione di permessi premio durante il periodo pandemico, rallentati a causa della pandemia poiché, nelle parole del garante, "al rientro non c'erano abbastanza spazi per la quarantena, era una cosa nota a tutte le autorità e ha provocato il rallentamento di quello che era l'andazzo delle cose così come era sempre stato fatto".
Alle richieste, su questo, dei consiglieri del Colaiacovo e Baraldi è direttamente l'assessore ai servizi sociali Cristina Coletti a rispondere: "C'è stato un bando nel quale le associazioni potevano partecipare a un progetto, previa lettera di sostegno da parte delle amministrazioni. Il dato è che arrivò una sola richiesta di sostegno a un progetto che però l'amministrazione non ha potuto valutare né essere tempestiva, in quanto si trattava di un bando arrivato il venerdì in scadenza il lunedì".
di Chiara Spagnolo
La Repubblica, 28 luglio 2021
"Oggi tutti paghiamo i fatti di Santa Maria Capua Vetere". Stefania Baldassarri è accusata di condotte irregolari nell'interesse di un detenuto, il boss Michele Cicala: "Ho solo preso un caffè nel bar di sua proprietà e risposto a chi mi chiedeva come stesse".
"Ogni carcere in questo momento paga i fatti di Santa Maria Capua Vetere. Credo che la sospensione a mio carico sia immotivata. Quello che è accaduto mi lascia esterrefatta, ai limiti dello smarrimento umano più che istituzionale": non usa mezze misure Stefania Baldassarri, direttrice sospesa del penitenziario di Taranto, per raccontare la vicenda che l'ha travolta. Vicenda grave perché ipotizza un legame tra l'istituzione penitenziaria e il boss di Taranto Michele Cicala, arrestato pochi mesi fa (e oggi ai domiciliari) per associazione mafiosa.
Direttrice cosa le viene contestato?
"Di essere entrata in un bar di Taranto, di proprietà di Cicala, e di aver parlato con alcuni dipendenti, che mi hanno chiesto informazioni sul detenuto. Gli ho detto che stava come tutti gli altri e che, se avessero voluto fargli sentire la loro vicinanza, avrebbero potuto scrivergli".
Sapeva che il locale è di proprietà di Cicala, non le è parso inopportuno entrarci?
"È stata questione di pochi attimi, per prendere un caffè prima di andare dal parrucchiere che si trova lì di fronte. Non volevo certo parlare con quelle persone né fornire loro alcuna rassicurazione".
La Dda di Lecce, però, ha reputato questo gesto grave, al punto da renderlo noto al Dap, che l'ha sospesa. Lei è indagata?
"Non che io sappia. Non ho ricevuto avvisi di garanzia né altri provvedimenti. Né sono stata chiamata per un interrogatorio".
Conosce Michele Cicala?
"Come tutti i detenuti del penitenziario che dirigo. La settimana scorsa, nel corso di alcune visite istituzionali, ne ho visti almeno 500 dei 700 che ci sono attualmente".
Conosce la moglie di Cicala, che ha parlato di lei nelle intercettazioni?
"No e non è lei la donna con cui ho parlato nel bar ma una dipendente. Che infatti poi ha riferito alla moglie di Cicala la mia visita. Quindi la donna ha parlato con il marito raccontando qualcosa che ha saputo de relato".
La guardia di finanza parla di "singolare e particolare premura nei confronti di Cicala"...
"Considerare una premura la frase 'scrivetegli per dargli forza' mi sembra eccessivo. Io non ho contatti con queste persone, non gli ho rivelato notizie segrete e, soprattutto, non ho fatto loro alcun favore. Tra le intercettazioni ce ne sono altre in cui Cicala dice alla moglie che quando si è lamentato per la scarsità di colloqui, io gli ho detto che altri colloqui li avrebbe potuti autorizzare solo l'autorità giudiziaria".
Il Dap l'ha sospesa perché ritiene che ci sia un'incompatibilità con lo svolgimento della normale attività di servizio ed effetti lesivi sul prestigio e l'immagine dell'amministrazione...
"Sono pronta ad affrontare il giudizio disciplinare. Sono certa di aver fatto sempre il mio dovere: da marzo 2020 ho svolto 80-100 ore di straordinario al mese, ho vissuto in carcere quasi 24 ore al giorno trascurando la mia famiglia e mia figlia. Dal 14 giugno fino a pochi giorni fa abbiamo fronteggiato un focolaio Covid che ha coinvolto 65 detenuti, con 450 quarantenati e senza dirigente sanitario. Credo che i fatti parlino da soli".
Perché ha tirato in ballo Santa Maria Capua Vetere?
"Perché credo che adesso tutti pagheremo in parte per quello che è accaduto lì. Ma i magistrati devono anche sapere che durante la pandemia siamo stati lasciati completamente soli, noi, la polizia penitenziaria e i detenuti, senza neppure gli assistenti sociali. Quando si lasciano strutture totalizzanti come il carcere in queste situazioni, è sempre pericoloso".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 luglio 2021
Marco Bonfiglioli, il dirigente del provveditorato regionale che dispose e coordinò il trasferimento dei detenuti dal carcere Sant'Anna dopo le rivolte, fa parte della commissione istituita su impulso della ministra Cartabia. Il 22 luglio scorso, su spinta della ministra della Giustizia Marta Cartabia, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) ha istituito una commissione per far luce sui comportamenti adottati dagli operatori penitenziari per ristabilire l'ordine e la sicurezza. Parliamo delle segnalazioni riguardanti i presunti pestaggi avvenuti in diverse carceri italiane.
di Guido Ruotolo
terzogiornale.it, 27 luglio 2021
Due commissioni stanno indagando sui fatti accaduti nel marzo 2020 a Santa Maria Capua Vetere e in altri ventidue istituti penitenziari. Ma non bisogna soltanto individuare e punire i colpevoli: la vera emergenza è il deserto di professionalità all'interno delle prigioni, che devono essere riqualificate con figure in grado di sostenere mediante il dialogo i rapporti con i detenuti.
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