di Gianfranco Bianchi
La Repubblica, 20 dicembre 2021
La denuncia di Amnesty e Human Rights Watch. Secondo le testimonianze raccolte dalle due organizzazioni indipendenti le forze di sicurezza amara, alleate con il governo federale, sarebbero responsabili di un'ondata di detenzioni di massa, uccisioni ed espulsioni forzate nella regione del Tigray occidentale. L'Onu avvia un'indagine indipendente sui crimini commessi nel conflitto.
Al tredicesimo mese di conflitto, la guerra civile etiope non accenna a placarsi, nonostante la riconquista da parte dell'esercito federale di alcune città chiave dislocate lungo la strada per Addis Abeba che erano cadute nelle mani dei separatisti tigrini. E si moltiplicano le denunce di abusi e violenze da entrambe le parti.
Secondo Amnesty International e Human Rights Watch le forze di sicurezza degli Amara, alleate con il governo federale, sono responsabili di un'ondata di detenzioni di massa, uccisioni ed espulsioni forzate nella regione del Tigray, nell'Etiopia settentrionale. I civili del Tigray che hanno tentato di sfuggire alla nuova ondata di violenze sono stati attaccati e uccisi. Decine di persone sono detenute, torturate e ridotte alla fame senza cure mediche. "La nuova ondata di abusi da parte delle forze degli Amara contro i civili tigrini rimasti in diverse zone del Tigray occidentale è un drammatico campanello d'allarme", ha affermato Joanne Mariner, direttore crisi di Amnesty International.
"Senza un'azione internazionale urgente per prevenire ulteriori atrocità, i tigrini, in particolare quelli in detenzione, sono a grave rischio". Dall'inizio del conflitto armato nel novembre 2020, nel Tigray occidentale sono avvenute alcune delle peggiori atrocità, tra cui massacri, bombardamenti indiscriminati e sfollamenti forzati su larga scala della popolazione tigrina. Il 2 dicembre 2021, l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) ha riferito che più di un milione di persone sono state sfollate dal Tigray occidentale dall'inizio del conflitto.
Un rapporto dell'Ocha del 9 dicembre ha rivelato che tra il 25 novembre e il 1 dicembre oltre 10mila tigrini sono stati sfollati. Il Tigray occidentale è rimasto inaccessibile alle agenzie umanitarie a causa dell'insicurezza della zona. A novembre e dicembre, Amnesty International e Human Rights Watch hanno raccolto 31 testimonianze sugli abusi delle milizie regionali e governative nelle città di Adebai, Humera e Rawyan.
Dall'inizio di novembre, le forze di polizia, compresi i gruppi speciali dei Fanos, hanno sistematicamente rastrellato i tigrini, separando le famiglie e arrestando gli adolescenti dai 15 anni in su. Hanno espulso con la forza donne e bambini oltre ai malati e agli anziani dalla zona. "I tigrini, indipendentemente dal sesso e all'età, sono stati portati in una scuola", ha raccontato un uomo a Rawyan che ha assistito ai rastrellamenti casa per casa delle milizie Fano. "Hanno separato i vecchi dai giovani, hanno preso i loro soldi e confiscato i loro beni, le persone anziane e i genitori sono stati caricati su grossi camion. Li hanno lasciati andare senza nulla".
Dopo i rastrellamenti a Humera del 20 e 21 novembre, due testimoni hanno raccontato di aver visto 20 camion pieni di persone in partenza verso il Tigray centrale. Sei testimoni hanno affermato che le forze degli Amara hanno sparato ai tigrini che cercavano di sfuggire ai rastrellamenti ad Adebai. "Quando le persone hanno cercato di scappare, i Fano li hanno attaccati con machete e asce in modo che nessuno potesse scappare. Ovunque ti voltassi, c'erano cadaveri", ha affermato un contadino sopravvissuto di 35 anni. "I corpi sono rimasti insepolti, l'intera città puzzava ed era piena di cadaveri", ha proseguito l'uomo. Altri quattro residenti hanno detto di aver altri morti alla periferia della città. "Per due giorni hanno bruciato i vestiti dei cadaveri", hanno dichiarato.
"La paralisi globale del conflitto armato in Etiopia ha incoraggiato le milizie ad agire impunemente e ha lasciato le comunità a rischio sole a se stesse", ha affermato Letizia Bader, direttrice per il Corno d'Africa di Human Rights Watch. "Man mano che le prove delle atrocità aumentano, i leader mondiali dovrebbero sostenere un'indagine investigativa". Si stima che migliaia di detenuti del Tigray siano detenuti in luoghi di detenzione sovraffollati nel Tigray occidentale. Un lavoratore in carcere da luglio nella prigione di Bet Hintset, controllata dalla polizia regionale degli Amara, ha detto di essere stato tenuto fino alla sua fuga a metà novembre in una stanza di tre metri per quattro con picchi di 200 persone.
"Dimenticatevi le docce, non usavamo i servizi igienici. Non ci davano né cibo né acqua, a volte quando la nostra famiglia ci portava da mangiare, non ce lo permettevano. Molte persone si ammalavano, c'erano tutti i giorni almeno 30 cadaveri, ne sono sicuro, nella nostra cella sono morte 7 persone, tutte avevano più di 70 anni", ha testimoniato un sopravvissuto che ha descritto come i Fanos torturavano sistematicamente i gruppi dei detenuti bastonando le mani, la testa, il petto e i genitali con il calcio o la canna dei fucili. Un altro detenuto, anch'egli arrestato a metà luglio e trattenuto a Bet Hintset, ha raccontato: "Usavano fili elettrici, le persone dai 12 ai 30 anni venivano picchiate, gli altri più anziani venivano adagiati a pancia in giù e colpiti dal collo ai piedi".
Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, venerdì, ha votato una risoluzione per avviare un'indagine indipendente sugli abusi nel conflitto etiope. L'Etiopia si è detta "estremamente delusa" dalla decisione giudicando il meccanismo come "motivato politicamente". La risoluzione, portata avanti dall'Unione Europea e sostenuta dagli Stati occidentali, è passata nonostante le obiezioni di Addis Abeba, che ha respinto le accuse di abusi e ha affermato di aver già collaborato alle indagini.
"Molte di queste violazioni possono costituire crimini contro l'umanità e richiedono urgentemente ulteriori indagini da parte di esperti indipendenti", ha affermato in un comunicato la delegazione della Ue presso le Nazioni Unite a Ginevra. La risoluzione istituisce un gruppo di tre membri che raccoglierà per un anno le prove volte a identificare i responsabili delle violazioni contro i diritti umani. In precedenza, l'inviato etiope presso le Nazioni Unite a Ginevra, Zenebe Kebede, aveva denunciato gli abusi da parte delle forze ribelli della regione settentrionale del Tigray. Migliaia di civili sono morti e milioni di persone sono scappate a causa del conflitto tra il governo federale e le forze ribelli del Tplf, che ha governato l'Etiopia per quasi 30 anni.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 19 dicembre 2021
Ce l'hanno più di tutti "quelli che vi sono stati lungamente, che vi hanno sofferto".
"Bisogna aver visto" sono tre parole, significative se riferite a luoghi ancora pochissimo trasparenti come sono le carceri, usate da Piero Calamandrei nel 1948, in un intervento alla Camera, per richiamare l'importanza di conoscere la realtà del carcere per averla vista con i propri occhi, però ci sono due passaggi di quel discorso che meritano di essere ripresi e approfonditi ancora e ancora:
di Mara Rodella
Corriere della Sera, 19 dicembre 2021
Decisione epocale del tribunale di Sorveglianza di Brescia, che ha concesso una misura alternativa di detenzione all'estero, in Belgio, nel paese dove vive con famiglia e lavora il condannato che aveva da scontare una pena residua di due anni e mezzo.
Una decisione che gli avvocati definiscono "epocale". Di sicuro, senza precedenti. È quella che porta la firma del Tribunale di Sorveglianza di Brescia (presidente Ezia Gardoni, relatore Rosella Gangi), primo in Italia a concedere - in virtù del decreto legislativo numero 38 del 2016 - che un condannato straniero possa eseguire la misura alternativa alla detenzione all'estero, nel Paese in cui vive. Protagonista di questo caso è un cittadino belga di 58 anni, una famiglia e un lavoro a tempo indeterminato. A processo per traffico di droga libero è tornato in patria, la sua condanna è diventata definitiva. Portando con sé l'ordine di esecuzione per la carcerazione (emesso nel 2018 e sospeso): da scontare, la pena residua di due anni, sei mesi e otto giorni.
di Alida Federico
piolatorre.it, 19 dicembre 2021
Le precarie condizioni igieniche e la scarsa areazione dei luoghi chiusi, da una parte. Il sovraffollamento e il difficile accesso alle cure mediche, dall'altra. Così nelle carceri dell'era Covid il rispetto dei protocolli sanitari, in primis il distanziamento sociale, è stato messo a dura prova, assicurando al virus una corsia preferenziale di diffusione tra i carcerati. Sono 21 i detenuti che hanno perso la vita a causa del virus da novembre del 2020 a oggi in Italia.
E la stessa pandemia, costringendo all'isolamento quale strumento per arginarla, ha finito per rendere ancora più isolato chi isolato lo era già dentro una cella. I detenuti sono tra i soggetti che, come le altre categorie più deboli, hanno pagato più degli altri gli effetti della pandemia, scontando un prezzo ancora più alto di quei problemi strutturali del sistema penitenziario che affliggono molte delle società e che la pandemia ha solo acuito. Tra questi vi è il sovraffollamento carcerario che rappresenta un problema comune per molti stati UE. Ben 10 paesi europei hanno un tasso di occupazione carceraria oltre il 100%, ma è l'Italia a registrare il dato peggiore: 120 detenuti ogni 100 posti disponibili. Peggio di noi solo Cipro (135 detenuti ogni 100 posti disponibili). La Germania, al contrario, ha la migliore performance (69 su 100).
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 19 dicembre 2021
L'Anm contro la ministra della Giustizia Marta Cartabia, per il merito della riforma del Csm, e per il metodo: convocazioni formali delle parti interessate, ma poi, dice nella sostanza l'Associazione dei magistrati, la ministra non recepisce le osservazioni.
Venendo al merito, nel documento approvato ieri dal "Parlamentino", con 22 sì e 11 no, l'Anm si dice "fortemente contraria" al sistema elettorale per i togati del Csm, il maggioritario bi-nominale: "Qualsiasi sistema maggioritario privilegerebbe gruppi maggiori, aumentando il potere che si vuole limitare" delle correnti.
"È essenziale, prosegue, che il Csm sia rappresentativo di tutti i magistrati", il pensiero è al proporzionale puro. Quanto al metodo, ha dichiarato il presidente Giuseppe Santalucia, quella dell'Anm è stata "una consultazione anomala, una forma di ascolto, più che di confronto". Inoltre, la ministra "non ci ha sottoposto nulla di scritto. Non mi sembra il miglior modo di coinvolgere l'ordine giudiziario nel momento in cui si fa una riforma che dovrebbe sanare i mali".
L'unica corrente che ha votato contro il documento è la conservatrice MI, che ha avuto come leader Cosimo Ferri, ora deputato renziano: sbagliato "il no secco", non si sono colti "i lati positivi" anche se "non è la riforma che avevamo in mente". Astenuti i 3 membri di Articolo 101, gli unici a favore del sorteggio. Dal ministero, invece, filtra il cambio di idea della Cartabia su insistenza di M5s: sarà bloccare il ritorno in toga dei magistrati entrati in politica.
di Giulia Merlo
Il Domani, 19 dicembre 2021
Tutte le notizie giuridiche della settimana, il dibattito tra magistrati e avvocati, le novità legislative e l'analisi delle riforme. La prossima settimana dovremmo finalmente avere a disposizione gli emendamenti ministeriali alla riforma dell'ordinamento giudiziario. A quel punto sarà possibile offrire una riflessione più articolata sul terzo pilastro delle riforme previste dal Pnrr. In attesa, tuttavia, il dibattito non si è placato. Anzi, le novità emerse dopo i colloqui tra la ministra della Giustizia Marta Cartabia e la maggioranza hanno animato le riflessioni tra gruppi associativi nella magistratura, che trovate riassunte in questa newsletter.
Sul fronte del dibattito, l'entrata in vigore del decreto legislativo sulla presunzione di innocenza è lo spunto per il segretario di Unicost, Stefano Latorre, di esprimere la sua posizione critica sul testo, che già è stato oggetto di approfondita disamina. Inoltre, uno spunto di riflessione storica: il 12 dicembre è stato l'anniversario della strage di Piazza Fontana. Una fase buia della storia della repubblica, raccontata e attualizzata dal giornalista Enrico Deaglio.
Tempi e contenuti del ddl di riforma - Gli emendamenti del governo al ddl di riforma dell'ordinamento giudiziario arriveranno in consiglio dei ministri la prossima settimana. Ma, come ha sottolineato la ministra Marta Cartabia, il testo "non sarà blindato" e quindi potrà essere discusso e modificato dal dibattito parlamentare. Questo significa che il governo non è orientato a mettere la fiducia sul testo, come già stato per il ddl civile e penale. Il testo dovrebbe arrivare in aula a Montecitorio a gennaio, prima dell'elezione del capo dello stato, per poi essere approvato successivamente. Il termine ideale è quello di luglio, quando si svolgeranno le prossime elezioni del Csm che dovrebbero avvenire con la nuova legge elettorale.
Il clima in maggioranza resta buono, ma restano alcune differenze sulle quali il responsabile di via Arenula sta mediando. In particolare, l'aspetto controverso riguarda il sistema elettorale del Csm: il centrodestra e in particolare Forza Italia, infatti, promuove il sorteggio temperato rispetto alla soluzione maggioritaria pensata dalla ministra. Controverse sono anche le regole per disciplinare le porte girevoli, ovvero il passaggio dei magistrati alla politica e poi il rientro in toga.
Le posizioni sulla legge elettorale del Csm - I gruppi associativi della magistratura, da divisi che erano nel giudizio sul sistema proporzionale del singolo voto trasferibile contenuto nella bozza Luciani, commentano in maniera più compatta l'ipotesi di sistema maggioritario anticipato dalla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, per la prossima elezione del Csm.
L'unico gruppo non contrario a quanto anticipato è quello di Magistratura indipendente. Il segretario, Angelo Piraino, ha detto che "Del nuovo sistema elettorale del Csm possiamo valutare solo le linee fondamentali, che prevedono meccanismi di voto che non si prestano ad accordi opachi tra correnti, accorciano la distanza tra l'elettore e l'eletto e garantiscono un adeguato numero di candidati e una adeguata rappresentanza di genere". Tuttavia, prima di dare una valutazione preferisce aspettare il testo scritto.
Su tutt'altra linea gli altri gruppi associativi. Il coordinamento di Area ha pubblicato un duro comunicato in cui scrive che "la linea di intervento ministeriale è molto lontana dalle attese e dalle esigenze di riforma della magistratura e dell'autogoverno orientate a rimuovere le cause della deriva correntista e clientelare drammaticamente emersa negli ultimi due anni". Secondo Area, con il sistema maggioritario, bi-nominale e a unica preferenza in collegi di grandi dimensioni "si determina che gli eletti saranno tutti riferibili ai due gruppi associativi che raccolgono i maggiori consensi, così lasciando fuori le altre identità culturali". La paura di Area è che l'effetto sia quello di uno strapotere della politica nel Csm: "Due gruppi contrapposti che, alternativamente, acquisiranno una maggioranza relativa di scarsa misura, verrà di fatto dominato dagli eletti dal Parlamento, che costituiranno il vero ago della bilancia. Questa dinamica rischierà di aumentare il peso della politica e dei partiti sulle scelte del Csm".
Dello stesso avviso anche Autonomia & Indipendenza, secondo cui la riforma contiene "il rischio di un rafforzamento di tutti quegli elementi di sistema che la riforma vorrebbe combattere. La persistente presenza di un sistema maggioritario rafforzato dalla presenza di collegi binominali, con modestissimi correttivi proporzionali, verrebbe infatti a sopprimere il pluralismo di vedute all'interno del Csm contribuendo a realizzare una sorta di bipolarismo giudiziario destinato ad ideologizzare la magistratura ed a renderla definitivamente subalterna ai gruppi politici". Inoltre, A&I sottolinea come la riforma non tocchi la componente laica, che nel caso Palamara ha avuto la sua quota di responsabilità.
In un documento, Unicost scrive che il meccanismo del maggioritario binominale "non realizza l'obiettivo di ridurre il peso delle correnti, poichè i candidati, per avere chances concrete di elezione, avrebbero comunque bisogno dell'appoggio di un gruppo". Con una interpretazione simile a quella di A&I, aggiunge che il sistema "porterebbe alla formazione di due poli contrapposti, non funzionale al ruolo del Csm che non ha esigenze di governabilità, bensì di rappresentanza di tutte le componenti culturali della Magistratura. Di conseguenza, i laici diventerebbero ago della bilancia nelle scelte del Csm".
Infine, anche Magistratura democratica esprime "il suo dissenso più netto rispetto a questo sistema di elezione di un organo che non ha necessità, per il suo funzionamento, di garantire la formazione di una stabile maggioranza". Anche perchè, secondo Md, questo sistema non garantisce il necessario pluralismo nè una adeguata rappresentanza di genere. Paradossalmente, si legge, "il sistema proposto conduce a risultati esattamente opposti alle finalità dichiarate di eliminare "il potere delle correnti", che sceglieranno per ciascun collegio "il" candidato, concentrando su questo le preferenze, in modo da farlo arrivare almeno secondo".
Le porte girevoli con la politica - La riforma dell'ordinamento giudiziario contiene anche un capitolo per disciplinare le porte girevoli tra magistratura e politica e collocamento fuori ruolo.
L'argomento è tornato al centro del dibattito dopo il caso Maresca della settimana scorsa, quando si è saputo che l'ex candidato sindaco del centrodestra e oggi leader dell'opposizione in comune di Napoli prenderà servizio alla corte d'appello di Campobasso. La cosa è possibile secondo il testo unico sugli enti locali e il suo non è l'unico caso, ma la riforma dovrebbe renderlo impossibile. La questione del grande numero di fuori ruolo è stata recentemente sollevata con una interpellanza urgente al governo dal deputato di Azione, Enrico Costa, visti i dati sulla carenza di organico nei palazzi di giustizia e sulla mole di arretrato che appesantisce i tribunali.
di Laura Bianconi
L'Opinione, 19 dicembre 2021
Rinnovata la Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti. La Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti è stata rinnovata per ulteriori quattro anni. Il nuovo protocollo d'intesa è stato firmato tra il ministero della Giustizia, l'Agia ("Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza") e "Bambinisenzasbarre Onlus".
La Carta è un esempio unico in Italia e in Europa, anche se l'esigenza di riconoscere il diritto dei minorenni alla continuità del legame affettivo con i genitori detenuti per sostenerne il diritto alla genitorialità affonda le radici in un'azione molto forte nel nostro Paese, che ha preso forma, soprattutto tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX, attraverso due filoni culturali diversi: quello del socialismo riformista di Filippo Turati e quello cattolico rappresentato dalla grande opera di Bartolo Longo.
di Carla Chiappini*
Ristretti Orizzonti, 19 dicembre 2021
Una frase suggestiva, pronunciata ormai tanti anni fa da una persona straordinaria (e ce ne fossero di così fatte!) ma non mi convince. Non basta aver visto il carcere per comprenderlo. Non basta nemmeno aver sentito i rumori e gli odori.
Bisogna averlo camminato tanto, ascoltato tanto, bisogna aver avuto il coraggio di instaurare relazioni complesse, spinose e delicate. In un equilibrio instabile che deve essere continuamente adattato e ristabilito. Con le persone detenute ma anche con gli operatori impegnati ogni giorno in un ambiente non proprio facile.
di Errico Novi
Il Dubbio, 19 dicembre 2021
Il presidente dei penalisti: "Il giudice deve riuscire in uno sforzo di consapevolezza tale da diffidare, diciamo così, del pubblico ministero, rispetto al quale è terzo nel processo. Ma quel pubblico ministero, ricordiamolo, proviene dal suo stesso concorso".
"La terzietà, signori, è un'ipotesi. Un'astrazione. Che si realizza in tanti giudici, sia chiaro. Ma in tanti altri fa fatica a venire fuori. E lo si vede, certo, anche dalle distorsioni del controesame. Aspetto cruciale nella formazione della prova ma che, come il Dubbio ha raccontatolo in questi giorni, spesso finisce per essere complicato dall'atteggiamento del giudice". Gian Domenico Caiazza interviene su un fenomeno raccontato dal Dubbio ma di solito ignorato dal mainstream: gli ostacoli posti dal giudice nei confronti della difesa.
La questione è riemersa al processo per la morte del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, in particolare durante il controesame dei teste d'accusa. Caso emblematico, certo non un isolato. A parlarne al nostro giornale è stato l'avvocato Renato Borzone, difensore di Lee Elder, uno dei due giovani Usa condannati all'ergastolo con l'accusa di aver ucciso il militare. Borzone è stato l'avversario di Caiazza al congresso che ha eletto presidente l'attuale vertice dell'Unione Camere penali. Circostanza che un po' ricorda come l'ostruzionismo da parte dei giudici durante il controesame sia un problema davvero trasversale per i penalisti.
Presidente Caiazza, sono i segnali di un nuovo modello processuale in cui la riduzione dei tempi fa premio su tutto, garanzie comprese?
Intanto diciamo che la logica dell'efficientismo, che non vuol dire efficienza, del produttivismo come obiettivo principale e prioritario, è molto condizionante nell'operato dei giudici, non da ora. Altra premessa: io non mi sento di operare generalizzazioni, molti giudici fanno scrupolosamente il loro lavoro, e non è quella di comprimere i tempi della difesa la loro prima preoccupazione. Dopodiché ce ne sono tanti altri che spesso compiono interventi, in particolare in fase di controesame, in modo fin troppo pressante: come se l'approfondimento del tema della prova potesse costituire un intralcio, superati certi limiti e certe soglie. Ancora: è vero che il nostro codice lascia al giudice il potere di governare la prova, di eliminare le prove superflue o ridondanti. Ma detto tutto questo, il problema c'è, e si verifica proprio quando il giudice si spinge oltre tale potere di selezione.
E come si spiega? Con una diffidenza nei confronti dell'avvocato, che persino il giudice considera segnato dalla colpa di schierarsi col malfattore?...
Ecco, qui siamo di fronte a un altro profilo della questione. Inevitabilmente e strettamente connesso con la terzietà, con la cultura e la consapevolezza della propria terzietà di cui ogni magistrato giudicante dovrebbe essere provvisto. Ebbene, nel nostro sistema penale, tale cultura della terzietà non può radicarsi in un oggettivo elemento ordinamentale perché, come ben sappiamo, le carriere di requirenti e giudicanti non sono separate. La terzietà è un aspetto cruciale nella formazione del giudice, ma è affidato esclusivamente alla cultura del singolo, e per questo finisce per essere più un'eccezione che la regola.
Ecco cosa significa non avere carriere separate...
Il giudice deve riuscire in uno sforzo di consapevolezza tale da diffidare, diciamo così, del pubblico ministero, rispetto al quale è terzo nel processo. Ma quel pubblico ministero, ricordiamolo, proviene dal suo stesso concorso, condivide con lui la stessa appartenenza associativa, e molto semplicemente è legato a lui, al giudice, dalla frequentazione quotidiana degli stessi uffici. Ed ecco che fatalmente il giudice è spinto a percepire il proprio ruolo come contrario all'operato del difensore.
Un dato gravissimo...
Che noi avvocati percepiamo molto spesso. E che d'altra parte non è ascrivibile praticamente mai a una prava volontà di alterare gli equilibri fra le parti: è un atteggiamento spiegabile con riflessi condizionati. Il giudice si sente istintivamente portato a preservare l'apparato accusatorio. E più vede il teste d'accusa in difficoltà, più accorre in suo aiuto, fino a contenere di molto l'efficacia del controesame condotto dal difensore.
In pratica viene meno il senso stesso del controesame...
Certo, anche considerato che il controesame del teste d'accusa da parte del difensore, così come quello ad opera del pm sui testi della difesa, può essere condotto anche con metodi suggestivi, con tecniche di pressione, anche psicologica, in modo da poter smascherare l'eventuale mendacia del teste. Ebbene, soprattutto quando la pressione del difensore mette in difficoltà un ufficiale di polizia giudiziaria chiamato a testimoniare dall'accusa, si assiste al soccorso del giudice.
È la stessa logica in base alla quale Davigo chiede da anni di risparmiare, agli ufficiali di pg, la ripetizione in dibattimento delle dichiarazioni rese in fase preliminare...
Sì, solo che è normale se lo dice Davigo, un pm, non se a tale schema aderisce un giudice. Ma ci risiamo con il nodo della comunanza delle carriere.
Gli obiettivi di taglio dei tempi imposti dall'Ue come condizione per il Recovery fund rischia di esasperare gli atteggiamenti sbrigativi dei giudici?
Purtroppo me lo aspetto. E invece vorrei tanto che quell'ansia da riduzione dei tempi si dirigesse verso i tempi morti del processo. Non sull'attività che noi difensori possiamo finalmente svolgere nel dibattimento. Come Ucpi lo abbiamo detto a Reynders, il commissario Ue alla Giustizia, che abbiamo incontrato durante la sua visita in Italia: sappiamo che la critica europea più ficcante riguarda la durata dell'appello, più che tripla rispetto al resto dei Paesi membri, ma è necessario tenere presente che nella maggior parte dei giudizi di secondo grado c'è solo una, dico una, udienza. Se abbiamo più imputati, si può arrivare a tre, massimo quattro. Parliamo di pochi mesi di processo vero. Gli altri 4 anni e 9 mesi trascorrono perché, semplicemente, il fascicolo è fermo. E allora perché ve la prendete con noi avvocati e siete sempre pronti a contestarci le troppe domande?
di Salvatore Frequente
Il Fatto Quotidiano, 19 dicembre 2021
Comune: "Erano in condizioni disumane e pericolose". Mutuo Soccorso: "Gli avete buttato coperte e tende". La polizia è intervenuta per invitare le persone senza fissa dimora a recuperare i beni essenziali e a trasferirsi, per la notte, in una struttura attivata dal Comune. L'assessorato alla Sicurezza: "Non c'è stata costrizione né sgombero". L'associazione: "E' questa la città inclusiva? Le strutture in questione sono senza una barzelletta"
Sono le 18.30 di una fredda serata di dicembre. La temperatura sfiora gli zero gradi e decine di agenti della polizia locale iniziano a bloccare l'accesso ai tunnel dietro la stazione Centrale di Milano. Si tratta degli attraversamenti stradali che passano sotto i binari della ferrovia, utile snodo per il traffico cittadino e, ormai da tempo, uno dei ripari preferiti dei senza fissa dimora che trovano protezione dalla pioggia e dalle intemperie del rigido inverno milanese. L'arrivo delle volanti giovedì sera segna l'inizio dell'operazione di sgombero degli accampamenti di fortuna presenti nei 4 tunnel (Mortirolo, Zuccoli, Lumiere, Lunigiana).
Un intervento durato diverse ore: i senza fissa dimora vengono invitati a recuperare i beni essenziali e a trasferirsi, per la notte, nel più vicino dormitorio attivato dal Comune con il "Piano freddo". L'imperativo è uno: da lì devono andare via. Tutto quello che rimane (materassi, coperte, sacchi a pelo e altri oggetti) viene smaltito e portato via dagli operatori e dai mezzi dell'Amsa. In piena notte l'operazione è conclusa, i sottopassi sono vuoti e puliti e le persone senza fissa dimora sparite.
La notizia però si diffonde, alcune associazioni denunciano sui social quanto accaduto: "Polizia e Amsa si mobilitano per buttare le coperte, i materassi e le tende dei senzatetto della città. Quindi è questa la Milano inclusiva di cui tanto ci si vanta?", scrive su Facebook l'associazione Mutuo Soccorso, una delle più attive in città nel sostegno di chi vive per strada. La polemica è aperta. Poche ore dopo l'assessore alla sicurezza del Comune usa lo stesso mezzo per chiarire il punto di vista dell'Amministrazione: "Bivaccare sotto i tunnel non è umano e decoroso, è anche molto rischioso. Spesso si generano episodi di violenza. Meglio dormire nelle accoglienze, a partire da quelle a bassa soglia come il mezzanino", scrive su Facebook l'assessore Marco Granelli che ha coordinato l'operazione. "Questo intervento del Comune di Milano con Polizia Locale, Servizi sociali con le unità mobili del piano freddo, ha evitato a numerose persone che ogni notte dormono nei tunnel una situazione inaccettabile", aggiunge.
E qui arriva la prima contestazione delle associazioni. "Passavo per caso nei pressi di uno dei tunnel e ho assistito a tutto. C'erano 40 agenti e un funzionario dell'assessorato alla sicurezza", racconta al FattoQuotidiano.it uno dei volontari di Mutuo Soccorso: "Quando abbiamo chiesto dove fossero gli assistenti sociali ci ha risposto, allargando le braccia, che li stavano aspettando". "Arriveranno solo dopo un'ora e mezza" quando quasi tutti i senza fissa dimora erano già andati via. "Molti di loro sono migranti irregolari e, alla vista delle forze dell'ordine, sono scappati via per paura di finire in un centro di rimpatrio", aggiunge. "Il fatto che gli assistenti sociali siano arrivati con un'ora e mezza di ritardo è una prova del fatto che quello non era un intervento per la dignità dei senzatetto, ma solo un'operazione di sicurezza pubblica per ripristinare il decoro di un'area centrale di Milano", commenta. Tutto questo mentre la polizia locale diffidava i presenti a scattare foto e video (e, proprio per evitare problemi, il volontario di Mutuo Soccorso ha chiesto di omettere il suo nome).
"Non è stato un intervento di sgombero", replicano dall'ufficio stampa dell'assessore Granelli: "La polizia locale è intervenuta anche per la sicurezza di queste persone. È stato detto loro che ci sono dei posti nel Comune dove andare a dormire. Se volete andate lì, se non volete vi chiediamo comunque di allontanarvi. Non vi è stata nessuna costrizione". Subito dopo è partito l'intervento di smaltimento e pulizia dell'Amsa. "A queste persone - ribattono da Mutuo Soccorso - è stato detto di portare via quello che volevano perché il resto sarebbe stato buttato, ma come potevano fare? Mica potevano chiamare l'amico con il furgone per portare via il materasso. Quella era tutta roba recuperata, loro non avevano altro". Smaltiti tra i rifiuti anche le tende e gli accampamenti di chi non era presente, commentano dalle associazioni. "Ma se li lasciano lì nel corso della giornata forse vuol dire che per loro non sono elementi primari", è la replica alla contestazioni dell'ufficio stampa. Sta di fatto che, alla fine, come rende noto l'assessore Marco Granelli, "nel mezzanino della stazione Centrale sono arrivate 30 persone alle quali, in questo modo, è stato evitato di passare la notte all'addiaccio ed è stata data una sistemazione dignitosa e un pasto caldo".
Ma anche su questo punto arrivano altre critiche. "I dormitori di Milano sono una barzelletta, di quelle che non fanno ridere", scrive Mutuo Soccorso: "Sono posti freddi, senza acqua calda, con letti pieni di cimici e liste d'attesa infinite. Ogni dormitorio ha una lista e chiamarli tutti ogni giorno, per scoprire se c'è posto è assolutamente disfunzionale per chi è in situazione di fragilità". "Invece è dignitoso dormire per strada in mezzo alle macchine?", replicano dall'ufficio stampa dell'assessore, sottolineando che si tratta di "posti riscaldati, con dei letti e non dei materassi per terra. Viene dato loro da mangiare e se hanno bisogno si possono lavare". "Così come sono i dormitori non funzionano, per questo la gente preferisce dormire fuori sotto i ponti", ci dice Roberto, un altro membro di Mutuo Soccorso: "Queste strutture dovrebbero essere meglio organizzate, con più posti e meno concentrati. Queste persone vanno seguite di più". Dormitori che, ovviamente, sono aperti solo la sera: di giorno, anche nelle giornate fredde e piovose, le persone senza fissa dimora tornano per le strade di Milano. E alcuni di loro, da giovedì, hanno anche qualche coperta in meno per proteggersi dal freddo.









