La Nazione, 19 dicembre 2021
L'assessore al sociale: "Oltre al contesto detentivo viene garantito anche il reinserimento sociale". Il progetto "Orti in carcere" proseguirà. È iniziato a febbraio grazie ad un finanziamento di 30mila euro della cassa "Ammende" ottenuto dal Comune di Massa Marittima nell'ambito di un progetto della Regione Toscana per la formazione di detenuti.
Nella prima fase sono state messe a dimora 20 piante di olivo ed è iniziata la coltivazione di piante aromatiche in cassone, oltre alla potatura delle piante da frutto e degli olivi già presenti nei terreni del carcere e alla predisposizione un impianto di irrigazione basato sul recupero dell'acqua piovana. I possibili sviluppi del progetto, nella seconda fase, saranno la raccolta delle olive e la produzione interna di olio evo aromatizzato.
Ma la finalità principale è quella di garantire ai detenuti una formazione professionalizzante, da spendere nel mercato del lavoro una volta scontata la pena. La logistica del progetto, dalla creazione delle superfici ortive alla formazione dei detenuti è stata curata dalla Cooperativa Melograno.
"È un progetto di speranza e di rinascita - commenta Grazia Gucci, assessore comunale alle Politiche sociali - che permette ai detenuti di non sprecare il tempo trascorso in carcere, impiegandolo nell'acquisizione di nuove competenze, in modo da imparare un mestiere per potersi ricostruire una vita fuori, una volta scontata la pena. Viene così garantito anche in un contesto detentivo, il diritto della persona al reinserimento sociale e all'acquisizione di una formazione lavorativa specializzata. Sarà fondamentale per il successo di Orti in Carcere la collaborazione delle realtà imprenditoriali locali".
"I migranti hanno il diritto di opporsi alla riconsegna in Libia": storica sentenza della Cassazione
di Antonio Fraschilla
L'Espresso, 19 dicembre 2021
Assolti due naufraghi accusati tre anni fa di resistenza a pubblico ufficiale per aver protestato contro il ritorno nei campi libici. Salvini li accusò di "aver dirottato" il rimorchiatore Vos Thalassa che li aveva soccorsi. L'allora ministro Matteo Salvini li aveva accusati a favore di telecamera di "aver dirottato" il rimorchiatore Vos Thalassa che li aveva soccorsi. Due naufraghi che si erano opposti al ritorno nei campi libici vennero accusati poi di resistenza a pubblico ufficiale. Ne nacque un processo con la procura che sostenne l'accusa. In appello vennero condannati. Ma adesso la Corte di Cassazione ha riformato la sentenza con cui la Corte d'appello di Palermo li aveva condannati per i reati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, violenza e resistenza aggravata a pubblico ufficiale.
I due naufraghi soccorsi dal rimorchiatore Vos Thalassa si erano opposti al rimpatrio in Libia a bordo dello stesso mezzo. Il giudice per le indagini preliminari di Trapani aveva ritenuto la condotta legittima difesa "poiché i due giovani, fuggiti dall'inferno libico, avevano agito al fine di salvare sé e gli altri naufraghi dal rischio di patire nuove, gravissime lesioni dei diritti alla vita, alla integrità fisica e sessuale, a tutela della loro prerogativa di essere portati in un place of safety e di ottenere protezione internazionale".
La Corte d'appello di Palermo, il 3 giugno del 2020, aveva riformato la sentenza di assoluzione e condannato i due giovani alla pena di tre anni e sei mesi di reclusione e 52.000 euro di multa ritenendo l'approccio del giudice di primo grado "ideologico" sul rilievo che "tali problematiche devono trovare adeguata soluzione nell'unica sede a ciò deputata, ossia quella politica del confronto interstatuale".
La Suprema Corte ha invece ribadito che il rispetto dei diritti umani è un tema sottratto alle autorità statali, che trova fondamento nelle norme di diritto internazionale a tutela della vita e della integrità della persona affermando che "è scriminata la condotta di resistenza a pubblico ufficiale da parte del migrante che, soccorso in alto mare e facendo vale il diritto al non respingimento, si opponga alla riconsegna allo Stato libico".
"Esprimiamo grande soddisfazione per questa importante pronuncia che, in linea con l'orientamento già espresso nella vicenda della comandante Rackete e, prima ancora, nella sentenza Hirsi Jamaa e altri del 23 febbraio 2012, ribadisce, una volta di più, che le operazioni di soccorso in mare che si concludano con il rimpatrio dei naufraghi in Libia costituiscono una violazione di principio del non refoulement e violano il diritto delle persone soccorse ad essere portate in un posto sicuro dove la loro vita non sia più minacciata e sia garantito il rispetto dei loro diritti fondamentali", dicono gli avvocati che hanno seguito i migranti, Fabio Lanfranca e Serena Romano.
di Domenico Quirico
La Stampa, 19 dicembre 2021
La denuncia delle Ong: "Arresti arbitrari e torture sui dissidenti". Così il monarca sunnita regna da autocrate sulla maggioranza sciita. In Bahrein, regnuccio petrolifero tributario della Arabia Saudita, c'è di tutto: raffinatezze di oriente, cenciume, intrighi, edifici avveniristici e catapecchie, bolidi di Formula uno, harem più o meno segreti, puritanesimo intransigente e dissolutezze nascoste, grandi marchi e spiagge morbidamente sabbiose, bazar, debiti e petrodollari. Dovete aggiungere: torture, paura bruta, divieto di giornali liberi, caccia agli oppositori, divieto di dissenso, pirataggio della rete, polizia e magistratura senza regole. Sì: infondo, salvando le apparenze, è questo l'islam con cui vogliamo accomodarci, modernizzato, senza jihad, con un po' di tarlato orientalismo e soprattutto l'aria condizionata, la palma e il grattacielo. Buoni affari e rassicuranti leggi contro "il terrorismo": non si sa mai in questo Oriente ormai così selvatico e impraticabile... E poi per garantire ci sono anche i soldati della base inglese e le cannoniere della quinta flotta americana che ronfano nel porto.
Nessuno dei personaggi che figurano in questo articolo è inventato, alcuni di loro a quest'ora forse sono morti, o lo saranno presto. Lottare anche al servizio di una causa impersonale come la democrazia rappresentativa e il rispetto dei diritti umani non è mai una faccenda personale e intima. Quelli che lo fanno, ovunque, dovrebbero appartenerci intimamente, essere i nostri eroi. Già. Per esempio il dottor Abdeljalil Al-Singace perché non è diventato un nostro eroe nonostante gli sforzi degli attivisti per i diritti umani dell'"Americans for Democracy & Human Rights in Bahrain"? Le loro sono documentazioni che si arroventano a toccarle. Al-Singace è un ingegnere di 60 anni, attivista per la libertà, uno degli animosi che hanno creduto nel 2011, dieci anni fa, alla chimera con gli occhietti cattivi dei gendarmi di una primavera araba. Le autorità di questo spietato regno da operetta lo definiscono terrorista che vuole rovesciare il governo e spia di un nemico straniero, ovviamente l'Iran. Ha subito torture e abusi sessuali nel carcere di Jau dove sono richiusi, a seconda degli umori repressivi, tra i duemila e i quattromila oppositori. Lui lotta moltiplicando gli scioperi della fame, l'ultimo nel luglio di quest'anno durato più di cento giorni che gli ha fatto perdere venti chili. È malato gravemente, ha una parestesia ai muscoli degli arti, cade continuamente per i dolori acuti ma non ha diritto a stampelle e a una sedia a rotelle. Le autorità da dieci anni gli negano cure specialistiche. Per ottenere la visita di un cardiologo gli hanno chiesto di indossare la tuta da carcerato e di essere incatenato. Ha rifiutato. La visita è stata negata. Il dottor Al-Singace si batte per la restituzione di un libro, una ricerca monumentale sui dialetti arabi costata quattro anni di lavoro e senza riflessioni politiche. Negata.
Chissà se quando vedremo sfilare i bolidi del prossimo gran premio del Bahrein riusciremo a ricordarci il suo nome, a immaginare il primo giorno in cui è stato imprigionato, il rumore, che non ha eguali, della porta della cella che si chiude con fracasso, come un colpo di fucile, e che si smorza, come avviene in prigione, senza eco. Chissà se ci resterà in mente il nome del penitenziario di Jau, il padiglione quindici, dove si pratica intensivamente la tortura e perfino il Covid serve a sfoltire, lasciando volontariamente migliaia di detenuti esposti al virus.
E il settantatreenne Hasan Mushaima, leader dell'opposizione politica del movimento Al-Haq, condannato all'ergastolo per aver partecipato alle dimostrazioni del 2011, non è forse nostro? L'attivista è sopravvissuto ad un linfoma, ma le sue condizioni di salute stanno peggiorando. Le autorità di Jau continuano a negargli accesso alle cure mediche. A partire dagli Anni 90 del secolo scorso Mushaima ha lottato per chiedere all'emiro di avviare riforme democratiche, denunciando le elezioni fasulle, accusato di incitare alla violenza e al settarismo. Forse dovremmo immaginarlo, così, scivolando via dalla bolsa retorica della giornata mondiale per i diritti umani: Hasan Mushaima quando ha affrontato il momento terribile dei prigionieri, quando ha provato l'impulso automatico a dire adesso esco di qui e vado via e poi in una frazione di secondo ti accorgi che sei dietro a una porta chiusa dal di fuori e la tua realtà è tutta in questa condizione acuta, lacerante, distruttiva.
E gli altri: Abdulhadi al-Khawaja, presidente e co-fondatore del Bahrein Center for Human Rights. Le ultime informazioni indicano un grave peggioramento delle sue condizioni fisiche e di salute. Senza effetti personali, ogni tipo di contatto con la famiglia vietato. O tra i tanti Alaa Mansur Ansaif, studente arrestato senza mandato, pestato, torturato e costretto a confessare pubblicamente. Non ha mai visto un avvocato. Anche loro sentiranno le grida, le urla penetranti inconfondibili dei torturati del padiglione quindici, che ti si annidano nell'orecchio e restano lì anche dopo che l'uomo che grida è stato ridotto al silenzio. Bisognerebbe ricordarsene quando con l'occhio da turista si gira per le vie di Manama impegnati a cogliere il colore locale. E forse dovremmo cercare ovunque tracce e spie di iniquità.
Siamo qui sulla faglia del duello tra sciiti e sunniti. La monarchia sunnita regna da autocrate su una maggioranza sciita. C'è anche mezzo milione di lavoratori asiatici a basso servizio, ma quelli non li conta nessuno, non esistono.
Il credo politico dinastico è l'allineamento all'assolutismo teocratico dei suoi padrini, Arabia sSudita e Emirati. Quando a Manama fiorì la primavera democratica, centomila in strada, i padroni spedirono i blindati per far rinsavire i manifestanti. Gli sciiti, considerati possibile quinta colonna del satana iraniano, sono paria, tenuti alla larga da cariche importanti, costretti a non mettersi in mostra, ad essere umili. Si cerca in gran fretta di correggere lo scandalo del fatto che gli eretici siano maggioranza: importando sunniti dal Marocco dal Pakistan e da altri Paesi musulmani: il colpo di stato demografico. I processi qui hanno rituali staliniani, da Inquisizione: si esige la confessione pubblica del reprobo, provvede la tortura.
Re Hamad Ben Issa Al Khalifa sa come rendere cieche le cancellerie. Compra, di tutto: caccia bombardieri americani che tiene in esercizio spianando le città degli sciiti in Yemen; a Parigi con 66 milioni di euro ha rilevato dalle suore il palazzo Borbone-Condé che gli serve quando scende in vacanza sui boulevard; compra atleti africani come se fossero purosangue o levrieri per vincere medaglie olimpiche; e sistemi di controllo e spionaggio della Rete come l'israeliano Pegasus. Il problema del buon re, sembra incredibile, sono i debiti: spende troppo per camuffarsi da sovrano moderno e paterno, nel 2026 l'indebitamento potrebbe arrivare al 155 per cento del Pil. Provvederà, forse, Riad che gli ha concesso un prestito di dieci miliardi di dollari. A Jau, dopo le grida, di nuovo il sordo silenzio della prigione riempie ogni fessura, come fosse bambagia.
di Derek Jeffreys
Tempi, 19 dicembre 2021
La denuncia di Derek Jeffreys, studioso e volontario nei penitenziari del paese: "Così il ricorso intensivo all'isolamento devasta da anni migliaia di detenuti".
Più di dieci anni fa, mentre scrivevo un libro sull'etica e la tortura, ho avuto un'esperienza scomoda che ha cambiato la mia vita. Nel libro discutevo di come gli Stati Uniti usassero tecniche di tortura come l'isolamento ad Abu Ghraib, Guantanamo Bay e nei "black sites" della Cia. Ho imparato che gli Stati Uniti usano l'isolamento anche per punire tanti esseri umani nelle loro prigioni nazionali. Ho deciso di scrivere un libro sull'isolamento.
Per saperne di più sulla vita in prigione, ho cominciato a insegnare in un carcere e a fare volontariato nella cappella di una prigione. Queste attività sono diventate una parte importante della mia vita. In questa relazione, spiegherò prima come gli Stati Uniti usano l'isolamento; poi descriverò come esso aggredisce la dignità umana; infine, prenderò in esame le ragioni per le quali gli americani raramente riconoscono che l'isolamento può essere una forma di tortura.
L'isolamento come metodo - Quando sono entrato per la prima volta nelle carceri, avevo una scarsa conoscenza dell'isolamento. Storicamente, le prigioni ne hanno fatto uso selettivamente per punire le persone che ritenevano problematiche. Tuttavia, negli anni Ottanta, gli Stati Uniti hanno iniziato a usare l'isolamento in modo nuovo e diffuso. Hanno costruito carceri di "massima sicurezza" interamente dedicate all'isolamento e nella maggior parte delle carceri e dei penitenziari hanno creato ali speciali di isolamento. La nostra prigione di Green Bay, per esempio, tiene 150 uomini in isolamento.
In questi ambienti, le persone sono isolate in condizioni brutali e incredibilmente rigide per 22-24 ore al giorno, per periodi che vanno da diverse intere giornate sino a decenni. Le prigioni e le carceri usano anche la tecnologia per massimizzare l'isolamento e impedire ai confinati di avere contatti umani. Infine, le autorità fanno rispettare questo isolamento prolungato con squadre di agenti armati che si assicurano con la violenza che i detenuti obbediscano alle regole istituzionali. Gli studiosi stimano che a un certo punto gli Stati Uniti tenevano all'incirca 80 mila persone in isolamento. Il numero attuale probabilmente gira attorno alle 60 mila persone.
Le conseguenze dell'isolamento sulle persone - Gli psicologi hanno mostrato al dettaglio come l'isolamento danneggi le persone. Dopo un periodo relativamente breve in isolamento, le persone cominciano a provare emozioni negative come rabbia, paranoia e ansia. Man mano che il loro tempo passato in solitudine aumenta, questi sintomi possono peggiorare e portare a gravi malattie mentali. Sono tanti i detenuti che soffrono di malattie mentali. Alcuni hanno portato questa malattia in isolamento, mentre altri l'hanno sviluppata dopo aver sopportato mesi o anni di vita in solitudine.
Di fronte a qualsiasi considerazione seria sulla dignità umana, l'isolamento contemporaneo è un affronto. Ho scritto molto sulla dignità umana e difendo filosoficamente l'idea che tutte le persone possiedono una dignità intrinseca. La dignità non è qualcosa che decidiamo di attribuire alle persone in base a qualche caratteristica; essa è invece una proprietà propria di tutte le persone in quanto persone. Quando isoliamo le persone per lunghi periodi di tempo, denigriamo e aggrediamo questa loro proprietà. Lentamente, esse possono faticare a mantenere il senso della loro identità e la loro comprensione di ciò che significa essere umani. Le istituzioni penali offrono diverse giustificazioni per confinare le persone in isolamento. Certamente possono ravvisare delle difficoltà nella gestione dei detenuti violenti. Tuttavia, non possono nascondere il carattere etico dei loro atti. Usano l'isolamento per danneggiare intenzionalmente le persone, scegliendo di degradare la loro personalità per assicurarsi che si sottomettano alle regole istituzionali.
Una forma di tortura - Le Nazioni Unite e altre autorità internazionali sostengono che l'isolamento prolungato può costituire una tortura. Hanno spesso considerato come una forma di tortura qualsiasi misura che superi i trenta giorni di isolamento. Molte nazioni nel mondo concordano con questa conclusione e rifiutano di adottare l'isolamento nelle loro prigioni. Tuttavia, nella loro giurisprudenza e nelle pratiche penali, gli Stati Uniti rifiutano di riconoscere che il trattamento riservato a migliaia di persone si potrebbe configurare come tortura.
La Costituzione degli Stati Uniti comprende un emendamento (l'ottavo emendamento) che vieta "pene crudeli e inusitate". Esso tenta di ridurre la brutalità delle pene e di limitare ciò che lo Stato può fare alle persone che infrangono le leggi. I tribunali hanno talvolta usato l'ottavo emendamento per criticare l'isolamento, ma non hanno stabilito che quest'ultimo costituisce una punizione crudele e insolita. Molti tribunali rifiutano persino di riconoscere che l'isolamento sia una tortura, e gli americani raramente prendono in considerazione tale ipotesi.
La resistenza della cultura americana - Gli studiosi offrono diverse analisi dei motivi per cui gli Stati Uniti mostrano una tale riluttanza a riconoscere che l'isolamento è una tortura. Dal mio punto di vista, possiamo rintracciare una spiegazione di questo fenomeno nelle concezioni americane della tortura e del corpo. Troppo spesso associamo l'abuso della pena o la tortura con la sola aggressione del corpo. Non riusciamo a riconoscere i modi non fisici in cui gli esseri umani attaccano lo spirito umano e trattano gli altri come cose o animali non umani.
Purtroppo, le persone, in particolare nel secolo scorso, hanno sviluppato tecniche di abuso e tortura che prendono di mira la vita interiore della persona. Sfortunatamente, la cultura americana celebra la tecnologia e le conquiste scientifiche, spesso ignorando il lato interiore della persona umana. Se qualcosa non assomiglia stereotipicamente alla tortura, la gente si rifiuta di considerarla.
Un baco nell'eccezionalità Usa - Un'ulteriore ragione per cui gli americani ignorano gli orrori dell'isolamento risiede in questioni di identità nazionale. Nella mia esperienza, sono tanto gli intellettuali di destra quanto quelli di sinistra a resistere all'idea che gli Stati Uniti pratichino la tortura nelle loro prigioni. Durante l'amministrazione Bush, ho trovato una sponda in alcuni noti critici delle sue politiche di tortura. Dopo che quella amministrazione ha lasciato il suo incarico, tuttavia, mi è risultato difficile portare l'attenzione di questi critici a ciò che stava accadendo nelle prigioni nazionali. Anche per i più ferrei critici della politica estera degli Stati Uniti, sembrava inaccettabile pensare che avvenissero torture nelle prigioni, un affronto all'idea che gli Stati Uniti sono una nazione eccezionale sotto il profilo etico.
Questa posizione intellettuale mostra una ostinata cecità nei confronti della storia carceraria degli Stati Uniti. Dalla prigione di Auburn nella New York del XIX secolo alle prigioni del Sud in tutti gli Stati Uniti, fino alla prigione di Attica nel 1971, i detenuti sono sempre stati soggetti ad abusi e torture. L'isolamento moderno è solo un altro capitolo di una lunga storia di tortura.
La società chiusa fuori - Un'ultima ragione per cui gli americani ignorano il problema dell'isolamento risiede forse nel modo in cui siamo separati dai detenuti. Le prigioni contemporanee compiono sforzi considerevoli per assicurare che le persone che detengono rimangano separate dalle persone libere. Architettonicamente, burocraticamente e tecnicamente, le prigioni americane impediscono alla gente di entrare nelle loro strutture. Spesso, il pubblico sa poco di quello che succede dietro le sbarre del carcere e della prigione. Questo contrasta con molte altre prigioni nel mondo. Recentemente, per esempio, ho letto un manoscritto di un collega irlandese di nome Ian O'Donnell che fa ricerche comparative sulle carceri. Lui spiega come le prigioni etiopi permettano notevoli scambi tra detenuti, parenti e visitatori. Questi scambi consentono ai carcerati di mantenere le relazioni familiari e offrono agli esterni l'opportunità di conoscere ciò che accade nelle prigioni. Questa situazione esiste raramente negli Stati Uniti.
Una svolta attesa invano - Molti di noi speravano che la piaga del coronavirus potesse portare le persone a ripensare le nostre politiche penali punitive. Tuttavia, sembra aver avuto poco impatto sulla riduzione sostanziale della popolazione carceraria negli Stati Uniti. Inoltre, molti americani hanno la percezione che il crimine violento stia aumentando. Questa percezione è di cattivo auspicio per i tentativi di ridurre la popolazione carceraria e porre fine all'isolamento.
Prima di imbarcarci in un altro momento storico di crescita delle nostre prigioni, gli americani dovrebbero riflettere su come puniamo le persone. È necessario ricorrere all'incarcerazione delle persone a un livello sconosciuto nella maggior parte del mondo industrializzato? Se no, come possiamo ridurre la popolazione carceraria nel quadro attuale, quando molta gente teme un aumento del crimine? Le mie esperienze di volontariato nelle prigioni mi hanno portato a credere che ciò di cui abbiamo più bisogno è l'onestà rispetto alle nostre pratiche carcerarie attuali e storiche. Sì, gli Stati Uniti hanno torturato le persone durante la "guerra al terrorismo". Tuttavia, questo è stato solo un episodio in una lunga storia di tortura nei confronti di coloro che sono in cattività. Ascoltare quanti hanno sperimentato tale tortura e riconoscere la loro dignità dovrebbe essere un prerequisito per qualsiasi discussione seria sul cambiamento del sistema carcerario americano.
di Francesco Vignarca*
Il Manifesto, 19 dicembre 2021
Ginevra. Non si è raggiunto un accordo per una normativa sull'autonomia nei sistemi d'arma. Una minoranza di Stati, tra cui gli Usa e la Russia che già investono pesantemente nello sviluppo di armi autonome, ha utilizzato la "regola del consenso" che vige in seno alla Ccw per tenere in ostaggio la maggioranza della comunità internazionale e bloccare qualsiasi progresso.
Una macchina non dovrebbe mai essere autorizzata a prendere decisioni sulla vita e sulla morte di essere umani, che non dovrebbero essere sottoposte a un algoritmo. Eppure oggi sono in pieno sviluppo sistemi d'arma in grado di selezionare obiettivi di attacco senza un significativo controllo umano, nonostante i pericoli di questo scenario siano stati abbondantemente segnalati da esperti e dalla società civile internazionale raccolta nella Campagna Stop Killer Robots (di cui fa parte anche Rete Italiana Pace e Disarmo).
La questione dell'autonomia nei sistemi d'arma presenta seri interrogativi per tutta l'umanità. Riusciremo a prevenire un futuro in cui le persone siano uccise dalle macchine?
Impediremo una corsa agli armamenti, proteggendoci dalle minacce alla pace e alla sicurezza che deriverebbero da un'ulteriore automatizzazione dell'uso della violenza?
Non siamo lontani da uno scenario del genere: a meno che non vengano messi dei vincoli, le armi letali autonome saranno operative entro pochi anni e i sistemi semi-autonomi già attivi dimostrano la tendenza a integrare l'Intelligenza Artificiale nella strumentazione bellica. Una prospettiva tremenda che purtroppo non verrà fermata, almeno a breve, da norme internazionali di messa al bando o regolamentazione.
Era questa la speranza di molti alla vigilia della Sesta Conferenza di Riesame della Convenzione delle Nazioni Unite sulle armi convenzionali (Ccw), che ha giurisdizione in materia di sviluppo di nuovi sistemi d'arma. Speranza disattesa in quanto una minoranza di Stati, tra cui gli Usa e Russia che già investono pesantemente nello sviluppo di armi autonome, ha utilizzato la "regola del consenso" che vige in seno alla Ccw per tenere in ostaggio la maggioranza della comunità internazionale e bloccare qualsiasi progresso verso una risposta legale internazionale all'autonomia nei sistemi d'arma.
Dopo 8 anni di discussioni e nonostante l'evidenza di una nuova leadership politica globale su questo tema (il ministro degli Esteri austriaco Schallenberg e il ministro neozelandese per il disarmo Twyford hanno chiesto l'elaborazione di una legge internazionale, i nuovi accordi di governo in Norvegia e Germania promettono di agire su questo tema e 68 Stati hanno già chiesto uno strumento legale) la Conferenza di Revisione Ccw, che si è chiusa venerdì a Ginevra, ha deciso di non agire.
Il compromesso votato prevede di continuare le discussioni sulle armi autonome nel 2022 per 10 giorni complessivi, con un mandato ambiguo e debole: "Considerare proposte ed elaborare, per consenso, possibili misure, anche prendendo in considerazione l'esempio dei protocolli esistenti". Fumosa formula diplomatica che significa solo mancanza di volontà di azione, per favorire Stati e industrie che hanno già investito politicamente ed economicamente sullo sviluppo di questi sistemi.
Non a caso la Campagna Stop Killer Robots ha commentato duramente che "questo mandato è drasticamente al di sotto della risposta di cui abbiamo bisogno: rappresenta solo una strada verso il nulla" oltre ad essere "una vergognosa risposta al lavoro diplomatico che in questi anni ha cercato di fare progressi. Un fallimento del multilateralismo come risposta ai pericoli chiari e presenti posti dall'autonomia nei sistemi d'arma".
L'Italia, che durante il dibattito si è detta pronta a sostenere un mandato per uno strumento sulle tecnologie per le armi autonome, ha sottoscritto una dichiarazione con altri Paesi sottolineando la propria frustrazione per il fallimento della Ccw. Una Dichiarazione sottoscritta tra gli altri da Belgio, Germania, Paesi Bassi, Nuova Zelanda e Svizzera ha sottolineato come sia "abbondantemente chiaro che i risultati fino a oggi non sono sufficienti per affrontare l'urgenza di questo problema. Al ritmo attuale il progresso degli sviluppi tecnologici rischia di superare le nostre decisioni".
Altri Paesi (tra cui Costa Rica, Argentina, Palestina, Nigeria) hanno invece reiterato la richiesta di un mandato esplicito per l'elaborazione di una norma legale di messa al bando dei killer robots. Medesima prospettiva della Campagna internazionale, che ha esplicitato la necessità di un percorso normativo innovativo e specifico sui killer robots: "Piuttosto che abbassare le nostre aspirazioni, abbiamo bisogno di iniziare un processo che possa rispondere alle sfide etiche, legali e umanitarie che abbiamo davanti.
Nel 2022 lavoreremo per lo sviluppo di uno strumento giuridico sull'autonomia nei sistemi d'arma avendo dalla nostra parte la maggioranza dell'opinione pubblica, esperti e ricercatori di intelligenza artificiale e tecnologia, leader religiosi di tutto il mondo e il segretario generale delle Nazioni Unite". Il sogno è quello di riuscire, come per le mine anti-persona e le munizioni cluster, a ottenere un trattato internazionale negoziato al di fuori delle sabbie mobili degli inconcludenti forum multilaterali.
*Rete Italiana Pace e Disarmo
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 19 dicembre 2021
La Danimarca affitterà 300 posti nelle prigioni del Kosovo per trasferirci i detenuti stranieri che al termine della loro condanna devono essere espulsi. Lo ha annunciato mercoledì scorso il ministro dell'Interno di Copenaghen Nick Hækkerup del partito socialdemoratico. La misura fa parte di un piano per aumentare la capacità del sistema carcerario e i fondi per le guardie penitenziarie. Negli ultimi sei anni, infatti, la popolazione detenuta è aumentata del 18%, sfiorando i 4mila individui, mentre il personale che lavora in carcere è diminuito del 19%.
L'accordo è sostenuto da un fronte politico trasversale: oltre ai socialdemocratici, dal Partito popolare danese, Partito popolare socialista e Partito popolare conservatore. A Pristina, con cui i negoziati andavano avanti da un anno, arriveranno 210 milioni di euro in 10 anni e un aiuto di 6 milioni di euro l'anno per la transizione ecologica. Per il paese balcanico, che ambisce a entrare nell'Ue, è anche un modo per accreditarsi presso gli altri paesi membri e presentarsi come un partner affidabile.
L'esternalizzazione dei detenuti stranieri risponde alla stessa logica che ha portato il parlamento di Copenaghen a votare nel giugno scorso una legge per trasferire all'estero i richiedenti asilo. Anche in quell'occasione la misura è stata proposta dal partito socialdemocratico della premier Mette Frederiksen, con il sostegno trasversale di verdi e destre. Nel 2020 i detenuti stranieri da rimpatriare dopo la detenzione nelle carceri danesi sono stati circa 350. Se il paese scandinavo non riuscirà a espellere quelli detenuti a Pristina li porterà indietro per rinchiuderli in centri di detenzione.
di Davide Mattiello
Il Fatto Quotidiano, 18 dicembre 2021
Il Giudice della sorveglianza non è Gandalf, non ha poteri paranormali, non prevede il futuro, non ricevendo in dotazione dal Ministero della Giustizia né una palla di vetro, né una bacchetta magica, bisogna che qualcuno avverta i parlamentari.
La questione è quella della riforma dell'ergastolo ostativo sulla quale già molte parole sono state spese. Secondo le supreme Corti italiana ed europea è intollerabile che la possibilità di accedere ai benefici carcerari per condannati di mafia (e non soltanto) sia fatta dipendere dalla decisione di collaborare con lo Stato. Questa decisione insomma non può in alcun modo essere "estorta" in cambio del sollievo concesso al detenuto, deve essere una decisione maturata liberamente a prescindere dalle condizioni della esecuzione della pena decise dallo Stato. Quindi è incostituzionale quella presunzione assoluta di pericolosità sociale fissata per legge a carico del detenuto mafioso che non collabori con lo Stato, quella presunzione assoluta che fino a qui ha impedito qualunque valutazione nel merito da parte della magistratura di sorveglianza relativamente alla possibilità di accesso ai benefici carcerari.
di Errico Novi
Il Dubbio, 18 dicembre 2021
Sono stati mesi diversi per la giustizia. Lontani dal precedente trend del ministro Bonafede, e in generale da anni in cui la politica ha preferito quasi sempre il proclama populista alla Costituzione. A quasi un anno dall'insediamento di Mario Draghi e Marta Cartabia, possiamo mettere in fila: l'addio al fine processo mai, cioè al blocca- prescrizione voluto dai 5S, l'adozione di norme a tutela della presunzione d'innocenza, la disciplina che obbliga i pm a chiedere l'autorizzazione del gip anche per acquisire i tabulati telefonici, il nuovo indirizzo sui dati "statici" custoditi sempre nei cellulari sequestrati, altri aspetti del processo penale che, pur fra qualche timidezza, aprono nuovi spazi per misure alternative e giustizia riparativa.
Non è poco, non è il caso di fare gli "ingrati". Ma è anche vero che ancora non si può parlare di definitivo cambio di passo. Lo si intuisce da alcuni segnali. Il primo è la coesione ritrovata fra Pd e Movimento 5 Stelle sull'ergastolo ostativo: i due partiti hanno condiviso alcuni emendamenti che tendono a stringere molto le maglie per l'accesso dei detenuti ai benefici, secondo una linea non del tutto coerente con le indicazioni della Consulta.
di Niva Mirakyan
sputniknews.com, 18 dicembre 2021
Intervista a Valeria Verdolini, Sociologa dell'Università di Milano-Bicocca e responsabile di Antigone Lombardia. Purtroppo i problemi nelle carceri italiane non mancano - l'alto tasso di affollamento, le persone straniere detenute che aspettano la condanna definitiva in carcere in percentuale maggiore rispetto agli italiani e il suicidio che è spesso la causa più comune di morte nelle istituzioni penitenziarie.
di Chiara Pizzimenti
Vanity Fair, 18 dicembre 2021
Ci sono 19 bambini piccolissimi al seguito di 17 madri detenute nelle carceri italiane. Per altri quattro anni è stata rinnovata la Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti, un protocollo d'intesa tra il ministero della Giustizia, l'Agia e Bambinisenzasbarre Onlus. Riconosce il diritto dei minorenni alla continuità del legame affettivo con i genitori. Sono più di 100mila i bambini che hanno un genitore in carcere in Italia.
- Taser, la FpCgil precisa: strumentalizzata la provocazione nella nostra lettera a Cartabia
- Per un'altra giustizia, quella che cura le ferite
- Natale in carcere: ricette, tavole e doni solidali
- Le nuove regole limitano il diritto all'informazione e non tutelano gli indagati
- La presunzione d'innocenza? È già messa a dura prova









