di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 26 luglio 2021
Il presidente del Tribunale di Palermo: "Non vedo profili di incostituzionalità nelle proposte del leader 5S. Ma questo vale anche per altri casi di particolare complessità". "È una riforma importante quella di cui stiamo discutendo in questi giorni - dice il neo presidente del tribunale di Palermo Antonio Balsamo - ma non si può pensare di fissare un termine dopo il quale il processo si estingue senza avere prima apprestato tutti i mezzi e le risorse per celebrare i processi entro i termini previsti".
Quali punti della riforma consentiranno un'accelerazione dei tempi della giustizia?
"Il filtro più rigoroso che verrà assegnato al giudice delle indagini preliminari credo che sarà un forte fattore di deflazione dei processi. Come accade in tutti i paesi che adottano il rito accusatorio il dibattimento è l'eccezione. L'ampliamento dei casi di citazione diretta a giudizio è un altro fattore importante. Di grande rilievo è poi il capitolo relativo alla cosiddetta giustizia riparativa, in accoglimento di una direttiva europea: è previsto l'accesso ai programmi di giustizia riparativa in tutte le fasi del procedimento".
Giustizia riparativa, ovvero quel percorso che porta l'autore del reato a rimediare alle conseguenze della sua condotta.
"Le forme di giustizia riparativa sono un grande impegno per dare speranza, contemporaneamente ai colpevoli e alle vittime dei reati. Mi è piaciuto molto un riferimento fatto dalla ministra Cartabia al congresso delle Nazioni Unite a Kyoto, nel marzo scorso: citò il motto della polizia penitenziaria, garantire la speranza è il nostro compito. Proprio perché noi crediamo che sia indispensabile diffondere speranza sono necessarie delle riforme di carattere organizzativo con un ampliamento del numero dei giudici, che ci ponga in linea con l'Europa, come ha chiesto l'avvocatura al congresso nazionale forense. La richiesta dell'avvocatura di portare il numero dei magistrati togati a 16.500 va presa in attenta considerazione. E poi c'è da tenere in considerazione la sperimentazione fatta in Canada, dove questo tipo di riforma è stato attuato".
Cosa è emerso da quella esperienza?
"Dopo un anno dall'avvio della riforma, solo 61 processi sono saltati nello stato del Quebec perché oltre il termine massimo previsto. In Italia, il numero potrebbe essere enormemente superiore. Ma c'è un altro dato da tener presente: il governo del Quebec ha stabilito uno stanziamento di 175 milioni di dollari canadesi per nuovi magistrati, cancellieri e aule di udienze. Un investimento di 118 milioni di euro. Un dato che ci deve far riflettere. A Palermo, dove mi sono insediato da qualche giorno ho trovato colleghi grandemente motivati, come nei giorni drammatici del post stragi, ma è necessario sostenere questo impegno straordinario con un investimento altrettanto importante. Dobbiamo fare ogni sforzo per scongiurare il rischio che siano deluse le aspettative di giustizia delle vittime e le aspettative di sicurezza de i cittadini".
Il governo ha confermato gli investimenti, ma i magistrati impegnati sul fronte della lotta alla mafia hanno espresso riserve.
"Vedo delle grosse criticità nella riforma non solo per i processi di mafia, ma anche per tutti quelli che comportano una notevole complessità negli accertamenti: penso ai dibattimenti per le morti sul lavoro, o per i disastri ambientali".
L'ex presidente Conte ha ipotizzato di tenere fuori dalla riforma i reati di mafia.
"Non vedo profili di incostituzionalità in questa proposta. Ma ripeto il problema potrebbe crearsi anche per altri tipi di processi, dunque credo sia necessario pensare a dei correttivi, come la ministra Cartabia ha già annunciato. Ho molto apprezzato la citazione che la ministra ha fatto di Giovanni Falcone all'ultima sessione della commissione delle Nazioni unite per la prevenzione della criminalità, a Vienna. Falcone riteneva che si dovesse passare ad una fase di intensa e leale collaborazione fra i poteri dello Stato. Con questo spirito, è essenziale che il legislatore ascolti la magistratura e l'avvocatura, facendo una previsione realistica degli effetti delle riforme, e predisponendo tutti i rimedi".
Quali correttivi potrebbero essere fatti al capitolo della riforma riguardante i tempi del processo?
"Si potrebbe pensare a una sospensione dei termini di durata massima del processo di appello o di cassazione in tutti i casi di particolare complessità del giudizio. Un'altra soluzione sarebbe quella di pensare a una decorrenza del termine di durata massima del giudizio di appello dal momento in cui la corte effettivamente riceve gli atti. Perché, talvolta, come ha ricordato Matteo Frasca, presidente della corte d'appello di Palermo che è virtuosa per tempi di durata dei processi, possono esserci dei casi in cui ad esempio il giudice di primo grado ha impiegato molto per scrivere la sentenza, oppure possono esserci state difficoltà con le notifiche. E il giudice di appello non ha il controllo di queste situazioni. Ma resta prioritario il tema delle risorse, come ribadito dal commissario europeo per la giustizia".
Quale aspetto mette in rilievo nella sua analisi?
"Il rapporto annuale della commissione europea sottolinea che il numero dei giudici italiani resta uno dei più bassi nell'ambito dei paesi dell'Unione europea".
di Francesco Grignetti
La Stampa, 26 luglio 2021
Parla il presidente delle Camere penali. Sono "preoccupati e delusi", gli avvocati penalisti. La riforma Cartabia secondo loro ha tradito molte attese. Per colpa dei veti incrociati tra partiti, alla fine mancano alcuni tasselli importanti. Considerano il ritorno della prescrizione una grande conquista, ma sono perplessi al pari dei magistrati sul meccanismo concreto.
E così, Giandomenico Caiazza, presidente dell'Unione camere penali, dice: "Se è vero che arriveranno i denari, questo solo conterà. Perché se i tempi sono lenti, è anche perché i vuoti d'organico sono paurosi".
In che senso, più che sulle norme, voi siete attenti agli investimenti?
"Perché la riforma, se consideriamo le premesse della commissione Lattanzi, si è molto scolorita lungo il cammino. Ma se davvero arriveranno i rinforzi promessi, il nuovo personale di cancelleria, gli investimenti sugli edifici e sull'infrastruttura digitale, allora certi tempi morti potranno essere superati. Questa è la vera scommessa. Se infatti occorrono mesi, o addirittura anni, per lo spostamento di un fascicolo da un tribunale a una Corte di Appello, ciò accade perché manca letteralmente il personale. Le cancellerie hanno vuoti del 50 per cento".
Che cosa vi attendevate e invece non c'è nella riforma?
"Una seria spinta sui riti alternativi. Si sono persi per strada, credo per via dei veti leghisti. Il concetto di premialità come incentivo ai patteggiamenti, che pure è l'unico modo per deflazionare sul serio la massa dei processi, e quindi velocizzare, per i leghisti non è spendibile. Anche la riscrittura dell'udienza preliminare si è persa in gran parte per strada: si è passati dalla "previsione di condanna" a una generica "prognosi". Diciamo pure che si è scolorita".
E il meccanismo della nuova prescrizione processuale, detta della improcedibilità?
"Un'innovazione giuridica di cui non si sentiva la necessità. Peraltro nemmeno era tra le bozze della commissione dei saggi. Di sicuro non è una nostra proposta; noi avremmo preferito il meccanismo della legge Orlando, con le sospensioni da riconteggiare in caso di sforamento dei tempi, che faceva da pungolo per il giudice, e non rappresentava una morte del procedimento. È comparsa all'improvviso, perché bisognava accontentare i grillini, arroccati a difesa della riforma Bonafede. Unica consolazione: quantomeno si supera quel mostro giuridico, che avrebbe avuto l'effetto di ritardare ancor di più i processi".
di Francesca Sabella
Il Riformista, 26 luglio 2021
Ha un cancro in stato avanzato, ha perso trenta chili negli ultimi mesi, si sottopone periodicamente a chemioterapia, è una larva umana, ma per lo Stato deve morire in carcere. Aurelio Quattroluni è un detenuto di origine siciliana condannato all'ergastolo ostativo, è in prigione da più di vent'anni, oggi sta scontando la sua pena nel carcere di Secondigliano dove è recluso dal 2020. È malato, la famiglia riferisce che versa in un forte stato depressivo e che alterna scioperi della fame ad attacchi di autolesionismo.
Tutto ciò, però, non basta: deve morire in cella. "Ho inviato più di sessanta pec al Tribunale di Sorveglianza di Napoli facendo richiesta di arresti domiciliari - racconta Ornella Valenti, legale di Quattroluni - Non ho mai ricevuto una risposta, se non mail nelle quali mi veniva comunicato che gli uffici non avevano ancora acquisito le informazioni necessarie. Se non i domiciliari, almeno il trasferimento vicino casa significherebbe già tanto per lui". Il Tribunale di Catania, invece, seppure con qualche ritardo ha risposto all'avvocato Valente.
"Il magistrato siciliano ha rigettato per due volte la richiesta dei domiciliari - continua Valente - una volta nel settembre del 2020 e l'altra nel febbraio di quest'anno ritenendo che le condizioni di salute del mio assistito fossero compatibili con il carcere. Ma non è così". Dal carcere di Padova, dove era inizialmente recluso, Quattroluni fu "spedito" agli arresti domiciliari a Catania dove fu operato d'urgenza. Rimase a casa per due anni e sei mesi, quindi in regime di arresti domiciliari, per le cure necessarie.
Nel mese di febbraio 2020, in seguito a un'inchiesta relativa a fatti risalenti a 25 anni prima, fu arrestato e condotto portandolo nella casa circondariale di Bicocca, a Catania. Dopo lo scoppio dell'emergenza Covid la vicenda subì uno stop, ma successivamente il Tribunale di Catania dispose di nuovo gli arresti domiciliari con scadenza a settembre 2020. Nel frattempo le istanze presentate dal suo avvocato non sono state lette e il detenuto è stato trasferito nel carcere di Secondigliano, dove si trova adesso. Pec non lette, risposte mai date all'avvocato e un uomo che seppur condannato al carcere a vita, in quel carcere rischia di morire, in aperta violazione del diritto alla salute e della sua dignità.
Il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello ha incontrato recentemente Quattroluni e ha riacceso i riflettori sulla sua condizione e sulla necessità di consentirgli di essere curato, se non a casa, in una struttura attrezzata. "Aurelio è una persona malata, condannata all'ergastolo ostativo, ha un cancro, sta facendo dei cicli di chemioterapia - spiega Ciambriello - Sulle sue spalle pesano due condanne mortali: ergastolo e cancro, ma per ironia della sorte una può cancellare l'altra". La condanna all'ergastolo non equivale alla pena di morte o, almeno, non dovrebbe. "Adesso Aurelio è pelle e ossa - sottolinea il garante - Non si tratta di essere benevoli o buonisti: sono deciso ad andare avanti per difendere il diritto alla salute e alla vita, senza la doppiezza ipocrita di chi divide i detenuti in buoni e cattivi o di chi vuole separare quelli condannati per reati ostativi da quelli che si trovano in carcere per fatti meno gravi". Si tratta di rispettare i diritti. "Viviamo in un Paese dove il populismo penale si coniuga con il populismo politico - conclude Ciambriello - Non possiamo tollerare altre reticenze e dimenticanze sui temi del diritto, della giustizia e della detenzione".
laprimapagina.it, 26 luglio 2021
Cyclette, macchine multifunzione e panche per il potenziamento muscolare ma anche palloni da calcio, racchette da tennis tavolo, cerchi per la ginnastica. Le palestre (maschile e femminile) allestite all'interno del carcere di Sollicciano dove i detenuti svolgono attività fisica nell'ambito del progetto Uisp "Sport in libertà" possono contare numerosi attrezzi in più. Sono quelli consegnati dall'assessore allo sport Cosimo Guccione e del garante dei detenuti Eros Cruccolini. Con loro c'erano la direttrice del carcere, Antonella Tuoni, e il presidente di Uisp comitato di Firenze Marco Ceccantini.
"Un modo per stimolare movimento, attività sportiva e benessere psicofisico dei detenuti - ha sottolineato l'assessore Guccione - vogliamo offrire un'opportunità per favorire l'umanizzazione della pena, così come stabilisce la Costituzione. E proprio le attività ricreative, tra cui lo sport, sono considerate dal 1975, anno della riforma dell'ordinamento penitenziario, uno dei pilastri del trattamento penitenziario che dovrebbe ottenere la rieducazione del condannato". "Attività fisica come spazio di libertà - ha aggiunto - ma anche come momento di socializzazione e convivenza, di confronto e di crescita". Il presidente Marco Ceccantini ha ricordato come da molti anni Uisp porta avanti tutti i giorni il progetto che consente ai detenuti di svolgere attività fisica in palestra e negli spazi verdi del carcere. L'iniziativa, seppur ridotta nel periodo dell'emergenza Covid, non si è mai interrotta grazie alla presenza di un presidio sanitario interno alla casa circondariale.
"Abbiamo continuato a operare in carcere in questo periodo -ha aggiunto Ceccantini- ritenendo l'attività motoria fondamentale per il benessere psicofisico delle persone recluse e soprattutto un valido contributo per superare questo difficile momento nel miglior modo possibile. Ringrazio il Comune per l'impegno nell'investire risorse, seppur limitate, per l'acquisto di nuovi macchinari al fine di sostituire quelli già esistenti, ormai obsoleti".
di Valerio Calzolaio
unipd.it, 26 luglio 2021
Qualche isola-carcere è ancora attiva in Italia e nel mondo. Forse il caso più significativo nel Mediterraneo riguarda la più piccola e lontana delle isole dell'Arcipelago Toscano, Gorgona, 222 ettari appartenenti al comune di Livorno, più o meno di fronte alla città, a circa 35 chilometri dalla costa, sul mar Ligure. Si tratta di un territorio prevalentemente montuoso (massimo 255 metri sul livello del mare) e ricco di vegetazione tipica della macchia mediterranea: pineta e lecceta più in alto, esemplari di castagno e ontano nero, bassi resistenti cespugli in basso. Verso ponente la costa cade a picco nel mare, mentre a levante degrada formando tre valli terminanti con piccole deliziose cale, insenature e baie, come Cala Scirocco, dove si apre la Grotta del Bove marino, un tempo rifugio di foche monache.
Gorgona ha avuto innumerevoli denominazioni nel passato, fu abitata fin dal Neolitico, frequentata da Etruschi e Romani, poi sede di monaci eremiti, che fondarono i monasteri di Santa Maria e di San Gorgonio. Nei millenni successivi la presenza umana fu connessa alle scorribande di terra e di mare in Toscana e nel Tirreno, con conseguenti edificazioni di case, torri, chiese e fortificazioni. Citata da Plinio, Namaziano e Dante, risultò comunque sempre complicato l'uso agricolo. Agli inizi dell'Ottocento, i Citti di Lugliano (Lucca) popolarono l'isola, dando origine all'attuale paese dei pescatori. È probabilmente loro lontana discendente l'unica residente oggi stabilmente abitante sull'isola, dodici mesi l'anno, Luisa Citti, 93 anni splendidamente portati, spesso intervistata, arzilla e fedele, sola e tranquilla (con i suoi gatti).
Due secoli fa il granduca di Toscana inviò circa duecento contadini per coltivarla, che però fecero di necessità virtù, dedicandosi solo alla pesca. Ma, già dal 1869, inoltre, una parte dell'isola fu destinata a colonia penale all'aperto come succursale di quella di Pianosa. E isola carcere sempre è rimasta, da oltre centocinquanta anni, mai solo carcere, mai senza detenuti, un caso abbastanza raro. Il centro di Gorgona è ancora borgo di discendenti di antichi pescatori, come detto oggi quasi spopolato: una decina di famiglie, fra 60 e 130 abitanti "civili" nell'ultimo quindicennio, sono residenti ma la abitano ogni anno qualche settimana o raramente qualche mese (estivo), in vacanza. Del resto, non ci sono attività sull'isola diverse da quelle "rieducative" (articolo 27 della Costituzione italiana) seppur utili e funzionali. L'unico bar è gestito dal personale di polizia dell'amministrazione penitenziaria; come pure l'unico negozio che vende prodotti, quelli realizzati da gruppi di detenuti, per esempio pomodori e uova.
Non mancano problemi. La lontananza dalla terraferma comporta disagi per tutta la popolazione umana (permanente e soprattutto transitoria, detenuta e non), disservizi e scomodità sono quelli di tante isole italiane, i collegamenti marittimi non sempre sono possibili causa le avverse condizioni del mare. La gestione e la direzione hanno sede nella distante Livorno. Il personale di polizia penitenziaria è in numero talora insufficiente quando aumentano d'improvviso i detenuti (anche 100 alcuni mesi), non sempre è accompagnato dalla famiglia e andrebbe scelto più su base volontaria. Non tutti i condannati hanno sempre lavoro sufficiente e l'intera esperienza non sembra davvero sostenuta dall'amministrazione centrale, con progetti e fondi specifici.
Sul territorio di Gorgona persiste comunque in ampi spazi il carcere all'aperto, una Sezione distaccata della Casa Circondariale di Livorno (in base a un decreto dell'ottobre 2013), con la capienza di 88 detenuti (al 30.11.2017 erano 90 uomini, stranieri 46; al 30.1.2021 82 sempre solo uomini, ancora 46 stranieri), unica esperienza di colonia penale agricola ancora funzionante in Europa (vi si viene trasferiti come premio di buona condotta, con una condanna definitiva con residuo di pena non superiore a dieci anni). L'istituto è suddiviso in due sezioni prive di imponenti mura di recinzione, ognuna delle quali è praticamente autosufficiente. La prima composta da 19 stanze singole ospita detenuti con un programma di trattamento "più ampio", nel senso che non è previsto una vigilanza di polizia fissa ma dinamica, dalle 7.00 alle 21.00, orario di chiusura delle stanze; ha un campo da bocce, il refettorio e una sorta palestra all'aperto. La seconda (Capanne) consta di 90 posti ed è dotata di campo sportivo, sala musica, sala hobby, biblioteca, palestra, aula scolastica, barbieria, oltre a cucina e refettorio.
Le diramazioni di costruzione più recente si trovano nei pressi del piccolo villaggio, mentre quelle ottocentesche sono ubicate sulle alture dell'isola. Il lavoro può essere considerato il perno attorno al quale gira tutta l'organizzazione del carcere. Le attività, tuttavia, non sono sempre presenti e ben coordinate: vanno bene l'agricoltura (due ettari di vitigni autoctoni, una cantina di vinificazione, ulivi, ortaggi e piante aromatiche, panificazione), l'edilizia (manutenzione, ristrutturazione, carpenteria), e la gestione dei rifiuti; rispetto alla zootecnia il macello è stato chiuso (molti animali trasferiti, il terzo residuo oggetto d uno studio relazione d'intesa con l'Università Bicocca di Milano); l'acquacoltura è durata solo per circa un decennio (2001-2012) e non può essere più praticata.
Sono stati ristrutturati degli edifici presenti a Cala Scirocco, nella parte sud orientale dell'isola ed è stato creato il Laboratorio di Biologia Marina e Maricoltura (Labimm), il quale oltre a svolgere attività di ricerca, è dotato di un'unità d'allevamento larvale e pre-ingrasso, che fornisce avannotti di specie pregiate (orate, spigole, ombrine), che saranno poi collocate sul mercato esterno per la vendita (oltre una piccola parte che viene naturalmente destinata al consumo interno). L'allevamento vero e proprio dei pesci avviene in gabbie off shore situate nella Cala Bellavista, e tutto ciò è accompagnato da corsi che forniscono ai detenuti la competenza necessaria per portare avanti il progetto. Alcuni detenuti sono impegnati nel gestire l'impianto e (ora) gli "impiantini" di produzione dell'energia elettrica, nelle attività di pesca sostenibile e, ormai, in lavori connessi al turismo didattico riguardante l'ambiente naturale dell'isola.
La giornata "tipo" di un detenuto "incarcerato" a Gorgona prevede la sveglia alle ore 6.30 e, dopo la colazione, alle 7.30 inizia il turno lavorativo fino a mezzogiorno per la pausa pranzo. Il turno pomeridiano è dalle 14.00 alle 16.00. La restante parte della giornata viene impiegata per l'attività scolastica oppure per il tempo libero (è presente una biblioteca, una palestra, un campo da calcetto). L'istituto di Gorgona è dunque definibile "un istituto a trattamento avanzato": il lavoro costituisce l'elemento cruciale e fondamentale del trattamento stesso, le acquisite capacità professionali garantiscono dignità, autosufficienza, autostima e aiuto economico ai familiari.
Per larga parte degli ultimi trenta anni è stato responsabile del carcere un funzionario del mMinistero della Giustizia, Carlo Alberto Mazzerbo (Catania, 1957), direttore della casa di reclusione di Gorgona dal 1989 al 2005 (quando la visitai da sottosegretario insieme all'allora Presidente dell'Ente Parco dell'Arcipelago Toscano), con incarichi e missioni ad hoc su Gorgona dal 2005 al 2013, gestore del trasferimento a Livorno dal 2013 al 2015, direttore del carcere di Livorno (e quindi anche di Gorgona) dal 2019 in avanti. Il libro scritto qualche anno fa da Mazzerbo insieme al giornalista Gregorio Catalano ha diffusamente raccontato l'esperienza ("Ne vale la pena: Gorgona, una storia di detenzione, lavoro e riscatto", Nutrimenti Roma 2013). Dal 2016 è stato firmato fra Amministrazione Comunale di Livorno, Ente Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano e direzione della Casa di Reclusione Gorgona Isola un Protocollo d'Intesa relativo alla fruizione turistico naturalistica dell'isola di Gorgona. Nel 2019 è stato riattivato un trasporto passeggeri di linea, bisettimanale.
Nel 2021 Gorgona resta un'isola carcere. Potete andare a visitare l'isola di Gorgona. Yacht e crociere non possono attraccare, passeggeri e turisti sì. Il sabato e il lunedì vi è un traghetto da Livorno, servizio pubblico che parte e torna anche con un solo pagante il biglietto. Quei due giorni e pure la domenica la società che ha vinto il bando pubblico (Toscana Trekking) organizza visite guidate per massimo cento persone al giorno, anche per insegnanti e studenti. Nel 2019 ne usufruirono quasi 20.000 persone, nel 2020 (nonostante la pandemia) oltre 12.000. Il fascino sta nell'isola, bella e varia, non nell'essere carcere. Le funzioni giudiziarie semplicemente obbligano ad avere una guida esperta e competente ogni gruppo di 25 turisti. E l'ecosistema merita.
In realtà, quasi tutte le isole dell'arcipelago toscano sono state utilizzate per isolamento detentivo, in tutto o in parte, prima o poi e non solo nel lontano passato: Elba (Napoleone), Capraia (in più epoche), Gorgona, Montecristo, Pianosa (in più epoche, anche romana). Il carcere di Porto Longone a Porto Azzurro (isola d'Elba) è pure ancora attivo, ma l'Elba è troppo grande per essere considerata un'isola-carcere in senso stretto con i criteri descritti nel volume, ha una superficie di circa 224 km, ovvero cento volte Gorgona. La casa di lavoro all'aperto di Capraia fu chiusa con un decreto del Ministero di Grazia e Giustizia del 27 ottobre 1986, mentre l'istituto penitenziario di Pianosa è stato definitivamente soppresso con la legge del 23 dicembre 1996 n. 652.
Gorgona "resiste" come isola-carcere. Meriterebbe forse maggiore attenzione nazionale. Le isole non andavano e non vanno usate come carcere e andrebbe complessivamente ripensata ogni strutturazione detentiva. Le isole sono purtroppo state un lungo elettivo di "doppio isolamento" da millenni, in ogni mare del mondo, ovunque l'ecosistema aveva come confine acqua (anche in tanti ampi laghi e larghi fiumi). In linea di massima, tutte le isole andrebbero pensate ormai senza carceri e le vestige degli istituti penitenziari del passato andrebbero usate come museo all'aperto sulla crudeltà umana. Tuttavia, Gorgona è un caso unico, forse quello che più va incontro a un'esigenza di giustizia operosa, rieducativa e riabilitativa che dovrebbe essere praticata in ogni luogo e momento della pena detentiva.
Gorgona avrebbe avuto grandi potenzialità. Possiamo e forse dobbiamo chiudere ogni isola carcere, comunque quel modo di trattare i condannati alla pena detentiva dovrebbe pur essere sperimentato (anche) da qualche altra parte! In Italia meno del tredici per cento della popolazione carceraria lavora. Il resto passa venti ore al giorno in cella, senza alcuna occupazione e senza effettiva osservanza del testo costituzionale.
Discutere seriamente di Gorgona è un altro modo di affrontare collettivamente la questione dei carceri italiani, spesso incubatori di crimini, saliti a cronache pessime anche di recente, per comportamenti non confacenti delle pubbliche istituzioni o di chi lì le rappresenta, fenomeni ordinari e scandali straordinari di cui recentemente il presidente del consiglio Draghi e la ministra della giustizia Cartabia hanno detto di volersi occupare per ottenere finalmente che la detenzione sia l'inizio di un nuovo percorso di vita per chi "è stato" criminale.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 26 luglio 2021
L'appello della senatrice grillina. "Purtroppo il carcere è diventato nel tempo una discarica sociale dove confluiscono tutti i problemi non risolti". Ne è convinta la senatrice pentastellata Cinzia Leone che in questi giorni ha svolto approfondite visite nelle carceri campane e siciliane.
Vuole vedere con i suoi occhi una situazione che al carcere di Santa Maria Capua Vetere è diventata esplosiva ma che è il campanello d'allarme per tutta la nazione. "Obiettivo di questo breve tour è quello di dar luogo a delle relazioni seguite da interrogazioni parlamentari alla Ministra Cartabia".
"In particolare ho intenzione di soffermarmi su quanto è successo a Santa Maria Capua Vetere durante la mia visita - prosegue la senatrice - C'era un uomo ignoto con noi che mi ha accompagnato nel reparto delle donne (reparto Senna, massima sicurezza, Ndr). Al termine della visita ho scoperto che avevano scritto che era il mio autista ma io non lo conoscevo. Ho chiesto ai presenti chi fosse questo Armando Schiavo che mi accompagnava ma nessuno mi rispondeva, è sceso un silenzio imbarazzante. Poi mi hanno detto che era il compagno della direttrice. Questo episodio merita un'attenta riflessione: È imbarazzante che a seguito dei fatti accaduti tutt'ora serpeggia uno strato di opacità in questa struttura carceraria".
Per la senatrice si è trattato di un episodio "gravissimo, farò anche interrogazione già martedì con un intervento di fine seduta. Fatto, ancor più che gravissimo, in cui emerge all'indomani della visita della ministra Cartabia e del presidente Draghi. Una presenza non autorizzata giuridicamente ad accompagnare una senatrice della repubblica in una ispezione ed all'uscita constatare che all'ingresso era stato scritto 'autista della senatrice Armando Schiavo', ma io non sapevo chi fosse".
"Ritengo che la ministra tempestivamente provveda a far sì che la direttrice, la quale si è presentata come ammalata, con accanto il compagno ex poliziotto che faceva gli onori di casa fin dove non c'erano le telecamere, ad una sostituzione della stessa poiché è un carcere che necessita di essere seguito con molta forza e responsabilità, serietà e trasparenza che ad oggi sembra venir meno. Nel momento in cui i vice direttori sono stati sostituiti perchè non sostituire anche lei? Forse non ha la serenità anche fisica per ricoprire quel ruolo. Bisognerà fare chiarezza sul ruolo di Armando Schiavo all'interno del carcere".
La garante dei detenuti della provincia di Caserta, Emanuela Belcuore, per garbo, aveva avvisato il giorno prima della visita della Senatrice Cinzia Leone. "La Direttrice Palmieri ci ha accolto nel suo ufficio ma non ha proseguito il giro nei reparti". Al termine ha ricevuto dalla stessa una telefonata che sottolineava che il signor Schiavo fosse un 'Articolo 17', cioè un volontario del carcere. "Resta che non era l'autista della Senatrice, come precedentemente scritto nell'elenco dei visitatori - ha detto Belcuore - gli articoli 17 sono preposti a fare attività per i detenuti. Com'è possibile che, abbia accompagnato una Senatrice della Repubblica mentre altre associazioni lamentano difficoltà a entrare in carcere per realizzare attività con i detenuti? Trovo imbarazzante che alla domanda della Leone 'Chi è quest'uomo che mi ha accompagnata?' venga risposto da un commissario che è il compagno della direttrice, ex appartenente al corpo della polizia penitenziaria in pensione e non una persona che fa il volontario nel carcere. È stata un'altra occasione mancata per rilevare le positività e le criticità del carcere".
In una visita durata diversi giorni, accompagnata dai garanti dei detenuti di Napoli, Pietro Ioia e di Caserta, Emanuela Belcuore, Leone ha visitato le carceri di Santa Maria Capua Vetere, Poggioreale e Secondigliano. Ha trascorso molte ore all'interno di quelle carceri e si è fatta una idea chiara. "In realtà ci vorrebbe un colpo di ali e con fantasia per percorrere la strada delle pene alternative al carcere e si necessita che lo stato si riappropri del suo alto compito rieducativo e riabilitativo soprattutto all' interno delle strutture penitenziarie", ha detto al termine delle visite.
"Il governo Monti con la sua esigenza di austerity - ha continuato - ha fatto sì che tanti piccoli carceri fossero chiusi e che ha dato come effetto quello di far convergere un numero eccessivo di persone in uniche megastrutture che se meglio rispondono al principio di economicità, di certo rischiano di fare passare in secondo piano le esigenze delle persone".
Leone ha guardato con i suoi occhi e toccato con mano la situazione. "Queste strutture che spesso sono ospitate in edifici del secolo scorso o addirittura di un paio di secoli fa spesso non sono per nulla rispondenti alle esigenze attuali - ha detto - La sofferenza della popolazione carceraria è dimostrata oltre che dalle frequenti proteste, molte delle quali condotte in modo pacifico e non violento come il digiuno o la sospensione di terapie farmacologiche. Ma questa sofferenza è dimostrata dall' alto tasso di suicidi sia tra i detenuti che tra la polizia penitenziaria che si trova oberata da compiti che in senso stretto non gli spetterebbe".
"Purtroppo il carcere è diventato nel tempo una discarica sociale dove confluiscono tutti i problemi non risolti: c'è un'elevata percentuale di detenuti con problemi psichiatrici e molti altri che per ragioni di povertà e di mancanza di alternative finisce per delinquere. Vari progetti ma attuati purtroppo in modo sporadico e spesso condotti per iniziativa di direttori penitenziari lungimiranti hanno dato prova che fornire una professione alle persone detenute contribuisce non poco a dare un'altra autorappresentazione e apre nuove prospettive ai detenuti che una volta liberi li aiuta al reinserimento nella società e li aiuta a liberarsi dallo stigma di essere stati carcerati".
"Purtroppo non avremo mai i dati certi di come una misura tanto attaccata come è il reddito di cittadinanza abbia tenuto distanti dal crimine migliaia di persone che hanno potuto provvedere alle basilari necessità proprie e dei propri familiari. Ed in cui lo stato ha dato prova di tutelare la dignità della persona e così facendo ha sottratto manovalanza alla criminalità. Questo dato purtroppo temo che rimarrà un dato nascosto".
Cosa ne pensa della riforma avviata dalla ministra Cartabia? "Per quanto riguarda la prescrizione non mi sento di pronunciarmi abbastanza perché mi fido del lavoro dei colleghi delle rispettive commissioni giustizia, ognuno ha la propria competenza. Sicuramente se hanno presentato mille emendamenti correttivi vuol dire che c'è una necessità di revisione rispetto a quella che era la nostra proposta con il ministro Alfonso Bonafede di cui ho un'immensa stima".
Gazzetta di Lucca, 26 luglio 2021
Daniele Barsotti, cantante lucchese riparte con un nuovo tour che metterà in evidenza il ruolo sociale della musica e dell'essere artista. Lo spettacolo proposto da Daniele Barsotti con la sua band regalerà oltre un'ora di quella libertà che nasce spontaneamente da momenti di condivisione, di gioia legati a brani che fanno parte della nostra storia musicale. Ad accompagnare Daniele in questo percorso musicale, la Band composta da: Eva Spadoni alle testiere, Tommaso Livi alla batteria e Filippo Vannucci alle chitarre.
Il progetto musicale "Oltre quel Muro" nasce dalla voglia di portare la musica all'interno delle carceri italiane, inizierà dal carcere di Sollicciano, Firenze per poi toccare strutture circondariali in varie città italiane. Il progetto nasce come strumento di riflessione, di condivisione e di sollievo in luoghi come le carceri, cupi e spesso carichi di tensioni emotive. Il tour sarà accompagnato da una costante attività di promozione, con l'obiettivo di far conoscere quanto la musica sia in grado di far star bene chi è in sofferenza. La musica può essere medicina psicologica anche per quelle persone che avendo commesso dei reati in qualche modo possono percorrere un viaggio interiore per capire e per capirsi. Il testo di alcune canzoni (C'è tempo di Fossati, La Cura di Battiato, Guardastelle di Bungaro, ma anche inediti di Daniele Barsotti), brani che hanno il potere di avviare un viaggio introspettivo al fine di migliorarsi e magari rendere la vita più serena.
La cultura e la musica, come citato dal maestro Riccardo Muti, sono cibo spirituale che spetta anche e soprattutto a coloro che hanno un grande bisogno di interagire con gli altri ma non può farlo a causa del prezzo da pagare per il proprio passato. Sono un diritto irrinunciabile della persona soprattutto se questa vive una situazione di disagio.
La musica può attraversare barriere e muri invalicabili: "Oltre quel muro" vuole essere tutto questo. Le prime date del Tour: 26 luglio ai campi sportivi di San Macario (con un breve recital di anteprima); 8 agosto - Agorà della Versiliana Festival, Tonfano; 21 Agosto "Oltre quel Muro" presso giardino del Teatro "I. Nieri" Ponte a Moriano.
articolo21.org, 26 luglio 2021
Nell'ambito di Trasparenze Festival, giovedì 29 luglio alle ore 21, al Teatro dei Segni di Modena si svolge la presentazione del numero monografico della rivista Quaderni di teatro carcere, dal titolo Il nuovo attore. Cristina Valenti e Laura Mariani dialogano con i registi del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna Eugenio Sideri, Vincenzo Picone, Paolo Billi, Stefano Tè, Fabio Banfo, Cecilia Di Donato e con Roberto Rinaldi, direttore responsabile di "Rumorscena".
Nel corso del terzo millennio il profilo dell'attore non professionista è sensibilmente mutato in relazione alla continuità e alla stabilità di molte esperienze. Le attitudini ingenue dei non attori si sono coniugate a competenze professionali e addestramento teatrale, producendo dimensioni inedite dell'essere attore.
Il dossier monografico pubblicato nel nuovo numero di "Quaderni di Teatro Carcere", indaga la figura del nuovo attore attraverso contributi di studiosi (Cristina Valenti, Laura Mariani, Guido Di Palma) e testimonianze di registi attivi anche al di fuori dell'ambito carcerario: Babilonia Teatri, Paolo Billi, Horacio Czertok, Nanni Garella, Alberto Grilli, Rita Maffei, Eugenio Sideri, Sabina Spazzoli, Stefano Tè, Corrado Vecchi.
La parte extra-monografica ospita un focus sul teatro in carcere al tempo del Coronavirus (con contributi di Marco Bonfiglioli, Armando Punzo, Valeria Venturelli) e un caso di studio (di Giuseppe Scutellà) dedicato alla realizzazione del teatro PuntozeroBeccaria di Milano, primo teatro aperto a tutta la cittadinanza all'interno di un carcere. Completa la rivista un percorso per immagini che attraversa le esperienze dei registi del Coordinamento emiliano-romagnolo, allargando lo sguardo al di fuori delle scene ristrette, per spaziare in esperienze altre realizzate con non professionisti.
di Laura Cappon
Il Domani, 26 luglio 2021
Ikram Nazih è ancora in carcere e una cappa di silenzio continua ad avvolgere la sua vicenda processuale. Condannata lo scorso 28 giugno in primo grado a 3 anni di reclusione e al pagamento di una multa per blasfemia, la studentessa italo-marocchina è rinchiusa da allora in un penitenziario di Marrakesh, in Marocco.
In molti, vista la particolarità della sua situazione, speravano che venisse liberata tramite grazia presidenziale, una consuetudine che si è rinnovata il 21 luglio in occasione della Festa del sacrificio (la ricorrenza musulmana dell'Eid al-Adha). Ma la ragazza non è tra i 761 detenuti graziati da re Mohamed VI con un comunicato di rito: "In occasione dell'Eid al-Adha di quest'anno, sua maestà il Re Mohammed VI ha gentilmente concesso la sua grazia a un gruppo di persone condannate da diversi tribunali del regno".
Nonostante le speranze di famiglia e legali di Ikram, e nonostante fra i beneficiari del provvedimento ci fossero anche 14 ergastolani la cui condanna è stata commutata in una pena a termine, era nell'aria che la grazia per Ikram avrebbe rappresentato comunque un'eccezione. I nomi presenti nella lista, infatti, sono stati condannati in tutti e tre i gradi di giudizio mentre Ikram è solo al primo.
Stallo diplomatico - La diplomazia italiana, intanto, continua a seguire il caso. La studentessa, nata a Vimercate e poi trasferitasi a Marsiglia dove frequenta l'università, riceve ogni settimana la visita di un rappresentante del nostro consolato. Questo particolare, tra chi ha familiarità con le autorità marocchine, è considerato un segnale di apertura evidente. Ikram, infatti, ha due passaporti ma, secondo le norme del diritto internazionale, nei casi di doppia cittadinanza come il suo non è possibile per uno dei paesi coinvolti attivare la protezione diplomatica contro l'altro.
"È una vicenda complessa e molto delicata", ripetono come un mantra, e a taccuini rigorosamente chiusi, le autorità italiane alle prese con il dossier. Lo dimostrano le accuse, basate su un post condiviso da Ikram nel 2019 su Facebook, che con un gioco di parole trasformava la sura dell'abbondanza in sura del whisky. Quel semplice clic, a insaputa della ragazza, aveva provocato una denuncia da parte di un'associazione religiosa. Denuncia presa evidentemente molto sul serio dall'autorità giudiziaria, poiché l'Islam in Marocco è uno dei tre pilastri su cui si basa la legittimità dello stato.
Basso profilo - A ormai quasi un mese dalla sentenza di condanna, nessuno ha ancora troppa voglia di azzardare dichiarazioni sul caso. Il padre di Ikram, che è volato in Marocco a seguire la vicenda, non vuole parlare con la stampa, così come il rappresentante legale della ragazza. Secondo alcune fonti marocchine, la famiglia avrebbe nominato un nuovo avvocato. Il difensore d'ufficio che aveva seguito la vicenda dopo il suo primo interrogatorio del 20 giugno aveva rassicurato la giovane che la situazione si sarebbe risolta in tempi rapidi. Appena otto giorni dopo, invece, è arrivata la condanna. La ragazza era stata bloccata al suo arrivo in Marocco, dove stava andando a visitare i suoi parenti.
Dopo l'interrogatorio, il processo si è svolto a Marrakesh perché è la città dove due anni fa l'associazione religiosa aveva depositato la denuncia per blasfemia nei suoi confronti. Anche la comunità musulmana italiana mantiene un basso profilo nonostante l'appello di Davide Picardo, tra i fondatori dei Giovani Musulmani d'Italia, che dopo essere stato uno dei primi a occuparsi del caso sul giornale online La Luce, aveva chiesto la grazia reale alle autorità marocchine. L'opinione maggioritaria nella comunità, anche in assenza di dichiarazioni ufficiali, è che la pena inflitta a Ikram sia eccessiva e che una multa o un periodo di lavori socialmente utili sarebbe stato sufficiente. Soprattutto per una ragazza nata in Italia che non ha mai avuto un profilo da attivista e probabilmente non immaginava conseguenze penali così pesanti per la semplice condivisione di un post.
In attesa dell'appello - Il silenzio delle persone appartenenti sia alla comunità musulmana sia a quella marocchina in Italia dimostrano quanto il tema dell'oltraggio all'Islam resti altamente sensibile. Prendere posizione sul caso significa, anche a queste latitudini, correre comunque un rischio ed esporsi davanti alle autorità di Rabat. D'altronde, la maggioranza dei cittadini marocchini che vive in Italia ha ancora dei parenti nel paese, proprio come Ikram. E c'è chi, a differenza della giovane, non ha nemmeno ancora la cittadinanza italiana. Intanto, il governo italiano continua a muoversi con discrezione per ottenere la sua liberazione. Come rivelato proprio sulle pagine di questo giornale, la ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, ha parlato del caso a porte chiuse nel viaggio ufficiale in Marocco dello scorso 16 luglio.
Giovedì prossimo, in commissione esteri verrà discussa l'interrogazione parlamentare presentata dal deputato della Lega Nord, Massimiliano Capitanio. Ma per sapere quale sarà il destino di Ikram è necessario attendere sino alla fine del mese. A breve sarà calendarizzata l'udienza di appello, mentre il 30 luglio è il giorno della Festa del trono, che celebra il ventiduesimo anniversario dell'incoronazione di re Mohammed VI. Anche in quell'occasione il sovrano marocchino concederà delle grazie reali. E nonostante l'iter processuale di Ikram non sia terminato, c'è chi spera, anche tra le autorità italiane, che stavolta il suo nome possa comparire nella lista dei graziati.
di Piergiorgio Odifreddi
Il Domani, 26 luglio 2021
In questo momento storico la tensione tra il politicamente e lo scientificamente corretto si manifesta con evidenza nei dibattiti sulle problematiche di genere, che si palleggiano fra le contrapposte posizioni delle "scienze" sociali e delle scienze naturali. La confusione deriva in parte proprio dal pessimo andazzo di chiamare "scienza" qualunque disciplina, comprese quelle che di scientifico non hanno proprio niente: né i metodi, né le posizioni.
La differenza più radicale fra le "scienze" sociali e quelle naturali sta nel fatto che le prime, che sono spesso prede e vittime del post-modernismo, tendono a rifiutare qualunque categorizzazione, comprese quelle di genere, mentre le seconde si fondano sulle categorizzazioni, comprese quelle sessuali. Il dibattito sulle categorizzazioni non è comunque una novità, ed è anzi soltanto una versione moderna della famosa disputa medievale sugli universali: i post-moderni di oggi la pensano infatti come i nominalisti di ieri, e sostengono che i termini astratti siano soltanto espressioni linguistiche (post rem), e non corrispondano a una realtà concreta (in re).
Soggettività o oggettività - Nel caso dei generi, la questione degli universali si traduce nella domanda se i raggruppamenti di individui, effettuati in base a caratteristiche sessuali, siano sempre e soltanto costruzioni mentali soggettive, come pensano appunto le "scienze" sociali, o se questi raggruppamenti siano spesso reali e oggettivi, come pensano invece le scienze naturali. La questione, lungi dall'essere univoca, dipende dai linguaggi usati per formulare la domanda, e dai criteri e dai metodi adottati per fornire la risposta, che sono molto diversi nelle "scienze" sociali e nelle scienze naturali.
La sociologia, ad esempio, ha facile gioco nell'ammettere di non poter distinguere i generi in base ai propri criteri, che sono mutevoli e instabili, oltre che vaghi e indefiniti, essendo basati sui comportamenti individuali e sulle relazioni sociali, che spaziano dalle abitudini sessuali all'abbigliamento. Dal canto suo, la psicologia si imbatte in difficoltà ancora maggiori quando sostiene che, per decostruire il genere, basta notare che un individuo può percepirsi in maniera diversa da come appare agli altri, e che questo è tutto ciò che conta.
Questa separazione dell'essenza di una persona dai suoi accidenti costituisce un ritorno alla nozione aristotelica di sostanza, come ha giustamente osservato su Domani il 19 luglio Raffaele Alberto Ventura: sminuendo, però, il fatto che quella nozione non soltanto è ormai anacronistica, ma è stata completamente screditata dalla scienza, fin dal suo nascere.
Come Ventura ricordava correttamente, la nozione di sostanza aristotelica rivela ancor oggi tutta la sua problematicità nella dottrina cattolica della transustanziazione, secondo la quale l'ostia consacrata muterebbe la propria sostanza nel corpo di Cristo, pur mantenendo invariati tutti gli attributi del pane. Non a caso la dottrina fu messa in crisi nel Seicento dal nascente atomismo scientifico, professato da Galileo nel Saggiatore (1623): addirittura, Pietro Redondi ha sostenuto in Galileo eretico (1983) che fu proprio la critica dello scienziato alla nozione aristotelica di sostanza a metterlo nei guai con la Chiesa, più che l'eliocentrismo.
La difesa dell'identità di genere in base alla sua concordanza con la filosofia aristotelica, in generale, e con la nozione di sostanza, in particolare, è dunque un "rattoppo peggiore del buco", e costituisce semmai un argomento a suo carico e colpa, invece che a suo discarico e discolpa. E incominciare a insegnare l'ideologia di gender a scuola non sarebbe meglio che continuare a insegnare il dogma della transustanziazione. Di ore di religione ce ne basta una, e sarebbe molto più sensato pensare di abolirla, invece che di raddoppiarla!
Oggi gli scienziati vengono messi a tacere dai social media, invece che dal Santo Uffizio, ogni volta che si azzardano a dire che i generi "eppur ci sono", o attirano l'attenzione sulle difficoltà di casi come quello di Bruce Jenner, invece che parlare dell'ostia consacrata. Per chi non lo conoscesse, Jenner è stato un grande decatleta, tre volte detentore del record mondiale e medaglia d'oro alle Olimpiadi di Monaco del 1976: ha sempre provato attrazione sessuale solo per le donne, ne ha sposate tre e ha avuto sei figli da loro, ma dichiara di essere mentalmente una donna. Jenner è oggi la più famosa transgender del mondo, ed è apparsa in innumerevoli programmi televisivi americani. Ma ci sono casi meno noti di donne che dicono seriamente di sentirsi gatte, e almeno una, di nome Jocelyn Wildenstein, ha effettuato una serie di costosissime operazioni chirurgiche per acquistare un'apparenza felina.
I casi di Jenner e Wildenstein non differiscono tra loro dal punto di vista logico, essendo entrambi affidati unicamente alle autopercezioni dei soggetti interessati. Ma mentre molti concedono alla transgenericità almeno il beneficio del dubbio, pochi sono disposti a considerare la transpecificità un fenomeno reale, al di là della mitologia di Romolo e Remo o della letteratura di Mowgli. Forse il diverso atteggiamento deriva dal fatto che persino i post-moderni concedono alla specie umana un'oggettività che negano ai suoi generi.
Ma come la pensa la scienza, a proposito del genere? Anzitutto, la morfologia esterna permette di classificarli approssimativamente sulla base degli organi genitali, come si fa nell'atto di nascita. L'anatomia fornisce criteri aggiuntivi di classificazione, che vanno dagli organi riproduttivi interni, all'ossatura e alla muscolatura: ad esempio, i medici legali e gli antropologi riescono spesso a risalire al genere di un individuo, anche a partire da piccoli frammenti del suo scheletro.
Il parere della scienza - Significativamente, le classificazioni anatomiche risultano spesso sovrapponibili a quelle morfologiche: ad esempio, negli sport gli uomini e le donne competono separatamente. Dal canto suo, la biochimica permette una valutazione più sofisticata delle differenze di genere mediante la valutazione dei livelli ormonali del testosterone, del progesterone e degli estrogeni. È appunto su questi ormoni che agiscono le terapie farmacologiche per il cambiamento di sesso, e si basano i protocolli ufficiali di rilevamento dei livelli ormonali per gli atleti maschi transgender che partecipano alle competizioni femminili. È comunque alla genetica che tutte le classificazioni oggettive degli esseri viventi devono ridursi, in ultima analisi. Nelle specie sessuate il genere è determinato dai cromosomi sessuali, che nell'uomo sono di due tipi: uno neutro (X) e uno maschile (Y). I maschi hanno una copia di ciascuno (XY), e le femmine due copie di quello neutro (XX): il sesso è dunque determinato in via maschile, tramite la presenza o l'assenza del cromosoma Y, e non si può cambiare, almeno fino a quando non ci saranno terapie geniche in grado di permetterlo.
Non sembra ci sia però un collegamento tra le tendenze e i comportamenti sessuali che portano alle problematiche di genere e le variazioni atipiche dei cromosomi sessuali. Ad esempio, gli individui con soli cromosomi X sono tutti femmine: normali, se ne hanno due o più, e portatrici della sindrome di Turner, se ne hanno uno solo. Analogamente, gli individui con almeno un cromosoma X e uno Y sono tutti maschi: normali, se hanno un solo cromosoma X, e portatori della sindrome di Klinefelter, altrimenti. Non ci sono invece individui con soli cromosomi Y, perché non sopravvivono.
Come si vede, i problemi sollevati dalla nozione di identità di genere sono variegati, e le vaghe posizioni dei sociologi e gli psicologi si contrappongono nettamente a quelle precise dei fisiologi, degli anatomisti, dei biologi e dei genetisti. Il dibattito sulla proposta di legge Zan non è dunque una contrapposizione fra la destra e la sinistra, come tendono a presentarlo i media, ma fra le "scienze" sociali e le scienze naturali. Il che spiega come mai, anche a sinistra, molti siano a disagio con l'ideologia gender. E non sarebbe male che anche loro potessero parlarne serenamente, senza dover per forza dover dimostrare la fedeltà alla propria "squadra", come se si trattasse soltanto di una partita di calcio giocata allo stadio, invece che di un dibattito da fare in parlamento.
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