di Ilaria Sacchettoni
Corriere della Sera, 18 dicembre 2021
É iniziata la requisitoria contro gli otto carabinieri accusati dei depistaggi. Il pm Giovanni Musarò li accusa di "cinismo": "si giocò con le vite degli altri". Un gruppo di carabinieri, legati da "fedeltà e riconoscenza reciproca" assai più che all'Arma, riscrissero la verità del caso Cucchi, la veicolarono "ai più alti livelli istituzionali" quindi la promossero attraverso una campagna di "controinformazione", al punto che chiunque ha finito per rappresentarsi Stefano Cucchi come un "tossicodipendente, anoressico ed epilettico" votato a una prematura morte naturale anziché la vittima di un orribile pestaggio. Quei carabinieri e in particolare l'imputato generale Alessandro Casarsa più il suo ex comandante provinciale, generale Vittorio Tomasone (non imputato ma testimone "reticente") manipolarono la realtà per "salvare le loro carriere".
L'arresto di quattro carabinieri della compagnia Trionfale per il ricatto all'ex governatore Piero Marrazzo e il trasferimento di massa dei militari di quella compagnia, suggerirono a Tomasone e Casarsa di allontanare da sé lo spettro delle responsabilità nella morte di Cucchi. Nel primo giorno della requisitoria (si concluderà il 23 dicembre) il pm Giovanni Musarò, in aula con il procuratore capo Michele Prestipino, premette: "Qui non si processa l'Arma che da 200 anni serve il Paese" Il pm che ha ottenuto le condanne dei due carabinieri autori del pestaggio Raffaele D'Alessandro e Alessio Di Bernardo spiega che "nell'arma ci sono militari come Pietro Schirone che disse la verità fin dal primo giorno e poi, a schiena dritta la ripetè di fronte al suo comandante". Casarsa, imputato assieme ad altri sette militari, accusati di falso, favoreggiamento e omessa denuncia, è in aula. Un altro suo ex fedelissimo, il colonnello Lorenzo Sabatino, ex guida del nucleo investigativo di Roma, appunta le parole del pm. Musarò sottolinea il "cinismo" con cui "si giocò con le vite degli agenti della penitenziaria (sottoposti al primo processo, ndr) e della famiglia di Stefano Cucchi".
L'origine dei depistaggi risale ai giorni fra il 25 e il 26 ottobre 2009. Ci si mobilitò dopo aver letto l'agenzia stampa in cui Patrizio Gonnella di Antigone e il senatore Luigi Manconi si interrogavano sulle responsabilità dei carabinieri. Da qui la controffensiva. Annotazioni che dipingevano Stefano come un ragazzo compromesso e anticipavano, inquietanti, le conclusioni mediche dei consulenti della Procura depositate solo mesi dopo. Falsità che servirono a confezionare la risposta dell'allora ministro della Giustizia Angelino Alfano al Parlamento. "Emozionante vedere in udienza il procuratore. Emozionante ascoltare il pm. Un lavoro enorme e una requisitoria devastante. Parole che mi hanno commossa" è il commento di Ilaria Cucchi.
di Paolo Giustozzi*
Il Riformista, 18 dicembre 2021
Le oramai consolidate Riforme che incidono gravemente sui diritti fondamentali, quali quelle che estendono via via a nuove categorie di soggetti, colpiti soltanto da indizi di determinati delitti, le drastiche misure di prevenzione contenute nel codice antimafia, dovrebbero essere varate con attenta meditazione. Con il rispetto che si deve a un testo del disegno di legge ancora inedito in materia di contrasto alla violenza di genere, l'attenzione va rivolta all'ennesimo intervento espansivo del codice antimafia e del catalogo della pericolosità qualificata, che si manifesta come il segnale di un preoccupante indirizzo di politica criminale che incrementa e rafforza incessantemente, ormai da diversi anni, l'utilizzo di un sistema, quello appunto delle misure di prevenzione, che meriterebbe invece se non la sua totale eliminazione, una seria quanto urgente riforma esso stesso.
Una integrale rivisitazione - di questo si parla - del codice antimafia, in passato vanamente promessa dai legislatori, dovrebbe ambiziosamente mirare a riportarlo entro i canali delle garanzie minime, sostanziali e processuali di un processo giusto, che in un sistema di ispirazione liberale e democratica non si possono derogare neppure facendo ricorso a ellittiche soluzioni terminologiche, che richiamano imperscrutabili distinzioni fra ciò che è semplicemente "afflittivo" e ciò che invece è dichiaratamente "repressivo".
Le misure di prevenzione, a dispetto della loro origine come strumenti eccezionali, sono divenute un autentico sottosistema del tutto parallelo a quello penale, del quale tuttavia esse emulano soltanto estesi poteri di indagine e strumenti afflittivi sulla persona e sui patrimoni, senza godere delle garanze riservate alla materia penale. Interi patrimoni vengono sottratti a soggetti, anche post mortem, attraverso indagini che svincolate da limiti di durata e di controllo di un Giudice terzo, toccano i meandri più intimi di soggetti e della cerchia dei più stretti parenti e conviventi del proposto, mettendo in controluce il tenore di vita tenuto per la intera vita.
Sul piano della tipicità, ossia della precisione della legge, sembra arduo pretendere che dal quadro fumoso della "qualità di mero indiziato", i cittadini possano orientare i propri comportamenti in previsione delle conseguenze che un determinato atto potrà comportare loro, in termini di limitazione della libertà e del patrimonio. La nozione di "indiziato" d'altro canto è elemento normativo che non individua il fatto storico dal quale doversi difendere in giudizio, ma è un dato che si indirizza a colui che dovrà applicare la norma, attraverso l'indicazione di uno "standard probatorio" che oltretutto nell'area della prevenzione può assumere spessore dimostrativo insufficiente per addivenire a una condanna in sede penale; persino una soluzione assolutoria in sede penale potrebbe legittimare in taluni casi la applicazione delle misure di prevenzione, in nome del noto principio della autonomia di valutazione delle prove del Giudice delle misure antimafia.
Il sistema della prevenzione è uscito sostanzialmente indenne dalla ardua prova di resistenza cui è stato sottoposto dalla Consulta dopo la demolitoria sentenza della Corte Edu, sulla base del principio secondo il quale la norma, pur essendo imprecisa, sarebbe stata colmata di chiarezza e tipicità dalla costante interpretazione giurisprudenziale assurta a diritto vivente.
È legittimo il timore proclamato da illustri commentatori di questa storica decisione dalla quale si intravedono le avvisaglie di una transizione dall'"età della legge" all'"età dell'interpretazione" connotata da un diritto liquido e senza codice, in cui la figura del Giudice si trasforma in un coartefice del prodotto legislativo, con il disco verde della Consulta che passa per la bollinatura della prevenzione come norma estranea al penale.
Senza esagerazioni retoriche, viene da domandarsi in conclusione se il sacrificio enorme che il sistema della prevenzione impone sotto il profilo della rinuncia delle garanzie della persona, sia giustificato dal perseguimento degli obiettivi che esso mira a raggiungere. E ancora, se è vero che si tratti di misure irrinunciabili in vista della salvaguardia dell'economia sana a rischio dalla concorrenza malata di capitali infettati ab origine dalla loro illecita o opaca provenienza, considerato che l'ordinamento possiede efficacissimi strumenti di contrasto, in materia di evasione e riciclaggio, in grado di assicurare risultati efficaci al pari o superiori rispetto a quelli della confisca di prevenzione.
In conclusione, non vorremmo che la prevenzione diventi un nuovo modello di processo, un semilavorato frutto di esperimenti avanzati su cui realizzare il prototipo di un nuovo sistema
processuale. Un sistema futuro, ma che richiama vecchi e familiari sapori che sembravano dispersi dai tempi del 1889.
*Co-Responsabile Osservatorio misure patrimoniali dell'Ucpi
di Valter Vecellio
Il Dubbio, 18 dicembre 2021
Otto dicembre scorso: Guido Salvini, giudice per le Indagini Preliminari in forza a Milano, scrive per Il Dubbio un circostanziato articolo, con espliciti riferimenti, fatti, nomi e cognomi, e spiega cosa è accaduto nell'ufficio del Gipdella sua città nella stagione di "Mani Pulite". Per riprendere l'efficace sintesi giornalistica: "Il pool escogitò il semplice ma efficace trucco di un 'registro' con lo stesso numero per tutti i reati che era così di competenza di un solo Gip: Italo Ghitti".
Sempre Salvini racconta come un fascicolo, in questo modo, con questo "trucco" gli viene sottratto; stessa cosa accade ad altri Gip, il tutto con la fattiva copertura e tolleranza dei Capi dell'ufficio: "Non era il tempo di seguire la strada giusta, ma di adeguarsi al mainstream". In guerra e in amore tutto è lecito, si dice. Ma appunto: in guerra e in amore; amministrare la giustizia, applicare le leggi, non rientra nelle pratiche belliche, e neppure in quelle amorose, checché ne possa pensare qualcuno. Ad ogni modo: reazioni? Sì, qualche isolata voce, presto silenziata. Per il resto, sostanziale fastidio, gelida indifferenza.
Un ulteriore passo indietro. A metà novembre Nino Di Matteo, magistrato attualmente membro del Consiglio Superiore della Magistratura, rilascia un'intervista a La7. Confessa un timore: "che si siano formate anche al di fuori o trasversalmente alle correnti, delle cordate attorno a un procuratore o a un magistrato particolarmente autorevole, composte da ufficiali di polizia giudiziaria e da esponenti estranei alla magistratura che pretendono, come fanno le correnti, di condizionare l'attività del Consiglio superiore della magistratura e dell'intera magistratura... Con l'appartenenza alle cordate vieni tutelato nei momenti di difficoltà, la tua attività viene promossa, vieni sostenuto anche nelle tue ambizioni di carriera e l'avversario diventa un corpo estraneo da marginalizzare, da contenere, se possibile da danneggiare... La logica dell'appartenenza è molto simile alle logiche mafiose, è il metodo mafioso che ha inquinato i poteri, non solo la magistratura".
Questa situazione dove (e chi) l'ha evocata e descritta prima di Di Matteo? Si deve recuperare un libro di grande successo, "Il sistema", lunga conversazione tra l'ex magistrato Luca Palamara e Alessandro Sallusti: "Le spiego una cosa fondamentale per capire che cos'è successo in Italia negli ultimi vent'anni", dice Palamara. "Un procuratore della Repubblica in gamba, se ha nel suo ufficio un paio di aggiunti e di sostituti svegli, un ufficiale di polizia giudiziaria che fa le indagini sul campo altrettanto bravo e ammanicato con i servizi segreti, e se questi signori hanno rapporti stretti con un paio di giornalisti di testate importanti - e soprattutto con il giudice che deve decidere i processi, frequentandone magari l'abitazione... Ecco se si crea una situazione del genere, quel gruppo e quella procura, mi creda, hanno più potere del Parlamento, del premier e del governo interno. Soprattutto perché fanno parte di un ' Sistema' che lì li ha messi e che per questo li lascia fare, oltre ovviamente a difenderli".
Nella sostanza le affermazioni di Di Matteo e Palamara si possono sovrapporre, due "opposti" che coincidono. Ma Di Matteo dice anche altro, nel libro "I nemici della giustizia", scritto con Saverio Lodato. Quando si arriva alle pagine 75 e 76 si può leggere: "Una cordata sorta attorno a qualche magistrato, di solito un importante procuratore, che ha saputo acquistare nel tempo, e spendere, la sua autorevolezza e il suo prestigio per occupare spazi sempre più ampi di potere dentro e fuori la magistratura..." con lo scopo "di fidelizzare altri colleghi, alti esponenti delle forze dell'ordine, acquisendo un potere tale da riuscire a influenzare scelte e nomine all'interno della magistratura e persino delle forze di polizia. Cordate, non più correnti".
Ora idealmente si può far scendere idealmente in campo un altro personaggio, l'ex magistrato Ilda Boccassini. Ha scritto "La stanza numero 30. Cronache di una vita", di cui molto si è parlato e scritto, più che altro per il quarto capitolo: il racconto di una liason con Giovanni Falcone. Capitolo che fa perdere di vista il cuore dei problemi che questo libro pone. Perché in fin dei conti, cos'abbiano combinato sono affari di Boccassini e Falcone; si può al massimo eccepire che questa storia poteva restare nel cono d'ombra dove era relegato, conosciuta da pochi. Ma è la sostanza delle questioni che si è persa di vista.
La sostanza è il racconto di anni e anni di storia della magistratura, dei magistrati, del loro operare: il loro letterale trescare per acquisire e difendere postazioni di potere e carriera; le spartizioni, i boicottaggi, i servilismi: dal libro di Boccassini insomma, emerge un quadro desolante e desolato della magistratura, e di uffici giudiziari particolarmente importanti: quelli di Milano, Roma, Palermo, Caltanissetta. Del lato meschino e vanesio di magistrati ed ex magistrati famosi; i metodi di spartizione per l'attribuzione dei vertici apicali della magistratura da parte del Consiglio Superiore della Magistratura. Insomma: un contesto, una "scena" e tanti retroscena, deprimenti.
Significative queste 'concordanze' di personaggi così diversi, perfino opposti. Tutto ciò aggravato dal fatto che tutto ciò sembra scivolare come acqua su pietra liscia. Si può infine segnalare un'ulteriore, non meno grave "indifferenza", che evidentemente (mal) cela una diffusa ostilità: verso i sei referendum per una giustizia più giusta promossi da Partito Radicale e Lega. Hanno superato il primo ostacolo, il vaglio della Corte di Cassazione. Ora la parola spetta alla Corte Costituzionale; non potrà falcidiare l'intero pacchetto; potrà dichiarare che qualche quesito non può essere sottoposto a referendum popolare, ma bocciarli tutti e sei non è cosa. Dunque, se non saranno sciolte le Camere (evento non meno improbabile), a primavera ci si pronuncerà su importanti questioni di giustizia e di come la si vuole amministrare.
Che cosa attendono i mezzi di comunicazione, e in particolare quello che dovrebbe essere il servizio pubblico radio-televisivo, ad allestire spazi di informazione, confronto e dibattito tra sostenitori e avversari delle referendarie, non si capisce (o al contrario: lo si comprende bene). 'Conoscere per deliberare' è uno dei precetti di Luigi Einaudi: diritto alla conoscenza presupposto senza il quale non è data una vera democrazia.
Curioso, ma anche indicativo, che filosofi, giuristi, commentatori, dedichino tempo ed energie nella denuncia di rischi e pericoli più supposti che reali per la democrazia, in Italia, in Europa, nel mondo, a proposito di una Pandemia che sconvolge il pianeta; e non una briciola di attenzione sul fatto che una questione essenziale come la giustizia e il modo in cui si amministra è argomento tabù: è scattato un verboten a cui pochi volenterosi vogliono e sanno sottrarsi, rapidamente, implacabilmente, silenziati: ridotti come il protagonista del celebre dipinto del norvegese Edvard Munch.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 18 dicembre 2021
Requisitoria della procura, ultime fasi del processo sull'insabbiamento. "Si è voluto riscrivere una verità. Il politraumatizzato Stefano Cucchi che muore di suo, e sono riusciti a farlo credere, incredibilmente, per sei anni". C'è stata "una attività di depistaggio ostinata, che a tratti definirei ossessiva. I fatti che oggi siamo chiamati a valutare non sono singole condotte isolate ma un'opera complessa di depistaggi andati avanti fino al febbraio 2021. Un'opera sconcertante con la finalità non solo di depistare l'autorità giudiziaria, ma farlo anche da un punto di vista mediatico e politico. Fattori che hanno un rilievo enorme dato che nello stesso giorno in cui muore Cucchi, 4 carabinieri vengono indagati per concussione nei confronti di Piero Marrazzo".
Sono alcuni passaggi della requisitoria che il pm Giovanni Musarò ha pronunciato ieri nell'aula bunker di Rebibbia, a Roma, durante una delle ultime udienze del processo sui depistaggi seguiti alla morte di Stefano Cucchi. Imputati, 8 carabinieri tra i quali il generale Alessandro Casarsa, all'epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, e Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo dei carabinieri della Capitale.
La procura di Roma, che ha aperto il fascicolo sui depistaggi durante il processo Cucchi bis conclusosi con la condanna dei carabinieri imputati, era presente ieri anche con il capo Michele Prestipino. Musarò ha evidenziato che solo uno degli 8 imputati, Colombo Labriola, allora comandante della stazione di Tor Sapienza, è stato collaborativo: "È l'unico che ha detto tutto, che non si è sottratto alle domande, che non ha scaricato la responsabilità sugli altri.
Ha accusato tutti gli ufficiali. E guarda caso è spuntata la testimonianza di un maresciallo finalizzata solo a dire che è inattendibile". In ogni caso, ha sottolineato il pm antimafia, "questo non è un processo all'Arma, ma ad 8 militari, e bisogna evitare qualsiasi strumentalizzazione". Nell'udienza fissata per la prossima settimana la procura presenterà le proprie richieste di condanna, poi sarà il turno alle difese per la requisitoria.
di Marco Imarisio
Corriere della Sera, 18 dicembre 2021
Il delitto che ci ha cambiato. L'omicidio senza movente di una mamma e di un bambino, a Novi Ligure, per mano di due adolescenti, scatenò incubi e sgomento. Intatti anche oggi, a distanza di vent'anni. Fu la prima e unica volta che li vedemmo insieme. Non era il giorno della sentenza, che poi è la ragione di questo articolo, anniversario tondo, vent'anni fa la condanna di Erika e Omar, gli autori del delitto più atroce della storia recente e anche meno recente.
"Una cosa del genere accade al massimo ogni secolo, per fortuna" disse l'allora presidentessa del Tribunale dei minori, Graziana Calcagno, che fino all'ultimo ha continuato a pensarci, a quel fatto di cronaca ormai lontano, eppure ancora così aguzzo e presente nella memoria di tutti, anche di chi scrive. Per la sua enormità, per le domande che obbligava qualunque madre o padre di famiglia a porsi, sui propri figli, che dopo l'infanzia non sappiamo più chi sono, quasi estranei che si muovono silenziosi nella stessa casa, sul ruolo di un genitore. Per l'assenza di qualunque spiegazione e di un movente plausibile, che rimase come un monito, a futura memoria.
L'ultimo fotogramma - "Abbiamo perso la sicurezza degli affetti" scrisse Giuseppe De Rita sull'onda di una emozione collettiva. A distanza di così tanto tempo, il caso di Novi Ligure resta una verità troppo nuda e un mistero senza parole che neppure le condanne, e le nuove vite dei protagonisti e le indiscrezioni pettegole sul loro conto possono chiudere.
Anche perché da questo grumo originato dall'indicibile, dalla rottura di ogni tabù, uccidere la propria madre e il proprio fratello dodicenne che nel suo ultimo tema aveva scritto "Il mio miglior amico è mia sorella Erika" ben presto nacque un altro mistero che ancora oggi turba, suscita curiosità anche morbose, e riguarda solo e soltanto il rapporto tra un padre e una figlia. Tra un padre che non aveva più nulla se non la figlia che gli aveva preso tutto, ed era tutto quel che gli rimaneva. Così è giusto tornare all'unico fotogramma che almeno nella memoria li ritrae entrambi, perché in realtà a parte qualche sguardo rubato dal pertugio di una porta, quell'incontro ce lo raccontarono gli avvocati e gli uscieri del tribunale.
Il massimo della pena - Era l'udienza dell'11 dicembre 2001, mattina di sole ghiacciato, una folla di cronisti e telecamere a battere i piedi per il freddo, come al solito in attesa davanti al palazzo basso e squadrato di corso Unione Sovietica, dove si teneva il processo. Il pubblico ministero aveva appena formulato la richiesta di condanna. Il massimo della pena, venti anni per lei, 16 per il suo complice Omar Favaro. Al quale è sempre stata assegnata la parte del paggio, del fidanzato sottomesso, quasi fosse una nota a margine, quando invece nel suo stato apparente di imperturbabilità rappresentava un personaggio ancora più inquietante. Due giorni dopo il delitto, il mondo intero stava ancora cercando gli albanesi accusati da Erika. Ben presto si scoprirà che uno era una celebrità del bowling di Novi Ligure, e la sera del delitto stava facendo strike in compagnia di altre trenta persone, mentre l'altro era così reale che quando i carabinieri le avevano mostrato sia l'identikit di Michele Profeta, il serial killer di Padova, che una foto di Michele Placido, lei aveva risposto sicura che "era lui", in entrambi i casi.
La Lega e il ragazzo sul muretto di Novi - Intanto la Lega Nord faceva fiaccolate di protesta contro l'immigrazione clandestina "che porta gli assassini in casa nostra". Un bravo e rimpianto cronista del Messaggero, Mario Menghetti, si era messo in testa di fare un reportage sui ragazzi del muretto di Novi ligure, cosa ne pensavano di quel delitto così tremendo avvenuto a pochi metri dal loro luogo di ritrovo abituale. Era rimasto colpito da un adolescente che fumava e rideva, fumava e rideva, e intanto prendeva in giro i giornalisti, dicendo "minchia speriamo che li prendono", che l'unica legge è quella del taglione, e che "ai criminali che avevano fatto quel macello bisognerebbe tagliarci le balle".
La verità - Quel ragazzo si chiamava Omar Favaro. E da lì a poche ore sarebbe stato convocato in caserma con un pretesto insieme a Erika, rimanendo solo con lei in una stanza per qualche ora, senza sapere di essere ascoltato. E qui sarebbe facile ricopiare le intercettazioni, il dialogo tra due ragazzi che si rendono conto di aver colmato la misura dell'orrore con la tortura inflitta al povero Gianluca, che aveva 12 anni e idolatrava sua sorella e mentre si dibatteva nella vasca da bagno aveva strappato il coltello ai suoi carnefici e fu convinto con un sotterfugio dalla sorella a restituirlo, perché ancora si fidava di lei. "Io penso a tuo fratello..." "Eh, minchia aveva solo dieci anni vissuti, mio fratello. Poi ha urlato, quando uno lotta per..." "È un bambino, cazzo".
Gianluca, 12 anni, una delle due vittime, nel suo ultimo tema aveva scritto: "il mio migliore amico è mia sorella Erika" - Mesi dopo il delitto e la sentenza, un criminologo oggi volto noto della televisione che cominciò la sua ascesa mediatica proprio con il delitto di Novi Ligure, volle far sfoggio della sua conoscenza del caso gettando sulla sua scrivania le foto della scena del crimine, per mostrarle al giornalista che lo stava intervistando.
Sono passati molti anni, e molte altre storie, piccole e grandi. Ma ancora oggi, mi capita di sognare quelle immagini in bianco e nero. Gli occhi spalancati di Susy Cassini, la madre di Erika. Erano gli occhi di chi stava provando non solo lo strazio del proprio corpo, ma anche l'orrore di quel che stava accadendo. Quella donna morì sapendo che anche suo figlio stava per morire. E poi, il corpo martoriato di quel bambino.
L'abbraccio paterno - Una volta ogni secolo, davvero. Ma anche quel giorno, alla vigilia della sentenza, nessuno chiese di Omar. I suoi avvocati uscirono dall'aula pressoché indisturbati. Contavano solo Erika, e quel padre, l'ingegner Francesco De Nardo, che si trovava in una situazione incredibile, tanto paradossale quanto tragica. Non volle entrare in aula. Attese in corridoio, seduto su una panca. Lui non se la sentì di ascoltare la requisitoria, di risentire la storia di un massacro che era anche la sua storia. L'udienza precedente, quando il giudice gli aveva chiesto se voleva dire qualcosa sul futuro della figlia, aveva detto che preferiva non parlare, non se la sentiva. Poi aveva iniziato a piangere in modo sommesso.
Francesco De Nardo parlò solo una volta: "io sono tutto quello che resta a mia figlia e lei tutto quello che resta a me" - Nessuno aveva osato avvicinarsi a lui, neppure l'avvocato Mauro Boccassi di Alessandria, un galantuomo che in quei mesi di tempesta e di dolore fu per lui molto più di un semplice legale. Dopo aver sentito le richieste dei pubblici ministeri, fu invece Erika a scoppiare in lacrime e singhiozzi. Si spalancò la porta, e lei - la intravedemmo per un attimo soltanto, indossava un piumino con il collo di pelliccia, aveva una espressione stravolta, stava urlando qualcosa che non riuscimmo a udire - si buttò tra le sue braccia.
"Che cosa avreste fatto al posto del padre?" - Sui giornali dei giorni seguenti, molti si chiesero cosa avrebbero fatto al posto di quel padre. Mollarla? Lasciarla cadere? Darle una sberla? Francesco De Nardo invece la abbracciò. E le disse di farsi coraggio, ripetendo a sua figlia che non bisognava arrendersi. La tenne stretta, come aveva cominciato a fare subito dopo la scoperta che era stata lei, e come avrebbe continuato a fare negli anni, con una risolutezza che non hanno mai avuto deroghe o concessioni. Come se salvare quella figlia considerata da tutti un mostro per quel che gli aveva fatto fosse diventato per lui l'ultima ragione di vita, una missione da compiere per redimere, per espiare, forse l'unico modo per salvare entrambi.
Quell'incontro e quei gesti rappresentarono un sigillo. Non importa se fu per stanchezza, per paura e per vero dolore, ma il pianto di Erika, per quanto giudicato con severità dai media, che avevano ancora negli occhi il racconto delle atrocità nella villetta di Novi Ligure, fu il primo segno di una consapevolezza, il primo passo di un percorso. Da quel momento, da quando fu pronunciata la sentenza di condanna, la figlia uscì di scena, come era giusto che fosse. Ogni tanto il suo nome riaffiorava sulle cronache, qualche foto rubata, qualche dettaglio sulla sua nuova vita. Nel 2011, quando finì di scontare la sua pena e tornò libera, sui social dell'epoca apparvero commenti sdegnati, gruppi Facebook contrari alla scarcerazione raccolsero in poche ore migliaia di iscritti. L'unico che in qualche modo non è mai andato via è l'autore di quell'abbraccio. Il vero mistero, così semplice nella sua nobiltà d'animo da apparire di difficile comprensione per chiunque altro non abbia avuto la sventura di vestire i suoi panni, è proprio lui, il padre.
Un uomo salvo per caso - Quel 21 febbraio 2001, l'ingegner De Nardo era uscito per il calcetto del mercoledì. Fece un po' tardi, e questo lo salvò. Dirigeva lo stabilimento dolciario della Pernigotti, viveva con la famiglia in una villetta di proprietà nella zona residenziale di Novi ligure. Aveva una buona posizione economica, era sposato con Susy, la compagna di sempre dai tempi della scuola. Una coppia che aveva una figlia adolescente e un po' complicata, nulla che facesse presagire quel che poi accadde, e un bambino, Gianluca, al quale il padre aveva trasferito la sua passione per l'Inter. La domenica seguente, sarebbero andati insieme a vedere la sfida con la Juventus. Una famiglia normale, uguale a tante, magari anche alla nostra. Forse per questo, la voglia di sapere e di guardare del pubblico e dei media fu per una volta meno riconducibile a una curiosità morbosa e più a uno sgomento collettivo.
La strada che scelse quel padre fu quella di incamerare il dolore e l'orrore per dedicare ogni energia e salvare quanto era possibile - E lo stesso sentimento che ha reso questo delitto un evento a parte, separato dagli altri celebri casi di cronaca nera del nuovo secolo. Perché guardare nell'abisso, non è mai facile. Francesco De Nardo lo ha fatto. E forse, non ha mai avuto altra scelta che questa. Quando dopo una attesa interminabile il maresciallo della caserma si affacciò al cancello per dire "li hanno arrestati, sono stati loro", la folla di trecento persone che si era assiepata sul prato di fronte si spense all'improvviso. Andarono via tutti, in un silenzio dove galleggiavano stupore, smarrimento, paura. In un angolo del cortile, stretto nel suo Loden blu, l'ingegnere osservò quella ritirata con una espressione spaesata in volto. La mattina seguente ci sarebbero stati i funerali di sua moglie e del piccolo Gianluca. Quella notte, conclusi il mio articolo sostenendo che dal momento in cui lo avevano convocato per dirgli, a lui per primo, che era stata sua figlia, era diventato l'uomo più solo e triste del mondo.
"Non è vero che sono solo" - Mesi dopo, erano passate da poco le 23, ero al giornale, feci un tentativo. Entrai in un ufficio vuoto, era quello di Mario Luzzatto Fegiz, il nostro critico musicale. Composi il numero. De Nardo rispose. La prima cosa che disse fu che non avrebbe mai parlato, che non avrebbe mai rilasciato una intervista in vita sua. Ma andò avanti, con uno sfogo. E cominciò proprio contestando la mia affermazione finale contenuta in quell'articolo. "La mia vita è stata spazzata via da un tornado" disse. "Ma non è vero che sono solo e disperato. Voi giornalisti vi ostinate a non capire che io ho ancora lei, ho Erika. E farò di tutto per proteggerla, finché rimarrò al mondo". Sono le cose che poi gli sono state messe in bocca tante volte per interposta persona, ma è tutto quel che c'è da sapere, per capire le ragioni di quell'abbraccio, della scelta di Francesco De Nardo, per avere rispetto e non giudicare i suoi comportamenti. Quell'uomo voleva sparire, come poi fece, ma leggeva tutto, si informava. Sapeva che noi, e l'Italia, lo stava guardando, e lo giudicava, in gran parte senza comprenderlo.
Chiese ogni dettaglio della strage - Fecero discutere le intercettazioni durante il primo colloquio in carcere dove chiede alla figlia in che modo avesse colpito le sue vittime, in cui le chiede di raccontargli ogni minimo dettaglio di quella strage. Un attimo dopo il dissequestro, tornò a dormire in quella casa. La Pernigotti gli offrì con discrezione la propria impresa di pulizie per lavare la villetta della strage. Lui rifiutò, e fece da solo. Ci mise quasi due giorni, per scrostare il sangue di sua moglie di suo figlio dai pavimenti e dalle pareti della villetta. Nel maggio del 2001 invitò a cena i tre consulenti di parte scelti per la perizia psichiatrica su Erika. Preparò la carne alla brace sul barbecue, come faceva nei giorni felici con la sua famiglia. Sullo stesso prato, proprio accanto al vialetto dal quale fuggirono i due assassini. Quando uno degli ospiti chiese se poteva avere un bicchiere d'acqua, indicò la cucina, il posto dove era stata massacrata sua moglie. Lo psicologo disse che non se la sentiva di entrare lì dentro. Lui annuì. Si alzò, e ritornò con una caraffa d'acqua.
La scelta: non curarsi di quel che pensa la gente - La verità è che a Francesco De Nardo non è mai interessato quel che pensava la gente di lui. Divenne un personaggio per contrasto, con il suo silenzio, con la sua integrità quasi fuori dal tempo. A chi vent'anni fa gli consigliava di aspettare, di riflettere prima di prendere decisioni, ha sempre risposto che aveva già deciso quella notte in caserma, quando gli dissero chi era la persona che gli aveva portato vie le cose più preziose che un uomo può avere, quando si affacciò sull'abisso. Avrebbe potuto rinnegare sua figlia, vendere tutto, andarsene via. Ma nelle sue condizioni, l'unica cosa che poteva davvero fare un uomo così ferito, pieno di dignità, di dubbi, forse di sensi di colpa, era continuare a essere un padre. E per farlo doveva andare a ritroso, seguendo una sua strada solitaria, non risparmiarsi nulla, incamerare dentro di sé tutto quel dolore e quell'orrore, per esorcizzarlo per dedicarsi con tutto sé stesso a Erika.
Si è battuto per il silenzio stampa - Si è battuto come un leone, per imporre il silenzio stampa, per spegnere il rumore di fondo ogni volta che tornava a farsi sentire, convincendo sua figlia a seguirlo su questo terreno, far sparire ogni traccia, scomparire come unica condizione per poter ricominciare. Non tutti hanno approvato questa scelta di vita quasi monastica, centrata su una figlia il cui nome per molti è ancora oggi sinonimo di un diavolo moderno. Ancora di recente, durante un talk show venne accusato di aver praticato la rimozione come medicina di per sé stesso, ammesso e non concesso che questa fosse una colpa. "Io non devo per forza capire perché lo ha fatto" disse durante quella telefonata. "Nelle mie condizioni, capire è un lusso", usò questa espressione, aggiungendo che sarebbe venuto il momento di affrontare quella sua battaglia privata, ma dopo. Non c'era alcun mistero, disse. "In fondo è semplice: io sono suo padre, sono tutto quel che le rimane, lei è tutto quel che mi resta". Anche questa rievocazione gli procurerà un fastidio profondo, come ogni refolo di notorietà che si solleva sul delitto di Novi ligure. Ma se dovesse mai arrivare in fondo a queste righe, sappia l'ingegner De Nardo che in questi lunghi anni lo abbiamo pensato spesso, augurandogli una vita finalmente serena, per quanto possibile. Perché poche persone lo meritano più di lui.
di Carlo Gregori
Gazzetta di Modena, 18 dicembre 2021
Tre nuove testimonianze di pestaggi dopo la rivolta di Sant'Anna dell'8 marzo 2020 e i racconti di parenti di alcuni dei nove morti saranno al centro del documentario di Rainews24 che sarà trasmesso oggi e domani.
Gli autori presenteranno queste testimonianze finora non note (e non si sa se note alla Procura di Modena). Una è nata dopo un esposto e due invece sono solo orali e davanti alle telecamere. Si tratta di detenuti che hanno raccontato ancora una volta di trattamenti brutali subiti, anche da denudati, da parte di agenti della polizia penitenziaria subito dopo che era stata sedata la rivolta che aveva prodotto devastazioni, un incendio e il saccheggio dell'infermeria. Pestaggi, da quanto è noto finora, che avvenivano prendendo spesso di mira detenuti che non avevano preso parte alla sommossa interna al carcere e quindi immotivati sotto ogni profilo.
Saranno poi presentate le testimonianze raccolte dalla troupe televisiva in Tunisia, presso i familiari di alcuni dei nove morti, ufficialmente tutti stroncati da abusi di metadone, una vicenda sulla quale persistono dubbi e che presto porterà a un ricorso alla Cedu a Strasburgo per cercare di riaprire i fascicoli e rileggere i referti autoptici di un'inchiesta delicata chiusa in tempi rapidissimi (solo il caso di Sasà Piscitelli, il detenuto attore di teatro, resta aperto ad Ascoli, dove è morto dopo il trasporto da Modena.
"Anatomia di una rivolta. I 9 morti del carcere Sant'Anna di Modena": così si intitola il documentario di Maria Elena Scandaliato e la modenese Giulia Bondi con Raffaella Maria Cosentino che andrà in onda su Rainews24 (canale 48) in due puntate: questa sera alle 21.30 e sabato 18 dicembre alle 18.30. È un'inchiesta di Spotlight, il programma curato da Valerio Cataldi, realizzata in collaborazione con Tgr Rai. In replica domenica 19 dicembre alle 9.30 (prima parte) e alle 20.30 (seconda parte), poi su RaiPlay. Le immagini sono di Francesco Mugnaini Lorenzo Lucchini Mario Idone Cettina Forestieri Davide Manocchi Gabriella Bava.
Nessuna novità nel frattempo trapela dalla procura di Modena dove i pm Franbcesca Graziano e Lucia de Santis stanno conducendo le indagini sui restando due dei tre filoni iniziali (il terzo, sui morti, come detto è stato archiviato). Sia per i responsabili della rivolta e dei gravi danneggiamenti alla struttura carceraria sia per le ormai numerose denunce di pestaggi di detenuti sono state chieste e ottenute proroghe per altri mesi. Se ne riparlerà in primavera.
di Massimo Massenzio
Corriere di Torino, 18 dicembre 2021
Da sabato 18 fino a 23 dicembre l'intera popolazione carceraria, femminile e maschile, non ritirerà le pietanze "per lanciare un segnale d'allarme sulle condizioni del carcere". Nuovo "sciopero del carrello" nella casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino. Da sabato 18 fino a 23 dicembre l'intera popolazione carceraria, femminile e maschile, non ritirerà il cibo "per lanciare un segnale d'allarme in merito alle condizioni in cui vertono le carceri".
I detenuti lo hanno annunciato con una lettera al ministro della Giustizia Marta Cartabia e alla direttrice della struttura delle Vallette Rosalia Marino. "La pandemia ha acuito antiche problematiche - spiegano gli organizzatori della protesta pacifica, ma neppure l'attuale governo ha preso una posizione netta per portare nelle prigioni dignità e buonsenso oltre che i diritti fondamentali sanciti dalle costituzioni italiana e europea. I problemi evidenziati riguardano - fra i tanti - il sovraffollamento, la mancata qualità dei prodotti utilizzati proprio per la realizzazione dei pasti e la mancanza di percorsi formativi e quindi riabilitativi e rieducativi. Questa sera l'associazione "Mamme in piazza per la libertà di dissenso" ha organizzato un presidio di fronte al carcere in solidarietà ai detenuti e per concludere la raccolta fondi a sostegno dello sciopero.
Stefano Anastasia, a nome dei Garanti territoriali, chiede un atto di clemenza
"Oggi, come a marzo 2020, di fronte alla nuova diffusione del Covid-19, che sta nuovamente ingessando le carceri, prive di sufficienti spazi di isolamento e quarantena dei positivi e dei loro contatti, sarebbe utile un minimo ma generale provvedimento di clemenza, anche solo di un anno, che oggi come allora consentirebbe una più efficace e ordinata gestione delle situazioni di rischio in carcere". Un provvedimento di liberazione anticipata speciale potrebbe essere ripescato dal cassetto del Parlamento dove giace la misura proposta a settembre 2020 dal deputato di Iv, Roberto Giachetti, simile a quella assunta all'indomani della condanna europea per il sovraffollamento delle carceri. Anche se, conclude Anastasia, la proposta dei Garanti potrebbe essere anche più "radicale" di quella del deputato pannelliano: "Un giorno di liberazione anticipata per ogni giorno di pena scontata in pandemia".
adnkronos.com, 18 dicembre 2021
Le parole della presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Giovanna di Rosa, al IX Congresso di Nessuno tocchi Caino. "Vorrei portarvi l'esempio di un'ordinanza con la quale il Tribunale di Sorveglianza di Milano, in un caso specifico di cui si è molto parlato, ha ritenuto di escludere il pericolo di reiterazione dei reati compiuti, secondo la sentenza, in un contesto di associazione mafiosa. Badate che il caso si riferisce a una persona che nega la commissione dei reati e il Tribunale di Sorveglianza rispetta questa scelta, la ribadisce e la richiama.
E allora cosa fa il Tribunale di Sorveglianza? Osserva che il lungo tempo trascorso dal fatto-reato deve essere coniugato ad altri fattori, tra cui l'impegno professionale e umano della persona a difesa della legalità nella lotta alla criminalità, compresa quella mafiosa, con il compimento di opere che sono oggetto di attestati di riconoscimento e perfino divulgate a fini educativi per le future generazioni".
Lo ha affermato la Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Giovanna di Rosa, intervenendo al IX Congresso di Nessuno tocchi Caino che si svolge oggi e domani nel carcere di Opera a Milano, citando passaggi dell'ordinanza con la quale il TdS di Milano, il 23 giugno scorso, ha accolto, in seguito alla domanda di grazia (poi parzialmente concessa da Mattarella) la richiesta di differimento della pena per Ambrogio Crespi dopo la condanna definitiva a 6 anni di reclusione con l'accusa di aver procurato voti a Domenico Zambetti, assessore della Giunta Formigoni, per le regionali del 2010, servendosi, secondo i giudici, di conoscenze in ambienti della 'ndrangheta.
"La persona esaminata - ha sottolineato la presidente di Rosa - ha adoperato la sua arte per promuovere la cultura della legalità, della giustizia, della bellezza e della speranza. Pensate che parole positive, che termini concreti che danno valore a quella persona, a quella persona il cui corpo, purtroppo, secondo quello che si sente discutere come tematica generale, viene usato come ostaggio per dire agli altri 'guardate non fate così altrimenti finite così'. Quello di trattenere il corpo per fare confessare è un modo di combattere proprio dell'Inquisizione, è un modo proprio degli anni più oscuri della storia d'Italia".
"Io appartengo allo Stato - ha aggiunto - svolgo dei compiti istituzionali, ma lo Stato non è questo, non è assolutamente questo, lo Stato ha compiuto centinaia di chilometri di distanza da questo ragionamento. Tornando alla nostra ordinanza, ci dice invece che con il compimento di queste opere per le future generazioni e con l'amore per questa etica condivisa, con l'indirizzare le proprie capacità professionali verso produzioni pubblicamente riconosciute di alto valore culturale, denuncia, impegno civile, strumenti efficaci per la diffusione di messaggi di legalità e di lotta alla criminalità, si porta a ritenere che la grazia, perché, guardate, l'istituto richiesto era il più ampio in assoluto possibile, qui non parliamo di istituti intermedi di benefici penitenziari, parliamo addirittura della grazia, che la grazia, dunque, potrebbe costituire un mezzo, leggo le parole testuali perché non so riepilogarle meglio, un mezzo di riparazione-rimedio alle possibili incoerenze del sistema rispetto al senso di giustizia sostanziale".
"Questo - ha evidenziato il giudice - è esattamente la traduzione del principio su cui si fonda questo nostro incontro. Il diritto penale che è meglio tradurre in qualcosa di meglio del diritto penale, perché bisogna pensare ad altro, perché bisogna rimediare a quelle ingiustizie che la giustizia può produrre. Qui si legge in un provvedimento firmato dai giudici che le finalità della pena si declinano anche per gli aspetti attinenti la responsabilizzazione del condannato rispetto alle azioni commesse, l'osservazione della sua personalità e la comprensione delle cause sottese al reato per la promozione di un cambiamento sostanziale, non solo comportamentale o formale, in un'ottica sia preventiva che riparativa. In questo senso appaiono certamente fondate, e qui 'certamente' è rafforzativo perché vuol dire il tribunale è proprio convinto (...), le osservazioni della difesa in merito alla già esaurita finalità di socializzazione e reinserimento sociale della pena rispetto al condannato. Abbiamo scoperto una persona a cui la pena non faceva più niente, non serviva più anche se doveva ancora farsi degli anni".
Subito dopo il giudice, applaudito dalla platea del congresso di Nessuno tocchi Caino, ha osservato: "Questo applauso secondo me va a questo provvedimento, a questo modo di sentire, a questo modo di essere, che è esattamente il contrario di quello che dicevamo prima, ti tengo per sempre dentro affinché altri guardino quello che ti succede e di te non me ne importa più nulla. No, lo Stato non fa così. E questo secondo me quel riportare all'ordine naturale delle cose la non violenza, di cui ha detto poco fa Sergio D'Elia, a quel vivere insieme, a quell'unire e non dividere. E un esempio espresso, esplicito di tutto questo, e porta a concludere che è felice, che è mirabile l'esperienza giudiziaria di questo provvedimento e di questa storia, che è una storia che dimostra che la verità non è quella che viene raccontata, è quella che viene vissuta da chi la conosce e ha questi risvolti".
"E questa verità - ha concluso - conferma che su tanti e diversi fronti si può arrivare a sanare il conflitto sociale nato con il reato, e sono fronti che portano l'intelligenza e il cuore a osare, e osando a sperare. E allora concludo questo mio intervento dicendo Spes Contra Spem".
di Simona Musco
Il Dubbio, 18 dicembre 2021
Un "falso innocente". Il tribunale di Locri non risparmia nulla a Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, condannato a 13 anni e due mesi nell'ambito del processo Xenia. Una sentenza di quasi mille pagine con la quale il collegio presieduto da Fulvio Accurso sembra soprattutto difendersi dalle accuse di aver fatto un processo politico, condannando la narrazione esterna su Riace e sull'operato di Lucano, richiamata a più riprese per giustificare una condanna durissima, sulla base di un principio che si esplicita tra le prime pagine: Lucano e i suoi "sodali" avrebbero agito in nome di una "logica predatoria delle risorse pubbliche" che sarebbero servite a soddisfare "appetiti di natura personale, spesso declinati in chiave politica" - nonostante abbia rifiutato qualunque occasione per "salire" di grado - "e soddisfatti strumentalizzando a loro vantaggio il sistema dell'accoglienza dei migranti", diventato "un comodo paravento dietro cui occultare le vistose sottrazioni di denaro pubblico che essi attuavano, per fini esclusivamente individuali". Lucano sarebbe stato sì un politico illuminato, capace di creare, ispirandosi agli ideali utopici della Città del Sole di Tommaso Campanella, un sistema all'inizio apprezzabile. Ma poi tutto ciò sarebbe sparito.
E "nulla importa che sia stato trovato senza un euro in tasca", scrivono i giudici, "perché ove ci si fermasse a valutare questa condizione di mera apparenza, si rischierebbe di premiare la sua furbizia, travestita da falsa innocenza". Insomma: utilizzando i fondi dell'accoglienza per ristrutturare il frantoio e creare l'albergo diffuso, che hanno dato lavoro a migranti e riacesi, Lucano avrebbe creato una sorta di "fondo pensionistico" per gli anni a venire. Sfruttando il suo ruolo di "dominus indiscusso del sodalizio", un'organizzazione "tutt'altro che rudimentale", che avrebbe strumentalizzato "il sistema dell'accoglienza a beneficio della sua immagine politica". I suoi sodali, in cambio, lo avrebbero sostenuto politicamente, portando in dote il loro pacchetto di voti, risultati inutili a eleggerlo persino consigliere comunale alle ultime elezioni.
Ma c'è di più: nel motivare la propria decisione, il tribunale punta spesso il dito contro le difese, che avrebbero guardato il processo "da lontano", cercando "a più riprese di sorvolare sulla pregnante ed inequivoca conducenza dei documenti e delle intercettazioni" nel tentativo "di accreditare una lettura delle prove che fosse del tutto "esterna" al procedimento, facendo leva su una sorta di persecuzione politica che avrebbe ricevuto l'ex sindaco Lucano". Delle "lenti deformanti" che invece non sarebbero state usate della procura, nei confronti della quale il tribunale, a pagina 98, si lancia in difesa, sottolineando "l'indipendenza della sua azione".
E ciò perché non sarebbero state le relazioni della Prefettura, affermano i giudici, a far partire l'inchiesta, come più volte si è sostenuto: tutto è nato dalla querela - poi rivelatasi infondata - di un commerciante, che lo accusava di concussione. I giudici a questo punto citano proprio le sentenze della giustizia amministrativa, che aveva censurato la chiusura dei progetti voluta dal Viminale, pur evidenziando le criticità del sistema. Un annullamento motivato solo da motivi di ordine procedurale, scrivono i giudici, evidenziando un giudizio "tutt'altro che benevolo sull'operato del Comune di Riace".
Ma sono quelle stesse sentenze ad evidenziare un aspetto che, invece, il tribunale di Locri non riconosce nel recente passato di Lucano: "Che il "modello Riace" fosse assolutamente encomiabile negli intenti ed anche negli esiti del processo di integrazione - si legge nella decisione del Tar, poi confermata dal Consiglio di Stato - è circostanza che traspare anche dai più critici tra i monitoraggi compiuti dall'amministrazione resistente". Per i giudici, invece, ai migranti sarebbero stati destinati gli scarti di quel modello, servito ad arricchire gli imputati. Colpa di Lucano (e di tutti gli altri imputati) è stata anche quella di essersi sottratto all'esame durante il processo, impedendo al collegio di porgli domande. Nessuna attenuante, dunque, non essendoci "traccia dei particolari motivi di valore morale o sociale per i quali avrebbe agito".
Quello che è emerso dal processo, secondo i giudici, è "un quadro per nulla rassicurante e a tinte fosche" : pur certificando l'integrazione "virtuosa e solidale che nei primi anni veniva senz'altro praticata su quel territorio", si sarebbe arrivati alla nascita di una banda dedita a ruberie, tramite "meccanismi illeciti e perversi, fondati sulla cupidigia e sull'avidità", un vero e proprio ""arrembaggio" ai cospicui finanziamenti che arrivavano in quel paesino". Insomma, "non vi è alcuna traccia dei fantomatici "reati di umanità" che sono stati in più occasione evocati da più parti, in quanto le vorticose sottrazioni che sono state compiute non servivano affatto a migliorare il sistema di accoglienza e la qualità dell'integrazione dei migranti, ma solo a trarre profitto".
ilsicilia.it, 18 dicembre 2021
Pino Apprendi e Francesco Leone dell'osservatorio nazionale carceri di Antigone, si sono recati al carcere di Caltagirone, anche a seguito della notizia dell'uccisione di un detenuto, da parte del compagno di cella. I rappresentanti di Antigone hanno raccolto dati e notizie sui servizi erogati dal servizio sanitario, sull'attività trattamentale, sui corsi scolastici e professionali.
"Complessivamente, dai dati che ci sono stati forniti e da ciò che si è potuto constatare, c'è una buona sinergia con il servizio sanitario regionale, sia per le visite specialistiche che per la fornitura dei farmaci. Oltre 200 dei 398 detenuti ospiti della struttura frequenta corsi scolastici o professionali, compresi 10 che frequentano un corso di laurea. L'attività trattamentale è intensa. Il problema che emerge, ancora una volta, come in altre carceri della Sicilia, è l'assenza di mediatori culturali, la carenza di organici, sia del personale amministrativo che quello della Polizia Penitenziaria", dichiara Pino Apprendi, presidente di Antigone Sicilia.
"Malgrado la struttura sia di recente costruzione, é in continua manutenzione per vari problemi sin dalla sua apertura. I volontari sono stati presenti anche durante la chiusura per la pandemia, cosa molto importante che ha contribuito ad evitare clamorose proteste. Sull'omicidio del detenuto, per ovvi motivi, c'è il massimo riserbo per le indagini in corso" conclude Francesco Leone, dell'osservatorio nazionale carceri di Antigone.
- Modena. Castelfranco, alla Ciclofficina il reinserimento sociale dei detenuti
- Torino. Niente vaccino per i migranti del Cpr. La denuncia di Sinistra ecologista
- Fermo. Carcere, un aiuto per gli ultimi. Sapone ai detenuti indigenti
- San Gimignano (Si). Reinserimento socio-lavorativo: consegnati 14 attestati agli allievi detenuti
- Milano. Dal legno dei barconi prendono vita i presepi









