di Maria Brucale*
Il Domani, 24 luglio 2021
Non si può non salutare con favore la diffusione delle immagini del pestaggio in carcere, di un orrore che si consuma da sempre nei luoghi del buio e dell'indifferenza dove segregare ed isolare quello che nessuno vuol vedere. Si è assuefatti a un'informazione che si nutre di ogni aspetto cruento, pruriginoso, scandaloso, scabroso.
di Marco Conti
Il Messaggero, 24 luglio 2021
Anche nel giorno del suo 80esimo compleanno Sergio Mattarella non si è risparmiato e ha infilato un paio di "rampogne". La prima, in ordine di tempo, ha coinvolto l'attuale Consiglio Superiore della Magistratura. Il Csm, a suo tempo composto con il "metodo Palamara" è costretto ad aggiustare il tiro e il calendario.
Ovvero, a seguito della richiesta della Guardasigilli ha diritto di esprimere un parere sull'intera riforma del processo penale e non su un unico aspetto. Non lo sapeva, forse, il presidente pentastellato della Sesta commissione Fulvio Gigliotti o voleva solo portarsi avanti con il lavoro, visto che in tutta fretta ha fatto votare una sonora stroncatura degli articoli che azzerano il "fine processo mai" voluto da Alfonso Bonafede.
Tocca al vicepresidente del plenum David Ermini spiegare in un comunicato che il parere "reso limitatamente all'istituto dell'improcedibilità dell'azione penale, approvato ieri dalla Sesta commissione non è stato inserito nell'ordine del giorno ordinario del prossimo plenum per consentire al Csm di esprimersi sull'intera riforma del processo penale". In questo modo il vicepresidente Ermini recepisce le indicazioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella "contenute nell'assenso all'ordine del giorno ordinario predisposto per il plenum". Appuntamento quindi il 28 luglio quando il Csm potrebbe riunirsi per dare un parere sulla riforma complessiva e non solo sul tassello più indigesto ad una parte della magistratura. Se ne riparlerà quindi tra qualche giorno, anche se il parere di Palazzo dei Marescialli è solo consultivo e il giudizio sulla riforma del M5S è noto come è nota la difficoltà che ha il Movimento a trovare al suo interno una sintesi in grado di non farlo saltare al momento del voto in Aula.
L'altra "rampogna" di Sergio Mattarella è indirizzata a governo e Parlamento, anche se l'obbiettivo principale sembra essere soprattutto quest'ultimo che continua ad "inzeppare" leggi e decreti con materie non omogenee. Oggetto dell'avvertimento il "Sostegni-bis", che diventa legge con le modifiche apportate dal Parlamento. Basta però, è il succo dell'ultimatum quirinalizio, con le norme "fuori tema", l'eccessivo ricorso alla decretazione d'urgenza, con i provvedimenti che confluiscono in altri provvedimenti e con i decreti che diventano omnibus e che, tra aggiunte, commi e revisioni, perdono di vista il loro intento originario. "Il testo che mi è stato trasmesso contiene 393 commi aggiuntivi, rispetto ai 479 originari", spiega il Capo dello Stato che mostra di non avere intenzione di cambiare passo anche nell'imminente arrivo del semestre bianco.
La lettera è stata inviata ai presidenti delle Camere e a Mario Draghi ed in effetti tra le modifiche introdotte ve ne sono alcune curiose "non riconducibili all'esigenza di contrastare l'epidemia e fronteggiare l'emergenza" o "appaiono del tutto estranee" al provvedimento. È il caso, ad esempio, del contributo al settore dei treni storici della Fondazione FS Italiane, della riorganizzazione del sistema camerale della Regione siciliana o delle norme per l'autonomia dell'Istituto nazionale di Geofisica.
Per Mattarella "inserimenti di norme con queste modalità, oltre ad alterare la natura della legge di conversione, recano pregiudizio alla qualità della legislazione, possono determinare incertezze interpretative, sovrapposizione di interventi, provocando complicazioni per la vita dei cittadini e delle imprese nonché una crescita non ordinata e poco efficiente della spesa pubblica". Quindi "valuterò l'eventuale ricorso alla facoltà prevista dall'articolo 74 della Costituzione". Non è la prima volta che dal Quirinale partono avvisi del genere al Parlamento, ma sembra l'ultima almeno per quanto riguarda il Settennato di Sergio Mattarella. Anche perché tale caos normativo sarebbe stato comprensibile nel momento di picco della pandemia, ma non certo ora.
di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 24 luglio 2021
Chi era al Consiglio dei ministri: nessuno dei grillini ha fiatato. Però ci sarebbero almeno trenta parlamentari pronti a strappare. "Nessuno ha fiatato...". Davanti a Mario Draghi e alla sua determinazione ad approvare in fretta la riforma della giustizia, il via libera dei ministri alla richiesta del premier di autorizzare il voto di fiducia era stato unanime e immediato. "Nessuno ha fiatato", racconta chi giovedì vi ha preso parte. Sì convinto da Di Maio, Patuanelli, D'Incà e anche da Fabiana Dadone, che ieri in tv ha rischiato di terremotare il governo e tranciare di netto il filo dei rapporti tra Draghi e Giuseppe Conte.
Per qualche ora la nave dell'esecutivo di unità nazionale ha ballato e l'alleanza con il Pd è stata messa a durissima prova, finché la ministra ha cambiato rotta: "Le mie parole sono state pompate". Quando anche Conte le ha chiesto di rettificare pubblicamente, Dadone ha affidato ai social una nota alla camomilla per placare gli animi e confermare la fiducia al governo. D'altronde le cronache raccontano che c'era anche Fabiana Dadone a Palazzo Chigi quando, l'8 luglio scorso, Draghi parlò al telefono con Beppe Grillo e ottenne il sì al testo Cartabia, che fu poi approvato dal quartetto di ministri pentastellati.
A Palazzo Chigi il caso Dadone è stato derubricato a semplice "fraintendimento" e la mediazione di Draghi con Conte, per arrivare al "consenso necessario sul provvedimento" che molto sta a cuore al premier, continua. Ma con fatica, perché Draghi non intende cedere. Il capo de governo fortissimamente vuole che la riforma del processo penale sia approvata entro la prossima settimana e che gli aggiustamenti invocati dal M5S non stravolgano l'impianto. Giovedì è stato lo stesso Draghi a spiegare a Conte al telefono quanto alto sia il rischio di minare il (fragile) accordo raggiunto con tutti i partiti.
L'uscita di Dadone ha svelato gli umori in casa 5 Stelle, anche dopo la conferenza stampa in cui il premier ha aperto ad "aggiustamenti tecnici". Una trentina di deputati del Movimento sarebbero pronti allo strappo sulla riforma Cartabia e c'è chi dice che i malpancisti siano "molti, molti di più". Il sì dei ministri all'ipotesi fiducia ha spiazzato e irritato tanti parlamentari, che rivedono il film di due settimane fa, quando la squadra di governo sconfessò la riforma con cui l'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede aveva stoppato la prescrizione.
E adesso? Toccherà a Conte, che ieri ha passato la giornata a Montecitorio, provare a riportare la calma nei gruppi parlamentari, divisi tra gli irrequieti che premono per rompere e i governisti che guardano a Luigi Di Maio. L'avvocato e quasi presidente del M5S assicura di non aver cambiato idea, tra i suoi piani non c'è quello di portare i gruppi fuori dalla maggioranza e di aprire la crisi di governo. Ma il voto di fiducia per il Movimento è una strettoia vera e il leader, prima che il 30 luglio il testo arrivi in aula alla Camera, si aspetta "un segnale" da Palazzo Chigi. Guai a parlare di bandierine da sventolare, ma Conte punta a ottenere, dalla triangolazione con Draghi e Cartabia, modifiche concrete al testo presentato dalla Guardasigilli. Un senatore contiano la spiega così: "Se il governo pone la questione di fiducia sulla riforma così com'è uscita dal Consiglio dei ministri, noi non possiamo votarla. Sia il premier che la ministra della Giustizia hanno ammesso che non funziona, perché c'è un problema sull'improcedibilità".
Giorni fa nel "cordiale" faccia a faccia con il presidente Draghi, il predecessore aveva confermato l'impegno a sostenere le riforme, ma ora Conte si aspetta che l'ex capo della Bce trovi il modo di sciogliere il nodo politico e di merito. "Questa legge non può far svanire nel nulla centinaia, migliaia di processi", è lo slogan del giurista pugliese. La preoccupazione dei magistrati, dal Csm all'Anm, è anche quella di Conte, che nelle riunioni riservate rilancia l'allarme sul "rischio impunità" e chiede che gli "aggiustamenti tecnici" promessi da Draghi non siano semplici ritocchi d'immagine: i tempi della prescrizione devono essere allungati e l'entrata in vigore deve essere spostata in avanti. Richieste di gran lunga più pesanti di quelle che Draghi è disposto a concedere.
di Giulia Merlo
Il Domani, 24 luglio 2021
Il neo leader del Movimento è stato smentito dal premier: salito a palazzo Chigi per sbattere i pugni sulla prescrizione, non ha incassato nulla. I parlamentari tentati dal no alla fiducia. Il ddl penale, il testo che contiene la modifica alla legge sulla prescrizione voluta dall'ex ministro Alfonso Bonafede, è una riforma sostanzialmente blindata. Il presidente del Consiglio Mario Draghi se ne è assicurato, incassando ben due fiducie all'unanimità del Consiglio dei ministri: ci sarà spazio per degli "aggiustamenti tecnici" ma nulla più. Al massimo qualche apertura su dettagli che permettano a Giuseppe Conte di avere almeno qualche argomento per tentare di ammansire i gruppi parlamentari sulle barricate.
All'indomani dell'annuncio sulla fiducia, le tensioni nel partito sono scoppiate in tutta la loro violenza. La ministra grillina alle Politiche giovanili, Fabiana Dadone, ha addirittura ipotizzato la dimissione dei ministri nel caso non si trovi una sintesi soddisfacente: "È un'ipotesi che sicuramente si dovrebbe valutare, ma parlandone prima con Conte".
Una battuta che ha incendiato il dibattito e che ha dato anche la dimensione di quanto il Movimento sia diviso e frastornato. Quasi contemporaneamente, infatti, un altro ministro grillino considerato fedelissimo dell'avvocato di Volturara Appula come Stefano Patuanelli aveva parlato di "ottimismo" e di una discussione che "sta conducendo verso un accordo per migliorare il testo del ddl".
Quale sia la verità, tra le sirene che invitano Conte a uscire dall'esecutivo e la fiducia nella dialettica parlamentare, rimane oscuro agli stessi Cinque stelle. Certo è che il fronte dei ministri, che è stato colto alla sprovvista e si è piegato per la seconda volta alle pressioni di Draghi, è sempre più scollato da quello dei parlamentari: almeno una trentina di eletti sarebbe pronta a votare contro la riforma Cartabia e, secondo gli oltranzisti, i numeri potrebbero aumentare se la trattativa non raggiungesse una mediazione soddisfacente.
Proprio questo complica non poco la posizione del leader: la sconfitta di Conte risulta - almeno sulla carta e agli occhi dei più scettici sulla sua capacità di leadership - tanto più cocente perché era stato proprio lui a salire a palazzo Chigi per fare la voce grossa con Draghi e reclamare modifiche al testo. Il risultato, invece, è stata una apertura a modifiche vincolata all'accordo con tutta la maggioranza, e nessuna concessione specifica. Anzi l'unico elemento che sembrava essere stato incassato, il fatto di non mettere la fiducia in parlamento, è stato smentito: il 30 luglio si voterà il ddl penale senza ulteriori dilazioni per rispettare la roadmap europea, con o senza l'appoggio dei Cinque stelle.
Anche la minaccia del non voto su cui Conte poteva far leva, infatti, è già stata neutralizzata da Draghi, che ha detto in modo chiaro che la fiducia si chiede appunto su provvedimenti in cui le distanze politiche tra alleati di maggioranza sono risultate "incolmabili". Tradotto: il premier è pronto ad affrontare il semestre bianco facendo affidamento su maggioranze variabili.
Se politicamente la posizione di Conte è molto complicata, la sua partita non è ancora persa. L'asse con il segretario del Pd Enrico Letta è salda e i dem si sono posti come forza di mediazione con la ministra Marta Cartabia per limare il ddl, rassicurati proprio dalla presenza del nuovo capo politico.
Chi lo conosce e conosce la sua storia, infatti, sa che Conte è tutt'altro che un giustizialista: avvocato e professore di diritto, proveniente dallo studio di Guido Alpa, da sempre garantista convinto, è cresciuto da un mondo in cui la mediazione è sempre la miglior strategia. Anzi, in molti si erano stupiti nel vederlo salire sulle barricate in difesa dello stop alla prescrizione e avevano colto in quel posizionamento una pura scelta politica dettata dalla necessità di contrapporsi a Luigi Di Maio, che aveva parlato di "deideologizzazione" della giustizia. Ora, è il ragionamento del Pd, proprio il fatto che la trattativa sia in mano a Conte dovrebbe essere garanzia che una sintesi si troverà, perché in lui non ci sono vere preclusioni culturali e ideologiche a nulla del contenuto del ddl penale.
Tuttavia quello della giustizia è il suo primo vero banco di prova da leader, necessario per affermarsi sia all'interno del Movimento che agli occhi degli alleati, portando i suoi a un compromesso politico che l'implosione del Movimento e lo scontro definitivo tra governisti e malpancisti. Nel frattempo, è certo che a ora il primo sconfitto della scelta di Draghi è l'ex guardasigilli Alfonso Bonafede: suo è il nome sulla riforma della prescrizione, che adesso verrà sostituita - passasse in parlamento - da quella ideata dalla nuova ministra Cartabia. È stato lui a soffiare sul fuoco dell'ira dei colleghi e che più convintamente era pronto a far saltare ogni accordo. Eppure, sembra essere rimasto solo. Tra i più infuocati antagonisti di Cartabia c'erano il suo ex sottosegretario, Vittorio Ferraresi, e Giulia Sarti: entrambi pronti a fare "le barricate" fino a qualche settimana fa, nei giorni scorsi hanno abbassato i toni, parlando di "spirito costruttivo nel dialogo in commissione".
L'interrogativo, ora, è capire se la mediazione già imbastita - norma transitoria per l'entrata in vigore della nuova prescrizione e allungamento a tre anni per l'appello e 18 mesi per la cassazione - basti a placare gli animi nel Movimento. L'onere di far digerire il ddl penale ai suoi spetta a Conte, che così potrebbe completare la mutazione del Movimento in partito, moderato e alleato col Pd.
di Tommaso Ciriaco e Liana Milella
La Repubblica, 24 luglio 2021
Dadone minaccia le dimissioni dei ministri grillini, poi frena. Conte: "Noi lavoriamo a una mediazione". Il Colle al Csm: parere su tutta la riforma. Il tempo stringe, ma adesso il governo non è più disponibile a inseguire i Cinque Stelle sulla giustizia. Fallita venerdì una mediazione che sembrava a un passo dal successo- e andata in frantumi la trattativa portata avanti telefonicamente fino a ieri con Giuseppe Conte - Mario Draghi non intende arretrare. Non accetterà giochetti, né rinvii. Le comunicazioni non sono interrotte, ma appaiono congelate. Un modo come un altro per lanciare un segnale all'avvocato, ma soprattutto ai falchi 5S, che va tradotto così: un'intesa su modifiche tecniche è possibile, ma l'onere di una proposta digeribile dalle altre forze politiche è a questo punto nelle mani dei 5S. Se non saranno capaci di prendere un'iniziativa, l'esecutivo porrà la fiducia appena il testo approderà in Aula.
di Francesco Damato
Il Dubbio, 24 luglio 2021
Con Nicolò Amato, magistrato e poi avvocato di lunghissimo corso, professore universitario di filosofia del diritto, autore di un lunghissimo elenco di libri e saggi scientifici, appena spentosi serenamente a 88 anni nella sua abitazione vicino Roma, è scomparso l'ultimo capo degno di questo nome di quello che conosciamo come Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. In particolare, egli fu capace in dieci lunghissimi e terribili anni, fra il 1983 e il 1993, di fare della "complessità" congenita della realtà carceraria "un mix progettuale efficace". Lo ha riconosciuto in un'intervista al manifesto il garante nazionale dei detenuti Mauro Palma. "Capacità - ha precisato - che, mi spiace dirlo, non ho più trovato successivamente".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 luglio 2021
"Negli istituti penali per minorenni l'educazione è tutto. Se è vero che nella nostra Costituzione, pena ed educazione sono sempre un binomio inscindibile, ciò è ancor più vero quando la pena riguarda ragazze e ragazzi minorenni o giovani adulti".
di Tito Lucrezio Rizzo
L'Opinione, 24 luglio 2021
"La civiltà di un Paese è data dalle condizioni delle sue carceri" (Voltaire). Il nucleo primario di ogni sistema penale va colto in comportamenti avvertiti come forti disvalori dalla coscienza degli uomini di ogni tempo, di ogni luogo, di ogni convinzione religiosa o laica (quali, ad esempio, il ledere l'incolumità, la libertà o la proprietà dell'individuo): si tratta dunque di violazioni arrecate a dei diritti naturali.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 24 luglio 2021
Il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura: "Non mi piacciono i toni catastrofisti". Dice David Ermini, vicepresidente del Csm, che "bisogna cogliere, in positivo, l'opportunità che emerge anche dalle parole del presidente del Consiglio e della ministra della Giustizia. Lavorare sulle soluzioni possibili, con spirito di leale collaborazione".
Che cosa pensa della bozza di parere del Csm con dure critiche alla riforma?
"Ho letto la bozza della commissione, ascolterò il dibattito in plenum. Senza entrare nel dettaglio degli argomenti, credo sia innegabile la diffusa preoccupazione, non solo dei membri togati, sulla sostenibilità del meccanismo dell'improcedibilità sulla base dei carichi di lavoro delle corti d'appello. Molte non reggerebbero l'urto, a parità di risorse e personale".
Condivide i timori per i processi di mafia?
"Gli appelli di magistrati come il procuratore nazionale antimafia meritano ascolto. La specificità dei processi di mafia va considerata. Allungare i termini processuali solo per gli omicidi non è risolutivo".
Si è parlato, da parte delle toghe, di sicurezza nazionale in pericolo, incentivo a delinquere, pericolo per la democrazia. Esagerazioni?
"Non mi piacciono i catastrofismi. E preferirei che non si dimenticasse mai il doveroso rispetto della volontà del Parlamento".
Sta mancando? Al Csm non è stato gradito che la ministra non abbia chiesto il parere sulla riforma.
"In realtà l'ha chiesto, in extremis. La ministra ha sempre manifestato attenzione e rispetto per il Csm. C'è un dato obiettivo: i nostri tempi spesso sono incompatibili con quelli della politica".
In che senso?
"Quando ero parlamentare, ricordo che arrivavano pareri del Csm su testi nel frattempo già approvati. Anche oggi: la commissione ha lavorato sul testo uscito dal Consiglio dei ministri. È possibile che sopraggiungeranno ulteriori modifiche al testo. Dunque sarebbe opportuno dedicarsi soprattutto alle questioni generali".
Lei pensa che il testo del governo sarà modificato?
"Non spetta a me dirlo. Ma credo che l'interpretazione più corretta, nonché istituzionalmente positiva, del discorso del presidente del Consiglio sia nel senso di auspicare modifiche condivise per consolidare il consenso sulla riforma, ponendo però un limite temporale di una settimana. Uno spazio, anche se stretto, c'è".
Quanto stretto?
"Intervenire in modo condiviso su un meccanismo innovativo come l'improcedibilità richiede una convergenza politica non semplice, ma che occorre ricercare".
Più insidiosi gli ostacoli tecnici o politici?
"A mio avviso politici. La riforma della giustizia è come un'Olimpiade, deve far cessare le guerre tra e nei partiti. Altrimenti non si può fare. Se i partiti non rinunciano alle bandierine in un clima di pacificazione, non basta un anno per trovare l'accordo. Altro che una settimana".
Soluzioni possibili?
"Spettano al Parlamento. Mi pare promettente il lavoro su una maggiore diluizione dei tempi di entrata in vigore dell'improcedibilità e su una più adeguata individuazione dei tempi in appello e Cassazione con corretto computo degli stessi, escludendo quelli di "attraversamento" tra uffici, che talvolta superano i sei mesi".
Così, però, i due anni possono crescere a dismisura. Tanto rumore per nulla.
"Capisco l'obiezione: così si vanifica la certezza dei tempi processuali. Ma occorre tenere conto dell'oggettività dei dati statistici cui disponiamo".
Manca nella magistratura la giusta attenzione al principio costituzionale di ragionevole durata del processo?
"La prescrizione è una patologia, un pregio della riforma è valorizzare la ragionevole durata come diritto di ogni cittadino, vittima o imputato che sia. Dovrebbe stare a cuore a tutti. Anche se fare presto non significa automaticamente fare bene. Occorre ricercare e individuare un adeguato bilanciamento tra questi massimi principi in gioco. Lavoro niente affatto semplice".
Sui meccanismi alternativi al processo tradizionale la riforma è prudente: troppo?
"La direzione è giusta, il passo non troppo lungo. Ma, anche per la mia esperienza precedente, so bene che in Italia tutto ciò che si traduce in un'alternativa alla detenzione o che comporta uno sconto di pena diventa difficile da far digerire a una parte dell'opinione pubblica. Su questi temi, i partiti sono in campagna elettorale permanente. E infatti si parla molto di norme processuali, poco di risorse, investimenti, assunzioni. Cose non meno importanti, per migliorare il servizio giustizia".
Il Csm che può fare?
"Faremo di tutto per adeguarci. Alcuni posti per corti d'appello in sofferenza sono già stati banditi. Mi auguro che non si ripeta quanto accaduto in un passato non lontano, con posti rimasti privi di copertura".
Tra un anno finisce il suo tormentato mandato al Csm: la magistratura sta meglio o peggio di quando è iniziato?
"In questi anni la magistratura ha toccato il fondo. Ma ha reagito. E non ha nascosto la polvere sotto il tappeto. Ha fatto autocritica. I problemi sono diventati opportunità, si è capita la distinzione tra consenso interno, malato, e fiducia dei cittadini, sana. La sezione disciplinare del Csm non ha mai lavorato come in questo periodo. Dipingere novemila magistrati come artefici e vittime di un sistema di intrallazzi e il Csm come una Suburra è non solo mistificatorio, ma anche pericoloso. A chi conviene una magistratura nell'angolo?".
Ha letto il libro di Renzi? Su di lei va giù duro.
"Preferirei non parlare di libri che si occupano di me, per lo più in modo distorto e offensivo. Me lo sono imposto per il rispetto dell'istituzione che rappresento, anche mordendomi la lingua".
A proposito delle famose cene romane, a cui anche lei partecipava?
"La storia è diversa, verrà il tempo di scriverla. In ogni caso, non riesco a capire come possa sfuggire la differenza tra l'elezione del vicepresidente del Csm, che necessita per volontà costituzionale di un accordo tra magistratura e politica, e la scelta di un procuratore della Repubblica, in una procedura amministrativa concorsuale per titoli".
Sfugge per caso o perché?
"Si ignora o si disconosce che la lealtà verso le istituzioni è incompatibile con ogni forma di asservimento".
di Massimo Villone
Il Manifesto, 24 luglio 2021
Riforma della giustizia. Che in Italia ci sia una giustizia troppo lenta non c'è dubbio alcuno. Bisogna intervenire. Ma come? Come era nelle previsioni, è stata annunciata la questione di fiducia sulla riforma della giustizia. Quindi sul dibattito parlamentare calerà la mannaia, per porre argine al fiume degli emendamenti. Tenendo conto della disponibilità manifestata per qualche modifica, possiamo aspettarci un emendamento governativo, e i prossimi giorni ci diranno se sarà maxi, midi o mini. In ogni caso, è l'ennesimo schiaffo a un parlamento già esanime.
La ministra Cartabia insiste che la riforma è passata in consiglio senza obiezione alcuna. Ribadisce che la proposta era stata oggetto di ampio confronto e discussione, e concordata con tutti. Ovviamente, le crediamo. Ma vorremmo proprio sapere con chi ha discusso e concordato. Come vorremmo sapere se chi ha votato in consiglio dei ministri aveva letto le carte. Che in Italia ci sia una giustizia troppo lenta non c'è dubbio alcuno. Bisogna intervenire. Ma come? Certo, una pressione viene dall'Europa, che però non chiede questa o quella soluzione tecnica, ma soltanto una giustizia più efficiente e rapida, come vogliamo tutti. Quindi la responsabilità del che fare rimane tutta presso la politica italiana.
E rimangono domande che fin qui non hanno avuto risposte adeguate. È vero o no che con la formulazione attuale della proposta un gran numero di processi andranno al macero? Quanti, e dove? È vero o no che il limite per i reati commessi prima del 2020 non regge? È vero o no che potrebbe comunque cadere in Corte costituzionale? È vero o no che numerose Corti di appello non sono in grado di reggere l'urto della riforma? Quali? È vero o no che non ci si può attendere risultati epocali da un ufficio del processo popolato di giovani alle prime armi da formare e per di più assunti a tempo determinato? È vero o no che, se pure contribuissero a smaltire l'arretrato, al termine del contratto quell'arretrato ricomincerebbe a crescere?
È vero o no che tale infausto esito si eviterebbe solo con progetti pronti e risorse immediatamente disponibili - che invece mancano - per il rafforzamento degli organici dei magistrati e del personale e per le strutture? È vero o no che una maggiore rapidità ed efficienza del processo penale richiederebbe un deciso intervento anche sulla capacità investigativa che ne è la premessa, in termini di personale qualificato e di disponibilità di tecnologie avanzate? Infine, è vero o no che si vuole insistere su norme di sicura incostituzionalità come l'indicazione con legge di priorità per l'azione penale da parte del pubblico ministero? Per il significato di principio e gli effetti potenziali, è un punto almeno grave quanto il contenuto disomogeneo dei decreti-legge, l'abuso di emendamenti e maxi-emendamenti e l'inserimento di norme non urgenti fortemente - e giustamente - censurati da Mattarella.
La magistratura ha mostrato qualche esitazione, probabilmente per il clima particolarmente sfavorevole determinato dalla vicenda Palamara, e ora confermato dall'attacco referendario. Ma da ultimo la sesta commissione del Consiglio superiore della magistratura ha dato sull'improcedibilità un parere fortemente negativo, che peraltro la Cartabia non aveva chiesto. La ministra chiede ora che il Csm si pronunci su tutti gli emendamenti. Il corto circuito con l'accelerazione posta dalla questione di fiducia potrebbe rendere impossibile il parere in tempo utile. Che sia o meno una mossa dilatoria della ministra conta poco. Il parere della sesta commissione rimane, e anche l'Associazione nazionale magistrati ha manifestato un fermo dissenso.
E la politica? La tentata riforma "epocale" di Berlusconi e Alfano nel 2011 - cui questa somiglia non poco - destò opposizioni ben più nette e decise. Così, aspettiamo di sapere quali sono le - piccole? - modifiche necessarie per il Pd. Come aspettiamo che sia sciolto il mistero M5S. E ci preoccupa molto che Conte sia di mestiere - per quel che sappiamo - un civilista. Potrà chiarire alla Cartabia che in grandissima parte i processi di mafia non hanno a che fare con l'ergastolo?
Comunque sia, sulle riforme un segno politico c'è sempre. E per quanto ci riguarda è decisiva la valutazione di Salvini. Si è da ultimo speso per l'assessore sceriffo di Voghera. Non dubitiamo che chiederebbe la più dura condanna per il poveraccio che rubasse per fame una mela al supermercato. Da par suo, sulla riforma ha dichiarato che non toccherebbe una parola.
Questa è una riforma di destra nata da una politica sotto anestesia per Covid e governo istituzionale.
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