Ansa, 28 marzo 2015
Dopo un primo anno di sperimentazione, arriva l'accordo definitivo tra la Garante regionale delle persone private della libertà personale, Desi Bruno, e il Centro di giustizia minorile dell'Emilia-Romagna, il Pratello di Bologna, per l'istituzione di uno "Sportello di informazione giuridica e consulenza extragiudiziale" all'interno della struttura. Lo sportello è dedicato sia alla consulenza sul diritto dell'immigrazione per le direzioni e operatori dei servizi minorili sia, soprattutto, "all'ascolto, informazione e orientamento per i minori e i giovani adulti collocati nell'area penale".
Alla fine del 2014, al Pratello erano stranieri 15 ristretti sui 21 complessivi. Come si legge nella convenzione, che ha una durata iniziale di due anni, "lo sportello diventa strumento fondamentale per la tutela dei diritti soggettivi dei minori anche in considerazione della complessità e della contraddittorietà che emerge tra i dettami della normative per la tutela, la protezione e i diritti dei minori e quella che regolamenta la presenza degli stranieri".
Un avvocato o esperto di diritto dell'immigrazione, individuato dalla Garante, offrirà infatti, oltre a un servizio di consulenza ai servizi minorili, supporto e consulenza ai giovani, principalmente di cittadinanza straniera, che "presentano difficoltà in materia di acquisizione o conservazione del permesso di soggiorno", "richiedono informazioni sulle modalità di acquisizione della cittadinanza italiana o dello status di apolidi", "intendono usufruire del rimpatrio assistito", "richiedono protezione internazionale, umanitaria, temporanea o sociale" o "per i quali non è stata avanzata alcuna richiesta di tutela".
Il comunicato della Garante regionale
Dopo un primo anno di sperimentazione, arriva l'accordo definitivo tra la Garante regionale delle persone private della libertà personale, Desi Bruno, e il Centro di giustizia minorile dell'Emilia-Romagna, il "Pratello" di Bologna, per l'istituzione di uno "Sportello di informazione giuridica e consulenza extragiudiziale" all'interno della struttura.
Lo sportello è dedicato sia "alla consulenza sul diritto dell'immigrazione per le direzioni e operatori dei servizi minorili" sia, soprattutto, "all'ascolto, informazione e orientamento per i minori e i giovani adulti collocati nell'area penale". Alla fine del 2014, al Pratello erano stranieri 15 ristretti sui 21 complessivi.
Come si legge nella convenzione, che ha una durata iniziale di due anni, "lo sportello diventa strumento fondamentale per la tutela dei diritti soggettivi dei minori anche in considerazione della complessità e della contraddittorietà che emerge tra i dettami della normative per la tutela, la protezione e i diritti dei minori e quella che regolamenta la presenza degli stranieri": un avvocato o esperto di diritto dell'immigrazione, individuato dalla Garante, offrirà infatti, oltre a un servizio di consulenza ai servizi minorili, supporto e consulenza ai giovani, principalmente di cittadinanza straniera, che "presentano difficoltà in materia di acquisizione o conservazione del permesso di soggiorno", "richiedono informazioni sulle modalità di acquisizione della cittadinanza italiana o dello status di apolidi", "intendono usufruire del rimpatrio assistito", "richiedono protezione internazionale, umanitaria, temporanea o sociale" o "per i quali non è stata avanzata alcuna richiesta di tutela". Sono diverse le modalità di intervento previste: si va dalle segnalazioni dei servizi minorili su casi che presentano particolari difficoltà alla richiesta scritta o verbale dei ragazzi, che possono rivolgersi sia alla direzione della struttura che direttamente alla Garante.
Ogni mese poi un avvocato esperto di diritto dell'immigrazione incontrerà gli operatori organizzati in equipe del trattamento per la valutazione dei casi segnalati, e sono in programma anche "incontri, convegni ed ogni altra iniziativa ritenuta idonea a favorire una informazione trasparente verso l'esterno per quanto riguarda la condizione dei minori collocati nelle strutture".
Desi Bruno si è detta "molto soddisfatta per il rinnovo di un accordo che già nel suo anno di sperimentazione ha portato a risultati importanti soprattutto per i giovani della struttura". Anche la dirigente del Centro giustizia minorile, Silvia Mei, ha espresso "la più viva soddisfazione per un protocollo che consente di utilizzare risorse importanti a vantaggio dei minori ristretti o seguiti dai servizi minorili della giustizia".
Ansa, 28 marzo 2015
"Acqua da tutte le parti, dal tetto e dal pavimento, recipienti e stracci in ogni angolo del carcere per tamponare le perdite di una struttura aperta di tutta fretta. Il filmato girato dentro il carcere è la rappresentazione più eloquente di quanto sta avvenendo dentro il carcere di Uta appena aperto e già in crisi. Piove dentro e gli agenti sono costretti a trasformarsi in ingegnosi raccoglitori d'acqua.
Lo scenario che si presenta nella struttura costata 95 milioni di euro è qualcosa di surreale", lo ha detto il deputato di Unidos Mauro Pili annunciando un'interrogazione parlamentare sulla situazione del carcere di Uta e pubblicando su Facebook le immagini di quanto sta avvenendo nel penitenziario. "In queste ultime settimane di pioggia la principale occupazione dentro la struttura è stata quella di tamponare l'avanzata delle perdite.
Le immagini che ho pubblicato - ha sottolineato Pili - sono solo una minima parte di quello che sta avvenendo dentro il carcere ma rappresentano in maniera eloquente il gravissimo disagio che stanno vivendo agenti e non solo nella struttura di Uta".
"È impensabile che nessuno paghi per questa situazione - ha concluso Pili -. È necessaria un'indagine urgente su una gestione che ogni giorno di più appare rivolta a nascondere quanto realmente accade in quella struttura piuttosto che a porvi rimedio".
Ansa, 28 marzo 2015
È iniziato oggi, nel Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), davanti al giudice monocratico Rosaria Dello Stritto, il processo a carico di 16 tra medici psichiatri e medici di guardia dell'Opg di Aversa, tra cui l'ex direttore sanitario Adolfo Ferraro, per i reati di maltrattamenti e sequestro di persona ai danni di 27 ex internati nella struttura. I fatti contestati sarebbero stati commessi tra il 2006 fino al gennaio 2011.
Uno degli imputati è deceduto un mese fa. Secondo la Procura di Santa Maria Capua Vetere (pm Federica D'Amoddio) le vittime - una ventina si sono costituite parti civili e sono assistite dall'avvocato Antonio Mirra - sarebbero state costrette dagli imputati a restare a letto per un periodo superiore a quello consentito, cioè 24 ore, e qualcuno sarebbe addirittura rimasto fermo nel letto, facendo i propri bisogni per un periodo di 12 giorni senza alcuna assistenza.
Le indagini sulle condizioni dei pazienti dell'Opg partirono nel gennaio 2011 dopo il suicidio di un detenuto, che si impiccò nella sua cella. La Procura fece sequestrare cartelle cliniche, documenti e foto. Proficuo per l'inchiesta giudiziaria fu anche lo scambio di informazioni con la Commissione d'inchiesta del Senato sul Servizio sanitario nazionale presieduta da Ignazio Marino, attuale sindaco di Roma, che all'Opg di Aversa inviò nello stesso periodo i Nas dei carabinieri. L'udienza di oggi è stata rinviata al 10 luglio prossimo per alcune irregolarità emerse nelle notifiche alle parti. L'Opg chiuderà per legge il 31 marzo.
Ristretti Orizzonti, 28 marzo 2015
A Conclusione del Progetto Libera-Mente Mamme svolto dall'associazione Solideando di Pescara grazie al contributo della Casa circondariale di Chieti, oggi 28 marzo 2015 ore 11:00 si svolgerà la festa conclusiva per mamme detenute e loro familiari.
L'Associazione Solideando di Pescara opera nel settore sociale e presta particolare attenzione nella presentazione di progetti formativi e di auto mutuo aiuto su problematiche sociali emergenziali (alcol-dipendenza, tossicodipendenza, minori, etc.).
L'Associazione ha proposto al Direttore della Casa Circondariale di Chieti, Dott.ssa Giuseppina Ruggero, e realizzato grazie alla disponibilità del Commissario Capo Valentino Di Bartolomeo e della dott.ssa Annamaria Raciti dell'area educativa, un progetto sulla genitorialità ("Libera-mente mamme") a favore di 12 detenute della sezione femminile, con l'obiettivo di approfondire il percorso di consapevolezza del ruolo genitoriale e garantire la cura delle relazioni familiari nonostante la condizione di detenzione.
Questo progetto è nato dalla convinzione che, anche in situazioni di disagio e limitazione dell'azione genitoriale, si può migliorare mettendosi in gioco in prima persona a livello di introspezione, introiezione del ruolo di madre, motivazione e progettualità educativa. I risultati attesi e raggiunti dall'azione, sono stati: prendersi cura del sé per prendersi cura dei figli, accrescere la consapevolezza dell'essere genitore in donne che vivono situazioni di restrizione fisica e imparare a saper leggere i bisogni e le esigenze dei propri figli migliorando la comunicazione e la relazione. Inoltre nel corso degli incontri i partecipanti sono riusciti a raggiungere un buon livello di empatia che ha permesso una notevole apertura introspettiva.
Il percorso "Libera-mente mamme" si è occupato della genitorialità attraverso 7 incontri tematici (1 a settimana), ciascuno dei quali ha toccato un tema diverso. Dopo l'esperienza di gruppo gli operatori hanno effettuato dei colloqui individuali per approfondire in maniera più introspettiva e personale le esperienze vissute in gruppo.
Inoltre il progetto ha previsto, in via sperimentale, 3 feste delle famiglie dove le detenute hanno potuto vivere con i propri familiari e sperimentare in un clima formale e de istituzionalizzato la relazione inter familiare. Gli incontri di gruppo hanno coinvolto attivamente le detenute in una dinamica di confronto e aiuto reciproco che ha consentito sia di estrinsecare le paure, le ansie e le difficoltà dell'essere genitori, sia di condividere consigli da poter poi praticare per essere migliori nel ruolo più difficile che esiste, quello di genitore.
Negli incontri sono state proposte delle esercitazioni pratiche e delle proiezioni video in relazione ai temi svolti e a conclusione del percorso, il 28 marzo 2015, verrà realizzata l' ultima festa della famiglia che consentirà un momento di socializzazione e condivisione comune tra genitori, figli e familiari i quali verranno intrattenuti con dei giochi di socializzazione, la visione di alcuni video che anticiperanno una discussione e riflessione finale sull'esperienza vissuta dalle detenute e dai loro familiari.
di Laura Perina
Verona Fedele, 28 marzo 2015
"Ri-genero" è un parto: si mette al mondo una nuova vita, passando dalla relazione. È una bella immagine per introdurre il progetto realizzato dall'associazione MicroCosmo onlus nella sezione femminile del carcere di Montorio, in occasione dell'Otto Marzo.
MicroCosmo promuove da anni la partecipazione delle donne detenute alle iniziative che riguardano la cultura di genere. Quest'anno ha attivato un laboratorio fotografico con l'artista Giovanna Magri, docente all'Accademia di Brescia, a cui hanno partecipato dieci detenute definitive, che hanno cioè terminato l'iter processuale e stanno scontando la pena. È stato sostenuto dalle organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil, dalla Consulta delle associazioni femminili e dall'assessorato alle Pari opportunità del Comune di Verona.
Durante la serata di condivisione, la responsabile di MicroCosmo Paola Tacchella ha spiegato che "Ri-genero" è stato concepito come un modello narrativo per immagini, dove fotografie e racconto rappresentano una rielaborazione: quella delle esperienze dolorose, a cui si può dare un senso. Durante le testimonianze, nella stanza-laboratorio le luci erano spente e le detenute, raccontandosi, illuminavano con una torcia i loro ritratti; perché ripensando ai momenti di crisi, hanno spiegato, tutte hanno elaborato la stessa immagine: buio. Il dolore, di per sé individuale, è qualcosa che sì impara a condividere e crea una relazione.
"Avevo vent'anni e una figlia di tre settimane. Ho subito una molestia e ho reagito. Ho preso 14 anni. Il periodo a Montorio è uno spazio nel quale prendermi cura di me, una forma di equilibrio", ha raccontato Jana, rumena, che uscirà di prigione fra cinque mesi. "Ho subito maltrattamenti fisici e verbali - ha continuato Sandra. Se ci ripenso mi viene la pelle d'oca. Non vedevo via d'uscita e mi domandavo come avessi fatto a finire in quella situazione. Ma quando ho deciso di prendere in mano la mia via, è bastato un attimo per rimettermi in piedi. È cominciata la mia rinascita, anche se non potrò mai cancellare quel momento".
"Quando è morto mio marito pensavo di non farcela. Avevo sei figli. Loro sono stati la mia forza"; "Sono giovane e questa è la mia prima vera crisi. La mia forza è mia mamma"; "Quando hanno ucciso mio fratello. Ce l'ho fatta per sostenere mia mamma", hanno spiegato altre. La forza della ripresa passa quasi sempre dalla maternità: essere importanti per qualcuno, trovare nella catena generazionale il proprio spazio.
Ecco perché "Ri-genero" è come un parto, dove quel "ri" ha a che fare con qualcosa che già esiste. "La popolazione carceraria è variegata, ma è bassissima la percentuale di chi delinque per arricchimento. Prima di considerare il carcere solo come un covo di delinquenti, dovremmo renderci conto che è Fatta di persone che già alla base hanno avuto meno opportunità", ha sottolineato Paola Tacchella. Il progetto è piaciuto molto alle donne detenute che hanno già chiesto alla direttrice del carcere Maria Grazia Bre-goli di poterlo replicare. Le premesse ci sono tutte, ha assicurato quest'ultima. Nel frattempo, si aspetta il via libera per far uscire la mostra dalla casa circondariale ed esporla in uno spazio cittadino da identificare.
di Alessandra Agrati
Il Tirreno, 28 marzo 2015
Prato, il protocollo di intesa, che coinvolge anche la casa circondariale, verrà firmato nei prossimi giorni e di fatto ufficializza una collaborazione che comunque è già attiva da qualche anno. Il teatro Metastasio produrrà una parte degli spettacoli organizzati da Teatro Metropopolare. all'interno del carcere della Dogaia e soprattutto investirà nella formazione delle figure professionali che ruotano intorno ad uno spettacolo, dai tecnici della luce, ai costumisti fino ai parrucchieri. Il protocollo di intesa, che coinvolge anche la casa circondariale, verrà firmato nei prossimi giorni e di fatto ufficializza una collaborazione che comunque è già attiva da qualche anno.
"Il nostro impegno - ha spiegato Edoardo Donatini responsabile settore innovazione- consisterà nel sostenere la compagnia con un supporto tecnico anche nella fase della produzione. Del resto il teatro vive nel territorio in cui opera e la Dogaia è una parte importante". L'attività teatrale all' interno del carcere è nata otto anni fa con un progetto di Teatro Metropopolare, guidato da Lidia Gionfrida. "Il nostro obiettivo - ha sottolineato - è di creare un'attività permanente e formativa per chi vuole fare teatro. Il progetto coinvolge ogni anno circa 70 detenuti che per poter recitare devono passare dei test molto selettivi. Con la convenzione che firmiamo trasformiamo il progetto in una vera e propria casa artistica, dove oltre a recitare si accolgono anche attori e cantanti".
L'attività di è sostenuta dalla Regione Toscana e dal comune di Prato. "Il carcere - ha sottolineato l'assessore alla cultura Simone Mangani - non è un luogo staccato dalla realtà cittadina, per questo la convenzione che verrà firmata potrà essere utilizzata come modello. L'amministrazione continuerà a mantenere aperto il canale con il carcere, organizzando anche concerti all' interno delle mura della Dogaia".
L'impegno dell' amministrazione non riguarda solo l'aspetto culturale, ma anche quello sociale. "Nonostante le ristrettezze economiche - ha spiegato Luigi Biancalani assessore al sociale - cercheremo di mantenere i servizi presenti come la collaborazione con le associazioni sportive, la ricerca di un alloggio temporaneo per chi ha terminato di scontare la pena, il servizio di mediazione e quello di borse lavoro che partirà a breve".
La presidente del consiglio comunale Ilaria Santi ha promesso ai detenuti che "pungolerò i vari assessorati affinché mantengano quello che hanno promesso". L'accordo firmato è stato possibile soprattutto grazie alla direzione carceraria. "Il protocollo che avrà validità di quattro anni tacitamente rinnovabili - ha sottolineato il direttore Vincenzo Tedeschi - formalizza un percorso già in essere che è molto importante per i detenuti".
di Piero Ghetti
www.forlitoday.it, 28 marzo 2015
Ci saranno anche le tradizionali colombe pasquali, donate dai dipendenti della Banca di Forlì Credito Cooperativo di Forlì. La stessa Radio Maria farà avere radioline transistor, corone del Rosario, libri ed opuscoli a tutti i residenti della Casa Circondariale.
Domenica delle Palme all'insegna di radio Maria. Alle 10.30 il network cattolico Radio Maria, presente in 62 paesi al mondo con 19 radio nelle Americhe, 21 in Europa, 18 in Africa, 3 in Asia e 1 in Oceania, più 7 radio per le minoranze linguistiche e un gemellaggio in Libano, trasmetterà la "Santa Messa delle Palme" dalla Casa Circondariale di Forlì. Per il 18° anno consecutivo, la diretta consentirà alla popolazione carceraria, composta da circa 120 detenuti, fra cui una ventina di donne, di riunirsi eccezionalmente in un'unica assemblea e di "evadere" per un'ora dalle restrizioni della prigione.
La funzione, rievocazione dell'ingresso festante di Gesù Cristo a Gerusalemme e avvio formale della Settimana Santa, sarà presieduta dal cappellano del penitenziario don Enzo Zannoni e animata dal Coro Città di Forlì diretto da Nella Servadei Cioja. Nell'omelia, il sacerdote, che è anche assistente della comunità forlivese di Comunione e Liberazione, illustrerà brevemente la realtà carceraria locale. Durante la messa, i detenuti riceveranno il tradizionale rametto d'ulivo in segno di riappacificazione con la società civile. Alcuni leggeranno le sacre letture della "Passione di Nostro Signore Gesù Cristo", mentre una giovane divulgherà l'augurio pasquale inviato dalle monache Clarisse del Monastero Corpus Domini di Forlì.
Nonostante la crisi, persiste l'encomiabile impegno di 13 ristoratori forlivesi, che doneranno il pranzo a tutte le persone detenute in via della Rocca. Alcuni volontari porteranno in via della Rocca, ancora calde e rigorosamente tagliate a spicchi, circa 150 pizze raccolte la sera precedente dai ristoranti Al Duomo, da Gusto, Del Corso, Fofò, Il Fienile, L'Aquilone, Le Macine, Le Querce, Le Terrazze, Los Locos, Lo Spizzico, Muffaffè e Peter Pan. Andando incontro ai carcerati di religione islamica, alcuni pizzaioli hanno acconsentito di escludere dai loro prodotti la carne di maiale. Ci saranno anche le tradizionali colombe pasquali, donate dai dipendenti della Banca di Forlì Credito Cooperativo di Forlì. La stessa Radio Maria farà avere radioline transistor, corone del Rosario, libri ed opuscoli a tutti i residenti della Casa Circondariale.
di Aldo Grasso
Corriere della Sera, 28 marzo 2015
"Mala Vita" è un corto di Angelo Licata e interpretato da Luca Argentero (nel panni di Antonio) e da Francesco Montanari (Rocco, boss della camorra). È una storia di vita carceraria liberamente ispirata al racconto Pure in galera ha da passà 'a nuttata di Giuseppe Rampello, incluso nell'omonima raccolta (Mala Vita) edita da Rai-Eri.
L'idea di produrre questo corto nasce dal Premio letterario "Goliarda Sapienza - Racconti dal Carcere", rivolto ai detenuti nelle carceri italiane. Come si dice in questi casi, "la pellicola nasce da un progetto di grande interesse socio-culturale" ed è stata realizzata con il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ricevendo una menzione speciale da parte del Sindacato nazionale giornalisti cinematografici al Cortinametraggio 2015.
E poi questo è il primo vero progetto multi piattaforma della Rai, il primo di una lunga serie voluta da Pino Corrias ed Eleonora Andreatta, direttore Rai Fiction, che hanno annunciato la produzione di un corto all'anno: il prossimo si focalizzerà sulla giornata di libertà di una detenuta in un carcere femminile, con la regia di Anna Negri e la sceneggiatura di Monica Rametta. La storia racconta la discesa "agli inferi" di Antonio, uno Zelig capace di adattarsi e assecondare anche linguisticamente i suoi interlocutori; ma il giochino non gli riesce con Rocco, che gli renderà ancora più dura la vita dietro le sbarre.
Ecco, ma se il progetto è così importante, e se n'è occupato persino Pino Corrias, che credevamo disperso, se alla presentazione è intervenuto nientemeno che il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, perché poi buttarlo via così, su Rai3, tra un film di Albanese e la serie "Scandal"? Questi prodotti hanno senso se si costruisce attorno a loro una cornice, se c'è un minimo di promozione, se si elimina l'effetto "tappabuchi". Le tv digitali non insegnano nulla?
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 28 marzo 2015
Dopo la "Mos Maiorum" è in arrivo un'altra operazione di polizia europea contro immigrati. L'operazione si chiama "Amber Light 2015" e si tratta di una nuova operazione di polizia europea per la lotta all'immigrazione irregolare coordinata questa volta dalla presidenza lettone dell'Ue - ma sempre in collaborazione con l'agenzia per il controllo delle frontiere esterne Frontex - e che vedrà il coinvolgimento volontario sia dei ventotto Stati membri che dei paesi dell'area Schengen.
Ad aprile, in pratica, ci saranno controlli intensificati negli aeroporti per cercare i cosiddetti "overstayers", cioè quelle persone (turisti, studenti o lavoratori in viaggio per affari) che originariamente disponevano di un visto legale per risiedere per un certo periodo di tempo nell'Unione europea ma che, una volta scaduto tale visto, non hanno lasciato il territorio dell'Ue. I controlli, secondo quanto si legge su un documento riservato svelato dalla ong Statewatch, si concentreranno non solo negli aeroporti, ma se la maggioranza degli stati coinvolti lo richiederà potranno essere estesi anche ai confini marittimi e terrestri. Il periodo scelto è tra il 1 e il 14 aprile, a ridosso della Pasqua, quando dovrebbero intensificarsi le partenze, ma nel documento è prevista anche, in alternativa, una finestra tra il 18 e il 30 aprile.
Ufficialmente, Amber Light dovrebbe servire solo a raccogliere dati sull'entità del fenomeno degli overstayers, sulle loro "rotte" per aggirare i controlli, e sull'utilizzo di documenti falsi, ma è prevedibile che per chi verrà sorpreso, ad esempio in un aeroporto italiano, scatteranno le sanzioni. A cominciare da un'espulsione che gli impedirà di rientrare regolarmente nell'Ue per i prossimi anni. Sembra insomma che, almeno nella sua fase iniziale, Amber Light 2015 dovrà colmare un gap di dati riguardo gli overstayers, di cui non dispone o dispone solo parzialmente l'agenzia Frontex. Nel lungo termine poi, l'operazione sarà utile anche per armonizzare le sanzioni negli Stati membri dell'Unione europea e nei paesi che fanno parte dell'area Schengen, così da punire in maniera uniforme le violazioni commesse da chi continua a soggiornare nel territorio di tali paesi pur avendo il visto scaduto.
Le informazioni che verranno raccolte dai paesi partecipanti e trasmesse al coordinamento dell'operazione saranno dettagli riguardanti l'identificazione (data, ora e luogo); informazioni sul cittadino di paesi terzi identificato: nazionalità, età, genere e periodo di soggiorno illegale nello Stato membro (fino a una settimana, fino a un mese, fino a un anno o più a lungo); modus operandi: se i cittadini di paesi terzi cercano di nascondere il fatto che il loro visto sia scaduto con l'utilizzo di documenti falsi, falsificati o rubati: itinerario percorso: se i cittadini di paesi terzi privi di visto cercano di lasciare il paese in cui hanno soggiornato illegalmente o se cercano di partire da un altro paese in modo da nascondere il loro soggiorno illegale o comunque da renderne più difficile l'identificazione; ulteriori procedure o sanzioni applicate al cittadino di paesi terzi fermato da parte dello Stato membro da cui cerca di partire. Frontex fornirà supporto mettendo a disposizione la modulistica per raccogliere le suddette informazioni e un sistema per la valutazione di impatto dell'operazione.
Amber Light sembrerebbe l'esatta fotocopia dell'altra operazione europea congiunta contro gli irregolari: la Mos Maiorum che si è svolta lo scorso ottobre. Ricordiamo che quest'ultima operazione poliziesca europea capitanata dall'Italia, avvenuta nelle due settimane dell'ottobre scorso, ha provocato ben 19000 arresti. La maggior parte degli arrestati sono immigrati clandestini che non hanno commesso nessun reato. A denunciarlo è stata sempre l'ong umanitaria londinese Statewatch. Secondo l'associazione, che ha messo a confronto i report finali delle ultime operazioni, il numero dei fermati è raddoppiato rispetto alla precedente operazione Perkunas (10.459 fermi in due settimane), e addirittura quadruplicato in confronto all'operazione del 2012, Aphrodite (5.298 fermi in due settimane). Proprio nel report finale dell'operazione Mos Maiorum, redatto dal Consiglio d'Europa, si evidenzia che "i cittadini siriani sono stati quelli maggiormente identificati (5088 persone), seguiti da afghani (1466 persone), serbi (in particolare kosovari, 1196) ed eritrei".
Poco più di 11mila le richieste di protezione internazionale presentate dopo l'intercettazione dagli stranieri controllati. Il report non esplicita invece, esattamente come i documenti relativi alle precedenti operazioni, il numero degli agenti coinvolti. Piuttosto, sottolinea che "per motivi sconosciuti Mos Maiorum ha catturato l'attenzione dei mass media, che hanno etichettato l'operazione come un'azione finalizzata all'arresto dei migranti, nonostante gli obiettivi fossero l'individuazione di reti criminali coinvolte nel favoreggiamento dell'immigrazione irregolare e il monitoraggio dei percorsi usati dai trafficanti. Un obiettivo raggiunto, visto che sono stati fermati 257 trafficanti", si legge sempre nel report. Il dato parla da solo: sui 19000 arrestati, chi ha commesso reati sono solo 257. Del resto, lo stesso Statewatch sottolinea che nel documento di avvio dell'operazione di polizia uno degli obiettivi dichiarati era proprio "arrestare i migranti irregolari".
di Tommaso Fregatti
Ansa, 28 marzo 2015
C'è la recitazione, incessante, del Corano (dalla mattina alla sera) qualche lamentela per i pasti serviti dalla mensa del carcere "voglio andare via, qui si mangia davvero male" o per il telefilm trasmesso dalla tv italiana: "Questa serie è brutta e noiosa".
I protagonisti sono Idris, Habi, Labib ed Abdall, i quatto "leader" (come amano chiamarsi) degli scafisti arrestati dalla squadra mobile di Genova nel luglio scorso con l'accusa di essere alla guida del barcone naufragato al largo di Capo Passero (Siracusa) con 106 migranti a bordo. Non c'è pentimento nelle loro parole, intercettate dalla polizia, anzi. Essere scafisti è una cosa di cui andare fieri. Al punto da insegnare ai colleghi di cella (rigorosamente nordafricani) le regole e i segreti di questo lavoro.
"È semplice, si guadagna molto bene e soprattutto c'è sempre tanto, tanto lavoro in Egitto". Idris e gli altri non sanno che la squadra mobile su mandato dei sostituti procuratori della Dda di Genova Federico Panichi e Federico Manotti registra tutto quanto. Ha piazzato delle cimici nelle celle e quelle conversazioni saranno la "prova" regina del loro coinvolgimento come scafisti (per sfuggire all'arresto, infatti, si erano mescolati ai migranti e le fonti di prova sono le sole accuse di alcuni passeggeri).
I quattro raccontano di come il mestiere di scafista sia una fonte di reddito incredibile: "Sai quanto ha guadagnato il proprietario della barca? - dice Hassan ad un compagno di cella - 8 milioni di lire egiziane? (circa 800 mila euro)".
Chi organizza i viaggi viene descritto come un mito, un'icona: "Il giro d'affari in Egitto è gestito da Samir B. - racconta Idris - è un mito, perché paga tutti e bene. Ma lo fa perché ci guadagna. Ha un sacco di soldi, 30 anni e porta i baffi: un vero capo". Il sogno è quello di aprire una gelateria nel centro di Alessandria D'Egitto: "Appena esco dal carcere - sottolinea Labib - vado a farmi dare i miei soldi. E investo tutto in una gelateria. Dovrebbero bastare 100 mila lire egiziane (10 mila euro) per aprirla".
I quattro poi raccontano ai compagni di cella la propria avventura e spiegano i segreti del mestiere: "I controlli? Non ti preoccupare, in Egitto non spara nessuno - dice Hassan - si parte alle 2 o a mezzanotte, prendiamo la Fluka (piccolo gommone, ndr) si caricano dieci persone per volta e si trasbordano sulla barca più grossa. Se fai così è perfetto, nessuno ti prende se fai così". I controlli sono rari: "La polizia qualche volta va sulla spiaggia con i cammelli. Sono per la sorveglianza. Ma si possono corrompere con dei soldi?".
C'è tantissima gente che vuole partire dall'Egitto verso l'Italia: "I clienti migliori sono i siriani - dice Labib - loro hanno la certezza di non essere rispediti indietro e pagano fino a 5 mila dollari". Altra lezione, il cellulare satellitare: "Devi sempre usare quello per telefonare, non il tuo privato - dice Habi - quando poi arriva la guardia costiera lo butti in mare!".
C'è poi il vanto per la traversata per cui sono dietro le sbarre: "Nessuno è mai arrivato fino il Liguria, nel nostro paese quando torniamo ci cercheranno tutti per questo lavoro" e la descrizione del viaggio appena fatto: "Abbiamo rischiato grosso - dicono - la barca aveva un problema meccanico e con il mare grosso non saremmo riusciti a controllarla.
Dobbiamo ringraziare Allah". Sul barcone c'è anche tempo per fare amicizia: "A quelli che durante il viaggio erano più simpatici - racconta Idris - ho chiesto il nome e chiedo l'amicizia su Facebook...". Per i quattro la procura ha chiesto il rinvio a giudizio sono indagati per associazione per delinquere finalizzata all'introduzione illegale di extracomunitari in territorio italiano, trasporto illegale e false generalità.
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