di Susanna Ripamonti
huffingtonpost.it, 7 maggio 2019
Proprio in questi giorni, nella casa di reclusione di Milano-Bollate, si è celebrato il matrimonio tra due giovani che si sono conosciuti dietro alle sbarre. Non è la prima volta che succede, i matrimoni in carcere sono abbastanza frequenti e da quando la legge lo consente si celebrano anche unioni civili tra coppie gay: a Bollate è successo già due volte dall'inizio dell'anno. Si tratta di matrimoni "bianchi", che escludono la possibilità di rapporti sessuali, perché le rigide leggi del carcere, che impongono la castità ai detenuti, non ammettono deroghe neppure in queste circostanze.
di Amedeo La Mattina
La Stampa, 7 maggio 2019
Il vicepremier chiederà un rinvio della decisione in Cdm, ma Conte considera già chiuso il caso. La Lega non fa cadere il governo, ma Giorgetti avvisa: "Ora autonomia e flat tax o salta tutto". Matteo Salvini chiederà un rinvio della decisione ma Giuseppe Conte considera già chiuso il caso di Armando Siri. Al Consiglio dei Ministri di domani non ci sarà una conta.
Il premier comunicherà la sua volontà di revocare l'incarico al sottosegretario leghista. "Vedrete - ha detto ai giornalisti - mercoledì mattina troveremo una soluzione e si ricomporrà tutto. Non succederà nulla di così clamoroso. Il percorso è stato molto chiaro, molto trasparente e quindi non ci può essere nessuna sorpresa".
L'ottimismo del premier è di maniera perché sa che sul suo ruolo rimarrà una macchia: per i leghisti Conte si è schierato con i 5 Stelle, non è più super partes, un arbitro. Ma lo stesso presidente del Consiglio spiega di non avere mai accettato di fare l'arbitro, "ma di fare il premier, che è concetto ben diverso". In sostanza, un premier che decide sulla base delle sue convinzioni. Per la Lega invece si è piegato al diktat di Luigi Di Maio e alle esigenze della campagna elettorale di M5S. Ma cosa farà Matteo Salvini e gli altri ministri del Carroccio?
Andranno al Consiglio dei ministri per esprimere il loro dissenso, ma alla fine prenderanno atto della decisione del premier, aprendo una fase di conflittualità serrata sulle questioni economiche, sullo sblocca-cantieri, sull'autonomia regionale, la riduzione delle tasse a famiglie e imprese. "I giornalisti mi dicono: "mercoledì c'è un consiglio dei ministri sulle dimissioni di Tizio di Caio".
Quello mi interessa poco, per me mercoledì è una giornata importante perché vengono al Ministero dell'Interno le principali comunità di recupero dei tossicodipendenti perché voglio una legge che metta in galera gli spacciatori il giorno in cui vengono beccati". Ma Salvini non si limiterà ad ascoltare. Dirà che la decisione presa da Conte non è stata concordata, discussa, è unilaterale. Non c'è stata nemmeno l'accortezza di aspettare che Siri incontrasse i magistrati. Insomma, nemmeno l'onore delle armi.
Conte e Di Maio fanno un altro ragionamento: dicono che comunque del sottosegretario non si fidano più perché aveva spinto su un emendamento per favorire non l'interesse generale ma quello di un imprenditore, Paolo Arata, in società con Vito Nicastri, accusato di essere vicino alla mafia. Salvini però insisterà, chiederà di rinviare la decisione, di attendere l'incontro di Siri con i magistrati, ben sapendo che un rinvio verrà concesso.
Intanto, non ha chiesto a Siri di dimettersi, almeno fino a ieri. Nella Lega finora tutti escludono che possa chiederglielo per evitare di arrivare al Consiglio dei ministri con una situazione di stallo. In ogni caso, il ministro dell'Interno non aprirà una crisi di governo sul caso Siri. "Il governo va avanti - avverte Giancarlo Giorgetti - se sarà in grado di fare bene le cose che abbiamo promesso di fare. Il governo è a rischio se non fa le cose che ha promesso di fare. Dobbiamo confrontarci con gli alleati su quanto ancora c'è da fare", aggiunge Giorgetti, mettendo al primo posto l'autonomia regionale. "Su questo punto e sull'introduzione della flat tax occorre andare avanti".
Ma c'è un aspetto che comincia a venire evidenziato dalla Lega. Una volta preso atto della decisione di Giuseppe Conte e di Luigi Di Maio, emergerà l'anima "giustizialista" dei 5 Stelle. Siri sarà innalzato al ruolo della vittima e Salvini potrà mandare al suo elettorato lo stesso messaggio che in passato mandava Silvio Berlusconi agli elettori del centrodestra quando era lui sulla graticola della giustizia. Lo stesso elettorato che più lo attaccavano e più votava il leader di Forza Italia. Hanno forse questo senso le parole di Giorgetti che parla di "evidente clima persecutorio nei confronti di Siri".
Al sottosegretario viene pure contestato un mutuo, ricorda Salvini: "Allora è un reato che stanno compiendo milioni di italiani. Io sono tranquillo, possono aprire tutte le inchieste che vogliono". Poi il capo della Lega aggiunge che "i processi sono troppo lunghi, bisogna cambiare". "Ed io penso che anche i giudici come tutti i lavoratori se sbagliano devono pagare", afferma Salvini durante il comizio in piazza Portanova a Salerno. Messaggi chiari e una vittima sacrificale come Siri gli fa pure comodo.
di Paolo Mancuso
La Repubblica, 7 maggio 2019
"Belve" tuona il cardinale Sepe, ai killer di piazza Nazionale; "medioevo della sicurezza" definisce la situazione napoletana il procuratore nazionale antimafia Cafiero de Raho; "è una guerra", è l'analisi di Isaia Sales: tre persone che sanno quello che dicono, che conoscono Napoli, la sua antropologia, la sua criminalità, la sua condizione umana. Ma allora, se di guerra si tratta, se dall'altra parte c'è un vero e proprio nemico, sappiamo tutti che al fronte si possono decidere le battaglie, ma non è lì che si decidono le sorti di una guerra.
Le sorti di una guerra le decidono le retrovie: la capacità produttiva del Paese, lo spirito del suo popolo, la fiducia nella sua classe dirigente, la saggezza del suo governo. E allora, fuor di metafora, ben vengano più poliziotti, (non più esercito, per l'amor di Dio: mi domando cosa avverrà quando un soldato vedrà una scena come quella di piazza Nazionale: sparerà fra la folla? Rimarrà inerte? O quando un ragazzotto, arma in pugno, attratto da quella di un soldato... ma lasciamo stare).
Ben vengano telecamere, moderne tecnologie di controllo, interventi di attacco sperimentati in altri tempi, quali quelli delle perquisizioni "di caseggiato", invocati sempre da Cafiero. Serviranno ai magistrati, alle squadre mobili della polizia, ai nuclei investigativi dei carabinieri e della Finanza per migliorare la loro già straordinaria capacità d'intervento, dimostrata dai fermi che hanno già fatto seguito, dopo pochi giorni, alle sparatorie di piazza Plebiscito o di San Giovanni. Ma ormai lo sappiamo, non è lì che si vince la guerra.
E il primo a non capirlo è proprio il nostro ineffabile ministro dell'Interno quando, dopo il grave ferimento della piccola Noemi, afferma "sto pregando per la bimba napoletana che è finita dove non doveva. I camorristi si ammazzino tra di loro senza rompere le palle alle persone che non c'entrano". A prescindere dalla considerazione che la bimba era esattamente dove "doveva" essere, cioè in un piccolo parco giochi a due passi dal cuore della Giustizia napoletana, il suo esibito cinismo porta Salvini fuori strada, quando fa intendere che ci possano essere morti "buoni" e morti "cattivi".
Intendiamoci, possono esserci, e ci sono, persone innocenti colpite per errore o per vendetta, e le ricordiamo con dolore e commozione, una per una, E ci possono essere, e ci sono, criminali colpiti per vendetta o per "farsi largo". Ma non possiamo non pensare che ogni morte è una tragedia: possiamo avere graduatorie istintive nel nostro cuore, ma la nostra mente deve tenere presente questo: che ogni morte è una tragedia.
Non possiamo ignorare che ogni morte "colpevole" porta con sé una striscia di sangue che significa la miseria di una famiglia, figli che crescono con il desiderio della vendetta ed il mito della violenza, degrado civile, rivalità per prendere il posto lasciato vacante da chi è caduto, e così via. Il sangue chiama sangue. Ferito un suo gregario, forse che il clan Rinaldi non avrà la forza di rimpiazzarlo, ed a sua volta andare ad aggredire quello dei Mazzarella, in un gioco antico e perverso, cui farà seguito la faccia pulita e severa della repressione?
Ma non è così, lo diciamo da tempo, magistrati, forze dell'ordine, intellettuali, preti, insegnanti, non è così che si vince la guerra: il lavoro da fare è nelle retrovie. Più difficile, molto più difficile, occorrerà spiegarlo alla rozzezza delle parole di quel nostro ministro, ma anche all'inerzia, alla passività, all'inconcludenza dei nostri governanti.
Il lavoro da fare è altro: è nelle nostre strade, dove deve ricostruirsi un clima di rispetto delle regole ormai desueto, nei nostri ospedali, dove devono ricostruirsi rapporti di fiducie fra paziente e medico, nelle nostre istituzioni, dove chi ha la responsabilità dei territori (Comune, Città metropolitana o Regione che sia) ha il dovere di unire le proprie forze e mostrare ai cittadini un'azione connessa, efficace e coerente, ma soprattutto nelle nostre scuole, dove va curata la disaffezione e l'abbandono dei giovani, e dove i nostri insegnanti devo sentire accanto a loro la fiducia e la vicinanza nostra, di tutti i cittadini, nel lavoro duro e coraggioso che svolgono quotidianamente.
Una fiducia ed una vicinanza che si dovranno esprimere, da domani ancor più di oggi, non solo a parole, ma con azioni di volontariato, di partecipazione, di collaborazione a tutte ed a ciascuna delle iniziative che i nostri insegnanti, tanto più nelle "aree di frontiera", mettono ogni giorno in campo. E con il riconoscimento sociale e politico del loro ruolo e di quello della cultura: di quella cultura, e in questo caso della cultura della legalità, che essi sono chiamati a rappresentare ed a trasmettere ai giovani. Sola azione decisiva per vincere "la guerra".
di Antonio Mattone
Il Mattino, 7 maggio 2019
Mentre la piccola Noemi lotta tra la vita e la morte, la città torna alla sua normalità ancora frastornata dalla terribile sparatoria di piazza Nazionale. L'ennesimo evento tragico che ha colpito la vita fragile di un minore, conferma una bruciante verità: a Napoli l'infanzia è violata. Ancora una volta, e nulla lascia presagire che non accadrà più.
E nel momento in cui e vengono riposti gli striscioni della manifestazione di domenica mattina per tornare alla vita di tutti i giorni, va ricordato che l'inferno di fuoco che si è abbattuto venerdì in una strada del centro è solo la punta di un iceberg, al di sotto del quale c'è una violenza diffusa ma ci sono anche una serie di intrecci e attività criminali presenti in molti quartieri e ambiti cittadini.
Un sottobosco di trame, di piccole e grandi connivenze e di omissioni che danno linfa e prestigio alla malavita e che riguardano cittadini e istituzioni.
Sappiamo che il controllo del territorio viene esercitato attraverso attività illecite come il racket o il parcheggio abusivo a cui si rivolgono molti automobilisti per posteggiare la propria vettura. Ci sono delle zone che sono delle vere e proprie enclave dove non è possibile sostare senza pagare il pizzo. E sappiamo che alcune di queste piazze godono della più totale impunità. I vigili urbani non si vedono mai, sono un vero miraggio. Bisogna dire con chiarezza che sottostare ai parcheggiatori illegali equivale a finanziare e sostenere la malavita.
Così come ci sono gli appartamenti occupati abusivamente dalle famiglie camorriste, se non addirittura dati in affitto da enti morali. Una commistione tra legale e illegale che permette ai clan di accreditarsi e di imporsi sotto gli occhi di tutti e che tanti fanno finta di non vedere.
E poi ci sono le grandi corruttele, le infiltrazioni mafiose nelle aziende e nelle istituzioni. Solo un mese fa il Procuratore capo Gianni Melillo lanciava l'allarme della presenza di fiduciari dei clan nelle imprese. Un tema assente nel dibattito pubblico che varrebbe la pena di approfondire. Le dichiarazioni del ministro degli Interni Matteo Salvini sul trend positivo dei dati sulla sicurezza destano sconcerto dopo gli avvenimenti che stanno insanguinando la città. "È stato come curare un ferita da arma da guerra" ha detto il medico che ha operato la bambina. Vogliamo comprendere che questa escalation di violenza non risparmia gli innocenti come avviene in una guerra?
Forse ha ragione il Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho quando dice che "per la politica la camorra non è una priorità".
L'encomiabile opera delle forze dell'ordine non basta per debellare i clan, né serve qualche poliziotto in più per rivoltare la città e per stanare i malavitosi.
Ma c'è stato un altro fatto che è emerso durante la manifestazione di domenica. Il figlio di un boss ha preso le distanze dal padre in modo pubblico con una chiarezza esemplare. Un fatto nuovo che viene da un giovane e che può rappresentare una inaspettata iniezione di speranza, una presa di posizione che ha spiazzato un po' tutti. Un gesto che può avere una grande valenza sia sui figli degli altri camorristi che sui giovani della città.
Questo gesto ha bisogno di essere sostenuto non solo esprimendo una sacrosanta indignazione nelle manifestazioni, ma richiede scelte quotidiane di altrettanta presa di distanza dal malaffare, quello piccolo e quello grande. C'è bisogno di una ribellione morale dal basso che stani quella zona grigia apparentemente innocua ma che crea più danni di quanto possiamo pensare, perché entra nelle pieghe e nella mentalità del vivere di tutti i giorni.
Una città che si indigna ma che poi accetta tante situazioni che possono sembrare normali ma che invece sono impastate di illegalità,è una comunità complice, che tentenna e cede ai suoi rituali più meschini. Il killer ripreso dalle videocamere di sorveglianza appare goffo, insicuro, non esperto nel maneggiare la pistola, eppure capace di seminare violenza e terrore. Forse l'agguato non è stato causato da motivi legati alla lotta tra i clan, ma da vicende personali. Saranno le indagini a chiarirlo. Tuttavia a Napoli bisogna dire con chiarezza che esiste una emergenza criminalità che va affrontata.
Nei frammenti del filmato si intravede anche la piccola Noemi, che distesa in un angolo della strada alza il braccio per due volte, mentre chi gli ha sparato le passa accanto senza preoccuparsi minimamente di lei. Quella mano per terra che chiede aiuto è stata raccolta da un giovane coraggioso che non vuole rassegnarsi alla violenza. Neanche a quella della sua famiglia. E ci spinge a lottare perché ai bambini di Napoli non venga più rubata l'infanzia.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 7 maggio 2019
Come nel caso del giovane che ha manifestato a Napoli sono molti gli eredi di famiglie malavitose che rinnegano i clan. Francesca ha 28 anni e suo padre lo hanno portato via da casa che lei ne aveva uno. "Sono figlia di un ergastolano - dice - e come sono cambiata io anno dopo anno così è cambiato lui. I nostri padri cambiano perché noi figli ci abbiamo messo la faccia".
di Gaetano Azzariti
Il Manifesto, 7 maggio 2019
Su legittima difesa o diritti degli stranieri, le istituzioni di garanzia fanno sentire la loro voce. Mancano soggetti politici attivi in grado di ribaltare egemonie culturali diffuse. Per cambiare il merito delle politiche securitarie, non possiamo confidare sulle decisioni dei giudici o sui moniti del Presidente della Repubblica. Le istituzioni di garanzia fanno sentire la loro voce. Il Presidente della Repubblica promulgando con riserva la legge sulla legittima difesa, i giudici ordinari facendo venir meno il divieto di iscrizione all'anagrafe per gli stranieri. Entrambi in difesa della superiore legalità costituzionale.
di Ketty Volpe
articolo21.org, 7 maggio 2019
La cella è un luogo desolante. Degradato. Ha odore acre che resta pregno su pelle, abiti e capelli. Si tira su con le narici, anche quando si vien fuori dalla galera. Nella cella le peggiori ore della vita. Si fa quasi tutto lì. Si mangia, si dorme, si cucina, si usa il water, si scrive, si sogna, si racconta di sé, si lava la biancheria, si guarda la tivvù, si ascolta la radio, si gioca a carte, si prepara il caffè, si ricorda, si fa finta di vivere, si vegeta.
di Alfredo Mantovano
Il Foglio, 7 maggio 2019
Il caso Noemi ricorda che nella lotta contro il crimine i guai dipendono dai tempi lunghi fra reato e avvio della repressione. La cronaca di ieri ci riporta ancora notizie drammatiche sulla piccola Noemi, la bambina di 4 anni ancora in prognosi riservata ferita per errore qualche giorno fa in un agguato di camorra nel centro di Napoli.
Sul tema del contrasto alla camorra ci sarebbero molte cose da dire. Limitiamo le considerazioni al profilo del contrasto. Non perché le iniziative di prevenzione non siano importanti; anzi, sono decisive. È che però una situazione come quella di Napoli esige una radicale bonifica dai personaggi più pericolosi.
Napoli ha svariati problemi quanto a repressione penale. Il principale - non esclusivo del capoluogo campano, ma lì fortemente condizionante - è la gran quantità di criminali a piede libero, benché individuati come presunti autori di gravi delitti. Come mai?
Quando la polizia giudiziaria conclude una indagine e deposita l'informativa contenente la richiesta all'autorità giudiziaria di emettere ordinanze di custodia cautelare, già è trascorso un certo tempo rispetto al fatto illecito che l'ha originata: un tempo tanto più lungo quanto più l'indagine è stata difficile e complessa. Dal deposito dell'informativa al momento in cui il pubblico ministero presenta al Gip la richiesta del provvedimento restrittivo trascorre altro tempo, mediamente da uno a due anni. Dal momento della richiesta del P.M. al momento dell'ordinanza del Gip si aggiunge un ulteriore segmento temporale, spesso prossimo ai due anni. Tirando semplici somme aritmetiche, che cosa significa?
Che, anche a fronte di un crimine serio, i suoi responsabili possono restare in circolazione indisturbati fino a cinque anni. E non è detto che alla fine l'ordinanza venga emessa: se le esigenze cautelari che motivano la custodia in carcere si fondano sul rischio di ripetizione di reati della stessa specie, uno degli elementi di valutazione previsto dal codice di procedura è la distanza temporale dal fatto; non è così semplice motivare sul pericolo di tornare a commettere i medesimi delitti quando il reato per il quale si procede risale a un lustro prima. Finora ho parlato della fase cautelare: il giudizio vero e proprio ha tempi ordinari ancora più lunghi prima di giungere alla sentenza definitiva.
Nelle more scadono i termini di custodia cautelare e gli imputati tornano in libertà, benché magari processati e condannati per omicidio o per associazione camorristica, o per entrambi: se gravitano nell'area della camorra è facile immaginare che cosa riprendano a fare, una volta usciti dal carcere. Chi ha responsabilità di governo, nazionale e del territorio, e di esercizio della giurisdizione a Napoli non può eludere questo nodo. Che non è nuovo, ma che non si risolve da solo. Intervistato domenica scorsa da Repubblica, il Procuratore nazionale antimafia Cafiero de Raho, che ben conosce Napoli per essere stato lì per anni Procuratore della Repubblica aggiunto, ha proposto una riedizione del c.d. modello Caserta: alla fine del 2008, a fronte dell'esplosione criminale nell'area del Casalese, fu istituito un tavolo che per due-tre anni si è riunito con cadenza mensile nella prefettura di Caserta, composto dal ministro dell'Interno - all'epoca Roberto Maroni, che affiancavo o all'occorrenza sostituivo essendo sottosegretario all'Interno con delega alla sicurezza - dai vertici nazionali delle forze di polizia, in primis Antonio Manganelli, che promosse l'iniziativa, dai vertici territoriali delle stesse forze di polizia e della magistratura inquirente.
Si individuavano gli obiettivi e si mettevano a disposizione gli strumenti per raggiungerli, e all'incontro successivo si verificava quali risultati si fossero conseguiti, rettificando - se del caso - il tiro con mezzi differenti o rivedendo le priorità. Quel contrasto, coordinato e agganciato al territorio, diede frutti importanti per lo meno sul piano della stretta repressione, permettendo la cattura dei latitanti, la disarticolazione di non pochi clan, il sequestro e la confisca di molti dei loro patrimoni.
Per carità, oggi vanno bene i poliziotti in più che il ministro dell'Interno sta inviando a Napoli; ma quando si combatte una guerra - quella alla camorra ha certamente talune caratteristiche di un conflitto bellico, se pur asimmetrico - è pregiudiziale identificare il nemico e le sue modalità operative, e comprendere le ragioni per le quali continua a essere a operativo. E questo non lo fai da solo, pur se sei istituzionalmente autorevole e dotato di mezzi: hai bisogno di condividere con chi è sul posto come indirizzare quei mezzi in modo mirato per coprire le effettive necessità.
I tempi intollerabilmente lunghi fra un evento criminale e l'avvio della sua repressione, e quindi la conclusione dell'eventuale giudizio, vanno affrontati non col tratto polemico della critica alla Procura che ci mette tanto o ai Gip che non danno risposte rapide, ma con la concorde identificazione delle cause per le quali ciò avviene. Se si recupera il metodo del lavoro concorde di un decennio fa, si potrebbe scoprire che il primo ufficio che necessita rinforzi non è tanto la Questura, bensì quello del Gip: e qui l'intervento compete al ministro della Giustizia e al Csm, da coinvolgere nel tavolo comune.
Si constaterebbe che uno dei limiti delle informative di reato è che spesso esse consistono in malloppi di centinaia, se non migliaia, di pagine, con l'inutile trasposizione al loro interno del contenuto di conversazioni telefoniche, senza un minimo di sintesi e di rielaborazione critica; poiché col meccanismo del "copia e incolla" larga parte di quelle informative sono trasferite pari pari nelle richieste del P.M. e nelle ordinanze del Gip, alla fine del percorso cautelare si hanno provvedimenti illeggibili e scarsamente comprensibili, che rischiano la censura nei gradi successivi di impugnazione.
Inviare a Napoli polizia giudiziaria che formi a redigere in modo più efficace le informative - investire personale in questa direzione - serve più che mandare un centinaio di uomini aggiuntivi che operino per strada. Quel che rammarica per Napoli è che la realtà camorristica, oggi molto più che nel passato, appare tutt'altro che invincibile, e lo Stato non parte da zero.
Servono però non le urla, gli slogan, la propaganda, lo scarico strumentale di responsabilità, bensì il governo continuativo del contrasto al fenomeno criminale. "Governo" chiama in causa il soggetto che opera e l'atto costante e fattivo del governare.
di Gianfranco Viesti
Il Messaggero, 7 maggio 2019
I tragici fatti di Napoli ripropongono ancora una volta il problema della sicurezza e della legalità in tutto il Paese, ma in particolare in alcune aree del Mezzogiorno. La diffusione di piccole e grandi forme di criminalità non è solo un dramma per chi è coinvolto, una ferita molto grave per la convivenza civile e una forte riduzione della qualità della vita per le comunità: con effetti profondi sulle scelte familiari, professionali, di mobilità che poi si compiono.
Ma anche un vincolo forte allo sviluppo di attività di impresa; un ostacolo di primaria importanza allo sviluppo economico. Quanti ragazzi e ragazze giovani lasciano silenziosamente le città e le regioni più difficili in cerca non solo di occasioni di lavoro, ma anche di una maggiore tranquillità e qualità di vita? Quante imprese rinunciano ad investimenti nelle aree più problematiche, proprio per la difficile tutela della legalità?
Quante iscrizioni perdono le eccellenti università di Napoli da parte di studenti che hanno timore a spostarsi a vivere in una città così complessa (con tutte le conseguenze che questo ha per le casse e il futuro degli atenei e l'economia della città)? E quanto l'economia sana di quelle stesse aree viene colpita dalle estorsioni e dalla concorrenza sleale di attività sul filo della legalità o apertamente finanziate dalla criminalità? A tutto questo va data una risposta molto più netta di quelle fornite fino ad oggi.
E la risposta deve fornirla lo Stato italiano: in quanto garante dei diritti di cittadinanza di tutti i suoi cittadini, che non possono essere così drammaticamente diversi, a seconda della città in cui si vive, come oggi. Una risposta che non può che avere due volti. Da un lato, quello del ripristino della legalità. Il che significa non solo la repressione da parte delle forze dell'ordine e la condanna da parte della magistratura delle azioni criminali più evidenti; attività che nel tempo hanno ottenuto non pochi successi.
Ma anche, più capillarmente, un controllo più sistematico del territorio; la progressiva eliminazione di tutte le forme di illegalità anche minore. Lo Stato ha il dovere di essere presente per le strade di ogni città; non può tollerare zone franche, aree grigie. Disparità territoriali nel diritto ad una vita serena, civile. Su questo l'impegno richiesto è assai maggiore: e sorprende come a mille allarmi per la "sicurezza" non si accompagnino piani di azione concreti per eliminarle. Dall'altro, quello della progressiva inclusione sociale di ampie fasce di popolazione a rischio. Tema complesso ma decisivo.
Ciò significa una valorizzazione costante delle attività di partecipazione civica che convivono in quei territori insieme alle punte peggiori di degrado. L'ampia area napoletana ospita tanto luoghi del degrado quanto luoghi e attività di costruzione di forme di convivenza. Lo Stato, molto più intensamente e visibilmente di quanto oggi accada, deve schierarsi con i secondi. Significa un progressivo potenziamento dei servizi collettivi di assistenza e di cura; e dei presidi scolastici: l'argine più importante. E politiche di ampio respiro per la creazione di lavoro legale e tutelato: l'enorme scarto nei tassi di occupazione legale fra il Mezzogiorno e il resto d'Europa testimonia della dimensione dell'area grigia della "fatica" sottopagata e sommersa.
Il diritto alla sicurezza e all'inclusione sociale non è una questioni locale, di qualche sindaco. È una grande questione nazionale, unitaria, delle strutture dello Stato e dei prefetti. È bene ribadirlo in tempi di "secessione dei ricchi", nei quali parti di classi dirigenti delle aree più forti pensano esclusivamente in chiave di vantaggi localistici; nei quali le bozze di intesa sulle "autonomie differenziate" ufficialmente disponibili prevedono clausole che porterebbero ad una riduzione della spesa scolastica proprio nelle regioni del Sud, a vantaggio del Lombardo-Veneto, a pagare magari di più chi insegna nei comuni più ricchi rispetto a chi lavora nei territori più disagiati; nei quali le intese sotterranee raggiunte negli scorsi anni sulla perequazione delle capacità fiscali dei comuni continuano a privare proprio quelli più poveri delle risorse per i servizi sociali.
È un grande investimento collettivo, a vantaggio dell'intero Paese. Insomma, curare il Sud sarebbe un modo per curare l'intera Italia. Colpire la criminalità organizzata significa indebolire anche le sue amplissime e ben radicate propaggini nel Nord del Paese; maggiore occupazione regolare al Sud significa maggiore gettito contributivo per le casse nazionali. Voler garantire a tutti i cittadini elementari diritti ovunque vivano, significa puntare a rafforzare la fiducia degli italiani nello Stato: assai di più di quanta, indeboliti e sfiduciati come sono, ne esprimano oggi.
di Gennaro Morra
Il Mattino, 7 maggio 2019
È reduce da una lezione speciale il Maestro Marco Zurzolo, che sabato scorso è entrato nel carcere di Poggioreale, dove ha incontrato 120 detenuti e 70 studenti di giurisprudenza. Un evento previsto nello stage di "Diritto penitenziario e Giurisdizione di sorveglianza" promosso dal Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università degli Studi della Campania, "Luigi Vanvitelli", e organizzato con il Garante delle persone private della libertà personale della Regione Campania, Samuele Ciambriello. In quell'occasione il sassofonista ha accompagnato l'attore Pietro Bontempo nell'opera musicale "Costituzione e carcere" dello stesso Ciambriello e Mena Minafra.
Un'esperienza molto coinvolgente per il musicista napoletano, che ieri ha pubblicato sul suo profilo Facebook una fotografia in cui abbraccia un detenuto presente alla lezione. Un'immagine allegata a un post in cui polemizza con "certi" scrittori di film e fiction, ma anche con i cantanti rap: "A Poggioreale con questi miei amici sventurati, vittime di un sistema malato che tutti denigrano ma nessuno ha veramente interesse a fermarlo. Ormai l'hanno fatto diventare una moda, uno stile di vita. Film, fiction e, soprattutto, scrittori - scrive Zurzolo -. È facile fare l'opinionista stando a casa, senza problemi... E mi fermo qui altrimenti pó...".
Ogni riferimento a Saviano e alla sua opera non è per nulla casuale, considerato che il sassofonista ha già attaccato lo scrittore in altri post pubblicati sul social network di Zuckerberg. Ma in quest'occasione ne ha anche per i cantanti rap: "Rapper che dicono tutti la stessa cosa: cocaina, Rolex, Ferrari e femmine a zeffunn' (come se piovesse, ndr), altrimenti nun si nisciun' - prosegue il post.
E poi chiedono sempre scusa alla mamma per la vita che hanno scelto. Io ho l'impressione che molti di questi rapper non hanno proprio idea di che vuol dire finire a Poggioreale e la sera, quando tornano a casa, abbuscano dalla mamma. Forse perciò chiedono sempre scusa. Spero con tutto il mio cuore che continuano a giocare con le rime, magari scrivendo una canzone che parla di un fratello che ce l'ha fatta". E conclude: "L'abbraccio con questo ragazzo è una delle cose più belle che mi poteva capitare. Vas' riflessivi".
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