di Giulia Merlo
Il Dubbio, 9 maggio 2019
È il documento ideato dal presidente dei penalisti italiani Caiazza: sarà presentato domani a Milano, nell'evento clou della tre giorni di astensione. La presunzione di non colpevolezza e difesa dei diritti e delle libertà della persona sono i cardini del diritto penale, radicati nella Costituzione.
"Ma oggi vengono esplicitamente messi in discussione e vilipesi", scrive il presidente dell'Unione camere penali italiane, Gian Domenico Caiazza. Per questo l'Ucpi ha promosso, già dal congresso di Sorrento dell'ottobre 2018, un "Manifesto del diritto penale e del giusto processo", in cui è stata coinvolta non solo l'avvocatura penale, ma anche l'accademia.
Il risultato di questo approfondimento verrà presentato alla manifestazione indetta per domani e sabato presso l'università Statale di Milano, con un programma fitto di incontri e da parte dei massimi esponenti dell'avvocatura e dell'università. Un'iniziativa che costituisce il culmine della tre giorni di astensione dalle udienze proclamata dall'Ucpi da ieri fino alla giornata di domani.
A portare i saluti all'incontro milanese saranno il rettore dell'università, Elio Franzini, la presidente della Corte d'Appello di Milano, Marina Tavassi, il presidente del Consiglio nazionale forense, Andrea Mascherin, il presidente dell'Ordine del capoluogo lombardo, Vinicio Nardo, e la presidente della Camera penale di Milano, Monica Gambirasio. A seguire, la presentazione delle ragioni e dei contenuti del "Manifesto", che proseguirà anche nella mattinata di sabato con interventi di avvocati e professori. Le conclusioni verranno tratte al termine dei lavori dal presidente dell'Ucpi Caiazza.
"L'idea di promuovere il concepimento e la scrittura di un "Manifesto del Diritto Penale Liberale e del Giusto Processo" nasce in una peculiare contingenza politica - l'avvento dei populisti al governo del Paese - ma affonda le sue radici nella assai più risalente crisi del garantismo penale", si legge nell'introduzione al documento, la cui versione completa è scaricabile dal sito dell'Unione.
Il "Manifesto" individua trentacinque punti, che sono anche i principi di un diritto penale liberale, frutto della riflessione sulla crisi del garantismo penale, dovuta alla "progressiva divaricazione tra "effettività" e "normatività" delle norme penali". I penalisti spiegano le ragioni della scelta di un manifesto condiviso con l'accademia con l'analisi della situazione dell'oggi, in Italia: "Il populismo penale è oggi al governo del Paese e raccoglie intorno a sé un facile quanto incontestabile consenso popolare.
È ormai esplicita e politicamente rivendicata l'aggressione ai principi costituzionali della presunzione di non colpevolezza, della eccezionalità della privazione della libertà personale che non segua alla esecuzione della pena, della tipicità, determinatezza ed irretroattività del precetto penale, della finalità rieducativa della pena, oltre che della sua proporzionalità ed adeguatezza alla gravità della violazione commessa".
Per questo, i penalisti italiani "intendono lanciare con forza questo grido di allarme", facendo convergere anche "il fondamentale ed insostituibile contributo dell'università", con l'obiettivo di "raccogliere e definire nel loro preciso contenuto quei principi fondamentali che definiscono nei suoi tratti fondamentali l'idea stessa del diritto penale liberale e del giusto processo". Un coinvolgimento, questo, che viene da lontano e in particolare dall'iniziativa dell'appello al Capo dello Stato Sergio Mattarella sottoscritto da 150 docenti universitari, contro la norma che abolisce la prescrizione dopo la sentenza di primo grado.
Di qui, dunque, l'iniziativa del Manifesto, che punta a fare chiarezza sulla corretta declinazione dei principi del diritto penale. In particolare, il terzo punto si concentra proprio sulla declinazione del diritto penale come irrinunciabilmente liberale: "Liberale è il modello di diritto penale che legittima l'intervento punitivo solo quando è strettamente necessario e proporzionato alle esigenze di tutela, oltre che rispettoso della persona che lo subisce".
In buona sostanza, dunque, secondo le parole del Manifesto, la coercizione della libertà individuale deve essere legittimata solo nel contesto "di una rappresentanza democratica, di istituzioni non onnipotenti che agiscono nel solco della separazione dei poteri". Questo e tutti gli altri punti del Manifesto verranno spiegati e dibattuti a Milano, con l'obiettivo di rappresentare un quadro compiuto dei principi, dei limiti e delle proiezioni sociali del sistema penale, che sono il cuore dello stato di diritto.
norbaonline.it, 9 maggio 2019
Ancora un suicidio, in queste ore, nel carcere di Taranto, il più sovraffollato d'Italia con il 200% in più di presenze. La denuncia è del sindacato Osapp. L'ultimo suicidio riguarda un detenuto 44enne di Manduria, Marco Rossi, che avrebbe finito di scontare la pena ad agosto prossimo. L'uomo si è impiccato in una cella dell'infermeria, legando alle grate una rudimentale corda, ricavata dalla stoffa di un pantalone. L'Osapp denuncia le precarie condizioni di vita dei detenuti e quelle altrettanto difficili degli agenti di polizia penitenziaria, numericamente insufficienti a garantire i necessari.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 maggio 2019
I reclusi nella "Casa di Lavoro" sono impegnati meno di 8 ore al mese. Non solo un mancato intervento da parte delle istituzioni proposte, ma anche un drastico peggioramento. Parliamo dell'insostenibile situazione che vivono gli internati al 41 bis ospiti della cosiddetta "Casa Lavoro" del carcere di Tolmezzo.
A denunciarlo a Il Dubbio è l'avvocata Maria Teresa Pintus che è anche la referente della Sardegna per l'Osservatorio Carcere dell'Unione delle camere penali. "Sono stata a Tolmezzo il 2 maggio scorso e la situazione è peggiorata - spiega Pintus - ora gli internati lavorano solo otto ore al mese, quindi due alla settimana".
E per lavoro si intende quello "domestico", mansioni - tipo lo "scopino" - necessarie affinché sia garantito il mantenimento dell'istituto e sono di scarsa qualificazione dal punto di vista riabilitativo. "La serra - continua l'avvocata - ancora è in disfunzione, perché non ci sono i finanziamenti per aggiustarla".
Quindi, non solo la serra - quella caratterizzante per una "Casa Lavoro" - ma si è ridotto ulteriormente l'orario di lavoro non professionalizzante. Un problema esteso non solo agli internati, ma anche ai detenuti comuni. Cosa ha provocato tutto ciò?
"Quando sono andata a fare un colloquio con un detenuto recluso nella sezione di Alta Sorveglianza - risponde l'avvocata Pintus - è iniziata la battitura come forma pacifica di protesta perché con il taglio dei fondi per il lavoro, i detenuti sono lasciati a se stessi e senza una minima occupazione". Il risultato di tutto ciò è che nel corridoio della sezione si comincia a sentire l'odore nauseante della spazzatura, visto che non viene ritirata per mancanza dei lavoranti.
Una questione divenuta insostenibile tanto che l'osservatorio nazionale carcere dell'Unione delle camere penali presieduto dagli avvocati Gianpaolo Catanzariti e Riccardo Polidoro, è pronto ad elaborare un documento per indirizzarlo al ministero della Giustizia e al dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. La questione è seria. Per alcune settimane gli otto internati a Tolmezzo hanno anche intrapreso uno sciopero della fame.
Come già riportato su Il Dubbio tramite le parole dell'avvocato e militante dei radicali italiani Michele Capano, la serra che dovrebbe tenere occupati gli internati, in realtà non è in funzione da moltissimi mesi e quindi accade che la misura di sicurezza si svolge quasi interamente al 41 bis come gli altri detenuti. In mancanza di ciò, il magistrato di sorveglianza non ha gli strumenti per valutare la mancata cessazione della pericolosità sociale e quindi la proroga diventa pressoché automatica.
Una questione, quella degli internati senza lavoro, che già nel 2016 fu segnalata da Rita Bernardini del Partito Radicale. Andò a visitare il carcere de L'Aquila dove prima erano ospitati gli internati al 41 bis. Ed era lì che c'era il problema della mancanza di lavoro. Grazie a quella segnalazione, l'ex capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Santi Consolo li aveva trasferiti a Tolmezzo per farli lavorare nella serra. Ora le stesse identiche problematiche si riscontrano in questo istituto.
Da ricordare che la paradossale condizione di internamento a Tolmezzo era stata oggetto già di apposita menzione e segnalazione da parte del Collegio del garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale nella relazione al Parlamento del 2018, ed è esplicitata anche nel Rapporto tematico sul 41bis pubblicato il 5 febbraio scorso. Gli internati, ex detenuti che hanno già finito di scontare la loro pena, rimangono ancora gli "ultimi degli ultimi" all'interno delle patrie galere, con l'aggravante che sono stati tagliati i fondi per il lavoro, quello che doveva essere il cavallo di battaglia del Governo per la riabilitazione.
cronacacomune.it, 9 maggio 2019
Può sembrare ironico far filosofia in carcere, invece la proposta di un laboratorio sulla filosofia, rivolto agli studenti del corso di Agraria all'interno della Casa circondariale, ha riscosso grande successo e mostrato appieno di aver vinto la sfida. Gestito dal Cpia - la scuola statale cui è affidata l'organizzazione delle sezione pedagogica del carcere cittadino e voluto dal dirigente Fabio Muzi - il progetto "Liberi di filosofare" è stato affrontato con una quindicina di utenti grazie all'intervento volontario del prof. Giovanni Fioravanti, per ragionare sui rischi di pregiudizi e preconcetti.
Socrate, Platone e Aristotele introdotti come compagni di viaggio nello spazio di una cella. "Devi sapere di non sapere" dice Socrate ad Alcibiade - nei dialoghi di Platone - e le pareti si allargano al mondo delle idee.
Cos'è un'idea? Studenti italiani e stranieri di varia provenienza si esercitano nella riflessione che porta alle risposte. "Fai scaturire il sapere che è dentro di te", suggerisce ancora Socrate ed è così che viene voglia di cercare i libri di filosofia nella biblioteca interna, molto pochi in verità come se la riflessione sul mondo non dovesse appartenere al mondo recluso, come se il pensiero non potesse trascendere oltre le mura sorvegliate.
Aiutato dalla narrazione dei miti, il prof. Fioravanti ha condotto gli studenti al recupero della storia del pensiero umano, congiungendo la riflessione filosofica all'attualità. Un progetto-processo - questo del filosofare - che non può limitarsi a pura e semplice operazione di trasmissione/assimilazione di un sapere codificato, ma diventa un'operazione di ripensamento, di ricostruzione di senso, di rottura col passato e di continuità nel solco dell'umanità. Questo l'obiettivo della prof. Cristina D'Avino che ha coordinato il corso.
"Occorre riconoscere ai detenuti la loro dignità di persone - sottolinea la professoressa - e nutrire per essi il massimo rispetto se si vuole che essi si mettano in discussione e siano disposti ad accettare il conflitto socio- cognitivo. Solo così saranno in grado di elaborare, lentamente, nuovi e più condivisibili paradigmi interpretativi della realtà sociale e comunitaria". E allora Democrito spiega che ognuno di noi è un aggregato di atomi particolare, perciò è colpito in modo diverso dalle cose che lo circondano e questa può diventare una chiave di lettura " affinché ciascun detenuto si riappropri della sua identità e si faccia protagonista di un nuovo, personale progetto di vita"- insiste D'Avino.
A questo punto appaiono in tutta evidenza l'opportunità e l'efficacia di un laboratorio di filosofia, e in generale di iniziative a carattere culturale, da svolgersi proprio in carcere dove, nonostante le condizioni di isolamento e di forte limitazione della libertà, può farsi strada la cultura del dialogo, dell'ascolto e della reciprocità, necessaria perché ciascun detenuto si riappropri della sua identità e si faccia protagonista di un nuovo, personale progetto di vita.
di Giusi Spica
La Repubblica, 9 maggio 2019
"Non sono d'accordo con l'inasprimento delle pene: per ogni corrotto che va in carcere, altri cento continuano: meglio educare alle regole". "La repressione non serve. I cittadini devono capire che rispettare le regole conviene".
Gherardo Colombo, uno dei giudici simbolo di Mani pulite, sbarca a Messina per presentare il suo libro sulla corruzione ("Il legno storto della giustizia") nel day after del blitz per mazzette al provveditorato opere pubbliche.
Dopo Tangentopoli è nata una nuova classe dirigente. Che però non sembra meno permeabile della precedente alla corruzione...
"Mani pulite è stata una bolla di sapone, benché sia durata 13 anni fra indagini e processi. Molte posizioni sono state prescritte, tanti imputati sono stati assolti perché il fatto contestato non costituiva più reato. La politica ha sostanzialmente depenalizzato il falso in bilancio e altri reati, ha ridotto i termini di prescrizione, è intervenuta sulla validità delle prove. L'attenzione che i cittadini dedicavano alle indagini nei primi anni di Tangentopoli è scemata ed è diventata opposizione. Tutte le volte in cui la cultura dominante entra in conflitto con le regole, vince la cultura dominante e perdono le regole. Oggi la corruzione è più anarchica. Prima riguardava i partiti, ora coinvolge sempre di più le persone".
In Sicilia il costo della corruzione è di quattro miliardi di euro. Nel suo libro parla di "insostenibilità economica del sistema". Che significa?
"Le stime sono al ribasso. Se un imprenditore vuole vincere un appalto barando, dovrà fare l'offerta più conveniente. Mettiamo che il costo per fare una strada sia 100: per vincere deve presentare un'offerta di 90. Se aggiunge il prezzo della tangente, dovrà costruire la strada con 80. È chiaro che si rivarrà sull'ente pubblico, usando ad esempio meno asfalto del dovuto. Quindi la strada si usurerà prima, costringendo a nuovi lavori. Oppure l'imprenditore proporrà varianti in corso d'opera, così da far lievitare i costi. In un modo o nell'altro, le tangenti le pagano sempre i cittadini attraverso le tasse, così alte anche per questo. Inoltre, se un imprenditore vince gli appalti perché corrompe e non perché è bravo, il livello professionale delle imprese si abbassa. Senza contare i danni per la democrazia: ci sono state carriere politiche costruite con i profitti della corruzione".
È cresciuto il ruolo della criminalità organizzata?
"La mafia è presente in molti settori, anche nell'imprenditoria. La corruzione è una delle sue armi. E, a differenza dell'intimidazione, la corruzione crea consenso".
Uno dei settori più colpiti dalla corruzione è la sanità. Perché?
"Perché la spesa sanitaria assorbe gran parte dei bilanci delle Regioni. E i corruttori vanno dove ci sono i soldi. Sono a rischio tutti i settori dove circola denaro: un tempo le opere pubbliche, oggi i servizi".
Basta il contrasto penale?
"Le indagini e i processi non sono uno strumento efficace. Ci vuole l'educazione. Bisogna far comprendere fin da bambini che il rispetto delle regole fa sì che tutti, indipendentemente dalla condizione sociale di partenza, possano avere le stesse possibilità. Oggi invece per gli italiani regola è sinonimo di obbligo, sanzione. E a nessuno piace essere obbligato".
Il blitz di martedì ha portato alla prima applicazione in Sicilia del decreto "spazza-corrotti". È una misura efficace?
"Non sono d'accordo con l'inasprimento delle pene. La pena deve essere proporzionata al fatto. E poi dovrebbe essere applicata. Ma quando il fenomeno è diffuso come la corruzione, per ogni corrotto che mettiamo in carcere, altri cento continueranno a farlo. L'unica strada è l'educazione alle regole".
La politica ha gli anticorpi per contrastare la corruzione?
"La politica è espressione della cittadinanza. Dovremmo chiederci se il popolo ha gli anticorpi. E non credo sia così".
lavoce.it, 9 maggio 2019
"Questa sera, si cena in carcere". Sta tutta in un gioco di parole e in una provocazione la nuova sfida del Nuovo complesso penitenziario di Perugia, che il 9 maggio ospiterà all'interno delle mura un vero e proprio ristorante in occasione della quinta edizione delle "Golose evasioni", cena-evento organizzata nell'ambito del corso di "Addetto alla cucina". Un corso speciale, quello organizzato nel laboratorio di Capanne nell'ambito dell'avviso "Umbriattiva giovani", finanziato dalla Regione e gestito dalla cooperativa sociale Frontiera lavoro. Il corso prevede 255 ore di lezione e offre a 10 detenuti under 30 del reparto penale dell'istituto perugino la possibilità di apprendere un mestiere sotto la guida di esperti chef che trasmettono tutti i trucchi per diventare professionisti a 360 gradi, capaci di soddisfare le richieste dei clienti più esigenti. Il 9 maggio sarà presente, tra gli altri, alla cena in carcere anche il card. Gualtiero Bassetti, da sempre sensibile alle problematiche dell'universo carcerario: la sua prima visita pastorale da vescovo fu a Capanne, la prima visita quando indossò la porpora fu di nuovo qui.
La partecipazione e le parole di Bassetti - "Nei confronti del carcere c'è uno spirito perbenista - dichiara il Cardinale. - Molti non sanno che invertirsi le parti, se tutto fosse manifesto. Il carcere, grazie a iniziative come questa, sta uscendo dall'isolamento e sta suscitando un interesse sia nel mondo cattolico sia in quello laico. Parteciperò alla cena perché desidero onorare queste creature umiliate, che magari proprio per questo hanno commesso dei reati".
Il valore del lavoro nel progetto di reinserimento - Delle competenze acquisite, gli allievi daranno un saggio durante la cena "Le golose evasioni" che si svolgerà per un pubblico pagante all'interno della struttura penitenziaria. Saranno affiancati nella preparazione della cena dagli chef Catia Ciofo, Antonella Pagoni, Cristiano Venturi e Andrea Mastriforti, tutti nomi tra i più importanti del panorama ristorativo italiano, mentre i musicisti di Umbria Ensemble guidati da Maria Cecilia Berioli offriranno un contributo musicale in apertura della cena. Un menu e una carta dei vini che non hanno nulla da invidiare ai locali più celebri di Perugia.
Passatelli con punte d'asparagi, datterino appassito, fusione di menta e guanciola di vitello brasato sono solo alcune delle specialità del menu. Cuochi e camerieri sono dieci detenuti, istruiti e guidati da quattro fantastici chef e da un maître professionista, Emilio Sabbatini, dalla lunga carriera nella ristorazione di alto livello. I quali hanno affrontato questa nuova sfida con entusiasmo: "Qui si lavora con persone che hanno commesso degli errori e che stanno portando avanti un percorso di reinserimento, a cui bisogna insegnare tutto. Ma hanno molta umiltà e grande voglia di imparare", spiega a nome di tutti una delle docenti, Catia Ciofo.
Tutti i dettagli della serata sono curati con la massima attenzione. Tavoli eleganti, tovaglie raffinate, candele accese, piatti di porcellana, sottopiatti, bicchieri di vetro e posateria di alta qualità. Per Aldo, 28 anni, uno degli allievi, una delle soddisfazioni più grandi è "sapere che il cliente gradisce non solo il cibo, ma anche la preparazione. Si mangia con tutti i cinque sensi, quindi anche con gli occhi". Per Aldo, Nour Eddine, Gianluca e gli altri detenuti, il corso per "addetto alla cucina" rappresenta una straordinaria opportunità per imparare un mestiere.
Perché il lavoro rappresenta l'arma migliore per combattere la recidiva ed evitare che l'ex detenuto, una volta tornato in libertà, commetta nuovi reati. Ma imparare un mestiere spesso non basta. "Non è la magistratura - sottolinea il coordinatore del progetto, Luca Verdolini - a dare il fine pena ai detenuti; è la società. Perciò desideriamo che l'attività formativa di Frontiera lavoro in carcere diventi un marchio forte e credibile. E che possa costituire un elemento importante nel curriculum di ogni detenuto che vi transiterà".
di Danilo Taino
Corriere della Sera, 9 maggio 2019
In molti Paesi ricchi o in crescita, le differenze di reddito aumentano. Ma si può anche osservare che spesso, le differenze di reddito basse e in calo si coniugano con una certa povertà generale del Paese: cioè si è spesso poveri anche in un Paese a bassa disuguaglianza.
Il mondo assiste a una forte crescita delle disuguaglianze di reddito - si sente affermare sempre più spesso. Tanto che la questione è diventata uno dei temi di analisi e di discussione centrali nel dibattito politico odierno. Pure per spiegare i voti anti-élite che si registrano in molti Paesi. Se il problema sia la disuguaglianza o la povertà è questione aperta, che ovviamente porta a soluzioni politiche diverse tra loro. Ma anche nel valutare la sola differenza di redditi si arriva a risultati per nulla scontati.
Ourworldindata.com, centro di analisi basato alla Oxford University, ha studiato, per 83 Paesi l'Indice di Gini - tra i numerosi, il più utilizzato per misurare la disuguaglianza - nel 1990 e nel 2015. Nell'indice considerato, a zero c'è l'uguaglianza assoluta, a cento la disuguaglianza totale nella quale un individuo si accaparra tutto il reddito. Un primo risultato è che nei 25 anni considerati molti Paesi hanno visto aumentare la disuguaglianza e molti l'hanno vista scendere, tanto che, nel complesso, l'Indice Gini di tutti i Paesi è leggermente diminuito, da 39,6 a 38,6.
In alcune realtà molto popolose, però, la disuguaglianza è salita significativamente. In Cina da 34,9 a 49,5, in India da 29,7 a 35,15, in Indonesia da 32 a 41, negli Stati Uniti da 38,24 a 41,5. Tanto che se l'indice complessivo viene ponderato tenendo conto delle popolazioni si nota che nel corso di una generazione è salito da 36,7 a 40,8. In Italia è cresciuto abbastanza significativamente ma rimane a un livello non elevatissimo: da 29,27 a 34,96. Il Paese con il livello di disuguaglianza più basso è la Danimarca, passata dal 23,9 del 1990 al 24,9 del 2015.
Quello con la maggiore differenza di reddito è il Sud Africa: da 59,33 a 63,03. Tra i Paesi con le riduzioni più significative, la Russia, da 48,38 a 37,74; l'Ucraina, da 29,71 a 25,46; l'Algeria, da 40,19 a 27,72; il Messico, da 54,34 a 48,31. In sostanza, non c'è una correlazione stabile tra il livello di sviluppo di un Paese e il suo livello di disuguaglianza. In molti Paesi ricchi o in crescita, le differenze di reddito aumentano. Ma si può anche osservare che spesso, le differenze di reddito basse e in calo si coniugano con una certa povertà generale del Paese: cioè si è spesso poveri anche in un Paese a bassa disuguaglianza. È un tema da trattare con cura, da non semplificare.
latinacorriere.it, 9 maggio 2019
Quattro incontri formativi, a partire dal 13 maggio prossimo, per diventare volontario penitenziario. L'iniziativa è della Caritas diocesana di Latina. Le domande di iscrizione si possono presentare entro il 10 maggio; per ogni altra informazione e contatti visitare il sito www.caritaslatina.it da dove è possibile scaricare la scheda d'iscrizione. Il corso è rivolto a soggetti già impegnati in attività di volontariato o interessati a farlo e ha lo scopo di formare volontari capaci di operare all'interno e all'esterno della struttura detentiva, in collaborazione con educatori e operatori penitenziari, al fine di partecipare in maniera attiva al reinserimento socio-lavorativo di soggetti in stato di detenzione.
Nello specifico gli obiettivi del corso sono i seguenti: comprendere il funzionamento di un istituto penitenziario; favorire l'acquisizione dei principali strumenti per gestire in maniera efficace la relazione con i detenuti; acquisire informazioni in merito alle azioni e alle attività messe in atto per favorire il reinserimento socio-educativo e lavorativo dei detenuti. La Caritas pontina già presta servizio presso il carcere di Latina, dove dal 3 marzo 2014 è in funzione il "Centro di Ascolto e Aiuto". È il luogo offerto a tutte le persone detenute per incontrare volontari della Caritas diocesana proprio per non sentirsi abbandonati e messi ai margini non solo della società, ma soprattutto delle nostre comunità parrocchiali. Funzione prevalente dei volontari Caritas all'interno del Carcere è l'Ascolto, cuore della relazione di aiuto, dove chi ascolta e chi è ascoltato vengono coinvolti, con ruoli diversi, in un progetto che, ricercando le soluzioni più adeguate, punta a un processo di liberazione della persona dal bisogno.
di Giuliano Santoro
Il Manifesto, 9 maggio 2019
"Rimangono lì, è loro diritto". La sindaca di Roma tiene il punto della legalità ma viene contestata dalla folla aizzata dai fascisti di CasaPound. Nessun sostegno dal capo politico del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio. Insieme alla prima cittadina, il direttore della Caritas e il vescovo ausiliario. L'immagine di Virginia Raggi, della sua scorta che rompe l'assedio stretto attorno al palazzo di via Sebastiano Satta nel quartiere romano di Casal Bruciato, è quella di una giornata di tensione fatta a cerchi concentrici. Al centro ci sono loro, Senada Sejdovic e suo marito Imer coi loro bambini ancora asserragliati dentro casa. Progettavano una festa per presentarsi ai nuovi vicini. Dalle finestre del secondo piano vedono accendersi conflitti e scombinarsi equilibri politici.
Ad esempio dentro al Movimento 5 Stelle: la visita della sindaca con tanto di incoraggiamento alla resistenza pare non sia stata apprezzata dal "capo politico" Luigi Di Maio in persona, che avrebbe detto ai suoi che avrebbe preferito che Raggi si fosse occupata "prima dei romani". La formula rimanda al "prima gli italiani" di Matteo Salvini e delle destre estreme.
Manifestano sostegno a Raggi - che ha risposto a chi la contestava: "Restano lì perché ne hanno diritto" - il M5S di Roma, il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra e il presidente della commissione Affari costituzionali Giuseppe Brescia. Fuori dal mondo grillino, le esprime solidarietà una buona fetta delle opposizioni, da Forza Italia con la capogruppo Anna Maria Bernini al Pd col segretario Nicola Zingaretti. Assieme a Raggi, in visita agli assediati di Casal Bruciato ci sono il direttore della Caritas don Benoni Ambarus e il vescovo ausiliario di Roma, don Gianpiero Palmieri. Portano l'invito di Papa Bergoglio: proprio oggi in Vaticano era previsto l'incontro tra il Papa e alcuni esponenti del popolo rom.
Il secondo centro concentrico è il quartiere. Dentro una Roma sfilacciata e spesso abbandonata a se stessa Casal Bruciato cerca una sua identità, sospesa tra le lotte del passato e le paure del presente. A sentire le narrazioni delle destre e le semplificazioni mediatiche, ci si immagina una periferia estrema e apocalittica. La realtà è come sempre più complessa. Se si guarda questo territorio venendo dal centro, passando dall'ipermoderna stazione Tiburtina che con l'alta velocità diventa lo snodo più importante della capitale, si ha l'impressione di trovarsi nel cuore vitale di una metropoli caotica ma in movimento.
Procedendo sulla via Tiburtina, però, l'asfalto si fa sempre più irregolare, quasi mangiato dalla crisi. Il sogno industriale della Tiburtina valley lascia il posto a capannoni trasformati in sale da gioco, un distretto dell'azzardo che costeggia i lavori mai finiti del raddoppio della strada, pensato vent'anni fa, quando ancora si immaginava un futuro commerciale per l'area. A sinistra c'è Pietralata, la borgata narrata da Elsa Morante che ha cambiato faccia soltanto alla fine degli anni Settanta, quando il sindaco comunista Luigi Petroselli innalzò il manto stradale sottraendolo alle esondazioni dell'Aniene. Bisogna passare dall'altro lato della Tiburtina, in mezzo ai palazzi sobri del piano casa di Fanfani, per arrivare a Casal Bruciato.
Il terreno della sfida è la piazza Riccardo Balsamo Crivelli, sulla quale affaccia l'appartamento conteso. Ci sono le bandiere tricolori dei fascisti, che non sono più di cinquanta. Al di là dei blindati, ecco un altro cerchio concentrico, l'assedio che ieri ha contestato gli assedianti. Quando gli antirazzisti si contano capiscono che possono partire in corteo per le strade del quartiere, la polizia si sposta. Dal megafono quelli di Asia Usb ricordano a questo quartiere fatto di case popolari e composto da moltissimi reduci di occupazioni e assegnazioni strappate con la lotta che un diritto negato a qualcuno non rappresenta un diritto concesso a tutti. I fascisti di CasaPound, al contrario, portano qui al Tiburtino la parola d'ordine coniate nel corso di un altro assedio recente, quello di Torre Maura, che sostiene esattamente la natura escludente e vendicativa della loro vertenza: "Diritto alla casa, diritto al lavoro - recita lo slogan - Non ce l'abbiamo noi, non ce l'avranno loro".
A proposito di cori, i capi di CasaPound, qui rappresentata da Mauro Antonini, giurano che non hanno nulla a che vedere col manifestante che l'altroieri è stato sorpreso ad urlare: "Troia, ti stupro!" a Senada Sejdovic mentre entrava in casa sua con in braccio una bambina terrorizzata. Le foto però dimostrano che quel personaggio è comparso più volte dietro ai banchetti dell'organizzazione neofascista con tanto di coccarda. Sarebbero in corso indagini. Una delegazione della Cgil in mattinata ha incontrato il questore di Roma Carmine Esposito per lamentare la tolleranza verso le minacce e le intimidazioni dell'estrema destra. Quest'ultimo, racconta il segretario generale della Cgil di Roma e del Lazio Michele Azzola, avrebbe annunciato che tutti i partecipanti alla contestazione organizzata da CasaPound "sono stati deferiti all'autorità giudiziaria".
Alberto Campailla, della campagna solidale Nonna Roma, ha passato la notte assieme della famiglia rom. Dopo di lui ci saranno altri ospiti. "È un segnale per non lasciarli soli, almeno fin quando non finisce il clamore - racconta - Adesso grazie alla generosità di molti stiamo raccogliendo mobili e suppellettili per arredare l'appartamento". Un altro modo di rompere l'assedio.
di Vladimiro Polchi
La Repubblica, 9 maggio 2019
La legge si era arenata in Senato durante il governo Gentiloni. Prevedeva solo la possibilità per i nati in Italia da genitori stranieri di diventare cittadini italiani senza attendere i 18 anni. Di Maio: "Non è nel contratto di governo". È da mesi fuori dai radar. Lontana da ogni agenda politica. Eppure la riforma della cittadinanza riguarda la vita di un milione di ragazzi e ragazze nati e cresciuti in Italia. Per questo, i figli di immigrati si sono dati appuntamento. Obiettivo: rilanciare lo ius soli, o meglio quella versione limitata che ha preso il nome di ius culturae. L'appuntamento è per domani: la "marcia dei diritti" a Roma, davanti palazzo Montecitorio.
Un passo indietro. Nella scorsa legislatura si è arenata in Senato la riforma che introduceva uno ius soli temperato: la possibilità per i nati in Italia da genitori stranieri di richiedere la cittadinanza (a determinate condizioni: frequentare un ciclo scolastico quinquennale o avere un genitore "soggiornante di lungo periodo") senza dover attendere i 18 anni. Il vicepremier Luigi Di Maio ha ricordato giorni fa che lo ius soli "non è nel contratto, né nell'agenda di governo". Ma i "nuovi italiani" non ci stanno e rilanciano.
"Una nuova battaglia per il bene del Paese". "Pensiamo sia giunto il momento di riprendere la lotta e di affrontare il tema della cittadinanza in maniera adulta, senza farci influenzare dai vari partiti politici - scrivono i promotori della manifestazione di domani - non riconoscere la cittadinanza a coloro che sono nati o cresciuti nel nostro Paese con origine diversa, vuol dire negare la realtà: ovvero che l'Italia è da sempre un Paese multiculturale dove la radicata identità nazionale e locale deve dialogare con una molteplicità di culture diverse all'interno di una compagine di valori condivisi. Ancora una volta è come se quel milione di italiani che vede negato un diritto fondamentale, non contasse nulla. La lotta per l'estensione del diritto di cittadinanza è una lotta giusta, che va nella direzione dell'eliminazione delle diseguaglianze sociali e politiche. È una battaglia sacra per il bene di questo nostro Paese". La marcia dei diritti. A partecipare alla "marcia dei diritti" sono molte associazioni (da Cara Italia a Neri Italiani, da Amnesty all'Anpi, da A buon diritto fino alla Casa internazionale delle donne) e tanti figli e figlie di immigrati che hanno aderito al manifesto pubblicato su Facebook.









