di Riccardo Polidoro (Responsabile Osservatorio Carcere dell'Ucpi)
Il Garantista, 28 marzo 2015
Quando il provvedimento di un giudice fa notizia, non sempre nell'opinione pubblica viene colto il suo valore giuridico. Ne viene data solo una rilevanza parziale, quella mediaticamente più funzionale e corrispondente ai desiderata del cittadino. Leggere e sentire che a Firenze un detenuto è stato scarcerato perché la cella non rispetta gli standard europei, potrebbe trarre in inganno e far ritenere che si stanno per aprire i portoni degli istituti penitenziari, molti dei quali notoriamente non conformi a quanto indicato dagli organismi europei.
Chiariamo, quindi, innanzitutto che in Italia non vi è questo "pericolo", mentre in alcuni Paesi, quando non si riesce a garantire una detenzione dignitosa, a causa del sovraffollamento, viene posticipata l'esecuzione della pena, in attesa che si possa offrire una collocazione che rispetti la legge, evitando così che lo Stato punisca un comportamento illecito, con analoga condotta.
Il magistrato di sorveglianza di Firenze ha applicato correttamente l'art. 35 ter dell'ordinamento penitenziario, previsto dal d.l. 26 giugno 2014 n. 92, convertito con modificazioni in Legge 11 agosto 2014 n. 117, che prevede il risarcimento del danno derivante da condizioni di detenzione contrarie all'art. 3 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, o in forma specifica, mediante riduzione di pena: un giorno in meno ogni dieci scontati in condizioni disumane e degradanti; o mediante liquidazione monetaria, pari a otto euro al giorno, quando il detenuto è ormai libero.
Nel caso in esame, era stato accertato che il ricorrente aveva subito, presso la casa circondariale di Firenze-Sollicciano, una detenzione, dal 24 dicembre 2011 al 23 maggio 2014, quindi per ben 880 giorni, in violazione di legge ed avrebbe avuto diritto, pertanto, ad 88 giorni di sconto di pena. Il Magistrato, nell'emettere il provvedimento il 17 marzo 2015, gli ha concesso i giorni necessari alla sua immediata scarcerazione, mentre per il residuo ha condannato lo Stato al risarcimento del danno, pari a un totale di 3.840 euro.
La scarcerazione, quindi, ha interessato un detenuto che sarebbe divenuto libero comunque dopo pochi giorni. La notizia non avrebbe dovuto destare particolare attenzione, né allarme sociale, se valutata esclusivamente sotto il profilo dell'ottenuta libertà. Andavano, invece, evidenziati altri aspetti. Innanzitutto il lunghissimo tempo, circa due anni e mezzo, durante il quale il detenuto è stato sottoposto ad una carcerazione in violazione di legge, circostanza che induce a ritenere che egli non era certamente il solo a soffrire tale ingiustizia.
Ed ancora, che finalmente un magistrato ha accolto il ricorso relativo ad una norma in vigore da quasi un anno, ma che resta di fatto ancora, nella maggior parte dei casi, non applicata, come ha dimostrato la recente indagine dell'Osservatorio carcere dell'Unione camere penali.
"Detenuto per 880 giorni con trattamenti disumani. Un magistrato riconosce i suoi diritti", questo il titolo che dovevamo leggere. La scarcerazione, senz'altro importante per il ricorrente, non doveva avere, nel caso specifico, la prevalenza mediatica su altri elementi, quali l'ingiustizia subita e la condanna dello Stato inadempiente al risarcimento dei danni.
Far comprendere all'opinione pubblica che i detenuti perdono la libertà, ma non i diritti e la dignità, è un segmento fondamentale del percorso verso la certezza e la legalità della pena. Se lo Stato non è in grado di garantire una detenzione conforme ai suoi principi costituzionali e alle norme europee, è giusto che paghi. Il cittadino, correttamente informato, si ribellerà allo sconto di pena e al risarcimento danni, con distrazione di danaro pubblico, esigendo una pena che rispetti il senso di umanità e tenda al recupero del detenuto.
Tale pretesa costringerà finalmente i politici ad attivarsi per un'effettiva risoluzione delle problematiche relative alla detenzione, sul "campo" e non sulla "carta". Intanto, 1'Osservatorio carcere si accinge a visitare anche la casa circondariale di Sollicciano, per verificare se le condizioni disumane e degradanti accertate dal magistrato fino al maggio del 2014, sono tuttora persistenti.
Adnkronos, 28 marzo 2015
I detenuti del carcere di Torino, Lorusso e Cotugno chiedono più opportunità di lavoro "perché consapevoli - ha detto il Garante regionale dei detenuti, Bruno Mellano - che un lavoro vero dà un senso alla detenzione, ma anche alla vita fuori dal carcere". Mellano ha visitato oggi il carcere con alcuni membri della Consulta regionale dei giovani presieduta da Alessandro Benvenuto. Attualmente vi sono rinchiusi 1.264 persone di cui 88 donne e 300 lavoratori coordinati da 7 cooperative.
"Quella che oggi è un'eccellenza per pochi dovrebbe diventare una consuetudine per molti, se non per tutti", ha spiegato Mellano. "Oggi praticamente tutti i detenuti vorrebbero lavorare - ha aggiunto Alberto Saluzzo, vicepresidente della Consulta dei giovani - occorrerebbe un maggior coinvolgimento degli enti locali e dei privati, per permettere a tutti di lavorare, imparare un mestiere e anche mettere da parte un po' di denaro per sè e la famiglia".
Attualmente sono attive diverse cooperative interne al carcere. Tra queste Libera Mensa, che prepara catering esterni, Terre di Mezzo, che si occupa di arredo urbano, Pausa Caffè, Senza Macchia, una società di lavanderia, che organizza all'interno del carcere anche percorsi di tirocinio, Fumne che disegna e produce accessori femminili, profumi e altri oggetti. Molti di questi sono collegati con il negozio in Torino Marte che mette in vendita i prodotti dei detenuti.
"Questo carcere si sta aprendo sempre di più al mondo esterno, ora tocca al mondo esterno e alle amministrazioni locali raccogliere questa opportunità", ha concluso Mellano.
Il Garantista, 28 marzo 2015
I detenuti avevano inscenato una rivolta a causa dell'impossibilità di bere acqua, ma la procura ha avviato un'inchiesta contro di loro. La vicenda risale al 30 luglio del 2014 nel carcere sardo di Bancali, ma i malumori tra i detenuti sono andati avanti anche negli ultimi mesi a causa di una situazione di "vita carceraria" che a loro dire non rispetterebbe sacrosanti diritti, come quello alla salute tanto per citarne uno.
E la scorsa estate queste rimostranze si erano trasformate in fatti: in venticinque si erano rifiutati di rientrare nelle celle "cagionando - scrive il pm nel 415 bis - una interruzione di pubblico servizio". La protesta - come scrissero nei verbali di servizio gli agenti di polizia penitenziaria - era nata su iniziativa di sette detenuti che si erano "schierati a muro" davanti al cancello di ingresso della sezione "costringendo a intervenire tutto il personale in servizio nel turno serale, distogliendolo così dagli altri compiti e fermando in questo modo le altre attività".
I carcerati, in particolare quelli coinvolti nell'episodio specifico, chiedevano come "contropartita" il rientro in cella di due detenuti che erano stati trasferiti nella terza sezione a regime chiuso, in isolamento per motivi precauzionali. Però la verità è un'altra. Il legale racconta che nella nuovissima struttura di reclusione, i detenuti, impossibilitati a comprare acqua in bottiglia, verrebbero costretti a bere quella del rubinetto, gialla e oleosa, e se qualcuno si sottopone a controlli clinici non è detto che riesca a conoscere l'esito degli esami a cui si sottopone.
L'emergenza idrica il 30 luglio 2014 è sfociata in una vera e propria "rivolta" all'interno del carcere, costringendo la polizia penitenziaria a riorganizzare i turni e la copertura delle sezioni al fine di riportare la calma tra i carcerati, 25 dei quali non erano rientrati nelle celle dopo l'ora d'aria, con lo scopo proprio di sollevare un polverone e portare alla luce quelle che consideravano vere e proprie disfunzioni nella gestione del carcere.
Ma gli stessi detenuti che hanno manifestato per denunciare queste profonde ingiustizie, ora sono indagati dalla procura. I due sistemi, quelli penitenziari e giudiziari, oltre ad essere in osmosi, hanno creato di fatto una vera e propria alleanza contro le vittime del degrado.
www.leccenews24.it, 28 marzo 2015
"Sono anni che ribadiamo il bisogno di riformare il sistema e sono anni che i problemi restano e, addirittura, aumentano". Con toni duri il Segretario Nazionale dell'Organizzazione Sindacale degli Agenti di Polizia Penitenziaria, Pasquale Montesano, apre la conferenza stampa indetta oggi nella sede del super carcere di Lecce. Alla base delle innumerevoli difficoltà scontate dal sistema vi sarebbe la scarsa volontà di riformare in maniera efficace l'amministrazione penitenziaria.
"La nostra battaglia - aggiunge Montesano, affiancato dal Segretario Provinciale Osapp, Ruggero Damato - è quella di supportare ogni volontà di riforma del sistema penitenziario italiano per migliorare la sicurezza degli operatori di polizia che si trovano spesso ad operare in condizioni di precarietà e pericolo".
56mila detenuti e strutture spesso inadeguate, sovraffollamento e agenti in carenza di organico sono le questioni che caratterizzano lo stato di agitazione, ormai continuativo, delle cosiddette guardie carcerarie. Il Segretario Nazionale ha svolto oggi numerosi sopralluoghi e in particolare ha affrontato le delicate questioni degli istituti penitenziari di Taranto e Lecce, dopo aver già verificato la difficilissima situazione del carcere di Foggia.
Quello della Puglia è un vero e proprio caso nazionale che può essere affrontato e risolto solo con una forte e incisiva attività politica e di governo. Tutto quello che l'amministrazione penitenziaria in Italia non ha ancora fatto è necessario che venga posto nelle prime posizioni dell'agenda affinché il personale di Polizia possa operare in condizioni di umanità e di sicurezza. Le questioni esaminate oggi in sede di conferenza stampa a "Borgo San Nicola", sono state sempre oggetto di lotta sindacale e confronto democratico da parte delle guardie carcerarie del territorio salentino, in prima linea per accelerare ogni possibile processo di riforma.
Ansa, 28 marzo 2015
Dopo un primo anno di sperimentazione, arriva l'accordo definitivo tra la Garante regionale delle persone private della libertà personale, Desi Bruno, e il Centro di giustizia minorile dell'Emilia-Romagna, il Pratello di Bologna, per l'istituzione di uno "Sportello di informazione giuridica e consulenza extragiudiziale" all'interno della struttura. Lo sportello è dedicato sia alla consulenza sul diritto dell'immigrazione per le direzioni e operatori dei servizi minorili sia, soprattutto, "all'ascolto, informazione e orientamento per i minori e i giovani adulti collocati nell'area penale".
Alla fine del 2014, al Pratello erano stranieri 15 ristretti sui 21 complessivi. Come si legge nella convenzione, che ha una durata iniziale di due anni, "lo sportello diventa strumento fondamentale per la tutela dei diritti soggettivi dei minori anche in considerazione della complessità e della contraddittorietà che emerge tra i dettami della normative per la tutela, la protezione e i diritti dei minori e quella che regolamenta la presenza degli stranieri".
Un avvocato o esperto di diritto dell'immigrazione, individuato dalla Garante, offrirà infatti, oltre a un servizio di consulenza ai servizi minorili, supporto e consulenza ai giovani, principalmente di cittadinanza straniera, che "presentano difficoltà in materia di acquisizione o conservazione del permesso di soggiorno", "richiedono informazioni sulle modalità di acquisizione della cittadinanza italiana o dello status di apolidi", "intendono usufruire del rimpatrio assistito", "richiedono protezione internazionale, umanitaria, temporanea o sociale" o "per i quali non è stata avanzata alcuna richiesta di tutela".
Il comunicato della Garante regionale
Dopo un primo anno di sperimentazione, arriva l'accordo definitivo tra la Garante regionale delle persone private della libertà personale, Desi Bruno, e il Centro di giustizia minorile dell'Emilia-Romagna, il "Pratello" di Bologna, per l'istituzione di uno "Sportello di informazione giuridica e consulenza extragiudiziale" all'interno della struttura.
Lo sportello è dedicato sia "alla consulenza sul diritto dell'immigrazione per le direzioni e operatori dei servizi minorili" sia, soprattutto, "all'ascolto, informazione e orientamento per i minori e i giovani adulti collocati nell'area penale". Alla fine del 2014, al Pratello erano stranieri 15 ristretti sui 21 complessivi.
Come si legge nella convenzione, che ha una durata iniziale di due anni, "lo sportello diventa strumento fondamentale per la tutela dei diritti soggettivi dei minori anche in considerazione della complessità e della contraddittorietà che emerge tra i dettami della normative per la tutela, la protezione e i diritti dei minori e quella che regolamenta la presenza degli stranieri": un avvocato o esperto di diritto dell'immigrazione, individuato dalla Garante, offrirà infatti, oltre a un servizio di consulenza ai servizi minorili, supporto e consulenza ai giovani, principalmente di cittadinanza straniera, che "presentano difficoltà in materia di acquisizione o conservazione del permesso di soggiorno", "richiedono informazioni sulle modalità di acquisizione della cittadinanza italiana o dello status di apolidi", "intendono usufruire del rimpatrio assistito", "richiedono protezione internazionale, umanitaria, temporanea o sociale" o "per i quali non è stata avanzata alcuna richiesta di tutela". Sono diverse le modalità di intervento previste: si va dalle segnalazioni dei servizi minorili su casi che presentano particolari difficoltà alla richiesta scritta o verbale dei ragazzi, che possono rivolgersi sia alla direzione della struttura che direttamente alla Garante.
Ogni mese poi un avvocato esperto di diritto dell'immigrazione incontrerà gli operatori organizzati in equipe del trattamento per la valutazione dei casi segnalati, e sono in programma anche "incontri, convegni ed ogni altra iniziativa ritenuta idonea a favorire una informazione trasparente verso l'esterno per quanto riguarda la condizione dei minori collocati nelle strutture".
Desi Bruno si è detta "molto soddisfatta per il rinnovo di un accordo che già nel suo anno di sperimentazione ha portato a risultati importanti soprattutto per i giovani della struttura". Anche la dirigente del Centro giustizia minorile, Silvia Mei, ha espresso "la più viva soddisfazione per un protocollo che consente di utilizzare risorse importanti a vantaggio dei minori ristretti o seguiti dai servizi minorili della giustizia".
Ansa, 28 marzo 2015
"Acqua da tutte le parti, dal tetto e dal pavimento, recipienti e stracci in ogni angolo del carcere per tamponare le perdite di una struttura aperta di tutta fretta. Il filmato girato dentro il carcere è la rappresentazione più eloquente di quanto sta avvenendo dentro il carcere di Uta appena aperto e già in crisi. Piove dentro e gli agenti sono costretti a trasformarsi in ingegnosi raccoglitori d'acqua.
Lo scenario che si presenta nella struttura costata 95 milioni di euro è qualcosa di surreale", lo ha detto il deputato di Unidos Mauro Pili annunciando un'interrogazione parlamentare sulla situazione del carcere di Uta e pubblicando su Facebook le immagini di quanto sta avvenendo nel penitenziario. "In queste ultime settimane di pioggia la principale occupazione dentro la struttura è stata quella di tamponare l'avanzata delle perdite.
Le immagini che ho pubblicato - ha sottolineato Pili - sono solo una minima parte di quello che sta avvenendo dentro il carcere ma rappresentano in maniera eloquente il gravissimo disagio che stanno vivendo agenti e non solo nella struttura di Uta".
"È impensabile che nessuno paghi per questa situazione - ha concluso Pili -. È necessaria un'indagine urgente su una gestione che ogni giorno di più appare rivolta a nascondere quanto realmente accade in quella struttura piuttosto che a porvi rimedio".
Ansa, 28 marzo 2015
È iniziato oggi, nel Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), davanti al giudice monocratico Rosaria Dello Stritto, il processo a carico di 16 tra medici psichiatri e medici di guardia dell'Opg di Aversa, tra cui l'ex direttore sanitario Adolfo Ferraro, per i reati di maltrattamenti e sequestro di persona ai danni di 27 ex internati nella struttura. I fatti contestati sarebbero stati commessi tra il 2006 fino al gennaio 2011.
Uno degli imputati è deceduto un mese fa. Secondo la Procura di Santa Maria Capua Vetere (pm Federica D'Amoddio) le vittime - una ventina si sono costituite parti civili e sono assistite dall'avvocato Antonio Mirra - sarebbero state costrette dagli imputati a restare a letto per un periodo superiore a quello consentito, cioè 24 ore, e qualcuno sarebbe addirittura rimasto fermo nel letto, facendo i propri bisogni per un periodo di 12 giorni senza alcuna assistenza.
Le indagini sulle condizioni dei pazienti dell'Opg partirono nel gennaio 2011 dopo il suicidio di un detenuto, che si impiccò nella sua cella. La Procura fece sequestrare cartelle cliniche, documenti e foto. Proficuo per l'inchiesta giudiziaria fu anche lo scambio di informazioni con la Commissione d'inchiesta del Senato sul Servizio sanitario nazionale presieduta da Ignazio Marino, attuale sindaco di Roma, che all'Opg di Aversa inviò nello stesso periodo i Nas dei carabinieri. L'udienza di oggi è stata rinviata al 10 luglio prossimo per alcune irregolarità emerse nelle notifiche alle parti. L'Opg chiuderà per legge il 31 marzo.
Ristretti Orizzonti, 28 marzo 2015
A Conclusione del Progetto Libera-Mente Mamme svolto dall'associazione Solideando di Pescara grazie al contributo della Casa circondariale di Chieti, oggi 28 marzo 2015 ore 11:00 si svolgerà la festa conclusiva per mamme detenute e loro familiari.
L'Associazione Solideando di Pescara opera nel settore sociale e presta particolare attenzione nella presentazione di progetti formativi e di auto mutuo aiuto su problematiche sociali emergenziali (alcol-dipendenza, tossicodipendenza, minori, etc.).
L'Associazione ha proposto al Direttore della Casa Circondariale di Chieti, Dott.ssa Giuseppina Ruggero, e realizzato grazie alla disponibilità del Commissario Capo Valentino Di Bartolomeo e della dott.ssa Annamaria Raciti dell'area educativa, un progetto sulla genitorialità ("Libera-mente mamme") a favore di 12 detenute della sezione femminile, con l'obiettivo di approfondire il percorso di consapevolezza del ruolo genitoriale e garantire la cura delle relazioni familiari nonostante la condizione di detenzione.
Questo progetto è nato dalla convinzione che, anche in situazioni di disagio e limitazione dell'azione genitoriale, si può migliorare mettendosi in gioco in prima persona a livello di introspezione, introiezione del ruolo di madre, motivazione e progettualità educativa. I risultati attesi e raggiunti dall'azione, sono stati: prendersi cura del sé per prendersi cura dei figli, accrescere la consapevolezza dell'essere genitore in donne che vivono situazioni di restrizione fisica e imparare a saper leggere i bisogni e le esigenze dei propri figli migliorando la comunicazione e la relazione. Inoltre nel corso degli incontri i partecipanti sono riusciti a raggiungere un buon livello di empatia che ha permesso una notevole apertura introspettiva.
Il percorso "Libera-mente mamme" si è occupato della genitorialità attraverso 7 incontri tematici (1 a settimana), ciascuno dei quali ha toccato un tema diverso. Dopo l'esperienza di gruppo gli operatori hanno effettuato dei colloqui individuali per approfondire in maniera più introspettiva e personale le esperienze vissute in gruppo.
Inoltre il progetto ha previsto, in via sperimentale, 3 feste delle famiglie dove le detenute hanno potuto vivere con i propri familiari e sperimentare in un clima formale e de istituzionalizzato la relazione inter familiare. Gli incontri di gruppo hanno coinvolto attivamente le detenute in una dinamica di confronto e aiuto reciproco che ha consentito sia di estrinsecare le paure, le ansie e le difficoltà dell'essere genitori, sia di condividere consigli da poter poi praticare per essere migliori nel ruolo più difficile che esiste, quello di genitore.
Negli incontri sono state proposte delle esercitazioni pratiche e delle proiezioni video in relazione ai temi svolti e a conclusione del percorso, il 28 marzo 2015, verrà realizzata l' ultima festa della famiglia che consentirà un momento di socializzazione e condivisione comune tra genitori, figli e familiari i quali verranno intrattenuti con dei giochi di socializzazione, la visione di alcuni video che anticiperanno una discussione e riflessione finale sull'esperienza vissuta dalle detenute e dai loro familiari.
di Laura Perina
Verona Fedele, 28 marzo 2015
"Ri-genero" è un parto: si mette al mondo una nuova vita, passando dalla relazione. È una bella immagine per introdurre il progetto realizzato dall'associazione MicroCosmo onlus nella sezione femminile del carcere di Montorio, in occasione dell'Otto Marzo.
MicroCosmo promuove da anni la partecipazione delle donne detenute alle iniziative che riguardano la cultura di genere. Quest'anno ha attivato un laboratorio fotografico con l'artista Giovanna Magri, docente all'Accademia di Brescia, a cui hanno partecipato dieci detenute definitive, che hanno cioè terminato l'iter processuale e stanno scontando la pena. È stato sostenuto dalle organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil, dalla Consulta delle associazioni femminili e dall'assessorato alle Pari opportunità del Comune di Verona.
Durante la serata di condivisione, la responsabile di MicroCosmo Paola Tacchella ha spiegato che "Ri-genero" è stato concepito come un modello narrativo per immagini, dove fotografie e racconto rappresentano una rielaborazione: quella delle esperienze dolorose, a cui si può dare un senso. Durante le testimonianze, nella stanza-laboratorio le luci erano spente e le detenute, raccontandosi, illuminavano con una torcia i loro ritratti; perché ripensando ai momenti di crisi, hanno spiegato, tutte hanno elaborato la stessa immagine: buio. Il dolore, di per sé individuale, è qualcosa che sì impara a condividere e crea una relazione.
"Avevo vent'anni e una figlia di tre settimane. Ho subito una molestia e ho reagito. Ho preso 14 anni. Il periodo a Montorio è uno spazio nel quale prendermi cura di me, una forma di equilibrio", ha raccontato Jana, rumena, che uscirà di prigione fra cinque mesi. "Ho subito maltrattamenti fisici e verbali - ha continuato Sandra. Se ci ripenso mi viene la pelle d'oca. Non vedevo via d'uscita e mi domandavo come avessi fatto a finire in quella situazione. Ma quando ho deciso di prendere in mano la mia via, è bastato un attimo per rimettermi in piedi. È cominciata la mia rinascita, anche se non potrò mai cancellare quel momento".
"Quando è morto mio marito pensavo di non farcela. Avevo sei figli. Loro sono stati la mia forza"; "Sono giovane e questa è la mia prima vera crisi. La mia forza è mia mamma"; "Quando hanno ucciso mio fratello. Ce l'ho fatta per sostenere mia mamma", hanno spiegato altre. La forza della ripresa passa quasi sempre dalla maternità: essere importanti per qualcuno, trovare nella catena generazionale il proprio spazio.
Ecco perché "Ri-genero" è come un parto, dove quel "ri" ha a che fare con qualcosa che già esiste. "La popolazione carceraria è variegata, ma è bassissima la percentuale di chi delinque per arricchimento. Prima di considerare il carcere solo come un covo di delinquenti, dovremmo renderci conto che è Fatta di persone che già alla base hanno avuto meno opportunità", ha sottolineato Paola Tacchella. Il progetto è piaciuto molto alle donne detenute che hanno già chiesto alla direttrice del carcere Maria Grazia Bre-goli di poterlo replicare. Le premesse ci sono tutte, ha assicurato quest'ultima. Nel frattempo, si aspetta il via libera per far uscire la mostra dalla casa circondariale ed esporla in uno spazio cittadino da identificare.
di Alessandra Agrati
Il Tirreno, 28 marzo 2015
Prato, il protocollo di intesa, che coinvolge anche la casa circondariale, verrà firmato nei prossimi giorni e di fatto ufficializza una collaborazione che comunque è già attiva da qualche anno. Il teatro Metastasio produrrà una parte degli spettacoli organizzati da Teatro Metropopolare. all'interno del carcere della Dogaia e soprattutto investirà nella formazione delle figure professionali che ruotano intorno ad uno spettacolo, dai tecnici della luce, ai costumisti fino ai parrucchieri. Il protocollo di intesa, che coinvolge anche la casa circondariale, verrà firmato nei prossimi giorni e di fatto ufficializza una collaborazione che comunque è già attiva da qualche anno.
"Il nostro impegno - ha spiegato Edoardo Donatini responsabile settore innovazione- consisterà nel sostenere la compagnia con un supporto tecnico anche nella fase della produzione. Del resto il teatro vive nel territorio in cui opera e la Dogaia è una parte importante". L'attività teatrale all' interno del carcere è nata otto anni fa con un progetto di Teatro Metropopolare, guidato da Lidia Gionfrida. "Il nostro obiettivo - ha sottolineato - è di creare un'attività permanente e formativa per chi vuole fare teatro. Il progetto coinvolge ogni anno circa 70 detenuti che per poter recitare devono passare dei test molto selettivi. Con la convenzione che firmiamo trasformiamo il progetto in una vera e propria casa artistica, dove oltre a recitare si accolgono anche attori e cantanti".
L'attività di è sostenuta dalla Regione Toscana e dal comune di Prato. "Il carcere - ha sottolineato l'assessore alla cultura Simone Mangani - non è un luogo staccato dalla realtà cittadina, per questo la convenzione che verrà firmata potrà essere utilizzata come modello. L'amministrazione continuerà a mantenere aperto il canale con il carcere, organizzando anche concerti all' interno delle mura della Dogaia".
L'impegno dell' amministrazione non riguarda solo l'aspetto culturale, ma anche quello sociale. "Nonostante le ristrettezze economiche - ha spiegato Luigi Biancalani assessore al sociale - cercheremo di mantenere i servizi presenti come la collaborazione con le associazioni sportive, la ricerca di un alloggio temporaneo per chi ha terminato di scontare la pena, il servizio di mediazione e quello di borse lavoro che partirà a breve".
La presidente del consiglio comunale Ilaria Santi ha promesso ai detenuti che "pungolerò i vari assessorati affinché mantengano quello che hanno promesso". L'accordo firmato è stato possibile soprattutto grazie alla direzione carceraria. "Il protocollo che avrà validità di quattro anni tacitamente rinnovabili - ha sottolineato il direttore Vincenzo Tedeschi - formalizza un percorso già in essere che è molto importante per i detenuti".
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