di Yascha Mounk*
La Repubblica, 13 maggio 2019
Quando Recep Erdogan fu eletto per la prima volta a capo del governo turco, nel 2003, promise che avrebbe rispettato le istituzioni democratiche e che avrebbe rinunciato prontamente al potere se mai avesse perso la fiducia dei cittadini. La realtà è stata molto meno rosea.
I giornali e le riviste di tutto il mondo inizialmente lo presentavano come un riformatore democratico, ma ha sistematicamente esteso i suoi poteri ed epurato gli oppositori dai vertici delle forze armate, dalla funzione pubblica e dalle istituzioni scolastiche e universitarie.
Quando i suoi ex alleati cercarono di spodestarlo attraverso un golpe, nell'estate del 2016, sfruttò l'occasione per consolidare il suo controllo del Paese: grazie allo spropositato stato d'emergenza proclamato pochi giorni dopo il fallito colpo di Stato, ha avuto la possibilità di liquidare decine di migliaia di dipendenti pubblici che considerava politicamente inaffidabili e incarcerare alcuni dei giornalisti più famosi del Paese.
L'enorme potere di cui dispone ormai il presidente turco rende ancora più incredibile il fatto che un'opposizione unita sia riuscita, il mese scorso, a riportare una sorprendente serie di vittorie nelle elezioni municipali, conquistando il governo della capitale del Paese, Ankara, e della città più importante, Istanbul. Il risultato è che Erdogan, per la prima volta dal fallito golpe di tre anni fa, ha dovuto fare una scelta difficile: riconoscere i risultati elettorali, ammettendo quindi il crescente malcontento dei cittadini verso il suo governo? O usare il suo controllo delle istituzioni turche per far annullare il voto?
Citando presunte irregolarità, la commissione elettorale ha annunciato che Istanbul terrà nuove elezioni a giugno. Questo annuncio segna un punto di svolta fondamentale nella storia politica della Turchia: ormai è impossibile, per qualunque osservatore ragionevole, continuare a negare la realtà. Un Paese dove il presidente ha il potere di annullare le elezioni quando il risultato non gli è gradito è chiaramente diventato una dittatura.
Da questo momento, chiunque insisterà a definire la Turchia una democrazia, o a trattare le sue elezioni come un barometro attendibile dell'opinione pubblica, sarà un bugiardo o un folle. Se l'annuncio spazza via ogni dubbio rimanente sullo stato attuale della democrazia turca, solleva anche grossi interrogativi sul futuro.
Nei prossimi giorni, Imamoglu dovrà decidere se boicottare il nuovo voto a giugno. Se lo farà, offrirà a Erdogan il potere che brama. Se non lo farà, accorderà legittimità a un'elezione che difficilmente potrà vincere. Se è testa, vince Erdogan. Se è croce, perde Imamoglu. Ma pure per Erdogan, anche se ha ottime probabilità di mantenere il controllo di Istanbul nel breve termine, si prospetta un futuro più difficile. Fino a questo momento, segmenti ampi della popolazione turca credevano alle parole del presidente quando questi affermava che avrebbe lasciato di buon grado il potere se il popolo gli avesse ritirato la sua fiducia.
Ora la pretesa di Erdogan di rappresentare l'autentica volontà del popolo probabilmente suonerà falsa anche alle orecchie di chi lo aveva sostenuto. La perdita di legittimazione democratica di Erdogan non significa che stia per perdere il potere. Ma è il segnale che il suo potere, da questo momento in avanti, poggerà su basi molto più precarie.
Ora che la sua pretesa di esercitare un mandato popolare è stata smascherata definitivamente, Erdogan dovrà misurarsi con un'opposizione ancora più determinata; e dovrà ricorrere a un'oppressione ancora più esplicita per rimanere al potere.
*Traduzione di Fabio Galimberti
di Francesco Radicioni
La Stampa, 13 maggio 2019
Tre anni dopo aver varcato il portone del palazzo Malacañang Rodrigo Duterte spera di replicare alle urne il successo che lo ha portato a essere il presidente delle Filippine più controverso fin dai tempi della dittatura di Ferdinando Marcos.
Oltre sessanta milioni di elettori sono chiamati oggi al voto per eleggere migliaia di rappresentanti a ogni livello: dalle amministrazioni locali fino alla metà dei seggi della Camera alta del Parlamento di Manila. "Una storica battaglia contro il ritorno della tirannia", ha definito queste elezioni la senatrice Leila de Lima, una delle voci più critiche di Duterte finita in carcere nel 2017 con accuse che i suoi sostenitori definiscono "politicamente motivate".
Se il voto di oggi viene interpretato come un referendum sulla popolarità dell'ultimo uomo forte delle Filippine, le opposizioni temono che il risultato delle elezioni di midterm sarà un nuovo colpo per le fragili istituzioni democratiche del paese.
Finora il Senato delle Filippine è stato l'ultimo bastione di resistenza alle politiche più controverse annunciate da Duterte: la riforma dell'architettura istituzionale del paese in senso federalista, la reintroduzione della pena di morte, la sanguinosa guerra alla droga. Il "salvatore" Dopo che negli scorsi mesi c'era stata una leggera flessione del consenso, gli ultimi sondaggi del Sws indicano però che la popolarità di "The Punisher", il "castigatore" in italiano, è tornata a salire: il 79% dei filippini si dice "soddisfatto" della sua leadership.
"In un arcipelago di 108 milioni di persone - di cui un quarto vive al di sotto della soglia di povertà - Duterte ha presentato se stesso come un salvatore", così un diplomatico europeo spiega il successo del leader filippino. In un sistema politico dove a contare è più il carisma personale che la forza dei partiti tradizionali, secondo gli analisti ci sono pochi dubbi che la popolarità di Duterte trascinerà consensi verso i candidati al Senato fedelissimi al presidente: il braccio destro Bong Go e l'ex-capo della polizia Ronald de la Rosa.
In un nuovo tentativo di legittimare il clan di Ferdinando Marcos, in lista per un seggio c'è anche Imee Marcos, figlia dell'uomo forte nelle Filippine negli anni 70 e 80.
"È tempo di seppellire il passato", ha detto una volta Duterte. A caccia di un seggio Secondo un recente sondaggio di Pulse Asia, solo uno tra i candidati dell'opposizione - Bam Aquino - ha qualche chance di conquistare uno dei 12 seggi del Senato per cui si vota oggi.
Nonostante il rallentamento della crescita economica, l'aumento dell'inflazione e la violenta guerra alla droga che ha provocato migliaia di morti nel Paese, il messaggio populista e machista di Rodrigo Duterte continua ad attrarre consensi. A poco valgono le denunce delle opposizioni sulle violazioni dei diritti umani e sul clima d'intimidazione verso la stampa, così come sul rischio che Manila possa voltare le spalle allo storico alleato americano per guardare sempre di più a Pechino e Mosca.
"Ha presentato se stesso come un uomo del popolo, un outsider che non tollera gli oligarchi corrotti e le élite dinastiche di quella che definisce la Manila imperiale", scrive Jonathan Miller in "Rodrigo Duterte: Fire and Fury in the Philippines". "Molta gente morirà" Può apparire paradossale per un leader arrivato al potere scagliandosi contro le iniquità sociali, ma i sondaggi di Sws evidenziano anche che - da settembre 2016 a oggi - il consenso per l'uomo forte delle Filippine è cresciuto di 15 punti tra le classi più agiate, mentre è diminuito tra i più poveri.
"Sono stati proprio i più poveri tra i poveri le principali vittime delle migliaia di omicidi extragiudiziali", spiega Celito Arlegue del Council of Asian Liberals and Democrats. Fin dal suo ingresso al Malacañang, Duterte ha promesso di estendere a livello nazionale il modello adottato da sindaco di Davao: una feroce campagna contro la criminalità, ma soprattutto contro spacciatori e consumatori di shabu: le metanfetamine che aiutano a combattere fame e fatica.
"Molta gente morirà", aveva promesso. Così è stato. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, le vittime di queste esecuzioni sommarie sarebbero oltre 20mila: uccise brutalmente da vigilantes negli slum di Tondo e delle altre baraccopoli del paese. "Nonostante la retorica - continua Arlegue - i poveri non sono mai stati una priorità per Duterte".
Il Gazzettino, 12 maggio 2019
Le parole più emozionanti sono state quelle che Fiammetta Borsellino ha pronunciato in chiusura della Giornata del 10 maggio nella Casa di reclusione di Padova, dedicata al tema "La cultura della prevenzione, l'incultura dell'emergenza", organizzata da Ristretti Orizzonti, in collaborazione con la Casa di reclusione di Padova e la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia: "Oggi secondo me si è realizzato veramente un sogno di papà. Mio padre era convinto che bisogna condividere pubblicamente i problemi, il che significa prenderne coscienza. Era fermamente convinto che soltanto una presa di coscienza collettiva potesse aiutare a risolverli".
di Marco Pozza
Il Mattino di Padova, 12 maggio 2019
Ha preso la parola sapendo d'avere dinnanzi una platea di uomini-difficili, storie i cui protagonisti sono apparentemente uomini senza speranza. Tutt'al più uomini che hanno complicato tremendamente la speranza, singola e collettiva.
Ristretti Orizzonti, 12 maggio 2019
"Oggi secondo me si è realizzato veramente un sogno di papà". Le parole più emozionanti sono state quelle che Fiammetta Borsellino ha detto in chiusura della Giornata del 10 maggio nella Casa di reclusione di Padova, dedicata al tema "La cultura della prevenzione, l'incultura dell'emergenza", organizzata da Ristretti Orizzonti, in collaborazione con la Casa di reclusione di Padova e la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia:
di Maurizio Giannattasio
Corriere della Sera, 12 maggio 2019
Il bilancio dell'ex pm 27 anni dopo l'inchiesta che condusse alla fine della Prima Repubblica: "Sa perché Mani Pulite è finita? Perché quando sono emerse le corruzioni del cittadino comune, il vigile o l'ispettore del lavoro, sono sparite le prove". È l'ex magistrato di Mani Pulite, il giudice della scoperta della P2 e del delitto Ambrosoli, il pm dei processi Imi-Sir/Lodo Mondadori/Sme. Un uomo che ha fatto tremare i potenti.
Ma il Gherardo Colombo che ti viene incontro è spiazzante. Ha appena fatto la spesa al supermercato e si presenta con tre sporte in mano. Lo si incontra spesso nel parco vicino a casa con il suo amato golden retriever Luce. Il suo tempo si divide tra gli incontri con i ragazzi delle scuole e il volontariato a San Vittore e Opera. Sposato, tre figli, un nipotino di 11 anni, Colombo si è dato un compito nella sua seconda vita. Onorare una promessa fatta nel lontano 2007 quando diede le dimissioni dalla magistratura: "Voglio invitare i giovani a riflettere sul senso della giustizia". Lo fa ormai da 12 anni.
Dottor Colombo sono passati 27 anni da Mani Pulite e in Lombardia ci ritroviamo con 90 indagati e 28 persone agli arresti. Sembra che l'unica cosa incorruttibile nel nostro Paese sia la corruzione. Eterna, senza che il tempo riesca a scalfirla. È così?
"Siamo solo agli inizi dell'inchiesta. La Costituzione garantisce la presunzione d'innocenza fino alla sentenza conclusiva. È vero, sono passati 27 anni da Mani Pulite e 14 da quando nel 2005 si sono conclusi indagini e processi. A mio parere nella competizione tra corruzione e legge ha vinto la corruzione e ha perso la legge".
Mani Pulite non è servita?
"Mani Pulite è la dimostrazione scientifica che un fenomeno così diffuso e capillare com'era e com'è la corruzione in Italia non può essere marginalizzato dallo strumento penale. La differenza sta nel fatto che allora c'era un vero e proprio sistema collegato al finanziamento dei partiti con regole precise, rigorose e molto osservate. Oggi la corruzione è più anarchica e meno regolamentata. Il collegamento al finanziamento dei partiti è occasionale e meno visibile. Da noi esiste un principio di carattere generale per cui la regola prima è per molti la furbizia e di conseguenza, ogni volta che si può, la corruzione viene messa in pratica".
Tratteggia la corruzione come connaturata alla natura umana. È questo che ha scoperto nei suoi lunghi anni in magistratura?
"No. Non è una questione genetica, non c'entra il Dna. È una questione di cultura. Nonostante siano passati 71 anni dall'entrata in vigore della Costituzione continuiamo a pensare che lo stare insieme sia regolato dai principi di una società verticale, il cui fondamento è la discriminazione, che nega la pari dignità delle persone. C'è chi sta sopra e chi sta sotto. È una visione ancora molto praticata a dispetto della Costituzione. In una concezione del genere la corruzione serve per scalare le posizioni. O noi cambiamo l'impostazione culturale o è difficile uscirne".
Lei nelle scuole spiega la legalità. Ma cos'è la legalità? È solo una questione giuridica?
"In sé la legalità è un termine neutro. Significa rispetto della legge, qualunque ne sia il contenuto. C'era legalità nel 1938 se, come succedeva, gli italiani rispettavano le leggi razziali. Se oggi gli italiani si comportassero, come purtroppo qualche volta succede, in base alle leggi razziali, ci sarebbe illegalità".
Con quale senso riempiamo la parola legalità?
"Per capire se la legalità ha una valenza positiva o negativa dobbiamo riferirci a un'altra parola: giustizia. Le leggi sono giuste e ingiuste, le prime creano una legalità giusta, le seconde ingiusta. Ma non abbiamo fatto altro che spostare nuovamente il problema: cos'è la giustizia?".
Sembra un concetto inafferrabile.
"Solo se la si pensa teoricamente. Secondo me, a stabilire la giustizia delle leggi ci si arriva in via sperimentale, per esperienza".
Può fare un esempio?
"Chi ha scritto la Costituzione ha rovesciato il modo di stare insieme. C'erano stati dei prodromi, la scelta della Repubblica, il voto alle donne, ma la vera rivoluzione è stata l'entrata in vigore della Carta. Prima la regola era la discriminazione, non solo di genere, ma di censo, di etnia, di religione. Arriva la Costituzione e riconosce solennemente la dignità universale, il contrario della discriminazione. I costituenti lo affermano perché alle loro spalle hanno due guerre mondiali. Noi facciamo fatica a capire cosa hanno vissuto e sofferto: i 55 milioni di morti della Seconda Guerra mondiale per noi sono solo una statistica che per di più non ci mostra chi ha perso un braccio, una gamba, la vista, la casa. Una tragedia resa ancora più agghiacciante dalla Shoah e dalla bomba atomica. Oggi assimiliamo la bomba atomica a un cataclisma naturale, in tanti siamo nati quando c'era già. A chi viveva allora, quell'ordigno ha cambiato il futuro. La conseguenza è la Costituzione e, quasi un anno dopo, la dichiarazione dei diritti dell'uomo nel cui preambolo ci si riferisce chiaramente alla necessità di evitare che si ripetano le barbarie che hanno insanguinato il secolo scorso. Il primo articolo della dichiarazione afferma che "tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti". Significa che lo strumento per evitare che in futuro quell'orrore possa ripetersi consiste nel riconoscere finalmente la pari dignità di ciascuno. Si dà così alla parola democrazia non solo un valore formale (una testa, un voto) ma sostanziale (la pari dignità è il presupposto che giustifica "una testa, un voto")".
Non teme che affidare il senso della giustizia all'esperienza e in ultima istanza alla storia sia pericoloso? Anche la giustizia di oggi domani può diventare ingiusta.
"Non possiamo dire che è o diventerà ingiusta perché fino a oggi non l'abbiamo sperimentata realmente. Constato infatti che continuiamo ad applicare le regole di ieri".
È questa la ragione per cui corruzione ed evasione fiscale sono così diffuse?
"È così. La radice è sempre quella".
È possibile cambiare?
"È complicato perché, come diceva Kant, siamo un legno storto e le nostre imperfezioni sono enormi. Non abbiamo solo la testa ma anche la pancia che spesso prende il sopravvento. La prima cosa da fare è individuare il campo dove operare. È quello educativo. In secondo luogo è necessario conformare l'educazione al principio informatore della nuova organizzazione sociale. Non è semplice perché siamo imbevuti di cultura verticale e continuiamo a educare secondo il relativo schema. Vediamo le regole come un mezzo per imporre l'obbedienza e della regola guardiamo molto più la sanzione che il precetto, in perfetta sintonia con una società dove chi sta sopra comanda e chi sta sotto obbedisce".
E se non obbedisce viene punito...
"La sanzione porta all'obbedienza. Del precetto ci dimentichiamo. Dovrebbe essere il contrario, perché il precetto ti dice come ottenere il risultato. Negli incontri a scuola con i ragazzi faccio esempi concreti che sfiorano la banalità. Chiedo: vi piacciono le regole? No. E le torte? Sì. Secondo voi c'è una relazione tra la torta e la regola? Qualcuno ci arriva subito, qualcun altro dopo un po'. La risposta è sì, perché per fare la torta bisogna seguire una regola, la ricetta. La regola è un'indicazione per raggiungere il risultato. Si accorgono di essere in contraddizione. Non amano le regole, ma amano ciò che con le regole si crea".
Perché si dimentica il precetto?
"Perché spesso non riusciamo a vedere il risultato. Così chi non paga le tasse dice non pago perché gli altri rubano. Può succedere, ma l'affermazione è generalmente una scusa. Ci sta dietro una convinzione che dipende dal non vedere che le imposte sono le risorse che permettono a tutti di avere i diritti. Non si può avere sicurezza, istruzione, sanità, acqua corrente in casa senza risorse e cioè i soldi che arrivano dalle tasse".
Lei sostiene che le sanzioni contro la corruzione servono a poco. Altri vorrebbero sanzioni più severe.
"Se usiamo la sanzione per far rispettare la regola, ma la sanzione non viene applicata, implicitamente comunichiamo che il comportamento formalmente vietato è in effetti consentito".
Se la sanzione non arriva significa che la giustizia non funziona.
"Credo che sia impossibile riuscire a controllare tutto, salvo essere controllati dall'occhio del Grande Fratello. L'amministrazione della giustizia non funziona se le regole sono in contrasto con la cultura e la consuetudine. Anche se le pene sono aumentate la corruzione non è sparita. Ricordiamoci le grida manzoniane. Ammesso che il diritto penale serva per educare le persone, cosa a cui non credo ormai per niente, in realtà se servisse educherebbe solo all'obbedienza. In una democrazia non abbiamo bisogno di persone obbedienti, ma di persone che sappiano gestire la loro libertà, che sappiano scegliere e discernere. Bisogna insegnare a discernere, non a obbedire. Altrimenti la democrazia salta".
Quali sono le responsabilità della politica?
"Faccio un'affermazione forte: la politica è meno colpevole del cittadino. Sa perché Mani Pulite è finita? Perché all'inizio le prove ci portavano verso chi stava in alto, il segretario di partito, il sindaco, l'onorevole. Figure con cui i cittadini non si identificavano, e allora tutti a sostenere le indagini, a volte anche scorrettamente (ricordiamoci della dignità delle persone). Poi le inchieste sono proseguite e sono emerse le corruzioni del cittadino comune: il vigile che fa la spesa gratis e non controlla la bilancia del salumiere, l'ispettore del lavoro che per poche lire non controlla se ci sono le cinture di sicurezza nei cantieri. Allora i cittadini hanno cominciato a pensare: ma questi qui cosa vogliono? Vogliono vedere quello che faccio io? Non ci pensino nemmeno! Sono sparite le prove e Mani Pulite è finita. Spesso nelle scuole parlo di evasione fiscale. Tutti la maledicono, sono convinti di non averne a che fare. Replico che non sto parlando dell'evasione di Zio Paperone. Mi rivolgo direttamente ai professori e ai genitori. "Certamente non voi, ma quanti pagano le tasse alla mattina perché gliele trattengono sullo stipendio e al pomeriggio fanno lezioni private in nero? O quanti non si fanno fare la fattura dall'idraulico perché così costa meno?". L'atteggiamento dei miei ascoltatori cambia".
C'è un problema di selezione della classe dirigente?
"È necessario non fare di tutte le erbe un fascio. Se per molti si sta insieme (meglio, ci si mette in scala) per furbizia, per tante persone si sta insieme evitando di imbrogliarsi. Anche in politica. Ai tempi di Mani Pulite molto spesso la corruzione era legata al finanziamento illecito dei partiti, e il finanziamento costituiva una sorta di giustificazione. Un po' ipocrita, ma reale. A chi manovrava le tangenti per i partiti magari restava qualcosa attaccato alle mani (si sa che il denaro è appiccicoso) ma era poco a fronte delle centinaia e centinaia di miliardi che giravano. La dignitosissima e disperata lettera di Sergio Moroni è profondamente significativa. Moroni si suicida perché gli sembra che gli sia stata tolta la terra da sotto i piedi. Certo il finanziamento illecito era reato, ma era come se il reato fosse stato abrogato dalla prassi, la regola effettiva per lui era che si poteva fare".
Mani Pulite ha distrutto i partiti della cosiddetta prima Repubblica.
"Mani Pulite, come la scomparsa di tanti partiti storici, è la conseguenza della caduta del Muro di Berlino. Prima - penso alla P2, ai fondi neri dell'Iri, indagini che ho svolto personalmente - succedeva che, quando non era possibile fare altrimenti, fosse la stessa magistratura a togliere le castagne dal fuoco. La regola era che in certi cassetti non si guardava".
Che cosa le chiedono gli studenti?
"Il mio approccio è "costituzionalmente orientato": bisogna sì parlare, ma anche ascoltare. Purtroppo l'ascolto non è una caratteristica costante nelle nostre scuole. Non bisogna generalizzare, ci sono molte eccezioni, ma l'atteggiamento complessivo è molto verticale. Lo si vede anche nei piccoli dettagli, per esempio nel come ci si rivolge ai ragazzi. Giorni fa in un'aula di terza media, prima che arrivassero professori e preside, chiacchieravo con un ragazzo dandogli del lei. Quando finalmente ha capito che mi rivolgevo a lui un grande sorriso gli ha illuminato il viso perché ha sentito di essere considerato".
Il mondo salvato dai ragazzini?
"Sì, peccato che poi ci siamo noi, gli adulti. Ci aiuta un po' il fatto che c'è un ricambio generazionale".
Pessimismo da una parte, via d'uscita dall'altra. Chi vince?
"Non sono pessimista, faccio fotografie. La via d'uscita dipende dall'impegno che ci si mette. Sono ottimista perché vedo quanto i ragazzi sono disposti a coinvolgersi su questi temi".
Nonostante tutto crede nel progresso?
"Ogni tanto si verificano terribili ricadute, come il fascismo e il nazismo nel secolo scorso, ma il trend complessivo è che si va avanti. La schiavitù non è più legale da un secolo e mezzo negli Stati Uniti, e le donne votano in Italia da oltre 70 anni. Siamo molto lenti a cambiare, ma la nostra storia ci dice che ne siamo capaci".
di Liana Milella
La Repubblica, 12 maggio 2019
"Con il decreto sicurezza bis si supera ogni limite. È un'accozzaglia di norme inutili, inefficaci, dannose, anche controproducenti e, per certi aspetti, incostituzionali. C'è solo da sperare che, se non la razionalità, almeno la decenza prevalga e che questo testo non venga mai adottato. Ma il solo annuncio veicola un messaggio negativo e pericoloso. Perché l'esigenza di un manifesto-propaganda in questo caso travolge ogni limite".
L'ex procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati, toga dalle reazioni ferme ma misurate, stavolta legge con Repubblica il testo del decreto sicurezza bis ed esplode. Andiamo per ordine.
Partiamo dal primo articolo, sanzioni per chi salva i migranti in mare...
"Siamo di fronte a una manifestazione muscolare inutile priva di ogni applicazione pratica. Nelle situazioni concrete prevarrà sempre l'obbligo di soccorrere le vite umane previsto dalla nostra legge sullo stato di necessità, l'articolo 54 del codice penale, e dalle convenzioni internazionali che la norma proposta deve comunque richiamare, nonché dalla legge dell'umanità".
È possibile portare in capo al Viminale le competenze sul controllo del mare?
"Qui siamo di fronte non solo a una contingente norma ad ministrum che punta a riequilibrare le forze nella coalizione di governo, ma a un testo che altera il delicato equilibrio delle rispettive competenze dei ministri. Quello dell'Interno, il ministro di "Polizia", svolge un ruolo essenziale in difesa della sicurezza e dell'ordine democratico, ma le sue competenze debbono essere rigorosamente limitate, pena lo scivolamento verso uno Stato di Polizia. Per fortuna, a dispetto dei proclami e delle esibizioni dell'attuale ministro dell'Interno protempore, abbiamo visto che la struttura del Viminale, grazie all'alta professionalità e alla fedeltà ai valori della
Costituzione, ha agito come limite alle pressioni della politica contingente".
Lei non condivide neppure il maggior potere dato alle Direzioni distrettuali antimafia delle procure?
"Estendendo le competenze delle Dda a settori del tutto estranei alle funzioni tipiche si otterrebbe il sicuro risultato di sovraccaricarle di compiti con il rischio di comprometterne la funzionalità sui reati più gravi oggi di loro competenza".
Come giudica la richiesta di Salvini di inasprire le sanzioni per le manifestazioni pubbliche in cui vengano commessi i reati di devastazione e saccheggio?
"Anche questa è una norma propaganda del tutto inutile. Le sanzioni per i reati di devastazione e saccheggio già esistono e sono del tutto adeguate. Il problema è quello di individuare i responsabili ed è irragionevole appesantire le sanzioni già previste per gli organizzatori delle manifestazioni per il solo fatto che si siano eventualmente inseriti dei provocatori".
È contrario a introdurre nuovi reati per chi si comporta in modo violento durante i cortei?
"La norma, sgrammaticata nella sua formulazione, introduce inutili inasprimenti nella disciplina che fu introdotta nei tempi bui del terrorismo e che ha dimostrato di essere tuttora pienamente adeguata".
Serve davvero un commissario straordinario per far notificare le sentenze di esecuzione delle condanne rimaste arretrate e quindi non eseguite?
"L'articolo è forse l'esempio più clamoroso della strumentalizzazione di un problema reale. Ma questa misura, che peraltro stravolge le competenze del ministero della Giustizia, se attuata, provocherebbe solo ulteriori danni".
E perché?
"Il rafforzamento, anche con misure straordinarie, del personale amministrativo è necessario, ma va attuato in modo razionale e non con provvedimenti spot. Potenziare un solo settore, per di più introducendo un commissario proposto dal ministero dell'Interno, è platealmente incostituzionale perché l'articolo 110 della Costituzione dà questo compito al ministro della Giustizia in collaborazione con il Csm. Per di più rischia di produrre ulteriori danni perché intervenire su un solo segmento di una trafila complessa crea sovraccarichi e disfunzioni su ciò che precede e ciò che segue. Anziché maggiore sicurezza si avrebbero solo ulteriori disfunzioni".
di Carmelo Lopapa
La Repubblica, 12 maggio 2019
Salvini vuole portare il suo decreto contro le Ong già in settimana in Cdm, ma Conte lo stoppa. I grillini presentano la legge sulle incompatibilità per chi governa e lanciano un appello al Pd. Porte sprangate per Matteo Salvini. Il premier Giuseppe Conte, d'intesa col suo vice Luigi Di Maio, lascia cadere la richiesta del leader leghista di portare subito in Consiglio dei ministri, già questa settimana, il discusso decreto sicurezza bis.
di Chiara Saraceno
La Repubblica, 12 maggio 2019
Terzo Settore e Ong mai così sotto attacco dal governo. Colpendo la solidarietà si va anche contro la Costituzione. L'attività di solidarietà sociale non è mai stata così oggetto di delegittimazione da parte dei poteri dello Stato come oggi.
di Luigi Migliorini
Corriere Veneto, 12 maggio 2019
Nei giorni scorsi in Polesine c'erano gazebi della Lega in cui si raccoglievano sottoscrizioni per una petizione per l'introduzione della castrazione chimica per gli stupratori. Ad Adria mi è stato chiesto se volevo firmare e ho risposto ironicamente che l'avrei fatto se avessero aggiunto il ritorno al taglio della mano per i ladri e il ripristino dell'antica lapidazione per le adultere (per gli uomini la pena non era prevista).
Al diniego all'aggiunta è seguito il mio rifiuto di firmare. Non capisco come si possa insistere in siffatta iniziativa, anziché semmai prospettare un inasprimento delle attuali pene, peraltro già elevate. Lo stesso ministero della Giustizia, con nota del capo di Gabinetto del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, ha definito la castrazione chimica incostituzionale e ha condiviso il giudizio negativo del Comitato nazionale per la protezione dei diritti dell'uomo e la biomedicina.
L'articolo 32 della Costituzione stabilisce che "Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana".
La castrazione chimica, seppure attuata tramite farmaci, determina un'alterazione nel fisico e, probabilmente anche nella psiche, che viola i succitati limiti, considerato che il rispetto della persona umana è costituzionalmente previsto in linea generale, senza esclusioni. Ha sostenuto l'incostituzionalità in questione, tra gli altri, anche il professor Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, in un intervento televisivo.
L'eventuale coatta castrazione chimica potrebbe determinare scompensi mentali tali da rendere chi vi è stato sottoposto, uscito dal carcere (non è prevista la condanna all'ergastolo) pericolosissimo. E potrebbe esserci il caso, seppure più raro, di violenza sessuale posta in essere da una donna (sono noti alcuni episodi soprattutto nei confronti di ragazzi).
In queste ipotesi, ovviamente niente castrazione chimica ed altra incostituzionalità sotto il profilo della disparità di trattamento tra uomo e donna. Smettetela quindi, leghisti, con le demagogiche amenità e occupatevi di cose serie.
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