di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 15 maggio 2019
Intervista a Gino Strada: "La realtà di oggi preoccupa, c'è chi soffia sull'odio, chi inneggia alla violenza: siamo già dentro un nuovo fascismo. In Italia nessuno chiede perché, con milioni di poveri, abbiamo una spesa militare di miliardi". "Com'è possibile aver fatto negli ultimi 200 anni delle scoperte incredibili, realizzato cose impensabili in tutti i campi, nella medicina, la chimica, le nanotecnologie, ma non essere stati capaci di progredire sul piano etico? Capire che ammazzarsi tra noi è un non senso, è contro natura".
Gino Strada la guerra la conosce bene. La conosce bene Emergency, l'associazione che fondò nel 1994 per offrire cure mediche gratuite alle vittime dei conflitti. In Africa, in Iraq, in Afghanistan e, a breve, in Yemen. Dei 25 anni di Emergency abbiamo parlato con Gino Strada, in occasione dell'inaugurazione della mostra fotografica Zakhem di Giulio Piscitelli.
Il sottotitolo della mostra è "La guerra a casa". Perché?
Le foto di quei pazienti indicano chiaramente che sono dei civili anche se per lo più indossano i vestiti bianchi degli ospedali. È nei villaggi, le città, le case che si combatte la guerra e le vittime sono chi ci abita. Credo che sia una bella mostra: Giulio ha fatto un ottimo lavoro fotografando i pezzi di metallo, schegge, proiettili che i chirurghi toglievano in sala operatoria. C'è la foto del paziente e di cosa lo ha conciato così. È una delle tante iniziative che stiamo mettendo in cantiere.
Può tracciare un bilancio di 25 anni di attività di Emergency?
Sono stati 25 anni utili. Utili a tantissime persone perché ne abbiamo curate più di 10 milioni nel mondo. Però sono stati utili anche a noi: abbiamo imparato tanto. Non solo cose di medicina e chirurgia ma anche cose sulla guerra e sul mondo, su noi stessi.
Tra i paesi in cui siete oggi attivi c'è lo Yemen, che più di altri oggi rappresenta il nuovo "modello" bellico: guerra a dei civili, guerra dimentica, guerra per procura, guerra internazionale attraverso la vendita di armi. Come leggete il vostro impegno lì?
Non siamo ancora operativi, è tutto pronto ma stiamo aspettando le ultime autorizzazioni dal punto di vista della sicurezza. Saremo ad Hajjah. È difficile fare previsioni su cosa ci troveremo di fronte. Lo Yemen è il paese con il peggior disastro umanitario a livello mondiale, regolarmente ignorato da quattro anni. Faremo un ospedale per feriti di guerra con i soliti nostri criteri: i feriti sono i feriti, senza ulteriori specifiche su come la pensano o da che parte stanno. Faremo il nostro lavoro professionale. C'è da fare poi un discorso sulla nostra politica che continua a tollerare la vendita di armi prodotte in Italia da una ditta tedesca all'Arabia saudita che le usa in Yemen. Nessuno può nascondersi dietro un dito: ci sono accordi commerciali. Ma a essere assolutamente prioritario è il diritto della popolazione yemenita a restare viva e non essere bombardata.
L'Italia in Yemen è presente con le bombe fabbricate a Domusnovas dalla Rwm in violazione della legge 185/1990. Emergency in passato è stata promotrice della campagna per la messa al bando delle mine antiuomo. La vostra presenza in Yemen, oggi, potrà darvi una voce più forte?
Penso che le due cose siano assolutamente legate: un'organizzazione che va in Yemen per cercare di salvare vite umane non può essere d'accordo con il buttare bombe e con chi le fornisce. A parte differenze sostanziali per cui stavolta abbiamo di fronte una fabbrica tedesca e non italiana, ci sono condizioni analoghe al caso delle mine antiuomo: il governo dice un sacco di bugie. Quello che potrebbe fare subito è una moratoria. Cominciamo a dire che anche in assenza di una legge questa cosa non si fa più e che dall'Italia non esce più neanche un serramanico diretto a un paese in guerra. Penso che un decreto di moratoria possa essere portato in parlamento in 10 giorni.
Guerra e casa sono termini dissonanti, soprattutto per un'Europa che dichiara con orgoglio di essere priva di conflitti dal 1945, dimenticando spesso i Balcani. Ma questa assenza è relativa esclusivamente al proprio territorio: l'Europa è parte attiva nei conflitti che si consumano in altri paesi, con vendita di armi, prese di posizioni diplomatiche, partecipazione a campagne militari e, non da ultimo, indifferenza...
Bisognerebbe ricominciare a studiare com'era l'Europa alla fine della guerra. Me lo immagino un ambiente lugubre e spettrale, attraversato da milioni di persone in cerca di qualcosa da mangiare, con cui coprirsi. Questa era l'Europa del primo dopoguerra. Dovrebbe chiarire le idee ad alcuni che hanno la scappatoia della guerra come soluzione dei problemi. Rischiamo di ricadere nella stessa retorica, nella stessa spirale: siamo già dentro questa situazione, la macchina gira di nuovo. Anche a livello internazionale i dati sono questi: non si sta andando verso un mondo più pacificato, ma verso un mondo che sta preparando e in parte attuando forme di guerra. La questione della guerra è etica ma che ha anche un impatto politico enorme: nel paese non c'è un partito che intenda costruire un percorso per uscire dalla guerra come prospettiva storica e che chieda cosa facciamo in un'alleanza militare, perché dobbiamo spendere miliardi in armi quando abbiamo milioni di poveri. Se oggi si fanno queste domande alla classe politica la risposta è trasversale: "la guerra è brutta però", "non va fatta ma". Gli scienziati atomici lo dicono da anni: per il rischio guerra e per come stiamo trattando questo pianeta, non abbiamo una prospettiva rosea se non interveniamo immediatamente e drasticamente.
Emergency da anni combatte la guerra e i suoi effetti, la fame, le malattie, migliora le condizioni di vita delle persone. Attività umanitarie ma che hanno un valore politico: la vostra presenza in determinati contesti "politicizza" la narrazione dei conflitti, perché ne svela le ragioni. È tornato il tempo, a sinistra, di approcciarsi ai conflitti, militari o sociali, da un punto di vista politico e non solo umanitario?
Penso che ci si debba approcciare al tema guerra con un pensiero profondo e nuovo che è quello esortato nel manifesto di Russell-Einstein del 1955. Un pensiero nuovo che deriva dal fatto che viviamo nel periodo atomico, la più grande discriminante tra il nostro periodo e quello precedente. Si deve andare verso l'abolizione della guerra come suggeriva Einstein prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. E invece si aumentano le spese militari: l'anno in cui le spese militari italiane sono aumentate di più è stato sotto il governo Renzi. C'è, se non unanimità di vedute, almeno di comportamenti.
Tra le guerre che l'Europa oggi combatte c'è quella alle persone: si moltiplicano i muri fisici e quelli politici e simbolici che hanno effetti devastanti sia su chi tenta di arrivare qui sia sulle società europee, incattivite e vittime di un annientamento della solidarietà sociale. Come legge oggi la natura delle società europee?
Non ho grande fiducia nell'onestà delle generalizzazioni o dei sondaggi. Vedo che c'è chi soffia sull'odio, chi ha voglia di vedere l'odio spandersi a macchia d'olio, chi inneggia di nuovo alla violenza. È triste perché ti dice non ci siamo sviluppati molto. Quanto ci mettiamo a fare dei passi avanti dal punto di vista etico? Se avessimo una popolazione più attenta e istruita, si potrebbe chiedere conto ai politici che si candidano a rappresentarci. Non sono idee generali, ma cose specifiche semplici: la guerra non si può fare, non solo perché c'è un decreto che la vieta ma perché nel mondo atomico, con le armi che abbiamo sviluppato, non possiamo più permetterci la guerra. Abbiamo creato la possibilità della nostra autodistruzione. Il fare a meno della guerra diventa obbligatorio, non una mera scelta etica, ma un meccanismo di sopravvivenza.
Veniamo all'Italia, recentemente ha detto che Salvini porta con sé l'elemento caratteristico del fascismo: il razzismo. Che pericolo corriamo?
Credo sia sbagliato parlare di pericolo: questa è una realtà. Quando i ministri cominciano a non fare i ministri, ma vanno in giro a dire la qualunque, sempre più circondati da un alone di militarismo, la cosa preoccupa molto. E mi preoccupa l'assoluta mancanza di umanità. Non dovrebbe essere prendersi cura dei cittadini il lavoro di chi deve garantire la sicurezza? Mi pare invece sia un lavoro orientato a ignorare i cittadini e spingerli a puntare il dito contro chi sta più in basso. Non si punta mai il dito in alto: perché ci sono milioni di poveri in Italia, non si dice mai.
Il ministro dell'Interno parla in questi giorni di un decreto sicurezza bis che prevedrebbe multe a chi salva vite umane in mare. Si sta superando un'altra linea rossa? La criminalizzazione della solidarietà avrà effetti duraturi sul nostro paese?
Questa proposta è allucinante. È frutto di questo clima: siamo già dentro questa nuova forma di fascismo, che non si presenterà negli stessi termini della volta precedente ma non sarà meno dannosa. Avere sempre come nemico chi sta peggio e impostare questa contraddizione sulla paura dell'altro è un modo di pensare, prima che di comportarsi, che speravo sparito nella mentalità degli europei. Invece no. Negli intermezzi tra le tragedie non riusciamo mai a trovare il bandolo della matassa. La Dichiarazione universale dei diritti umani a distanza di 90 anni non è stata integralmente applicata da nessun paese firmatario. Erano i principi che dovevano orientare la politica dei governi, ma nessuno è andato in quella direzione.
di Marinella Correggia
Il Manifesto, 15 maggio 2019
Rapporto Fao. Dall'Afghanistan allo Yemen dal Congo ad Haiti, le crisi alimentari sono minate dal circolo vizioso dei confitti armati e dei cambiamenti climatici. Al grido di "pace, pane, terra" i contadini e i soldati russi determinarono l'uscita unilaterale della Russia dal macello della Prima guerra mondiale. Fu il primo atto della rivoluzione d'Ottobre.
Cento anni dopo, il flagello della guerra continua a incidere fortemente sulla sicurezza alimentare nei suoi due fattori condizionanti: produzione e accesso al cibo, ostacolati anche da frequenti circoli viziosi fra guerra ed eventi climatici estremi, perché le disgrazie non vengono mai sole, a giudicare dal rapporto Monitoring food security in countries with conflict situations, presentato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite a fine gennaio dalla Fao (Organizzazione delle Nazioni unite per l'alimentazione e l'agricoltura) e dal World Food Programme (Wfp) sull'insicurezza alimentare in 16 paesi: Afghanistan, Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Guinea-Bissau, Haiti, Iraq, Libano per quanto riguarda i rifugiati siriani, Liberia, Mali, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Siria, Ucraina e Yemen, oltre all'area transfrontaliera del Bacino del Lago Ciad. Nazioni che hanno un denominatore comune: un conflitto in corso.
Una delle poche notizie relativamente buone viene dalla Siria, grazie al ridimensionamento delle aree ancora in conflitto, anche se "la base socioeconomica e la produzione agricola continuano a essere difficili, oltretutto combinate con l'irregolarità delle piogge. Sono 5,5 milioni i siriani che hanno tuttora bisogno di assistenza alimentare e non solo". Alcuni sistemi di irrigazione sono stati ricostruiti o riparati. Ma le infrastrutture di trasformazione non sono riabilitate che in parte. E nel 2018 ci si è messa la stagione secca. Ad Hasakeh, dove si coltiva metà del grano del paese, il raccolto è fallito...I prezzi degli alimenti sono un po' diminuiti ma sono comunque sette volte più alti rispetto a prima del conflitto. Molte persone sono ritornate ai luoghi d'origine, magari per trovarvi - è il caso di Raqqa - terre incoltivabili a causa delle mine sempre in agguato.
In un altro paese minato (letteralmente) da un conflitto lunghissimo, l'Afghanistan, il 2018 è stato sia l'anno più letale in termini di vittime civili (operatori umanitari compresi) da quando nel 2009 la missione di assistenza Onu nel paese, Unama, ha iniziato a documentarle. Intanto la maggior parte delle famiglie rurali si trova nella peggiore emergenza dal 2011 a causa della siccità. Nell'aprile 2018 il governo ha dichiarato emergenza siccità in almeno 20 province. La capacità di popoli pur spartani di far fronte a questa difficoltà atmosferica (acuita dai cambiamenti climatici) è messa a dura prova da decenni di conflitti; perfino gli aiuti alimentari hanno difficoltà ad arrivare quando gli scontri infuriano. Molte famiglie hanno dovuto ripiegare su comportamenti di emergenza come: migrare in città, vendere il bestiame, consumare le sementi e ridurre le aree coltivate. Oltre il 90% dei contadini non ha semi per la stagione successiva. Gli allevatori lamentano pascoli aridi e morie di animali.
Fra il 2012 e il 2018 sono tornati a casa quasi due milioni di afghani, fra sfollati interni e rifugiati, ma l'acuirsi del conflitto ne ha fatti spostare oltre 270mila e altrettanto ha fatto la siccità. Secondo una recente inchiesta, quasi il 40% della popolazione afgana lascerebbe il paese, se potesse. Ma, precisa il rapporto, "non hanno dove andare visto che l'ambiente in Europa e Iran è sempre più ostile".
Anche per gli yemeniti è molto difficile migrare, eppure in Yemen il 60% della popolazione si trova in situazione di emergenza alimentare. Il World Food Programme ormai deve raggiungere 12 milioni di yemeniti, fra i quali i bambini di meno di due anni, trattati con cibi a base di pasta di arachidi arricchita, e complessi di cereali per le donne incinte o che allattano.
Si intrecciano vari elementi: il conflitto e le condizioni ambientali avverse, lo scarso accesso ai servizi sanitari, aumento delle malattie a causa anche delle diete povere di nutrienti. Sul fronte della produzione, dipendente fra l'altro dalla pluviometria, mancano semi, fertilizzanti, strumenti per servizi veterinari, compreso il combustibile delle pompe. In Yemen, prima della guerra, anche nelle circostanze più favorevoli solo il 20-25% del cibo era di produzione locale. Ora poi i salari e le pensioni dei dipendenti pubblici non vengono pagati e questo, insieme all'aumento dei prezzi dei beni importati, decurta il potere d'acquisto.
Nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc), i conflitti in atto nel Nord e Sud Kivu, Tanganika, Kasai e Ituri (Kivu e Tanganika) hanno ridotto in particolare le colture di cassava, mais e riso, malgrado condizioni atmosferiche favorevoli. L'attività agricola è resa ardua da tanti fattori: insicurezza, penuria di input, assenza di organizzazioni di agricoltori, cattivo stato delle strade rurali e delle infrastrutture necessarie alla conservazione dei raccolti. In totale il 23% delle popolazioni rurali si trova in una situazione di emergenza. Il periodo di penuria post raccolto è iniziato prima, nel 2018, perché due stagioni consecutive di raccolti insufficienti hanno esaurito gli stock. Per fortuna almeno i prezzi della cassava sono rimasti stabili o si sono ridotti.
Un altro fardello pesante per le comunità ospitanti, già scarse di risorse naturali ed economiche, sono i massicci spostamenti di popolazione: 4,5 milioni di sfollati interni. E anche chi torna a casa, si trova senza semi né attrezzi, i pochi beni saccheggiati. Il paese deve anche ospitare ben 540.000 rifugiati e richiedenti asilo soprattutto dal Ruanda, Repubblica centrafricana, Sud Sudan. E 350.000 rifugiati congolesi in Angola, espulsi, sono tornati in patria. Molti nel frattempo avevano perso tutti i beni produttivi. Ciliegina sulla torta: il virus Ebola e il colera.
lemonde.fr, 15 maggio 2019
Non ci sono mai state così tante persone nelle prigioni francesi. Il numero di detenuti ha raggiunto un nuovo record, con 71.828 persone imprigionate al 1 aprile, secondo le statistiche mensili dell'amministrazione del carcere pubblicate martedì 14 maggio dal Ministero della Giustizia. Con 71.828 detenuti per 61.010 posti operativi, la densità carceraria si è attestata al 117,7%, in netto aumento rispetto al mese precedente (116,7%). È addirittura maggiore o uguale al 200% in sette istituti penitenziari e supera il 150% in 44 (su 188 in totale).
La percentuale di imputati, cioè di coloro che non sono ancora stati processati, rappresenta ancora quasi un terzo dei detenuti (29%). Anche la percentuale di donne (3,8% della popolazione carceraria totale) e quella dei minori (1%) rimane stabile. Oltre ai 71.828 detenuti, 12.059 persone sono poste sotto sorveglianza elettronica o collocamento fuori casa, secondo i dati dell'amministrazione penitenziaria.
targatocn.it, 15 maggio 2019
Il vecchio carcere della capitale del Burkina Faso ospita molti bambini anche piccoli, rinchiusi insieme alle loro mamme. Le precarie condizioni igieniche, insieme all'alimentazione scadente, sono spesso causa di malattie.
Lo ha raccontato giovedì scorso a Fossano il direttore del carcere, Claude Ouedraogo Nogmanegre, nei giorni scorsi in Piemonte insieme a padre François Adre Kientega, cappellano penitenziario, in occasione di un incontro di presentazione del progetto "Coltivare il futuro nelle carceri del Burkina Faso" promosso da Progettomondo.Mlal e dall'associazione "Noi con voi" di Savigliano rappresentate, rispettivamente, dalla vice-presidente nazionale Ivana Borsotto e dalla presidente Gabriella Piano.
Si tratta della realizzazione di un grande orto irriguo attorno alle mura del vecchio carcere che dia l'opportunità alle donne detenute di lavorare e di produrre ortaggi che consentano di migliorare la qualità della mensa. È prevista la consulenza di un agronomo e corsi di alfabetizzazione per facilitare il reinserimento scolastico post-detenzione.
Il progetto è cofinanziato dalla Regione Piemonte e dal Comune di Fossano ed ha come partner la municipalità di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, e il sistema penitenziario italiano e quello burkinabè.
Durante l'incontro di giovedì scorso si è parlato anche del terrorismo islamico che sta insanguinando il Paese, tradizionalmente noto per la sua tolleranza religiosa, e che proprio domenica 12 maggio ha fatto nuove vittime: un sacerdote cattolico, incaricato del dialogo interreligioso nella sua diocesi, e cinque fedeli nel corso della funzione festiva. Terroristi che il 29 aprile avevano assaltato un'altra chiesa e ucciso un pastore protestante e cinque suoi parrocchiani. Per Claude Ouedraogo Nogmanegre e padre François si tratta di azioni mirate a destabilizzare il Paese seminando il panico tra la popolazione e a indebolire l'attuale Governo, impegnato nella lotta al terrorismo.
di Valerio Sofia
Il Dubbio, 15 maggio 2019
Il presidente ha i numeri per cambiare la costituzione. Il controverso presidente filippino Rodrigo Duterte ha superato la prova delle elezioni di midterm e ora se i risultati saranno confermati punta a incrementare la sua durissima lotta alla criminalità introducendo la pena di morte. I risultati ufficiali del voto che si è tenuto lunedì saranno comunicati solo domani, ma quanto si è visto finora - con il 94% dei voti contati, i candidati di Duterte si sarebbero aggiudicati nove dei dodici seggi in palio al Senato (su 24 complessivi). Nel complesso delle elezioni anche amministrative si profila una netta vittoria per Duterte e i suoi alleati. Ottenere la maggioranza al Senato, come sembra, permetterebbe al presidente di avere una strada semplificata verso le riforme che ha in mente, compresa quella della Costituzione, con la quale intende trasformare le Filippine in una Repubblica federale, cosa che, secondo gli osservatori, servirebbe a consentirgli di restare al potere, sia pure indirettamente, ben oltre la fine del suo mandato. E poi vuole intervenire sui temi a lui più cari, quelli della sicurezza imposta con il pugno più duro: Duterte intende abbassare da 15 a 12 anni l'età della responsabilità penale, e vuole ripristinare la pena di morte per i reati di droga, accelerando ulteriormente la sua guerra personale al narcotraffico.
Tra i neosenatori alleati di Duterte c'è anche l'ex capo della polizia Ronald de la Rosa, che ha diretto la sanguinosa "guerra alla droga" lanciata dal leader di Manila, e che secondo le organizzazioni per i diritti umani ha causato migliaia di morti in esecuzioni sommarie. Duterte inoltre ha più volte evocato la prospettiva di una legge marziale e la possibilità della rimozione del limite di mandati consecutivi (il suo scade tra tre anni).
Ma proprio questa linea dura, spesso spietata, che si contrappone non solo ai trafficanti e ai guerriglieri, ma anche alla Chiesa e alle organizzazioni umanitarie, e che non si pone limiti nell'utilizzare un linguaggio molto duro e spesso anche volgare persino nei confronti dei maggiori leader stranieri, sembra piacere ai filippini: i sondaggi danno il gradimento di Duterte all' 80 per cento, e il voto che da molti è stato visto come un referendum su di lui ha confermato questa tendenza positiva. Sono stati ben 61 i milioni di cittadini che si sono registrati per andare a votare per rinnovare metà del Senato, la Camera bassa e diverse amministrazioni locali. L'opposizione e diversi difensori dei diritti umani sono meno entusiasti di Duterte, e denunciano leggi e misure troppo severe, uccisioni e arresti arbitrari che non risparmiano i minori, e il rischio di una svolta sempre più autoritaria del governo di Manila.
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 15 maggio 2019
Dopo gli attentati di Pasqua che uccisero 250 cristiani, scatenati i gruppi identitari buddisti e i razzisti, anche contro i profughi. Appello congiunto del cardinale Malcolm Ranjith e del venerabile monaco Ittapane Dhammalankara: "Fermiamo la mano politica invisibile che sta dietro le violenze". Kiniyama, Chilaw, Kuliyapitiya, Hettipola, Minuwangoda. Sono i nomi delle cittadine srilankesi che lunedi hanno visto un'ondata di violenze anti musulmane senza precedenti che ha costretto ieri il governo a imporre nuovamente il coprifuoco. Lunedi la misura escludeva altre aree del Paese ma da ieri sera coinvolge tutta l'isola e non solo il Nord Ovest, la provincia centro occidentale a Nord di Colombo al centro dei pogrom anti islamici di inizio settimana.
Questa volta non si è trattato di una fiammata estemporanea o di qualche reazione emotiva troppo violenta come in altri episodi recenti quando un banale incidente - come accaduto una settimana fa a Negombo - aveva dato la stura a una sorta di caccia al musulmano. Il coprifuoco ha orari diversi nelle varie province. Nel Nord Ovest è il più lungo: dalle sei di sera alle sei del mattino, in sostanza dal calar del sole all'alba.
La violenza scatta lunedì un po' in tutta la provincia e a Kurunegala - specifica un quotidiano locale - un uomo di 42 anni resta vittima di uno dei tanti pogrom. Lo portano in ospedale ma Mohammed Ameer Mohammed Sally non ce la fa. Aveva ferite d'arma da fuoco. Il resto si fa con bastoni, coltelli e taniche di benzina. Fuoco alle moschee, ai testi sacri, ai negozi dei musulmani. La lista è lunga: a Kiniyama, centinaia di persone prendono d'assalto una moschea, distruggendo porte e finestre e dando alle fiamme il Corano. A Chilaw, negozi e moschee di proprietà musulmana vengono attaccati dopo una disputa via Facebook. Incidenti a Hettipola.
L'incendio di un pastifico a Minuwangoda senza che, dice il proprietario, la polizia intervenga. Ce n'è anche per i rifugiati: Sadaf, un dodicenne afghano, deve cercare rifugio dalla polizia, racconta Deutsche Welle. Gli era già successo dopo la Pasqua di sangue quando attentatori suicidi hanno ucciso oltre 250 cattolici. Lui e altri 150 ospiti di un campo profughi avevano cercato riparo in un commissariato. Gli arresti sono oltre una settantina e i social vengono di nuovo bloccati. Tra gli ammanettati ci sono leader di organizzazioni come Namal Kumara dell'Anti-Corruption Force Operations o Amith Weerasinghe di Mahasohon Balakaya, un gruppo suprematista già visto in azione nel marzo scorso quando - alleato a gruppi di buddisti estremisti del Bodu Bala Sena - organizzava un pogrom anti musulmano a Kandy, Sri Lanka centrale. In manette anche Suresh Priyasad a capo di Nawa Sinhala, altro gruppo estremista singalese.
La Chiesa cattolica locale cerca di gettare acqua sul fuoco anche perché in alcune cittadine, Chilaw ad esempio, la maggioranza dei residenti è cattolica. Lo fa con una conferenza stampa congiunta dove accanto all'arcivescovo di Colombo, cardinal Malcolm Ranjith, siede anche il venerabile Ittapane Dhammalankara, uno dei leader religiosi anziani col titolo di Mahanayaka thera, monaci che hanno il compito di regolare il clero buddista nella tradizione Theravada dello Sri Lanka. C'è una "mano invisibile con motivazioni politiche dietro alle violenze", dice il venerabile che aggiunge: "Le persone hanno agito con moderazione dopo le esplosioni delle bombe nella domenica di Pasqua. Sono rimasti calmi per circa due settimane dopo l'incidente del 21 aprile. L'improvvisa eruzione della violenza - conclude - rende chiaro che c'è una mano invisibile che inganna la gente". Il cardinale ha puntato l'indice sui quei leader politici che hanno fomentato le violenze e distribuito liquori per surriscaldare gli animi. Entrambi hanno accusato gli apparati di sicurezza di non aver dato loro retta quando avevano chiesto una maggior attenzione preventiva nelle aree a rischio.
di Massimo A. Alberizzi
Il Fatto Quotidiano, 15 maggio 2019
Gli ex "janjaweed" sostenitori di Bashir seminano il terrore, alta tensione fra dimostranti e ufficiali al potere. Almeno sette dimostranti, che partecipavano in piazza a Khartoum al sit-in contro i militari, e un ufficiale dell'esercito, sono stati ammazzati domenica a tarda notte a sangue freddo, poche ore dopo l'annuncio di un accordo per nominare un governo di transizione misto. Diversi militanti sono stati feriti assieme a due soldati.
Non è ancora ben chiaro a chi appartenga la mano omicida. I manifestanti accusano le autorità, i soldati hanno addossato la colpa a elementi estranei "infiltrati nella protesta". Sembra proprio però che l'attacco al cuore della piazza miri a fare deragliare il processo di pace, il cui obbiettivo è quello di varare un governo di transizione a partecipazione comune, civili-militari, per arrivare a elezioni democratiche e a una nuova leadership.
Lo stringer del Fatto Quotidiano, sentito al telefono a Khartoum, non ha avuto dubbi: "Responsabili del massacro sono i paramilitari della Rapid Support Forces, gli ex janjaweed, i diavoli a cavallo che negli anni scorsi terrorizzavano le popolazioni del Darfur. Attaccavano i villaggi indifesi, massacravano gli uomini, violentavano le donne, rapivano i bambini e bruciavano le capanne. Sono paramilitari che sostengono il presidente Omar Al Bashir, cacciato un mese fa dalle proteste di piazza e ricercato dal Tribunale Penale Internazionale, proprio per quei crimini contro l'umanità perpetrati delle province occidentali del Paese".
Insomma milizie formate da criminali, cui il governo sudanese ha affidato il controllo delle frontiere settentrionali per bloccare il passaggio dei migranti, un compito finanziato - ufficialmente, con forniture logistiche, camionette, fuori strada, carburante e attrezzature diverse, ma non con denaro - dall'Unione Europea, con il concorso dell'Italia, ai tempi dell'amministrazione Gentiloni. Certamente i gravi episodi di ieri avvalorano la tesi che una parte dell'élite militare del Paese non intende lasciare il potere.
La piazza ha dato segni in insofferenza quando pochi giorni fa portavoce dell'amministrazione transitoria dei militari è stato nominato il generale Shams al-Din Kabashi. Trent'anni fa, 30 giugno 1989, quando Omar Al Bashirprese il potere e comparve in televisione per annunciare il successo del suo colpo di Stato, alle sue spalle c'era proprio Kabashi.
Ovvio il nervosismo della folla che protesta da118 dicembre dello scorso anno e in questi mesi ha sempre chiesto la rimozione di tutti gli ufficiali compromessi con il regime di Al Bashir. Per altro Kabashi, in una conferenza stampa tenuta nella notte, ha tenuto a dichiarare che i soldati hanno l'ordine di non sparare sui civili e "mai spareranno".
L'attacco di ieri segue di qualche ora l'annuncio del procuratore generale secondo cui l'ex presidente è stato incriminato per gli omicidi di manifestanti l'11 aprile scorso. Una notizia accolta con tripudio e giubilo dai dimostranti accampati da mesi davanti al quartier generale delle forze armate a Khartoum.
di Manuela Perrone
Il Sole 24 Ore., 14 maggio 2019
La violenza contro le donne "è una questione critica e cronica del nostro Paese. Le donne che denunciano vanno ascoltate subito per evitare le cifre che la cronaca ci consegna: un femminicidio ogni tre giorni".
di Antonio Bevere*
rassegna.it., 14 maggio 2019
La nuove norme sulla legittima difesa danno il via alla privatizzazione dell'ordine in favore dei potenti e dei cittadini abbienti, che suppliscono la protezione delle pubbliche istituzioni in una particolare versione violenta del populismo. Con l'approvazione della legge sulla legittima difesa, che entrerà in vigore dal prossimo 18 maggio, la maggioranza parlamentare apparentemente mostra di concedere fiducia alla giustizia "democratica", o meglio al potere immediatamente punitivo della vittima di un reato.
di Francesco Cerisano
Italia Oggi., 14 maggio 2019
Giro di vite sui reati contro le forze dell'ordine. Rischierà il carcere fino a tre anni chi durante una manifestazione si opponga a un pubblico ufficiale utilizzando scudi o altri oggetti di protezione oppure materiali imbrattanti, anche senza commettere violenza, minaccia, resistenza e oltraggio.









