di Danilo Taino
Corriere della Sera, 16 maggio 2019
I cinque Paesi che più spendono sono Stati Uniti, Cina, Arabia Saudita, India e Francia, che assieme arrivano al 60% del totale. Washington ha aumentato la spesa militare per la prima volta dal 2010 (4,6%) ed è arrivata a 649 miliardi. Le spese militari globali sono aumentate, nel 2018, per il secondo anno consecutivo. E la crescita percentuale maggiore è stata registrata negli Stati Uniti e in Cina. I dati - pubblicati dal Sipri, lo Stockholm International Peace Research Institute - non raccontano ovviamente la complessità del mondo in questa fase di disordine internazionale; qualcosa però dicono: ad esempio che i governi non danno per scontata la pace e che la potenza dominante e quella emergente ormai si misurano anche sul terreno degli investimenti nella Difesa.
Nel 2018, le spese militari sono salite del 2,6% rispetto al 2017 e hanno toccato i 1.822 miliardi di dollari. È il livello più alto dal 1988, anno in cui la raccolta completa delle statistiche è iniziata e anno ancora di Guerra Fredda. Si tratta del 2,1% del Pil globale (239 dollari a persona), una percentuale superiore a quella che la maggior parte dei Paesi europei della Nato destinano al settore. I cinque Paesi che più spendono sono Stati Uniti, Cina, Arabia Saudita, India e Francia, che assieme arrivano al 60% del totale. Washington ha aumentato la spesa militare per la prima volta dal 2010 (4,6%) ed è arrivata a 649 miliardi.
La Cina incrementa invece il suo budget nel settore consecutivamente da 24 anni: l'anno scorso è cresciuto del 5% e ha toccato i 250 miliardi (nel 1994 era dieci volte inferiore). La differenza di risorse impiegate per attività militari da Washington e Pechino è ancora notevolissima. L'incremento degli Usa, però, è il segno più concreto della preoccupazione delle autorità americane per la crescita della Cina anche in fatto di armamenti, soprattutto sui mari, sviluppo letto dagli analisti dell'Amministrazione Trump come un salto strategico dell'Impero di Mezzo da potenza prevalentemente di terra a potenza che si proietta sui mari con scopi espansionistici e di sfida all'egemonia americana. La competizione tra i due giganti, in altri termini, è economica, commerciale, tecnologica, politica ma sta sempre più assumendo anche caratteri militari. In questo quadro, un Paese che per ora non ha ambizioni globali ma ha mire regionali e soprattutto è preoccupato della sempre maggiore assertività cinese, l'India, ha accresciuto la spesa del 3,1%, a 66,5 miliardi di dollari. E un altro che appartiene a una zona geografica calda, l'Arabia Saudita, ha diminuito le spese ma continua a investire nel settore l'8,8% del Pil.
di Gennaro Malgieri
Il Dubbio, 16 maggio 2019
Il gesto del Cardinale Krajewski ha portato alla luce una situazione di illegalità, ma soprattutto la mancata tutela dei diritti dei cittadini. Lo Stato è un'organizzazione politica che esercita la sua sovranità sui soggetti che risiedono sul suo territorio. Sovranità che esplica tutelando i loro diritti e vigilando sui doveri ai quali devono adempire in ossequio alle leggi vigenti.
A nessun'altra autorità - men meno a singoli individui - è permesso surrogare i poteri dello Stato tra i quali vi sono quelli inerenti la salvaguardia della dignità della persona e delle sue libertà morali, culturali, materiali. È questa una nozione antica che è andata affinandosi nel corso dei secoli, ma mai venuta meno al principio ispiratore sul quale si è modellata.
Possiamo dire che lo Stato è la sola costruzione immateriale visibile e tangibile organicamente predisposta al fine di dare un ordine alla comunità che in essa si riconosce. Rientra o meno nei compiti di uno Stato garantire a tutti i soggetti un decente livello di vita fino a quando questi in esso si riconoscono e soltanto per causa di forza maggiore si trovano nella deprecabile situazione di non poter rispettare alcune delle leggi fondamentali, come quella dell'inviolabilità della proprietà (privata o pubblica, non importa) che viene comunque dopo il primario ed insopprimibile bisogno di assicurarsi il diritto all'esistenza, sia pur appropriandosi di qualcosa che giuridicamente non gli appartiene, ma che abbandonato a se stesso, a cominciare dagli organismi riconducibili allo Stato, può fruire da riparo per chi di nulla dispone?
Dopo sei anni di occupazione abusiva di un edificio pubblico romano abbandonato da parte di donne, bambini e uomini impossibilitati ad avere un alloggio purchessia, una società di gestione pubblica, dunque lati sensu statale, si accorge che quegli esseri umani dimenticati da sempre, o almeno da quando hanno preso possesso dello stabile, non hanno mai pagato - immaginiamo per l'impossibilità di farlo - la fornitura dell'energia elettrica. Improvvisamente ed immaginiamo sempre senza alcuna sollecitazione ai singoli ritenuti "fantasmi" per le istituzioni ad adempiere all'obbligo viene staccata dagli erogatori la corrente.
Quel che ne consegue è prossimo ad un film dell'orrore, ma per i malcapitati non è un film purtroppo. Il disagio diventa un dramma; gli ammalati si aggravano; i bambini s'impauriscono; gli adulti sono disperati; è complicato perfino preparare qualcosa da mangiare. Nessuno ha la percezione tra coloro che sono sopraffatti da un evento che ritenevano impossibile che se vivono nell'illegalità, altrettanto illegale è il comportamento dello Stato che per sei anni è venuto meno a quel principio ricordato all'inizio e che è frutto della civiltà di un mondo nel quale perfino la miseria più estrema è stata combattuta in ogni tempo, non sempre malauguratamente con successo.
Non avrebbe dovuto lo Stato provvedere allo sgombro dell'edificio, ma soltanto dopo aver dato una sistemazione decorosa a chi disperatamente in quelle mura cadenti e maleodoranti si era asserragliato crescendovi i propri figli e coltivando le proprie malinconie? Non sarebbe stato meglio per tutti che fin dall'insorgere del problema le istituzioni pubbliche avessero cercato la soluzione più congrua affinché sei anni dopo il bubbone non scoppiasse?
Ed è scoppiato soltanto perché un cardinale di Santa Romana Chiesa, sostituendosi alle autorità preposte e riconosciute, ma inadempienti, personalmente si è calato in un fetido tombino e, rischiando la vita, ha riallacciato la corrente elettrica. Il solo modo - un modo estremo, ne conveniamo - per far conoscere al mondo la condizione di una comunità di disperati, soggetti sul territorio di uno Stato libero, indipendente, prospero, e sedicente "solidale" che agonizzava nell'indifferenza generale.
Certo, il porporato - per l'occasione ovviamente non vestiva la porpora cardinalizia - ha probabilmente commesso un reato. Si difenderà con il Vangelo, presumibilmente, piuttosto che con i Codici. Noi laici potremmo invocare la moralità di Socrate e quella disobbedienza civile di David Thoreau che tanto ci è cara quando di fronte ad uno Stato che tradisce se stesso altre armi non abbiamo e non vorremmo mai usarne, men che meno quelle per farci giustizia da soli - come la vulgata recente in merito sembra suggerire - mettendo fuori gioco lo Stato stesso ed il principio che ne sostiene l'azione legittimandolo a garantire la convivenza nella legalità.
Ma dal fondo di quel tombino, dalle scale sudice o approssimativamente pulite di quello stabile occupato a trecento metri dalla cattedrale di Roma, la sede del vicario del Papa, viene un grido che assomiglia tanto a quello di un morente. Il grido dello Stato che ammette la sua impotenza, arreso davanti alla macchina dell'ignavia che lo stritola.
Quello Stato che non ha saputo provvedere ai bisogni elementari dei suoi cittadini, che ha tollerato l'illegalità "necessaria" senza fornire uno sbocco a qualche centinaia di disperati, che ha negato la luce elettrica a vecchi e a bambini. Ma ancora non si domanda che cosa ne farà di quel fatiscente falansterio. Si mormora che il progetto era, almeno fino a sei anni fa, di abbatterlo per costruire sull'area un albergo. Non sappiamo a quante stelle, ma senza dubbio meno luminose delle povere lampadine riaccese da un temerario cardinale polacco.
Liberation, 16 maggio 2019
71.828. Questo è il numero di persone in carcere al 1 aprile, secondo le statistiche mensili dell'amministrazione penitenziaria pubblicate martedì dal ministero della Giustizia. Un nuovo record per il mese di marzo del numero di detenuti nelle prigioni francesi. Con una capienza di 61.010 posti la densità carceraria si stabilisce al 117,7 %, sensibilmente in aumento rispetto al mese precedente (116,7%9. In 7 stabilimenti penitenziari essa è superiore o uguale al 200% mentre in altri 44, su un totale di 188, supera il 150%.
Il precedente record era stato stabilito a dicembre, con 71.061 prigionieri. All'1 aprile il numero dei detenuti è in aumento del 2,1% in un anno. Il numero dei materassi a terra è di 1.636 in marzo, un dato stabile rispetto al marzo 2018. La parte degli imputati, cioè i detenuti che non sono ancora stati giudicati è sempre uguale ad un terzo dei detenuti (29%). La percentuale di donne (3,8% della popolazione carceraria totale) e quella dei minori)1%) restano ugualmente stabili.
Più alternative previste fuori dal carcere - Tra le 83.887 persone in totale nell'elenco dei detenuti, 12.059 sono oggetto di sorveglianza elettronica o di collocamento all'esterno; questo secondo i dati dell'amministrazione penitenziaria, resi pubblici per l'ultima volta mensilmente. "Le statistiche della popolazione detenuta e collocate all'esterno saranno pubblicate a cadenza trimestrale", ha fatto sapere il ministero della Giustizia, precisando che "le prossime statistiche dettagliate saranno quelle del 1 luglio 2019".
Secondo la Direzione dell'amministrazione penitenziaria dovrebbero essere rese pubbliche entro la fine di luglio. "Disporre di un'analisi statistica con una distribuzione su più mesi permetterà una migliore lettura dell'evoluzione della popolazione carceraria", ha giustificato il ministero. Al fine di lottare contro la sovrappopolazione cronica, il governo ha previsto nella sua riforma della Giustizia promulgata il 23 marzo di moltiplicare le alternative fuori dal carcere, così come la creazione di 7.000 posti letto entro la fine del quinquennio.
La legge ridefinisce anche la scala delle pene, cancellando la prigione per le pene molto brevi, garantendo l'applicazione delle pene detentive di più di un anno. Queste nuove disposizioni saranno applicabili da marzo 2020.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 16 maggio 2019
Inizia oggi presso il tribunale di Boulogne-sur-Mer il processo ai danni di Tom Ciotkowski, un cittadino britannico che nel luglio 2018 aveva documentato le violenze della polizia francese a Calais contro i migranti e i rifugiati e i volontari che distribuivano loro il cibo. La scorsa estate Ciotkowski si trovava a Calais, insieme a tanti altri volontari impegnati in azioni di solidarietà.
Alla fine di luglio assistette all'identificazione di coloro che stavano distribuendo cibo ai migranti e ai rifugiati. Col suo smartphone riprese un poliziotto mentre prendeva a calci e pugni un volontario. Quando si permise di protestare contro il comportamento della polizia, per tutta risposta un agente colpì con una manganellata una volontaria.
Ciotkowski continuò a protestare chiedendo al violento poliziotto di mostrare i suoi codici identificativi. Arrivò un altro poliziotto che lo spinse contro una barriera di cemento. Per poco un camion che transitava in quel momento non lo mise sotto. Trattenuto in custodia di polizia per 36 ore, Ciotkowski venne denunciato per oltraggio e violenza. Nel maggio 2019 Ciotkowski ha presentato una denuncia contro il poliziotto e un suo collega che aveva dichiarato il falso.
Ma intanto le indagini nei suoi confronti sono andate avanti, fino ad arrivare al processo: se giudicato colpevole, rischia fino a cinque anni di carcere e una multa fino a 7500 euro. La persecuzione giudiziaria di Ciotkowski è l'esempio del clima di violenza e intimidazione creato dalla polizia francese a Calais. Come in Francia, così in altri stati europei, tra cui l'Italia, purtroppo la criminalizzazione della solidarietà è un dato di fatto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 maggio 2019
In nome del trattato economico, si può soprassedere sul rispetto dei diritti umani. La scorsa settimana, infatti, gli Stati Uniti hanno deciso di non procedere con sanzioni contro la Cina per gli Uiguri e altre minoranze musulmane. Secondo quanto riportato dal New York Times, diversi funzionari del Dipartimento di Stato e del Consiglio alla Sicurezza Nazionale si sarebbero espressi a favore delle sanzioni. Ma l'iniziativa si è fermata al Dipartimento del Tesoro, dove si è deciso di temporeggiare e di evitare di sollevare il nodo in questo particolare momento, nel quale Stati Uniti e Cina stanno tentando faticosamente di portare avanti una difficile trattativa commerciale. Insomma sicuramente il tema dei diritti umani è fuori dal tavolo dall'amministrazione Trump. Un tema spinoso per il quale la Casa Bianca non ha voluto usare la leva delle sanzioni economiche per spingere la Cina a rivedere le sue politiche sugli Uiguri.
Ma chi sono quest'ultimi e perché vengono imprigionati nei "campi di rieducazione"?
Sono un'etnia turcofona e oggi di fede prevalentemente musulmana, la cui presenza nella regione dello Xinjiang è testimoniata già a partire dal II secolo a. C. in opposizione al primo impero Han che andava proprio allora costituendosi. È solo dagli anni Novanta, inauguratisi con la disgregazione dell'Urss, che si è assistito al nascere di nuove sfide in Asia centrale, sia economiche sia etnico-religiose. Rilevante, a questo proposito, è l'affermarsi di nuove repubbliche indipendenti a maggioranza musulmana, di cui molte confinanti con lo Xinjiang.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 16 maggio 2019
Criminalizzato anche per stupro e incesto, carcere per i medici che lo praticano: è la legge più oscurantista di sempre negli Stati uniti. Associazioni e donne sul piede di guerra: la legge potrebbe finire alla Corte suprema. Lo Stato dell'Alabama ha passato quella che è, ad oggi, la legge sull'aborto più restrittiva del Paese. Grazie al voto positivo del Senato locale, è stato approvato con 25 voti a favore e 6 contrari, un provvedimento che punisce con l'ergastolo i medici che praticano aborti, nessuna eccezione ammessa, nemmeno per i casi di incesto e stupro. Unico caso contemplato per interrompere una gravidanza è se questa espone la vita della madre a un serio pericolo.
I repubblicani dello Stato hanno spinto l'approvazione della legge con l'obiettivo esplicito di rovesciare Roe v. Wade, la causa della Corte suprema che dal 1973 legalizza l'aborto a livello federale, e si uniscono ai loro compagni di partito di altri Stati che si sono mossi con lo stesso fine. Come nel caso della legge sul battito cardiaco fetale della Georgia, secondo cui l'aborto è vietato quando è possibile rilevare il cosiddetto "battito cardiaco" del feto, vale a dire dopo le sei settimane, periodo entro il quale molte donne non sono neppure consapevoli di essere incinte.
Anche sull'espressione stessa "battito cardiaco fetale" si è accesa una polemica tra i difensori dei diritti riproduttivi delle donne e i repubblicani, in quanto considerata dai primi tecnicamente impropria e strumentale, visto che a sei settimane è più corretto dire che l'embrione pulsa, perché non è ancora dotato di un vero organo cardiaco. Nell'ultimo anno ben 21 nuove leggi sono passate in 16 dei 50 Stati Usa per introdurre nuove misure che limitano il diritto all'aborto. Da quando Trump è entrato alla Casa bianca, nel 2017, queste restrizioni riguardano 28 Stati, più della metà; in 15 le restrizioni limitano le interruzioni di gravidanza alle prime 6 settimane.
Dopo il voto del Senato, l'associazione per la difesa dei diritti civili (Aclu) dell'Alabama, sostenuta dalla Aclu nazionale, ha annunciato su Twitter che intenterà una causa per fermare la legge. La causa verrà probabilmente vinta ma ciò non fermerà i repubblicani che, tra ricorsi e contro-ricorsi nelle corti minori, mirano a portare il caso davanti alla Corte suprema, dove siedono ben due giudici ultra conservatori nominati da Trump e ampiamente contestati da democratici e società civile, Neil Gorsuch e il controverso Brett Kavanaugh, accusato di molestie da quattro donne e integralista cattolico.
La governatrice dell'Alabama, Kay Ivey, repubblicana, non ha ancora preso pubblicamente posizione riguardo la legge, ma le sue idee contro l'aborto sono ben note. Ivey ha sei giorni per firmare il disegno di legge: quando questa legge passerà sarà grazie alla firma finale di una donna.
Staci Fox, presidente della rete di consultori Planned Parenthood del sud est del Paese, intervistato dalla Cnn prima del voto della Camera, ha detto: "Anche gli autori di questo disegno di legge sanno che è palesemente incostituzionale e non passerà in tribunale. In Alabama abbiamo visto anno dopo anno gli sforzi per cancellare il diritto all'aborto diventare sempre più audaci. Penso che con questo presidente alla Casa bianca e ora Kavanaugh alla Corte suprema, la politica conservatrice in Alabama si senta incoraggiata a fare questo atto eclatante contro l'assistenza sanitaria per le donne".
Per arrivare fino alla Corte suprema, però, fanno notare molti esperti di legge Usa, il caso o i casi avranno bisogno di qualche anno. E se ciò avverrà si spera che accada sotto un'altra presidenza e con un clima politico diverso da quello oscurantista introdotto da Trump e dal vice presidente Pence.
Contemporaneamente si sono registrati i primi fenomeni di separatismo, il cui avvio è stato segnato il 5 aprile 1990, a Baren, piccola cittadina nella zona sud- orientale del Xinjiang, quando circa 200 militanti uiguri armati, guidati da Zeydin Yusup, leader del Partito islamico del Turkestan orientale, insorsero attaccando le forze dell'ordine cinesi e chiedendo che l'immigrazione Han verso la regione fosse fermata. Ma i guerriglieri separatisti Uiguri sono poche centinaia, ma tanto è bastato alle autorità cinesi di usare la scusa della lotta al terrorismo per sradicare la loro cultura religiosa.
Ciò è avvenuto con una sorta di silenzio- assenso sul piano internazionale, favorito anche dalle conseguenze agli attentati che ebbero luogo negli Stati Uniti l' 11 settembre 2001, che diedero avvio a nuove azioni di repressione contro realtà connesse in vario modo al mondo islamico. È infatti in quel periodo che la Cina, appoggiando gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo, durante un incontro con il presidente americano Bush e il presidente russo Putin, raggiunse un tacito accordo sul suo modo di gestire le sue azioni anti- separatiste, semplicemente etichettandole come lotta al terrorismo interno. Il risultato è che migliaia di uiguri, dopo il censimento, vengono detenuti in campi formalmente denominati "scuole per l'educazione professionale" o "scuole di addestramento contro l'estremismo", dove non è permesso l'accesso ad avvocati e si è costretti quotidianamente a manipolazioni e deprivazioni. Gli Uiguri, ricordiamo, vivono nella regione cinese dello Xinjiang. Sì, esattamente un luogo di risorse energetiche strategiche e che ha assunto un ruolo importante per la cosiddetta Via della seta, l'accordo commerciale recentemente ratificato anche con l'Italia.
di Ezio Mauro
La Repubblica, 15 maggio 2019
Incredibilmente, non basta ancora quel che sta succedendo. La discussione sul fascismo 2.0 sta imboccando una tangenziale che la porta lontano dal cuore del problema, come se la questione oggi fosse un ritorno della forma dittatoriale che ha deformato l'Italia per vent'anni.
di Massimo Villone
Il Manifesto, 15 maggio 2019
L'ultima di Salvini è il decreto sicurezza bis. È un'altra mano nel poker pre-elettorale con M5S. A sentir lui, il decreto legge è già praticamente in Gazzetta ufficiale. Invece, Conte dovrebbe rifiutarsi di mettere la proposta in odg, e il capo dello Stato dovrebbe negare l'emanazione. Una prima ragione. Il testo comparso sulla stampa è viziato da manifesta incostituzionalità. Indirizzandosi essenzialmente a ong, migranti e ordine pubblico, non ha i requisiti di necessità e di urgenza. Le vere emergenze sono altre, come ha testimoniato a Napoli il grave ferimento di una bambina innocente in un agguato di camorra. Invece, proprio a Napoli la norma assegna 500 unità delle forze armate per le Universiadi, e vale solo per la durata delle stesse.
Poi, norme odiose prevedono - tra l'altro in violazione di norme internazionali che ci vincolano - multe per il salvataggio in mare. Ancora, una stretta sul dissenso inutilmente aggrava, in chiave di repressione e in misura che giunge alla irragionevolezza, normative che già esistono sulla tutela dei pubblici ufficiali e sulle manifestazioni. Poi, com'è tipico negli stati autoritari, si concentrano competenze sul Viminale, segnatamente sottraendole al ministero delle infrastrutture, e violando l'art. 97 della Costituzione sulla PA.
Basta già questo a dire che il decreto bis è lontano dalla Costituzione. Ma si aggiunge un commissario istituito su proposta del ministro dell'interno per l'arretrato sui procedimenti di esecuzione delle sentenze di condanna divenute definitive. Significa una longa manus del ministro di polizia sulla libertà, che la Costituzione riserva al magistrato.
Oggi è competente il pubblico ministero, secondo l'art. 656 cpp. Allo stesso ministro della giustizia spetta solo "l'organizzazione e il funzionamento dei servizi" (art. 110 Cost.). Il ministro dell'interno non è affatto contemplato, e a nulla vale richiamare lo "scopo di assicurare migliori condizioni generali della sicurezza pubblica". Perché allora non dargli una compartecipazione su tutta la giustizia penale? Basterebbe invece assegnare direttamente alle strutture giudiziarie le 800 assunzioni straordinarie a tempo determinato previste dal decreto.
Una seconda ragione. Per il dpcm 10.11.1993 (regolamento interno cdm) il ministro che vuole un provvedimento nell'odg ne fa richiesta al presidente, dopo aver acquisito concerti e intese. La bozza di decreto attesta il concerto dei ministri della giustizia e delle infrastrutture. È un concerto già acquisito, solo richiesto, o presunto? Per quali considerazioni Toninelli l'avrebbe dato? E che dire di Bonafede, che si preoccupa giustamente dei rimpatri, ma non sembra cogliere il problema che ha in casa con il commissario? Inoltre, nella specie "è comunque necessario il concerto... del Ministro per la funzione pubblica", che invece a quanto pare manca, insieme a quello della difesa per le 500 unità delle forze armate. Il presidente del consiglio è avvertito. Prima o poi dovrà pure smetterla di fuggire all'estero, e decidere un odg.
Nemmeno gli anni bui del terrorismo ci danno esempi di altrettanto manifesta incostituzionalità. Non a caso, il decreto interviene, aggravandola, anche sulla legge 152/1975 (cd legge Reale). M5S, che si è già macchiato di colpe gravi sulla libertà di stampa - con l'offensiva contro alcuni giornali precisamente individuati, tra cui questo - e Radio Radicale, deve chiudere la porta senza se e senza ma, se vuole mantenere un qualche legame con l'opinione pubblica progressista che pure esiste nel paese.
Dal consiglio dei ministri nemmeno una presa d'atto, una condivisione di obiettivi, o altro. E se M5S sbagliasse per attaccamento alle poltrone, Mattarella non dovrebbe emanare il decreto nella stesura fin qui nota. Non basterebbe una lettera censoria di accompagnamento. Salvini sa che la strada è probabilmente senza uscita.
Ma per lui è persino meglio poter dire che altri hanno messo i bastoni tra le ruote. Conta lo spot, da magnificare attraverso la sua personale macchina di propaganda, potente anche dopo la chiusura di pagine truffaldine da parte di Facebook. Una fake news cinicamente costruita ad arte. Il paese di Salvini non lo vogliamo. Abbiamo applaudito il cardinale Krajewski che ha riattaccato la luce. Se il decreto bis andrà avanti, dovremo sperare che il popolo sovrano la stacchi a Palazzo Chigi, o almeno al Viminale.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 15 maggio 2019
Perché è eversivo dire che le procure "appurano comportamenti illeciti". Per molto tempo abbiamo riso dell'ignoranza di Luigi Di Maio, ma ci sono casi in cui c'è poco da stare allegri. Se il capo politico del M5S sbaglia un congiuntivo, sappiamo che non potrà cambiare la grammatica; se dice "presidente Ping" non cambierà il nome del presidente cinese; se mette Pinochet in Venezuela non cambierà i libri di storia o di geografia.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 15 maggio 2019
Sanzioni più severe, punibilità estesa, allargata la condotta penalmente rilevante. Il Senato ha approvato definitivamente ieri sera la legge di riforma dell'articolo 416 ter del Codice penale sul reato di scambio elettorale politico-mafioso. Una tentazione ricorrente, a dire il vero, quella di modificare la norma, visto che l'ultima riscrittura strutturale era stata fatta nel corso della passata legislatura con la legge 62 del 2014. Nel dettaglio, dal punto di vista soggettivo, rispetto alla disciplina attuale viene estesa la punibilità anche ai casi in cui la condotta incriminata di accettazione della promessa di procurare voti sia stata realizzata non solo personalmente ma anche attraverso l'intervento di intermediari.
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