di Tiziana Maiolo
Il Garantista, 1 aprile 2015
"Negli Stati Uniti il magistrato si tiene le intercettazioni ben strette nel proprio cassetto". Così il giornalista Federico Rampini nella trasmissione Piazza pulita, ricorda, dal Paese in cui vive e lavora, l'anomalia italiana paragonata a un sistema, come quello americano, dove in uno spazio dieci volte più grande, il numero complessivo delle intercettazioni è pari alla metà di quelle italiano.
E del resto, non occorre andare lontano per avere l'esempio di un magistrato che di recente è stato capace di "tenere ben strette nel proprio cassetto" le intercettazioni che lui stesso aveva disposto. Parliamo del Procuratore aggiungo di Venezia Carlo Nordio, che è riuscito a condurre un'inchiesta colossale come quella sul Mose senza che neppure una riga fosse sfuggita dalle maglie del segreto investigativo, intercettazioni comprese.
Il che significa che è possibile evitare lo "sputtanamento", soprattutto di persone non indagate, purché il magistrato, che è il custode naturale della riservatezza delle indagini, lo voglia. E quindi, a contrario, ogni volta che la notizia scappa, significa che il magistrato, prima di tutto (e con lui le forze dell'ordine che dipendono dal Pm) lo ha voluto. Intercettazioni depositate in edicola, si dice, con ammiccamento complice, tra giornalisti.
È capitato, buon ultimo, a un esponente del Pd, Massimo D'Alema, non uno qualunque, ma che ha il torto di non essere sull'inginocchiatoio davanti a San Matteo. Sadicamente, e con un po' di malizia, avremmo preferito che la vittima dell'ennesimo circo mediatico-giudiziario fosse un amico del premier Renzi, secondo il detto del "chi la fa l'aspetti". Perché questo problema delle intercettazioni in edicola in genere viene preso a cuore solo da chi lo subisce e dai propri amici. Inoltre gli argomenti usati per lo "sputtanamento", soprattutto del personaggio politico, sono sempre quelli più adatti a suscitare invidia sociale, dal posto di lavoro per il figlio o l'orologio di valore simbolico come il Rolex (se così non fosse non esisterebbero i falsi ), come nel caso di Maurizio Lupi, o le bottiglie di vino pregiato come nel caso di Massimo D'Alema.
Lo "sputtanamento" è costruito ad hoc per istigare i cittadini all'odio e all'invidia. Il personaggio individuato serve da cappello su inchieste che spesso non conquisterebbero le prime pagine (con conseguente tam tam televisivo e sui social ) senza "il nome" del politico da rosolare. E qui si apre un problema di politica giudiziaria molto serio.
Da un po' di tempo i magistrati delle indagini preliminari hanno introdotto il costume di allegare all'ordinanza di custodia cautelare il testo delle intercettazioni. Il documento complessivo è "a disposizione delle parti", il che non vuol dire che siano atti pubblici. Ma ormai è come se lo fossero, perché magistrati e forze dell'ordine li distribuiscono a piene mani ai giornalisti dietro l'alibi che i responsabili di queste propalazioni potrebbero anche essere gli avvocati.
Ma quale difensore avrebbe interesse a rendere pubbliche intere pagine che danneggiano il loro assistito? La risposta è ovvia. Inoltre, in mezzo alle intercettazioni, ne viene allegata abilmente qualcuna che riguarda un uomo politico famoso, che non è indagato, che spesso non è neppure intercettato (come nel caso di D'Alema), ma di cui parlano altri. Che cosa si imputa, con titoloni e strilli, al non indagato che diviene immediatamente un imputato al Tribunale del popolo? Il "comportamento".
Il re dei cattivi comportamenti resta sempre Silvio Berlusconi, e giù moralismi a palate. Ma insomma, anche Lupi e D'Alema: era opportuno che... e giù moraleggiando. A nessuno (o quasi) viene in mente di considerare che il magistrato dovrebbe limitarsi, se proprio deve, ad allegare all'ordinanza solo le intercettazioni relative alla commissione di reati, e non ai comportamenti, soprattutto se di persone estranee. E comunque che dovrebbe tenerle ben strette nel proprio cassetto, come Nordio e tutti i magistrati Usa insegnano.
Purtroppo queste questioni non riguardano più solo il mondo della politica, come insegna tutto quanto il processo a Massimo Bossetti, che è già diventato il processo della pubblica moralità, di cui sono diventate vittime, oltre all'imputato, tutte le donne della sua famiglia, nella cui vita affettiva e sessuale si fruga con rara morbosità, in modo che tutti noi "spettatori" possiamo sentirci più virtuosi. Il problema delle intercettazioni (una volta erano i verbali d'interrogatorio ) in edicola non ha soluzione, purtroppo.
Perché ogni volta che il Parlamento o un Governo cercano di metterci mano, partono sempre con il cercare di erogare sanzioni all'utilizzatore finale, il giornalista, arrivando persino a tentare di punirlo con il carcere. Si sa già come va poi a finire, con i sindacati, gli articoli ventuno, le "se non ora quando", tutti a protestare con il bavaglio sulla bocca e la cosa finisce in niente. Del resto una parte (ma solo una parte) di ragione i giornalisti l'hanno, perché il cane cui viene dato l'osso, come fa a non rosicchiarlo?
L'unica punizione che veramente meriterebbero certi giornalisti è di essere intercettati, non solo al telefono, anche in camera da letto o sulla Comasina, che è una strada abitualmente popolata da prostitute. Per il resto, l'unico che dovrebbe essere sanzionato (ma da chi? Dai suoi colleghi?) è il naturale custode della notizia, colui che l'ha prodotta e che dovrebbe tenerla "ben stretta nel proprio cassetto". Ecco perché il problema non ha soluzione, ecco perché è inutile lamentarsi, caro compagno D'Alema. Benvenuto tra noi.
di Pietro Mancini
Il Garantista, 1 aprile 2015
"Sì, sono Antonio Gava, anzi lo ero". Così, il leader doroteo, figlio di don Silvio Gava, ministro nella Prima Repubblica, e a sua volta titolare, negli anni 80, delle Poste e dell'Interno, rispose ai carabinieri, che erano andati ad arrestarlo, nella sua villa all'Eni. Poi s'impuntò, spiegò di essere stato il numero 1 del Viminale e pretese di essere portato al carcere militare di Forte Boccea. Seguì un processone, per presunta collusione con la camorra, che durò 13 anni e 2 mesi e si concluse, in Appello, con l'assoluzione definitiva dell'imputato.
"Se voi giornalisti siete onesti, ogni volta che vi capiterà di farlo, dovrete scriverlo: Gava è stato assolto". Ma 13 anni sono un'epoca, in politica. Così seguì una richiesta di maxi-risarcimento allo Stato, che gli riconobbe solo 38 milioni, sebbene l'ex ministro, scomparso nel 2008, avesse lamentato "danni di immagine, morali e fisici".
Sono in pochi, in Campania, a non riconoscere che l'epoca dei Cava e di quelli che vennero definiti i "6 viceré" di Napoli - oltre a don Antonio, i Dc Scotti e Cirino Pomicino, Di Donato (Psi), Galasso (Pri) e De Lorenzo (Pli) - fu caratterizzata anche dal malgoverno, dalle lottizzazioni, in primis della "Balena bianca", come Giampaolo Pansa definì la vecchia e vorace Dc.
Ma, di recente, Paolo Mieli, storico ed ex direttore del Corriere della Sera, parlando di Napoli, si è così espresso sui politici degli anni 80 e dei primi anni 90: "Nessuna città italiana ha avuto un personale politico di quello spessore, che fu raso al suolo dalla magistratura".
Non si può non riconoscere che, in quella stagione politica, si assisteva al confronto delle idee, al lancio di opere e di progetti per lo sviluppo del Mezzogiorno. E l'opinione pubblica partecipava, con attenzione, non di rado con passione, ai dibattiti e agli scontri tra i leader. Mentre, qualche giorno fa, il sottosegretario emiliano Delrio, renziano della prima ora, a Cosenza, ha arringato folle tutt'altro che oceaniche, bensì solo i quattro gattoni, di cossighiana memoria.
E, prima del drammatico, cruciale 1992, che Sky sta rievocando con la serie tv di Stefano Accorsi, i partiti, pur con i loro limiti e difetti, erano scuole di buona politica, di efficiente amministrazione e di partecipazione democratica delle comunità. La classe dirigente meridionale, finita sotto inchiesta, a differenza di quella del Nord, era anche classe dirigente nazionale: ascoltata e credibile a Roma, non solo nelle realtà locali, come, 20 e 30 anni prima, lo erano stati i Misasi, i Cassiani, i Cullo, i Mancini. Travolti dalle inchieste giudiziarie ministri, capi corrente, leader di partito, sul campo non rimase più nessuno.
La sinistra fu colta di sorpresa. E si trovò impreparata. In Campania erano tramontati Valenzi, Alinovi e Geremicca, Napolitano s'era ritagliato un ruolo prestigioso, ma appartato, a Roma, e non contrastò l'ascesa del suo antagonista, Bassolino. Bassolino, di Afragola, governò, a lungo, a Napoli e in Campania ma, a differenza dei Gava e dei vecchi "viceré", nelle decisioni, assunte dal vertice nazionale del suo partito, l'ex dirigente del Pci contava poco.
Don Antonio rispose con un esasperato senso dell'autonomismo locale e finì per cedere alle lusinghe del partito personale. Dal 1992 Napoli, in realtà, non ha più avuto ne classe dirigente locale né classe dirigente nazionale. Stavano meglio prima ? Nessuno può dire che, dal punto di vista dei risultati concreti, stiano meglio ora. Oggi, a Napoli, alla luce del flop del sindaco, l'aspirante nuovo Masaniello, l'ex toga don Gigino de Magistris, e in altre realtà, si avverte la profonda esigenza di una classe dirigente moderna, che si formi grazie al confronto delle idee e che non venga cooptata dai capi.
Forse, a Firenze, Matteo Ronzi non è bone informato, Non devo commettere l'errore di affidare, nelle regioni meridionali, il cambiamento agli eterni Gattopardi, ai figli e ai nipoti dei maggiori responsabili della bancarotta delle banche e degli enti. E il premier non accusi, ancora, donna Laura Boldrini di sconfinare dal suo ruolo istituzionale, dal momento che la Presidente della Camera ha definito il Sud "lo scantinato d'Italia" e ha protestato contro la tendenza, in atto, di scaricare la crisi sul Mezzogiorno e sulle donne.
Il Capo del governo narra, direbbe Vendola, un "Paese che riparte". Forse, ma senza il Sud. La questione meridionale è, infatti, uscita dall'agenda dell'esecutivo. E, in grandi città, come Napoli, ostaggio della malavita, e dove persino i carabinieri fanno le rapine, chiedono, disperati, al ministro degli Interni, don Angelino Alfano, siciliano di Agrigento: "Lo Stato c'è ancora?".
di Valerio Spigarelli (Ucpi)
Il Sole 24 Ore, 1 aprile 2015
La legge specifica i requisiti della non punibilità: l'offesa deve essere di particolare tenuità e il comportamento non abituale. L'introduzione della causa di non punibilità per tenuità del fatto è da salutare con favore. Se utilizzata in maniera equilibrata, questa nuova causa di non punibilità offrirà l'opportunità di valorizzare il requisito di extrema ratio della sanzione penale e di alleggerire il peso dei processi che approdano alla fase dibattimentale o a quella della esecuzione. Proprio al fine di arrivare ad una significativa deflazione del carico processuale complessivo, questa innovazione è stata proposta, e fortemente sostenuta, dalla avvocatura penale. La scelta operata dal legislatore muove dalla premessa di una sostanziale distinzione tra l'ipotesi in esame e quella della "inoffensività del fatto", cioè della eventualità che il fatto stesso sia contraddistinto da totale mancanza di attitudine ad offendere il bene tutelato dalla norma penale.
Viceversa, nei casi previsti dalla disciplina appena introdotta, il fatto ha un suo rilievo criminoso ma, per la tenuità della offesa ai beni costituzionalmente garantiti dalla norma incriminatrice, viene ritenuto "non punibile in ragione di principi generalissimi di proporzione ed economia processuale", così come sottolineato dalla commissione ministeriale presieduta da Francesco Palazzo che ha lavorato sullo schema di decreto legislativo.
La legge specifica in maniera sufficientemente dettagliata i requisiti che debbono ricorrere per l'applicazione della causa di non punibilità, stabilendo che essa "è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l'esiguità del danno o del pericolo" valutate in base all'articolo 133, primo comma, del Codice penale, "l'offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale".
Un doppio criterio di valutazione che, unito alla limitazione della sua portata applicativa ai reati puniti con pena detentiva non superiore a cinque anni, scongiura i rischi di "depenalizzazione selvaggia" che sono stati denunciati in alcuni commenti. Semmai, in un ottica realmente deflattiva, la pecca è esattamente all'opposto. Introdotta la possibilità di sgravare dal carico penale complessivo i fatti di scarsa rilevanza, sarebbe stato più utile, infatti, estendere la possibilità di applicazione anche a reati di maggior gravità, che ben possono vedere ipotesi attenuate.
Ciò vale sicuramente per alcuni reati contro il patrimonio, così come per taluni reati contro la pubblica amministrazione che rimangono esclusi dall'ambito di operatività della norma; rilievo che risulta ancor più evidente nella attuale congiuntura politica che vede una tendenza all'aggravamento delle pene, sia nei minimi che nei massimi edittali, per reati del più diverso tipo. Il fatto è che l'iter legislativo è stato, da ultimo, influenzato dalla ventata di populismo penale che si sta abbattendo sulle istituzioni parlamentari a seguito di alcuni fatti di cronaca giudiziaria.
Ciò ha prodotto, ad esempio, l'inserimento nella normativa in esame di una puntualizzazione superflua per alcuni aspetti, ovvero illogica per altri, laddove si è specificato che rimane escluso dal concetto di tenuità "l'aver agito per motivi abietti o futili, o con crudeltà anche in danno di animali", ovvero approfittando "delle condizioni di minorata difesa della vittima, anche in riferimento all'età della stessa ovvero quando la condotta ha cagionato la morte o le lesioni gravissime di una persona".
Previsioni che, in taluni casi, erano già implicitamente ricomprese nella concetto di tenuità, ed in altri, come i fatti riguardanti gli animali, appaiono del tutto irragionevoli. Tolti questi ultimi aspetti, in ogni caso, le norme appaiono equilibrate dal punto di vista procedurale anche se, per ciò che concerne l'eventuale opposizione alla richiesta di archiviazione avanzata dal Pm per tenuità del fatto nel corso delle indagini preliminari, la soluzione proposta dalla commissione ministeriale, risultava di maggior garanzia rispetto a quella accolta nella versione finale dubbia pare anche l'efficacia di giudicato in base all'articolo 651 del Codice di procedura penale.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Garantista, 1 aprile 2015
In vista dell'Assemblea straordinaria generale dell'Associazione nazionale magistrati convocata per il prossimo 19 aprile, le correnti delle toghe affilano le lame e si preparano alla resa dei conti. Complice, come si legge in comunicato di Magistratura Indipendente, "l'atteggiamento timido e inadeguato dell'Anni sui recenti interventi normativi in tema di ferie e di responsabilità civile". Come si ricorderà, fu proprio Magistratura Indipendente a farsi promotrice nelle scorse settimane della raccolta firme necessarie per la convocazione dell'Assemblea generale dell'Anni.
Al termine della quale, nelle intenzioni, dovrebbe essere approvato un pacchetto di iniziative "più adeguate ad esprimere il diffuso malcontento rispetto agli ultimi interventi normativi e per formulare alcune proposte concrete per superare il grave disagio vissuto quotidianamente nell'espletamento dell'attività professionale".
1.447 i magistrati che hanno risposto all'appello. Segno, da un lato, di un consenso "trasversale" (gli iscritti ad Mi sono 714) sulle tematiche propriamente "sindacali", dall'altro, che i mali della giustizia non si risolvono rendendo i processi eterni, vedasi l'incivile e populista riforma sulla prescrizione, ma cercando condizioni di lavoro più dignitose.
Il Cahier de doléances di Mi, affisso nelle bacheche degli uffici giudiziari d'Italia, ha un nome evocativo: Tazebao, come i manifesti murari in uso in Cina ai tempi della Rivoluzione culturale di Mao. A smentire coloro i quali vedono il gruppo di Mi composto di magistrati "moderati" e filo governativi, considerata la presenta del loro esponente di punta, Cosimo Maria Ferri, nell'esecutivo Renzi.
Al primo posto la questione della copertura assicurativa. Nervo scoperto alla luce della riforma della responsabilità civile. Uno dei problemi segnalati è, infatti, la libera facoltà di recesso dell'assicuratore. Fatto che esporrebbe il magistrato, in caso di plurimi sinistri, al rischio di assenza di tutela.
Poi il tema dei carichi esigibili: cioè il numero massimo e adeguato di procedimenti, provvedimenti e udienze che, per le diverse funzioni giudiziarie, può essere richiesto al magistrato a cui si deve consentire lo studio, la preparazione, il serio esercizio della propria attività. Non più un semplice cottimista delle sentenze.
In particolare, il carico esigibile e lo standard di rendimento-produttività dovranno coincidere e rappresentare il limite oltre il quale non si può chiedere di andare. Il numero massimo di sentenze e fascicoli per anno dovrà essere chiaro e conosciuto da subito dal magistrato.
Quindi il tema ferie. Oltre che coltivare la strada giurisdizionale dei ricorsi, esclusa recentemente dal Plenum del Consiglio Superiore della Magistratura che ha avallato obtorto collo il taglio delle ferie a 30 giorni voluto da Renzi, si chiede che non vengano fissate udienze nei 10/15 giorni antecedenti e successivi al periodo di sospensione feriale dei termini. Per garantire così periodi di concreta fruizione da parte dei magistrati di ferie per un numero di giorni maggiore di 10/15 consecutivi. Riconoscendo espressamente la facoltà per il magistrato di godere delle proprie ferie in qualsiasi periodo dell'anno.
Infine la richiesta di misure di defiscalizzazione che consentano ai magistrati di provvedere rapidamente e in autonomia al reperimento delle ulteriori dotazioni, anche tecnico-informatiche, utili allo svolgimento del proprio lavoro, senza dover sottostare a macchinose procedure centralizzate. Argomento di grande attualità vista la farraginosità complessiva del sistema. Dove anche l'acquisto di una matita (e come debba essere utilizzata) è un problema. Recentemente, tanto per fare un esempio, la Procura della Repubblica di Nocera Inferiore ha formulato un quesito alla Procura generale della Repubblica presso la Corte d'Appello di Salerno per sapere se fosse di competenza del personale ausiliario la sostituzione dei toner nelle fotocopiatrici in uso agli uffici.
La Segreteria amministrativa e Affari generali della Procura salernitana, dopo aver risposto positivamente, ha pure inviato la nota al ministero della Giustizia affinché confermasse la correttezza della decisione. In tale ottica, pertanto, la necessità di defiscalizzazione degli acquisti di materiale giuridico (codici, riviste, libri) e informatico (pc, monitor, software, hardware complementare) effettuati da parte del magistrato. La raccolta delle deleghe è iniziata. L'appuntamento è alle ore 11 del 19 aprile presso l'aula magna della Corte di Cassazione.
di Antonello Cherchi
Il Sole 24 Ore, 1 aprile 2015
Il diritto all'oblio imposto a Google dalla Corte di giustizia europea nel maggio dello scorso anno (sentenza C 131/12) prende forma. La società californiana ha spiegato che da quel momento in poi le richieste di "sparire" dalla Rete sono diventate sempre più numerose e ha approntato una procedura ad hoc. In questi mesi si è delineata una casistica che si va perfezionando anche grazie agli interventi dei Garanti della privacy.
Come quello effettuato di recente dall'Autorità nostrana dietro ricorso di un cittadino che ha chiesto a Google di rimuovere una notizia, pubblicata su un quotidiano locale, relativa a una vicenda giudiziaria in cui il ricorrente era rimasto coinvolto, ma in una posizione - ha sostenuto l'interessato - di assoluta marginalità. Da qui il ricorso al Garante perché intervenisse su Google imponendogli di applicare il diritto all'oblio anche in questo caso. Nel dettaglio, si chiedeva di deindicizzare la ricerca, ovvero di evitare che, digitando determinate parole chiave, la Rete restituisse una serie di risultati in cui il nome del ricorrente risultava associato in maniera fuorviante alla vicenda giudiziaria.
In alternativa, si pretendeva che Google intervenisse sui cosiddetti snippet, ovvero sui "riassunti" di poche righe che appaiono sotto i risultati di una ricerca, a corredo dei link. Si tratta di sintesi automatiche generate dal motore di ricerca. Nel caso in questione finivano sempre per contenere - a detta del ricorrente - il suo nome insieme ai reati più gravi relativi alla vicenda in cui risultava coinvolto, dando un'immagine distorta di quanto poi si raccontava nell'articolo.
Si è trattato della prima volta che la richiesta di diritto all'oblio ha coinvolto gli snippet. La risposta del Garante è stata duplice. Niente da fare per quanto riguarda la richiesta di deindicizzare la ricerca: in questo caso il diritto all'informazione prevale su quello all'oblio, considerato che il resoconto giornalistico è recente e le notizie riportate corrette.
Per quanto, invece, riguarda gli snippet, l'intervento del Garante non è stato necessario, perché Google ha accolto la richiesta del ricorrente e ha fatto in modo che la sintesi sotto il link dell'articolo giornalistico non appaia fuorviante rispetto ai contenuti del pezzo.
Sempre in tema di internet, va ricordato che oggi scattano le regole dettate dal Garante nel maggio scorso per chi acquista prodotti e servizi digitali pagando attraverso smartphone, tablet e Pc. Chi, per esempio, compra video, giochi, e-book o si abbona a un giornale online e ricorre al mobile payment, deve essere informato - da parte delle compagnie che forniscono il servizio di pagamento attraverso il cellulare, le società che assicurano la piattaforma tecnologica e le aziende che offrono contenuti e servizi digitali, nonché da tutti gli altri attori coinvolti nella transazione - del modo in cui vengono utilizzati i dati personali necessari per il pagamento. Di solito si tratta del numero di telefono dell'acquirente, dei suoi dati anagrafici e delle altre notizie "informatiche" necessarie per portare a buon fine il pagamento elettronico.
Il Garante ha imposto che quei dati possano essere conservati per un massimo di sei mesi e siano utilizzati esclusivamente per il servizio di mobile payment. Dunque, niente uso delle informazioni per l'invio di messaggi pubblicitari o per profilare i gusti e comportamenti dell'utente. Regole che sarebbero dovute diventare operative a metà dicembre, ma che una proroga del Garante ha spostato a domani.
di Roberta Giuliani
Il Sole 24 Ore, 1 aprile 2015
Da oggi non si parlerà più di ospedali psichiatrici giudiziari e i 700 internati prenderanno strade diverse: saranno dimessi oppure ospitati nelle Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) o ancora trasferiti temporaneamente in strutture transitorie. Nessuna proroga dunque per la chiusura degli Opg: dopo tre slittamenti dalla prima data prevista dal Dl 211/2011 per 1° febbraio 2013, è scaduto ieri l'ultimo termine fissato dal Dl 52/2014.
Ma nonostante i rinvii non tutte le Regioni sono pronte ad accogliere i detenuti: gli Enti che possono contare già dal 1° aprile su residenze funzionanti sono Valle d'Aosta, Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Basilicata, Sicilia e Sardegna e Provincia Autonoma di Bolzano. Per il Veneto, unica Regione in ritardo, come si legge nel comunicato del ministero della Giustizia, si prospetta invece l'istituto del commissariamento. "Nel caso della Regione Veneto, che in mancanza di strutture individuate non risulta in condizione di prestare l'assistenza alle persone sottoposte a misure di sicurezza detentiva, sarà necessario procedere alla nomina di un Commissario straordinario (L. 30 maggio 2014, art. 1 co. 2) perché provveda in via sostitutiva a dare attuazione a quanto richiesto dalla legge".
Sempre secondo il comunicato, altre Regioni "completeranno tale percorso nelle prossime settimane: si tratta del Friuli Venezia Giulia, della Puglia, della Provincia autonoma di Trento e del Piemonte". Il Piemonte, pur avendo individuato soluzioni, non ha fornito i relativi atti deliberativi e ha previsto termini lunghi (il primo settembre 2015) per il via libera alla struttura. Gli altri Enti non ancora pronti hanno tuttavia individuato i tempi di effettiva attivazione, in relazione a lavori e procedure da ultimare: le aperture variano da pochi giorni come il Friuli Venezia Giulia (4 maggio) e la Puglia (30 maggio), ai 120 giorni della Calabria necessari per attivare una struttura transitoria. La Provincia autonoma di Trento conta di essere pronta il prossimo primo luglio.
Il trasferimento degli internati dagli Opg alle strutture alternative individuate non sarà tuttavia un'operazione di massa, ma un percorso che richiede l'adozione di provvedimenti sia giudiziari sia sanitari per ciascuno dei ricoverati nelle strutture.
"Sarà il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, in collaborazione con l'Autorità giudiziaria, con le Regioni e con le Province autonome, a provvedere - si legge nel comunicato del ministero della Giustizia - ai trasferimenti presso le Rems dei soggetti destinatari delle misure di sicurezza".
Tale percorso presumibilmente impegnerà un arco di tempo di alcune settimane. Per una parte delle 700 persone internate negli Opg sarà possibile la dimissione, mentre gli altri saranno ospitati nelle Rems. "A stabilire se un soggetto può essere dimesso - spiega Roberto Piscitello, responsabile della Direzione generale detenuti e trattamento del Dap, il Dipartimento amministrazione penitenziaria - è la magistratura di sorveglianza sulla base di una valutazione della pericolosità sociale e dei trattamenti seguiti: entro il primo aprile si stima che questa quota sarà tra il 5 e il 10% del totale".
Il comunicato di Via Arenula auspica che "la prosecuzione della positiva esperienza dell'Organismo di coordinamento del ministero della Salute possa essere sostenuta dalla istituzione in ambito regionale di analoghi meccanismi di raccordo delle competenze coinvolte e della cooperazione istituzionale, anche sollecitando il contributo delle competenti Autorità giudiziarie".
L'organismo di coordinamento ha presentato il 13 febbraio 2015 al Parlamento la II relazione trimestrale sul superamento degli Opg evidenziando alcuni nodi cruciali. Una soluzione è stata quella di individuare strutture residenziali transitorie per rispettare le scadenze e assicurare i necessari interventi ma anche per garantire il trasferimento degli internati destinatari di una misura di sicurezza detentiva e socialmente pericolosi.
Alcuni Enti territoriali hanno invece aperto le Rems prima della scadenza. Se la residenza di S. Isidoro nella Provincia di Bolzano è attiva già dal 1° gennaio 2014, sono sette sono le strutture toscane che hanno avviato un percorso alternativo. Il superamento dell'Opg di Montelupo è stato infatti uno degli obiettivi prioritari della Regione Toscana che in questi anni e con varie delibere ha posto particolare attenzione alle problematiche degli internati e detenuti: sono stati individuati tra l'altro percorsi socio-assistenziali e di cura da realizzarsi nell'ambito territoriale che hanno prodotto 65 programmi di dimissione dall'Opg per favorire il rientro degli internati toscani nel territorio di provenienza.
Molte Regioni invece hanno inaugurato le proprie residenze sul filo di lana. Tra il 30 marzo e il 1° aprile è stata annunciata l'apertura della Rems di Castiglione delle Stiviere di Valle d'Aosta e Lombardia che sarà l'unico dei sei attuali Opg a trasformarsi in residenza con una dotazione di 160 posti.
Il Lazio invece ha avviato le residenze afferenti alla Asl RmG, a Subiaco e a Palombara Sabina ma anche altre due residenze in provincia di Frosinone: una a Ceccano e l'altra a Pontecorvo che tra l'altro è stata inaugurata il 31 marzo dal ministro della Giustizia Andrea Orlando insieme al Presidente della regione Nicola Zingaretti. Anche in Basilicata il 30 marzo ha aperto i battenti nella frazione di Tinchi (Comune di Pisticci) una Rems con 10 posti letto.
Se in Sicilia sono pronte a partire due residenze una a Caltagirone (Ct) e l'altra a Naso (Me), in Campania è stata annunciata l'apertura di tre delle cinque previste. Il taglio del nastro delle altre due slitterà invece di qualche mese. La Sardegna aprirà in via temporanea una parte della residenza di Capoterra in provincia di Cagliari.
A queste strutture dovrebbe aggiungersi l'apertura temporanea per Abruzzo e Molise della Rems di Guardiagrele (Chieti) frenata solo da un giudizio amministrativo pendente che potrebbe risolversi, almeno in fase cautelare al Tar, già prima dell'inizio di aprile.
di Antonio Castaldo e Andrea Pasqualetto
Corriere della Sera, 1 aprile 2015
I ritardi nella chiusura dei sei ospedali giudiziari (Opg). Commissariato il Veneto e polemiche sulla sicurezza. C'è chi se ne andrà a breve, chi fra qualche mese, chi mai. Pochi, pochissimi, appena sei, hanno fatto le valigie ieri, come previsto dalla legge sulla chiusura dei sei Ospedali psichiatrici giudiziari italiani, i famigerati Opg: Montelupo Fiorentino, Aversa (Caserta), Napoli, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere (Mantova) e Barcellona di Pozzo di Gotto (Messina). La scadenza del 31 marzo 2015, già slittata tre volte, è stata rispettata solo parzialmente.
Da oggi gli ex manicomi giudiziari non accetteranno nuovi ingressi. Ma alcune Regioni sono in ritardo con le nuove strutture che dovrebbero sostituirli. "Ci sono centinaia di malati psichici che non possono ancora essere trasferiti perché non si sa ancora dove mandarli... sono un po' sfiduciato", ha allargato le braccia Santi Consolo, capo del Dipartimento della polizia penitenziaria. Nessuno stravolgimento, dunque, ma una lenta rivoluzione. Nei prossimi mesi, gli internati torneranno nelle Regioni da cui provengono, presi in carico dalle Asl.
Dovrebbero andare nelle Rems, cioè le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, luoghi meno afflittivi degli ospedali giudiziari. Ma ci vorranno dei mesi. "Qualcuno ha davvero pensato di trasferire centinaia di persone dalla sera alla mattina, come fossero pacchi?", argomenta Vito De Filippo, sottosegretario alla Salute che ha curato il dossier per il governo. Nel gennaio 2014 gli internati erano 880. Nel 2009 oltre duemila.
Ad oggi sono meno di 700. "Si chiude una pagina complicata e triste per il nostro Paese. Le altre sono polemiche inutili", sottolinea De Filippo. Nelle Rems non c'è polizia, ma medici e infermieri. Addio celle sovrappopolate e luride, ogni residenza avrà 20 pazienti. "Si tratta di un progresso innegabile", sottolinea il magistrato Paola Di Nicola. "Il problema è che diverse Regioni non hanno neppure programmato i lavori necessari. Dove metteremo nel frattempo i soggetti pericolosi? Chi ha pensato alle loro vittime?", conclude Di Nicola.
In assenza di strutture "definitive" molti malati saranno dirottati verso sedi provvisorie. I dimissibili, circa 200, potranno invece accedere a percorsi terapeutici alternativi. Il Veneto è un caso estremo, per il quale il ministero della Giustizia ha deciso il commissariamento.
Una scelta che ha provocato la reazione del governatore Zaia: "Difendiamo la dignità dei malati e la sicurezza dei territori dall'ennesima vergogna perpetrata da un governo che scarica qua e là malati di mente pericolosi". Pronta la risposta del ministro della Giustizia, Andrea Orlando: "Non speculate su questo tema perché è facile dire che si liberano persone pericolose, ma tutto questo non è vero. Passiamo dall'internamento alla cura. Non è poco".
di Paolo Russo
La Stampa, 1 aprile 2015
La chiusura degli Opg era stata fissata per ieri. Secondo il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, "quasi tutte le Regioni sono pronte". Quasi tutte le Regioni sono pronte" ad accogliere nelle strutture alternative i circa 700 internati negli ex manicomi criminali, assicura in una nota il Ministero della Giustizia. Ma oggi, come abbiamo potuto accertare contattandoli uno ad uno, nessuno dei sei Opg, gli ospedali psichiatrici giudiziari della vergogna, chiuderà i battenti come previsto per legge.
Salvo uno, quello di Castiglione delle Stiviere (Mantova). Ma qui tutto si risolverà in un cambio di targa all'ingresso, con quella di Opg che lascerà il posto alla più rassicurante sigla Rems, le residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza, massimo 20 letti, sorvegliate, in larga parte d'Italia non ancora attive. O non in numero tale da accogliere tutti.
Un caso lo illustra Nunziante Rosania, direttore dell'Opg Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). "Per ora non chiudiamo perché non sapremmo dove mandare gli internati pugliesi, calabresi e lucani che non hanno strutture pronte nelle loro regioni". "I 68 siciliani verranno in parte dimessi e presi in carico dai nostri dipartimenti di salute mentale, mentre una metà di loro andrà nelle due Rems di Naso e Caltagirone".
Il problema è che le due strutture non saranno in grado di accogliere anche chi commetterà nuovi reati e verrà giudicato incapace di intendere e di volere dal giudice. "Di sicuro non potranno rientrare in Opg e io non posso mettermeli in tasca", commenta sconsolato. In Emilia alle Rems hanno pensato per tempo, attivando due strutture a Bologna e Parma. "Ma anche qui nell'Opg di Reggio -spiega il direttore Paolo Madonna - resteranno i detenuti di altre regioni, soprattutto veneti, privi di residenze"".
Il Veneto è stato infatti commissariato "e altre regioni inadempienti lo saranno", preannuncia il Ministro della salute, Beatrice Lorenzin, che in cima alla lista avrebbe il Piemonte e la Calabria. Le Regioni in ritardo con l'apertura delle Rems, secondo "Stop-Opg", sarebbero solo Friuli, Puglia e Trento, oltre alle due maglie nere individuate dalla Lorenzin. Un quadro tutto sommato rassicurante, che non coincide però con quello fornitoci dai direttori degli Opg. E nemmeno con le parole di uno "sfiduciato" capo del dipartimento della polizia penitenziaria, Santi Consolo. "Siamo disponibili a trasferire con la dovuta gradualità gli internati presso le Rems, che però - precisa - devono confermare le disponibilità reali e finora tutte queste conferme non arrivano".
"È ingiusto e crudele accanirsi contro chi ha già sofferto tanto", dichiara nel frattempo il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Ricordando che "a decidere la detenzione è un'apposita commissione medica e soprattutto un giudice", che indirizzeranno chi è incapace di intendere e di volere "in strutture che servono a ridare dignità a chi è stato detenuto in posti indegni di un essere umano".
Il problema è appunto capire cosa accadrà se le Rems faranno registrare il "tutto esaurito". Intanto il governatore veneto, Luca Zaia, difende la sua scelta, parlando "di vergogna del governo che scarica qua e là malati di mente pericolosi per se e gli altri". Una pericolosità che in verità sarebbe esclusa dalla sorveglianza nelle Rems, che il Veneto non ha preso nemmeno in considerazione. C'è però quel codicillo della legge sulla chiusura degli Opg, che prevede la custodia solo entro il limite delle pena edittale, che sarebbe stata assegnata all'imputato se questo fosse stato capace di intendere e di volere.
"Abbiamo parecchi soggetti pericolosi con gravi disturbi della personalità", dichiara il direttore dell'Opg di Barcellona. "Circa il 70% dei nostri ha alle spalle un omicidio", gli fa eco il collega di Reggio Emilia. Chi si curerà di loro finiti i termini di custodia è un'altra "dimenticanza" che farà discutere.
Askanews, 1 aprile 2015
"Dovremmo trasferire alcune centinaia di persone presso le Rems, Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza, sono in continuo contatto con la direzione generale detenuti e trattamenti ma tutte queste richieste da parte delle Rems non arrivano. Quindi sono un po' sfiduciato. Ho sollecitato la direzione a chiedere a tutte le Rems se sono effettivamente disponibili a ricevere gli internati.
Al 25 marzo gli internati negli Ospedali psichiatrici giudiziari erano 698 ci aggiriamo su quella cifra. Noi siamo disponibili a chiudere tutti gli Opg quanto prima, abbiamo fatto riunioni per dovere con la dovuta gradualità che attiene al rispetto degli internati trasferirli presso le Rems, ma queste strutture devono confermare tale disponibilità reali".
Così il capo del Dap Santi Consolo a margine dell'inaugurazione del Rems di Pontecorvo. "Come dipartimento abbiamo avuto la doverosa attenzione verso i disabili mentali, io spero che venga documentata la situazione attuale degli Opg per come, come è stata migliorata dall'amministrazione penitenziaria. Spero anche che si dia il giusto riconoscimento a tutto il personale degli Opg e alla polizia penitenziaria che si è molto sacrificata in un lavoro anche rischioso con senso di umanità e solidale assistenza. Scandalizzarsi è facile, operare no".
Sappe: Opg riconvertiti in Case di reclusione a custodia attenuata
"Saranno riconvertite in carceri a custodia attenuata e case di reclusione le strutture che erano adibite ad Ospedali psichiatrici giudiziari". Così in una nota Donato Capece, segretario generale Sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe. Il Sappe sottolinea "che un riutilizzo in tal senso delle strutture è certamente positivo, anche nella previsione di una territorialità della pena".
Sulla chiusura degli Opg, Capece afferma: "Quel che serve ora sono strutture di reclusione con una progettualità tale da garantire l'assistenza ai malati e la sicurezza degli operatori. Gli Ospedali psichiatrici giudiziari, hanno risentito nel tempo dei molti tagli ai loro bilanci. Ma colpevole è anche una diffusa e radicata indifferenza della politica verso questa grave specificità penitenziaria, confermata dall'incapacità di superare davvero gli Opg".
"Se i politici - prosegue - a tutti i livelli, invece delle solite passerelle a cui si accompagnavano puntualmente anatemi e demagogie quanto estemporanee soluzioni, si fossero fatti carico del loro ruolo istituzionale, avrebbero per tempo messo le strutture psichiatriche nelle condizioni di poter svolgere al meglio il loro lavoro, poiché le condizioni disumane in cui hanno versato gli Opg sono il frutto di una voluta indifferenza della società civile, dei politici, ma soprattutto dei vertici dell'amministrazione penitenziaria".
Capece, evidenzia infine "la professionalità, la competenza e l'umanità che per anni ha contraddistinto l'operato di centinaia di donne e degli uomini della Polizia penitenziaria, con tutti gli internati e i detenuti, per garantire una carcerazione umana ed attenta pur in presenza ormai da anni di oggettive difficoltà operative, gravi carenze di organico di poliziotti e strutture spesso inadeguate. Ai poliziotti penitenziari va il ringraziamento per quello che hanno fatto con grande professionalità, nel silenzio, negli Opg".
di Monica Serra
Il Giornale, 1 aprile 2015
"Non sono ancora arrivati i soldi per le equipe mediche che dovranno seguire i numerosi pazienti dimessi dagli Opg", denuncia il professore Sacchetti, presidente della Società italiana di psichiatria.
Si è detto addio agli Ospedali psichiatrici giudiziari, almeno formalmente. "Una riforma necessaria", secondo chi negli Opg ci lavora e sa che, sotto questo nome, spesso si celano veri e propri lager, in cui sono di fatto rinchiusi i pazienti. Ma le regioni sono davvero pronte ad attuare la riforma? Lo abbiamo chiesto al professore Emilio Sacchetti che, pur essendo presidente della Sip (Società italiana di psichiatria), ad oggi non ha ancora i numeri relativi a ciò che accade sul territorio nazionale, perché "ci sono dipartimenti che neanche rispondono, e questo fa capire - commenta amaro il presidente- quanto siano sensibili all'argomento".
Ha potuto parlarci solo del suo dipartimento, che comprende la provincia di Brescia, il lago di Garda e il lago di Iseo. E che, tra quelli italiani, numeri alla mano, è un dipartimento esemplare, dotato di numerose strutture che tanti altri "si sognano". "Quello che più manca in Lombardia - ha dichiarato - sono i soldi per l'equipe medica necessaria a seguire i numerosi pazienti dimessi negli ultimi mesi", in linea con la riforma.
Per capire il significato di queste parole dobbiamo andare con ordine. La legge 81 del 2014 prevede la chiusura degli Opg, che saranno sostituiti dalle Rems, le residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria, delle microstrutture in cui verranno inseriti solo gli infermi di mente, ritenuti socialmente pericolosi. Si parla di 450 pazienti su 700 attualmente in cura. Tutti gli altri ex pazienti degli Opg, che hanno in passato commesso qualche reato a causa della loro infermità, ma che "sono guariti", sottolinea il professore, in questi mesi sono stati dimessi (e ne saranno dimessi ancora molti altri). Ecco, tutti questi pazienti torneranno a casa, si potranno muovere in assoluta libertà, ma "resteranno a carico dei servizi territoriali dovranno essere seguiti all'esterno da medici specializzati, dalle equipe psichiatriche degli ospedali che curano anche gli altri cittadini residenti nella stessa area", sottolinea il professore.
Per far fronte a questa esigenza è necessario rafforzare le equipe mediche presenti, che devono rispondere alla "necessità di controlli quotidiani per questi pazienti. Per alcuni di loro sono necessari più controlli nel corso delle 24 ore. Per questo il problema diventa avere il personale necessario - evidenzia il presidente Sacchetti - ed è indispensabile. Qui (in Lombardia, ndr) le strutture ci sono e funzionano abbastanza bene rispetto ad altre realtà di Italia ma, solo per il mio dipartimento, servono almeno altri 8 medici e qualche infermiere".
Se in un dipartimento "che brilla" sul territorio nazionale sono necessari 8 medici, quanti ne serviranno negli altri? Ad oggi non è dato saperlo. Ma una stima, per difetto, ci fa ipotizzare qualche centinaio. E i soldi per pagarli? In Lombardia non sono ancora arrivati.
"In questi giorni abbiamo dimesso un paio di pazienti che in passato hanno ucciso un parente, e che sono rimasti nell'opg di Castiglione delle Stiviere, nel Mantovano, per 15, 20 anni, e che ora sono stati ritenuti pronti a ritornare nella comunità. È altamente improbabile che loro tornino a delinquere. Poi la certezza in psichiatria non esiste. E va detto pure che è necessario che vengano seguiti dal personale specializzato ora che sono tornati a casa".
Ma a questo problema, sul territorio nazionale, si aggiunge quello legato alla carenza delle strutture: "Il problema è che l'assistenza sanitaria in Italia si dipana a macchia di leopardo. Ci sono zone in cui è garantita in modo accettabile - conclude il professore- e zone in cui è inesistente, a causa di una assoluta insensibilità dei politici regionali. Sicuramente dal Lazio in giù, la situazione è decisamente peggiore, pur con qualche regione che "si salva".
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