di Silvia Giovanniello
La Repubblica, 16 maggio 2019
Il Secondo Dopoguerra, in Italia, è stato il momento della difficile ricostruzione di un tessuto sociale, oltre che economico, lacerato da un conflitto armato e da venti anni di dittatura. Dopo aver combattuto contro il fascismo, la fame e la morte, i civili si sono ritrovati a contrastare un nemico altrettanto feroce e sicuramente più subdolo: la mafia.
di Laura Montanari
La Repubblica, 16 maggio 2019
"Non riprenderei una pistola. E sconsiglio di farlo: è un vivere nel terrore". La vittima Mircea Vitalie, 29 anni, moldavo fece irruzione nel capannone la notte del 28 novembre scorso. I complici non sono mai stati rintracciati.
La procura di Arezzo ha depositato stamani la richiesta di archiviazione per Fredy Pacini, il gommista di 57 anni di Monte San Savino (Arezzo) che il 28 novembre sparò alcuni colpi di fucile uccidendo Mircea Vitalie, 29 anni, moldavo, che assieme a un complice aveva fatto irruzione nella sua rivendita di gomme e biciclette probabilmente per rubare. Il pubblico ministero Andrea Claudiani ha firmato la richiesta di archiviazione per legittima difesa putativa.
Fredy Pacini aveva raccontato di aver subito decine di furti, l'ultimo nel 2014 lo aveva convinto a costruirsi una stanza e a vivere dentro la sua azienda per difenderla dalle incursioni notturne dei ladri.
Quella notte Mircea Vitalie spacco il vetro di una finestra con un piccone e con una pila entrò nel capannone, il gommista che era sul soppalco, si svegliò di soprassalto, prese la pistola (regolarmente detenuta) e sparò cinque colpi in basso. Due raggiunsero Vitalie uccidendolo. Ora il pm chiede l'archiviazione del caso per legittima difesa putativa. "Non è ancora finita, siamo a un pezzo della strada" dice con la voce emozionata Pacini dalla sua officina accanto al suo avvocato Alessandra Cheli che lo ha seguito in questi mesi.
"Da quando è successa quella rapina - riprende il gommista ricordando la notte del novembre scorso - non dormo più nel capannone, non ce la potrei fare con tutto quello che è accaduto. Adesso dormo nella mia casa con mia moglie". Se potesse tornare indietro riprenderebbe ancora la pistola? "No, non riprenderei in mano una pistola anzi, se dovessi dare un consiglio dopo la mia esperienza, direi a tutti di non prendere le armi perché è un vivere nel terrore".
La richiesta di archiviazione da parte della procura si è basata non sulla nuova legge sulla legittima difesa, ma sul vecchio impianto normativo. Fredy Pacini era stato indagato per eccesso colposo di legittima difesa. Ora in base alle indagini, secondo il pm, il gommista quando sparò riteneva di essere in una situazione di effettivo pericolo.
Negli anni precedenti il gommista aveva più volte anche in interviste ai giornali e in tv protestato chiedendo più sicurezza e lamentando continui furti. Raccontava di averne subiti 38 tra quelli andati a segno e quelli soltanto tentati da quando aveva ereditato l'attività. Per lui si mossero e sfilarono in una fiaccolata in suo favore, duemila persone a Monte San Savino, lo stesso ministro dell'Interno Matteo Salvini lo chiamò al telefono esprimendogli solidarietà. Cosa che ha rifatto oggi per poi twittare: "Ogni tanto una bella notizia. Ho appena chiamato Fredy Pacini per felicitarmi e per ribadirgli che eravamo e saremo sempre al suo fianco, sempre dalla parte del diritto alla legittima difesa".
"Fredy è conosciuto come una brava persona, un gran lavoratore - spiega l'avvocata Alessandra Cheli - sono contenta che dopo un'indagine attenta e scrupolosa, la procura sia arrivata a chiedere l'archiviazione. È un passo importante, non ancora la fine della storia. La perizia affidata ai tecnici ha dimostrato che Fredy ha sparato nel buio verso il basso. Cinque colpi, due hanno raggiunto l'uomo che era entrato nel capannone".
I periti hanno anche spiegato perché una delle pallottole ha centrato Vitalie dal basso verso l'alto: "Probabilmente è caduto o è scivolato e il colpo di Fredy è rimbalzato per terra" riprende l'avvocata che sottolinea come sia stato il colpo del 2014 che ammontava a 110 mila euro a segnare una svolta: "Fredy era preoccupato per la sua attività e pensò di ritagliare nel capannone una stanza soppalcata. All'inizio non pensava di restarci a dormire, infatti non mise subito un letto ma soltanto un divano.
Piano piano però un po' per le incursioni dei ladri, un po' perché a volte la mattina cominciava presto il lavoro e la sera finiva tardi, rimaneva a dormire. Per non lasciarlo solo anche la moglie restava lì". La notte del 28 novembre la moglie però era in ospedale ad assistere un familiare.
Le indagini hanno appurato che Vitalie non era solo a tentare il colpo ma con un complice fuori dal capannone e forse altri due in una macchina. Nessuno di questi è stato mai rintracciato. Vitalie aveva sui documenti il cognome della moglie e quindi all'inizio pareva incensurato, ma quando è stato identificato è emerso che aveva una lista di precedenti di polizia per furti e rapine. Ultima nota di cronaca, nel gennaio scorso Fredy Pacini ha subito un altro tentativo di furto.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 16 maggio 2019
Effetto recidiva sterilizzato per la prescrizione. Ogni volta che il giudice valorizza i precedenti penali dell'imputato per negargli le attenuanti generiche questo non ha come conseguenza automatica anche il riconoscimento dell'aggravante della recidiva, con il successivo aumento di pena da valutare anche ai fini del maturare della prescrizione.
Lo chiariscono le Sezioni unite con la sentenza n. 20808 depositata ieri. Per le Sezioni unite infatti è fondato su "premesse non condivisibili" il ragionamento opposto perché impoverisce il giudizio sulla recidiva, finendo per ridurlo alla constatazione dell'esistenza di precedenti penali "che, accidentalmente, in forza del reclutamento di mere formule di stile, possono anche risultare correlati retoricamente ad una maggiore colpevolezza per il fatto e ad una maggiore pericolosità sociale del reo, ma senza che il linguaggio possa fare velo all'assenza di una reale indagine al riguardo".
Perché quest'ultima è invece, sottolinea la pronuncia, necessaria. Il giudizio in materia di recidiva e il peso da dare ai precedenti penali è infatti diverso rispetto a quanto previsto in materia di riconoscimento delle attenuanti: può accadere allora che i diversi giudizi, quello sul (negato) riconoscimento delle attenuanti generiche e quello (positivo) sul riconoscimento della recidiva, non abbiano una base di fatto coincidente. I precedenti, nella valutazione sulla recidiva, hanno un perimetro più limitato. Le Sezioni unite ricordano che costituiscono precedenti penali valutabili per la recidiva solamente le condanne definitive e solo quelle che sono diventate tali prima della commissione del nuovo reato; nel giudizio sulle attenuanti, il rilievo dato ai precedenti serve invece al giudice per negare la meritevolezza dell'attenuazione della pena.
Del resto, afferma ancora la sentenza, la irriducibilità della recidiva alla presenza di precedenti penali rappresenta uno degli elementi della giurisprudenza costituzionale successiva all'entrata in vigore della legge ex Cirielli (la n. 251 del 20025, con interventi, tra l'altro, su recidiva appunto e prescrizione). La Consulta cioè ha sottolineato più volte la necessità che il giudice, prima di affermare la recidiva, ne accerti i due requisiti costitutivi, verificando non solo l'esistenza del presupposto formale costituito dalla condanna precedente, ma anche quello sostanziale rappresentato dalla maggiore colpevolezza e dalla più elevata capacità a delinquere. Nel caso approdato davanti alle Sezioni unite, l'esistenza di precedenti aveva avuto come effetto il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, ma nulla era stato specificamente detto in materia di recidiva. Infatti di questa non c'era traccia nella determinazione della pena inflitta, che, infatti, non era stata aumentata. Le Sezioni unite, allora, non possono che annullare senza rinvio per il maturare della prescrizione dei reati contestati.
di Maurizio Caprino
Il Sole 24 Ore, 16 maggio 2019
Per invalidare l'alcoltest non basta che l'etilometro segnali che l'aria soffiata dal guidatore ha "volume insufficiente": il risultato della misurazione si considera comunque valido, come ha ribadito la Cassazione con la sentenza 20814 depositata ieri. Il principio è lo stesso affermato già dal 1995, ma non è valido sempre. E molto dipende dal fatto che la scritta "volume insufficiente" - con la quale l'apparecchio segnala che la quantità d'aria soffiata e analizzata è bassa rispetto agli standard previsti dal fabbricante ma non tale da impedire del tutto la rilevazione - compaia per uno solo dei due test obbligatori per legge (articolo 379, comma 2, del Regolamento di esecuzione del Codice della strada) oppure su entrambi.
Nel caso deciso con la sentenza 20814, il problema riguardava solo uno dei due test. Ciò è bastato alla Quarta sezione penale della Cassazione per richiamare la sua sentenza 20545/2016, con la quale aveva stabilito che - ai fini dell'accertamento della guida in stato di ebbrezza nei casi in cui costituisce reato (tasso alcolemico da 0,81 grammi/litro in su) - è sufficiente che una sola delle due misurazioni rientri nella fascia che ha rilevanza penale, "se corroborata da elementi sintomatici desumibili dagli atti" (e in effetti nel verbale degli agenti della Polizia stradale si segnalava il forte alito vinoso). In un altro caso analogo (sentenza 19161/2016), la Quarta sezione aveva ribadito il principio. Aggiungendo che, quando l'aria esaminata dall'etilometro è poca, l'imputato sarebbe comunque favorito perché anche il tasso alcolemico misurato risulterebbe inferiore a quello effettivo. Inoltre, spetta all'imputato dimostrare che c'è un malfunzionamento dell'etilometro: la scritta "volume insufficiente" non indica di per sé un errore. Anche questo è un principio consolidato (la sentenza depositata ieri richiama la 6636 e la 22604 del 2017).
Ma che cosa accade quando per entrambi i test l'etilometro segnala che la quantità d'aria soffiata è insufficiente in entrambi i test effettuati? Una risposta la fornisce la sentenza 23520/2016, che ha esaminato i due orientamenti contrapposti evidenziati precedentemente dalla giurisprudenza della Cassazione (sempre della Quarta sezione) in casi di questo genere.
Il primo orientamento (sentenza 35303/2013), più garantista, riteneva contraddittorio che l'etilometro da un lato segnalasse "volume insufficienze" e dall'altro, nonostante l'esiguità dell'aria analizzata, fornisse comunque il risultato quantitativo della misurazione. Di fronte a questa "incompatibilità logica" tra i dati rilevati e il "corretto funzionamento della macchina", il giudice dovrebbe prendere atto che non ci sono i presupposti per una condanna penale, nemmeno quando il verbale evidenzia sintomi di ebbrezza del conducente.
Il secondo orientamento (sentenze 1878/2013 e 22239/2014), invece, mette in relazione il volume insufficiente con la volontà dell'interessato di opporsi al test. Per questo il conducente va ritenuto responsabile di guida in stato di ebbrezza - articolo 186, comma 2, lettera b) oppure c) del Codice della strada - o di rifiuto di sottoporsi al test (articolo 186, comma 7).
Descritti i due orientamenti, la sentenza 23520/2016 se ne distacca, facendo notare che nessuno dei due tiene conto di parametri scientifici. Il giudice deve quindi analizzare caso per caso se il valore numerico che appare come risultato della misurazione sia attendibile nonostante venga riportato dall'etilometro assieme al "volume insufficiente". Non solo: per dimostrare la colpevolezza dell'imputato non si potrà fare riferimento ai sintomi di ebbrezza eventualmente riportati dagli agenti nel verbale, salvo che questi ultimi siano in grado di attestare "oltre ogni ragionevole dubbio" il superamento della soglia di rilevanza penale (0,8 g/l).
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 maggio 2019
La struttura di Castiglione delle Stiviere trasformata in 8 comunità con 160 posti. La regione Lombardia, invece di aprire nelle diverse province le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), ha deciso di dividere l'ex Ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere in 8 comunità, per un totale di 160 posti letto. Il problema è stato segnalato martedì scorso, durante un convegno organizzato a Milano dal Forum della salute mentale della Lombardia presso l'Auditorium Fondazione Casa della Carità.
In mancanza delle Rems che - secondo legge - devono essere piccole comunità, l'ex Opg è stato riconvertito in "Sistema polimodulare di Rems provvisorie". Quindi, di fatto, è un'unica mega Rems che ospita un totale di 160 posti letto. Tutti, per altro, già occupati.
"È un tradimento dello spirito delle norme che hanno portato alla chiusura degli Opg - spiega Luigi Benevelli, presidente del Forum della salute mentale della Lombardia -, perché il senso delle Rems dovrebbe essere che i pazienti psichiatrici che hanno commesso reati continuino ad essere seguiti dai servizi psichiatrici del proprio territorio, invece tutti i lombardi vengono mandati a Castiglione e di fatto vengono seguiti poco e male, salvo alcune eccezioni, dai dipartimenti di salute mentale della loro città d'origine".
Senza parlare della presenza presso gli istituti di pena di internati in attesa di un posto presso le Rems. È, infatti, nota la problematica della insufficienza di posti presso le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza di diversi ambiti territoriali. In taluni casi, la penosità dello stato di detenzione per le persone in questione, sottolineate nelle stesse relative relazioni psichiatriche redatte dagli specialisti, ha indotto Carlo Lio, il Garante regionale dei detenuti della Lombardia, a sollecitare l'individuazione con la massima urgenza di adeguate soluzioni, chiedendo il ricovero tempestivo presso le strutture Rems competenti per territorio regionale di appartenenza.
L'asserita incompatibilità del quadro psicopatologico del paziente con il regime detentivo ha condotto anche a ravvisare l'opportunità - in armonia con il criterio normativamente sancito della territorializzazione delle misure di sicurezza psichiatriche - di un avvicinamento del paziente alla rete familiare degli affetti, rilevando altresì che tale soluzione avrebbe contribuito a lenire lo stato di "eretismo" psichico esacerbato dalla lontananza dai luoghi e dai legami affettivi familiari.
In altri casi il Garante è intervenuto per sollecitare il reperimento di adeguate comunità psichiatriche, eventualmente anche ricorrendo alle eccezionali ipotesi di residenzialità psichiatrica extra contratto ed extra regione, come previsto dalle disposizioni regionali in materia (Dgr. 2989/ 2014).
L'individuazione di un'idonea struttura sanitaria psichiatrica ad alta protezione e assistenza, di frequente comporta infatti notevole difficoltà per i competenti Centri psicosociali (Cps). Detta difficoltà, in concomitanza con l'indisponibilità immediata di posti presso le Rems lombarde, ha condotto a tempi di permanenza troppo lunghi dei pazienti negli Istituti di pena, aggravandone il quadro di disorientamento e non agevolando certo il percorso terapeutico, non escludendo talvolta addirittura il peggioramento del quadro clinico.
di Giovanni Parente
Il Sole 24 Ore, 16 maggio 2019
Antiriciclaggio "5.0" più a misura di addetto ai lavori. Diritto all'assistenza di un professionista durante tutte le fasi dell'ispezione e del controllo. Consultazione gratuita sia del sistema pubblico per la prevenzione del furto di identità nell'espletamento dell'adeguata verifica sia delle liste di persone politicamente esposte da parte dei soggetti tenuti agli obblighi antiriciclaggio.
Identificazione del titolare effettivo con riferimento alle partecipazioni nella società di ultima istanza. Inversione dell'obbligo di comunicazione di incongruenze al registro delle imprese. Eliminazione della necessità per gli organi di autoregolamentazione di comunicare al Comitato di sicurezza finanziaria numero e tipologia dei decreti sanzionatori adottati dalle autorità competenti nei confronti degli iscritti, perché si tratta di informazioni non conosciute né conoscibili dagli Ordini. Sono i correttivi proposti dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti (Cndcec) e dal Consiglio nazionale forense (Cnf) allo schema di decreto legislativo che recepisce la quinta direttiva comunitaria antiriciclaggio (2018/843/Ue). Commercialisti e avvocati hanno partecipato alla consultazione pubblica indetta dal Mef e chiusa lo scorso 20 aprile.
Nel documento diffuso ieri con le proposte di modifica, i due Consigli nazionali preliminarmente propongono per il futuro "una diversa procedura per le consultazioni degli organismi di autoregolamentazione". Nel caso specifico "un'interlocuzione diretta con il Cnf e il Cndcec, prima della redazione della bozza dello schema, avrebbe rappresentato a livello istituzionale un riconoscimento più corrispondente al reale compito istituzionale assegnato a detti organismi e, a livello redazionale, un effettivo e diretto valore aggiunto al testo dello schema del decreto".
Andando al merito delle osservazioni, si fa notare come la nuova previsione in base alla quale la Guardia di Finanza potrà acquisire "anche attraverso ispezioni e controlli" presso i soggetti obbligati debba essere accompagnata - in ossequio a quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo - dal diritto a essere assistito da un professionista, avvocato o commercialista.
Anche sull'adeguata verifica della clientela, Cndcec e Cnf sottolineano che il rispetto degli obblighi in questione "non può in alcun modo avvenire a titolo oneroso". Da questa considerazione, deriva la richiesta che per i soggetti obbligati la consultazione del sistema pubblico per la prevenzione del furto di identità sia "gratuita". Nella stessa direzione va l'auspicio che si arrivi all'obbligo di pubblicazione e aggiornamento periodico di liste di persone politicamente esposte (Ppe) nazionali e internazionali che siano gratuitamente accessibili da parte dei destinatari degli obblighi antiriciclaggio.
Sul titolare effettivo commercialisti e avvocati chiedono di precisare ulteriormente nella modifica all'articolo 20 del Dlgs 231/2007 che, qualora gli altri criteri non consentano un'identificazione univoca, l'individuazione venga fatta in riferimento alla società di ultima istanza come "centro decisionale accentrato delle scelte nel contesto del gruppo di società cui la controllata italiana appartiene".
ilpescara.it, 16 maggio 2019
Il segretario dei Radicali Abruzzo ha scelto una data simbolica per avviare la sua protesta: sabato 18 maggio, data di ricorrenza della morte di Enzo Tortora: "Rispetto per la dignità dei detenuti".
Alessio Di Carlo, segretario dei Radicali Abruzzo, minaccia uno sciopero della fame per sensibilizzare la comunità alla nomina del garante dei detenuti, che manca da 8 anni: "Nonostante l'approvazione della legge e le sollecitazioni che come Radicali le abbiamo rivolto incessantemente, la Regione non provvede alla nomina del garante dei detenuti - afferma Di Carlo - Recentemente perfino una richiesta di incontro con il presidente del consiglio Lorenzo Sospiri, finalizzata a dare il nostro contributo all'uscita da questa situazione di impasse, è rimasta senza riscontro".
Di Carlo ha scelto una data simbolica per avviare la sua protesta: sabato 18 maggio, data di ricorrenza della morte di Enzo Tortora. "Entrerò in sciopero della fame - spiega - per il ripristino della legalità, per il rispetto della dignità dei detenuti, per lo Stato di diritto, in memoria di Enzo Tortora e in sostegno di Radio Radicale. Un'iniziativa di dialogo verso le istituzioni regionali che si protrarrà fino a quando la nomina del garante non verrà quantomeno calendarizzata dal consiglio regionale abruzzese".
di Ciro Iacone
informa-press.it, 16 maggio 2019
L'Osservatorio Anticamorra e per la legalità di Scampia lancia un SOS alle Istituzioni: investire sul reinserimento detenuti. Maggio inizia con una forte richiesta da parte di Giovandomenico Lepore, ex procuratore capo di Napoli e attuale presidente dell'Osservatorio. Tale processo aiuterebbe la riqualificazione sociale dell'area nord di Napoli e non solo. (Leggi anche: pizza Giancarlo Siani Coop, il progetto che unisce gusto e legalità).
L'organo dell'VIII Municipalità ha ospitato, durante una riunione, un detenuto del carcere di Arienzo diretto da Annalaura De Fusco. L'uomo, su autorizzazione del magistrato di sorveglianza Oriana Iuliano, ha testimoniato, al comitato per la riqualificazione del territorio, la sua partecipazione al corso di legalità tenutosi a cura della giornalista-volontaria Emanuela Belcuore. Non è l'unico, precisa l'Osservatorio, che per l'occasione aveva chiesto di far intervenire almeno cinque partecipanti del percorso. "Bisogna fare di più e investire per il reinserimento sociale degli ex detenuti", afferma Lepore. Trovandosi emarginati dalla società una volta liberi, "questi ultimi ricascano immediatamente in cattive tentazioni". Presente all'incontro anche il garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello, il quale ha confermato che la Regione stanzia poco per gli ex detenuti. Appena 3 milioni di euro per percorsi di reinserimento e i comuni non partecipano ai progetti.
L'occupazione, anche lavorativa, produce salute mentale. Secondo i dati del Ministero della Giustizia, nelle carceri italiane sono oltre 10.000 i detenuti impegnati in diverse mansioni. Svolgere un'attività, durante la reclusione, limita il disturbo anti-sociale che ha portato l'individuo a compiere il reato per cui è stato condannato. Ma, una volta fuori, come si comporteranno quando ritornano nell'ambiente in cui vivono il disagio e l'emarginazione?
Verte su questa domanda la riflessione dell'Osservatorio. Per questo motivo è importante che, anche negli istituti penitenziari, venga offerta la possibilità di professionalizzarsi. Studiare, imparare un mestiere, avere un lavoro retribuito, sviluppa la fiducia in sé stessi, negli altri e nelle istituzioni. Vale per tutti e soprattutto per chi commette illeciti perché convinto di non avere alternative valide. Se le persone non hanno in primis autostima, come possono avere fiducia negli altri?
amicodelpopolo.it, 16 maggio 2019
Nella mattinata di ieri, mercoledì 15 maggio, la Polizia penitenziaria della Casa circondariale di Belluno è partita in corteo da Baldenich per arrivare in piazza Duomo, davanti alla Prefettura, dove si sono tenuti un sit-in e un incontro con Esposito. "Chiediamo la tutela del personale e rivendichiamo il diritto a lavorare in sicurezza".
Nella mattinata di oggi, mercoledì 15 maggio, gli agenti di Polizia Penitenziaria del carcere di Belluno sono partiti in corteo da Baldenich per arrivare in piazza Duomo, davanti alla Prefettura, dove si è tenuto un sit-in. Oltre all'incontro con il prefetto Francesco Esposito, richiesto dai poliziotti e dai rappresentanti sindacali di Cisl Fns, Cgil Fp, Sappe, Fsa Cnpp, Osapp e Uilpa. Tema: la situazione in cui versa la sezione Articolazione Salute Mentale della casa circondariale di Baldenich.
"Il prefetto ci ha ascoltato, ha accolto le nostre denunce e ha assicurato che redigerà un documento, che poi provvederà a inviare al ministero della Giustizia", dice Robert Da Re della segreteria territoriale Cisl Fns. "Nel 2016, con l'apertura della sezione Articolazione per la tutela della salute mentale nell'ex sezione femminile del carcere bellunese, è iniziato un calvario per poliziotti e operatori penitenziari, ma anche per gli stessi detenuti.
L'inadeguatezza ha generato un susseguirsi di eventi critici, anche molto gravi, dove talvolta l'incolumità dei poliziotti penitenziari è stata lesa, costringendoli a cure mediche, anche di lunga durata. La sezione deve essere chiusa, senza più aspettare". In tre anni, ricorda Da Re, sono stati più di 200 gli eventi critici registrati. Ultimo in ordine temporale quello che si è verificato una settimana fa, mercoledì 8 maggio, quando un detenuto ricoverato nella sezione psichiatrica si è scagliato senza motivo contro i due agenti che erano lì in servizio, colpendoli più volte, in tutto il corpo, ma soprattutto al volto. Lo sfogo del detenuto si è placato solamente all'arrivo di altro personale della Polizia Penitenziaria accorso in aiuto.
"La situazione è insostenibile e drammatica", continua Da Re, "e si somma ad altre problematiche. Pensiamo solo che il carcere di Baldenich patisce una carenza di organico del 30%; del 50% per il personale amministrativo. Chiediamo sicurezza per i lavoratori, ma anche maggiore assistenza agli psichiatrici, che nella casa circondariale non hanno cure e assistenza adeguate". Attualmente la sezione Atsm conta sei detenuti. "I locali in cui sono ospitati sono fatiscenti, piccoli e inadeguati e i detenuti soffrono di gravi patologie psichiatriche che necessitano di assistenza h24, cosa che la struttura non riesce assolutamente a garantire", sottolinea il segretario Fsa Cnpp Lavinia Roldo, vice ispettore di Polizia Penitenziaria.
"La sezione a Belluno, come in altre realtà, è stata aperta dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. Ma la conseguenza è che ci è trovati di fronte a situazioni improponibili, come sta accadendo a Baldenich. La Polizia Penitenziaria non è in grado di far fronte alle problematiche di persone con gravi problemi psichiatrici e, per le strutture con meno di 300 detenuti, non è prevista la presenza del medico h24". Accade così che, a Belluno, per i detenuti dell'Atsm ci siano uno psichiatria e uno psicologo presenti soltanto 6 ore a settimana ciascuno.
"Non si può andare avanti così", ribadisce il segretario provinciale Cgil Fp Luisa Baschiera, assistente capo coordinatore. "Queste persone erano abituate a spazi ampi e in cui venivano organizzate attività e si trovano ora in locali inadeguati, in cui sono presenti oggetti con cui possono fare del male a sé stessi e agli altri. Pensiamo solo ai vetri delle finestre. A marzo 2018 sono stati distrutti mobili e termosifoni. La somministrazione dei farmaci è un problema e il personale vive con la paura di aggressioni, che sono tra l'altro imprevedibili".
I sindacati denunciano anche una condizione igienico-sanitaria molto precaria nella sezione psichiatrica, soprattutto per quanto riguarda alcuni pazienti e in particolare per un caso definito "al limite della dignità umana". "Tutte queste problematiche sono state segnalate anche al Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria di Padova", fa presente Da Re. "Ci è stato assicurato che la sezione psichiatrica verrà chiusa e trasferita a Padova, ma intanto la sicurezza di chi ci lavora è ancora a rischio".
ottopagine.it, 16 maggio 2019
Il progetto rivolto alle detenute del Carcere di Benevento. È emergenza sovraffollamento e sanità. Sui lori volti la soddisfazione di aver compiuto quei passi avanti che significano crescita e arricchimento. Hanno preso parte anche le detenute al report finale del progetto "Genitori dentro" che si è svolto nella sezione femminile del carcere di Capodimonte a Benevento, promosso dal Garante dei Detenuti campano, Samuele Ciambriello, e realizzato dalla cooperativa Il Melograno. Da un lato i problemi da "genitore recluso", dall'altro le azioni che la società deve mettere in campo per integrare la comunità del carcere, questi i binari dell'iniziativa in programma da gennaio ad aprile e rivolta ad un gruppo di donne madri.
"Si tratta di progetti fondamentali perché i detenuti torneranno a far parte della società e dovranno essere riaccolti. Prima comincia questo percorso, meglio è". Così il direttore della casa circondariale Gianfranco Marcello che non ha mancato di evidenziare le carenze che si registrano nell'istituto di pena: "Sovraffollamento e mancanza di personale soprattutto nel reparto femminile, in quanto non è possibile attuare sinergia con il personale maschile" ma anche il "problema sanitario".
L'assenza di un reparto sanitario detentivo presso l'ospedale Rummo di Benevento è stata rilevata dal Garante dei detenuti campani Samuele Ciambriello. E a riguardo Marcello ha proseguito: "Ho cercato più volte di contattare il dirigente dell'ospedale ma attendo ancora una risposta. Faccio appello alla doverosa collaborazione istituzionale perché se è chiaro che si tratta di un problema di non rapida soluzione è pur vero che occorre cominciare".
"Il lavoro svolto dalla cooperativa - spiega invece il Garante Ciambriello - mi ha permesso di conoscere le problematiche delle detenute. Fare il punto su questo è giù un aiuto anche rispetto ai ritardi del tribunale di sorveglianza, sull'assistenza sanitaria e per l'incremento di figure sociali di supporto". Un quadro impietoso che Ciambriello descrive attraverso i dati: "Su 7mila400 detenuti in Campania operano solo 400 educatore e 15 psicologi. Le figure di assistenza sociale sono esigue. È per questo che sono necessari progetti come quello messo in campo qui". "Dai singoli colloqui alle attività laboratoriali" a raccontare il percorso di "Genitori Dentro" la psicologa de Il Melograno Adele Caporaso che ha evidenziato la "bella solidarietà" attivata dal lavoro svolto.
"Nonostante difficoltà legate al sovraffollamento (siamo ben oltre la capienza massima di 85 detenute) e la carenza di personale, quello femminile è il reparto che funziona meglio" ha messo invece in evidenza il comandante Linda De Maio. "Un risultato ottenuto non solo grazie al lavoro della polizia penitenziaria ma anche grazie alla buona risposta delle detenute". E poi il direttore della Caritas Diocesana Don Nicola De Blasio: "Quando abbiamo cominciato il carcere era una parte chiusa ed esterna rispetto alla città. Adesso, invece, è scattato un bellissimo scambio. Ci sono state occasioni in cui le detenute hanno prestato il loro supporto regalando quella risposta di solidarietà che è il senso stesso dei progetti attivati".
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