La Sicilia, 7 gennaio 2015
Un poliziotto penitenziario di 46 anni in servizio al nucleo traduzioni della casa Circondariale di Catania Bicocca, si è tolto la vita, nel primo pomeriggio, a bordo della sua macchina nelle campagne di Caltagirone, vicino al penitenziario della cittadina sicula.
Ne danno notizia il Sindacato autonomo polizia penitenziaria e l'Osapp. "Sembra davvero non avere fine il mal di vivere che caratterizza gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, uno dei cinque Corpi di Polizia dello Stato italiano" dice Donato Capece, segretario generale del Sappe che ricorda come "nel 2014 furono 10 i casi di suicidio nelle file della Polizia Penitenziaria".
Ancora oscure le cause che hanno portato l'uomo, sposato e padre di due figlie di 13 e 17 anni, al tragico gesto, ma Capece sottolinea come sia importante "evitare strumentalizzazioni ma fondamentale e necessario è comprendere e accertare quanto hanno eventualmente inciso l'attività lavorativa e le difficili condizioni lavorative nel tragico gesto estremo posto in essere dal poliziotto.
"È arrivato il momento che il nuovo Capo del Dipartimento cominci seriamente ad affrontare i problemi del Corpo e dei suoi uomini, perché adesso più che mai è diventato sempre più complicato, anche sotto l'aspetto psichico, fare il Poliziotto Penitenziario nelle carceri italiane", dice il segretario generale aggiunto dell'Osapp Domenico Nicotra.
www.leccesette.it, 7 gennaio 2015
L'azienda chiede massima attenzione per una patologia infettiva che da noi era quasi scomparsa. Attenzione alla recrudescenza da Tbc. Lo chiede la Asl allertando gli operatori che devono prestare soccorsi a immigrati e ai detenuti del carcere di Borgo San Nicola. Come spiega il sito salutesalento.it da qualche anno in qua la Tbc fa paura per la sua recrudescenza, soprattutto la forma "bacillifera".
Una patologia infettiva che da noi era quasi scomparsa e che ha ripreso a galoppare dopo l'accoglienza e l'ospitalità agli immigrati e agli extracomunitari. Soggetti, spiegano gli pneumologi di casa nostra, che spesso sono portatori sani, nei quali la Tbc lantentizza.
"Rispetto agli anni passati, quando i casi di Tbc erano rari - ha riferito Anacleto Romano primario di Malattie Infettive al "Vito Fazzi" nel corso di un convegno - Adesso è quasi sempre presente in reparto almeno un paziente con una Tbc polmonare bacillifera. E in alcuni periodi anche 2-3-4 ricoverati contemporaneamente. Si tratta in genere di soggetti immigrati, che vengono soprattutto dell'est, come la Romania e dall'Africa. Ma anche casi di italiani infettati".
Ma il rischio della ripresa della Tbc, per il quale la Asl di Lecce sta mobilitando e allertando le sue unità operative, ridefinendo funzioni e responsabilità, risale ad alcuni anni addietro. Elio Costantino, presidente regionale di Aipo, l'associazione italiana degli pneumologi ospedalieri, ha confermato che "in Puglia la presenza di immigrati e di extracomunitari ha sicuramente una relazione con il ritorno della Tbc e con l'aumento delle Bpco (broncopneumopatie).
Sono state fatte delle indagini al Cara, il centro accoglienza richiedenti asilo di Bari in tre anni successivi: 2009 -2010 e 2011. Per il 2009 e 2010 si è visto che l'incidenza di "cutipositivi", cioè di soggetti che erano risultati positivi al "tine-test", era presente in una percentuale intorno al 30 per cento. Di questi però soltanto 4 su 912 presentavano tubercolosi attiva. I dati del 2011 erano parziali perché l'indagine venne fatta i giorni in cui ci fu la rivolta per il riconoscimento di rifugiati politici".
I tisiologi spiegano che lo screening è necessario "perché questi soggetti presentano un'infezione tubercolare latente; cioè sono venuti a contatto con il bacillo di Kock, ma non sono soggetti malati e non sono pericolosi per gli altri, "ma qualora le difese immunitarie dovessero abbassarsi - mette in guardia il dottore Costantino - possono slatentizzare la malattia e diventano con Tbc attiva". Al Servizio Pneumotisiologico Sovradistrettuale della Asl è stato affidato il coordinamento funzionale degli Ambulatori Distrettuali di Pneumologia e degli Pneumologi in servizio presso la Casa Circondariale di Lecce.
di Vincenzo Falci
Giornale di Sicilia, 7 gennaio 2015
Il giudice dovrà pronunciarsi sulla seconda richiesta di archiviazione avanzata dalla procura e che è stata impugnata dai familiari della vittima. Nelle mani del Gip il dossier a carico di cinque medici indagati per omicidio colposo sull'onda del suicidio in carcere di un detenuto. Sarà il giudice a stabilire da che parte penderà l'ago della bilancia.
Se verso la procura che per la seconda volta ha proposto l'archiviazione del caso o, piuttosto, dall'altro lato, quello dei familiari della vittima (assistiti dall'avvocato Massimiliano Bellini) che di contro hanno chiesto nuove indagini o, spingendosi oltre, anche l'imputazione coatta.
Una partita giudiziaria tutta da giocare. E che ruota attorno all'estremo gesto compiuto in carcere dal quarantaseienne Giuseppe Di Blasi, trovato ucciso nella sua cella del "Malaspina" il pomeriggio del 27 dicembre 2011. I suoi familiari hanno sempre posto sul tappeto la precarie condizioni di salute del detenuto. Che nel periodo di detenzione aveva pure perso parecchio peso. Di Blasi, al momento del suo ingresso in carcere per scontare una condanna, pesava infatti oltre cento chili. Ma nel giro di nove mesi si sarebbe smagrito perdendo oltre venticinque chilogrammi.
di Francesca Mariani
Il Tempo, 7 gennaio 2015
Aveva saputo che il padre stava male. Da un momento all'altro il cuore del genitore si sarebbe potuto fermare. Così non ha esitato a rivolgersi al giudice per chiedere un permesso necessario per andare a visitare il padre. Nulla da fare. Il Tribunale gli ha negato questa possibilità. E così, il detenuto non ha potuto far altro che venire a sapere dalla cella di Rebibbia che il papà dopo qualche giorno dalla sua richiesta era morto. E così non ha potuto dargli l'ultimo saluto.
L'uomo, detenuto nella sezione di alta sicurezza di Rebibbia, Nuovo Complesso, aveva infatti chiesto un permesso di necessità di due ore con scorta per visitare il padre gravemente malato, ma per la Corte di appello di Napoli non sussisteva il requisito dell'imminente pericolo di vita. Qualche giorno dopo, però, l'uomo è deceduto senza che il figlio detenuto potesse fargli visita. Protagonista della vicenda, denunciata dal Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, è il napoletano Massimiliano P., 48 anni, rinchiuso nel penitenziario romano in attesa di giudizio.
La vicenda risale al primo dicembre, quando l'uomo - che si è rivolto al Garante per segnalare quanto accaduto - aveva chiesto alla Corte d'appello di Napoli di visitare il padre malato ma i giudici napoletani, negando il permesso, avevano valutato l'uomo non in imminente pericolo di vita.
Purtroppo però, smentendo drammaticamente quanto scritto nel provvedimento di diniego, il 26 dicembre il padre del detenuto è deceduto, senza che il figlio potesse fargli visita un'ultima volta. A ciò si aggiunga che Massimiliano P. non ha potuto presenziare alle esequie o vedere la salma prima della cremazione perché un'altra richiesta alla Corte di appello è rimasta senza risposta.
Per protestare, il 29 dicembre il detenuto ha iniziato uno sciopero della fame, sospeso solo dopo l'intervento degli operatori del Garante. "La cosa che più mi rattrista - ha raccontato l'uomo al Garante - è sapere che mio padre aspettava me per morire. Lo sciopero della fame non me lo riporterà, né riuscirà a placare la rabbia di ingiustizia. Voglio solo esprimere pacificamente il mio dolore per evitare che, in futuro, si verifichino altri casi del genere".
Sulla vicenda, il Garante Angiolo Marroni, ha inviato una lettera al Presidente della 1 sezione della Corte di appello di Napoli. "Mi chiedo - ha scritto Marroni - sulla base di quale istruttoria ha ritenuto di rigettare l'istanza in questione e se vi siano state ragioni particolari che hanno giustificato un trattamento inumano nei confronti del detenuto in questione".
E ancora: "Prova ne sia il fatto che pochi giorni dopo quella richiesta lo stesso è deceduto. Le chiedo inoltre quali siano le ragioni che hanno impedito di rispondere alla richiesta del detenuto di poter presenziare alle esequie". E intanto un poliziotto penitenziario di 46 anni in servizio nella Casa circondariale di Catania si è tolto la vita a bordo della sua auto a Caltagirone.
di Adriana Morlacchi
La Provincia di Varese, 7 gennaio 2015
Lo scandalo del carcere è tra i primi dieci della classifica di Libera. Il vicepresidente Ginelli: "Si riparta dall'onestà di chi amministra". Varese è entrata a pieno titolo nella "hit parade" della corruzione. Si è posizionata al nono posto tra i dieci scandali più eclatanti del 2014, secondo una classifica compilata dall'associazione Libero e dal Gruppo Abele.
Tutta colpa del carcere di Varese, definito "a luci rosse", perché, secondo l'accusa, "i membri della polizia penitenziaria hanno fatto evadere uno sfruttatore di prostitute in cambio di rapporti". Un carcere dove "la corruzione non è a base di denaro, ma di sesso", usando gli stessi termini con cui ne parla ItaliaOggi. Essere nella hit - nella stessa lista dove compaiono la "cupola romana", con la cooperativa di Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, nonché le spese pazze dell'ex governatore del Piemonte Roberto Cota - rappresenta una vera e propria onta che non sarà facile cancellare. Come recuperare?
"Operare secondo canoni etici"
"In provincia di Varese abbiamo sempre avuto la mentalità che il successo derivasse da lavoro sano e incessante".
"Sicuramente stiamo diventando come il resto dell'Italia - afferma Giorgio Ginelli, vicepresidente della Provincia - Fondamentale per cambiare rotta deve essere l'onestà degli amministratori pubblici e dei dipendenti. Bisogna adoperarsi secondo i cardini etici per cui la Provincia di Varese ha sempre brillato".
Gli strumenti ci sono già, anche se farli rispettare non è semplice e andrebbero forse in parte semplificati. "La normativa per appalti e gare è strettissima, non bisogna fare altro che farla applicare, producendo tonnellate di carta per onorare tutti gli impedimenti richiesti. Il problema è la disonestà imperante" continua Ginelli, che suggerisce anche di "dare pubblicità assoluta della situazione reddituale a tutti i livelli".
"Un risveglio delle coscienze"
"Tenere le porte degli uffici sempre aperte, in modo che tutti possano sentire le conversazioni degli altri. In un open-space, il dirigente quando parla con un fornitore ha davanti gli impiegati, cosa che funziona da controllo incrociato".
Il caso del carcere dei Miogni, però, secondo Ginelli non rappresenta la città: "Quella è una situazione miserabile, mentre ci sono esempi molto positivi nel nostro territorio. Guardiamo anche il bicchiere mezzo pieno". La presenza di Varese nella hit può servire a risvegliare le coscienze. Soprattutto quelle che pensano che la corruzione non ci riguardi, che sia roba d'altri.
"Che Varese figuri in quella lista sorprende perché stiamo parlando di una città di provincia, caratterizzata da un tessuto produttivo di alto livello - commenta Antonella Buonopane, portavoce varesina di Libera, associazione contro la corruzione - Caratteristiche che, in altre realtà, hanno dimostrato di non essere di per sé un anticorpo alla corruzione. Il dato significativo è che fino a qualche anno fa si riteneva che il Nord Italia fosse immune alla corruzione.
Cosa che non è assolutamente vera. Non è la graduatoria che preoccupa, ma la pervasività della corruzione nelle istituzioni e nella politica, con interrelazioni con il mondo dell'impresa". Libera ha un'idea per combattere il fenomeno: "Ci siamo attivati da un anno per allargare la legge 109 sulla confisca dei beni non solo ai mafiosi, ma anche ai corrotti". "Ovvero: quando nacque la legge era stata concepita anche per i corrotti. Ma quando fu votata, non si estese la confisca alla corruzione. Quella è una lacuna che va colmata".
www.gonews.it, 7 gennaio 2015
"Oppressione e violazione della dignità umana assumono molte forme nella nostra società". Così l'arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, nell'omelia per la messa dell'Epifania nella cattedrale di Santa Maria del Fiore. Tra queste violazioni Betori ne ha voluta citare una in particolare: "Le condizioni disumane in cui versano le nostre carceri, che non assicurano dignità di persona e possibilità di riscatto ai detenuti".
Il carcere, secondo l'arcivescovo, deve "garantire condizioni di vita dignitosa e percorsi di riabilitazione e reinserimento sociale a chi, pur avendo commesso delitti, non può però essere rifiutato per sempre, senza prospettiva di espiazione e di rinascita". Rifacendosi alla luce che insieme al cammino è uno dei simboli dell'Epifania cristiana, Betori si è chiesto "quali siano oggi i nostri idoli, quelli che facciamo entrare in concorrenza con lo splendore della luce che è Dio".
"Si è persa l'identità propria dell'uomo" e questo porta ad altre forme di idolatria, "quelle legate alla presunzione dell'uomo di farsi misura a se stesso, di pensare di poter trovare felicità andando dietro alle proprie voglie, senza riferimenti morali e dimenticando gli altri". "Dall'individualismo, che trasforma i desideri in diritti, scaturisce anche l'indebolimento dei legami sociali - ha concluso l'arcivescovo, fino alla ricerca di affermare se stesso contro l'altro, fino a schiacciarlo, a schiavizzarlo".
www.radicali.it, 7 gennaio 2015
Dichiarazione di Valerio Federico, tesoriere di Radicali Italiani: "I detenuti, anche a Como, scontano due pene, quella per i reati commessi e quella, supplementare, per le condizioni che vivono all'interno degli istituti penitenziari.
Questa seconda pena, illegale, è scontata anche dai detenuti in custodia cautelare, in Italia - in percentuale - quattro volte quelli della Francia e otto volte quelli della Gran Bretagna".
"Il regolamento penitenziario del 1975, modificato nel 2000, afferma una serie di diritti per il detenuto finalizzati alla rieducazione e a trattamenti "umani", come previsto dalla Costituzione delle Repubblica. Questo ordinamento è pluri-violato: gli imputati dovrebbero pernottare in camere a un posto, non avviene; i servizi igienici, compresa la doccia, è previsto che siano collocati in un vano annesso alla camera, non avviene; "ai fini del trattamento rieducativo al condannato e all'internato va assicurato il lavoro", non avviene.
Si potrebbe continuare. Ad esempio con l'acqua calda che dovrebbe essere disponibile nelle celle e che non essendolo, porta i detenuti di Como, privi di lavanderia, a lavare i propri indumenti sotto le 3 o 4 docce (una in condizioni pietose proprio per i 17 detenuti della sezione infermeria) disponibili ogni 60 detenuti. Lo Stato italiano viola dunque le regole che si dà e l'ordinamento penitenziario, nelle carceri italiane, è di fatto carta straccia".
"Va segnalato inoltre un tasso di sovraffollamento a Como pari al 180 per cento, 367 detenuti presenti in 200 posti effettivamente utilizzabili. Sono cinque gli educatori, uno ogni 73 detenuti. Accanto al carcere vi è un'aula bunker per la quale si spesero oltre 10 miliardi di vecchie lire. È stata utilizzata per un solo processo oltre 20 anni fa ed è ora in stato di completo abbandono".
"È rilevante la novità della sorveglianza dinamica, lodevole iniziativa del Dap, che a Como ha portato i detenuti di cinque sezioni su sette a poter "socializzare" fuori dalle celle per oltre dieci ore giornaliere". "Otto detenute della Casa Circondariale di Como hanno aderito con un giorno di sciopero della fame - preannunciato per giovedì 8 gennaio - al Satyagraha di Natale con Marco Pannella".
La Repubblica, 7 gennaio 2015
Dietro-front della commissione medica in extremis: Frank van Den Bleeken aveva chiesto di beneficiare della legge del 2002 per porre fine alle 'sofferenze psicologichè della vita in cella: "Non posso uscire perché colpirei di nuovo". Ora lo stop inatteso e la decisione del ministro di trasferirlo in una struttura medico-carceraria. I parenti delle vittime: "Deve marcire dentro".
Non riceverà l'eutanasia Frank Van Den Bleeken, il belga in carcere da 30 anni per omicidio e diversi stupri. Il governo, sulla base di un parere medico, ha negato la richiesta del suicidio assistito avanzata dall'ergastolano di 52 anni. Richiesta che pochi giorni fa era stata accolta, tanto che l'iniezione letale era già fissata per l'11 gennaio. Van Den Bleeken aveva ammesso di non poter riuscire a contenere la violenza. "Se sarò rimesso in libertà mi comporterò allo stesso modo, sono un pericolo pubblico. Che cosa dovrò fare, stare seduto qui a marcire fino all'ultimo giorno della mia vita? Preferisco l'eutanasia", aveva dichiarato motivando la sua richiesta.
Il ministro della Giustizia belga, Koes Geens, ha però bloccato la "procedura d'eutanasia", decidendo che il detenuto sarà trasferito in una struttura psichiatrica legale, specializzata in lungodegenti, a Gand, aperta di recente dove, spiega, avrà una "vita qualitativamente decente". Una decisione, fa sapere il ministro dopo le polemiche dei giorni scorsi, che attiene a "motivi personali legati al segreto medico" e soprattutto dimostra "la capacità logistica del Belgio di agire in conformità con gli standard moderni di monitoraggio di questo tipo di carcerati".
Van Den Bleeken violentò e strangolo una ragazza di 19 anni nel 1989 in un bosco nei pressi di Anversa. La madre della vittima morì di crepacuore. Le sorelle della donna uccisa da Van den Bleeken si sono opposte alla concessione dell'eutanasia: "Quell'uomo deve marcire in cella", hanno detto. L'eutanasia in Belgio è legale dal 2002 e nel 2013 c'è stato il record dei casi, 1.807.
Giorni fa, quando un giudice della Corte d'Appello belga aveva accolto la richiesta di Van Den Bleeken, la Lega dei Diritti dell'Uomo aveva duramente criticato il silenzio delle autorità politiche di Bruxelles, sottolineando come quella tragica domanda di eutanasia fosse la conseguenza immediata dell'incapacità dello Stato di fornire a detenuti con gravissimi problemi mentali un trattamento medico adeguato. Del resto, lo stesso Van Den Bleeken aveva dichiarato di desiderare la morte proprio perché si trovava in carcere in condizioni "disumane". In quel luogo, aveva sottolineato, non aveva alcuna possibilità di "convivere con i suoi enormi problemi psicologici e di controllare i suoi impulsi sessuali".
Il caso ha sollevato forti polemiche sui limiti del ricorso all'eutanasia, in un Paese come il Belgio che ha una delle legislazioni tra le più articolate ed estese al mondo. Il testo, aggiornato nel 2002, prevede infatti il via libera all'eutanasia in caso di una "sofferenza fisica o psichica costante e insopportabile".
Tuttavia, tanti, anche qui in Belgio, hanno visto dietro la scelta iniziale dei medici a favore del suicidio assistito una sorta di resa di fronte a un sistema carcerario inefficiente. Oggi il dietrofront del governo che smorza, ma solo in parte, il dibattito, restringendo la casistica di applicazione della norma, almeno per quanto riguarda gli ergastolani.
Ansa, 7 gennaio 2015
Si moltiplicano i voli segreti notturni per rilasciare i detenuti in questi due ultimi mesi, e Guantánamo non è mai stata così vuota. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, punta a centrare un obiettivo finora impossibile, nonostante sia stata una delle sue promesse all'inizio del primo mandato: svuotare il carcere militare americano a Cuba negli ultimi due anni di presidenza. L'idea è di lasciare a Guantánamo solo tra i 60 e gli 80 detenuti in modo che tenere aperto il carcere di massima sicurezza non abbia più senso dal punto di vista economico.
Così facendo l'inquilino della Casa Bianca metterebbe il Congresso di fronte alle proprie responsabilità: controllato da oggi dall'opposizione repubblicana, recisamente contraria a portare negli Stati Uniti pericolosi terroristi islamici (o presunti tali) Capitol Hill si batte da sempre contro qualsiasi tipo di spreco e i costi di Guantánamo lieviterebbero, se calcolati per singolo detenuto.
Nel carcere situato a Cuba ci sono ora 127 detenuti, in drastico calo rispetto ai 680 del 2003 e in due mesi sono stati realizzati più progressi rispetto ai 5 anni precedenti. La Difesa è pronta a rilasciare altri due gruppi nelle prossime due settimane. Un'ondata che sarà seguita da un probabile rallentamento dei rilasci, anche se l'amministrazione non ha intenzione di allentare gli sforzi.
Il Pentagono e il Dipartimento di Giustizia devono infatti trattare con i governi stranieri la restituzione dei prigionieri, 59 dei quali sono già stati dichiarati idonei al rilascio. La strada è ancora lunga ma Obama ritiene che Ashton Carter, neo-segretario alla Difesa, si muoverà in modo più aggressivo rispetto al suo predecessore Chuck Hagel. Hagel, un repubblicano, si è mosso troppo lentamente nella liberazione dei detenuti, suscitando la frustrazione della Casa Bianca. Secondo indiscrezioni, Carter è più vicino alle posizioni di Obama e alla sua volontà di chiudere il capitolo Guantánamo.
Obama punta a smantellare il carcere di massima sicurezza da quando si è insediato alla Casa Bianca. E il non esserci finora riuscito gli ha attirato critiche, con molti che ritengono che non abbia perseguito l'obiettivo con forza sufficiente. Dopo aver incontrato la resistenza del Congresso nel 2009, Obama aveva infatti in parte accantonato l'ipotesi, tornando a cavalcare l'obiettivo solo nel 2013.
"Il Dipartimento della Difesa continua a premere per i trasferimenti" dei prigionieri di basso livello di pericolosità che sono stati dichiarati idonei, afferma Paul Lewis, l'inviato speciale del Pentagono per la chiusura di Guantánamo. Ma "abbiamo l'obbligo di valutare seriamente la potenziale minaccia dei detenuti prima dei trasferimenti".
Aki, 7 gennaio 2015
Due uomini accusati di reati terroristici sono stati impiccati alle 6 di questa mattina ora locale nel nuovo carcere centrale di Multan, nel Punjab orientale in Pakistan. Lo riferisce il sito di Dawn. Salgono così a nove le persone impiccate da quando il primo ministro Nawaz Sharif ha revocato la moratoria sulla pena di morte in seguito al massacro compiuto dai Talebani il 16 dicembre in una scuola dell'esercito a Peshawar e costato la vita a circa 150 persone, in gran parte bambini. La prima esecuzione di una condanna a morte risale al 20 dicembre scorso a Faisalabad.
Attualmente sono 7791 i detenuti nel braccio della morte in Pakistan. A essere stati impiccati sono stati oggi Ahmed Ali, alias Sheshnag, e Ghulam Shabbir, alias Fauji. Ahmed Ali, abitante a Shorkot, è stato condannato a morte per aver ucciso tre uomini, Altaf Hussain, Mohammad Nasir e Mohammad Fiaz nel 1998. Ghulam Shabbir, residente del distretto di Khanewal, era invece nel braccio della morte per aver ucciso il vice sovrintendente della polizia Anwar Khan e il suo autista Ghulam Murtaza il 4 agosto 2000.
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