Ristretti Orizzonti, 20 maggio 2019
"Preoccupati per l'ulteriore compressione dei diritti. Il Premier lo blocchi". "Il sistema giuridico e i diritti, per loro intrinseca natura, non possono essere continuamente intaccati sulla base di presunte ed indimostrate emergenze criminali e sociali".
di Carlo Nordio
Il Mattino, 20 maggio 2019
Georges Clemenceau, nella sua geniale brutalità, diceva che non si raccontano mai tante frottole come dopo la caccia e prima delle elezioni. Ora noi non sappiamo se le contumelie e le accuse che quotidianamente si scambiano i due alleati di governo rappresentino finta commedia per raccattare voti o reale conflitto destinato a sfociare in una crisi.
di Pietro Alessio Palumbo
Il Sole 24 Ore, 20 maggio 2019
Tar Lazio - Sezione II ter - Sentenza 20 marzo 2019 n. 3715. Le clausole dei bandi di concorso per il pubblico impiego devono essere chiare e intellegibili. Di esse ne va applicato il tenore letterale e non interpretativo. Particolare riguardo va riservato alle clausole implicanti esclusioni dovute alla mancata dichiarazione di reati. Con la sentenza n. 3715/2019, la sezione seconda ter del Tar Lazio si addentra in una istruttiva disamina sulla estinzione dei reati: automatica ovvero a seguito di pronuncia del giudice dell'esecuzione?
La parabola della motivazione si sposta tra vari rami dell'ordinamento, dal diritto penale a quello amministrativo e su vari settori, indulto, codice dei contratti, legislazione sui concorsi pubblici, il bando stesso come lex specialis. Significativa è la lettura delle clausole di esclusione del bando coinvolto, laddove sono menzionate le sole sentenze penali e non anche i decreti penali.
In proposito secondo il Tar, se è vero che in linea generale esiste una equiparazione tra sentenze e decreti di condanna, ciò non toglie che i provvedimenti mantengano caratteri differenziali. Primo fra tutti, la minore gravità dei reati che possano essere sanzionati con decreto rispetto a sentenza.
Le circostanze della vicenda - Superate le prove concorsuali un candidato riceveva dall'amministrazione reclutante una comunicazione attraverso posta elettronica certificata nella quale si specificava che dai controlli effettuati presso il casellario giudiziale, risultava a suo carico un decreto circa alcuni reati prescritti dal Codice della Navigazione. L'amministrazione escludeva dunque il ricorrente dalla procedura concorsuale, ritenendo falsa la sua dichiarazione circa l'assenza di condanne penali in carico, integrandosi una causa di esclusione dal concorso. Dal che il candidato depositava ricorso al tribunale amministrativo regionale per il Lazio. Reati estinti anche senza pronuncia del giudice dell'esecuzione? - Secondo il ricorrente non sarebbe venuto in essere il citato obbligo di dichiarazione in quanto il reato all'epoca della dichiarazione risultava estinto ope legis al momento in cui erano maturate per legge i presupposti condizionanti l'effetto.
A ben guardare in merito alla necessità di una declaratoria o meno di estinzione del reato si è registrato un vivace contrasto giurisprudenziale che vede la tesi prevalente della necessità di una pronuncia espressa in merito alla intervenuta estinzione, contraddetta da una tesi minoritaria ma recente, che invece reputa sufficiente per poter ottenere il maturato effetto estintivo del reato, la constatazione della circostanza del mero decorso del tempo successivo alla sentenza di condanna.
Ciò nondimeno la giurisprudenza penale non può spiegare alcun altro effetto per le finalità extra-penali di collegamento con altri rami dell'ordinamento laddove assumono una maggiore preminenza le esigenze di pubblica certezza. In altre parole, l'amministrazione quando agisce come commissione di concorso o come stazione appaltante, deve poter fare affidamento sulle risultanze del casellario giudiziale e non può essere gravata dall'onere di verifica della intervenuta estinzione del reato.
La distinta valenza dichiarativa tra sentenze penali e decreti penali - Al di là della estinzione o meno del reato ascritto al concorrente, il Tar ha ritenuto assorbente una evidenza su tutte: nessuna norma del bando espressamente chiedeva la dichiarazione di eventuali decreti penali di condanna. Né un tale obbligo poteva ritenersi sussistente in via interpretativa. La dichiarazione riguardava espressamente il non aver riportato condanne penali o sentenze di patteggiamento e il non avere procedimenti penali in corso.
Segnatamente nel caso di specie insistono due dimostrazioni che depongono nel senso della non sussistenza dell'obbligo di dichiarazione dei decreti di condanna, uno relativo alla lettera del bando e l'altro concernente la ratio delle cause di esclusione. Significativamente non si menziona il decreto penale nell'obbligo di dichiarazione, mentre si citano le sentenze di patteggiamento: se il bando avesse voluto ricomprendere onnicomprensivamente tutti i provvedimenti assimilabili a una sentenza di condanna non avrebbe avuto motivo di menzionare le sentenze di patteggiamento.
Va evidenziato a ulteriore riprova che invece il codice dei contratti espressamente ricomprende tra le clausole di esclusione, condanne definitive o decreti penali di condanna divenuti irrevocabili, mentre il bando in questione prevedeva la facoltà di escludere con atto motivato i candidati che avessero riportato (unicamente) sentenze penali di condanna ancorché non passate in giudicato. Tali evidenze sono viepiù rilevanti anche ai fini della valutazione dell'elemento interpretativo teleologico: la inferiore gravità dei reati sanzionati con decreto rispetto a quelli sanzionati con sentenza.
di Stefania De Cristofaro
brindisireport.it, 20 maggio 2019
Antonio Vitale, 51 anni, alias il "Marocchino", ha chiesto la tesi a conclusione degli studi: è ristretto nel penitenziario di Viterbo. Definitive le condanne per associazione mafiosa: "Tra i fondatori della Scu".Venne arrestato la prima volta a 19 anni con l'accusa di aver preso parte a una rapina. Detenuto al 41 bis dal 1999, diventerà a tutti gli effetti dottore in Giurisprudenza tra qualche mese, dopo aver discusso la tesi, probabilmente in diritto penale. Lo studente è Antonio Vitale, 51 anni, mesagnese, nome che a dispetto del tempo passato sembra ancora viaggiare di pari passo con l'alias il "Marocchino". È in carcere da 31 anni, con condanne definitive associazione mafiosa, la Sacra Corona Unita.
Vitale, riconosciuto - con sentenza - come uno dei fondatori del cosiddetto clan dei mesagnesi, nelle scorse settimane ha chiesto la tesi, dopo aver concluso il percorso di studi previsto per la facoltà di Giurisprudenza. Ha studiato in cella, è ristretto nel carcere di Viterbo che di stanze detentive ne conta 432, divise in tre padiglioni, fermo restando le restrizioni alla libertà personale imposte dal regime del carcere duro, coincidente con la sua vita dal 1999. Ininterrottamente.
In qualità di detenuto al 41 bis, si è diplomato e successivamente ha scelti di proseguire gli studi, scegliendo la facoltà che ha ritenuta più vicina a lui dopo aver trascorso giorni, mesi e anni a leggere ordinanze di custodia cautelare ottenute dalla Direzione distrettuale antimafia, motivazioni di sentenze che lo hanno riguardato in prima persona così come ricorsi e istanze, fra il Tribunale di Sorveglianza, la Corte di Cassazione e i decreti che ministri alla Giustizia.
Dal 99 ad oggi, alla scadenza di ogni biennio, i ministri che si sono avvicendati, hanno sempre firmato il decreto per la conferma del 41 bis. Alla base, ci sono sempre state valutazioni sullo status di pericolosità sociale di Vitale: concreta e attuale è stata ritenuta la capacità di mantenere contatti con l'esterno del carcere, con alcuni degli affiliati alla Sacra Corona Unita, associazione mafiosa che resiste nonostante la doppia ghigliottina. Da un lato le continue inchieste della Dda di Lecce, dall'altro emorragia di segreti conseguenza dei pentimenti.
L'ultimo dichiarante in ordine di tempo, è Antonio Campana, fratello di Sandro, già ammesso al regime della collaborazione, e di Francesco, considerato il capo della presunta frangia riconducibile a Buccarella. Nella storia della Scu contemporanea, è come se ci fosse stato un effetto domino dopo che Ercole Penna, nel 2010, decise di passare dalla parte dello Stato. Ha certamente cambiato pelle il sodalizio, ma può dirsi sconfitto, come è emerso nell'ultima relazione sull'attività svolta dalla Direzione investigativa antimafia che il ministro della Giustizia ha letto in Parlamento.
Vitale, al pari di ogni altro detenuto in regime di carcerazione dura, vive in condizione di isolamento massimo: è ristretto in una cella singola, senza accesso a spazi comuni come la palestra, con un'ora d'aria al giorno. Limitati sono anche i colloqui con i familiari, incontri durante i quali non c'è possibilità di contatto fisico essendoci l'obbligo di un vetro a dividere il detenuto e i parenti. Viene riconosciuta una telefonata al mese con i congiunti autorizzati. E c'è controllo della corrispondenza, sia quella spedita che quella ricevuta.
Venne arrestato la prima volta quando aveva appena 19 anni con l'accusa di rapina. Il suo alias, il "Marocchino", negli ambienti della Sacra Corona Unita, pare sia legato alla descrizione fisica di uno dei banditi, fatta da un rapinatore. Foto di Antonio Vitale recenti non ce ne sono. L'ultima risale a poco prima che finì al 41 bis, all'indomani della prima condanna per essere stato al vertice del sodalizio di stampo mafioso. Ruolo che gli è stato contestato e riconosciuto, con sentenza irrevocabile, sino al finire degli anni Novanta.
Il Sole 24 Ore, 20 maggio 2019
Reati contro la persona - Tentato omicidio - Prova del dolo - Assenza di specifiche ammissioni dell'imputato - Natura indiretta del dolo - Accertamento dell'animus necandi. Nel reato di omicidio tentato, la prova del dolo, in assenza di esplicite ammissioni da parte dell'imputato, ha natura indiretta, dovendo essere desunta da elementi esterni e, in particolare, da quei dati della condotta che, per la loro non equivoca potenzialità offensiva, siano i più idonei a esprimere il fine perseguito dall'agente. Ne consegue che, per l'accertamento della sussistenza "dell'animus necandi", rileva in modo determinante l'idoneità dell'azione, che va apprezzata in concreto, con una prognosi formulata "ex post", con riferimento alla situazione che si presentava all'imputato al momento del compimento degli atti, in base alle condizioni umanamente prevedibili del caso.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 9 maggio 2019 n. 19816.
Reati contro la persona - Delitti contro la vita e l'incolumità individuale - Omicidio - In genere - Tentativo - Assenza di ammissioni dell'imputato - Dolo - Desumibilità - Valutazione. La volontà omicida, nei casi in cui manchino esplicite ammissioni da parte dell'imputato, va indirettamente ricavata mediante un procedimento inferenziale, analogo a quello indiziario, partendo da elementi esterni e di accertata verificazione, ossia da elementi della condotta che, per la loro non equivoca potenzialità semantica, grazie a massime di esperienza, rivelino il fine perseguito dall'agente. Tale valutazione, esito di un'indagine di fatto, non censurabile nel giudizio di legittimità se congruamente motivata, si risolve nella prognosi formulata "ex post" con riferimento alla situazione che si presentava all'imputato al momento dell'azione, in base alle condizioni umanamente prevedibili nel caso specifico.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 9 maggio 2019 n. 19816.
Reati contro la persona - Omicidio - Tentato - Dolo omicidiario - Accertamento. Al fine dell'accertamento della sussistenza della volontà omicida e della conseguente configurabilità del tentato omicidio in luogo del delitto di lesioni aggravate, occorre valutare la differente potenzialità dell'azione lesiva e ricavare il requisito dell'"animus necandi" da elementi quali il comportamento antecedente e susseguente al reato, la natura del mezzo usato per commetterlo, le parti del corpo della vittima colpite, la reiterazione dei colpi, e tutti quegli altri dati che, secondo l'id quod plerumque accidit, abbiano un valore sistematico in tal senso.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 21 febbraio 2019 n. 7992.
Reati contro la persona - Delitti contro la vita e l'incolumità individuale - Omicidio - In genere - Tentativo - Dolo - Prova - Desumibilità - Elementi sintomatici. La sussistenza del dolo nel delitto di tentato omicidio può desumersi, in mancanza di attendibile confessione, dalle peculiarità intrinseche dell'azione criminosa, aventi valore sintomatico in base alle comuni regole di esperienza, quali, a titolo esemplificativo, il comportamento antecedente e susseguente al reato, la natura del mezzo usato, le parti del corpo della vittima attinte, la reiterazione dei colpi.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 1° agosto 2011 n. 30466.
di Giovanna Maria Fagnani
corriere.it, 20 maggio 2019
"La prima volta che sono entrata in carcere avevo molto timore. Ti colpisce il contatto con l'ambiente: arrivi e chiudono una porta, vai avanti e ne chiudono altre: ci si sente in trappola. Poi ho conosciuto detenuti di un'educazione straordinaria e con le mani d'oro. Quando lavorano cercano la perfezione, si mettono continuamente in discussione".
Doveva proporre ai carcerati un corso d'arte della durata di un mese e mezzo. Invece sono già sette anni che, due volte a settimana e per undici mesi l'anno, Antonella Mannarino, maestra d'arte, insieme con Caterina Mirarchi, insegnante, varca la porta del carcere "Ugo Caridi" di Catanzaro.
Costruito nel 1993, in via Tre Fontane, è il più grande della regione. Ospita 700 detenuti nei suoi tre padiglioni, fra cui quello di alta sicurezza dove si trova il laboratorio dell'associazione "Amici con il cuore" che la maestra ha fondato nel 2012 con un gruppetto di amiche. Non pensavano al carcere: "Macché, volevamo fare qualcosa per aiutare l'ambiente, sensibilizzare sui temi del riciclo. E abbiamo pensato di recuperare un'arte antica calabrese, quella dei cestai che lavoravano con la iuta, il salice, le canne, secondo la tecnica detta "ad uno o a due tessitori". Ho studiato queste trame e abbiamo cominciato a preparare oggetti di carta intrecciata: cesti, borse, cappelli, lampadari".
Oggetti così belli da attirare l'attenzione di una educatrice del carcere, Letizia De Luca, che propone all'associazione di tenere un laboratorio nel penitenziario. Da quando ci sono loro, i muri dei corridoi dell'"Alta sicurezza" sono tappezzati con le fotografie dei luoghi più belli della Calabria (castelli sul mare, monti e scogliere), sistemate nelle cornici intrecciate realizzate dai detenuti che lavorano in gruppi da quindici-venti e riutilizzano la carta dei giornali e altri materiali che provengono dal carcere. Come le vecchie confezioni del caffè.
L'associazione ha esteso il progetto ai ragazzi dell'Istituto Penale per Minori "Paternostro" e della Comunità Ministeriale. La soddisfazione più grande è sapere che grazie a quei cestini qualche detenuto, riacquistata la libertà, ha scoperto di avere un mestiere fra le mani. È il caso di Nicola (nome di fantasia), 57 anni, che prima di uscire le aveva detto: "Non voglio più tornare qui dentro: diventerò un uomo buono". Promessa che rinnova ogni giorno quando sistema in strada la sua bancarella di cesti da vendere ai turisti. "Insegnare in carcere mi ha fatto capire che un uomo in un attimo può sbagliare, ma dentro di lui - conclude Mannarino - c'è sempre una parte buona, che viene fuori se alimentata. E l'arte può aiutare".
Da nove anni il carcere di Catanzaro è diretto da Angela Paravati: "Le volontarie di "Amici con il cuore" sono tutte donne e hanno una sensibilità particolare per trattare con i detenuti. La donna, in fondo, è l'educatrice della famiglia e i carcerati ritrovano in loro questa figura", spiega. Il laboratorio del riciclo, come gli altri attivati nel penitenziario, "non è un passatempo ma un lavoro di pazienza e concentrazione. C'è un bel clima e il rientro in sezione è più sereno". I lavori che poi sono messi in vendita dall'associazione "servono a contrastare il pregiudizio in una società che non è pronta ad accogliere chi ha alle spalle un periodo di detenzione. E questo - aggiunge - può essere una spinta per tornare a delinquere".
Senza contare la piaga sociale dei tossicodipendenti, che si macchiano di reati per procurarsi la droga, o dei malati psichiatrici. "Il carcere deve essere prima di tutto un'occasione di comprensione di ciò che hanno compiuto. Per questo facciamo frequentare corsi di mediazione, in cui i detenuti incontrano le associazioni dei famigliari delle vittime". Uno dei successi? "Un ex detenuto ed ex tossicodipendente che ora si dà da fare per abbellire la sua città con murales e mosaici".
Il Tirreno, 20 maggio 2019
Primo incontro tra l'avvocato Alberto Marchesi, nominato lo scorso 11 aprile dal sindaco Michele Conti garante per i diritti delle persone private della libertà personale, ed i membri della commissione politiche sociali del Comune di Pisa. Dopo una breve presentazione del consigliere Marcello Lazzeri, presidente della commissione, l'avvocato Marchesi, ricordato che la Casa circondariale Don Bosco è una delle poche che possiede un centro clinico, ha sottolineato alcune criticità come, ad esempio, le tante difficoltà per i detenuti tossicodipendenti e le strutture inadeguate, in particolare, della sezione femminile. Alla riunione erano presenti anche i consiglieri Gabriele Amore (M5S), Brunella Barbuti (Lega), Laura Barsotti (Lega), Giuliano Pizzanelli (Pd), Veronica Poli (Lega), Maria Antonietta Scognamiglio (Pd) e la rappresentante per "Diritti in Comune", Serena Fondelli.
di Fabrizio Ferrante
linkabile.it, 20 maggio 2019
Sabato 18 maggio, una delegazione dei Radicali per il Mezzogiorno Europeo ha visitato la casa
circondariale di Ariano Irpino. A guidare la pattuglia radicale è stato come sempre l'Avvocato Raffaele Minieri e il gruppo è stato accolto dalla direttrice, in carica da fine febbraio, Maria Rosaria Casaburo. Con lei anche la responsabile dell'area sanitaria, Ernestina Volpicelli, l'educatrice Rita Nitti e il vice comandante della Polizia Penitenziaria, Angelo Giardino.
I numeri del carcere di Ariano Irpino raccontano di una struttura che si può definire una "finta" casa circondariale, per via dell'alto numero di detenuti in via definitiva, molti dei quali provenienti dal carcere di Poggioreale. Ad Ariano vi sono infatti intere sezioni dedicate ai reclusi (quindi non più in attesa di giudizio) i quali in gran parte provengono dal carcere napoletano e che spesso vengono spostati ad Ariano per motivi disciplinari. Inoltre va tenuto conto della capienza aumentata nel 2014, quando fu eretto un nuovo padiglione laddove sorgeva il campo sportivo. Se dall'inizio degli anni 80 al 2014 la capienza era di 180 detenuti, oggi questa è di 275 sebbene ad Ariano siano presenti al momento 339 ristretti.
Di questi, 160 sono in carcere per reati connessi alla droga (artt.73 e 74) mentre 121 scontano una condanna per rapina (art.628) e una decina sono i "riottosi" ex art.32. I detenuti stranieri sono 48. In tutto il carcere di Ariano (che sarebbe una Casa circondariale) vi sono appena 47 non definitivi (i definitivi sono 259) 32 ricorrenti, 14 appellanti, quattro in attesa di giudizio, 29 in posizione mista con anche una condanna definitiva e un detenuto in posizione mista senza pena definitiva. Gli agenti penitenziari presenti sono 153 laddove ne sarebbero previsti 165 dalla pianta organica. Questa tuttavia è rimasta invariata negli anni pur essendo sensibilmente aumentati i detenuti presenti ad Ariano. Al momento pur essendo arrivati dei nuovi ispettori, si ravvisa la carenza di altre figure come quella di assistente capo. Presenti ad Ariano anche alcuni ergastolani e vi è un'intera sezione dedicata ai collaboratori di giustizia.
Sul piano strutturale, il carcere di Ariano conta due padiglioni, uno risalente ai primi anni 80 quando fu eretto il penitenziario, l'altro costruito nel 2014. Vi sono in totale dodici sezioni. Le criticità riscontrate dai Radicali nel corso della visita, riguardano in particolare la mancanza pressoché totale di educatori come ha confermato anche la stessa direttrice. Gli educatori, infatti, al momento sono soltanto due. Inoltre, molti detenuti hanno lamentato l'impossibilità ad essere curati nel carcere di Ariano Irpino e di non ricevere i farmaci adeguati.
Anche la direttrice, sul fronte sanitario, ha lamentato l'assenza degli specialisti all'interno dell'istituto e su tale punto si è già rivolta anche alla Procura della Repubblica. Tuttavia, almeno una volta alla settimana o ogni 15 giorni, nel carcere operano un dermatologo, un otorino, un odontoiatra, un urologo e un cardiologo. La direttrice Casaburo ha enfatizzato quella che è la carenza principale a livello di specialisti, ovvero quella dello psichiatra soprattutto alla luce della presenza di molti detenuti "border line".
I detenuti hanno inoltre evidenziato la totale assenza di opportunità lavorative o anche di semplici corsi all'interno del carcere. Passare le giornate, pur se in regime di celle aperte (pressoché tutto il giorno con piccole pause a celle chiuse) risulta spesso difficile perché oltre a una piccola stanza per la socialità non esiste nulla. Un detenuto ha definito "cupa e chiusa" la giornata tipo nel carcere di Ariano.
Gli unici lavori (svolti anche dai detenuti in articolo 21, che dunque potrebbero lavorare fuori) disponibili sono le mansioni interne alla struttura che però impiegano non più di 70 persone. Le lamentele dei detenuti hanno "risparmiato" sia il rapporto con gli agenti che la stessa struttura che appare in buone condizioni. Le celle sono da tre, quattro o talvolta cinque detenuti e tutte hanno bagno e doccia in camera. Funzionano bene anche i riscaldamenti e perfino il pavimento delle sezioni è riscaldato. Se il lavoro è assente, la scuola offre i primi due cicli e il liceo artistico con in più un laboratorio di ceramica, mentre non esistono corsi di formazione o di avviamento al lavoro.
Anche la magistratura di sorveglianza, definita "abbastanza aperta" dalla direttrice, dimostra tuttavia le sue criticità per ragioni prevalentemente organizzative. Resta il fatto che il carcere di Ariano è particolarmente difficile, basti pensare alla rivolta avvenuta a giugno di un anno fa. O ai numerosi sequestri di cellulari e droga nei reparti e agli atti di violenza fra detenuti. Possibili novità in vista per i colloqui coi parenti che potrebbero avvenire col meccanismo della prenotazione al fine di evitare attese e code estenuanti, mentre anche ad Ariano si registra l'annoso problema del sopravvitto e dei prezzi raddoppiati rispetto a quelli praticati all'esterno. I beni venduti sono tuttavia pochi, in ragione del fatto che il deposito ha bisogno di ristrutturazione. Sono presenti le cappelle per i detenuti di fede cristiana mentre un detenuto musulmano ha spiegato che a lui (e agli altri) per pregare è sufficiente voltarsi verso la Mecca.
La visita dei Radicali ad Ariano, svela un carcere con gravi problemi ma, allo stesso tempo, guidato da una direttrice non solo conscia delle difficoltà ma anche risoluta nel porvi rimedio. Quello di Ariano è il classico carcere chiuso rispetto al quale la comunità circostante (istituzioni comprese) ha deciso di girarsi dall'altra parte, in una provincia come Avellino che solo a pochi chilometri di distanza ospita un gioiello come Sant'Angelo dei Lombardi che occupa la gran parte dei propri detenuti anche e soprattutto grazie a numerosi e fecondi input provenienti dall'esterno.
agrigentonotizie.it, 20 maggio 2019
Simone Capizzi, 76 anni, riberese, si è spento per cause naturali alcuni giorni fa giorni fa nel carcere di Sassari, dove stava scontando l'ergastolo. I funerali dell'uomo sono stati vietati e le sue spoglie sono state sepolte nel cimitero di Ribera alla presenza unicamente dei familiari.
Secondo le rivelazioni di alcuni pentiti Capizzi, insieme a Fragapane, fu uno dei mandanti dell'omicidio del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli per il quale pagarono alcuni sicari. Sempre i collaboratori di giustizia, precisa il quotidiano palermitano, raccontano che Capizzi festeggiò insieme ad altri con vino e pasticcini la notizia delle stragi che uccisero i giudici Falcone e Borsellino.
di Mitia Chiarin
La Nuova Venezia, 20 maggio 2019
Giorgio Bombieri ha immortalato le recluse e le volontarie che si sono prestate a fare da modelle Trucco, acconciature e vestiario curati dalle recluse che hanno seguito un corso per estetiste. Per due giorni ad aprile il carcere femminile della Giudecca ha ospitato un set fotografico professionale. Una quarantina di detenute coinvolte, ognuna con una propria storia, ma tutte le novanta ospiti hanno voluto vedere e dare una mano, incuriosite - e non potrebbe essere stato altrimenti - da questa novità.
Una stanza trasformata in set tra luci e flash, con il fotografo professionista Giorgio Bombieri che per una volta si è dedicato alla fotografia glamour. Con lui anche una ex top model, Bali Lawal, che dopo aver solcato le passerelle di grandi stilisti come Armani, si è inventata una nuova vita come operatrice culturale ed è arrivata con un borsone pieno di vestiti, che ha poi lasciato in carcere, e trucchi professionali per le pelli nere. Con loro le volontarie dell'associazione Rio Terà dei Pensieri che compie quest'anno 25 anni di attività. Le volontarie si sono mescolate alle detenute che si sono prestate a fare da modelle mentre altre compagne di cella le truccavano, pettinavano, vestivano, dopo aver partecipato per mesi ad un corso professionale per diventare estetiste.
Da questi due giorni intensi di scatti fotografici, costretti dentro le mura di un carcere, nasce "Al Femminile", libro di ritratti e pensieri che viene messo in vendita ora dalla cooperativa veneziana nel suo punto vendita di Fondamenta dei Frari, il "Process collettivo", e online. Un libro che è un atto di libertà, come solo un gioco può fare, per liberare la bellezza anche dentro un luogo di restrizione per antonomasia come è il carcere.
Il ricavato della vendita del libro va a finanziare un nuovo progetto di Rio Terà dei Pensieri. Ovvero un nuovo centro d'ascolto per detenuti, uomini e donne, che, una volta scontata la pena, tornano alla vita normale e hanno bisogno di sostegno e aiuto per reinserirsi, specialmente per trovare un lavoro. Tornare alla vita di tutti i giorni non è facile, è un percorso che necessita di sostegno. E questo il centro d'ascolto intende fare.
Scorrendo le pagine del libro "Al Femminile", non si riescono a distinguere del tutto le donne che sono in carcere dalle donne libere, le volontarie. "Era uno degli obiettivi del progetto, mischiare le carte e puntare sul concetto di bellezza femminile", spiega Liri Longo, presidente della cooperativa. "Volevamo tanto fare un lavoro sulla bellezza.
Tutto è nato da un corso per detenute per diventare estetiste, realizzato con il sostegno del Soroptimist e l'aiuto del Centro di Formazione Professionale San Luigi di San Donà. Ha collaborato anche la stylist Claudia Bombieri", racconta la presidente della cooperativa, "Bellezza significa prendersi cura di se stessi e non è facile farlo in un luogo di detenzione. Prendersi cura del proprio corpo significa testimoniare uno stato di benessere".
Nel libro ecco anche i contributi di Gabriella Straffi, ex direttrice, ora presidente del Soroptimist. Il mondo del carcere è cambiato, spiega. "Da parecchi anni il carcere è mutato; con l'apporto di cooperative e volontariato si è aperto all'esterno, soprattutto con la creazione di opportunità di lavoro significative. Un aiuto a riconquistare un senso di quotidianità. Non solo e non tanto una "alternativa alla cella".
Liri Longo aggiunge: "Se in questo libro non si riconoscono le detenute dalle volontarie è anche perché vogliamo far capire che una donna in carcere non è una specie a parte. Si tratta di persone, con la loro personale bellezza, al di là del proprio stato detentivo".
Il fotografo Giorgio Bombieri non nasconde la bellezza di quei due giorni di scatti. "Vent'anni fa avevo realizzato un progetto fotografico in carcere e sono tornato ritrovando la direttrice Antonella Reale. Il set è durato due giornate, intense, belle, piene di eccitazione.
Tra trucchi e vestiti in carcere non si parlava d'altro. La sensazione era che non fossimo dentro; la felicità delle partecipanti era tale che eravamo tutti fuori". A confermarlo è anche la testimonianza di Vania Carlot della cooperativa Rio Terà dei Pensieri: "Una esplosione di gioia e bellezza ha travolto molte donne, recluse o di passaggio, in un gioco fatto di trucchi e abiti inusuali; volti trasformati, abbelliti, pronti ad incontrare se stessi e l'altro".









