di Simona Musco
Il Dubbio, 24 maggio 2019
Anthony e Nicola Spina sono fratelli. Il primo ha 19 anni, il secondo 24. Giovanissimi, ma già a processo per omicidio. Avrebbero ucciso un compagno di rapine, anche lui giovanissimo, Emanuele Errico. Ma nonostante ciò, "dobbiamo offrire loro una seconda opportunità e provare a rieducarli in carcere, come prevede la Costituzione".
di Francesco Grignetti
La Stampa, 21 maggio 2019
Le competenze sui migranti vanno alle procure di Catania e Palermo. Esclusa quella di Agrigento, guidata del procuratore Patronaggio. Quel magistrato di Agrigento, Salvini lo vive ormai come un nemico personale. La battutaccia dell'altro giorno contro il procuratore Luigi Patronaggio è stata rivelatrice. Quando infatti Matteo Salvini sbotta a raffica, può significare soltanto che c'è un gran nervosismo. "Se c'è favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, chiunque agevoli sbarchi immigrati irregolari dovrà vedersela con la legge", tuonava al mattino, lasciando balenare addirittura una denuncia contro il pubblico ministero. E poi: "Non sono simpatico a questo signore". È stato Patronaggio che l'ha indagato per sequestro di persona. È ancora Patronaggio che domenica ha sequestrato la nave umanitaria Sea Watch 3, iscritto il suo comandante al registro degli indagati, e contestualmente ha disposto lo sbarco di tutti i 47 migranti. Ecco, forse Salvini non riuscirà a liberarsi del tutto di Patronaggio ("Si candidi!"), ma intanto cerca di sfilargli le competenze sull'immigrazione clandestina.
È quanto è scritto all'articolo 3 del decreto Sicurezza bis: in puro gergo giuridichese, in una selva di articoli e commi, c'è un clamoroso accentramento di competenze in capo a poche procure, quelle distrettuali. Nel caso siciliano, che è la frontiera avanzata lungo le rotte che arrivano dall'Africa, e che inevitabilmente si trova a trattare navi umanitarie e soccorso in mare, le uniche procure che sarebbero incaricate di trattare i reati del favoreggiamento all'immigrazione clandestina resterebbero Palermo e Catania, una competente per la Sicilia occidentale e l'altra per la Sicilia orientale. Per dare un nome ai procuratori interessati, Franco Lo Voi è il procuratore capo di Palermo (ora in corsa per divenire procuratore capo a Roma) e Carmelo Zuccaro a Catania sarebbero i soli a gestire la materia.
La solidarietà di Spataro - La novità segue la legislazione antimafia: da tempo i reati di criminalità organizzata sono accentrati nelle procure distrettuali. Così è anche per le associazioni criminali finalizzate all'immigrazione clandestina. Salta agli occhi, però, che con questo decreto voluto fortissimanente da Salvini, tutti gli altri magistrati titolari di procure ordinarie sarebbero tagliati fuori anche dalle pratiche ordinarie, quelle senza aggravante. L'effetto pratico sarebbe che il magistrato divenuto suo malgrado l'antagonista preferito di Salvini, ossia Patronaggio, non toccherebbe più palla.
Proprio quel Patronaggio che ieri ha ricevuto un commovente elogio pubblico da parte di Armando Spataro: "Senza retorica, mi inchino di fronte ai colleghi di Agrigento". E che ha raccolto la difesa appassionata dei magistrati progressisti: "Chiediamo - dice Cristina Ornano, il segretario della corrente Area - che la politica rispetti le prerogative della magistratura e non effettui indebite invasioni di campo".
Le multe contro le Ong - Naturalmente dentro il decreto Sicurezza bis ci sono anche molte altre cose: le multe per le navi delle Ong che non rispettano l'autorità dei libici e non si sottomettano alle loro indicazioni (da 10 a 50 mila euro, con la possibile confisca della nave se il comportamento è reiterato e arrivano in Italia più di 100 naufraghi), gli aumenti di pena per chi commette resistenza contro le forze di polizia o vandalizza le strade durante le manifestazioni, il Daspo per i tifosi violenti da applicare anche all'estero, il contrasto al bagarinaggio. Sintesi del ministro, un attimo prima di entrare nel consiglio dei ministri: "Combattere camorristi, spacciatori e scafisti, un fondo per difendere gli anziani truffati, pene più severe per chi abbandona o maltratta animali, telecamere in asili e case di riposo".
di Errico Novi
Il Dubbio, 21 maggio 2019
L'ex procuratore di Torino: "pronto ad andare tra la gente". Il "Sindacato": la giurisdizione controlla l'azione dei pm". "I magistrati agiscono in forza di una legittimazione tecnica, non secondo investitura elettorale". A ricordarlo deve intervenire l'Anm, con una nota del presidente Pasquale Grasso. Sembra un'ovvietà. Non lo è affatto, a una settimana dalle Europee e nel pieno di un caso politico-giudiziario che fa tremare il governo.
Certo il sequestro della nave "Sea Watch 3", e il conseguente sbarco a Lampedusa dei 47 migranti che vi erano stati presi a bordo, decisi dalla Procura di Agrigento, scontano l'attrito irriducibile fra due mondi: quello dell'attività giudiziaria, nello specifico del procuratore Luigi Patronaggio, che segue appunto i binari della legge; e quello della polemica pre- elettorale, le cui traiettorie sono assai più imprevedibili.
Così imprevedibili che nel giro di poche ore il principale protagonista dell'ennesimo scontro fra toghe e politica, Matteo Salvini, passa dalla minaccia di denunciare Patronaggio quasi all'elogio del pm: "La magistratura è indipendente, non erano tenuti a chiamarmi" e "se impone la sua legge ne prendiamo atto". Poi, a proposito dell'indagine per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina già notificata dai pm al comandante della nave, Salvini aggiunge: "Questo dimostra che quello che dico non è sbagliato: se c'è una Procura che lo conferma, il mio lunedì è un bel lunedì".
Fino a poche ore prima il ministro dell'Interno parlava da leader stretto nella tenaglia fra l'alleato-nemico del Movimento 5 Stelle e appunto l'intervento delle toghe, velato ai suoi occhi da un'odiosa patina di collaborazionismo. Finché il quadro si fa più chiaro: nella serata di domenica la magistratura non solo ha sequestrato la Sea Watch, ha ordinato lo sbarco e l'approdo nel porto di Licata (avvenuto alle 13 di ieri), ma ha anche aperto le indagini per individuare "eventuali trafficanti di esseri umani coinvolti". Che poi i "trafficanti" ci siano, andrà dimostrato. Ma il ritmo convulso della campagna elettorale obbliga di fatto Salvini ad adattarsi. E a cogliere l'aspetto positivo di un'ipotesi di reato almeno temporaneamente condivisa dallo stesso pm- nemico che l'aveva indagato per la Diciotti.
Intreccio meno indecifrabile di quanto si creda. Se non fosse che anche nella magistratura, com'è noto, le visioni sono eterogenee. Non sulla legittimità dell'azione di Patronaggio quanto sul suo significato. C'è una lettura più "ufficiale", quella dell'Anm citata all'inizio. Nel suo comunicato, il presidente Grasso risponde alla battuta pronunciata la sera prima da Salvini su Patronaggio ("se vuole dettare la linea sugli sbarchi deve candidarsi") e ricorda che "tutte le determinazioni dell'autorità giudiziaria sono motivate e soggette a controllo nel sistema giurisdizionale, dunque in un ambito che assicura il rispetto delle leggi e dei diritti di tutti". Significa che non c'è bisogno di governare per sequestrare una nave e ordinare lo sbarco degli occupanti, e che anzi può farlo solo un magistrato, ma anche che se per assurdo l'azione della Procura di Agrigento non fosse blindata nell'assoluto rispetto della legge, Patronaggio ne sconterebbe le conseguenze sotto diversi profili. Sia con l'eventuale sconfessione da parte del Tribunale o di giurisdizioni superiori, sia nell'ipotesi più estrema, in termini disciplinari, da parte del Csm.
E perché il presidente dell'Associazione magistrati deve precisare questioni di immediata evidenza costituzionale? Anche perché le diverse reazioni togate all'intervento dei pm agrigentini hanno sfumature dalle tonalità molto, ma molto differenti. Il tono più acceso è quello a cui ricorre una delle figure più carismatiche dell'associazionismo giudiziario, Armando Spataro: da poco congedatosi dalla magistratura, l'ex procuratore di Torino è tra i fondatori di Movimento per la Giustizia, alleato di Md nel raggruppamento progressista di Area: ebbene, nelle mailing list dei giudici Spataro sente il "dovere" di comunicare che "leggendo la decisione della procura di Agrigento mi sono emozionato in maniera forte: il procuratore ed i suoi magistrati, fedeli alla legge, indagano ma tutelano le persone. Dovrebbe essere la normalità ma non sempre è così". Poi aggiunge: "Senza retorica, mi inchino di fronte ai colleghi di Agrigento". Fino a un appello conclusivo da polemista appassionato: "Stringiamoci attorno a loro, se necessario scendiamo in piazza in loro onore, parliamo e informiamo".
Quello "scendiamo in piazza" non passa inosservato". È da mesi che Spataro ribadisce con forza la sua posizione sul quadro giuridico che vieterebbe di tenere i porti chiusi. Su un fronte lontano dal suo, Magistratura indipendente, a cui appartiene anche Grasso, si è invece spesso raccomandata affinché le correnti e l'Anm restassero fuori dalle polemiche "politiche".
In realtà, oltre a Spataro, anche il suo raggruppamento, Area, e la stessa Md diffondono comunicati in cui mettono in guardia dalle "invasioni di campo" di Salvini nei confronti dei pm. Eugenio Albamonte, predecessore di Grasso e a sua volta esponente di spicco di Area, parla di potenziale "significato intimidatorio" contenuto nell'iniziale reazione di Salvini. Il quale però fa scattare il time out nell'eterna disputa fra politica e pm, con quel "la magistratura è indipendente, non erano tenuti a chiamarmi". Nel segreto auspicio che gli elettori vedano in Patronaggio un suo alleato anziché un censore.
Il Mattino, 21 maggio 2019
Se ne è andato in silenzio, in un letto d'ospedale, piantonato dagli uomini della Polizia Penitenziaria. Giorgio Mancinelli è morto senza riuscire a far più ritorno a casa, nonostante le istanze presentate dal suo difensore al Tribunale di Sorveglianza.
Il suo cuore ha cessato di battere nel reparto di Rianimazione dell'Ospedale del Mare: anche i sanitari, dal primo maggio, nutrivano ormai pochissime speranze di salvare l'anziano condannato in via definitiva a cinque anni di reclusione per bancarotta.
Inutili tutte le richieste e gli appelli della moglie e dei parenti per ottenere un provvedimento di clemenza che ne autorizzasse il trasporto a casa, agli arresti domiciliari, considerata la drammaticità delle condizioni di salute ormai gravissime. E adesso i familiari insorgono, preannunciando una serie di ricorsi.
di Maurizio Caprino
Il Sole 24 Ore, 21 maggio 2019
Corte di cassazione - Sentenza 13508/2019. I tre anni che devono passare prima di candidarsi a ottenere una nuova patente non partono dalla data in cui quella vecchia è stata ritirata, ma dal passaggio in giudicato della sentenza che dispone la sua revoca.
Ieri la Cassazione si è pronunciata per la prima volta (sentenza 13508/2019 della Seconda sezione civile) su questo aspetto delle sanzioni per chi commette gravi infrazioni legate ad alcol o droga alla guida. E lo ha fatto nel modo più sfavorevole all'imputato.
Si trattava di interpretare che cosa intenda il comma 3-ter dell'articolo 219 del Codice della strada, che dal 2010 evita che chi subisce la revoca della patente come sanzione per gravi infrazioni possa subito avviare le pratiche per rifare gli esami e ottenerne un'altra. Nei casi di alcol con rilevanza penale o droga, la norma dispone che debbano passare almeno tre anni "dalla data di accertamento del reato". Ma il reato s'intende accertato già alla data in cui è stata commessa l'infrazione (e quindi è stato eseguito il test) o al momento in cui diventa definitiva la condanna?
Nel primo caso, il periodo di sospensione cautelare della patente disposta dalla Prefettura subito dopo l'infrazione conta ai fini del calcolo dei tre anni. Nel secondo caso, che corrisponde alle interpretazioni del ministero delle Infrastrutture, non conta e il calcolo parte da quando il processo finisce e viene notificata la revoca della patente.
Secondo la Cassazione, la revoca è cosa diversa dalla sospensione cautelare e non può essere considerata esistente prima della sentenza. È quindi "un atto ad efficacia istantanea adottabile dall'autorità amministrativa" solo dopo il passaggio in giudicato della sentenza penale di condanna. E il comma 3-ter non si riferisce alla revoca pronunciata dal giudice penale, per cui quando parla di accertamento non intende "disciplinare la decorrenza dei suoi effetti". Finora sulla questione si erano pronunciati vari giudici amministrativi e ordinari, con esiti discordanti. L'interpretazione più favorevole all'imputato era stata data già nel 2010 dall'ufficio del Massimario della stessa Cassazione ed era stata seguita da vari Tar (tra cui quello del Veneto, sentenza 393/2016) e Tribunali (tra cui di recente quello di Bologna, ordinanza 11901/2018). Ma ora la Cassazione dà più peso all'orientamento contrario.
di Marco Grasso
Il Secolo XIX, 21 maggio 2019
La procura pronta a chiudere le inchieste sui manager accusati della contaminazione degli ambienti di lavoro e delle morti. Una sentenza della Corte di Cassazione potrebbe cancellare con un tratto di penna lo sforzo con cui la Procura di Genova ha riaperto, a distanza di anni, i procedimenti giudiziari su oltre 250 morti d'amianto. Secondo la Suprema Corte, chiamata a decidere sulle vittime di mesotelioma avvenute presso gli stabilimenti di Pirelli di Torino, "il reo" (in questo caso ex manager imputati per la contaminazione e la morte di ex dipendenti esposti all'amianto) ha diritto a essere giudicato con la legge più favorevole (principio garantito dalla Costituzione).
E, dunque, anche a beneficiare della prescrizione più favorevole. Nel caso delle morti causate dal contagio da fibra tossica - avvenuto presumibilmente in gran parte fra gli anni Settanta, Ottanta e inizio Novanta - le norme approvate nel tempo hanno raddoppiato la prescrizione dei reati, portandola per queste morti colpose da sette anni e mezzo a quindici. L'applicazione della versione più garantista - necessaria secondo i giudici perché non è possibile "individuare il momento esatto in cui si è consumato il delitto" - avrebbe come effetto l'archiviazione di (quasi) tutte le indagini in corso.
Fascicoli in cui sono indagate decine di persone, tutte o quasi in pensione: ex consoli della Compagnia Unica del porto; una decina di ex dirigenti dell'Ilva-Italsider, diversi ex manager di Ansaldo, e sei ex amministratori della raffineria Sanac; mentre altri procedimenti riguardano realtà coinvolte marginalmente in questo tipo di morti, tra cui figura anche l'ospedale pediatrico Gaslini.
Genova, occorre ricordarlo, è un caso molto peculiare nel panorama italiano: a fronte di un'altissima incidenza di morti da asbestosi, gli unici processi celebrati hanno riguardato lavoratori, accusati di aver ottenuto i riconoscimenti pensionistici legati all'esposizione alla fibra senza averne diritto. Una maxi-inchiesta finita con l'assoluzione o il proscioglimento di 1.500 lavoratori, e degli ex vertici di Inail, tra cui l'ex dirigente Pietro Pastorino.
Per provare a invertire la rotta, nel 2011 la Cgil presentò in Procura un esposto sulle vittime in alcuni posti di lavoro tra più colpiti: Ansaldo, Ilva, Fincantieri e porto. Sulla base di questi numeri drammatici, l'ex procuratore Michele Di Lecce radunò decine di procedimenti, e fece riaprire l'altra indagine, sostanzialmente dimenticata, su chi aveva provocato quei morti.
In vari fascicoli, oggi in mano ai pm Stefano Puppo, Sabrina Monteverde e Daniela Pischetola, sono stati iscritti oltre una ventina di ex manager genovesi, accusati di della morte di lavoratori in anni in cui erano ormai noti gli effetti devastanti dell'amianto. A rendere già difficile la prosecuzione delle inchieste genovesi era la combinazione di più fattori, in particolare, il ritardo maturato negli anni in cui sotto processo erano finiti i lavoratori, e più in generale la difficoltà a circoscrivere penalmente il momento della contaminazione.
La sentenza della Cassazione potrebbe dare un colpo definitivo a questi fascicoli. Quello dei giudici della Suprema Corte è un ragionamento deduttivo: nei casi in cui una legge si modifichi in senso migliorativo per un indagato, egli ha diritto a essere giudicato con la norma a lui favorevole (un principio riconosciuto dalla Costituzione).
La stessa garanzia, ragionano i magistrati, deve allora essere concessa se accade il contrario, come in questo caso: all'epoca della contaminazione la prescrizione era più favorevole ai rappresentanti delle industrie; e anche se le morti sono avvenute negli ultimi anni, la contaminazione dipende dai decenni precedenti.
Non solo. Il tempo passato è così lungo da far perdere il senso stesso della punizione penale: "Se si riconosce che il processo penale possa incardinarsi senza il vincolo e il pungolo della prescrizione da un lato si esclude la immediata e preventiva tutela sostanziale del principio costituzionale, dall'altra si consente l'inizio dell'azione penale per notizie di reato talmente risalenti o remote da privare di qualsiasi interesse la prosecuzione del crimine in una prospettiva di prevenzione generale e speciale".
di Riccardo Bottazzo
lasciatecientrare.it, 21 maggio 2019
La Casa circondariale era stata chiusa perché inadatta ad ospitare i detenuti di massima sicurezza. La struttura, finiti i lavori di sistemazione, dovrebbe ospitare un centinaio di "ospiti", ma forse dovremmo scrivere "detenuti". Secondo le direttive del ministero dell'Interno, già quest'anno dovrebbe entrare in funzione per una cinquantina di migranti.
"I bandi di gestione sono già stati emessi - spiega Francesca Mazzuzi, referente per la campagna lasciateCIEntrare dell'isola. Nelle intenzioni del ministro Matteo Salvini, come di chi l'ha preceduto e degli amministratori regionali e locali, questo dovrebbe fungere da deterrente per chi sbarca in Sardegna lungo la rotta algerina ma sappiamo bene che non ci sono deterrenti che reggono per chi non ha alternative a quella di scappare da fame e guerre e per chi, come gli algerini, desidera fortemente un futuro migliore. Proprio come è stato per i Cie, questa struttura non servirà a nulla se non a raccattare facili consensi in campagna elettorale ed a calpestare i diritti di chi ha già sofferto troppo".
Contro il Cpr di Macomer si sono levate molte voci tra le quali quella dell'ex cappellano della casa circondariale, don Mario Cadeddu, che ha sottolineato come la struttura sia stata chiusa proprio perché non rispondeva ai parametri minimi di legge previsti per la detenzione. "Un suo impiego come centro di rimpatrio mi sembra assurdo - ha dichiarato don Mario alla Nuova Sardegna. La struttura non va bene per questo tipo di utilizzo e non è neppure adattabile. Le celle sono state considerate troppo strette anche per questo che doveva diventare un carcere di massima sicurezza. Pure gli spazi esterni sono ristretti. Non riesco a immaginare come vivrebbero queste persone che, oltre a tutto, scappano dai loro Paesi per disperazione. Diventerebbe una specie di lager". Il parere negativo arrivato anche dalla Regione e dai Comuni interessati riguardo le condizioni peggiorative di detenzione previste dal nuovo decreto sicurezza non ha comunque fermato il ministro che ha ribadito la sua intenzione di farne un Cpr a qualunque costo. "Prima i sardi", per l'appunto!
"Il bando per l'affidamento è in corso - continua Francesca - sette ditte hanno concorso. Tre sono locali e quattro vengono dal continente. Tra queste c'è quella dal curriculum non esattamente promettente che ha gestito il Cara di Mineo, ed è anche quella che ha più probabilità di vincere la gara. Staremo a vedere. Nel frattempo come Campagna LasciateCIEntrare prepariamo la mobilitazione". Cpr a parte, gli effetti del decreto "sicurezza" devono ancora sbarcare in Sardegna. A dispetto di chi urla di "invasione", le presenze di rifugiati nell'isola è molto bassa ed in diminuzione. I dati del Viminale parlano di 2 mila 101 richiedenti asilo al 13 maggio di quest'anno. Poco più della metà delle presenze dell'anno precedente: 4 mila 155.
"La nostra Regione non offre grandi attrattive occupazionali, a anche il settore agricolo non ha prospettive, così anche i migranti che presentano ricorso preferiscono andarsene prima di attendere la sentenza - continua Francesca -. Inoltre, l'isola è stata coinvolta in ritardo nella distribuzione dei flussi e nuovi arrivi praticamente non ce ne sono". La contrazione del numero di Cas - 106 a fine 2018 contro 17 Sprar - è dovuta quindi più alla diminuzione delle presenze che al decreto Salvini, al quale sono comunque ascrivibili casi, difficilmente quantificabili, di revoca dell'accoglienza per i titolari della "vecchia" protezione umanitaria.
"Gli effetti del decreto li sentiremo tra non molto, quando entrano in funzione i nuovi gestori. Attualmente sono in corso le procedure di affido per le provincie di Sassari e di Cagliari che sono quelle con la più alta percentuale di presenze. I tagli sono stati drammatici e dubitiamo che, con i nuovi capitolati di appalto, si riesca a garantire quei servizi come i corsi di lingua, la preparazione al colloquio con la commissione, gli accompagnamenti e l'assistenza sanitaria che già per le passate gestioni erano un punto dolente".
Altro punto dolente, la questione anagrafica. Nonostante le recenti sentenze dei tribunali, nessun Comune sardo ha concesso l'iscrizione ai richiedenti asilo. "Gli ufficiali dell'Anagrafe non vogliono esporsi e le amministrazioni fanno orecchie da mercante. Teniamo presente che in molti Comuni siamo prossimi alle elezioni - conclude Francesca -. A Cagliari inoltre, dopo il passaggio del sindaco Massimo Zedda al Consiglio Regionale, il Comune è stato commissariato e qualsiasi presa di posizione in merito è praticamente impossibile. L'unica strada sarà quella dei ricorsi al giudice".
salto.bz, 21 maggio 2019
Il nuovo carcere, la cui fine dei lavori erano previsti nel giugno del 2016, è ancora ben lontano dalla sua realizzazione. Invece la giunta provinciale deve considerare il progetto una priorità.
"Struttura fatiscente e sovraffollata, il nuovo penitenziario è una priorità". Repetto riaccende i riflettori sul progetto affidato a Condotte: "Si acceleri". La costruzione del nuovo penitenziario di Bolzano deve essere considerata una priorità, visto il degrado della struttura attuale e il sovraffollamento interno, definiti non più tollerabili, che rendono difficili sia le condizioni di vita dei detenuti che quelle di lavoro degli agenti di custodia.
Sandro Repetto, consigliere provinciale del Pd, torna ad accendere i riflettori sulla vicenda della casa circondariale del capoluogo, i cui ritardi sono legati alla situazione economica e giuridica dell'azienda titolare dell'appalto, Condotte spa.
La Casa circondariale di Bolzano da anni ormai è una struttura al limite della fatiscenza, inadeguata e non idonea a garantire la dignità né a chi vi lavora, né a chi vi è detenuto; è stata definita una vergogna da Arno Kompatscher.
In attesa di capire dalla Provincia lo stato attuale del progetto - per il quale si attende il contratto definitivo e l'avvio del cantiere - l'esponente dei democratici sollecita Palazzo Widmann ad attivarsi a favore di "un percorso amministrativo-giuridico" che possa dare inizio quanto prima ai lavori di realizzazione, comunque già "previsti per il 2019".
Nell'interrogazione rivolta alla giunta, per la materia di cui è competente l'assessore Massimo Bessone, Repetto riprende il tema della situazione carceraria sulla quale è attivo in regione anche Fabio Valcanover, avvocato ed esponente dei radicali. "La casa circondariale di Bolzano - ribadisce il consigliere - da anni ormai è una struttura al limite della fatiscenza, inadeguata e non idonea a garantire la dignità né a chi vi lavora, né a chi vi è detenuto; è stata definita una vergogna per la nostra comunità dal Presidente della Provincia Arno Kompatscher, a seguito di una visita all'interno".
Vengono poi ripresi i dati forniti dal ministero della giustizia, aggiornati al 29 gennaio 2019, che secondo Repetto "ne sottolineano e il sovraffollamento (87 posti disponibili, 107 detenuti presenti) nonché la carenza di personale". Mentre per la Polizia penitenziaria gli agenti previsti sono 76, quelli effettivi sono 59, per i funzionari educatori i numeri passano rispettivamente da 2 a 1, per gli amministrativi addirittura da 27 a 9, un terzo. Il consigliere cita inoltre "gli avvocati dell'osservatorio carceri che hanno definito non tollerabile la condizione generale della struttura". "Purtroppo - conclude - la nuova casa circondariale di Bolzano, la cui fine dei lavori erano previsti nel giugno del 2016, è ancora ben lontana dalla sua realizzazione". Per tutte queste ragioni occorre dunque, a suo avviso, attivarsi per dare subito via al cantiere.
torinoggi.it, 21 maggio 2019
Il film "VR Free" del regista Milad Tangshir rivela, attraverso un visore, gli interni della casa circondariale Lorusso e Cutugno. Visibile dal 21 al 24 maggio all'Emergency Infopoint. Quanto sono palpabili i reali limiti imposti alla "libertà" così come noi la concepiamo?
E quanto conta la dimensione di uno spazio fisico, quando il confine tra il dentro e il fori demarca una condizione esistenziale? Sono alcune delle questioni cui sembra rispondere VR Free, documentario del regista iraniano Milad Tangshir, girato con riprese a 360 gradi all'interno della casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, con lo scopo di fari vivere allo spettatore un'esperienza immersiva della realtà del carcere.
Dal 21 al 24 maggio sarà possibile sperimentare in prima persona questo viaggio dentro il centro detentivo presso l'Emergency Infopoint di corso Valdocco 3, dalle 17 alle 19. Attraverso un visore indossato sul viso, ci si calerà per qualche minuto negli ambienti delle Vallette. Come spiega il regista, lo scopo sociale del progetto consiste nello stimolare "una consapevolezza maggiore delle condizioni di vita e della realtà della detenzione, così vicina a noi eppure così poco conosciuta". Girato lo scorso autunno con la collaborazione di Stefano Sburlati, VR Free è uno dei primi quattro contenuti presto fruibili nella nuova app Rai Cinema Channel VR Experience, presentata lo scorso 15 maggio al Festival di Cannes. Il documentario ha beneficiato del bando Under35 Digital Video Contest promosso da Film Commission Torino Piemonte e ha visto un prezioso lavoro sull'audio condotto da Vito Martinelli.
Anche i detenuti sono stati coinvolti nel processo creativo, sperimentando, sempre grazie ai visori, la sensazione virtuale di trovarsi nel mondo "libero". "Abbiamo mostrato loro - racconta Valentina Noya, produttrice del film con l'Associazione Museo Nazionale del Cinema - riprese realizzate in situazioni quotidiane, banali per noi, ma precluse ai detenuti, come una domenica pomeriggio al parco del Valentino o una partita di calcio allo stadio. È stata una sorta di liberazione virtuale, un antidoto alla deprivazione affettiva". Le serate di visione proposte da Emergency si inseriscono nel calendario di LiberAzioni - Festival delle arti dentro e fuori, un insieme di iniziative volte a creare un dialogo tra l'interno e l'esterno dei muri carcerari. La durata media dell'esperienza visiva è di quindici minuti. Partecipazione gratuita con prenotazione obbligatoria alla mail:
Il Giornale, 21 maggio 2019
Alle ore 10.30, presso la sede de "Il Teatro della Moda" (via Rancati 24), si terrà la consegna del ricavato delle vendite all'Associazione "L'altra metà del Cielo" che ha supportato i detenuti nel lavoro di confezione, e offrirà due borse di studio ai detenuti del carcere di Bollate che si sono distinti. L'ultima iniziativa è arrivata dal "Settimo reparto".
Armati di ago, filo, forbice e macchina per cucire, una trentina di loro si sono impegnati a confezionare diverse linee di prodotti artigianali: magliette, accessori, lenzuola e cuscini, tovaglie, grembiuli, presine, porta oggetti e molto altro ancora.
A insegnare ai detenuti le tecniche di taglio e cucito, oltre alla cura e all'attenzione per ogni singolo dettaglio sartoriale, sono stati alcuni docenti de "Il Teatro della Moda", una scuola-laboratorio che riprende in chiave moderna i metodi e le lavorazioni che hanno reso l'Italia capitale della Moda internazionale.
Borse di studio per i detenuti - Ago e filo per rieducare i detenuti e permettere il loro rientro nel mondo del lavoro. Il carcere di Bollate è diventato ormai da tempo una "struttura modello" che punta al reinserimento dei detenuti per restituire alla società persone libere e responsabili. L'obiettivo è produrre più sicurezza. A formare i detenuti, insegnando le tecniche di taglio e cucito, sono stati i docenti del "Teatro della Moda", una scuola-laboratorio pratica e non solo teorica, che propone corsi professionali personalizzati secondo le esigenze e gli obiettivi di ogni allievo. Tutti i capi realizzati in carcere sono stati venduti lo scorso 14 aprile nel "Mercatino di Primavera" organizzato dentro le mura di Bollate per raccogliere fondi a favore dell'Associazione "L'Altra Metà del Cielo". Oggi, invece, presso il "Teatro della Moda" alla presenza delle autorità, alle 10,30 saranno premiati i detenuti che hanno mostrato maggiore dedizione per l'iniziativa, con l'erogazione di due borse di studio.
- Pescara: detenuti minorenni addetto alla digitalizzazione dei documenti del tribunale
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