di Luigi Manconi
Il Foglio, 3 aprile 2015
Mercoledì scorso, nell'aula del Senato, intorno a mezzodì, un brivido ha percorso molte auguste schiene. È stato quando ha fatto irruzione rumorosamente la formula "agente provocatore". Non era la riproposizione, esausta se non folclorica, di un classico della feroce rissosità terzinternazionalista: "Taci, nemico del popolo!", "Taci tu, agente provocatore!". Niente di ciò.
di Alessandro Mantovani
Il Fatto Quotidiano, 3 aprile 2015
Più ombre che luci nel testo approvato dal senato, dalla propaganda governativa a soluzioni che non convincono i pm impegnati sul campo sbattere contro il muro del Pd. di Alessandro Mantovani L'aumento delle pene per mafia, corruzione e altri reati contro la pubblica amministrazione è un ottimo spot per i tweet del "rottamatore" che fu. "Approvata legge # anticorruzione: stretta sui reati di mafia, falso in bilancio, aumentano pene per corruzione Pa # lavoltabuona", cinguettava martedì Matteo Renzi dopo il voto del Senato.
di Andrea R. Castaldo
Il Sole 24 Ore, 3 aprile 2015
Del famoso programma di Ferdinando II di Borbone "Feste, farina e forca", il Governo dimentica i primi due e applica l'ultimo. È quanto emerge dal Ddl licenziato al Senato e in viaggio alla Camera per la definitiva approvazione. Infatti, l'insieme di disposizioni in tema di reati contro la pubblica amministrazione, le associazioni mafiose e il falso in bilancio trova il denominatore comune nel generalizzato aumento delle pene e nella complessiva severità repressiva. L'equazione tra inasprimento delle pene e diminuzione dei reati è però tutt'altro che certa e comunque non automatica come si vorrebbe far credere. Del resto, fin quando la riforma delle leggi penali consisterà nell'inseguire gli umori dell'opinione pubblica, sedandoli con l'illusione del diritto penale come panacea di ogni male, i nodi che asfissiano la legalità quotidiana saranno impossibili da sciogliere. Beccaria già ammoniva sull'illusoria efficacia general-preventiva della pena, se limitata alla sola fase della minaccia e non alla sua applicazione concreta. E uno degli aspetti critici del nostro sistema penale è la tensione dialettica tra due poli contrapposti, che si elidono a vicenda: da un lato, la finalità rieducativa della pena, costituzionalmente imposta, e dunque un diritto penitenziario a essa informato, che ha reso meno afflittiva la sanzione detentiva e incerta nella reale durata; dall'altro, l'implementazione del catalogo dei reati, alcuni dal dubbio sapore offensivo e il generalizzato ricorso al carcere, specie in occasione di emergenze sociali.
di Maria Antonietta Calabrò
Corriere della Sera, 3 aprile 2015
Soro: selezionare le notizie da pubblicare. Gratteri: utili ma va trascritto solo il necessario. "Di fronte al fenomeno, sempre più diffuso, del processo mediatico, emerge con forza l'esigenza di un' adeguata selezione delle notizie da diffondere", in modo che si eviti che finiscano in pasto all'opinione pubblica "spaccati di vita privata (delle parti ma soprattutto dei terzi) del tutto estranei al tema della prova". È il Garante della privacy, Antonello Soro, a scriverlo in una lettera al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in cui chiede che vengano adottate le necessarie misure per "evitare la "pesca a strascico" nella vita degli altri".
di Domenico Cacopardo
Italia Oggi, 3 aprile 2015
Un segnale s'era avuto con l'articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere, una rimasticatura di tutti i luoghi comuni da tempo in circolazione su Massimo D'Alema. Sembrava un attacco gratuito, ma, nei fatti, era una sorta di anticipazione di ciò che sarebbe venuto dopo una settimana: il caso Cpl Concordia-Ischia. Se all'Isola del Giglio naufragò la nave Concordia, a Ischia deraglia, infatti, la cooperativa Cpl Concordia, uno dei colossi emiliani, presente in tutt'Italia e, apprendiamo ora, anche a New York.
Una questione di appalti (la metanizzazione) all'interno di un intenso rapporto corruttivo, per il momento presunto, e, quindi, oggetto di un atto di accusa (e cattura del sindaco Ferrandino). Il tutto inizia con la denuncia presentata (2013) dal presidente del consiglio comunale di Cava dè Tirreni, Antonio Barbuti che ha firma un esposto contro l'aggiudicazione di un lavoro simile alla Cooperativa Cpl Concordia. È facile immaginare che l'attività d'indagine sia consistita nell'intercettazione a tappeto di tutti coloro che operavano nella Concordia e che con la Concordia avevano rapporti.
Attraverso questo metodo è balzato agli occhi dei pubblici ministeri di Napoli quanto era accaduto e stava accadendo tra l'appaltatore e il sindaco Ferrandino. L'ordinanza con la quale la Gip Amelia Primavera dà il via alla fase attuale del procedimento (con varie restrizioni in carcere), mette in rilievo gli elementi di reato e sottolinea, tra l'altro, che "per comprendere fino in fondo e per delineare in maniera completa il sistema affaristico organizzato e gestito dalla Cpl Concordia, appare rilevante soffermarsi sui rapporti intrattenuti tra i vertici della cooperativa e l'esponente politico che è stato per anni il leader dello schieramento politico di riferimento per la stessa Cpl Concordia, che è tra le più antiche cosiddette "cooperative rosse", ovvero l'onorevole Massimo D'Alema".
Certo, si afferma subito che D'Alema è estraneo alle indagini, ma questo non è un "favore" concesso all'uomo politico, ma un deciso e inoppugnabile "disfavore", giacché è la coda avvelenata di un'altra questione a cui è sicuramente estraneo, la metanizzazione di Ischia. Lo definiamo un "disfavore" per le ragioni che sono sotto gli occhi di tutti. I media si sono impadroniti delle intercettazioni che lo riguardavano: conversazioni alle quali non ha mai partecipato, svoltesi tra altri soggetti, nelle quali si faceva il suo nome con riferimento a tre azioni della cooperativa, tre contributi annuali da 20.000 euro alla Fondazione Italiani- Europei, l'acquisto di alcune copie di un suo libro "Non solo euro", l'acquisto di 2000 bottiglie di vino prodotte dall'azienda che gestisce con la moglie.
Non c'è difesa nei confronti di questo metodo: non sei imputato e non puoi difenderti in nessuna sede giudiziaria e non hai strumenti legali di difesa nei confronti di coloro che ricevono l'indiscrezione e la pubblicano, la diffondono e la commentano. Coloro, infatti, che ne scrivono sui giornali e ne parlano sui media esercitano il diritto di cronaca e non c'è barba di giudice in Italia che abbia voglia di intervenire a tutela del "terzo" estraneo al procedimento in corso contro i responsabili della Concordia e il sindaco di Ischia. È inutile soffermarsi sulle distorsioni che provoca il mero metodo delle intercettazioni: finché il parlamento non deciderà di adottare una nuova legge organica che, senza impedire l'uso dello strumento, disciplini le posizioni "estranee", i pubblici ministeri ne dispongono legittimamente e ne disporranno.
Certo, se in alcuni nasce il sospetto che tutto sia stato voluto e che in realtà, la presenza nelle intercettazioni di un nome grosso come quello di D'Alema abbia potuto ingolosire gli inquirenti in vista del clamore mediatico del suo coinvolgimento, questo sospetto va respinto con decisione, insieme a ogni riferimento al curriculum lucano del pm Woodcock, contitolare dell'inchiesta. La questione è un'altra ed è quella posta sul tappeto.
Quello che sembra difficile accettare, è la supina, acritica funzione esercitata dai media, pronti a ripetere e ampliare le scarne (si fa per dire) informazioni diffuse, senza alcuna capacità critica o di riflessione. Per esempio la diffusione dell'istituto della fondazione, come strumento di dibattito e formazione politica, al quale contribuiscono ampiamente, nel mondo, imprenditori più o meno illuminati, più o meno interessati alle evoluzioni del clima politico, più o meno disposti ad aiutare, anche economicamente, coloro che portano avanti idee accettabili e gradite. La valutazione che l'ordinanza della Gip Primavera fa balenare è che il "sistema" (una brutta parola generica che significa tutto e il contrario di tutto, abusata in passato per la costruzione di teoremi, talora confermati, talora crollati) di sostegno a D'Alema e alla fondazione da lui presieduta fosse finalizzato all'ottenimento di aiuti illeciti.
Una tesi tutta da provare, naturalmente. Ma la semplice illazione, per la voce da cui proviene, ha una micidiale sostanza accusatoria, nei confronti della quale non c'è difesa. Gli altri due elementi, l'acquisto del libro e dei vini, sono parvità di materia, "piccolezze" direbbe un osservatore neutrale, sui quali non sembra necessario soffermarsi anche se si sono rivelate utili "ad colorandum".
Intanto, dal palazzo di giustizia partenopeo, filtra l'indiscrezione di un imminente interrogatorio di D'Alema per chiarimenti sul "sistema" e sui benefici che ne avrebbe tratto. Certo come "persona informata sui fatti", ma ciò non attenuerà, anzi accentuerà il "battage" mediatico. Una barbarie per un giurista di scuola anglosassone, difensore dei diritti del cittadino, fra i quali spicca quello alla propria onorabilità. L'assordante silenzio del Pd (e dei vari titolari di fondazioni politico-culturali) in materia non è nuovo e reitera quello del passato. Nessuno che pensi di poter cadere nella medesima inevitabile trappola. Accadrà. Accadrà.
di Liana Milella
La Repubblica, 3 aprile 2015
Giovanni Legnini. Il vicepresidente del Csm promuove la manovra. anti-corruzione: "Ora non si può dire che non ci sono strumenti di contrasto". La manovra anti-corruzione? "È un dato di fatto. Ci sono norme che prima non c'erano". Governo promosso? "Il percorso delle riforme sta andando avanti". Falso in bilancio debole? "È un reato sanzionato più duramente". Le intercettazioni? "Niente bavagli a magistrati e giornalisti".
Il vice presidente del Csm con Repubblica fa il punto sui temi caldi del momento. Arresti per corruzione a raffica.
La politica arranca?
"In questi mesi il quadro è cambiato. Penso ai provvedimenti sull'attività e la funzione dei magistrati, alcune riforme già approvate o in itinere, l'emersione di gravi fenomeni corruttivi, e una grande attenzione dei cittadini sulla lotta al malaffare. Sono temi che consiglierebbero ai titolari di funzioni pubbliche e alla magistratura associata di riposizionare il confronto su basi nuove".
E sarebbe?
"Dopo il voto sul ddl anti-corruzione al Senato e gli altri interventi non si può più dire che il nostro Paese non ha strumenti di contrasto. Il percorso delle riforme sta andando avanti. E io, nella mia piena indipendenza di giudizio, mi sento di darne atto al governo, al Parlamento, al Guardasigilli".
Quindi una promozione?
"Vorrei solo dire che il reato di Auto-riciclaggio prima non c'era e adesso c'è. Il voto di scambio è stato ridefinito. Sul falso in bilancio s'invocava un intervento da più di 10 anni e finalmente è stato approvato un testo. Sulla corruzione si chiedeva maggiore rigore, e si può valutare il ddl come si vuole, ma non c'è dubbio che miri a rendere la lotta più efficace. Potrei continuare sul processo civile e altri temi".
Fermiamoci al falso in bilancio. Vista l'attesa non poteva essere meno frutto di un compromesso?
"Cerco di rispondere alla domanda con una domanda. Quando la norma sarà definitivamente approvata sarà più facile o no combattere le falsificazioni dei bilanci societari finalizzati a costituire fondi neri per gli scopi più vari, anche corruttivi? Questo è il punto, non quale sia la migliore soluzione possibile tra quelle adottabili".
Tre punibilità diverse, con un'anomalia, società quotate intercettabili, le altre no. La Consulta boccerà?
"Quando il trattamento penale differenziato corrisponde a una diversa intensità delle condotte allora una graduazione delle sanzioni è giustificata".
Giustamente lei diceva che bisogna tener conto della pressante richiesta di moralità dell'opinione pubblica. Consentire le intercettazioni non è sintonico?
"La risposta può essere rintracciata dentro la composizione della maggioranza parlamentare, in particolare del Senato".
Intercettazioni. Il Garante chiede una legge per non pubblicabile. Come lo giudica?
"Su questo delicato e controverso tema personalmente mi è chiaro ciò che non bisognerebbe fare, ovvero limitarne l'utilizzo da parte della magistratura e imbavagliare la stampa...".
Ma è quello che si sta cercando di fare, si comincia con le intercettazioni e poi si vieterà qualcos'altro.
"Da diversi anni il valore costituzionalmente garantito della riservatezza personale si è radicato nella cultura dei cittadini. Se si tratta di reprimere reati non c'è riservatezza che tenga. Se questa esigenza non c'è, deve prevalere il principio costituzionale, che è un diritto fondamentale della persona. Ciò vale per la magistratura e vale per la stampa".
Lei andrà ancora in piazza per qualche manifestazione. La gente vuole sapere o no come si comportano i politici con le imprese?
"Premesso che la mia attuale funzione non mi consente un eccessiva frequentazione della piazze, che peraltro ho sempre ascoltato con interesse, penso che tale esigenza vada soddisfatta con gli strumenti dell'ordinamento. Se c'è un reato si persegue, se non c'è devono funzionare le norme su trasparenza e prevenzione".
Il caso D'Alema, già suo compagno di partito. Come giudica la sua reazione furibonda contro i giudici?
"Mi ci vede quale vice presidente del Csm a polemizzare con le personalità politiche o a commentare le loro reazioni? Sul merito ho già detto pubblicamente ciò che penso e lo ribadisco. È maturo il tempo di una legge sulle intercettazioni che non imbavagli nessuno, ma che tuteli la riservatezza delle persone non indagate, e anche le persone indagate per fatti che esulano dall'oggetto dell'indagine".
La politica è tuttora molto aggressiva contro la magistratura. Ricorda un po' Berlusconi. Non preferirebbe più rispetto per le decisioni dei giudici?
"Non condivido la parte assertiva della domanda. Quanto al quesito, certo che preferisco una politica che rispetta le decisioni dei giudici. Anzi, è necessario un mutamento di clima tra magistratura e potere politico nella direzione di un rapporto meno conflittuale e teso a individuare le riforme per far sì che la giustizia non sia più un handicap per il sistema Paese, ma un fattore di evoluzione etica e di crescita economica. E occorre ascoltare di più la magistratura quando chiede più personale, coperture degli organici e risorse. Su questo il governo è in ritardo".
Ristretti Orizzonti, 3 aprile 2015
"Noi guardiamo i pochi detenuti presenti qui a Castelfranco con una certa invidia. Loro usciranno quando avranno scontato la pena, nessuno chiederà loro dove andranno e cosa faranno. Noi dovremo, invece, dimostrare di avere un lavoro e una casa. Con i pregiudizi che ci riguardano, ma chi ce lo dà un lavoro o una casa dopo anni di detenzione?". Chi parla è un internato nella casa lavoro di Castelfranco Emilia (Mo) e le sue parole sono state citate da un avvocato nel corso della conferenza stampa di presentazione degli atti del convegno intitolato "Poveri o pericolosi?", che si è svolto a Castelfranco il 20 ottobre 2013.
È passato un anno e mezzo e la situazione non può dirsi migliorata. La Casa lavoro di Castelfranco ospita un centinaio di internati e meno di dieci detenuti; questi ultimi sanno quando finirà la pena, i primi la pena l'hanno già scontata ma vengono ritenuti "socialmente pericolosi" e su di loro grava una "misura di sicurezza" aggiuntiva, che risale al Codice Rocco del 1930. In pratica, gli internati - senza casa, senza lavoro, senza una famiglia in grado di accoglierli - restano reclusi a tempo indeterminato. "Ergastolo bianco" è l'espressione che spesso viene utilizzata per definirli.
Quella di Castelfranco è una delle quattro strutture aperte in Italia. Del centinaio di internati, circa 15 sono stranieri, nessuno è residente in Emilia-Romagna. Da anni il Comune - alla conferenza stampa sono intervenuti il sindaco, Stefano Reggianini, e l'assessore Giovanni Gargano - chiede un ripensamento sulla struttura carceraria presente nel suo territorio per ciò che non ha funzionato rispetto alle aspettative. Chiede al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) una scelta netta: o un forte investimento per dare concretezza all'espressione "casa lavoro" o il superamento di questa esperienza.
E oggi avanza la preoccupazione che la chiusura degli Ospedali psichiatrico giudiziari (Opg) possa scaricarsi anche su strutture come questa, giudicate inadatte alla presa in carico di problematiche così complesse. Piuttosto, secondo Desi Bruno, Garante regionale dei detenuti, "il superamento degli Opg va preso a punto di riferimento per praticare il tante volte enunciato principio della territorialità della pena, trasferendo gli internati alle regioni di appartenenza". Bruno ha poi detto che il 15 aprile incontrerà il nuovo capo del Dap, Santi Consolo, per chiedere che vengano mantenuti gli impegni che il suo predecessore aveva espresso proprio nel corso del convegno di Castelfranco Emilia dell'ottobre 2013, e che sono agli atti.
"È necessario ridare speranza a tutti gli internati ai quali non viene riconosciuto il diritto di sapere né quando né se potranno riacquistare la propria libertà", ha spiegato la Garante. La quale, rifacendosi alla nuova legislazione sugli Opg, ha aggiunto che "non sarebbe comprensibile la previsione di una durata massima per la misura di sicurezza prevista per gli infermi e per i seminfermi di mente, ma non per i soggetti reclusi nelle Case lavoro". Ai vertici del Dap recentemente rinnovati si chiede di non rimandare ulteriormente "una decisione i cui contorni sono da tempo chiari, e l'aver superato il problema del sovraffollamento delle carceri apre possibilità maggiori che in passato".
Le Case di Lavoro "rappresentano il conclamato fallimento della funzione rieducativa della pena- ha aggiunto- e forniscono una risposta di tipo esclusivamente segregante a domande che possono trovare risposta assistenziale e sanitario". In particolare, "a Castelfranco Emilia manca il lavoro, ovvero il presupposto stesso di esistenza dell'Istituto, nonostante il ricco patrimonio agrario e laboratoriale a disposizione, da anni del tutto inutilizzato". Le potenzialità enormi della struttura carceraria e il senso di spreco che ne deriva sono stati sottolineati da tutti i soggetti intervenuti alla presentazione degli atti del convegno.
Alla conferenza stampa, questa stamattina nella Sala Consigliare del Comune, hanno partecipato anche Patrizia Tarozzi (direttore Ufficio esecuzione penitenziaria di Modena), Paola Cigarini (presidente Conferenza regionale volontariato), Gianpaolo Ronsisvalle (Camera penale di Modena), Giuseppe Basellis (Centro servizi volontariato Modena).
La Nazione, 3 aprile 2015
"L'introduzione del reato di omicidio stradale è una battaglia di grande civiltà sulla quale il governo ha messo la faccia. Stia tranquillo che la condurremmo in porto il testo nei tempi previsti. Ritardare sarebbe un danno per tutti".
Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia, non ha dubbi: se si vuole creare un deterrente efficace allo spaventoso fenomeno delle vittime della strada, occorre cambiare le norme sul tema e farlo al più presto.
"Vede - racconta alla Nazione che si è fatta promotrice di questa campagna di sensibilizzazione - oggi il nostro codice per la guida in stato di ebbrezza o dopo l'assunzione di droghe prevede già pene severe che vanno da un minimo di 3 anni a un massimo di 10".
Però...
"Però, fra attenuanti e cavilli raramente chi uccide al volante va in carcere. Per questo stiamo spingendo per introdurre nel codice l'omicidio stradale che, in quanto reato autonomo, non solo farà da deterrente ma non potrà più essere oggetto del bilanciamento con altre attenuanti".
E poi cosa chiedete?
"Chiediamo di inasprire le pene minime per questo tipo di reato".
Perché?
"Perché nell'applicarle il giudice parte spesso dal basso, cosicché, per effetto delle attenuanti generiche o di altro, fin qui la pena è venuta spesso a mancare. Vogliamo cambiare le cose sul serio".
Nel testo l'omicidio stradale è rimasto un reato colposo...
"Ed è un bene che sia così. Se lo stabilissimo doloso, dovremmo introdurre dei criteri probatori molto complessi. Stabilire il dolo, insomma, diverrebbe più difficile, con il rischio di ottenere l'effetto opposto".
Una legge del genere può incontrare problemi con l'Europa?
"Io non vedo problemi. Alcuni Paesi hanno già normative molto più severe delle nostre, il testo reggerà tranquillamente all'impatto. Anzi: noi dovremmo guardare di più all'Europa".
In che senso?
"Nel senso che dovremmo guardare all'Europa anche per quanto riguarda prevenzione. Noi in un anno facciamo un milione e 400 mila controlli sulla strada, la Francia ne fa 6 milioni. Dovremmo aumentarli per forza anche noi".
Riassumendo, qual è la sua ricetta per fermare la strage degli innocenti sulle strade?
"Introdurre l'omicidio stradale come reato e l'ergastolo della patente; alzare le pene minime sulla materia; punire penalmente anche altri condotte gravi come l'alta velocità nei pressi delle scuole; dare vita a una grande campagna di sensibilizzazione: solo sapendo a cosa si va incontro ci si può salvare".
di Maurizio Fontana
Osservatore Romano, 3 aprile 2015
"Il Giovedì santo di Papa Francesco a Rebibbia sarà importante per i detenuti, ma forse ancora di più per chi è fuori". Sorride don Pier Sandro Spriano, cappellano del carcere romano, consapevole dell'affermazione un po' spiazzante. Dietro l'apparente paradosso si nasconde quello che per lui è l'aspetto più importante della messa "in coena Domini" che il Pontefice celebra nel pomeriggio di giovedì 2 aprile. "I cristiani - spiega al nostro giornale - non hanno ancora compreso che anche all'interno del carcere c'è una Chiesa. Non una chiesa di mattoni, ma una Chiesa di uomini e donne, che prega, celebra, riflette, ascolta la parola di Dio e vorrebbe annunciare all'esterno il concetto di giustizia che esprime il Vangelo".
Non l'"occhio per occhio, dente per dente" al quale si fa riferimento nel mondo comune. Invece "la giustizia del Vangelo pensa a punire se è necessario, ma nel contempo anche a salvare il colpevole". Venticinque anni (su cinquanta di sacerdozio) di servizio pastorale all'interno del carcere hanno consolidato in lui una convinzione: "Se oltre a punire chi commette un reato, io non lo curo, questa persona tornerà a delinquere più di prima".
Per questo spera che da questa celebrazione emerga un "segnale forte per dire che il reato, il male, non annulla la possibilità di essere cristiani, ma nemmeno annulla la possibilità di essere annunciatori di una giustizia nuova, così come la predica il Vangelo".
E il primo scopo della giustizia evangelica è quello di "ricomporre", di "ricostruire" la persona. Proprio a questo si dedica il gruppo guidato da don Spriano: quattro cappellani ufficiali, tredici preti volontari, ventidue seminaristi e un centinaio di volontari della Caritas (sono quelli del Vic, Volontari in carcere, fondato dallo stesso cappellano).
Ai detenuti viene proposto un cammino celebrativo di preghiera e di catechesi: si pensi che in carcere c'è una partecipazione alla messa del trenta per cento. Quello dei volontari cattolici è un lavoro prezioso nella complessa realtà di Rebibbia: quattro istituti penitenziari, tre maschili e uno femminile, circa 1.900 uomini e 350 donne, il 36 per cento dei detenuti è straniero (da un'ottantina di Paesi). Sono più di quanti il carcere potrebbe accogliere, ma secondo il cappellano il sovraffollamento non è il primo dei problemi.
Quello vero è che ci si accontenta di seguire solo il dettato della Costituzione, che impone, per un certo tempo, di allontanare dalla società chi ha commesso dei reati. Ma per il recupero delle persone, il carcere fa poco. Ecco allora che diventa fondamentale la presenza della Chiesa. "Noi - ci spiega - riusciamo a confrontarci con la singola persona affinché questa possa essere, come dice la legge, stimolata a rivedere il suo passato deviante".
In questo i volontari sono aiutati anche dal fatto di non avere obblighi istituzionali: non partecipano ai consigli di disciplina, non danno giudizi al magistrato. I detenuti lo sanno. E trovano in loro un appiglio, la possibilità di una speranza. Parte allora il dialogo. A volte si avviano conversioni. Si tenta di ricucire, di ricomporre i cocci. La realtà del carcere, sembra quasi banale ricordarlo, è devastante per la persona. Don Spriano entra un po' nel dettaglio: "Qui si vive in un impianto che non è fatto per riconciliare.
È fatto per punire. Violenze gratuite, rapporti disciplinari, il dover stare chiusi e non poter decidere niente per conto proprio, il sovraffollamento che crea la fatica del convivere". Su tutto domina la solitudine. Le carceri sono stracolme, le celle accolgono molti più detenuti di quanto dovrebbero, ma in questo affollamento "la solitudine è uno dei problemi fondamentali del carcerato". Proprio pochi giorni fa, a Rebibbia un detenuto si è suicidato.
"I suicidi in carcere - spiega il sacerdote - dipendono dalla condizione spirituale della persona. A volte ci sono problemi psichici, a volte non si regge la frattura di aver perso la famiglia, o il colpo di una condanna all'ergastolo. Ci sono delle condizioni che il carcere esaspera proprio per la solitudine in cui si vive. Qui nessuno riesce a impostare veri rapporti amicali. Ci può essere aiuto reciproco, cameratismo, ma fondamentalmente si è portati a badare al proprio interesse, alla sopravvivenza".
E se si pensa alle famiglie la realtà è altrettanto triste: "La maggioranza si perde. Mancano i contatti, manca un rapporto costante: ci sono solo quattro ore al mese di colloqui. Durante i quali non puoi dare neanche una carezza a tua moglie. Tutto questo è molto difficile da sostenere". Eppure, ci dice ancora il cappellano, per accordare i benefici di legge ai detenuti, la cosa più importante che viene valutata è proprio il loro rapporto con la famiglia. La constatazione di don Pier Sandro è amara: in questo sistema, a chi commette un reato non si infligge solo la pena prevista della privazione della libertà, ma, in maniera del tutto gratuita, "vengono tolti anche altri diritti fondamentali come quelli all'affettività, alla privacy, o quello alla salute". Quella sanitaria - p u re in un carcere come Rebibbia considerato dagli stessi reclusi "a sei stelle" - è infatti un'emergenza assoluta.
"Tante volte noi volontari - ci rivela il cappellano - dobbiamo comprare medicinali salvavita che la Asl non riesce a garantire". E continua: "La quantità di infarti di persone giovani deriva chiaramente dalla mancanza di movimento. Senza contare che la forzata convivenza con troppi favorisce la diffusione di malattie come la tubercolosi o la scabbia". E all'igiene spesso devono provvedere i volontari: si pensi, ci dice il sacerdote, "che ogni detenuto avrebbe diritto a un rotolo di carta igienica ogni due mesi".
Tutto questo "fa perdere non solo il gusto del vivere, ma anche i valori". Don Spriano tiene a specificare di non volere colpevolizzare i responsabili e il personale delle carceri italiane: non mancano persone meritevoli e lodevoli. Il punto è un altro: "È l'intero sistema carcerario che, così come è impostato, è fallimentare". Ma anche fuori dal carcere la mentalità non sembra essere differente: "Fuori l'ex detenuto è detenuto per sempre.
Non ti si apre più nessuna porta. La società è diffidente al massimo e ti costringe in un angolo, anche se hai voglia di ricominciare". Ecco allora più chiaro l'apparente paradosso con cui don Spriano ha iniziato il nostro colloquio: questa messa celebrata a Rebibbia servirà sicuramente ai detenuti come segno di speranza, ma probabilmente, conclude il cappellano, "sarà più utile fuori da queste mura, a chi sta al di là delle sbarre".
di Nicola Biondo
Il Fatto Quotidiano, 3 aprile 2015
Si chiama "Convenzione". È un testo di sei pagine con 10 punti, siglato nel 2010 e rivelato nel 2014 in Commissione Antimafia. Il suo obiettivo è lo "scambio di informazioni anche contenute negli archivi" tra l'amministrazione penitenziarie e l'Aisi. Un accordo che esclude la magistratura, tenuta all'oscuro da ogni attività degli 007 che acquistano maggiore potere per entrare nelle celle rispetto a quello concesso dall'accordo siglato da Mori
Il titolo è di basso profilo, in pieno stile burocratese: "Convenzione". Un testo di appena sei pagine composto da 10 punti. La sua missione è semplice: "Scambio di informazioni anche contenute negli archivi" tra l'amministrazione delle carceri (Dap) e il Servizio segreto civile (Aisi).
In realtà si tratta di un passe-partout universale che consegna agli 007 le chiavi di un enorme patrimonio informativo senza alcun limite e controllo. Un accordo così riservato ed esclusivo che esclude la magistratura inquirente che va tenuta all'oscuro da ogni attività dei Servizi nelle carceri. Un protocollo riservato applicato tra i primi ad un boss di mafia testimone nel processo di Palermo sulla Trattativa.
Ad avere siglato la Convezione sono stati il generale Giorgio Piccirillo - ex direttore dell'Aisi - e Franco Ionta, ex numero uno del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Era il 10 giugno 2010.
Ecco l'incipit dell'accordo: "Le parti si impegnano a realizzare un costante scambio informativo per lo svolgimento, in collaborazione, di attività istituzionali dei contraenti nonché per favorire la ricerca informativa nei settori di competenza e lo scambio delle informazioni in proprio possesso...".
La base giuridica a cui la "Convenzione" fa riferimento è la legge di riforma dei servizi del 2007. E fin qui tutto bene. Ma è il punto "8" che disegna un regime di assoluta esclusività di questo accordo. "Ciascuna delle parti si impegna a non trasmettere a terzi né a divulgare le informazioni e i documenti di cui sopra senza il preventivo consenso dell'altra parte". È un diritto di veto che tutela soprattutto i Servizi, obliterando quelle informazioni agli occhi della magistratura o di una commissione parlamentare, lasciandoli all'oscuro su quello che succede nelle carceri e sul flusso informativo che da lì parte.
L'accordo Dap-Aisi viene rivelato nel gennaio 2014 in Commissione Antimafia nell'ambito di un'inchiesta sulla tenuta del 41bis. A farne cenno fu l'allora direttore delle carceri Giovanni Tamburino che tentò di farsi scudo del punto 8 della Convenzione, ingaggiando con la Presidente Rosy Bindi un vero e proprio duello.
Presidente: "Vorremmo averne una copia".
Tamburino: "Attore della convenzione non è solo il dipartimento, ma anche l'Aisi".
Presidente: "Lo chiederemo anche all'Aisi la prossima settimana, ma credo sia già importante acquisire la sua disponibilità, che peraltro non ci può essere negata".
Tamburino: "Non devo offrire nessuna disponibilità, che non può essere negata. Dicevo solo che, essendo la controparte pubblica l'Aisi...".
Presidente: "...ritiene che sia scontato che l'avremo. La ringraziamo."
Ma a quali detenuti è stata "applicata" la "Convenzione"? Secondo Tamburino non più di sei aggiungendo che "nessuno di questi casi potesse riguardare casi di eversione interna o di criminalità organizzata interna". Ma le cose sono andate diversamente. Secondo le indagini della Procura di Palermo - nell'ambito della trattativa Stato-Mafia - l'Aisi sulla base della "Convenzione" ha attenzionato nel 2012 Rosario Cattafi, boss al 41bis, trait d'union tra mafia, imprenditori e pezzi dello Stato. Prima che Cattafi riuscisse a parlare con i magistrati, diventando testimone nel processo Trattativa, l'Aisi - applicando la Convenzione - ha "anticipato" le indagini della Procura palermitana inoltrando una richiesta al Dap per conoscere la situazione carceraria del boss, le persone con cui parla, i colloqui ottenuti da detenuto. Il perché rimane un mistero: a cosa potevano servire quelle informazioni? Quella richiesta sarà definita dallo stesso Tamburino irrituale e inspiegabile nell'interrogatorio reso ai pm di Palermo. Il caso di Cattafi è rimasto l'unico?
Chi indaga sottolinea la precisa sovrapposizione tra la convezione e "l'operazione Farfalla", una joint venture tra il Dap e il Sisde - sotto la direzione di Mario Mori - datata 2004, sulla quale si sono appuntate le critiche (assai timide) del Copasir, l'organismo parlamentare di controllo dei servizi, con una relazione licenziata l'altro ieri. Anche in quel caso le penetrazioni non ortodosse degli 007 dovevano, come per la "Convenzione", essere blindate alla magistratura. Ma se l'"operazione Farfalla" che metteva sotto osservazione otto detenuti di mafia al 41bis a detta del Copasir "è stata costruita solo sulla base di conoscenze personali tra i rispettivi dirigenti e direttori degli enti e non sulla base di regole precise, concordate e codificate, risultando fallimentare", la "Convenzione" stabilizza quello che era l'obiettivo dell'"operazione Farfalla", entrare nelle carceri senza alcun limite.
Ma come avviene lo scambio di informazioni tra "barbe finte" e Dap? Il braccio operativo della Convezione è il Nic - nucleo investigativo centrale all'interno del Dap - che, secondo l'ex-direttore Tamburino, "dispone di una sala situazione... la convenzione prevede una collaborazione da parte di questa sala situazione con l'agenzia per sue esigenze di intelligence". Celle aperte agli 007 dunque con la Convezione targata Dap-Aisi. In barba, è il caso di dire, alla legge.
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