www.riviera24.it, 3 aprile 2015
Ci sono poi molti detenuti con problemi mentali: "il carcere di Sanremo non deve essere trasformato in ospedale psichiatrico - specifica Lorenzo, che poi aggiunge - inoltre è presente nelle celle un detenuto di 200 chili ed uno molto anziano.
"Noi stiamo denunciando a voce grossa che quello di Sanremo è diventato il carcere più invivibile d'Italia. Ogni giorno ci sono molti eventi critici". Non usa mezzi termini Michele Lorenzo, segretario nazionale de Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe) per descrivere la situazione del penitenziario matuziano di Valle Armea.
Oggi il sindacalista era li per un incontro con il direttore della struttura Francesco Frontirrè, a seguito di una serie di "eventi critici" che funestano, sembra a scadenza quasi giornaliera, il carcere sanremese, i suoi detenuti e soprattutto gli agenti della Penitenziaria. Tra gli ultimi episodi più eclatanti si segnala poi il suicidio del pluriomicida Bartolomeo Gagliano, avvenuto il 22 gennaio scorso.
Ci sono poi molti detenuti con problemi mentali: "il carcere di Sanremo non deve essere trasformato in ospedale psichiatrico - specifica Lorenzo, che poi aggiunge - inoltre è presente nelle celle un detenuto di 200 chili ed uno molto anziano, entrambi incompatibili con questo tipo di detenzione - prosegue il Lorenzo - Ogni giorno il nostro personale subisce aggressioni sia verbali che fisiche. Ultimamente due nostri colleghi sono stati ricoverati al pronto soccorso per lesioni. Abbiamo un aumento spropositato , e non ne capiamo ancora il perché, di questi eventi critici. La gestione della Polizia Penitenziaria è allo sbando, manca di punti di riferimento, e noi abbiamo chiesto un'ispezione ministeriale. Abbiamo chiesto al direttore di azzerare tutto, bisogna ripartire da zero. Mancano di tutte le dotazioni e i presidi per gestire i detenuti nonché per la sicurezza degli agenti. È inconcepibile che tutto ciò accada nel nel 2015".
Ansa, 3 aprile 2015
"Un detenuto italiano di 45 anni, originario di Genova, in permesso per 5 giorni non ha fatto rientro ieri nel carcere di Asti, dov'era ristretto per reati di droga, ed è quindi da considerarsi evaso". Ne da notizia il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. "Questo è un evento che purtroppo si può verificare, anche se la percentuale dei detenuti ammessi a fruire di permessi all'esterno che non fa poi rientro è minima", commenta Donato Capece, segretario generale del SAPPE.
Capece evidenzia infine che anche il grave episodio del mancato rientro del detenuto in carcere ad Asti è "sintomatico del fatto che le tensioni e le criticità nel sistema dell'esecuzione della pena in Italia sono costanti. E che a poco serve un calo parziale dei detenuti, da un anno all'altro, se non si promuovono riforme davvero strutturali nel sistema penitenziario e dell'esecuzione della pena nazionale".
Il Mattino, 3 aprile 2015
Papa Francesco è andato in visita alla casa circondariale Nuovo Complesso Rebibbia di Roma dove, nella chiesa "Padre Nostro", celebrerà la messa "in coena Domini" del Giovedì Santo, inizio del Triduo Pasquale. Durante la cerimonia il pontefice ha compiuto il rito della lavanda dei piedi a sei detenuti e sei detenute, per metà stranieri. I dodici a cui il Papa ha lavato i piedi durante la messa sono due detenute nigeriane (una del nido), una congolese, due italiane e un'ecuadoregna, e inoltre un detenuto brasiliano, un nigeriano e quattro italiani. Nella chiesa il Papa ha incontrato 150 donne detenute (comprese 15 mamme con bambini) e 150 detenuti. Papa Francesco, nel cortile del carcere romano di Rebibbia, ha salutato e baciato uno ad uno i detenuti che lo attendevano a centinaia. Il Papa ha stretto le mani dei detenuti, li ha abbracciati, ha scambiato con loro baci sulle guance e parole di conforto e di incoraggiamento. Ad accompagnarlo lungo la transenna è stato il cappellano di Rebibbia, don Pier Sandro Spriano, da cui è partito l'invito per la visita accolto dal Pontefice, che gli ha parlato delle situazioni e delle provenienze di alcuni dei reclusi. I detenuti si sono mostrati molto sorridenti e hanno spesso applaudito il Papa.
"W papa Francesco. Benedici chi non c'è più", con una foto e la scritta "Davide". Il Papa ha benedetto un cartellone con la foto di un detenuto scomparso, mostratogli dai reclusi che ha salutato. Tra scene di grande affetto, i reclusi - tra cui molti stranieri - hanno anche gridato "Viva il Papa". "Grazie per la calorosa accoglienza. Grazie tante", ha detto il Papa salutando i detenuti incontrati nel cortile.
Fuori dalla chiesa Francesco ha salutato anche il personale della Polizia Penitenzieria, il personale amministrativo e i volontari. Ad accogliere il Papa, oltre al cardinale vicario di Roma Agostino Vallini, c'erano anche i cappellani del carcere don Pier Sandro Spriano, don Roberto Guernieri, padre Moreno Versolato e don Antonio Vesciarelli. Il papa è entrato poi in processione nella chiesa "Padre Nostro" del carcere per celebrare la messa. Entrando, è stato subito circondato dall'affetto dei detenuti presenti, che lo hanno avvicinato per salutarlo, toccarlo, stringergli le mani. Concelebrano con il Papa, tra gli altri, il cardinale vicario di Roma, Agostino Vallini, e l'arcivescovo Angelo Becciu, sostituto presso la Segreteria di Stato.
Il polo penitenziario di Rebibbia ospita circa 2.100 detenuti, di cui 350 donne. Francesco è il terzo Papa che si reca in visita al carcere di Rebibbia, dopo Giovanni Paolo II il 27 dicembre 1983 (quando ebbe un colloquio con il suo attentatore Alì Agca) e Benedetto XVI il 18 dicembre 2011.
"Pregate perché Dio lavi le mie sporcizie". "Anche io ho bisogno di essere lavato dal Signore: e per questo pregate, durante questa messa, perché il Signore lavi le mie sporcizie, perché io diventi più schiavo di voi, più schiavo nel servizio alla gente, come è stato Gesù". È quanto ha detto papa Francesco ai detenuti di Rebibbia nell'omelia della messa col rito della lavanda dei piedi.
"Io laverò oggi i piedi di dodici di voi, ma in questi fratelli e sorelle ci siete tutti voi, tutti, tutti, tutti quelli che abitano qui. Voi rappresentate loro", ha detto il Papa. Durante l'omelia, Francesco ha spiegato quanto fece Gesù con i discepoli, "che non capivano", lavare loro i piedi. "In quel tempo - ha ricordato - questo era un'abitudine, perché la gente quando arrivava ad una casa aveva i piedi sporchi di polvere del cammino. Non c'erano i sampietrini in quel tempo - ha scherzato - e c'era la povere del cammino e all'entrata della casa all'ospite gli si lavava i piedi". "Ma questo non lo faceva il padrone della casa - ha proseguito -, lo facevano gli schiavi, era lavoro di schiavi e Gesù lava come uno schiavo i nostri piedi, i piedi dei discepoli, e per questo dice a Pietro "ciò che io faccio tu ora non lo capisci". È tanto l'amore di Gesù che si è fatto schiavo per servirci, per guarirci, per pulirci".
"Oggi in questa messa - ha spiegato ancora il Papa - la Chiesa vuole che il sacerdote lavi i piedi di dodici persone, memoria dei dodici apostoli. Ma nel cuore nostro dobbiamo avere la certezza, dobbiamo essere sicuri che il Signore quando ci lava i piedi, ci lava tutti, ci purifica. Ci fa sentire un'altra volta il suo amore".
"Nella Bibbia - ha aggiunto - c'è una frase, nel profeta Isaia, tanto bella: "ma può una mamma dimenticarsi di un suo figlio? Se una mamma si dimenticasse del suo figlio io mai mi dimenticherò di te". Così è l'amore di Dio per noi". Il Pontefice ha anche ricordato che "Gesù ci amò, Gesù ci ama, ma senza limite, sempre fino alla fine.
L'amore di Gesù per noi non ha limiti. Sempre di più, sempre di più. Non si stanca di amare, con nessuno, ama tutti noi, al punto di dare la vita per noi. Sì dare la vita per noi, sì dare la vita per tutti noi, dare la vita per ognuno di noi, e ognuno di noi può dire dà la vita per me, ha dato la vita per ognuno con nome e cognome, e il suo amore è così, personale". "L'amore di Gesù non delude mai - ha concluso il Papa rivolto ai detenuti -. Perché lui non si stanca di amare, come non si stanca di perdonare, non si stanca di abbracciarci".
Adnkronos, 3 aprile 2015
"Ho cinquanta piante di marijuana sul terrazzo ma nessuno mi arresta. È strano in un Paese che ha nelle carceri tante persone che hanno fatto molto meno in questo campo", ironizza Rita Bernardini, segretaria dei Radicali italiani, a margine della presentazione alla stampa di un disegno di legge del Movimento 5 Stelle per la legalizzazione della coltivazione di canapa limitata a 4 piante per uso personale.
"Ieri abbiamo cominciato la quarta azione di disobbedienza civile - spiega Bernardini - e sul mio terrazzo sono state piantate oltre 50 piante. L'abbiamo fatto con l'associazione "La piantiamo" che da anni si batte per l'accesso ai farmaci cannabinoidi. La cosa incredibile è che nei miei confronti non succede nulla. È passato più di un anno da quando ho fatto la consegna a Foggia di circa 142 grammi di cannabis coltivati sul mio terrazzo. Ho consegnato il filmato alla procura della Repubblica, naturalmente autodenunciandomi.
Sono andata dopo un anno, a febbraio scorso, a chiedere se fossi stata iscritta nel registro degli indagati e mi hanno detto di no", dice Bernardini ricordando di aver cominciato a fare disobbedienza civile dal 1995. Purtroppo, dice Bernardini, "del tema non si parla nonostante la stessa Direzione nazionale antimafia si sia pronunciata, con dati concreti, a favore della legalizzazione. Questa notizia non ha avuto spazio ma avrebbe potuto scatenare un dibattito".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 3 aprile 2015
Nell'ultimo anno sono state decise almeno 2.500 esecuzioni capitali: ma in molti paesi i numeri sono coperti da segreto. Crescono le condanne a morte nel mondo. A denunciarlo è Amnesty International attraverso un rapporto che riguarda l'uso giudiziario della pena di morte nel periodo che va da gennaio a dicembre 2104.
Come negli anni precedenti, le informazioni sono state raccolte da diverse fonti, inclusi dati ufficiali, informazioni provenienti dagli stessi condannati a morte nonché dai loro familiari e rappresentanti legali, rapporti di altre organizzazioni della società civile e i resoconti dei mezzi di comunicazione. Amnesty International riporta esclusivamente esecuzioni, condanne a morte e altri aspetti legati all'uso della pena di morte, come commutazioni o proscioglimenti, che possono essere ragionevolmente confermate. In molti paesi i governi non rendono pubbliche le informazioni riguardo il proprio uso della pena di morte, rendendo molto difficile confermare tali dati. In Bielorussia, Cina e Vietnam i dati relativi alla pena di morte sono classificati come segreto di stato. Durante il 2014 sono state poche o nulle le informazioni su alcuni paesi - in particolare Eritrea, Malesia, Nord Corea e Siria, a causa delle pratiche statali restrittive e/o della instabilità politica. Pertanto - si legge nel rapporto - i dati di Amnesty International sull'uso della pena di morte sono da considerar-
si valori minimi. Nel 2014 Amnesty International ha registrato le esecuzioni in 22 paesi, lo stesso numero del 2013. Almeno 607 esecuzioni hanno avuto luogo nel mondo, un calo di quasi il 22% rispetto al 2013. Come in anni precedenti, questa cifra non comprende il numero di persone messe a morte in Cina, dove i dati sulla pena di morte sono coperti dal segreto di stato. Almeno 2.466 persone sono state condannate a morte nel 2014, un aumento del 28% rispetto al 2013.
Questo aumento è dovuto in larga parte a picchi estremi di condanne a morte in Egitto e Nigeria, dove i tribunali hanno inflitto condanne di massa contro decine di persone in alcuni casi. Un numero allarmante di Paesi che hanno usato la pena di morte nel 2014 lo hanno fatto in risposta a minacce reali, o percepite come tali, alla sicurezza dello stato e alla sicurezza pubblica, poste dal terrorismo, dalla criminalità o dall'instabilità interna.
La Cina ha usato la pena di morte come strumento di repressione nella campagna "Colpisci Duro" che le autorità hanno definito come risposta contro il terrorismo e la criminalità violenta nella regione autonoma uighura dello Xin-jiang.
Durante l'anno, sono state messe a morte almeno 21 persone per tre distinti attentati, mentre tre persone sono state condannate a morte in un processo pubblico di massa tenutosi in uno stadio, di fronte a migliaia di spettatori), c'è l'Iran (289 le esecuzioni rese note dalle autorità e almeno 454 non riconosciute), seguito dall'Arabia Saudita (con almeno novanta esecuzioni), l'Iraq (con almeno 61 condanne eseguite) e gli Stati Uniti, dove le persone giustiziate sono state 35 (quattro in meno rispetto al 2013). Arabia Saudita, Corea del Nord e Iran, tra le altre cose, sono i governi hanno continuato a usare la pena di morte come strumento per sopprimere il dissenso politico.
Fra quelli che Amnesty definisce "i falsi motivi" addotti dai governi per l'utilizzo della pena capitale, infatti, ci sono la sicurezza interna, la lotta al terrorismo e il contrasto alla criminalità comune. In un quadro di una generale, seppur graduale diminuzione del ricorso alla pena di morte, a parte gli esempi in controtendenza di Egitto e Nigeria, le esecuzioni sono riprese in paesi quali Pakistan (dopo l'orribile attacco dei talebani contro una scuola di Peshawar.
E nei primi mesi del 2015 è stato registrato un alto livello di esecuzioni) e Giordania, in cui fino al 2013 erano vigenti delle moratorie (proprio a dicembre la Giordania ha posto fine a una moratoria che durava da otto anni mettendo a morte 11 condannati per omicidio nel dichiarato intento di porre fine a un'ondata di criminalità).
Sempre nel rapporto, Amnesty dichiara che non ci sono prove che la pena di morte sia un deterrente migliore contro la criminalità di una condanna al carcere. Quando i governi presentano la pena capitale - si legge sempre nel rapporto - come una soluzione alla criminalità o alla mancanza di sicurezza, essi non solo stanno ingannando la gente ma i stanno perdendo tempo nel prendere i provvedimenti necessari per realizzare l'obiettivo dell'abolizione della pena di morte riconosciuto nel diritto internazionale.
Molti degli stati che mantengono la pena di morte hanno continuato ad usarla contravvenendo al diritto e agli standard internazionali. Processi iniqui, "confessioni" estorte con la tortura o altri maltrattamenti, l'uso della pena di morte contro minori e contro persone con disabilità psichiche o intellettivi e per reati diversi dall'omicidio "volontario" hanno continuato caratterizzare in modo preoccupante l'uso della pena di morte nel 2014.
Il rapporto però conclude con una nota positiva. Nonostante tutto, il mondo continua a progredire verso l'abolizione. Ad eccezione dell'Europa e della regione
dell'Asia centrale, dove la Bielorussia - il solo paese della regione dove vengono messi a morte i condannati - ha ripreso le esecuzioni dopo una interruzione di 24 mesi Amnesty International ha documentato sviluppi positivi in tutte le regioni del mondo. La regione dell'Africa subsahariana ha fatto speciali progressi, con 46 esecuzioni registrate in tre paesi rispetto alle 64 esecuzioni in cinque paesi del 2013. Il numero di esecuzioni registrate in Medio oriente e nella regione dell'Africa del Nord è diminuito del 23 per cento circa.
Nelle Americhe, gli Stati Uniti d'America sono il solo paese che mette a morte i condannati, ma le esecuzioni sono diminuite dalle 39 del 2013 alle 35 del 2014, il che segnala una diminuzione costante delle esecuzioni nell'arco degli ultimi anni. Lo stato di Washington ha imposto una moratoria delle esecuzioni. Si sono registrate meno esecuzioni nella regione dell'Asia-Pacifico, Cina esclusa, ed è iniziato il dibattito sull'abolizione della pena di morte nelle Fiji, in Corea del Sud e in Tailandia.
di Andrea Scutellà
La Repubblica, 3 aprile 2015
Secondo il Relatore speciale dell'Onu sulla tortura, altre pene e trattamenti inumani, crudeli o degradanti, Juan Ernesto Mendez, "le preoccupazioni legate alla sicurezza e al terrorismo" hanno affievolito la condanna dell'opinione pubblica mondiale.
Le pratiche proseguono anche nei paesi occidentali: Usa in testa. In Italia a 25 anni dalla ratifica della Convezione di New York, la legge sulla tortura è bloccata alla Camera. Un testo "devitalizzato" secondo il primo firmatario Luigi Manconi. Correva l'anno 1976 quando Juan Ernesto Mendez fu arrestato dal regime militare argentino. Il generale golpista Jorge Videla riteneva che fosse un crimine difendere in tribunale i diritti dei prigionieri politici. Mendez restò in carcere per 18 mesi e fu torturato dalla forza pubblica. Nel 1978, l'anno successivo al suo rilascio, in Argentina si sarebbero giocati i mondiali della vergogna, sotto il silenzio complice della comunità internazionale. Per Amnesty International Mendez fu il primo prigioniero di coscienza.
"Investigare, perseguire, punire". Oggi, dopo il servizio nella squadra legale di Human Rights Watch, Mendez è Relatore speciale dell'Onu sulla "tortura e altre pene o trattamenti inumani, crudeli o degradanti". Stende il suo sguardo sulle prigioni di tutto il mondo, parla con i detenuti, esamina i segni sulla loro pelle, annota le pratiche più violente. "Dopo tutti questi anni - risponde alla nostra mail - siamo ancora lontani dall'abolire la tortura nel mondo. Una delle aree in cui registriamo le maggiori criticità nell'attuazione delle chiare ed esistenti norme internazionali è quella dell'obbligo di investigare, perseguire e punire la tortura".
Dolore fisico e mentale. Certo, prima di indagare bisogna mettersi d'accordo. Che cos'è, infatti, tortura? C'è differenza tra tortura e trattamenti inumani, crudeli o degradanti? "La definizione di tortura nel diritto internazionale allude a "il dolore e la sofferenza, sia fisica che mentale".
Ne consegue che la tortura psicologica è proibita dal diritto internazionale, ed è definita da atti che infliggono dolore mentale o la sofferenza di una certa intensità". La tortura si nasconde anche in punizioni come l'isolamento, considerate legittime "per mantenere l'ordine nelle carceri o, nel caso di protezione di alcuni detenuti", ma che attraversano il confine dei trattamenti inumani, crudeli o degradanti, quando vengono applicate "ai bambini (sotto i 18 anni), alle persone con qualsiasi disabilità mentale e alle donne con bambini. Per gli adulti sani, invece, accade se l'isolamento è prolungato o indefinito".
Misurare la sofferenza. Da qui la ricerca di un'impossibile unità di misura di un'esperienza necessariamente personale, basata sulla percezione del singolo detenuto. "L'isolamento diventa tortura quando il dolore e la sofferenza è più intensa che per le punizioni crudeli, un fatto che dipende anche dall'esperienza soggettiva della vittima. Casi di decenni di isolamento, come abbiamo visto negli Stati Uniti, certamente sono trattamenti inumani e, in alcuni casi, tortura". Non ci può essere, però, secondo Mendez, un indice che permetta di misurare il grado di tortura presente in una nazione. "Sarebbe molto difficile fare confronti, perché le pratiche che sono ritenute tortura o trattamento inumano possono variare notevolmente. Così si dovrebbe confrontare, per esempio, il water-boarding con l'isolamento, o con la pena di morte per decapitazione o folgorazione".
Le "indisponibili" prigioni a stelle e strisce. Il requisito base per il rispetto dei diritti umani dei prigionieri è la piena accessibilità delle carceri agli ispettori Onu. Alla presentazione del suo ultimo "Rapporto sulla tortura e altre punizioni inumane, crudeli o degradanti" il Relatore speciale ha denunciato con forza l'atteggiamento ostile degli Usa in risposta alla sua richiesta di visitare le prigioni federali. "Nel mio ultimo contatto con il Dipartimento di Stato mi è stato risposto che le prigioni federali sono indisponibili. Ho cercato chiarimenti, invano. Secondo le norme applicabili alle visite delle campagne delle Nazioni Unite, devo essere in condizione di decidere da me quali strutture visitare. Quindi la decisione di impedirmi l'ingresso in un'intera categoria di edifici non sarebbe accettabile".
L'inaccessibile Guantánamo. Il colmo dell'indisponibilità si raggiunge con il centro di detenzione di Guantánamo, chiuso in diretta mondiale da Barack Obama nel 2009 e che ancora, tuttavia, continua ad essere operativo. "Quello che so della situazione a Guantánamo - spiega il Relatore - lo ho appreso dalle fonti pubblicate. Ho cercato di visitarlo da quando sono diventato Relatore speciale. Nel 2012 ho ricevuto un invito dal Dipartimento della Difesa, ma in termini che ho dovuto declinare: mi hanno proposto un briefing da parte delle autorità carcerarie e la visita di alcune parti della prigione. Nessuna conversazione con i detenuti sarebbe stata permessa: né monitorata, né non monitorata". Termini radicalmente differenti da quelli di un mandato stabilito dal Consiglio dei diritti umani per tutte le missioni dei Relatori speciali. "Così ho rifiutato, anche se continuo a richiedere una visita in condizioni accettabili".
L'Italia non ha una legge sulla tortura. "Ogni Stato parte prende provvedimenti legislativi, amministrativi, giudiziari ed altri provvedimenti efficaci per impedire che atti di tortura siano compiuti in un territorio sotto la sua giurisdizione". Così recita l'articolo 2, al primo comma, della Convenzione di New York del 1984 contro "la tortura e altre pene o trattamenti inumani, crudeli e degradanti". Un trattato a cui l'Italia ha aderito nel 1989 e che, tuttavia, non ha trovato ancora asilo nel nostro diritto. "Tutti gli stati che hanno firmato la Convenzione - spiega Mendez - sono obbligati a modificare la loro legislazione penale per rendere la tortura un crimine punibile in conformità alla sua gravità (in genere paragonabile ad un semplice omicidio)".
Il testo "devitalizzato" e bloccato alla Camera. In realtà un testo di legge, a prima firma del presidente della Commissione Diritti Umani del Senato Luigi Manconi, c'è. Ha iniziato il suo complesso iter il 22 luglio 2013 è stato approvato nella camera alta del Parlamento il 5 marzo, da allora, però, giace nei polverosi cassetti della Camera dei deputati. Inoltre, per ammissione dello stesso Manconi, si tratta di una legge "devitalizzata" da un emendamento approvato in fase di discussione "che prevede la reiterazione degli atti di violenza, cioè il fatto che debbano essere ripetuti perché si dia la fattispecie della tortura" e che vede il reato non come "proprio ma comune, quindi imputabile a qualunque cittadino e non solo ai titolari di funzione pubblica", a differenza di quanto previsto dai trattati internazionali. Le condotte omissive, inoltre, non sono perseguibili.
La responsabilità dei pubblici ufficiali. "La definizione nella Convenzione richiede anche che la tortura sia commessa da un pubblico ufficiale o di una persona che agisce sotto la tolleranza o l'acquiescenza di un pubblico ufficiale. Certo se i paesi che aderiscono vogliono criminalizzare anche le condotte private possono farlo, purché resti la punibilità per i pubblici ufficiali", spiega Mendez. L'articolo 1 della Convenzione lega la punibilità delle condotte alle sofferenze inflitte "da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito". Anche l'omissione, dunque, dovrebbe rientrare tra le fattispecie punibili.
"Dobbiamo recuperare la condanna per la pratica". Secondo Mendez si può sradicare la tortura dal mondo. "Non è impossibile, ma è certamente difficile", spiega il Relatore speciale. "In primo luogo abbiamo bisogno di recuperare la condanna universale per la pratica che abbiamo in qualche modo perso, per via delle preoccupazioni delle nostre culture legate alla sicurezza, alla paura del crimine o del terrorismo". "Un importante esempio - prosegue Mendez - di un paese che ha recentemente attuato provvedimenti che sembrano avere un impatto misurabile è la Georgia. La tortura nelle carceri (non come interrogatorio) era dilagante in Georgia meno di tre anni fa, e nella mia recente visita (Marzo 2015) ho visitato molte prigioni e intervistato molti detenuti. Mi hanno confermato che i maltrattamenti da parte delle guardie carcerarie non hanno più avuto luogo". Certo, sussistono ancora "singoli casi" di tortura. Ma la rotta tracciata, secondo Mendez, è quella giusta.
Luciano Zanardini
La Stampa, 3 aprile 2015
Il dossier di Caritas Italia "Se questo è un detenuto" è un viaggio nelle prigioni dove ogni diritto viene negato. Anche qui la Chiesa porta avanti percorsi di umanizzazione. "Dormono per terra un'ora e poi devono fare spazio agli altri, il luogo è molto sporco, di notte non si può andare in bagno e c'è solo un secchio, molte volte il cibo non è nutriente, le malattie non vengono curate e chi ha l'Aids non riceve medicinali. Viene da piangere, sono vite disumane". Le parole di monsignor Pierre Andrè Dumas, vescovo di Anse-à-Veau/Miragoane, si inseriscono in un contesto, quello di Haiti, che paga ancora il conto del terremoto del 2010: non è un caso che il Paese latinoamericano più povero sia anche quello con le condizioni carcerarie peggiori. In coincidenza con la visita di papa Francesco al carcere romano di Rebibbia, Caritas italiana ha pubblicato il dossier "Se questo è un detenuto", un viaggio nell'inferno delle prigioni di Haiti. Lì si registra uno tra i livelli più alti di degrado e di tortura.
Anche in questa situazione disumana la Chiesa riesce a portare avanti un accompagnamento spirituale, a cercare di umanizzare il carcere. "La presenza di un cristiano lì dentro - spiega Dumas - è già una parola di speranza. È la tenerezza di Dio che si trasmette. Dobbiamo andare incontro all'uomo com'è e accoglierlo. Bisogna far vedere che ogni uomo ha una storia sacra rispetto a Dio: nessuno sbaglio può eliminare questa dimensione, questo valore". Secondo il Vescovo, presidente della Commissione episcopale nazionale Giustizia e Pace, è importante mettere l'accento sull'esperienza del carcere come recupero di umanizzazione invece di insistere sull'aspetto punitivo. "Il vero problema è il sistema: si mette in prigione la persona e poi la si dimentica. Le celle - descrive monsignor Alphonse Quesnel, presidente della Commissione episcopale nazionale della Pastorale penitenziaria - sono inumane, nemmeno gli animali potrebbero viverci".
Il caso più lampante è quello del penitenziario nazionale di Port-au-Prince, che, costruito per ottocento persone, ne ospita circa 4.400 (ottobre 2014): 250 uomini vivono in una cella edificata per 52 persone. Purtroppo la realtà caraibica non è lontana da quello che avviene altrove: sovraffollamento, sistema giudiziario lento, carcerazione preventiva prolungata, sproporzione tra il reato e la pena, carenza di condizioni ambientali dignitose... Il Dossier Caritas snocciola i numeri della situazione carceraria in Europa e nel mondo. Non si ferma all'analisi e alla denuncia, ma descrive anche le esperienze e le proposte. Se guardiamo all'Istituto di pena di Port-au-Prince, Caritas ha sostenuto, in sinergia con la pastorale penitenziaria, la nascita nell'agosto 2014 di corsi di taglio e di cucito, di falegnameria e di calzoleria, di pittura e di altre attività: le trecento persone che accedono ai programmi, poi, a loro volta, possono insegnare quanto appreso. Nel progetto è prevista una distribuzione dei prodotti nel mercato cittadino: al senso di utilità dato dalla capacità manuale si aggiunge la possibilità di percepire piccole somme di denaro.
Caritas italiana si fa garante del sostegno legale di un centinaio di detenuti e forma operatori con il compito di visitare le famiglie per informarle sul processo e per stimolare alla riconciliazione l'ambiente familiare. Resta lettera morta il Vangelo di Matteo ("Ero in prigione e veniste da me"): molti, come commenta padre Andrè Paul Garraud (direttore della Commissione episcopale nazionale della Pastorale penitenziaria), "sono abbandonati, non hanno niente. Le famiglie sono sole, lontane. I figli sono abbandonati, malati, magari non possono andare a scuola o non hanno cibo". E quando escono, non trovano lavoro.
È la storia di Blanc Kervens, 27enne, arrestato all'età di 20 anni e rilasciato dopo cinque mesi: trascorreva anche due giorni in piedi senza mangiare; oggi porta sul corpo i segni dei colpi di mazza da baseball ricevuti e le inevitabili conseguenze psicologiche. Le carceri sono lo specchio di una nazione, ma anche là dove la dignità umana viene calpestata si intravede una luce di speranza. La Pastorale penitenziaria porta ascolto, conforto, e, una volta al mese, l'eucaristia; donano anche beni materiali: sapone, dentifricio, medicinali, scarpe... Molto si gioca sull'educazione come sperimenta nel mondo la Comunità Sant'Egidio con le scuole della pace: "Fornire - osserva Alessandro Gnavi, responsabile di Sant'Egidio ad Haiti - a 30mila minori un sostegno scolastico e un'educazione alla pace e alla coesistenza, è un lavoro particolarmente importante in Paesi dove si afferma una violenza generalizzata, perpetrata soprattutto da bande giovanili, e rappresenta quindi un grande lavoro di prevenzione".
Agi, 3 aprile 2015
Ha scontato 30 anni in carcere, nel braccio della morte, ma era innocente. Anthony Ray Hinton sarà finalmente libero domani, all'età di 59 anni, dopo essere stato imprigionato nel 1985 con l'ingiusta accusa di aver ucciso due uomini. Lo processarono per rapina e omicidio di due titolari di un ristorante sebbene non vi fossero testimoni o impronte digitali sulla scena del crimine. L'anno dopo un altro ristorante fu rapinato e il suo proprietario ferito da colpi d'arma da fuoco. Fu lui a identificare Hinton, anche se al momento del reato quest'ultimo si trovava a 24 km di distanza dal ristorante derubato.
Ma Hinton è nero, hanno affermato i suoi legali, e questo particolare razziale ha giocato un ruolo di non poco conto nel fornire un "esempio da manuale dell'ingiustizia". La polizia andò in casa della madre e lì trovo la pistola dell'uomo. Poi affermò che l'arma era stata utilizzata in tutti e tre i crimini. Quella stessa pistola è stata analizzata, trent'anni dopo, da altri esperti, tra cui un ex agente del Fbi: in realtà non aveva nulla a che fare con quei reati. Lo scorso anno, il nuovo processo, che a restituito l'onore all'uomo ma non il tempo passato in galera.
La Presse, 3 aprile 2015
La Lituania ha riaperto un'indagine penale sulle accuse secondo cui funzionari della sicurezza di Stato avrebbero aiutato la Cia a gestire una prigione segreta nel Paese. Lo annuncia un portavoce della procura generale in un'e-mail inviata a Reuters. I procuratori avevano chiuso l'indagine quattro anni fa, ma hanno deciso di riaprirla dopo che l'anno scorso il Senato Usa ha pubblicato i dettagli relativi a una struttura segreta della Cia, senza fornirne la localizzazione, che coincideva con le notizie relative a un sito in Lituania. Attivisti per i diritti umani e avvocati che si occupano degli uomini imprigionati dalla Cia sostengono che la Lituania, stretto alleato Usa, facesse parte di una rete globale di siti segreti utilizzati dalla Cia per trattenere e interrogare sospetti di al-Qaeda dopo gli attacchi dell'11 settembre del 2001. Le autorità della Lituania non hanno mai riconosciuto di avere ospitato una prigione della Cia e il governo Usa non ha mai rivelato dove si trovassero le strutture, ammettendone però l'esistenza e ammettendo che in alcuni casi i detenuti siano stati torturati.
www.direttanews.it, 3 aprile 2015
Gli Stati Uniti sono un paese dove tutto è possibile e soprattutto dove possono convivere molteplici modi di pensare. Non solo, ma essendo uno Stato federale, possono convivere anche tante leggi e decisioni giuridiche diverse, talvolta di segno opposto. Mentre il Paese è percorso da una forte discussione sui diritti degli omosessuali che vede da una parte, con in testa il presidente Barack Obama, chi lotta per l'ampliamento dei diritti dei gay fino al matrimonio, e dall'altra chi lotta per togliere diritti alle coppie dello stesso sesso, come recentemente accaduto in Indiana, arriva ora una notizia che farà senz'altro discutere. Infatti un giudice federale ha ordinato al Dipartimento correzionale della California di provvedere all'intervento chirurgico per il cambiamento di sesso di un detenuto transessuale.
Il giudice della Corte distrettuale statunitense Jon Tigar a San Francisco ha stabilito poche ore fa che negare la riassegnazione chirurgica del sesso al cinquantunenne Michelle-Lael Norsworthy (nome di nascita è Jeffrey Bryan Norsworthy) viola i suoi diritti costituzionali e perciò ha disposto che lo Stato della California (e quindi i contribuenti) debba pagare per tale intervento. Secondo fonti ufficiali, l'intervento potrebbe costare ai cittadini californiani quasi 100.000 dollari. Il detenuto transessuale ha 51 anni ed è stato condannato per omicidio nel 1987. Il giudice nel suo dispositivo ha scritto: "Michelle-Lael Norsworthy si identifica in una donna dal 1990. Tutti gli elementi raccolti dimostrano che l'unico trattamento medico adeguato per la sua disforia di genere sia l'operazione chirurgica per il riassegnamento del sesso da farsi il prima possibile". La richiesta di tale operazione era stata negata in passato dal Dipartimento correzionale che ora potrebbe fare ricorso contro la decisione del giudice federale. A meno di clamorosi dietrofront l'operazione si farà a breve nell'ospedale più vicino al carcere in cui è detenuta Michelle-Lael (al secolo Jeffrey Bryan Norsworthy).
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