di Renzo Rosati
Il Foglio, 2 aprile 2015
Sul Sole 24 Ore di ieri spiccava un titolone a sei colonne: "Solo 226 i corrotti in carcere". L'incipit: "Non è proprio che le carceri italiane scoppino di detenuti per corruzione...". Che peccato, sarebbe bello se le patrie galere scoppiassero di più di quanto già non facciano. Dunque anche l'organo degli imprenditori si mette un po' al vento manettaro che torna a soffiare, tra procure e grandi media nazionali, proprio mentre passa al Senato la legge anticorruzione. Un mood dal quale aveva pur preso le distanze su alcune parti, tipo invitare a distinguere per il falso in bilancio la "colpa" dal "dolo".
D'altra parte SkyTg24 martella gli abbonati con il "counter on air di giorni, ore e minuti" da quando l'allora semplice senatore Pietro Grasso presentò il famoso testo di legge; counter mixato agli spot di "1992", la fiction Sky su Mani pulite. E riecco il sostituto procuratore Henry John Woodcock, quello di Vallettopoli e di Vipgate ("ramo d'indagine di Inail-petrolio", secondo l'intestazione del fascicolo), e con lui le intercettazioni a gogò sul vino di Massimo D'Alema, per ora: ma non si dovevano limitare lo spionaggio telefonico e lo spiattellamento sui giornali? Su questo il 24 Ore infila la testa sotto la sabbia.
Eppure su un altro quotidiano, il Giornale, l'ex numero uno di Finmeccanica Giuseppe Orsi racconta i quattro anni da indagato per finanziamenti alla Lega ricavati da una tangente indiana: tutto archiviato dal gip di Busto Arsizio "in quanto l'ipotesi non ha trovato riscontro investigativo". E non è molto lontana l'assoluzione dopo un anno di carcere per Silvio Scaglia, fondatore di Fastweb, per l'ipotizzata connection telefonica con la malavita comune.
Né quella in Cassazione di Alfredo Romeo, l'imprenditore di Global Service, dopo 79 giorni a Poggioreale su tre anni chiesti da Luigi De Magistris, fondando sull'inchiesta farlocca la carriera di sindaco di Napoli, mentre si suicidava l'assessore Giorgio Nugnes. Che pensa di Orsi il 24 Ore, che pensava allora dei molti Scaglia, Romeo, Nugnes: li voleva al gabbio?
E che pensa della solitaria battaglia di Luigi Manconi, senatore del Pd, che da una vita combatte gli abusi carcerari, tanto a danno dei vip quanto dei poveri cristi e spesso finiti in tragedia senza notizia, che ieri ha votato contro l'innalzamento delle pene ("mera propaganda"), isolato e inevitabilmente tacciato di berlusconismo?
Prodigo di utilissimi raffronti con gli altri paesi evoluti - su produttività, privatizzazioni, conti pubblici, tutte cose per le quali vale il famoso appello "Fate presto" - il giornale della Confindustria non sottopone agli stessi test la qualità della nostra giustizia, penale e civile. Eppure la demolizione sempre in Cassazione di quattro gradi di giudizio per il delitto di Perugia (se non vogliamo citare il Rubygate) dicono pure qualcosa.
Ma i giornali che propugnarono l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti ora trovano nuovi filoni di caccia nelle fondazioni che l'hanno sostituito; né scafatissimi cronisti giudiziari battono ciglio se la mafietta di Roma nord tra campi rom e benzinai si trasforma in "Mafia Capitale"; se la raccomandazione sfocia in "disegno corruttivo". Il tutto per finire magari nel nulla. Massì, perfino Renzi purtroppo pare convinto: un Cantone al giorno toglie il medico di torno.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 2 aprile 2015
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, come ha ammesso con trasparenza il prossimo ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio in un libro appena uscito per Marsilio, per il modo in cui riesce a penetrare, usando le parole giuste, non solo nella testa ma anche nella pancia degli elettori, sotto molti aspetti si può considerare un populista puro, e non c'è dubbio che per essere un buon politico, per farsi capire e apprezzare e persino per riformare, sia necessaria oggi una buona dose di sana demagogia.
Il populismo di Renzi da un po' di tempo a questa parte si intreccia però con un'altra forma di demagogia che non ci sembra sana, tutt'altro, e che ci pare birichina e persino pericolosa. Potremmo chiamarlo così: il populismo penale. Ormai è un tratto preciso del renzismo di governo e la regola suona più o meno in questo modo: la via migliore per nutrire la pancia affamata dell'elettore indignato - visibilmente provato da un fatto di cronaca che ha turbato le coscienze dell'opinione pubblica - è quella di dare una risposta di origine penale.
Ovvero: più pene per tutti. Ieri è successo di nuovo, è successo pochi giorni dopo un altro aumento di pene (quelle relative all'omicidio stradale), è successo con due testi approvati al Senato ed è successo sia per il falso in bilancio sia per la legge anticorruzione, e in entrambi i casi la rivoluzione della maggioranza renziana è stata una e solo una: aumentare le pene.
Si potrebbe dire, a voler essere pignoli, che, specie per la corruzione, le pene esistono già, sono anche alte, prevedono da tempo la reclusione fino a 15 anni o 20 anni se vi sono annessi altri reati e che il modo migliore per combattere la corruzione (lo ricordava bene Carlo Nordio, magistrato, ieri sul Messaggero) non è alzare le pene ma combatterla alla radice, snellendo la macchina burocratica. Si potrebbe dire tutto questo e molto altro.
Ma il punto importante ci sembra diverso ed è questo: per combattere un reato occorre che sia garantita la certezza della pena e non occorre l'introduzione di nuove sanzioni che, senza certezza della pena, faranno la fine di un palloncino bucato. "Negli ultimi decenni - ha detto con merito Papa Francesco a ottobre 2014 durante un intervento all'Associazione internazionale del diritto penale - si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina". Per carità: bene impegnarsi contro la corruzione, figuriamoci, ma sarebbe bene farlo senza sottovalutare un aspetto importante: che giocare con il populismo penale è un modo come un altro per offrire cartucce al circuito del processo mediatico. Ne vale la pena?
Public Policy, 2 aprile 2015
Pubblicato in Gazzetta ufficiale il Regolamento recante la struttura e la composizione dell'ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Il regolamento, in attuazione all'articolo 7 del dl 23 dicembre 2013, n. 146, il cosiddetto Svuota-carceri e stabilisce che l'ufficio del Garante avrà sede presso il ministero della Giustizia e si avvarrà di un organico di 25 unità di personale messo a disposizione dallo stesso dicastero. La predisposizione della pianta organica sarà affidata alla valutazione del Garante stesso, di concerto con il guardasigilli e sentite le organizzazioni sindacali. Il Garante definisce gli obiettivi da realizzare e si occuperà del coordinamento con i Garanti territoriali che hanno competenza per tutti i luoghi di privazione della libertà, compresi i Cie e le comunità terapeutiche, e potranno contribuire, attraverso incontri strutturati, sia a individuare gli aspetti sistemici di non funzionamento, sia alla redazione di raccomandazioni da inviare alle relative autorità nazionali o regionali. Il provvedimento entra in vigore il 15 aprile.
di Aaron Pettinari e Francesca Mondin
www.antimafiaduemila.com, 2 aprile 2015
Il Comitato: "Non esiste perché fallì". Intervento anche su vicenda Flamia.
I soggetti coinvolti nell'operazione Farfalla avrebbero agito "sconfinando la legge sui servizi allora vigente, che è stata interpretata "in modo strumentale e arbitrario". Ci sono anche queste dichiarazioni nella relazione del Copasir presentata oggi al Senato sulle operazioni Farfalla e Rientro, le iniziative promosse tra il 2003 ed il 2004 dal Sisde, all'epoca diretto da Mario Mori, e dal Dap, diretto invece da Gianni Tinebra, che avevano il fine di raccogliere informazioni da boss detenuti in regime di carcere duro.
Se da una parte viene sottolineato come tale operazioni non avessero portato ad un nulla di fatto, in particolare per l'operazione Farfalla vengono evidenziati alcuni comportamenti impropri. Si legge nel documento che "Pur non rientrando nei compiti di questa indagine, risulta evidente che il Dap ha svolto un ruolo non consono alle sue prerogative e fuori dal perimetro assegnato - ruolo assimilabile a quello di una vera e propria struttura parallela di intelligence - con l'ulteriore aggravante di una carenza professionale di ricerca informativa e di una carenza organizzativa nel rapporto con i fiduciari e con il Sisde".
Il Protocollo Farfalla e il rapporto d'amicizia
Il documento del Comitato di controllo dei servizi segreti, che ha avviato l'indagine l' 8 ottobre 2014 per poi concluderla il 10 febbraio 2015, passa un bel colpo di spugna su indagini ancora in corso (dallo stesso protocollo Farfalla al caso Flamia), rivisitando anche il lavoro svolto dalla Commissione antimafia (al termine del quale il vice presidente Fava accusò apertamente funzionari dei Servizi di aver mentito sull'inesistenza del Protocollo, ndr) basandosi sulle 21 audizioni effettuate e le 300 pagine di documenti acquisiti tra Ministero, Procure, Dap e Servizi.
"Nel corso del 2004 - si legge ancora nella relazione - si programmò e iniziò la cosiddetta operazione Farfalla con l'obiettivo di raccogliere informazioni, tramite il Dap, da detenuti che, sentendosi abbandonati dalle proprie famiglie o dalle organizzazioni criminali di appartenenza, avrebbero potuto manifestare la disponibilità a fornire informazioni di natura fiduciaria subordinata a dei vantaggi anche di natura economica per sè stessi o per i loro parenti. Per svolgere tale compito - prosegue la relazione -, salvo che il soggetto commetta reati, l'intelligence nasconde sempre la fonte fiduciaria; pertanto, il detenuto si sarebbe sentito protetto e nel contempo avrebbe aiutato gli investigatori e la giustizia, senza correre particolari pericoli per sé e per i suoi familiari. Sulla base di elementi conoscitivi acquisiti dai dipendenti del Dap sui comportamenti di alcuni detenuti, furono individuati, di intesa tra Dap e Servizi, otto soggetti di varia estrazione, ristretti in carceri diverse e sottoposti a regime detentivo differenziato, sei dei quali in regime di 41-bis, come potenziali informatori per l'operazione in corso sulla base di atteggiamenti e comportamenti intra-carcerari, comunicazioni epistolari con l'esterno e aggregazione all'interno del carcere.
I termini dell'operazione, trattati a voce tra i dirigenti del Sisde e del Dap, furono sintetizzati in un unico appunto datato 24 maggio 2004, in cui si fissarono i criteri, i nominativi e le procedure del rapporto". Nell'appunto, acquisito dal Copasir, i criteri consistono nei seguenti punti: "l'esclusività e riservatezza del rapporto", "l'apprezzamento delle reali potenzialità informative dei detenuti contattati", la previsione del pagamento di "compensi a cura del personale del Servizio, in direzione di soggetti esterni" sulla base della "produzione a ragion veduta", la "canalizzazione istituzionale delle risultanze informative a cura del Servizio" e la pianificazione ed attuazione di adeguata "penetrazione informativa intramuraria, eventualmente supportata da concomitante e concordata azione del Dap", che preveda l'orientamento di pre-individuati fiduciari verso i menzionati contesti di interesse.
Inoltre vi è anche un documento, acquisito dalla procura di Palermo che indaga su questi rapporti, in cui figura scritta una lista di nomi dei boss che sarebbero stati avvicinati dopo aver ricevuto una prima "disponibilità di massima a fornire informazioni". In cambio di cosa? Semplice, un "idoneo compenso da definire".
E i nomi sono tutti eccellenti. Dal boss di Brancaccio Fifetto Cannella, condannato all'ergastolo per la strage di Via d'Amelio, a Vincenzo Boccafusca, quindi Salvatore Rinella ed il catanese Giuseppe Maria Di Giacomo. Quest'ultimo di recente avrebbe rilasciato alcune dichiarazioni sulla reale identità di Faccia da Mostro. Ma ci sono anche il camorrista Modestino Genovese e lo 'Ndranghetista Antonino Pelle.
"In un altro breve appunto informale - si legge ancora nella relazione, datato 21 luglio 2003, si evidenziano le esigenze del Servizio in relazione all'operazione. Tra queste compare la realizzazione dei contatti con i detenuti 'al fine di sviluppare autonome e mirate azioni di intelligence, non intaccate da ulteriori interessi da parte di altri organismi".
Per il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato in questo modo la polizia penitenziaria, invece di informare la magistratura, avrebbe informato il Sisde. Mori, da parte sua, ha negato questa interpretazione. Ma legge, puntualizza la relazione, stabilisce che notizie di reato "dovevano essere trasmesse comunque all'autorità giudiziaria da parte degli operatori di polizia giudiziaria del Dap, primi ed unici ascoltatori dei detenuti all'interno delle carceri italiane".
Secondo quanto raccolto nelle audizioni del Copasir "L'operazione farfalla si sarebbe chiusa per l'infondatezza dei presupposti, per la difficoltà di stabilire un rapporto fiduciario con i carcerati individuati e in particolare per l'impercorribilità di un'operazione caratterizzata da un'attività di contatto intermediata da personale del Dap privo di specifica formazione. Secondo i responsabili dell'epoca, i detenuti Buccafusca, Cannella, Rinella, Genovese, Angelino, Pelle, Di Giacomo e Massaro, gli otto carcerati individuati per l'operazione nel documento del 24 maggio 2004, non sono mai divenuti dei fiduciari del Sisde".
Secondo il Copasir se "dal punto di vista giudiziario l'operazione 'Farfallà non ha condotto ad alcuna condanna (nel documento ci sono riferimenti alla sentenza della Procura di Roma del 13 febbraio 2015 di non luogo a procedere per prescrizione nei confronti del dottor Leopardi e alla mancata acquisizione di nuove prove al processo d'appello Mori-Obinu a Palermo, ndr) né ad altra sanzione, dal lato della vigilanza vanno ricordati la vaghezza e l'accentramento nella figura del Direttore della governance del Servizio e la struttura amicale data dal generale Mori all'operazione. Mori e Obinu, da una parte, Tinebra e Leopardi, dall'altra, erano stati colleghi ed avevano collaborato a Caltanissetta e poi, una volta ritrovatisi a Roma ai vertici del SISDE e del Dap, avevano ricostruito un gruppo di lavoro che operava con modalità di funzionamento che sfuggivano alle norme e che tutt'ora rimangono sconosciute anche a causa dei "non so", "non mi ricordo" e "nulla di scritto".
È emerso inoltre che di questa operazione "non vi sarebbe stata alcuna specifica informativa destinata all'Autorità politica pro tempore". I due ministri dell'epoca Giuseppe Pisanu (Interno) e Roberto Castelli (Giustizia), ascoltati dal Comitato, hanno riferito di non essere stati informati, con il primo che ha anche segnalato "all'interno del Dap era stata costituita, a mia totale insaputa, una centrale di ascolto che intercettava i mafiosi". Inoltre, parlando del ruolo di Tinebra a capo del Dap la relazione evidenzia come questi esca oscurato da un secco "non so e non sapevo" e da una frase, riferita in sede di audizione: "Il direttore si deve accontentare di farsi raccontare il succo, dare una delega e sorvegliare che tutto vada bene, e pregando Iddio che tutto vada bene".
Secondo il Comitato "Negli anni a seguire - si legge nella relazione finale - vi è stato un erroneo convincimento riguardo l'operazione Farfalla in merito all'esistenza di un segreto di Stato sul carteggio e sugli atti operativi". Non solo. Poiché lo scambio informativo tra Sisde e Dap è avvenuto per la maggior parte tramite comunicazioni date a voce, non codificate e non protocollate non è stato rispettato l'articolo 6 della legge 801 del 1977, secondo cui "Il ministro per l'interno, dal quale il Sisde dipende, ne stabilisce l'ordinamento e ne cura l'attività sulla base delle direttive e delle disposizioni del presidente del Consiglio dei ministri" e ancora "il Sisde è tenuto a comunicare al ministro per l'Interno e al Comitato esecutivo per i Servizi di informazione e sicurezza (Cesis) tutte le informazioni ricevute o comunque in suo possesso, le analisi e le situazioni elaborate". E poi si aggiunge che "l'assenza di riscontri documentali e la gestione poco trasparente dell'attività ha giustificato ricostruzioni e letture dietrologiche di deviazioni, calibrate ad una trattativa tra lo Stato e la criminalità".
Operazione Rientro e vicenda Flamia
Per il Copasir sia l'operazione Rientro che il caso Flamia sono due operazioni che, almeno per quanto riguarda l'atteggiamento dei Servizi segreti, sono state compiute "nei percorsi della legge". In particolare nelle conclusioni è scritto che per quanto concerne l'operazione "Rientro" "rivelata un insuccesso, fermo restando le valutazioni relative all'operato del Dap, su cui del resto il Comitato non ha specifiche competenze, si può affermare che il personale del Servizi ha agito secondo le regole e applicando correttamente le procedure previste". I dubbi in merito "sono circoscritti all'operato del Dap e del suo dirigente, il dottor Leopardi", mentre "per la parte di competenza del Servizio, può essere considerata una normale operazione con i corretti passaggi e le opportune verifiche".
Per la vicenda Flamia si sottolinea come, rispetto alle due precedenti, "si inscrive all'interno di un quadro normativo profondamente mutato, a seguito dell'entrata in vigore della legge n. 124 del 2007, che ha prodotto una disciplina più rigorosa e definita. In tale contesto la collaborazione della fonte fiduciaria ha contribuito alla realizzazione di importanti risultati investigativi nella lotta alla criminalità organizzata. Le risultanze dell'indagine consentono di affermare che, anche in questo caso, il personale dei Servizi abbia agito nel rispetto della normativa di riferimento". Poco importa se lo stesso uomo d'onore di Bagheria, che per anni ha avuto rapporti con i servizi, abbia ammesso di avere ricevuto le visite in carcere di importanti agenti dell'intelligence anche dopo aver deciso di collaborare con la magistratura. Sulla questione il direttore dell'Aisi (che dal 2007 ha preso il posto del Sisde), Arturo Esposito, ha riferito: "Ho letto sui giornali di un finto avvocato che avrebbe contattato il Flamia in carcere. Dovrei pensare a un dipendente che, agendo a titolo personale, sarebbe riuscito a superare i controlli carcerari commettendo un'inspiegabile pazzia. È interesse dell'Agenzia che l'autorità giudiziaria faccia piena luce su questo episodio, certo, come sono, che non possa trattarsi di personale dell'Aisi". Una vicenda che, al di là delle considerazioni del Copasir, resta tutta da chiarire.
Ansa, 2 aprile 2015
"Ringrazio Napolitano per lo stimolo e la costante attenzione che ci ha permesso di arrivare a dei risultati che non sono ancora quello auspicati, perché rimangono molte cose da fare, ma tutti i percorsi cominciano da qualche parte". Lo ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando, intervenendo a un evento sugli Opg in Senato.
"Credo che alla soddisfazione di essere il ministro che ha avviato la chiusura degli Opg si aggiunga una preoccupazione, un rammarico, per una propaganda che si scarica su persone indifese e fatta di polemiche in questo caso ingiustificate", ha aggiunto il Guardasigilli. "Chiedo a tutte le forze politiche - ha proseguito - che quello che dovrebbe essere un dato di orgoglio non si trasformi in un'ennesima polemica, la paura che viene agitata è solo la paura di noi stessi.
Altro elemento di rammarico è che non ho sentito abbastanza reazioni a quelle posizioni". "Superare gli Opg è anche un modo per riconciliarci con noi stessi - ha concluso il ministro - e dobbiamo manifestare grande soddisfazione per la cosa in sé e per quanto riguarda la pericolosità e la presenza di rischi per la collettività vorrei ricordare che chi viene dimesso è sottoposto a un'attenta valutazione da parte del medico e a una valutazione sulla cessata pericolosità da parte del magistrato".
Grasso: chiusura Opg ripristina diritti umani
La chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari consente "di ripristinare diritti umani sinora disattesi", unitamente alla norma che "stabilisce che sia le misure di sicurezza che i ricoveri nelle Rems, le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza sanitaria, non possano protrarsi oltre il limite massimo fissato per la pena detentiva prevista per il reato commesso".
Lo ha affermato il presidente del Senato, Pietro Grasso, intervenendo alla proiezione del film "Il viaggio di Marco cavallo". "Con ciò -ha detto ancora la seconda carica dello Stato, proprio all'indomani dello stop agli Opg- si è inteso abolire i cosiddetti 'ergastoli bianchì, una realtà inaccettabile per un Paese che si voglia definire civile. Si è voluto porre termine ad una situazione in cui i malati, a differenza dei comuni detenuti, oltre che della libertà, erano privati anche della speranza in un futuro".
"Nel corso del tempo, si sono resi sempre più evidenti - ha sottolineato Grasso sempre in riferimento agli Opg - i limiti di questi istituti nell'assolvere alle funzioni ad essi demandate: oltre a quella, appunto, di sicurezza detentiva, la cura, la riabilitazione e il reinserimento delle persone internate. Le carenze negli interventi terapeutici, l'inaudito degrado delle strutture e, in generale, le indegne condizioni di vita dei malati al loro interno - testimoniate anche da un'indagine parlamentare - hanno fatto sì che si avviasse un processo di dismissione degli Opg, definiti luoghi fatiscenti, caratterizzati da condizioni umane e igieniche al limite della decenza e dichiarati illegittimi dalla Corte costituzionale già nel 2003".
"Le Rems serviranno a garantire assistenza soltanto ai soggetti dichiarati non dimissibili, dovendosi evitare, però, che si trasformino in mini manicomi regionali. C'è ancora molto da fare perché la sicurezza e la salute delle persone coinvolte siano tutelate in modo concreto ed efficace. Non solo in termini di strutture. È necessario un diverso approccio alla malattia mentale - ha concluso il presidente del Senato - che sposti l'intervento pubblico dall'obiettivo del controllo sociale dei malati di mente alla tutela, alla promozione della salute e alla prevenzione dei disturbi mentali, da una presa in carico limitata al ricovero ospedaliero ad una basata su servizi territoriali di assistenza disponibili ventiquattr'ore su ventiquattro".
D'Ambrosio Lettieri (Fi): su Opg sfida ancora tutta da vincere
"Prendiamo atto con favore che il Governo ha inteso non prorogare ulteriormente la data di chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari", ma "la vera sfida deve ancora cominciare ed è ancora tutta da vincere" per Luigi d'Ambrosio Lettieri, capogruppo di Forza Italia in Commissione Igiene e Sanità del Senato.
"Quello che poteva e doveva essere un new deal - commenta in una nota - rischierebbe di essere solo un titolo senza contenuti, se non si dovesse affrontare la realtà con onestà intellettuale e non si dovesse dire chiaramente che le difficoltà non sono affatto superate, non solo perché le Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) non sono disponibili nella maggior parte delle regioni, praticamente inadempienti, ma anche perché c'è una sfida superiore da vincere: la costruzione di un nuovo sistema che implichi una rivoluzione culturale ed etica nell'approccio alla psichiatria giudiziaria, per offrire servizi adeguati che non siano Opg in scala minore".
"L'ennesima proroga" alla chiusura dei 6 Opg italiani "sarebbe stata oltremodo indecorosa, come lo era anche lo scorso anno quando il gruppo dei senatori di Fi - ricorda l'esponente azzurro - ha deciso di astenersi sul provvedimento del Governo relativo al terzo rinvio.
Allo stop alla proroga si è giunti, come anche lo stesso presidente Grasso ha affermato oggi, grazie alla mobilitazione di tanti che si sono impegnati, dentro e fuori il Parlamento, perché fosse cancellata una vergogna nazionale". Concluse d'Ambrosio Lettieri: "Lo stop al balletto indecente delle proroghe è, dunque, un fatto per cui ci siamo battuti. Ma non è il punto dirimente, neanche un traguardo. C'è ancora molta strada da fare".
M5S: chiusura Opg solo sulla carta, siamo in alto mare
"Chi dice che a partire da oggi gli Opg sono solo un ricordo, afferma il falso. In diverse regioni italiane le strutture di accoglienza per i detenuti con problemi psichiatrici, le Rems, non ci sono ancora e, come nel caso del Veneto, i progetti per la realizzazione delle strutture sono addirittura in alto mare. La realtà è che, dopo aver rimandato più volte, la chiusura degli Opg è stata scelta una data inadeguata solo per evitare inutilmente il commissariamento".
Lo affermano i deputati del Movimento 5 Stelle. "Assistiamo a una propaganda risibile da parte di diversi politici - si legge nella nota - che parlano degli Opg come di un problema ormai risolto. Purtroppo non è così: in assenza di strutture alternative, probabilmente molti di quei detenuti continueranno ad essere ospitati negli Opg e, dunque, riceveranno un'assistenza assolutamente inadeguata.
Oggi già c'è chi parla del fatto che, dopo l'uscita dalle Rems, i pazienti ex internati saranno presi in carico dai presidi psichiatrici di zona delle Asl, ma di fronte al fatto che molte Rems non esistono, queste affermazioni sono di facciata e propagandistiche". "Sul fronte della sicurezza - concludono i deputati pentastellati - dobbiamo infine segnalare come desti più di una preoccupazione la posizione degli operatori sanitari, i quali operano e opereranno nelle Rems, direttamente a contatto con soggetti dichiarati pericolosi. Una situazione molto delicata, questa, che è stata sottolineata già nei mesi precedenti da associazioni ed esperti del settore".
di Claudia Osmetti
Libero, 2 aprile 2015
Pagare per poter svolgere (al meglio) il proprio lavoro. Gli agenti di Polizia penitenziaria devono corrispondere agli istituti carcerari nei quali prestano servizio una somma mensile per poter usufruire degli alloggi all'interno delle caserme. Il motivo? Essere sempre reperibili, in tempi brevi, qualora sia necessario . Intendiamoci, un canone non esorbitante, circa 40 euro al mese (la cifra esatta dipende dalla metratura). Ma tant'è: sui secondini grava anche questo onere. Economico. Certo, non tutti sono tenuti a metter mano al portafoglio.
I più fortunati, quelli cioè che lavorano poco distante dalla propria casa, possono evitare di pagare l'alloggio dentro il carcere. Ma gli altri - la maggioranza - che prestano servizio spesso in regioni distanti da quelle di origine, finiscono per farlo. Al punto che Rino Raguso, vice segretario dell'Osapp, sindacato della polizia penitenziaria, la definisce "obbligatorietà di fatto".
La misura è stata inserita in una circolare del ministero della Giustizia del febbraio scorso: la concessione ha durata quadriennale ed è rinnovabile allo scadere per altri quattro anni. Un contratto d'affitto in piena regola, insomma, come quelli privati. Con la sola particolarità che riguarda alloggi dentro le carceri. E vale solo per gli agenti. In servizio.
Il documento targato via Arenula si rifà alla legge sugli alloggi del 2006 (decreto numero 314, per la precisione) e a dirla tutta è un documento che tra gli addetti ai lavori circola con scadenza ciclica. Da una manciata di mesi, però, le varie amministrazioni penitenziare hanno iniziato a batter cassa. Autonomamente.
Già, perché titolari di questo diritto di riscossione sono proprio gli istituti carcerari. Così è successo che l'interpretazione della circolare non è stata ovunque conforme, e le diverse strutture hanno applicato la norma con scadenze differenti. In alcuni casi sono stati chiesti addirittura gli arretrati, con la scusa che la norma d'appoggio risale a 9 anni fa. Prigione che vai, fattura che trovi. Qualche esempio? Nella sola Lombardia non ci sono due carceri con lo stesso regime. La casa di reclusione di Vernano (Brescia) ha presentato il conto a partire dal 2007, quindi mettendo in nota anche gli anni passati. A San Vittore (Milano) il canone d'affitto casermato è datato 2014, mentre al carcere di Opera (sempre nel milanese) è scattato solo a gennaio di quest'anno. Ma ancora: a Bollate (in provincia di Monza e Brianza) si inizia a far cassa dal febbraio 2015, alla casa circondariale di Vigevano dal novembre dell'anno scorso.
E dire che gli alloggi in questione "non sempre sono in condizioni ottimali di vivibilità", rimarca Raguso. Spesso "sui muri sono presenti muffe, perdite d'acqua e umidità". Ma poco importa: anche in quei casi le amministrazioni penitenziarie pretendono il pagamento. "Non sarebbe previsto, ma viene richiesto lo stesso". Come a dire: tutto fa cassa.
di Lanfranco Caminiti
Il Garantista, 2 aprile 2015
Edoardo Mori, magistrato in pensione dopo essere stato prima giudice istruttore, poi gip e infine al tribunale della libertà e che adesso gestisce il sito earmi.it dove raccoglie, fra l'altro, errori e orrori delle indagini scientifiche, dice: "I pm che chiedono una perizia alla Scientifica o al Ris sono come quelli che sulla salute di un congiunto chiedono informazioni al portantino". Marco Morin, fra i maggiori esperti mondiali di balistica: "A volte sono più fondate le ipotesi investigative elaborate dai poliziotti della Digos delle perizie prodotte dai loro colleghi della Scientifica".
Giuseppe Fortuni, docente di Medicina legale a Bologna con quattro decenni di esperienza sul campo: "Nonostante tutte le tecniche scientifiche d'indagine si trovano meno colpevoli di prima". Già. Il clamore suscitato dalla sentenza di assoluzione di Amanda e Raffaele non è solo un risvolto della canea giustizialista che vuole il sangue, a ogni costo. È, piuttosto, lo sgomento di lasciare impunito un delitto, di lasciare una vittima senza una qualche giustizia. È una sconfitta dell'accusa, più che una vittoria della difesa, e la differenza non è da poco: non sono innocenti, sono non condannabili. I giudici dichiarano che sulla base delle prove raccolte non sono in grado di accertare una verità. Ovviamente, hanno fatto bene, in questo caso, a scegliere di non condannare senza la certezza di un giudizio. E hanno fatto male a chiudere ogni possibilità di revisione del processo. Per deciderlo, tutto dev'essere ormai così compromesso da non lasciare speranza di accertare alcunché. Come è stato possibile che in otto anni di processi nessuno si fosse reso conto che le prove valevano meno di niente?
Viene da pensare, a esempio, che la condanna di Alberto Stasi - anche lui in un'altalena di sentenze - per l'omicidio di Chiara Poggi sia basato su una raccolta di prove ancora più labili di quelle che non sono bastate a condannare Amanda e Raffaele. Viene da pensare che le polemiche su Bossetti e il caso Yara siano ben più che un pregiudizio innocentista o anti-magistratura. Viene da pensare che l'aleatorietà del giudizio - "la Cassazione che smentisce se stessa", come è stato detto per Knox e Sollecito - dipenda troppo dalla casualità del giudice cui sei affidato.
Dai caratteri del giudice cui sei affidato. Questa però non è la perfettibilità umana dell'indagare e del giudicare. Questo è un pasticcio. L'abilità e la competenza giuridica, la capacità e l'acume di un avvocato come di un pubblico ministero fanno certo la differenza: questo è il principio per cui si dovrebbe garantire a ogni cittadino di avere un'adeguata difesa e non consentirla solo a chi può permettersi di pagare i principi del Foro e i migliori periti.
Ci eravamo convinti però - ci avevano convinti però - col nuovo processo e il dibattimento e queste cose qua che tutta la giurisprudenza del mondo, tutta la sapienza giuridica venisse sempre più ancorata al rigore della prova scientifica. Che non fossimo ancora al tempo del processo Bebawi, quando marito e moglie si accusarono l'uno contro l'altra di avere ucciso l'amante di lei e la giuria incapace di dire chi fosse stato davvero il colpevole - se lui, lei o insieme - li mandò assolti entrambi. Due colpevoli di troppo - scrisse Oriana Fallaci. Non ce la bevevamo più, pensavamo. Due colpevoli di troppo sono diventati pure Amanda e Raffaele - uno c'è, è Rudy Guede, nella nuova figura di reato del "concorso da solo". Un colpevole basta e avanza, evidentemente.
Non c'entra niente l'abbuffata di telefilm e fiction in cui le squadre dei forensic, la polizia scientifica, con un capello ritrovato in un sifone di lavello o una scheggia d'un faro d'automobile, risalgono all'assassino e al complotto che sta preparando una strage. Fiction, certo. C'entra solo che dalla fisiognomica di Lombroso, che pure nella sua orribile deformazione puntava a rendere scientifica la criminologia, pensavamo di avere fatto dei passi avanti nella tecnologia e nelle tecniche, nell'analisi di una scena del crimine, nella raccolta delle prove.
Invece, così non è. Le figure chiave nella soluzione dei delitti rimangono il pentito e l'intercettazione. Ma pentito e intercettazione sono figure ricorrenti nelle associazioni criminali, non nei delitti "qualunque". Pentito e intercettazione sono elementi "passivi" di un'indagine, e non a caso estremamente problematici. Il pentito confessa le cose più turpi, che servono all'indagine del magistrato, per i suoi scopi, che possono essere una pena ridotta, un cambio di identità, la distruzione di un clan nemico, una qualche vendetta.
L'intercettazione, a parte tutte le questioni legate alla loro legittimità e ai loro abusi, ha limiti evidenti: si conversa, si cazzeggia, uno può ingigantire una cosa, per mille motivi, per darsi peso, per pavoneggiarsi, per incutere timore o rispetto, oppure minimizzarli, uno può dire una cosa solo per vedere l'effetto che fa sull'interlocutore, e così via. L'intercettazione non prova un bel niente, proprio come un pentito non prova un bel niente.
Non sono fatti inoppugnabili, incontrovertibili, anzi sono sempre reversibili. Nella lotta alle cosche e ai clan, spesso possono consentire chiavi di lettura, possono servire a incrociare dati, a sovrapporre cose apparentemente lontane, proprio perché ci si trova di fronte fenomeni complessi e segreti. Non è così per gli omicidi. Il carattere "passivo" degli elementi-chiave di questi anni - intercettazioni e pentiti - ha finito col produrre una sorta di pigrizia intellettuale nelle indagini, una sorta di "pigrizia investigativa".
Se si ripercorrono alcuni dei casi più clamorosi e controversi della cronaca "nera" di questi anni, si rimane sconcertati dalla mole di errori nelle indagini. Ora sembra che il Dna risolva tutto, e investigatori e giudici si siano "impigriti", convinti di avere in mano lo strumento risolutivo. Il Dna è uno straordinario strumento di indagine, ma solo se si seguono rigorose metodologie, dal primo istante delle indagini; se gli investigatori scientifici arrivano dopo altri, si è già creato un inquinamento della scena del crimine, spesso non più controllabile.
A esempio, nel caso Anna Maria Franzoni e del delitto di Cogne si susseguirono oltre venti sopralluoghi nella casa del delitto ma solo dopo che per casa c'era stato un gran viavai di persone. Ancora nel caso di Cogne, le indagini non hanno mai portato al ritrovamento dell'arma del delitto. Si è ipotizzato che si trattasse di un mestolo di rame, di una piccozza da montagna, di un pentolino del tipo usato per bollire il latte o di altri oggetti, ma non è mai stata raggiunta alcuna certezza.
L'arma del delitto, malgrado le approfondite ricerche non è mai stata trovata. Il professor Carlo Torre, cui era stata affidata inizialmente dalla famiglia Lorenzi la consulenza medico-legale passò diversi giorni nel laboratorio dell'Istituto di Anatomia di Torino per studiare i diversi modi in cui gli schizzi di sangue avessero potuto macchiare il pigiama azzurro ritrovato sul letto del piccolo Samuele.
Per concludere, che - contrariamente a quanto sostenuto nelle indagini, che ipotizzavano se lo fosse sfilato dopo il delitto - l'assassino non poteva indossare quel pigiama macchiato di sangue. Per un motivo molto semplice: se quell'indumento fosse stato indossato da chi ha ucciso il bimbo di Cogne sarebbe stato sì sporco di sangue ma le tracce ematiche si sarebbero deformate nel momento in cui fosse stato sfilato. E così non era.
Nel caso di Marta Russo i laboratori della polizia avevano scambiato una particella di ferodo di freni, ampiamente diffuse nell'aria di Roma, per un residuo di sparo e su di esso avevano costruito tutta la tesi accusatoria. Per non parlare della traiettoria del proiettile ricostruita sulla base di un solo punto e che, guarda caso, passava proprio per dove era stato trovato il residuo fasullo.
Il 7 agosto 1990 in via Poma viene ritrovato il corpo di Simonetta Cesaroni. È stata immobilizzata a terra, qualcuno si è messo in ginocchio sopra di lei e l'ha colpita con un oggetto o le ha battuto la testa contro il pavimento facendola svenire. Poi, l'assassino ha preso un tagliacarte e ha iniziato a pugnalarla a ripetizione. Simonetta viene lasciata nuda, con il reggiseno allacciato, ma calato verso il basso, con i seni scoperti. Su uno dei capezzoli c'è una ferita che sembra un morso. Non vengono analizzati eventuali ritrovamenti di saliva attorno al capezzolo, posto che quella escoriazione sia dovuta a un morso.
Dopo Pietrino Vanacore, portiere del palazzo, e Federico Valle, nipote di uno dei residenti, nel 2007, l'ex-fidanzato di Simonetta, Raniero Busco, viene formalmente indagato. Sono passati diciassette anni dal delitto. Nel 2009 il pubblico ministero chiede il rinvio a giudizio di Busco. Il giudice decide di ascoltare i cinque consulenti che hanno eseguito la perizia sull'arcata dentaria di Busco e il confronto tra l'arcata dentaria dell'imputato e il morso al capezzolo del seno sinistro di Simonetta Cesaroni.
Viene anche convocato il consulente tecnico di Raniero Busco. I cinque periti del pubblico ministero - tra i quali un capitano del Ris - espongono i risultati della loro analisi sull'arcata dentaria di Raniero Busco e dimostrano, anche attraverso prove fotografiche, la perfetta compatibilità tra i segni del morso sul capezzolo del seno sinistro di Simonetta Cesaroni e i denti dell'imputato.
Il giudice ascolta anche la relazione del consulente nominato dalla difesa di Busco, che ritiene la lesione sul capezzolo della vittima come compatibile solo con l'azione di un morso laterale per il quale non è possibile giungere a alcuna attribuzione; evidenzia pure che le incisioni dentali di Busco, se di morso si tratta, sarebbero state completamente differenti, escludendo quindi che sia lui l'autore della lesione sul capezzolo. Il giudice accoglie la richiesta del pubblico ministero e rinvia a giudizio Raniero Busco. A gennaio 2011, al termine del processo di primo grado, Raniero Busco viene riconosciuto colpevole dell'omicidio di Simonetta Cesaroni e condannato a 24 anni di reclusione.
A aprile 2012, al termine del processo di secondo grado, Busco viene assolto dall'accusa del delitto Cesaroni per non aver commesso il fatto. La Procura ricorre in Cassazione e nel febbraio 2014 Busco viene definitivamente assolto. Morso, tracce di Dna, sangue mischiato, perizie sballate, tutto un pasticcio. Il delitto resta senza colpevoli; Simonetta rimane senza giustizia.
Garlasco: nel settembre 2007 viene inviata alla procura di Vigevano una "relazione preliminare" che contiene l'accertamento sui pedali di una bicicletta di Alberto Stasi: è stato individuato un profilo genetico riconducibile, al di là di ogni ragionevole dubbio, alla vittima, secondo il Ris di Parma. Su quei pedali c'è il sangue di Chiara Poggi.
Se ne convince anche il Pubblico Ministero incaricato dell'indagine, che, sulla base di quella relazione, dispone il fermo di Stasi. È il 24 settembre del 2007, quaranta giorni dopo il delitto. Il giorno seguente, il reparto scientifico dell'Arma manda una "nota tecnica" sugli esami del giorno prima: i risultati sono stati comunicati "senza procedere a ulteriori accertamenti".
Un giorno dopo la consegna della relazione tecnica la posizione del Ris si fa più sfumata: il profilo genetico relativo alla vittima è solo "con elevata probabilità riconducibile a sangue". Passano altri due giorni e il 27 settembre il consulente tecnico della difesa di Stasi invia le sue osservazioni alla Procura: le analisi del Ris non dimostrano la presenza di emoglobina, quindi non si può parlare di sangue. Il gip considera "insufficienti" gli indizi raccolti e scarcera Stasi.
Come si sa, i vari processi hanno poi finito per condannare definitivamente Stasi, e la bicicletta e i suoi pedali - forse non quella, forse non quelli - sono risultati poi determinanti. Più sconcertante era stato il fatto che una settimana dopo il delitto la salma di Chiara Poggi fosse stata inaspettatamente riesumata. I tecnici della scientifica devono obbligatoriamente prendere le impronte digitali sul cadavere per effettuare l'esclusione con quelle raccolte sulla scena del crimine. Era però successo che nei momenti immediatamente successivi alla scoperta del delitto nessuno lo aveva fatto.
E parliamo adesso di uno dei casi più recenti e ancora aperti, l'uccisione di Yara Gambirasio e l'accusa nei confronti di Massimo Bossetti. Il Dna che ha portato in carcere Bossetti è stato estratto dal Ris da una traccia mista scoperta sugli slip di Yara. È una traccia mista, perciò va separata: da una parte Yara, dall'altra Ignoto 1. Gli esperti stimano che quella traccia sia composta per quattro quinti dal materiale biologico (forse sangue) di Ignoto 1 e solo per un quinto dal sangue di Yara. Succede però che il perito nominato dal pubblico ministero scopre e certifica che le proporzioni sono invertite: quella traccia sono per quattro quinti di Yara e solo per un quinto di Ignoto 1. Forse non cambia nulla per Bossetti.
Il Ris ha proceduto con l'estrazione del Dna nucleare, quello che individua con la massima precisione solo un individuo nel mondo e quel Dna nucleare, estratto dagli slip di Yara, combacia con quello di Massimo Bossetti. È lui Ignoto 1. Viene però esaminato e riesaminato il Dna mitocondriale, quello cioè che trasmette all'individuo le informazioni genetiche da parte materna. E qui, misteriosamente, Bossetti scompare.
Anzi, compare proprio un'altra persona, mai individuata. Chi è? Il problema vero è un'altra scoperta del perito del pubblico ministero: l'originaria traccia di Dna nucleare che ha portato all'identificazione di Massimo Bossetti sembra esaurita. Quindi, posto che Bossetti non compare nel Dna mitocondriale estratto dalla traccia degli slip, resta in piedi la prova del Dna nucleare. Se si volesse ripeterla in sede processuale non sarebbe però piùpossibile. E questo, per Bossetti, può cambiare le cose.
Non sono un esperto di giudiziaria, non ho mai letto una sola carta processuale dei casi riportati, e mi sono limitato a riprodurre quanto spulciato nelle cronache, il che andrebbe di sicuro tarato. Peraltro qui non si vuole dare la croce addosso a nessuno. Ci sono stati tanti casi in cui le perizie sono state determinanti per accertare la verità. Basta però qui riportare le parole dell'ex generale Luciano Garofano, a lungo responsabile del Ris di Parma, e "volto noto" di tante trasmissioni televisive: "La polizia giudiziaria ha fatto passi di gigante nella tecnica del sopralluogo e negli esami di laboratorio ma molto resta da fare. Sulla scena del crimine dovrebbero andare solo specialisti puri che non abbiamo". Suona come una responsabile constatazione, piuttosto che una voce dal sen fuggita. E allora perché non li rifondiamo questi laboratori, perché non li formiamo meglio questi esperti, questi tecnici, questi periti?
Perché consideriamo ogni perizia come fosse una pistola fumante e non qualcosa che va analizzato, considerato, soppesato, riscontrato attraverso altri mezzi di investigazione? Perché si è talmente impigrita l'indagine, affidandosi esclusivamente a elementi tecnici la cui ponderabilità è quasi sempre controversa? Cosa fanno i pubblici ministeri, i passacarte dei laboratori scientifici? Cosa fanno i pubblici ministeri, per sapere della salute di un congiunto chiedono informazioni al portantino? Io credo sia questo il vero problema. La sentenza Knox-Sollecito a me non dà alcun sollievo: qualcuno deve dare conto a Meredith Kercher.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 2 aprile 2015
"Quella foto che ha fatto vedere la madre è una foto terribile, ma quella macchia rossa dietro è un cuscino. Gli avevano appoggiato la testa su un cuscino. Non è sangue, ma neanche la madre ha detto che è sangue e neanche lo può dire, perché non è così". Parole sprezzanti riguardanti la fotografia del cadavere del povero Federico Aldrovandi disteso su un lettino dell'obitorio che molti lettori del manifesto ricorderanno, pronunciate nel marzo 2013 ai microfoni di Radio 24, da Carlo Giovanardi.
Una frase che - così ha deciso ieri la Giunta per le Immunità di Palazzo Madama di cui lo stesso Giovanardi fa parte - non ha nulla a che vedere con le attività parlamentari dell'allora senatore Pdl, ma è stata declamata in diretta radiofonica in un botta e risposta con il conduttore de "La zanzara", Giuseppe Cruciani, in qualità di semplice cittadino. Perciò come tale può essere sottoposto a giudizio.
Di qui il voto favorevole - espresso dai membri della Giunta del Pd, di Sel e del M5S con l'opposizione di Forza Italia, Gal, Ncd e Lega - all'autorizzazione a procedere richiesta dai giudici di Ferrara nei confronti del senatore Ncd-Ap, accusato di diffamazione aggravata dalla signora Patrizia Moretti, la madre del diciottenne morto nel 2005 a seguito delle percosse subite durante l'arresto per le quali sono stati condannati in via definitiva quattro poliziotti. A quegli agenti, obbligati per altro la settimana scorsa dalla Corte dei conti a risarcire lo Stato pagando una somma complessiva che supera i 560 mila euro, andò la solidarietà non solo del senatore che a questo punto - se il voto verrà confermato dall'Aula di palazzo Madama - dovrà rispondere in dibattimento delle sue parole, ma anche di un sindacato di polizia che organizzò una manifestazione sotto le finestre dell'ufficio comunale di Ferrara dove lavora Patrizia Moretti.
Intanto contro la decisione della Giunta si sono subito scagliati il presidente dei senatori di Area popolare Ncd-Udc Renato Schifani, e gli amici Fabrizio Cicchitto, Roberto Formigoni e Gabriele Albertini, sodali immancabili di tante crociate del senatore Giovanardi, che parlano di "persecuzione di opinioni, discutibili ma legittime", e bollano il voto espresso da uno "schieramento politicista aprioristico e ultra giustizialista" come "un atto di servilismo nei confronti di un settore della magistratura".
Ma la Giunta, spiega la vicepresidente Stefania Pezzopane "ha ritenuto, senza entrare nel merito della questione perché non è di nostra competenza farlo, che il provvedimento di indagine dovesse andare avanti". "Dopo un'attenta analisi, attraverso una disamina dei fatti, con audizioni e producendo di tutto questo anche una memoria - aggiunge la senatrice democratica - non abbiamo ritenuto di riconoscere in questo caso l'insidacabilità dell'opinione del parlamentare perché non è stata riscontrata un'evidente corrispondenza tra l'attività parlamentare del senatore e la dichiarazione resa extra moenia in quel contesto".
Giovanardi però non chiede scusa e polemizza con i suoi colleghi senatori perché, dice, "la giunta ha deciso in circa mezz'ora, in assenza mia e di colleghi come D'Ascola o Buemi che aveva chiesto la cortesia di poter intervenire sulla questione, invece il problema è stato risolto in mezz'ora con una maggioranza schierata Pd-M5S".
di Riccardo Arena
www.ilpost.it, 2 aprile 2015
La legge ha fissato per il 31 marzo la scadenza per la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari. Ovvero il carcere per i pazzi. Gli ex manicomi criminali. Ora, visto l'estremo degrado di questo istituti, c'è chi parla di data storica o di momento di grande civiltà. Bravi.
Ma pensate forse che dal 1° aprile cambierà tutto e che l'orrore degli Opg scomparirà d'incanto? No. Non è così e basta leggere il testo della legge per capire che c'è poco da gioire. E infatti la legge sugli Opg prevede, più che una chiusura tout court, un graduale superamento degli Opg. Un superamento che si verificherà (forse) attraverso il graduale ricovero degli internati in strutture alternative, chiamate Rems e che dovrebbero essere realizzate dalle Regioni.
Il punto è però che non sappiamo quanto durerà questo graduale superamento degli Opg. Un anno, 5 anni, 10 anni? Non è dato saperlo. Un'incertezza dovuta anche dal fatto che non sappiamo quanto tempo le Regioni impiegheranno ad aprire queste famose Rems. E dunque, vi chiederete: "E allora cosa cambierà con questa legge?" Poco o nulla e questo perché le Rems disponibili sono assai poche e in quelle poche regioni dove sono state realizzate queste Rems ci potranno andare solo gli internati che hanno un programma terapeutico, mentre gli altri resteranno negli Opg. Morale, come è accaduto per la legge sulle donne detenute con i loro bambini, quella sugli Opg è una legge bellissima sulla carta, ma la cui applicabilità concreta resta incerta e difficile.
di Dario Stefano Dell'Aquila e Antonio Esposito
La Repubblica, 2 aprile 2015
Gli Opg resteranno aperti per chi, oggi, vi è ancora internato in attesa della presa in carico delle Asl con progetti terapeutici individualizzati (Ptri) o dell'apertura delle Rems. Questo per la riluttanza all'adozione dei Ptri e perché in alcune regioni, come il Veneto, non si è provveduto neppure a definire un piano d'azione. Qui in Campania, dove sono previste 2 Rems per una spesa prevista superiore ai 2,5 milioni di euro (a Calvi Risorta e a San Nicola Baronia), ancora devono cominciare i lavori. Ecco allora spuntare, da noi come altrove, le cosiddette pre-Rems.
In Campania ne saranno aperte tre, l'unica completamente dedicata a questa funzione sarà a Roccaromana, località Statigliano, con 20 posti letto (perché non è stata individuata come Rems?). Le altre due utilizzeranno parti di strutture già attive, una Rsa di Mondragone (8 posti letto), una struttura residenziale intermedia a Bisaccia (10 posti letto).
Restano ancora da chiarire le modalità di gestione e funzionamento, costi, personale impegnato, programmi trattamentali. Le pre-Rems, dunque, saranno destinate in via provvisoria ai nuovi internamenti di cittadini campani per i quali la magistratura disporrà misure di sicurezza detentive.
Se l'universo delle Rems, per molti, prefigura null'altro che mini Opg, in cui la psichiatria assume un ruolo pienamente custodialistico, nel frattempo si vanno strutturando nelle carceri nuove articolazioni psichiatriche destinate ai detenuti, fino a oggi inviati in Opg, con disturbo psichico sopravvenuto (art. 148 del codice penale) o a cui debba essere accertata l'infermità psichica. In Campania sono già operative quelle delle carceri di Santa Maria Capua Vetere e Pozzuoli, cui si aggiungeranno Secondigliano, Benevento, Sant'Angelo dei Lombardi e Salerno.
Luoghi che, all'interno di istituti detentivi già carichi di complesse problematiche, non solo difficilmente potranno assolvere a funzioni di cura, ma, soprattutto, rischiano di trasformarsi in spazi contenitivi, se non addirittura punitivi, dei casi più problematici.
L'accento normativo al ricorso a misure alternative all'internamento, già previste ma poco utilizzate, corre il rischio di scontrarsi con nuove forme di istituzionalizzazione e privatizzazione della presa in carico della sofferenza mentale, in comunità gestite da un privato sociale che, troppo spesso, ripropone logiche e prassi manicomiali.
In ogni caso, quella dei progetti individualizzati è configurata dalla legge come la via maestra da perseguire. Bisognerebbe allora riconoscere o determinare modelli teorico-operativi di riferimento e definire delle precise modalità di monitoraggio, che al momento mancano. Non vengono meno, però, la possibilità di essere internati per il tentato furto di una merendina, la sospensione delle garanzie processuali a seguito di una perizia di infermità mentale, la reiterazione di un dispositivo che definisce i folli come un corpo estraneo all'insieme sociale, costretto a logiche, norme e stabilimenti speciali. Il superamento dell'Opg va salutato e rivendicato come il risultato di una lunga lotta di civiltà. Ma quando anche gli ultimi internati potranno lasciare le sue mura e quei cancelli davvero chiuderanno.
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