di Andrea Colombo
Il Manifesto, 18 maggio 2019
Il leghista: delinquenti, porti chiusi. I grillini ormai non possono cedere. Ma è guerra anche sul decreto sicurezza e sull'Italexit. Di Maio: "Di uomini soli al comando non ne sentiamo la mancanza. L'arroganza di Salvini ricorda quella di Renzi ma la vera emergenza è la corruzione, non l'immigrazione".
È campagna elettorale, certo, ma non è pensabile che non lasci ferite profonde la rissa da osteria nella quale è degenerata, molto più violenta tra i due alleati di quanto non sia mai stata tra maggioranza opposizione. Sul piano personale siamo agli insulti, sul piano politico a una divaricazione sull'intero campo. L'affondo più fragoroso di ieri viene da Salvini. Colpisce Di Maio ma ancora di più Conte.
Dopo aver tenuto a freno l'ira per giorni, il leghista ieri è sbottato. A una quindicina di chilometri da Lampedusa c'è di nuovo la Sea Watch e stavolta gli alleati a cinque stelle sono meno disposti del solito a lasciare le redini nelle mani del ministro degli Interni. Ma l'immigrazione è il suo terreno, quello dove si sente più sicuro e dove può rispolverare l'arroganza proibita quando si gioca in casa 5S, cioè sul terreno della corruzione: "Nessun ministro e neanche il presidente del consiglio pensi di ordinarmi di far arrivare le navi con i migranti". Chiusura drastica, dei porti e del dialogo: "Sono delinquenti, i nostri porti sono chiusi". Dal Viminale segue a stretto giro l'indicazione di rotta: "Vadano in Tunisia".
Conte, diplomatico, evita la scontro diretto: "Possiamo contrastare la criminalità degli scafisti rispettando i diritti fondamentali. Non abbiamo mai consentito che morisse nessuno". Di Maio, invece, risponde a muso duro: "Di uomini soli al comando ne abbiamo già avuti e non ne sentiamo la mancanza. L'arroganza di Salvini ricorda quella di Renzi ma la vera emergenza è la corruzione, non l'immigrazione".
A spostare lo scontro nel campo caro ai 5S, quello dove vanno sul velluto, il Salvini furioso non ci sta, e cala la carta sulla quale punta dal momento stesso della sconfitta sul caso Siri: il decreto Sicurezza bis: "Mi arrabbierei se per motivi elettorali qualcuno lunedì, al consiglio dei ministri, dicesse no al decreto". Per i 5S far passare senza modifiche le nuove norme di Salvini, con l'odiosa multa su chi salva vite, vorrebbe dire perdere definitivamente ogni credibilità agli occhi dell'elettorato di sinistra. Ma in serata arriva un comunicato del Viminale, brutale e perentorio: "Il decreto dovrà essere all'ordine del giorno del prossimo cdm. È solido ragionevole e necessario".
Ma i pentastellati la partita se vogliono giocare tutta sul piano della corruzione. Un lunghissimo comunicato firmato dai capigruppo dei 5S D'Uva e Patuanelli chiede di fatto alla Lega di mettere alla porta chiunque sia indagato per corruzione: "È evidente che il moltiplicarsi delle inchieste ci pone di fronte a un'emergenza e i partiti hanno l'obbligo di dare l'esempio. Non abbiamo perso la fiducia nella Lega ma solo nei confronti di indagati e arrestati". Cosa significa lo chiarisce poco dopo l'anonima ma ufficiale "fonte" dei 5S: "Non pensiamo che la Lega sia fatta tutta di corrotti ma che si tenga i corrotti sì". Per il Carroccio l'invito è irricevibile. "Ma quale emergenza. Sono tre casi", minimizza Salvini.
Immigrazione e corruzione sono i fronti più fragorosi ma quello davvero significativo è un altro. È sui conti pubblici e sul rispetto delle regole europee che si registra la vera sterzata del Movimento. Ieri Salvini ha messo da parte le perifrasi: "Tornerei alle regole pre-Maastricht. Bruxelles ci porta alla piena disoccupazione". Fino a poco tempo fa Di Maio non la pensava molto diversamente e proprio su questo terreno comune i due partiti si erano incontrati. Le cose sono cambiate. Di Maio oggi è il più deciso difensore della Ue, costi quel che costi. La replica a Salvini è categorica: "Le regole vanno cambiate ma non permetterò di portare l'Italia fuori dalla Ue". L'Italexit è una boutade o poco più. Il cambio di passo dei 5S è invece clamoroso e repentino: meno di due settimane fa era Di Maio a sostenere lo sforamento del 3% di deficit.
Non è escluso che la conversione abbia un preciso significato. I 5S sanno che il rischio di crisi è ormai fortissimo: in questo caso dovrebbero fare il possibile per evitare la corsa alle urne. Il riposizionamento sull'Europa è condizione ineludibile per cercare una via. Se il governo si sgretolerà nei prossimi mesi bisognerà prima di tutto scegliere chi porterà il Paese alle urne e, una volta trovata una formula, sarà quasi inevitabile tentare di adoperarla non per settimane ma per mesi, almeno sino alla primavera. Se dovesse accadere il peggio, l'improvviso amore per la già detestata Ue mette i 5S in condizione di poter dialogare con il Pd e forse persino con Fi per strappare quel provvidenziale rinvio.
Ristretti Orizzonti, 18 maggio 2019
Si è concluso il percorso di alternanza scuola-lavoro di "Arte Bianca", un workshop sulle materie prime del territorio e sulla straordinaria arte dell'impasto e della panificazione svoltosi presso la Casa di Reclusione "Bartolo, Famiglietti e Forgetta" di Sant'Angelo dei Lombardi.
Il carcere altirpino è di nuovo all'avanguardia nel percorrere nuove strade di inclusione e di trasparenza per un mondo, quello penitenziario, che troppo spesso appare chiuso e distante dalla società civile.
Il laboratorio formativo è promosso dall'Istituto Alberghiero "Giuseppe De Gruttola" di Ariano Irpino, guidato dal Dirigente scolastico Pietro Petrosino, con la sezione staccata di Vallesaccarda. La scuola ufitana ha voluto far sperimentare ai propri studenti un diverso approccio all'alternanza scuola-lavoro.
Gli studenti, infatti, si sono immersi in un'esperienza davvero particolare: portare il loro percorso formativo all'interno del carcere altirpino, dove tra l'altro è aperta una sezione dell'Istituto alberghiero "Vanvitelli" di Lioni, diretto dal prof. Centrella, soggetto attivo nella formazione professionalizzante dei detenuti che all'interno del carcere studiano le loro stesse materie e praticano le stesse esperienze formative. Insomma, un approccio di relazione che contribuisce ad abbattere muri e pregiudizi sulla realtà carceraria.
La scelta della Casa di Reclusione santangiolese per un'esperienza assolutamente innovativa è stata dettata dalla considerazione che questo carcere è noto a livello internazionale per le sue best practices e per essere una struttura detentiva a vocazione agro alimentare. Qui, con la produzione di miele, vini, ecc.., si è scelto di prestare attenzione ai prodotti eno-gastronomici tipici del territorio, con l'impiego esclusivo dei ristretti che attraverso questo lavoro sperimentano una valida alternativa alla devianza.
Il workshop ha visto la luce per l'impegno profuso della professoressa Francesca Archidiacono, supportata dai professori Antonio Branca, Connie Goglia e Gerardo Pergamo dell'Istituto alberghiero " De Gruttola", e dal prof. Pasqualino La Penna, affiancato dai docenti di laboratorio della sede carceraria dell'Istituto alberghiero "Vanvitelli", proff. Palma Mascolo, Nunziata Loira, Vincenzo De Gisi e Pietro Vigorita.
Dice la prof.ssa Archidiacono: "Il progetto "Arte bianca" ha portato per tre giorni, il 13, 14 e 17 maggio, gli alunni del "De Gruttola" a seguire direttamente presso il carcere altirpino il workshop sulle materie prime del territorio e sulla unicità dell'arte dell'impasto e della panificazione.
Mestro panificatore d'eccezione è stato Carmine Mollo, dell'Accademia Arte Bianca di Avellino.
Un sincero ringraziamento - prosegue Archidiacono - è dovuto al Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria per la Campania, al Magistrato di Sorveglianza di Avellino ed alla Direzione della Casa di Reclusione santangiolese, nella persona della dott.ssa Giulia Magliulo e di tutto il suo staff di collaboratori, che da subito ha creduto nella bontà ed utilità del progetto, mettendo a disposizione gli spazi necessari e consentendo l'interazione tra l'interno e l'esterno, continuando sulla strada dell'apertura al territorio.
"L'iniziativa, singolare nella sua peculiarità, ha offerto occasione a questo Istituto - commenta la Direttrice Magliulo - la possibilità di avere un maggiore contatto con le realtà esterne al carcere, in una prospettiva di apertura e cooperazione tra istituzione penitenziaria e comunità esterna". Il progetto è stato reso possibile anche per la collaborazione degli esercizi commerciali della zona, in particolare il Conad Superstore di Lioni, che hanno fornito i prodotti tipici utilizzati dagli studenti per le loro creazioni durante il laboratorio formativo.
di Lilli Mandara
lillimandara.it, 18 maggio 2019
Non è una parola qualsiasi, è un superlativo, un dono fatto senza corrispettivo: ha gli occhi umidi e la voce che si spezza Giuseppe Fanfani mentre racconta ai detenuti del supercarcere di Sulmona il significato del perdono, declinando tre storie diverse, di quelle che fanno capire quanto sia importante pentirsi e perdonare soprattutto quando ti appresti a chiudere una porta, che sia quella di un carcere o quella della vita, e in una di queste c'è lui con suo padre, sul letto di morte. Lo libera un applauso, forte e riconoscente, da quel groppo in gola che gli impedisce di continuare.
È un pomeriggio magico, emozionante, delicato quello di ieri al supercarcere di Sulmona, 166 ergastolani su 380 detenuti: Giuseppe Fanfani, avvocato di grido, ex sindaco di Arezzo, ex componente laico del Csm, artista e ora appassionato interprete della Divina commedia che recita a braccio incantando le platee di mezza Italia, è qui per regalare due ore di poesia pura a un nutrito gruppo di studio di detenuti che tra l'altro sono membri della giuria popolare del premio Croce.
Un'iniziativa che fa parte del programma della Fondazione Irti per la diffusione della cultura negli istituti penitenziari in accordo col Csm e portata avanti dall'ex vice presidente del Csm Giovanni Legnini. Fanfani è stato invitato per recitare Dante, tra poco leggerà il canto quinto del Purgatorio, un canto poco conosciuto, e dice subito che la sua vicinanza al mondo che vive dietro le sbarre lui la vuole trasmettere così, attraverso la poesia.
È importante la poesia, lo è per la Fondazione Irti che ha promosso questo evento, lo è per tutti. Ed è importante la conoscenza in generale. Anche Dante lo diceva, "la conoscenza è un dovere", non è un optional, e lo diceva Sant'Agostino: "Uno dei doveri della collettività è la conoscenza pubblica, di tutti", solo così cresce una società.
E quanto è attuale e politico questo inizio, lui lo sa e lo dice, "io posso parlare più liberamente, adesso". D'altronde proprio Fanfani e Legnini furono i firmatari di una proposta per la modifica dell'ordinamento penitenziario e l'umanizzazione delle carceri.
"Mi piace venire qui - ha esordito Legnini nel saluto iniziale - e parlare come abbiamo fatto in passato di letture, cultura e scrittura. E la dimostrazione dell'importanza della cultura ci viene proprio dalla storia, è la storia che ci racconta di tantissimi detenuti per ragioni politiche che hanno prodotto dal carcere libri, saggi, lettere che hanno rappresentato ponti con la società, per citare solo Pertini, Spaventa, Gramsci. Grazie alla cultura sarà possibile affrontare le prove più dure come la detenzione". E si fa attentissima la platea quando Fanfani comincia a raccontare le storie dei "morti per forza" del quinto canto del Purgatorio, i morti ammazzati, e peccatori fino all'ultim'ora, che si pentono nel momento del trapasso conquistando così l'accesso al purgatorio.
"Pentimento e perdono non possono essere disgiunti - spiega - Io stesso sono un grande peccatore, chi non lo è. Anzi, chi dice di esserne immune è il più pericoloso". Che bella parola è il perdono, mica è una parola qualsiasi, è un superlativo, una condizione umana che non ha corrispettivo. "Perdonatemi", disse il padre a lui, Giuseppe e agli altri figli poco prima di morire, in pace.
"Bisognerebbe che se ne rendesse conto lo Stato, oggi più che mai, dell'importanza del perdono - e tutti quelli che invocano inasprimenti delle pene a scopi elettorali". Perdonò Mandela, percorrendo il viale che lo allontanava dalla sua cella, "se non avessi lasciato l'amarezza e l'odio dietro di me, sarei ancora dietro le sbarre", perdonò Renzo, il perdono ha due dimensioni, una individuale l'altra sociale, e serve a liberare l'animo e a darci serenità.
C'è un altro messaggio, nel quinto canto, importante per questo momento, per l'epoca che viviamo: "Vien dietro a me e lascia dir le genti", e cioè lasciamo che parlino, ignoriamo i chiacchiericci, spiega ancora Fanfani.
E quando alla fine l'avvocato-poeta termina di declamare a braccio, con commozione e passione, il quinto canto del Purgatorio, non c'è solo l'applauso ma anche l'abbraccio, uno per uno, con i detenuti presenti in sala. Lo scambio di parole, di impressioni, con lui e con Legnini, che conosceva già personalmente molti di loro. Al direttore Sergio Romice tocca concludere l'evento, i ringraziamenti di rito, alla coordinatrice del gruppo, alla fondazione, ai protagonisti. La promessa di Fanfani, è il regalo più bello per i detenuti: "Io non costo niente, verrò ogni volta che mi chiamerete".
di Fausta Chiesa
Corriere della Sera, 18 maggio 2019
Dalla Bosnia alla Cecenia, dal Ruanda al Congo e più di recente in Iraq: la violenza sessuale è un dramma senza fine e il Consiglio di Sicurezza dell'Onu si lega le mani. Il 13 aprile il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha approvato una risoluzione volta a combattere l'uso dello stupro come arma in guerra. Una buona notizia? Non proprio.
Il documento è uscito ampiamente impoverito dopo i veti posti da Stati Uniti, Russia e Cina, che si sono uniti in una strana alleanza per "annacquare" i diritti delle vittime. A dirlo non sono soltanto le Ong - tra queste l'italiana Fondazione Pangea e Amnesty International - e le attiviste come Amal Clooney, ma gli stessi Paesi che si sono battuti per avere una risoluzione che desse più poteri, in primis la Germania, e la stessa Italia attraverso l'ambasciatore Stefano Stefanile, rappresentante permanente a New York, che sperava in un testo "più onnicomprensivo e inclusivo". Dalla bozza su cui Berlino aveva lavorato duramente la strana alleanza ha imposto di eliminare l'istituzione di un nuovo e specifico organismo per monitorare e segnalare gli stupri. E su pressioni di Washington è stato tolto ogni riferimento alla "salute riproduttiva" che, per estensione, costituiva il sostegno all'interruzione di gravidanza per le vittime di violenze sessuali in guerra.
Alla riunione hanno partecipato, oltre al ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas e al segretario generale dell'Onu Antonio Guterres, anche i premi Nobel per la Pace 2018 Nadia Murad e Denis Mukwege, che ci ricordano gli esempi più recenti dello stupro come arma di guerra. Nadia Murad è una delle 6.700 e più donne yazide fatte prigioniere in Iraq, torturate e violentate dagli uomini dell'Isis. Mutwege è un attivista e medico congolese, specializzato in ginecologia e ostetricia, che nel 1998 ha fondato il Panzi Hospital, dove cura le donne stuprate dai soldati congolesi. "Non c'è una guerra dove non ci siano stupri", sostiene Simona Lanzoni, vicepresidente e capo dei progetti di Fondazione Pangea. "Ma è con la guerra della ex Jugoslavia negli anni Novanta e con la denuncia da parte di associazioni di donne che lo stupro emerge come arma di guerra, utilizzata in maniera massiccia e sistematica".
Nel febbraio del 2001 per la prima volta il reato di violenza sessuale contro le donne è considerato un crimine contro l'umanità dal Tribunale Penale Internazionale dell'Aja per la ex Jugoslavia. Una sentenza storica condanna tre miliziani serbo-bosniaci per lo stupro e la riduzione in schiavitù sessuale di donne. Le associazioni umanitarie calcolano che tra il 1992 e il 1995 tra le 20 e le 50mila vittime della guerra nella Bosnia-Erzegovina furono abusate dalle forze nazionaliste. Ma i casi che arriveranno all'Aja saranno una percentuale piccolissima rispetto al dramma.
Le violenze sessuali arrivano poi in Kosovo dal 1996 al 1999 e dopo i Balcani proseguono con altri protagonisti - i soldati della Federazione russa - nella guerra in Cecenia dal 1999 al 2009, con testimonianze riportate da Human Rights Watch, che documenta anche gli stupri in Sierra Leone durante la guerra civile che termina nel 2002. In Africa lo stesso schema di stupri si ripete in Ruanda con il conflitto tra Hutu e Tutsi tra il 1990 e il 1993, in Congo tra il 1997 e il 2002. "Nei Balcani e in Africa sub-sahariana ci sono decine di migliaia di donne che attendono giustizia", dice Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. "Nella Repubblica Democratica del Congo i conflitti e gli stupri iniziati negli anni Novanta proseguono ancora oggi. Lo stesso accade in Sud Sudan oggi e in passato a causa del genocidio del Ruanda che ha avuto un'incidenza altissima di stupri di guerra".
Non ha fatto eccezione la guerra in Iraq con le violenze sessuali perpetrate dai soldati americani, conosciuti anche per gli abusi sulle donne giapponesi in tempo di pace, sin da quando nel 1945 hanno base nell'isola di Okinawa. "Lo stupro è un'arma per spaventare - spiega Simona Lanzoni- ma è anche usato come pulizia etnica. E questo è accaduto contro le yazide in Iraq e accade contro le rohingya in Myanmar. Se stupriamo le donne, i figli non saranno rohingya: questa è la logica". Per Lanzani la risoluzione del Consiglio di Sicurezza "delegittima le istituzioni internazionali che lavorano per la pace e la giustizia, come la Corte penale internazionale alla quale Stati Uniti, Cina e Russia non hanno aderito. Un accordo in controtendenza con "tutti i progressi che si stanno facendo in questo campo". Un passo avanti, anche se molto più corto e incerto di quello che si sperava, è stato comunque fatto. Grazie alla risoluzione le varie agenzie dell'Onu potranno giustificare un budget per i progetti di assistenza alle donne.
ilcittadinoonline.it, 18 maggio 2019
Mercoledì 22 maggio con i detenuti di Alta Sicurezza studenti della sede carceraria dell'Istituto "B. Ricasoli". Chef per un giorno pronti ad accogliere gli ospiti con un pranzo "oltre le sbarre". Mercoledì 22 maggio la Casa di reclusione di Ranza, a San Gimignano, ospita la terza edizione di "Insieme con gusto", iniziativa che vede protagonisti i detenuti del circuito di Alta Sicurezza che studiano nella sede carceraria dell'Istituto Enogastronomico di Colle Val d'Elsa, indirizzo dell'Istituto d'Istruzione superiore statale "Bettino Ricasoli" di Siena. I detenuti - corsisti delle classi III, IV e V C - prepareranno antipasti, primi e secondi piatti e dessert per circa 80 persone presenti su invito.
L'iniziativa "Insieme con gusto" è stata avviata nel 2017 e ripetuta con crescente interesse e partecipazione sia da parte degli ospiti che dei detenuti studenti, pronti a cimentarsi ai fornelli e a mettere in campo la creatività in cucina che anima anche il loro blog "Scriviamo...con gusto, scriviamocongusto.wordpress.com, dove vengono raccolte ricette e riflessioni degli stessi studenti delle cinque classi dei regimi di Media e Alta Sicurezza. Grazie al blog e ad altri progetti didattici, gli studenti riescono a valorizzare le loro potenzialità e capacità con laboratori dedicati alla cucina e occasioni di confronto con il mondo esterno.
di Paolo Benanti
settimananews.it, 18 maggio 2019
Negli Usa si registra un sempre maggiore utilizzo delle AI per il sistema giudiziario e penitenziale. Algoritmi di calcolo del rischio di recidiva - risk assestment - utilizzando i dati passati se aiutano e velocizzano il sistema penale dall'altro possono semplicemente perpetrare errori o pregiudizi passati. Cosa fare?
Se l'uso che facciamo dei sistemi di intelligenza artificiale è limitato agli algoritmi che animano il machine learning per i feed di notizie di Facebook o i risultati di ricerca in Google, questa potrebbe non avere un enorme impatto personale. Tuttavia alla conferenza Data for Black Lives, tenutasi prima settimana di maggio, tecnologi, esperti legali e attivisti della comunità informatica hanno voluto guardare all'AI in prospettiva mettendo in piedi un confronto sul sistema di giustizia penale americano. In questo ambito un algoritmo può determinare la traiettoria della vita di una persona.
Qualche dato - Gli Stati Uniti imprigionano più persone di qualsiasi altro paese al mondo. Alla fine del 2016, quasi 2,2 milioni di adulti erano detenuti in carceri o prigioni e altri 4,5 milioni erano in altre strutture correzionali. In altre parole, nel 2016, 1 adulto ogni 38 americani era sotto una qualche forma di supervisione correzionale. L'incubo di questa situazione è uno dei pochi problemi che uniscono i politici di ogni schieramento.
Vi è un'enorme pressione per ridurre il numero di prigioni senza rischiare un aumento della criminalità. Per questo le corti degli Stati Uniti si sono rivolte a strumenti automatizzati nel tentativo di gestire gli imputati attraverso il sistema legale in quello che ritengono il modo più efficiente e sicuro possibile. È qui che inizia la parte affidata all'intelligenza artificiale di tutta la questione.
AI e criminalità - I dipartimenti di polizia utilizzano algoritmi predittivi per definire strategie su dove inviare le pattuglie in servizio. Le forze dell'ordine utilizzano sistemi di riconoscimento facciale per aiutare a identificare i sospetti. Queste pratiche hanno richiesto un necessario esame per capire se e come effettivamente migliorino la sicurezza o se semplicemente perpetuino delle disuguaglianze già esistenti nel sistema sociale.
I ricercatori e i difensori dei diritti civili, ad esempio, hanno ripetutamente dimostrato che i sistemi di riconoscimento facciale possono fallire in modo spettacolare, in particolare per gli individui che non sono di etnia caucasica. Un celebre caso ha meritato la cronaca quando un AI ha scambiato dei membri del Congresso per criminali condannati.
Ma lo strumento più controverso, che sta pian piano irraggiando il sistema giuridico USA, interviene di gran lunga dopo che la polizia ha arrestato qualcuno. Si stanno diffondendo degli algoritmi di valutazione del rischio criminale.
Gli strumenti di valutazione del rischio sono progettati per fare una cosa: prendere in considerazione i dettagli del profilo di un imputato e dare un punteggio di recidiva: un numero singolo che stima la probabilità che lui o lei tornerà a commettere un crimine.
Un giudice quindi utilizza il punteggio per una miriade di decisioni: quale tipo di servizi di riabilitazione dovrebbero ricevere particolari imputati, se dovrebbero essere tenuti in custodia prima del processo e quanto gravi dovrebbero essere le loro condanne. Un punteggio basso apre la strada per un esito più lieve. Un punteggio elevato fa esattamente il contrario.
La logica per l'utilizzo di tali strumenti algoritmici è che se è possibile prevedere con precisione il comportamento criminale, è possibile allocare le risorse di conseguenza, sia per la riabilitazione che per le pene detentive. In teoria, riduce anche qualsiasi pregiudizio che influenza il processo, perché i giudici stanno prendendo decisioni sulla base di raccomandazioni basate sui dati e non sul loro istinto.
A questo punto però appare evidente qual è il problema fondamentale di questi sistemi. Gli strumenti di valutazione del rischio che utilizziamo oggi sono spesso guidati da algoritmi addestrati su dati storici connessi al crimine.
Come già detto in altri post, gli algoritmi di apprendimento automatico utilizzano le statistiche per trovare schemi nei dati. Quindi, se si danno "in pasto" dei dati storici sulla criminalità a un algoritmo, questo sceglierà i modelli associati al crimine. Ma questi schemi sono correlazioni statistiche, in nessun caso le correlazioni individuate sono forme di causazione.
Piove?
Cerchiamo di spiegare questa differenza. Partiamo da una domanda quotidiana: "Piove?". Una risposta basata su un'analisi scientifica tradizionale si fonda sulla causazione. La scienza, in particolare la meteorologia, ci dice che una nube è formata da miliardi di goccioline d'acqua, ciascuna delle quali è a sua volta formata da circa 550 milioni di molecole d'acqua. Queste goccioline sono il risultato dell'evaporazione dell'acqua da oceani, mari, corsi d'acqua dolce, vegetazione e suolo. Il vapore acqueo viene quindi portato verso l'alto da correnti ascendenti; salendo, l'aria si raffredda e raggiunge la saturazione.
Tuttavia questo non è sufficiente per provocare la condensazione del vapore, dato che la goccia d'acqua formatasi tende a sua volta ad evaporare. In condizioni normali non si potrebbe avere la condensazione del vapore e quindi la formazione di nubi, neanche in presenza di sovrasaturazioni del 500%. Fortunatamente, nell'aria sono presenti particelle di pulviscolo atmosferico e cristalli di ghiaccio che agiscono come "nuclei igroscopici" o "di condensazione" (di dimensioni comprese tra 0,1 e 4 µm) che promuovono e agevolano la trasformazione di stato delle particelle di vapore.
Le precipitazioni e quindi la pioggia possono avvenire però solo quando la forza peso risulterà maggiore della resistenza offerta dal moto ascendente che ha portato alla formazione della nube stessa e che tende a mantenere le goccioline in sospensione. Occorrono centinaia di milioni di goccioline di nube per formare una goccia di pioggia del diametro compreso tra 200 µm e qualche millimetro. I due principali meccanismi di formazione sono l'accrescimento per coalescenza e il processo Bergeron-Findeisen.
Nonostante il meccanismo di formazione della pioggia sia sempre pressoché lo stesso, le cause dell'innesco di questo fenomeno possono avere varie origini: lo scontro tra fronti caldi e freddi che provoca un moto ascendente di aria umida, che raggiunge quindi il punto di rugiada e inizia il processo di coalescenza; la pioggia convettiva, causata da un forte riscaldamento del suolo diurno che provoca un moto convettivo di umidità anche molto intenso che può scatenare temporali, in genere limitati ad un'area geografica circoscritta; il sollevamento orografico per via della morfologia del terreno che obbliga aria umida a risalire e quindi scaricare l'acqua sotto forma di pioggia. È tipico in questo caso la formazione di un'ombra pluviometrica; grandi eventi atmosferici che periodicamente provocano la pioggia, come i monsoni o i cicloni tropicali.
Capito questo per poter rispondere alla domanda di cui sopra basterà vedere dove si generano quelle cause e tolte le cause togliamo l'effetto. Se per le questioni meteorologiche individuare le cause è più semplice parlando di fenomeni regolati da relazioni, per quanto complesse, matematiche e strettamente deterministiche, per il comportamento umano questo da sempre è risultato assai arduo.
Grazie alla correlazione alla domanda "Piove?" possiamo rispondere in maniera diversa. Se possiamo avere i dati di apertura degli ombrelli possiamo rispondere: "Piove dove ora si stanno aprendo gli ombrelli". E se questi dati storici sono sufficienti possiamo anche fare delle previsioni sul comportamento della pioggia. Il punto però è che non c'è modo solo correlando i dati di rispondere a una domanda sulla causa. In altri termini non sappiamo se sono gli ombrelli che si aprono che causano la pioggia o se la pioggia causa l'apertura degli ombrelli.
Se siamo disposti a non interrogarci sulle cause la correlazione ci può però fornire risposte su dove sta accadendo un fenomeno. Questo è un tipo di risposta che può aiutare molto per altri tipi di domande. Per esempio se sono un venditore ambulante di ombrelli questa informazione mi aiuta ad incrementare il mio business. Se faccio il fisico dell'atmosfera la correlazione ombrello e pioggia però non aumenta la mia conoscenza dell'atmosfera.
Il sistema carcerario statunitense - Se un algoritmo ha trovato, ad esempio, che il reddito basso è correlato con un'elevata recidiva, nessuno pensa che il basso reddito abbia effettivamente causato il crimine. Ciascuno può richiamare alla memoria numerose persone che, anche con reddito basso, vivono vite dignitose e più che oneste. Ma questo è esattamente ciò che fanno gli strumenti di valutazione del rischio: trasformano le intuizioni correlative in meccanismi di punteggio causale.
Ora le popolazioni che storicamente sono state colpite in modo sproporzionato dalle forze dell'ordine, specialmente quelle a basso reddito e minoritarie, sono a rischio di essere ulteriormente oltraggiate e vessate con punteggi di recidiva elevati. Di conseguenza, l'algoritmo potrebbe amplificare e perpetuare i pregiudizi incorporati nei dati e generare dati ancor più distorti alimentando così un circolo vizioso.
Poiché la maggior parte degli algoritmi di valutazione del rischio sono proprietari, e quindi inaccessibili alla loro struttura computativa per la tutela della proprietà intellettuale, è anche impossibile mettere in questione le loro decisioni o renderle responsabili.
Il dibattito su questi strumenti infuria ancora. Lo scorso luglio, oltre 100 tra attivisti dei diritti civili e organizzazioni a sostegno delle comunità e delle minoranze, tra cui l'Aclu e la Naacp, hanno firmato una dichiarazione che esorta a non utilizzare la valutazione del rischio nel percorso penale. Allo stesso tempo, sempre più giurisdizioni e stati, tra cui la California, si sono rivolti a questi strumenti sperando di poter sistemare le carceri sovraffollate e un sistema giudiziario e correttivo al limite.
Se mal utilizzata o implementata senza un'adeguata valutazione etica e sociale, la valutazione del rischio basata sui dati potrebbe essere un modo per ripulire e legittimare dei sistemi oppressivi. In questo senso, per esempio, è da leggere la denuncia di Marbre Stahly-Butts, direttore esecutivo di Law for Black Lives che ha detto sul palco di una conferenza, che è stata ospitata al Mit Media Lab. È un modo per distogliere l'attenzione dai problemi reali che interessano le comunità a basso reddito e minoritarie, come le scuole private e l'inadeguato accesso all'assistenza sanitaria.
Come minoranze e popolazioni svantaggiate, ha detto Stahly-Butts: "Non siamo rischi. Siamo bisogni". Ancora una volta appare evidente che per gestire questa frontiera dell'innovazione abbiamo bisogno di strumenti epistemologi adeguati e di un algor-etica che dia forma ad algoritmi responsabili.
di Paolo Mastrolilli
La Stampa, 18 maggio 2019
"Il sistema non favorirà più i legami familiari". I dem bocciano la riforma: figli separati dai genitori. Un sistema di immigrazione "basato sul merito", che garantisca insieme la sicurezza degli Stati Uniti, e l'accesso da parte delle persone più qualificate. È la riforma proposta ieri da Trump, che però si è scontrata subito con la bocciatura da parte dalla leadership democratica al Senato e alla Camera, dove i repubblicani non hanno i voti necessari a far approvare la legge.
Parlando nel Rose Garden della Casa Bianca, il presidente ha illustrato i principi di un piano che sarebbe frutto del compromesso tra l'ala intransigente del suo consigliere Miller, deciso a diminuire anche l'immigrazione legale, e quella più pragmatica del genero Kushner, che ha in mente l'esigenza degli imprenditori di attirare talenti. Trump ha iniziato dalla sicurezza, tema che lo ha sempre contraddistinto.
Ha ripetuto la volontà di costruire il muro per fermare gli illegali, e tenere fuori i criminali, dando così soddisfazione alla sua base bianca, timorosa di essere scavalcata dalle minoranze. Quindi ha spiegato le linee generali della sua proposta. Il piano immaginato lascerebbe il numero totale degli immigrati ammessi negli Stati Uniti grosso modo invariato, privilegiando però il merito come criterio di ammissione, rispetto ai legami familiari. Oggi in America entrano legalmente un milione e centomila persone all'anno. Il 12% delle carte verdi viene assegnato sulla base delle qualità, mentre due terzi degli immigrati sono sponsorizzati da parenti che già si trovano nel Paese. Circa 50.000 permessi sono poi distribuiti con una lotteria aperta a tutto il mondo, con alcuni limiti per le nazioni che hanno già avuto molti ingressi.
Il nuovo piano punta a lasciare intatto il numero complessivo degli immigrati ammessi negli Usa, rovesciando però i criteri di selezione. Le carte verdi assegnate in base al merito saliranno dal 12% al 57%, mentre gli accessi consentiti attraverso i legami famigliari scenderanno da due terzi a un terzo. La lotteria verrà eliminata, e verrà introdotto un visto chiamato "Build America", per favorire chi può aiutare a costruire l'economia del paese. Per essere ammessi bisognerà passare un test di educazione civica, e un background criminale.
Poi sarà necessario conoscere l'inglese, e la pratica sarà aiutata da eventuali offerte lavoro. Le carte verdi andranno in maggioranza a chi potrà dimostrare di guadagnare sopra una certa soglia, per non penalizzare i lavoratori americani che ricevono compensi bassi. Chi studia e vuole creare nuove imprese sarà aiutato a restare, mentre oggi chi riceve borse di studio come la Fulbright è costretto a tornare nel paese d'origine. Il piano non tocca la questione del Deferred Action for Childhood Arrival, ossia il piano Daca, voluto dal presidente Obama per evitare la deportazione di circa 800.000 illegali, portati negli Usa dai genitori quando erano bambini. La Casa Bianca ha detto che i "dreamers" non sono stati inclusi perché sono un tema troppo divisivo, ma la verità è che intende usarli come pedina di scambio quando dovrà trattare con i democratici l'approvazione della legge.
La Speaker della Camera Pelosi, e il leader della minoranza al Senato Schumer, hanno subito bocciato il piano. Schumer ha detto che "non è un serio tentativo di riformare l'immigrazione, ma un documento anti immigrati". Pelosi ha aggiunto: "Cosa vuol dire merito? La famiglia non ha merito? Quando separi i figli dai genitori peggiori solo le cose". Kushner ha descritto la proposta come un punto di partenza per la discussione, sapendo che così non ha alcuna possibilità di essere approvata al Congresso. Il sospetto dei democratici è che Trump l'abbia lanciata solo per galvanizzare la sua base in vista delle presidenziali del 2020, invece di negoziare una vera soluzione.
di Patrizio Gonnella*
Il Manifesto, 17 maggio 2019
Rapporto Antigone sul carcere. Quando i numeri crescono inevitabilmente in galera si tende a stare peggio. È strano raccontare l'ultimo anno di vita nelle carceri italiane partendo da un dato che a prima vista sembra contraddittorio, inspiegabile, illogico. Eppure il sistema penale e quello penitenziario non di rado si sottraggono alla logica e alla razionalità.
di Marta Rizzo
La Repubblica, 17 maggio 2019
L'Associazione segnala le condizioni di vita della popolazione carceraria: con 60.439 detenuti, il sovraffollamento nelle prigioni italiane sfiora il 120%. Il sovraffollamento delle carceri aumenta, i reati no. Le donne sono solo il 4,4% dei detenuti; diminuiscono gli omicidi; crescono i suicidi dentro.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 17 maggio 2019
Abbiamo presentato la mattina di giovedì 16 maggio a Roma il XV Rapporto sulle carceri dell'associazione Antigone, alla presenza del Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma e del Capo del Dipartimento della Giustizia minorile e di comunità Gemma Tuccillo. Da 21 anni entriamo in tutte le carceri italiane per adulti e per minori e ci preoccupiamo di raccontare all'esterno quella vita reclusa che troppo spesso si vorrebbe rimuovere e dimenticare.
- "Per quarant' anni ho curato gli ultimi nelle carceri italiane"
- In carcere più italiani e meno stranieri
- Troppi detenuti e mancano risorse per le misure alternative
- Rapporto di Antigone: in Italia calano i reati denunciati ma aumentano i detenuti
- Arrivano i filosofi in carcere per aiutare a pensare meglio









