Radio Vaticana, 2 aprile 2015
Papa Francesco si reca nel pomeriggio nel Carcere di Rebibbia a Roma, presso la Chiesa del "Padre Nostro", per celebrare la Messa "in Coena Domini", durante la quale laverà i piedi ad alcuni detenuti e detenute della vicina Casa circondariale femminile. Sull'attesa nell'istituto di detenzione Fabio Colagrande ha sentito Daniela De Robert, volontaria a Rebibbia, presidente dell'associazione VIC volontari in carcere della Caritas di Roma.
R. - L'attesa è molto forte. Sicuramente è un'attesa gioiosa tra tutti, in particolare naturalmente, tra quei 300 che potranno partecipare alla Messa, 150 uomini e 150 donne che verranno dal vicino carcere femminile; è un'attesa che coinvolge un po' tutti, perché è un ennesimo segnale di Papa Francesco, un segnale molto forte di vicinanza con questa periferia che è il mondo del carcere; un segnale di attenzione che cambia sensibilmente la vita delle persone.
D. - C'è un magistero particolare di Papa Francesco dedicato ai detenuti, riassumibile nella frase detta recentemente nel carcere di Poggioreale a Napoli: "Nessuno può dire io non merito di essere carcerato". Cosa significa?
R. - Significa moltissimo, e - mi permetto di dirle - in continuità anche con gli altri due pontefici, Giovanni Paolo II che incontrò la persona che gli sparò con un gesto di perdono fortissimo; Benedetto XVI che scelse di incontrare i detenuti, parlare dialogare con loro nello stesso carcere di Rebibbia, e Papa Francesco che da sempre dice: "Non giudichiamo, perché siamo tutti sulla stessa barca in qualche modo". Ricordo quando lui incontrò i cappellani delle carceri e raccontò di queste sue telefonate con i detenuti e disse: "Quando metto giù il telefono mi chiedo perché loro sono lì e io no". È un modo di dire: "Non siete diversi da noi, non siete il male, non siete le persone che dobbiamo allontanare. Siamo tutti uguali con destini diversi, con scelte diverse, con peccati forse anche diversi, ma il giudizio non serve". E non giudicare in un mondo dove si è costantemente giudicati - durante il processo, quando si sta in carcere, quando si esce si diventa ex-detenuti, comunque persone da condannare - è un messaggio che scalda il cuore, ed è un messaggio importante anche per la comunità cristiana che non sempre pensa che quel fare visita ai detenuti sia un po' alla pari con il far visita ai malati.
D. - Cosa significa vivere la Settimana Santa in carcere? Immagino che anche detenuti non credenti stiano attendendo la visita del Papa ...
R. - Sì, la spiritualità, la domanda di spiritualità è un aspetto molto forte della vita in carcere quando si ha anche più tempo per pensare, per stare con se stessi, un tempo vuoto che spesso è riempito dalla riflessione. C'è una domanda di spiritualità, ci sono esigenze comuni; spesso anche i detenuti non cristiani, di altre religioni, vengono alla Mesa perché comunque è uno spazio di preghiera e di forte condivisione. Per tutti il messaggio del Papa è questo: "Ero in carcere e siete venuti a trovarmi". Siamo un unico popolo, siamo un'unica comunità. Venerdì scorso abbiamo celebrato, sempre nella stessa chiesa, la Via Crucis insieme a don Enrico Feroci, il direttore della Caritas diocesana, che aveva portato in carcere la Croce di Lampedusa. Quel condividere sofferenze diverse è stato un momento importante.
D. - Giovedì il Papa incontrerà anche le detenute; anche mamme con bambini. Ricordiamo che per le donne detenute spesso c'è una sofferenza in più, quella della separazione dai figli ...
R. - La separazione dai figli per le donne è devastante. È un dolore immenso, lo vivono anche gli uomini naturalmente, ma per una donna essere separata dai figli vuol dire vivere moltissimo, un senso di colpa, vuol dire sentirsi cattive madri, sentirsi abbandonate dai figli. Verranno tutte le donne del nido con i loro bambini tra zero e tre anni; saranno in prima fila nella chiesa, ma simbolicamente con il Papa ci saranno in quel momento tutti i figli e tutte le figlie troppo violentemente e troppo profondamente separati dai genitori per il carcere.
D. - Giovedì sera, quando il Papa lascerà il carcere di Rebibbia dopo la celebrazione di questa Santa Messa nella Cena del Signore cosa lascerà?
R. - Lascerà speranza, una solitudine meno profonda. Lascerà il senso di non esser proprio gli ultimi della Terra, lascerà forse la voglia di cambiare grazie a questo gesto, lascerà la sensazione di essere uomini e donne come gli altri e di avere diritti come gli altri, ma anche doveri come gli altri.
di Vincenzo Scalia
Il Manifesto, 2 aprile 2015
L'ultimo numero di "Democrazia & diritto", è dedicato a "Carcere, giustizia e società nell'Italia contemporanea": esiste una via d'uscita alle derive securitarie dell'homo videns?
Sin dagli albori della modernità, l'universo carcerario costituisce il prisma attraverso il quale le trasformazioni politiche, economiche e sociali si scompongono e assumono una fisionomia leggibile. Il paradigma disciplinare, il trattamento degli anormali e l'approccio rieducativo costituiscono tappe fondamentali del governo dei conflitti, del governo delle classi pericolose, in relazione con le modifiche qualitative che interessano la società capitalista.
L'ultimo numero della rivista Democrazia & diritto, intitolato "Carcere, giustizia e società nell'Italia contemporanea" (pp. 174, Franco Angeli), si prefigge lo scopo di fornire una mappa delle trasformazioni della società italiana odierna attraverso il carcere, avvalendosi del contributo di studiosi ed esperti provenienti da vari background: sociologi, giuristi, esponenti dell'associazionismo, provano a delineare le tendenze che riguarderanno il rapporto tra pena e società nel nostro paese.
Muovendosi tra le macerie lasciate dal ventennio securitario, gli autori si muovono su tre piani. Oltre a ricostruire la genealogia del punitivismo contemporaneo, cercano di predire l'effetto che produrranno i nuovi interventi deflattivi, finendo per porsi la vexata quaestio congenita agli studiosi dell'universo penitenziario: esiste una via di uscita dal carcere come strumento di sanzione dei comportamenti illegali?
Parafrasando a rovescio un modo di dire riferito all'economia, ad un primo sguardo possiamo affermare che la polmonite che ha colpito gli Usa, nel contesto penitenziario, ha causato all'Italia soltanto un raffreddore. Infatti, se oltreoceano si assiste ad una parabola inflattiva, che dal 1973 al 2003 ha fatto schizzare il numero dei detenuti da 100mila a 4 milioni di unità (senza contare i detenuti in esecuzione penale esterna), le patrie galere, più o meno nello stesso periodo, hanno "solamente" raddoppiato i loro ospiti, passando dai 25 mila del 1990 agli oltre 60 mila di venti anni dopo. In realtà, a mettere in relazione l'aumento della popolazione detenuta coi cambiamenti sociali degli ultimi venti anni, le lacerazioni prodotte dall'uso della carcerazione sul tessuto sociale italiano risaltano in tutta la loro gravità.
Due terzi della popolazione detenuta sono dovuti alla legislazione criminogena sugli stupefacenti e sulle migrazioni, aggravate dai pacchetti sicurezza approvati dai governi espressioni di diverse maggioranze politiche. Il panico morale seguito a Tangentopoli è scaturito nell'approvazione di un provvedimento che eleva la maggioranza qualificata per approvare le amnistie da due terzi a quattro quinti, rendendo impossibile varare quei provvedimenti di amnistia che consentivano, periodicamente, di riportare il carcere a livelli minimi di vivibilità. Lo stesso indulto dell'estate del 2006, ha provocato non pochi. travagli presso l'opinione pubblica, diffondendo la convinzione, smentita dai dati, che i 30mila detenuti che avevano fruito del beneficio stessero per ridurre il Paese a un Far West contemporaneo.
L'Italia ha seguito le tendenze punitiviste sviluppatesi a ridosso del neo-liberismo, con la sfera penitenziaria sovraccaricata del governo delle trasformazioni sociali e dei conflitti che producono. Il carcere è diventato lo strumento di incapacitazione collettiva per eccellenza, dove i gruppi sociali marginali vengono depositati per fornire una rassicurazione posticcia a un corpo sociale sfilacciato dalla precarietà dilagante e disorientato dalla fine delle grandi narrazioni. Inoltre, abbiamo prodotto una peculiarità tutta nostra, in quanto il ventennio berlusconiano ha assurto a figura paradigmatica dello spazio pubblico l'homo videns, orientato verso il consumo, la soddisfazione di desideri a breve termine, quindi evocatore di misure esemplari più nella loro carica sensazionalista che nella loro efficacia pratica.
La cultura punitivista entra in crisi in questi anni di recessione, trascinandosi dietro il tramonto definitivo delle prospettive rieducative. Si fanno strada altri tipi di provvedimenti deflattivi, e la possibilità di applicare a più ampio raggio misure alternative alla detenzione. Tuttavia, rimane il problema della centralità della punizione nel diritto penale contemporaneo, e la necessità di superarla in modo originale, senza intaccare le prerogative connesse alla tutela dei beni individuali e collettivi. Questo passaggio, sostengono gli autori, non può essere figlio di progetti riformisti dall'alto. Se il carcere è connaturato alla repressione statale e allo sfruttamento capitalista, è a partire dalla messa in discussione dei rapporti di forza esistenti che bisogna muoversi. Peccato che manchi una prospettiva articolata di mutamento radicale, e che invece si stia facendo strada un nuovo panico morale, sotto le spoglie del terrorismo mondiale.
Metro, 2 aprile 2015
Condanne di massa in Egitto e Nigeria hanno condotto a una brusca impennata delle sentenze di morte lo scorso anno, secondo Amnesty International. Nel suo rapporto annuale sulla pena capitale nel mondo, l'organizzazione per i diritti umani afferma che il numero di condanne a morte registrato lo scorso anno è cresciuto di 500 unità rispetto al 2013, affermando che le misure punitive sono esplose "in un contesto di conflitti interni e instabilità politica". Tuttavia ci sono state meno esecuzioni rispetto all'anno prima e molti Paesi hanno adottato misure verso l'abolizione della pena di morte. Metro ha parlato con Chiara Sangiorgio, esperta per Amnesty di pena di morte in Occidente.
Quali sono le ultime novità in materia di pena di morte nei paesi occidentali?
"L'Europa è una regione quasi completamente priva di esecuzioni, tranne che per l'ultimo giustiziere solitario, la Bielorussia. L'anno scorso, la Bielorussia ha giustiziato almeno tre persone dopo una moratoria di 24 mesi. Nelle Americhe, gli Stati Uniti restano il solo Paese ad effettuare esecuzioni, ma per fortuna c'è stato un movimento costante di allontanamento dalla pena di morte negli ultimi anni. L'anno scorso, 35 persone sono state messe a morte negli Stati Uniti, rispetto a 39 nel 2013 e un altro Stato - Washington - ha avviato una moratoria ufficiale sulle esecuzioni. Va anche detto che tra gli Stati che ancora utilizzano la pena di morte Florida, Missouri e Texas hanno rappresentato l'80% di tutte le esecuzioni degli Stati Uniti l'anno scorso".
Perché la pena di morte è ancora in uso in Paesi democratici come gli Stati Uniti?
"Ci sono molte ragioni per cui i politici ancora giustificano la pena di morte, ma nessuna di esse è valida. L'anno scorso, c'è stata una tendenza dei leader di tutto il mondo - compresi gli Stati Uniti - a dipingere le esecuzioni come metodo per contrastare i tassi di criminalità. Ma questi leader stanno facendo un cinico gioco politico populista, oppure stanno ingannando se stessi; non vi è alcuna prova che la pena di morte sia un deterrente più efficace che una pena detentiva. In realtà, più uccisioni da parte del governo alimenteranno solo un ciclo di violenza, senza affrontare le vere cause della criminalità".
Quali sono i metodi di esecuzione più utilizzati nei Paesi occidentali?
"In Bielorussia - l'unico paese in Europa ad eseguirla ancora - i prigionieri vengono messi a morte con un colpo ravvicinato alla nuca. Negli Stati Uniti, l'iniezione letale è il metodo utilizzato nella grande maggioranza delle esecuzioni negli ultimi anni. Tuttavia, i regolamenti dell'Ue in materia di esportazione dei farmaci necessari per le iniezioni letali hanno fatto sì che molti stati americani abbiano faticato per portare a termine le esecuzioni - o hanno dovuto ricorrere a sostanze "inusuali" o "non approvate", aggiungendo i problemi che abbiamo visto con il ricorso a procedure pasticciate con alcuni sviluppi orribili verificatisi lo scorso anno. Pochi giorni fa lo Stato dello Utah ha annunciato che avrebbe proceduto ad esecuzioni per fucilazione quando le sostanze per le iniezioni letali non siano disponibili. Ma qualunque sia il metodo, la pena di morte è una punizione crudele, brutale e obsoleta. Esortiamo le autorità americane ad approfittare della carenza di prodotti chimici per adottare misure per abolire la pena di morte, invece di tentare di risolvere l'irrisolvibile".
Quali sono i reati più frequenti commessi in Occidente che portano alla pena di morte?
"Sia in Bielorussia che negli Stati Uniti, a essere condannati a morte sono in schiacciante maggioranza i detenuti per omicidio. Tuttavia, in molti altri paesi in tutto il mondo le persone vengono condannati a morte per reati che non raggiungono la soglia dei "reati più gravi", che sono i soli reati per i quali la pena di morte può essere imposta ai sensi del diritto internazionale. Nel 2014, le persone sono state condannate a morte anche per crimini che comprendono reati economici, commettere adulterio, o anche "stregoneria" e "magia" in Arabia Saudita".
Diceva che la pena di morte non ha più valore deterrente di una pena detentiva?
"Uno studio che ha confrontato i tassi di omicidio in Hong Kong e Singapore, che hanno entrambi una dimensione simile della popolazione, per un periodo di 35 anni a partire dal 1973 ha rilevato che l'abolizione della pena di morte in Hong Kong e l'alto tasso di esecuzione in Singapore a metà degli anni 1990 ha avuto un impatto minimo sui livelli di omicidio. Negli Stati Uniti, il tasso medio di omicidi per gli stati che utilizzano la pena di morte è più alto rispetto a quelli che non lo fanno".
Quali sono le ultime vittorie nella lotta contro la pena di morte?
"A livello globale, le esecuzioni sono scese di quasi il 22% rispetto all'anno prima. Molti governi hanno fatto piccoli ma concreti passi verso l'abolizione della pena di morte. Suriname e Madagascar sono molto vicini a farlo, e le richieste di abolizione sono pendenti dinanzi agli organi legislativi in ??diversi altri paesi. Con il sostegno popolare per superare la pena di morte, questa punizione aberrante sta lentamente ma costantemente diventando storia passata. Ciò è particolarmente evidente se si considera la tendenza di lungo termine - lo scorso anno 22 paesi in tutto il mondo hanno condotto esecuzioni, ma due anni fa erano quasi il doppio (41). Quando le Nazioni Unite sono state create nel 1945, soltanto otto paesi avevano abolito la pena di morte, ma oggi 140 paesi hanno abbandonato questa punizione per legge o almeno nella pratica".
Quando, secondo lei, negli Stati Uniti si fermeranno le esecuzioni?
"È difficile prevedere un intervallo di tempo, ma non c'è dubbio che vi sia un chiaro allontanamento dalla pena di morte nel paese, e un calo del sostegno pubblico. C'è stato un calo costante di esecuzioni e condanne a morte in America negli ultimi dieci anni. Dal 2007, altri sei Stati hanno abolito la pena di morte completamente, e l'anno scorso solo sette stati l'hanno eseguita. Lo Stato di Washington ha imposto una moratoria sulle esecuzioni l'anno scorso e la Pennsylvania lo ha seguito quest'anno. La nostra speranza è che questi siano solo i primi passi per la completa abolizione".
Quali sono i possibili passi che si potrebbero fare per evitare la pena di morte?
"Ci sono passi importanti che gli Stari potrebbero adottare immediatamente. Negli Stati Uniti, per esempio, la pena di morte continua ad essere attuata nei confronti delle persone con disabilità mentali e intellettive, in chiara violazione del diritto internazionale. Diversi altri paesi della regione mantengono ancora la pena di morte legale, anche se in pratica le esecuzioni non vengono effettuate. In molti di questi paesi vi è un vero movimento verso la piena abolizione, non da ultimo nei Caraibi".
Nova, 2 aprile 2015
Il procuratore generale egiziano, Hisham Barakat, ha ordinato l'ispezione urgente di sette prigioni. Secondo il quotidiano "al Masry al Youm" la disposizione è stata presa dopo la decisione di indagare sulle torture di alcuni detenuti nel carcere di Abu Zaabal, nel governatorato di Qalubia. Il Consiglio nazionale egiziano per i diritti umani (Enhcr) ha chiesto l'apertura dell'inchiesta, dopo che una delegazione ha incontrato cinque detenuti che hanno detto di essere stati picchiati. La visita nel carcere è stata decisa dopo una denuncia presentata dal giornalista incarcerato Ahmed Gamal Ziyada, che sosteneva di essere stato torturato. L'Enhcr ha affermato, in un suo report, che i prigionieri vengono picchiati, non hanno accesso ai servizi igienici e hanno poco cibo e acqua potabile. Le autorità hanno chiesto di incontrare 12 prigionieri, ma sono stati autorizzati a parlare sono con cinque.
Ansa, 2 aprile 2015
Al Qaida nella penisola arabica (Aqpa) ha assaltato un carcere nello Yemen e ha liberato oltre trecento detenuti, tra cui uno dei suoi leader. Lo ha riferito una fonte della sicurezza di San'a. L'assalto è avvenuto nella prigione centrale di Moukalla, nel sudest del Paese. "Un dirigente di Aqpa, Khaled Batarfi, in carcere da oltre quattro anni, figura tra gli oltre trecento detenuti che sono riusciti a evadere dal carcere centrale di Moukalla", nella provincia di Hadramout, attaccata prima dell'alba dai combattenti della rete estremista, ha dichiarato questa fonte.
Alessandro Campi
Il Mattino, 1 aprile 2015
Sono davvero tante le cose che colpiscono in quest'ennesimo scandalo politico-affaristico che ha per epicentro Ischia, per posta in gioco giudiziaria la corruzione legata agli appalti per la metanizzazione dell'isola, per protagonisti uomini del Pd e del mondo delle cooperative e che tra le comparse e i personaggi secondari annovera niente meno che Massimo D'Alema.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 1 aprile 2015
Non è proprio che le carceri italiane scoppino di detenuti per corruzione e altri reati contro la pubblica amministrazione. I dati più recenti dell'amministrazione penitenziaria fotografano una realtà per certi versi sorprendente, almeno per chi, sulla scia delle continue inchieste di questi anni soprattutto sulle grandi opere pubbliche, individua nella corruzione, insieme con la mafia, la vera emergenza criminale italiana. La gravità del fenomeno infatti non si rispecchia nel numero dei detenuti: per la corruzione "classica", quella propria, le presenze nelle carceri sono in tutto 226. Oltretutto con l'avvertenza che, nel caso in cui a una persona siano ascritti anche altri reati, appartenenti a categorie diverse da quella dei delitti contro la pubblica amministrazione, il conteggio può essere plurimo.
di Simona D'Alessio
Italia Oggi, 1 aprile 2015
Giro di vite per reati di associazione mafiosa (la pena massima arriverà fino a 26 anni di reclusione). E maggiore severità pure nei confronti di chi, sotto processo per illeciti nei confronti della pubblica amministrazione, chiederà di accedere al patteggiamento: sarà concesso, ma soltanto in caso di "restituzione integrale del prezzo, o del profitto del reato" commesso.
di Errico Novi
Il Garantista, 1 aprile 2015
Il Pd ammette la propria impotenza sulla giustizia davanti all'opinione pubblica. Tre suoi rappresentanti intervengono al convegno organizzato dall'Unione Camere penali dal titolo "Prescrizione: un nodo da sciogliere": si tratta dei deputati Alfredo Bazoli, Anna Rossomando e David Ermini. Ammettono che i processi non possono essere eterni.
di Daniel Rustici
Il Garantista, 1 aprile 2015
Dalle Coop rosse a Mafia capitale passando per commissariamenti e sospensioni, la vita dura dei dem da Milano a Palermo passando per Ischia. "Una vicenda scandalosa. È incredibile diffondere intercettazioni che nulla hanno a che vedere con l'indagine della Procura di Napoli. Lancio un allarme: chi non ha ruoli istituzionali e non ò indiziato di reato non può essere perseguitato in questo modo al solo scopo di ferirne l'onorabilità. Difenderò la mia reputazione in ogni sede, ho già dato mandato agli avvocati".
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