di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 15 maggio 2019
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 14 maggio 2014. La sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti che non dispone o non valuta, l'espulsione dal territorio dello Stato dello straniero per un reato previsto dal testo unico degli stupefacenti, può essere impugnata dal Pubblico ministero con un ricorso in Cassazione. Il chiarimento arriva dalla Suprema corte che, con la sentenza 20781, sgombra il campo dall'equivoco che alla soluzione indicata possa essere di ostacolo la norma del nuovo codice di rito, che individua le ipotesi tassative per proporre impugnazione.
Tra queste c'è l'illegalità della misura di sicurezza, che deve ritersi sussistente quando il giudice del patteggiamento non ha fatto nessuna analisi sulle condizioni o meno per la sua applicabilità. Per la Cassazione, un'interpretazione diversa dell'articolo 448, comma 2 bis del codice di rito penale sulla possibilità del Pm di proporre appello, sarebbe palesemente incostituzionale perché chiuderebbe la strada del ricorso in sede di legittimità, come previsto dall'articolo 111 della Costituzione, alle decisioni sulla libertà personale.
La Cassazione detta il principio di diritto consapevole di una divergenza di orientamenti dopo la riforma messa in atto con la legge 103/2017 che ha introdotto l'articolo 448, comma 2 bis del Codice di procedura penale. Secondo un primo orientamento infatti il ricorso del Pm sarebbe precluso. Secondo la tesi restrittiva, infatti, la misura di sicurezza dell'espulsione dello straniero, anche se non disposta nel patteggiamento, e in assenza di assoluta motivazione, sulla pericolosità sociale, non rientra nell'ipotesi di possibile ricorso in cassazione, come previsto dall'articolo 448, comma 2-bis, del codice di rito penale.
di Marina Castellaneta
Il Sole 24 Ore, 15 maggio 2019
Cgue - Sentenza cause riunite C-391/16, C-77/17 e C-78/17. Gli Stati membri non possono procedere all'espulsione di uno straniero, condannato per un reato di particolare gravità o pericoloso per la sicurezza dello Stato, se esistono seri e comprovati motivi di ritenere che nel Paese di destinazione corra il rischio di tortura o di trattamenti disumani o degradanti. Una protezione ad ampio raggio per il rifugiato, quindi, che prescinde dal suo comportamento. È la Corte di giustizia dell'Unione europea a garantirlo con la sentenza depositata ieri nelle cause riunite C-391/16, C-77/17 e C-78/17. Una pronuncia che allarga il perimetro di tutela dei rifugiati anche rispetto alla Convenzione di Ginevra del 1951, stabilendo così, un rafforzamento della loro protezione nello spazio Ue.
di Ivan Cimmarusti
Il Sole 24 Ore, 15 maggio 2019
Una riforma del processo civile più vicina alle istanze degli avvocati. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, assicura "semplificazione", con unico procedimento "monocratico identico anche per il Giudice di pace" e con "un unico atto introduttivo", perché il "sistema attuale non sta in piedi". È uno degli aspetti emersi nel corso della Giornata dell'orgoglio dell'avvocatura e tutela dei diritti, un evento organizzato a Roma dall'Organismo congressuale forense, cui ha preso parte il Guardasigilli. Obiettivo dell'incontro è stato quello di trovare, con tutte le componenti della società civile e della politica, punti di convergenza sul ruolo centrale della giurisdizione e dell'avvocatura per la compiuta realizzazione dei diritti dei cittadini e per la regolazione dei rapporti economici e sociali.
superabile.it, 15 maggio 2019
Le otto Rems sono state tutte ricavate all'interno dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere. Benevelli, presidente del Forum: "Tutti i pazienti lombardi vengono mandati lì e di fatto vengono seguiti poco e male dai servizi psichiatrici della loro città d'origine".
La Lombardia si distingue anche per come ha scelto finora di gestire la chiusura dell'unico ospedale psichiatrico della Lombardia, quello di Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova. Invece di aprire nelle diverse province le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), ha deciso di dividere l'ex Opg in 8 comunità, per un totale di 160 posti letto.
"È un tradimento dello spirito delle norme che hanno portato alla chiusura degli Opg", spiega Luigi Benevelli, presidente del Forum della salute mentale della Lombardia.
"Il senso delle Rems dovrebbe essere che i pazienti psichiatrici che hanno commesso reati continuino ad essere seguiti dai servizi psichiatrici del proprio territorio - aggiunge -. Invece tutti i lombardi vengono mandati a Castiglione e di fatto vengono seguiti poco e male, salvo alcune eccezioni, dai dipartimenti di salute mentale della loro città d'origine".
Nei progetti della Regione c'è ora quello di aprire due rems a Passirana di Rho. Ma è un'ipotesi ancora sulla carta. "Anche i fondi per le Rems non sono stati spesi", aggiunge Benevelli. Della singolare situazione lombarda si discuterà a Milano martedì 14 maggio alla Casa della Carità (dalle ore 14 alle 18, via Brambilla 10) con il convegno "Carcere e salute mentale. Rems, presa in cura e reinserimento sociale nel territorio".
Oltre a Benevelli, interverranno don Virginio Colmegna, presidente della Campagna per la salute mentale, Benedetto Saraceno, segretario generale del Lisbon Institute for Global Mental Health, Silvia Landra, psichiatra nelle carceri di Bollate e San Vittore, Franco Maisto, presidente tribunale di sorveglianza di Bologna, Angelo Fioritti, dipartimento salute mentale Ausl Bologna, Antonella Calcaterra, avvocato foro di Milano, Giovanni Rossi, psichiatra, Franco Milano, dirigente della struttura salute mentale della Regione e Valeria Negrini, portavoce del Forum terzo settore della Lombardia.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 15 maggio 2019
Esclusa la violenza privata per chi installa le telecamere nel muro perimetrale della sua casa, anche se le usa pure per sorvegliare gli abitanti e denunciarli se parcheggiano male l'auto o non raccolgono le deiezioni dei cani. E non importa se la sensazione di essere costantemente sotto l'occhio del "Grande fratello" induce gli abitanti della zona a modificare le abitudini scegliendo anche percorsi alternativi per rientrare dribblando le telecamere. L'uso strumentale dei sistemi di sorveglianza, anche con il sonoro, che era bastato ai giudici di merito, in primo grado e in appello, a condannare i ricorrenti per violenza privata, non è sufficiente per la Cassazione (20527) per contestare il reato.
Per la Suprema corte, infatti, la videosorveglianza, debitamente segnalata, è lecita perché finalizzata a proteggere i propri beni e l'incolumità personale e della famiglia. E anche se il monitoraggio costante può condizionare i movimenti del cittadino, consentendogli comunque di selezionare i comportamenti da tenere, questo va considerato come il risultato di un equilibrio e di un compromesso tra libertà individuali ed esigenze di sicurezza sociale. I giudici accolgono dunque il ricorso degli imputati, malgrado fosse dimostrato che gli abitanti della zona, alcuni dei quali si erano costituiti parti civili, erano costantemente controllati nelle loro attività lavorative e nei loro movimenti. Controlli che si traducevano, a volte, in esposti per comportamenti irregolari o presunti tali : dalle esalazioni provenienti dai laboratori della zona, agli schiamazzi, dai "bisogni" dei cani non raccolti, alla macchina in doppia fila. La Corte d'appello, confermando la condanna di primo grado, aveva sottolineato che l'uso strumentale delle telecamere, aveva finito per condizionare le azioni di alcune persone.
Ma, ad avviso della Suprema corte, non si può parlare di violenza privata. Un reato che scatta solo con l'uso di qualunque mezzo sia utile "a privare coattivamente l'offeso della libertà di determinazione e di azione, potendo consistere, anche in una violenza "impropria" che si attua attraverso l'uso di mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui, impedendone la libera determinazione". La Cassazione ricorda che per il reato, non è necessaria una violenza verbale o esplicita ma basta qualunque comportamento o atteggiamento "idoneo a incutere timore o a suscitare la preoccupazione di subire un danno ingiusto, finalizzato ad ottenere che, mediante tale intimidazione, il soggetto passivo sia indotto a fare, tollerare o omettere qualcosa". Per i giudici di legittimità non è questo il caso.
L'uso delle telecamere era lecito e i condizionamenti - come l'"accortezza" di cambiare strada per sottrarsi alle riprese - erano minimi "tali da non potersi considerare espressivi di una significativa costrizione della libertà di autodeterminazione". Per quanto riguarda l'intenzione, manifestata, di sporgere denuncia per i fatti illeciti catturati con le riprese, potrebbe integrare i reati di minaccia, molestia o ingiuria. Ma non la violenza privata.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 15 maggio 2019
Sette anni fa Giuseppe Pignatone si era presentato ai 90 magistrati della Procura di Roma senza proclami. Con la stessa sobrietà li ha salutati dieci giorni fa: nessuna cerimonia pomposa, cena ospitata dai carabinieri lontano dalla mondanità capitolina.
Poche parole e una foto di gruppo da "compagni di scuola". Ma dopo il brindisi, tra i pubblici ministeri le conversazioni hanno mutato tenore, volando dall'amarcord all'incerto futuro. Non senza timori. Ieri la commissione incarichi del Consiglio superiore della magistratura ha avviato l'esame dei candidati alla successione. Scelta destinata a segnare il destino non solo dell'ufficio giudiziario più importante del Paese (con inchieste aperte che toccano il Campidoglio, il governo, partiti di destra e sinistra, corpi militari e organi giudiziari per non parlare delle mafie), ma di tutta la magistratura.
A cascata, il Csm si misurerà con più di 100 nomine di vertice, tra cui 11 presidenze di sezioni di Cassazione e 14 Procure. In primis Torino. E Perugia e Brescia, ambite in quanto competenti a indagare sui magistrati di Roma e Milano. Nomine paralizzate (Torino è senza capo da sei mesi, senza che si sia mosso nulla) in attesa di capire che cosa accadrà nella Capitale.
In partenza i candidati per il dopo Pignatone erano tredici, ma ieri s'è capito che tre si contendono realmente il posto. Franco Lo Voi, attuale procuratore di Palermo, pareva in pole position. Per diverse ragioni: anzianità, curriculum (è stato anche al Csm e alla Procura europea) e appartenenza a Magistratura Indipendente, corrente uscita vincitrice dalle elezioni interne del 2018 e più dialogica con il governo gialloverde. Ma successivamente la sua posizione si è indebolita. Prima l'improvvida partecipazione alla cena di gala romana con tanto di simpatetica stretta di mano a Matteo Salvini. Poi il malumore di diversi esponenti della sua stessa corrente per lo scarso attivismo nella ricerca di consensi per la nomina. Infine, e soprattutto, il peso della continuità con Pignatone.
I pm a lui più legati, non è un mistero anche in assenza di pronunciamenti pubblici, considerano Lo Voi (a prescindere dalle casacche "politiche") il candidato che con più coerenza e determinazione proseguirebbe il lavoro. Al di là dei giochi di corrente, particolarmente acrobatici in una magistratura balcanizzata e in un Csm anomalo e fragile, la questione di fondo è diventata questa.
La garanzia di continuità, che rafforzava Lo Voi, pare ora (anche all'interessato) un boomerang, con l'emersione di voci, interne ed esterne alla magistratura e per le ragioni più diverse, che sul "metodo Pignatone" hanno da ridire al punto di consideralo una parentesi da chiudere al più presto. Metodo portato da Palermo a Reggio Calabria e infine a Roma, emancipandola dalla leggenda infausta di "porto delle nebbie": chiaro e unitario indirizzo investigativo, condivisione delle informazioni, fermo coordinamento della polizia giudiziaria, lettura non frammentata dei fenomeni criminali, uso non automatico dell'iscrizione nel registro degli indagati, rigoroso filtro probatorio all'azione penale. Metodo che si ritrova nelle inchieste sulle mafie (da "Mondo di mezzo" a quelle autoctone stile "Suburra").
E che non ha risparmiato i poteri pubblici più diversi: i tre ultimi sindaci, esponenti dei governi e dei principali partiti, carabinieri, magistrati ordinari e amministrativi. Elemento decisivo il ruolo della squadra di magistrati che più lo hanno condiviso e attuato, a cominciare dai procuratori aggiunti Michele Prestipino (antimafia, braccio destro di Pignatone anche a Reggio), Rodolfo Sabelli (reati economici) e Paolo Ielo, che ha coordinato le più delicate inchieste di corruzione (tra cui ora quella sul'ex sottosegretario Siri), additato dalla fronda anti Pignatone a simbolo della necessità di discontinuità.
In nome della quale sono salite (dentro e fuori Magistratura Indipendente, Procura e Csm) le quotazioni di Marcello Viola. Siciliano come Pignatone e Lo Voi (ma non palermitano), generalmente stimato ma con profilo diverso. Più asettico, meno interventista. Pm antimafia e giudice, poi capo a Trapani (che però non è Procura antimafia), dal 2016 procuratore generale a Firenze. Dove, alla cerimonia d'insediamento e all'inaugurazione dell'anno giudiziario, a salutarlo c'era Cosimo Maria Ferri, già leader della sua corrente e allora sottosegretario, oggi senatore Pd. Giuseppe Creazzo (terzo per anzianità ma secondo per curriculum dietro Lo Voi) ha lavorato a contatto con Pignatone in Calabria.
Pm del delitto Fortugno, dopo un passaggio fuori ruolo al ministero ha guidato la Procura di Palmi. Dal 2014 è a Firenze (dove ha chiesto e ottenuto l'arresto dei genitori di Renzi). Le sue possibilità dipendono dall'intensità del sostegno della sua corrente, la centrista Unicost, e dall'esito del duello Lo Voi-Viola. In caso di impasse, può essere la terza via.
Quotidiano del Sud, 15 maggio 2019
Tredici bambini insieme ad altrettante madri detenute nel penitenziario. Il triste primato di bimbi in cella spetta al carcere di Lauro dove sono presenti 13 donne con 13 figli. La casa circondariale irpina, infatti, fa parte dei cinque Icam (Istituti a custodia attenuata per detenute madri) creati nel 2007. In Italia, oltre all'Icam di Lauro, sono già attivi quello di Milano (che ha svolto il ruolo di apripista), Venezia, Senorbì (in provincia di Cagliari) e Torino. In altri istituti, invece, come quello di Rebibbia a Roma, sono previsti solamente asili nido all'interno delle sezioni femminili.
Sulla questione, il segretario generale del Sindacato Polizia penitenziaria, Aldo Di Giacomo ha scritto una lettera al Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, per denunciare la situazione. "Durante la mia visita alle carceri di Catania ho riscontrato la presenza nella sezione femminile di una madre detenuta con il suo bambino - spiega Di Giacomo.
Vedere di persona un bambino in cella, mi ha riportato alla mente le promesse del Ministro della Giustizia e quelle del mondo della politica "mai più bambini in carcere", fatte dopo il caso del settembre scorso della madre detenuta nell'istituto di Roma Rebibbia che ha gettato i suoi due figli dalle scale, che ha profondamente sconvolto l'opinione pubblica.
Verifico, invece, che secondo i dati del suo stesso Ministero, al 30 aprile scorso, sono 55 i bimbi, con 51 mamme, attualmente presenti nei penitenziari italiani - dichiara il segretario generale del Sindacato di Polizia Penitenziaria. È una situazione vergognoosa ed intollerabile che non può protrarsi ulteriormente e che richiede interventi immediati. In attesa di nuove normative di regolamentazione della detenzione di madri con bambini piccoli - sostiene Di Giacomo - si deve assolutamente evitare che i bimbi restino in cella per tutta la giornata limitando la loro presenza nelle ore notturne e consentendo loro di partecipare ad attività ricreative e formative fuori dal carcere".
Il segretario del sindacato ha chiesto, pertanto, un incontro urgente al ministro per verificare "quali azioni immediate intende mettere in campo" informandolo che "in caso di mancato accoglimento e di conseguenza in assenza di iniziative specifiche, la nostra organizzazione sindacale promuoverà iniziative diffuse di mobilitazione e protesta.
"Anche il Garante dei detenuti è intervenuto sulla condizione delle madri nelle carceri, ricordandone in una relazione al Parlamento le principali criticità, come l'assenza di lavoro e progetti, a volte ridotti a stereotipi femminili passati, come per esempio il lavoro all'uncinetto. Per le visite ginecologiche in alcuni carceri si deve poi ricorrere a visite esterne perché tra gli specialisti non è previsto il ginecologo. Ed è assente poi la prevenzione dei tumori femminili", conclude Di Giacomo.
Il Gazzettino, 15 maggio 2019
Oggi sit-in della Polizia penitenziaria davanti la prefettura dopo i ripetuti ferimenti di agenti da parte di detenuti malati. La Polizia penitenziaria di Belluno oggi scende in piazza nella manifestazione di protesta organizzata dalle segreterie provinciale di Cisl-Fns, Cgil-Fp, Sappe, Fsa-Cnpp, Osapp e Uilpa. Chiedono la chiusura della sezione Articolazione Salute Mentale riservata ai detenuti con malattie psichiatriche.
Troppi i casi di aggressioni e ferimenti degli agenti, a fronte di una non adeguata assistenza dei detenuti. Parlano di una situazione di degrado e insicurezza che pesa su tutti, dietro e fuori le sbarre. Il corteo partirà alle 9 dal carcere di Baldenich per raggiungere piazza Duomo dove ci sarà un sit-in davanti alla prefettura. La delegazione sarà poi ricevuta dal prefetto, alle 11, al quale saranno avanzate cinque richieste: chiusura della sezione Asm; revisione e contestuale integrazione degli organici del personale della Polizia penitenziaria e amministrativa; diritto alla sicurezza; tutela del personale; locali e cure adeguate per i detenuti rinchiusi nella sezione contestata. Le già difficili condizioni di lavoro nel carcere, ripetutamente denunciate dai sindacati, sono state aggravate dall'istituzione della sezione psichiatrica che ospita soggetti spesso complicati da gestire, non solo sotto il profilo medico ma anche del rapporto con gli agenti.
di Martina Santi
parmateneo.it, 15 maggio 2019
Il 13 maggio si è tenuto l'incontro "Università e carcere. Il castello dei destini incrociati", presso il carcere di parma. studenti detenuti e non hanno messo in scena una rappresentazione teatrale, a cui è seguito un momento di dibattito sul futuro della funzione rieducativa della pena detentiva. Lunedì 13 maggio alcuni studenti dell'Università di Parma hanno incontrato i detenuti degli Istituti Penitenziari di Parma, in occasione dell'incontro Università e carcere.
Il castello dei destini incrociati. Erano presenti Vincenza Pellegrino, docente di Sociologia dell'Università di Parma e delegata del Rettore per le attività universitarie negli Istituti Penitenziari di Parma, Paolo Andrei, rettore dell'Università, Vincenzo Picone, regista e sceneggiatore teatrale, Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà e Franco Prina, presidente della Conferenza nazionale dei delegati dei Rettori per i PUP (Cnupp). L'iniziativa è la prima dei quattro appuntamenti organizzati in occasione della tre giorni (13-15 maggio) dedicata alla relazione Università-carcere. L'obiettivo di questi incontri è avvicinare le due istituzioni, affinché la didattica e la ricerca universitaria pongano maggiore attenzione sul senso che ha il produrre e consumare cultura in un istituto penitenziario.
Durante l'incontro, i detenuti presenti hanno messo in scena una piccola produzione incentrata sull'opera 'Il Castello dei destini incrociati' di Italo Calvino. Il romanzo racconta l'arrivo di alcuni viandanti in una taverna, dove trovano ristoro e cominciano a banchettare. Il momento si interrompe, però, quando i viandanti scoprono di aver perso la facoltà di parola.
Interviene allora l'oste che, poggiando un mazzo di tarocchi sul tavolo, permette a ciascuno di raccontare la propria storia attraverso quelle carte. Si tratta di storie distanti, ma intrecciate. Allo stesso modo, i neo attori si sono persi nel "bosco della vita" per poi ritrovarsi, insieme, in un luogo afono dove la loro storia trova voce grazie ai tarocchi, o 'invarianti narrativi', come li chiama la Pellegrino.
Alle voci dei reclusi si alternano quelle dei tutor: studenti universitari che seguono all'interno del carcere alcuni detenuti nel loro percorso scolastico e che hanno partecipato al laboratorio teatrale. Insieme a loro, i ragazzi hanno recitato Calvino e dato rilievo alla storia dei propri studenti. Il rapporto confidenziale e di reciproco insegnamento creatosi durante questa esperienza, è apparso evidente, tanto che, per parlare della propria esperienza da tutor, una studentessa ha deciso di leggere alcune righe della tesi di laurea del suo 'alunno'.
Alcuni detenuti si destreggiano con confidenza sul palco. Altri inciampano nelle parole. Ciò che non manca, tuttavia, è la determinazione a raccontarsi e a mettere in scena della cultura. "Noi abbiamo un sapere limitato, incarcerato", confida il detenuto X, ma la speranza è che progetti come questo laboratorio costituiscano solo un primo passo nel processo di rieducazione che spetta ad ogni detenuto. Rieducazione non intesa, però, come 'correzione', ma come un augurabile 'possibilità di'. Secondo Vincenza Pellegrino, infatti, è essenziale che ciò che è 'possibile' smentisca la propria componente utopica e riesca ad istituzionalizzarsi. È in quest'ottica che Università e carcere di Parma stanno collaborando per la nascita del PUP (Polo Universitario Penitenziario).
Che valore ha, però, una laurea conseguita in carcere? Secondo il garante nazionale Mauro Palma non è sufficiente ridurre la barriera fisica, sociale e culturale tra chi sta 'fuori' e chi sta 'dentro'. È tempo di riconsiderare la concezione stessa del carcere. Lo Stato, sostiene Palma, non deve muoversi affinché il detenuto stia nel miglior modo possibile all'interno della cella, ma affinché ci stia il meno possibile. "Si va in carcere perché si è puniti, non per essere puniti". In altre parole, è importante che il detenuto non inizi un percorso di studi per 'passare il tempo', ma nell'ottica di un arricchimento personale e di un'auspicabile vita futura fuori dall'istituto. Al binomio università-carcere andrebbe dunque aggiunto il fattore 'città'. Questa deve affrontare la questione del 'dopo' e rivedere il proprio ruolo nel processo di integrazione del detenuto. Oggi, sostiene Palma, il carcere è considerato un posto di esclusione, ed è destinato ad esserlo fino a quando non passerà dall'essere 'non luogo' a luogo di conoscenza.
All'anno 2018-2019 sono circa 800 gli studenti detenuti iscritti all'Università: circa l'1,3% della popolazione detenuta. Un numero irrisorio. Invece, la recidiva è al 70% e il sovraffollamento al 129,3%. Quest'ultimo dato, tuttavia, non è dovuto all'aumento degli ingressi, ma al calo delle uscite. Questo tema è stato anche al centro della conferenza 'Marcire in carcere' al Salone internazionale del Libro di Torino 2019. Al dibattito ha preso parte Emilia Rossi, membro del Collegio del Garante nazionale dei detenuti. "Marcire in carcere - sostiene la Rossi - è un'espressione vecchia creata da una volontà politica, ma in aperto contrasto con il dettato culturale. Oggi serve una riflessione seria su una alternativa alla pena detentiva".
napolitoday.it, 15 maggio 2019
Sono state presentate in Consiglio regionale le attività ed i laboratori per i minori a rischio. Si è tenuta al Consiglio Regionale della Campania (isola F13 al 21esimo piano) la conferenza stampa per la presentazione del progetto di ceramica realizzato presso il carcere minorile di Airola. Il progetto è stato promosso dal Garante Campano dei detenuti Samuele Ciambriello e realizzato dall' Associazione alla promozione sociale "Tarita".
La conferenza stampa è stata introdotta con le parole del Garante: "Queste iniziative, promosse dal mio ufficio grazie ai contributi dell'assessorato regionale alle politiche sociali, per questi adolescenti fungono da zattera. Sono una educazione alla speranza che non è lenitivo che addormenta il dolore e la solitudine, ma è una forza che impregna il loro presente e li motiva a trasformare la loro vita. Questo è solo l'inizio, a breve partiranno dei corsi di formazione, con qualifica professionale, promossi dalla Regione. Nelle prossime settimane inizierà anche un corso di musica sempre nel carcere minorile di Airola, attraverso il sostegno di un gruppo di volontari, per far sì che questi giovani scoprano ciò che non hanno mai vissuto: la cultura, la bellezza, l'affetto, le relazioni ".
A far capo a questo evento una forte emozione, come ha mostrato la Presidente dell'Associazione "Tarita", Carmela Grimaldi, che ha raccontato dell'incontro con i ragazzi e ha affermato: " Questa esperienza mi ha segnato tanto, volevamo trovare la chiave giusta per aiutare questi ragazzi reclusi e scoraggiati. Alla fine di questo percorso, durato tre mesi, posso dire che non smetteremo mai di ringraziare ognuno di loro, per avermi, anzi averci, lasciato tanto. Ci hanno completato".
Tanti i partecipanti a questo evento, tra i quali il Consigliere Regionale Carlo Iannace, delegato della Presidente del Consiglio Regionale Rosa D'Amelio che a fine conferenza ha dichiarato: "Ci impegneremo a fare sempre meglio, ringrazio la presidente D'Amelio per avermi concesso questa possibilità, per me è veramente un orgoglio.
Sono folgorato da tutto questo. Siete veramente speciali." Ai ringraziamenti si è associata anche la Dirigente del centro Giustizia Minorile e Comunità della Campania Maria Gemmabella, che non ha esitato ad elogiare il Garante per aver permesso tutto questo e per la costanza e la dedizione con cui svolge il suo lavoro. Non è mancato poi un cenno di gratitudine per la polizia penitenziaria. Toccanti sono state le parole della Direttrice dell' Istituto Minorile di Airola Marianna Adanti, che ha sottolineato: "Non siete abbandonati e mai lo sarete, non pensate neppure una cosa del genere. Noi abbiamo un compito difficile ma lo facciamo con forza e motivazione. Questa iniziativa è bellissima, perché nel volontariato c'è tanta empatia e sensibilità. Io e i tanti collaboratori, ci impegniamo e impegneremo a fare sempre meglio affinché voi diventiate degli uomini liberi e giusti". Presenti, eccezionalmente, alcuni giovani ristretti in permesso, che hanno partecipato al progetto e durante la conferenza hanno omaggiato i partecipanti con dei lavori speciali da loro realizzati.
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