trmtv.it, 16 maggio 2019
L'arte e la bellezza, la danza e la musica, entrano in luoghi poco accessibili, come carceri, Centri di accoglienza e Rems, con il progetto promosso dal coreografo brindisino Vito Alfarano e la sua compagnia AlphaZTL. Un progetto che ha dato vita alla mostra "Spazi Liberi - L'arte nel sociale", inaugurata nella sede del Consiglio regionale della Puglia, che offre a tutti i visitatori l'opportunità di potersi affacciare oltre quelle alte mura invalicabili, recinzioni e sbarre, e scoprire così un pezzetto di mondo nascosto, dove spesso la bellezza riesce a fare breccia.
Nell'occasione, sono stati anche presentati i risultati del progetto Zip - Azioni di cerniera, promosso da Arci Bari, la cui edizione pilota volge ormai al termine. È stata infatti presentata l'edizione 2.0 del progetto di mediazione culturale e orientamento legale destinato ai detenuti stranieri del carcere di Bari. Tra gli obiettivi, supportare i migranti in carcere che troppo spesso vivono una condizione di emarginazione totale, non riuscendo a comunicare nemmeno i bisogni quotidiani, come il tipo di alimentazione o una terapia medica da seguire.
93 gli interventi realizzati che hanno coinvolto circa una sessantina di detenuti, toccando ambiti differenti, da quello sanitario a quello legale. Obiettivi della seconda edizione saranno il miglioramento del contesto, il potenziamento delle competenze interne all'istituto e la creazione di percorsi di integrazione per detenuti stranieri.
di Desire Miranda
Quotidiano di Sicilia, 16 maggio 2019
"Le carceri siciliane sono le peggiori d'Italia perché caratterizzate da un sovraffollamento del 200% e da una carenza organica talmente marcata da mettere a rischio la sicurezza dei colleghi e quella dei detenuti. Le condizioni sono poco dignitose perché le strutture sono fatiscenti e con il nuovo sistema carcerario che pone al centro la vigilanza dinamica, ossia 'tutti aperti', i detenuti che hanno più forza fisica, economica e mentale riescono a sopraffare gli altri detenuti evitando che venga messo in moto il processo educativo del carcere". È questa la denuncia di Aldo Di Giacomo, segretario generale Sindacato polizia penitenziaria S.PP.
Anche le statistiche pubblicate sul sito del ministero della Giustizia fotografano una situazione da sempre delicata nelle carceri siciliane. Ci sono sempre stati alti e bassi, ma in generale il sovraffollamento la fa da padrone. Secondo i dati aggiornati al 30 aprile scorso, in Sicilia ci sono 23 carceri con una capienza regolamentare di 6.480 posti, ma con 6.509 detenuti.
Guardando i dati relativi a Catania, nelle carceri di Caltagirone, Bicocca, Piazza Lanza e Giarre si contano 1067 detenuti a fronte di una capienza totale di 1004. Solo Caltagirone ha un numero di internati inferiore rispetto al limite, gli altri lo superano e lo hanno sempre superato. Piazza Lanza, inoltre, è l'unica casa circondariale che ha anche un settore femminile. Sono 46 le donne detenute.
Spesso si è invocata la costruzione di nuove carceri, ma, sebbene nel 2013 si sia deciso di concretizzare un nuovo progetto per 450 detenuti a Bicocca, accanto la struttura esistente, e all'uopo siano stati stanziati 27 milioni di euro, tutto è bloccato.
"Uno scandalo di proporzioni bibliche perché ci sono 27 milioni di euro accantonati e il ministro e il mondo della politica non vogliono farsene carico", denuncia ancora Di Giacomo. "Nonostante abbiano perso tutti i gradi di giudizio - continua - hanno detto che non verrà costruito. Sono disposti a pagare milioni di euro di penale pur di non realizzarlo sebbene per l'economia penitenziaria di Catania e della Regione sarebbe molto importante".
Di Giacomo, inoltre, sottolinea il paradosso che accompagna questa scelta. Il progetto infatti, prevede un nuovo tipo di carcere, con ampia autonomia dei carcerati e pochi uomini di polizia a controllarli. Una scelta che penalizza il ruolo riabilitante del carcere, secondo il segretario generale del sindacato della polizia penitenziaria, "perché vengono sopraffatti da chi non vuole essere rieducato, oltre a mettere a rischio sia la tutela di chi ci lavora".
A completare il quadro, poi, la mancanza di posti sufficienti in Sicilia che pregiudica uno dei diritti del detenuto colpevole di reati comuni: la possibilità di scontare la propria pena non troppo lontano dai propri affetti. "Si lede inoltre un diritto importante che è stato l'attuale governo a volere: giustamente dicono la pena va scontata dove hai gli affetti, ma i dati ci dicono che il 20% dei detenuti comuni sono da altre parti d'Italia. Allora delle due una: l'amministrazione e il ministro non sanno da che parte andare, conclude Di Giacomo.
Left, 16 maggio 2019
Non c'è stato bisogno di lenzuola annodate e nemmeno di lime. Ma non è stata comunque un'impresa facile fare uscire dal carcere di Regina Coeli le parole registrate dai detenuti nel corso del primo laboratorio radiofonico realizzato all'interno del penitenziario romano. Durante i tre mesi di workshop, ogni volta che si premeva il tasto rec, si doveva poi attendere il via libera delle guardie penitenziarie, che provvedevano a riascoltare tutti gli audio consegnati per poi decidere cosa potesse uscire e cosa no.
È accaduto così che alcune parole e intere frasi siano dovute restare dentro. Parole come fil di ferro, (che nel gergo carcerario equivale a manganello) o come rivolta. Oppure frasi come: "Avevo capito come funzionavano le cose .....e così ho detto che ero caduto dalla branda".
Tutto quello che resta lo potete ora ascoltare in "Braccio 5, segnali radio dal carcere di Regina Coeli", un racconto corale, realizzato da un gruppo di detenuti, su cosa sia il dentro e il fuori della vita carceraria. Il lavoro, dopo esser stato diffuso su Radio Tre Rai e su una serie di emittenti comunitarie tra cui Radio Popolare a Milano, Radio Ciroma a Cosenza e Radio Beckwith a Pinerolo, verrà presentato per la prima volta, il 21 e 22 maggio, al Macro Asilo di Roma. In questa occasione, l'esperienza proposta sarà quella di un ascolto collettivo: un'immersione sonora in un mondo che viene raccontato evitando le trappole della retorica e del vittimismo.
Il fulcro della narrazione, mixata in un montaggio che a volte suona come un rap, è un percorso audio all'interno del più antico penitenziario della capitale: l'ingresso, la cella, la sala dei colloqui, i corridoi, l'uscita. A fare da guida sono detenuti che hanno tutti nomi rigorosamente inventati. Ognuno ha la sua storia e la sua ricetta da proporre. Ognuno ha la sua voce e una conoscenza da voler condividere. La loro principale abilità sta nell'usare i suoni e le parole come strumenti per scavalcare muri e avvicinarsi ad una società da cui sono tagliati fuori.
È il potere della radio, come direbbe Orson Welles, mezzo in grado di produrre immagini più potenti di qualsiasi schermo ad alta definizione, grazie alla possibilità di stimolare l'immaginazione di chi ascolta. All'interno del percorso, frutto di un progetto realizzato della cooperativa PID e da Ilde Sonora, è difficile perdersi. Su sentieri sonori ben tracciati, Max, Dottor Gin, Brecciolino, El Cubano, Candy Candy e gli altri protagonisti di Braccio 5 escono dal Regina Coeli per smontare la retorica giustizialista, quella del sbattiamoli dentro e buttiamo la chiave, e per riportare al centro dell'attenzione le persone e l'universo carcere, di cui si sa sempre troppo poco. #braccio 5, segnali radio da Regina Coeli, 21 e 22 maggio Macro Asilo, via Nizza 138. Per info e prenotazioni
di Francesca Scognamiglio
Il Mattino, 16 maggio 2019
Moda, spettacolo e solidarietà nel carcere femminile di Pozzuoli per l'evento "È Moda per il sociale" in programma questo pomeriggio presso la casa circondariale di via Pergolesi, dove, a partire dalle ore 15, si svolgerà un vero e proprio fashion show dalle finalità sociali e culturali che vedrà come protagoniste le detenute che, per l'occasione, diventeranno modelle per un giorno.
L'evento, organizzato dalla P&P Academy e promosso dalla Fitel Campania e dall'associazione Nirvana, si terrà nel teatro dell'istituto dove le detenute sfileranno su tacco 12 e con abiti di alta sartoria dinanzi una platea composta da autorità istituzionali, guardie penitenziarie e da molte altre donne ospiti della struttura.
"Recluse ma non escluse" è questo Io slogan della sfilata, il cui obiettivo è quello di offrire a venti speciali top model un momento di svago e di aggregazione, e fornire loro strumenti utili per un eventuale futuro occupazionale nel settore della moda. L'iniziativa è nata infatti con Io scopo nobile di portare l'espressione artistica della moda in un luogo dove la femminilità rischia di essere annullata e dare una speranza per il domani, fuori dalle mura del penitenziario, a tutte coloro che nei mesi scorsi hanno preso parte ai laboratori didattici che si sono svolti all'interno del carcere.
Con la soddisfazione della direttrice del penitenziario, Carlotta Giaquinto, molte delle donne che vivono dietro le sbarre, ogni giorno svolgono attività come la scuola di portamento e di galateo, che da diversi anni cura la docente Anna Paparone, e che culmineranno nella messa in scena di oggi. La stessa Paparone sarà coordinatrice della manifestazione e condurrà lo spettacolo pomeridiano insieme al presentatore televisivo e speaker radiofonico Gaetano Gaudiero.
Dopo l'esperienza delle scorse edizioni, si ripete dunque un appuntamento molto atteso da queste donne dal vissuto difficile che indosseranno, oggi, in passerella, abiti realizzati da stilisti d'eccezione. Le indossatrici di Pozzuoli, truccate come vere star da professionisti del make-up quali Nicola Acella e Antonio Riccardo e pettinate da Ciro Paciolla, vestiranno in palcoscenico gli abiti di alta moda firmati Luciano Fiore Couture e le creazioni da sposa di Anna Ferrillo.
Sarà poi la volta delle collezioni messe a punto dai giovani studenti dell'Istituto Superiore Marconi e dell'Istituto Don Geremia Piscopo che porteranno in passerella, insieme agli abiti, anche messaggi sociali contro la violenza di genere e contro l'inquinamento ambientale attraverso la presentazione di una linea di vestiti realizzati con materiale da riciclo.
Saranno presenti, tra gli altri, alla kermesse: la direttrice della casa circondariale Giaquinto, l'assessore alle pari opportunità della regione Campania Chiara Marciani e diversi sindaci dei comuni dell'area flegrea. Una vera e propria catena di solidarietà dunque tra istituzioni, scuole di portamento e associazioni del territorio per far sentire la propria vicinanza a coloro che scontano una pena, affinché non si sentano abbandonate.
Non mancheranno, nel corso della serata, anche dei momenti di spettacolo. Dopo il fashion show, la manifestazione "È Moda" proseguirà con le esibizioni live musicali di Mr. Hyde ovvero Ludo Brusco e Rudy Brass e Ivan Granatino. Al termine della sfilata inoltre, lo chef stellato Pasquale Palamaro preparerà per tutte le ospiti deliziose pietanze.
di Davide Dionisi
vaticannews.va, 16 maggio 2019
Francesco Argentieri ha vinto la seconda edizione con la tesi di sociologia: "La sfera pubblica: il carcere come progetto sociale". A Roma la cerimonia di consegna dell'onorificenza. L'iniziativa è promossa dall'Associazione "Isola Solidale". Si chiama Francesco Argentieri ed attualmente è ospite della Casa circondariale di Rossano Calabro, in provincia di Cosenza.
Conseguendo una laurea in sociologia con la tesi su "La sfera pubblica: il carcere come progetto sociale" ha vinto la seconda edizione del premio nazionale "Sulle ali della libertà", l'iniziativa promossa e ideata dall'Associazione Isola Solidale, che a Roma da oltre 50 anni aiuta i detenuti in difficoltà. Tredici in tutto gli elaborati arrivati da diversi istituti di pena, valutati da una commissione presieduta da Mons. Paolo Lojudice, neo Arcivescovo di Siena-Colle Val d'Elsa-Montalcino e da Stefano Anastasia, Garante dei detenuti del Lazio.
Alla cerimonia il vincitore non ha preso parte ma ha fatto sapere che il premio (un buono di mille euro) lo utilizzerà per acquistare testi universitari e volumi che andranno ad arricchire la sua biblioteca. "Le mie letture preferite sono i romanzi, perché oltre ad essere un sognatore, questi libri mi permettono di evadere mentalmente" ha commentato Francesco Argentieri. "L'istruzione in carcere può essere l'inizio di una nuova avventura che può migliorare il reo, facendolo confrontare con nuove realtà e nuove prospettive didattiche" ha aggiunto. Chi si trova in carcere, pensa con rimpianto o con rimorso ai giorni in cui era libero, e subisce con pesantezza un tempo presente che non sembra passare mai. All'umana esigenza di raggiungere un equilibrio interiore anche in questa situazione difficile può recare un aiuto determinante la lettura e la scrittura.
"L'anno scorso" ha detto Alessandro Pinna, presidente dell'Isola Solidale "il vincitore della prima edizione ricevendo il premio ha sottolineato che la cultura rende liberi. È per questo che abbiamo scelto di proseguire con questa nostra iniziativa e intendiamo farlo ancora per tanti anni. Se i detenuti potessero trascorrere il tempo del carcere a formarsi e a studiare per prendere un titolo di studio, sicuramente uscirebbero più facilmente da quei circuiti che li hanno portati a delinquere" ha aggiunto.
"Sulle ali della libertà" ha confermato che l'approccio con la cultura in carcere agevola e favorisce qualsiasi progetto di rieducazione, recupero e reinserimento. Reinserimento che deve cominciare da prima che il detenuto esca dal carcere. Una volta uscito, poi, le istituzioni, il volontariato, ma anche le Regioni e gli enti locali devono cooperare affinché il percorso riabilitativo in carcere non sia vanificato dal nulla che si trova fuori. Mons. Lojudice si è detto convinto che la cultura, quando varca le porte del carcere, aiuta a riflettere su se stessi e sulla propria vita. Una sorta di "ponte" tra l'esterno e l'interno che permette ai cittadini che stanno fuori di capire cosa succede all'interno del carcere. Obiettivo dev'essere quello di un istituto a misura d'uomo".
di Enrico Cicchetti
Il Foglio, 16 maggio 2019
Dovevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, lo stanno sigillando dietro un vetro oscurato. La conferma è arrivata ieri mattina in commissione Vigilanza Rai: il 21 maggio scadrà e non verrà rinnovata la convenzione con Radio Radicale, che dal 1994 consente di ascoltare senza filtri ciò che viene detto in Parlamento, in Corte costituzionale, nei processi più importanti.
Il grillino Vito Crimi, ponziopilatesco, scarica la responsabilità sul collega a cinque stelle Luigi Di Maio: "Non è di competenza del mio dipartimento ma del Mise", ha spiegato il sottosegretario con delega all'Editoria. "Ricordo che c'è già un canale istituzionale della Rai, Gr Parlamento, che trasmette le sedute parlamentari. È una duplicazione dell'oggetto della convenzione".
"Non esiste un doppione di Radio Radicale", dice al Foglio Francesco Merlo, editorialista di Repubblica, che è stato anche consulente Rai per il piano di riforma del sistema news del servizio pubblico. "Nessun altro canale trasmette le sedute per intero, né i processi: nessuno fa quel servizio. Tanto che nel M5s hanno immaginato una gara per appaltarlo e lo stesso Crimi riconosce che l'archivio della radio è unico". Secondo Merlo, i due canali sono "imparagonabili". Di Radio Radicale, che non può trasmettere pubblicità, si sa quanto costa allo stato ed è regolamentata da un contratto preciso. Gr Parlamento è regolato da tre righe del contratto di servizio, non esiste un bilancio pubblico e non è prevista nessuna forma di controllo né di rendicontazione. "La Rai ha costi altissimi", aggiunge Merlo.
"Qualche trasferta per seguire le Olimpiadi basta a coprire il costo annuo di Radio Radicale", che a oggi ha due fonti di finanziamento, entrambe messe a rischio da interventi del governo: i 10 milioni di euro annui della convenzione e il fondo per l'editoria, con cui l'emittente riceve ogni anno circa 4 milioni di euro (più o meno quelli che spende per la sola gestione tecnica della rete nazionale). "In totale sono poco più di 20 centesimi a italiano all'anno", ricorda anche Mattia Feltri, editorialista della Stampa.
"Ma farne un discorso economico, un'analisi costi- benefici è totale cecità politica. Quella di Crimi è una questione di bandiera, per mostrare che il M5s è contro la casta". Ma il sottosegretario grillino è categorico: "Nel governo non c'è intenzione di rinnovare la convenzione" con l'emittente. Eppure, se il M5s si mostra compatto, il Carroccio si mette di traverso. Con un emendamento al decreto Crescita a prima firma Massimiliano Capitanio, la Lega ha proposto ieri sera alla Camera una proroga di sei mesi, con una copertura di circa 3,5 milioni.
"Non vogliamo passare per quelli che chiudono le radio a causa di decisioni discutibili del passato. Ma bisogna rivedere la gestione delle risorse e l'affidamento dei servizi. Questa è una proposta-ponte, di traghettamento. L'auspicio è di coinvolgere la Rai ed eventualmente soggetti privati, come Radio Radicale, ma con tecnologie in grado di contenere i costi", ha spiegato Capitanio. E alla domanda se l'emendamento sia condiviso con il M5s ha replicato: "Per ora è nostro".
Un'eventualità sarebbe la fusione con Viale Mazzini, un'intesa tra servizi pubblici. Paolo Chiarelli, amministratore delegato di Radio Radicale, dice al Foglio che per ora "la questione con la Rai è in alto mare e in ogni caso approvare un'intesa in una settimana, avendo avuto a disposizione 25 anni, è a forte rischio errori per entrambe le parti".
Nel caso peggiore, aggiunge, si stanno testando altre strade, come cercare il sostegno di alcune fondazioni. "L'obiettivo è mantenere e valorizzare il nostro modello di servizio pubblico, riconosciuto anche dall'Agcom nella segnalazione fatta al governo", senza diluirlo nel minestrone Rai. "Alcune importanti attività svolte da Radio Radicale non sono oggetto della convenzione, legata esclusivamente alla trasmissione delle sedute parlamentari", ha detto ieri Crimi. "Delle due l'una: o abbiamo pagato troppo una convenzione, o Radio Radicale ha svolto delle attività non in convenzione utilizzandone i fondi".
Proprio così, risponde Chiarelli: "Abbiamo usato fino all'ultimo centesimo per fare servizio pubblico, per seguire ciò che non segue nessun altro, conservarlo e renderlo pubblico". "Radio Radicale nasce proprio con l'idea di stare fuori dal mercato", dice Feltri: "Il mercato non ha interesse per il processo d'appello sulla Trattativa, per le voci dal carcere, per la presentazione del carteggio tra Croce e Gentile, ma la democrazia ne ha bisogno. Altrimenti, seguendo quella logica, non bisognerebbe finanziare la ricerca farmaceutica sulle malattie rare. Radio Radicale serve per la completezza della democrazia. Portarla sotto un direttore Rai significa demolire un'idea di informazione che oggi è minoritaria e quindi ancora più preziosa".
Famiglia Cristiana, 16 maggio 2019
Don Eliseo Lilliu, classe 1941, è un prete poliedrico e grande appassionato di storia e arte. Ha ideato e realizzato la Pinacoteca Eliseo di Terralba dopo aver diretto il Museo storico di Sanluri. Per venticinque anni ha svolto anche la mansione di predicatore tra i Frati Cappuccini, dove è entrato quando aveva 25 anni.
Oggi fa parte della diocesi di Ales-Terralba, vicino Oristano, e guida la parrocchia Sant'Antonio di Santadi in Arbus (Cagliari). Autore prolifico, ha all'attivo oltre trenta opere che vanno dalla poesia alla narrativa, dalla satira alla commedia. Questo libro, intitolato significativamente "Prete in carcere. Di cella in cella sognando il cielo" (Edizioni Il Pittore d'Oro) è una sorta di diario di viaggio, a metà tra il memoir e l'autobiografia, nel quale don Eliseo racconta la sua decennale esperienza come cappellano nelle carceri della Sardegna.
Un'esperienza cominciata quasi per caso, dopo che il direttore di un penitenziario bussò alla porta del suo convento e gli chiese di sostituire il cappellano che era andato via. Il volume raccoglie numerose testimonianze d'incontri con i detenuti, il magistero di Papa Francesco che ai carcerati dedica grande attenzione e vicinanza e varie discussioni sul sistema giudiziario italiano che l'Autore ha intrattenuto nel corso degli anni con vari operatori del mondo della giustizia. Emerge il profilo di un pastore accogliente e disponibile a seguire, senza giudicare, le vicissitudini spesso drammatiche di tanti uomini e donne reclusi ma con la speranza di ricominciare a vivere.
di Guido Caldiron
Il Manifesto, 16 maggio 2019
Parla Philippe Claudel, autore di "L'arcipelago del cane" (Ponte alle Grazie) che richiama le tragedie dei migranti nel Mediterraneo e indaga, lungo le piste narrative del polar, il confine a volte tragicamente banale tra il bene e il male, l'indifferenza e la capacità di indignarsi e "prendere parte". Una voce preziosa e raffinata al servizio di una nuova narrativa civile.
Tre cadaveri di sconosciuti trovati sulla spiaggia e la vita nell'isola sembra destinata a mutare per sempre. Richiamando più o meno esplicitamente le tragedie dei migranti nel Mediterraneo, Philippe Claudel indaga in L'Arcipelago del cane (Ponte alle Grazie, pp. 204, euro 16,00) i sentimenti tristi di questi anni di ricorrenti crisi umanitarie, muri che crescono e barbarie che si diffonde. Fedele al percorso già intrapreso, tra gli altri suoi romanzi, con La nipote del signor Linh, Le anime grigie e Il Rapporto, lo scrittore e regista francese membro dell'Académie Goncourt - che è stato tra gli ospiti del recente Salone di Torino - indaga, lungo le piste narrative del confine a volte tragicamente banale tra il bene e il male, l'indifferenza e la capacità di indignarsi e "prendere parte". Una voce preziosa e raffinata al servizio di una nuova narrativa civile.
Questo romanzo sembra tradurre un'urgenza: la necessità di agire di fronte al silenzio che spesso circonda la sorte di chi attraversa il Mediterraneo in cerca di una vita migliore...
Il Mediterraneo si è trasformato dal nostro "mare comune" in una sorta di gigantesca frontiera d'acqua. I media raccontano ogni giorno le storie di persone che muoiono in mezzo al mare, senza che però questo provochi spesso delle reazioni che vanno al di là dell'emozione del momento, senza che le persone sentano di dover chiedere ai loro governanti di cambiare politica e di trovare delle soluzioni umane e efficaci. Perciò mi sono detto che ciò che non riescono a fare giornali e tv, vale a dire ad incidere davvero sull'opinione degli individui, forse la letteratura può contribuire a farlo.
Facendo sì che attraverso un romanzo le persone si pongano almeno delle domande in più, inizino a riflettere...
Al pari di quanto avviene nelle sue opere precedenti, anche ne "L'arcipelago del cane" lei sembra giocare con i codici del noir per indurre nel lettore la voglia di indagare, di scoprire quanto sta accadendo.
Un meccanismo che spinge chi legge anche ad interrogarsi su se stesso?
Quando si vuole spingere chi legge a compiere una riflessione complessa che lo può porre in una posizione scomoda, c'è bisogno che il percorso che lo condurrà fin lì risulti il più possibile intrigante, che giochi con le corde della seduzione narrativa. E in questa prospettiva nulla funziona meglio del polar, della metrica dell'indagine poliziesca con la tensione in cui precipita il lettore. Non si tratta però solo di catturare la sua attenzione con questo strumento, ma anche di coinvolgerlo, di far sì che si trasformi a un svolta in "detective", che svolga la propria indagine personale e che, nel caso di questo romanzo, dopo essersi chiesto chi siano le persone trovate morte sulla spiaggia e chi li abbia uccisi cominci a domandarsi: "Io come avrei reagito, cosa avrei fatto di fronte a tutto questo?". Non a caso si cita spesso il noir come la nuova letteratura sociale: ponendoci tutte queste domande finiamo per interrogarci su come funzioni il nostro mondo e, magari, su come vorremmo cambiarlo.
In questo caso il noir si misura anche con il mito, addirittura con l'eredità della tragedia greca e le sue metafore...
In effetti ho cercato di costruire una sorta di favola, di "mito moderno" se mi passate il termine, una storia che evoca apertamente le strutture mitologiche e la loro capacità di illustrare le contraddizioni e gli abissi dell'animo umano. Così, i personaggi del libro - il sindaco, il parroco, il dottore o la maestra - sono in realtà degli archetipi, proprio come quelli che incontriamo nella mitologia o nella tragedia greche. Non a caso non hanno nome, perché sono chiamati a incarnare forze, figure e idee che vanno ben al di là della loro persona. Ciò detto, in ogni mio romanzo cerco di non lavorare solo sulla storia, ma anche sulla forma stessa della struttura narrativa, cercando di adattarla il più possibile allo spirito dei tempi. Evocare il mito, in questo caso rimanda al tentativo di rintracciare un'architettura essenziale del reale, quasi lo scheletro della società contemporanea attraverso figure che esprimono caratteri e sentimenti universali.
Il mondo in cui viviamo appare immerso nell'odio, eppure il suo romanzo sembra dirci che la viltà e l'indifferenza a volte possono produrre esiti anche peggiori...
In realtà credo che viltà e indifferenza siano solo delle forme più "educate" di odio, più presentabili in società ma che conducono irreparabilmente ai medesimi risultati. Ho l'impressione che il vero motore del mondo sia l'egoismo, che ciascuno di noi è davvero troppo preso da se stesso e le sue faccende per occuparsi di qualcosa o qualcun altro. La figura dell'"altro" ci ispira vuoi indifferenza vuoi odio, il che vuol dire in qualche modo le diverse tonalità di qualcosa che si traduce nel rifiuto se non nel rigetto vero e proprio. Nella storia umana questa presenza è stata spesso vissuta come un arricchimento - qualcuno che arrivava da luoghi a noi fino ad allora sconosciuti e che portava con sé beni o conoscenze che ci erano ignote -, ma oggi è ridotta ad essere vissuta solo come un pericolo. E l'esito di tutto ciò è che stiamo costruendo per gli altri, ma anche per noi stessi, un mondo inumano.
"L'arcipelago del cane" è da questo punto di vista una sorta di "luogo dell'anima", ma ricorda in modo sinistro anche la vecchia Europa. Abbiamo perso la capacità di indignarci?
È vero, ho costruito un paesaggio immaginario che però assomiglia molto all'Europa, come al resto dell'Occidente che passo dopo passo, attraverso questa chiusura verso l'esterno, sta perdendo se stesso e la sua civiltà. Il vero problema è che delle voci come quelle della maestra del romanzo, che vuole provare un'altra via, che non ha paura del cambiamento e dell'incontro, sono ridotte al silenzio, minacciate e ostracizzate. L'importante è che però, proprio come fa lei, non si perda mai la voglia di indignarsi e di reagire. Solo così avremo tutti un futuro.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 16 maggio 2019
Il sottosegretario in commissione Vigilanza: "Il governo non rinnoverà la convenzione". In Aula, con i cartelli, la protesta dei senatori Pd. A salvare Radio Radicale potrebbe essere il governo, lo stesso che ha deciso la sua eliminazione. Grazie ad una campagna elettorale che rasenta il surrealismo e sul filo di lana della scadenza della convenzione con il Mise (il 21 maggio), per l'ennesima volta l'esecutivo mette in scena l'evergreen gioco delle parti.
Ieri infatti mentre il sottosegretario all'Editoria, Vito Crimi, in audizione in Commissione Vigilanza Rai, confermava che "nel governo non c'è alcuna volontà di prorogare la convenzione", la Lega ha depositato alla Camera un emendamento al Decreto crescita che proroga di sei mesi il contratto con Radio Radicale per la trasmissione delle sedute parlamentari, in attesa di rinnovare la gara per l'affidamento del servizio pubblico mai più bandita dal 1994, coinvolgendo questa volta anche Gr Parlamento. La spesa per la proroga stimata nell'emendamento leghista a prima firma del segretario della commissione Vigilanza, Massimiliano Capitanio, è di 3,5 milioni di euro.
Poche ore prima, mentre i senatori del Pd protestavano in Aula, durante la discussione sul decreto Agricoltura, innalzando cartelli contro la mannaia del governo, Matteo Salvini ribadiva: "Io difendo la libertà di parola di tutti, anche di Radio Radicale, che è un peccato cancellare con un tratto di penna. Spazi di recupero economico ce ne sono sulla tv pubblica, con cui si pagherebbero metà delle radio italiane".
Ma se quello "maggiore" si esercita in provini di democrazia, il "gerarca minore", come lo aveva etichettato il sempre più compianto Massimo Bordin, in commissione Vigilanza ha prima tentato inutilmente di evitare la discussione sul tema - "la questione non è di competenza del mio Dipartimento ma del Mise" - poi ha spiegato i motivi per i quali la sua parte politica ha deciso di tagliare le gambe all'"organo della lista Marco Pannella". "A dicembre abbiamo fatto una proposta di proroga di un anno a 5 milioni di euro. Perché 5 anziché 10? Perché le tecnologie consentono di ridurre i costi. Non solo, voi stessi avete ribadito l'importanza di attività di Radio Radicale che non sono oggetto di convenzione. Vuol dire che l'emittente ha svolto altre attività non in convenzione utilizzando fondi della convenzione". In sostanza, sembra di capire, se Radio Radicale non avesse voluto strafare nella trasparenza - in applicazione della massima einaudiana "conoscere per deliberare" - aggiungendo al minimo sindacale richiesto anche le registrazioni dei lavori in commissione, dei convegni, dei congressi dei partiti, dei processi, delle sedute del Csm e via dicendo, non ci sarebbe stato alcun problema.
Il Sottosegretario all'Editoria ricorda poi che "la convenzione con Radio Radicale è frutto di un bando di gara nel '94, in forza di un decreto legge non convertito, ma rinnovato identico subito dopo e ancora dopo. In tutto, per 17 volte, cioè 34 mesi. Se oggi uno provasse a fare una cosa del genere, ci sarebbe la sollevazione dei costituzionalisti".
Motivo sufficiente, immaginiamo, per castigare chi allora vinse la gara. Quanto all'archivio di Radio Radicale, continua Crimi, "un ragionamento si può fare: alcuni colleghi hanno proposto di proseguire la digitalizzazione della parte vecchia. Questo lavoro è però oggetto di una convenzione diversa e ribadisco la massima attenzione a preservarlo. Questo archivio, però, è stato realizzato con soldi pubblici e anche la valorizzazione economica deve tener conto di questo aspetto". "So che la Rai ha fatto dei passaggi con Radio Radicale riguardo gli asset di interesse pubblico - conclude il pentastellato - ma è un'attività che svolge l'azienda. Credo che in queste scelte la politica non debba entrare per garantire la libertà del servizio pubblico".
A Crimi risponde con una nota il Cdr di Radio Radicale: "Il sottosegretario ha descritto una realtà che non corrisponde ai dati oggettivi eludendo le due questioni principali su cui il governo continua a non rispondere: perché porre fine ad un servizio pubblico di interesse generale riconosciuto dall'Agcom e dalla gran parte del mondo politico, accademico, della cultura, dell'informazione e dalla società civile; quale sarà il destino degli oltre cento giornalisti, tecnici, archivisti, amministrativi, dipendenti delle società esterne che perderanno il posto di lavoro".
Ma il Sottosegretario non riesce a dare risposte convincenti. Nemmeno al vicepresidente della commissione Cultura del Senato, il dem Francesco Verducci, che gli chiede anche conto dell'azzeramento del fondo per il pluralismo che assesta "un colpo micidiale all'informazione no profit, tra cui testate storiche del valore di Avvenire e il manifesto". "Azzerare questo fondo darà più forza agli oligopoli e toglierà ai cittadini il diritto ad essere informati. Il governo - denuncia il senatore Pd - vuole costringere al silenzio voci fondamentali per la nostra democrazia".
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 16 maggio 2019
Il gip di Catania accoglie la richiesta della Procura, non ci sono prove contro il comandante Marc Reig Creus e il capo missione Ana Isabel Montes Mier della nave della ong spagnola. Il gip del tribunale di Catania, accogliendo la richiesta della procura, ha archiviato la posizione del comandante Marc Reig Creus e del capo missione Ana Isabel Montes Mier dell'Ong spagnola Proactiva Open Arms.
Erano indagati per associazione a delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina per lo sbarco a Pozzallo, in provincia di Ragusa, il 17 marzo 2018 di 216 migranti soccorsi al largo della Libia. Dal 2017 la procura retta da Carmelo Zuccaro aveva iniziato a lavorare sull'ipotesi che le organizzazioni non governative si comportasse come "taxi del mare", l'accusa all'Open Arms aveva rilanciato la tesi. Il vicepremier 5S Luigi Di Maio, ancora lunedì scorso, aveva spiegato su Repubblica: "Diverse procure hanno appurato il comportamento illecito di alcune Ong". Ma per ora le inchieste si stanno tutte risolvendo in nulla.
A marzo i pm avevano disposto il sequestro della Open Arms: "L'obiettivo primario era salvare migranti e portarli in Italia, senza rispettare le norme, anzi violandole scientemente". Veniva contestato "il rifiuto di consegnare i profughi salvati a una motovedetta libica" e che, "nonostante la vicinanza con Malta", la nave abbia proseguito verso l'Italia "come era sua prima intenzione". L'Ong si è sempre difesa sostenendo di avere agito "in stato di necessità per salvare vite umane". Lo sviluppo delle indagini non ha dato riscontri per un eventuale processo penale.
Cadute le accuse a Catania, resta da affrontare il filone rimasto aperto a Ragusa, dove a Marc Reig Creus e Ana Isabel Montes Mier vengono contestati i reati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e violenza privata. La violenza privata, scrivono il procuratore Fabio D'Anna e il sostituto Santo Fornasier, sarebbe stata commessa nei confronti del Viminale, attraverso il capo del dipartimento delle Libertà civili e dell'immigrazione, che, secondo l'accusa, "sarebbe stato costretto a concedere l'approdo in un porto italiano dopo la mancata richiesta alle autorità maltesi, come era stato indicato dallo stato di bandiera". Da Proactiva Open Arms replicano: "Dice Salvini che i porti sono chiusi, ma non è così, la legge parla chiaro e di solito dà ragione a chi la rispetta o a chi non si nasconde dietro l'immunità parlamentare".









