di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 31 marzo 2015
Un punto a favore delle indagini difensive. Che possono svolte senza limiti e prodotte anche nel giudizio abbreviato. È questo uno dei passaggi chiave della sentenza n. 13505 della Quinta sezione penale della Cassazione, depositata ieri. La pronuncia fa così chiarezza sull'efficacia probatoria degli atti delle indagini condotte dalla difesa nella maniera più ampia possibile.
Lo svolgimento dell'attività d'indagine da parte degli avvocati, sottolinea la Cassazione, è possibile senza limiti temporali in ogni stato e grado del procedimento e i risultati possono trovare spazio anche nel giudizio abbreviato. In questo senso, va ricordato che "l'articolo 442 comma 1 bis (del Codice di procedura penale, ndr) prevede che, ai fini della deliberazione, il giudice utilizzi gli atti contenuti nel fascicolo di cui all'articolo 416 comma 2, la documentazione di cui all'articolo 419 comma 3 e le prove assunte nell'udienza". Il materiale, quindi, non è unicamente quello contenuto nel fascicolo del pubblico ministero, ma anche quello che stato acquisito nello svolgimento dell'udienza.
Non può infatti essere oggetto di contestazione il fatto che i risultati delle indagini difensive possono essere prodotti anche nel corso dell'udienza preliminare, "per cui, coincidendo il termine ultimo per la richiesta di giudizio abbreviato con quello per la formulazione delle conclusioni, il materiale probatorio utilizzabile dal giudice per la decisione (articolo 442, comma 1 bis, Codice procedura penale) non può che comprendere anche i risultati delle indagini difensive depositati in sede di udienza preliminare".
Nel giudizio della Cassazione è evidente che le investigazioni difensive, presentate legittimamente, devono essere valutate dal giudice in rapporto a tutte le decisioni che è chiamato ad assumere in quella fase del procedimento e, quindi, anche per quelle di natura decisoria che definiscono il procedimento con i riti alternativi: è il caso del giudizio abbreviato e dell'applicazione di pena concordata).
Infine, conclude la Corte, non si può pensare che la produzione e quindi l'utilizzabilità del contenuto delle investigazioni difensive operi solo in caso di richiesta di rito abbreviato condizionato a integrazione probatoria. Un'interpretazione che appare ai giudici della Cassazione in netto contrasto con quanto stabilito dal Codice di procedura penale. La conferma, in questo senso, è possibile trovarla nell'articolo 438, comma 5, del Codice di procedura penale, che prevede la possibilità di condizionare la richiesta di rito abbreviato ad integrazione probatoria, "ferma restando la utilizzabilità ai fini della prova degli atti indicati nell'articolo 442 comma 1 bis (e quindi anche delle investigazioni difensive prodotte)".
di Massimo Villone
Il Manifesto, 31 marzo 2015
Abbiamo capito. La corruzione è il vero romanzo italiano, e un nuovo Manzoni ci scriverebbe il sequel ai Promessi Sposi. A quel che si legge, nell'inchiesta su Ischia c'è tutto. Il politico che rimane a galla trasmigrando da una sponda all'altra; i partiti di successiva appartenenza che abbracciano il suo pacchetto di voti; i funzionari compiacenti che firmano le carte partecipando al maltolto; i parenti; il fangoso rapporto tra politica, amministrazione, denaro; l'impresa, per di più ammantata di una storia antica e persino un tempo nobile; il politico potente, magari un po' decaduto. E soprattutto l'omertà di tanti, che certamente sapevano o sospettavano, e hanno valorosamente taciuto.
È l'Italia di oggi. Un remake con un copione nemmeno originale, che non ci insegna nulla di nuovo. Ma ci dà l'ennesima prova di quanto debole sia l'argine che la politica vorrebbe costruire. Il disegno di legge contro la corruzione arranca in senato, e va ancora ricordato che il disegno di legge AS 19 a firma di Grasso e altri fu presentato il 15 marzo 2013, all'avvio della legislatura. Sono passati due anni, e non più di un mese fa venne negata l'urgenza.
La lotta alla corruzione arranca, mentre continuano le fibrillazioni sulla questione della prescrizione. Il punto è che una parte della maggioranza considera la corruzione come un peccatuccio, da confessionale piuttosto che da galera. La riluttanza di pezzi della politica verso interventi drastici riflette il pensiero di pezzi del paese che con la corruzione vivono senza problemi. Perché ne approfittano, perché la tollerano, perché pensano che non li riguarda.
Combattere la corruzione è ovunque difficile, perché è un reato in cui è difficile distinguere un carnefice e una vittima. Corruttore e corrotto sono indissolubilmente legati dall'interesse a coprire il reato, e manterranno entrambi il silenzio se appena potranno.
E può essere anche difficile dare la prova, che spesso richiede di smantellare apparenze ben nascoste. Leggiamo che i proventi della corruzione sarebbero nella specie venuti anche da consulenze - meccanismo ben noto e ormai sospetto in principio - e dalla messa a disposizione di camere di albergo per i dipendenti della impresa coinvolta. E qui un po' di fantasia c'è.
Per questo la via di un contrasto efficace è più nella prevenzione che nell'inasprimento della sanzione penale. Bisogna stimolare chi è fuori del disegno corruttivo a riconoscerlo, darne notizia, rendere visibile ciò che non lo è. Dando nuova vitalità ai meccanismi di responsabilità politica e istituzionale, agli strumenti di controllo sociale, alla consapevolezza che la corruzione è in senso tecnico un costo. Certamente occulto, ma non meno reale. Anche se è difficile quantificarlo, è un pacco di miliardi che viene sottratto al bene comune.
Ma proprio gli elementi del romanzo prima elencati ci dicono che la via è lunga. Non basta un tocco di bacchetta magica. Come ripulire la politica senza ricostruirla dalle fondamenta? Quella che abbiamo è fondata sulla personalizzazione estrema, sul successo commisurato ai pacchetti di voti di cui si dispone, su partiti disgregati che veicolano falsi riti pseudodemocratici come le primarie. Né si ritrovano strumenti efficaci di responsabilità politica senza rivitalizzare le assemblee elettive regionali e locali, oggi in larga parte occupate da ectoplasmi di nuovo notabilato attenti solo al proprio consenso. Né ancora si rinsalda una gestione corretta del denaro pubblico se non si ripensa a fondo la separatezza tra politica e amministrazione costruita a partire dagli anni '90. È probabile che, secondo le regole, il sindaco di cui si parla non abbia firmato alcuna carta. Ma lo avrà fatto un funzionario da lui nominato, o da lui lasciato sulla poltrona già occupata. Di sicuro non il portatore di una diversa concezione di vita.
Quel che preoccupa è che le storture in atto andrebbero corrette con riforme opposte a quelle che il governo porta avanti: sulla Costituzione, sul sistema elettorale, sulla Pa, senza dimenticare le intercettazioni e la responsabilità dei magistrati. In specie, un'occhiuta vigilanza e il ripristino dell'etica pubblica si ritrovano con una partecipazione democratica effettiva e diffusa, e un sistema solido di checks and balances.
Al contrario, le proposte in discussione riducono la rappresentatività e concentrano il potere in poche mani. Mentre la lotta alla corruzione non guarda alla prevenzione, ma si riduce a un disegno sanzionatorio penale che soffre di salute parlamentare cagionevole. Non è un caso che rimaniamo sul fondo delle classifiche internazionali sulla corruzione. Mentre si affida ancora alla logica del deus ex machina - Cantone e autorità anticorruzione - il messaggio che il paese risale la china. È falso, e non dipende dalle persone. Qualunque autorità può solo intervenire in pochi casi emblematici, a danno già prodotto. Non cura la malattia diffusa ed endemica.
La cautela è d'obbligo. Dunque non distribuiamo condanne, e con la formula usuale auspichiamo che la magistratura faccia in fretta e bene. Ma intanto notiamo che è passato appena qualche giorno dall'esortazione di Mattarella a che la Pubblica amministrazione operi con tenacia e trasparenza contro la corruzione. E non c'è dubbio che qualcuno si muova con tenacia: ma contromano.
di Francesco Alberti
Corriere della Sera, 31 marzo 2015
Siamo ancora qui, 35 anni dopo. In uno scenario di guerra processuale attorno al fantasma di quel Dc-9 che la sera del 27 giugno 1980 partì con 81 persone a bordo da Bologna per non arrivare mai a Palermo, scomparso dai cieli tra Ustica e Ponza.
Come in un assurdo gioco dell'oca, che perennemente ti rimanda alla casella di partenza, siamo ancora qui a battagliare su che cosa e perché fece a pezzi quel carico di anime. Disputa odiosa che mette lo Stato contro i familiari delle vittime, aggiungendo al lutto e all'esasperazione dei tempi infiniti, pure la rabbia di sentirsi il nemico in casa.
La Cassazione, nel 2013, rese definitivo che a provocare la strage non fu un'esplosione interna, ma un missile lanciato in uno scenario di guerra, condannando i ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire i familiari delle vittime per non aver garantito la sicurezza dei cieli e aver ostacolato l'accertamento dei fatti.
Ora lo Stato, tramite l'avvocato Maurilio Mango, nel chiedere alla Corte d'appello civile di Palermo di respingere le domande di risarcimento a 18 familiari, ha sostenuto che molti aspetti del caso Ustica "sono stati talvolta macroscopicamente influenzati dal consolidarsi di un immaginario collettivo che ha individuato la causa del disastro nell'abbattimento del velivolo da parte di un missile".
Una sorta di ipnosi nazionale alla quale avrebbero contribuito "le considerazioni fantasiose alimentate dai media per confermare l'ipotesi di una battaglia aerea". L'avvocato ha poi precisato, consapevole dell'impatto sui familiari, che la sua tesi non è frutto di "un'algida indifferenza all'altrui dolore", ma l'adempimento "di un preciso dovere che la legge impone a tutela dell'Amministrazione".
Precisazione doverosa, ci mancherebbe. Anche se sarebbe altrettanto doveroso tenere nella dovuta considerazione le sentenze della Cassazione, anziché relegarle nel regno della fantasia assieme alle aspettative dei parenti.
I legali dei familiari ora parlano di "feroce offensiva dello Stato". Ricordano con Daria Bonfietti che "la stessa Avvocatura nei vari processi sostenne la tesi del missile". E l'avvocato Vincenzo Fallica bolla così la tesi del collega Mango: "Insiste su un percorso che andrebbe abbandonato: si vuole depistare perfino il depistaggio...". Dal governo, a questo punto, sarebbe doverosa una presa di posizione.
di Marta Rizzo
La Repubblica, 31 marzo 2015
Oggi, 31 marzo 2015 chiudono i 6 manicomi criminali italiani, luoghi che hanno lacerato le vite psichiche e fisiche di migliaia di persone.
"Estremo orrore", li ha definiti Giorgio Napolitano e la giornata in cui gli Opg (Ospedali psichiatrici giudiziari) chiudono, arriva dopo anni di sentenze della Corte Costituzionale, dopo battaglie civili e dopo le denunce di giuristi, intellettuali, associazioni, gente comune e artisti. Anni durante i quali gli internati hanno continuato a morire, a soffrire, a perdere la loro dignità di cittadini, di esseri umani.
Amnesty International e l'Associazione Antigone, così come altre numerosissime associazioni della società civile, come il Comitato stop Opg, partiti politici e parlamentari denunciano da anni la barbarie rappresentata dall'esistenza stessa degli Opg. Tutti aspettavano questo momento affinché vengano finalmente offerti spazi e tempi migliori ai detenuti.
La vergogna della follia. "Perché la cultura occidentale ha affermato con chiarezza, a partire dal XIX secolo, ma anche già dall'età classica, che la follia era la verità denudata dell'uomo, e tuttavia l'ha posta in uno spazio neutralizzato e pallido ove era come annullata?": questo chiede il filosofo Michel Foucault nella sua celebre Storia della Follia nell'età classica (1961). Spazio neutralizzato, annullato e pallido: ecco cosa sono stati gli Opg.
L'inciviltà degli Opg. L'idea di internare detenuti pazzi e pericolosi (non sono sinonimi) negli Opg, nasce con il Codice Penale fascista del 1930. Ma chiudere degli esseri umani in gabbie (per quanti crimini efferati possano aver commesso) e buttarne le chiavi, non è un'idea lungimirante. Eppure è stato fatto, secondo la legge di questo Stato, nei 6 Opg italiani: Montelupo Fiorentino; Aversa, provincia di Caserta; Napoli; Reggio Emilia; Barcellona Pozzo di Gotto; Messina, Castiglione delle Stiviere, provincia di Mantova, l'unico ad avere anche un reparto femminile.
Poi, nel 1978, mentre la cultura psichiatrica (e non solo quella) si andavano evolvendo, la legge Basaglia sanciva la chiusura dei manicomi, che per molti anni a venire, purtroppo, fu solo teorica. Ma gli Opg restavano tali e quali. Nel 1982, una sentenza della Corte Costituzionale stabilì che la pericolosità sociale non può essere definita come attributo naturale di una persona e di quella malattia. Deve avere, piuttosto, opportunità di cure e di emancipazione.
Ma gli Opg restavano tali e quali. Nel 2003 e nel 2004, altre 2 sentenze della Corte Costituzionale hanno dichiarato incostituzionale la non applicazione di misure alternative all'internamento in Opg, per "assicurare adeguate cure all'infermo di mente e a far fronte alla sua pericolosità sociale". Ma gli Opg restano tali e quali.
Il risveglio dello Stato. Nel 2008 il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa visita un Opg. Dopo aver letto il rapporto del comitato, il governo italiano è costretto a giustificarsi: "La legge non prevede un limite per l'esecuzione delle misure di sicurezza temporanee". Nel 2010, però, la commissione parlamentare d'inchiesta sull'efficacia e l'efficienza del servizio sanitario nazionale effettua ripetuti sopralluoghi a sorpresa nei 6 Opg. "Le modalità di attuazione osservate negli Opg lasciano intravedere pratiche cliniche inadeguate e, in alcuni casi, lesive della dignità della persona".
Dopo di che, i senatori di tutti i partiti politici approvano all'unanimità risoluzioni per la chiusura degli Opg, in vista di sostituirli con strutture interamente sanitarie. A luglio del 2011 la Commissione dispone la chiusura di alcuni reparti degli Opg di Montelupo Fiorentino e di Barcellona Pozzo di Gotto. A gennaio 2012 in Senato si discute il decreto ribattezzato "svuota carceri". La legge del 14 febbraio 2012 dichiara che "A decorrere dal 31 marzo 2013, le misure di sicurezza del ricovero in Opg sono eseguite esclusivamente all'interno delle strutture sanitarie". Poi. la prima proroga: 31 marzo 2013, poi la seconda: 31 marzo 2014. Oggi, la fine.
Lo stato delle cose degli Opg. È trascorso quasi un secolo dall'apertura degli Opg in Italia. Sono morti o hanno interrotto le loro esistenze altre centinaia di migliaia di persone. I dati recenti dicono che il numero dei detenuti è diminuito, ma i ricoveri sono costanti: si è passati infatti dalle oltre 1200 persone internate nel 2012 alle 761 del 30 novembre 2014; ciò nonostante, la media di ricoveri è di 77 a trimestre, praticamente un paziente al giorno.
Attualmente, la vera follia, è che dei 750 internati, circa la metà è dichiarato "dimissibile" (cioè non socialmente pericoloso) e ricoverabile in altre strutture. Dal 31 marzo, nascono le Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza): strutture sanitarie con pochi posti letto (al massimo 20) e diffuse in tutto il territorio nazionale. Ma non tutte le regioni sono pronte ad accogliere gli internati in complessi consoni.
In molte regioni le Rems non sono ancora pronte. "Il Piemonte e la Liguria - spiega Michele Miravalle, coordinatore nazionale Osservatorio sulle condizioni di detenzione dell'Associazione Antigone - hanno preferito continuare a ospitare i propri internati nell'Opg di Castiglione delle Stiviere (sostenendo i costi delle rette) invece di riaccoglierli sul territorio, come previsto dalla legge, perché non sono ancora pronti i piani per le nuove Rems, in altre (come l'Emilia Romagna) si sono individuate delle "pre-rems", dove pare che la sicurezza degli interati sarà gestita da società di vigilanza privata. Il Governo deve continuare a monitorare e a pretendere risposte dalle Regioni inadempienti, altrimenti una battaglia apparentemente semplice, come quella di garantire a 300 persone (in un Paese di 60 milioni di abitanti) condizioni dignitose sul piano sanitario e giuridico, verrà persa".
Lo Stato della follia. In questa vergogna senza aggettivi, nel 2010, per fornire una testimonianza visiva alle incursioni senza preavviso della Commissione Parlamentare negli Opg, Francesco Cordio viene chiamato come regista delle riprese che hanno cambiato lo stato delle cose degli Opg. L'orrore che documenta non può limitarsi a qualche immagine e nel 2013 Cordio realizza Lo Stato della follia, con le oscenità degli Opg alternate al doloroso racconto, girato in un teatro, di ex internato incolpevole dell'Opg di Aversa: l'attore Luigi Rigoni. Cordio mette a nudo la follia della società e delle istituzioni, con un documentario mirabile, girato con una fotografia livida (simile a quella "pallida" di Foucault), un montaggio rapido, uno sguardo profondo.
L'orrore delle immagini modifica lo Stato delle cose. "Nel novembre del 2010 - racconta Francesco Cordio - fui chiamato dalla Commissione d'inchiesta sull'efficacia e l'efficienza del servizio sanitario nazionale a riprendere ciò che avveniva negli Opg: le immagini avrebbero impresso per sempre ciò che lo Stato nascondeva, in primis, a se stesso. Arrivato nell'Opg rimasi sconvolto. Montai un video di 34 minuti che fece il giro dei Palazzi, dal Presidente Napolitano ai ministri competenti, Alfano e Fazio, e qualcosa cominciò a scricchiolare.
Ma io sentii l'esigenza di raccontare ciò che vidi a chi i palazzi non li frequenta. Prima, con Riccardo Iacona, realizzammo un servizio per "Presa Diretta" (menzione speciale Premio Ilari Alpi 2011, ndr), che provocò un'ondata di indignazione e fece sì che nel giro di un mese 120 persone, non più pericolose o che non lo erano mai state, poterono uscire da un Opg. Poi, realizzai Lo Stato della follia. Di quest'esperienza mi sono rimasti le voci nelle orecchie, gli odori nel naso, gli sguardi negli occhi di ogni internato che ho intervistato".
Quel nesso sbagliato fra follia e delinquenza. "La chiusura degli Opg è un atto da tempo necessario - osserva Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia - Nella maggior parte dei casi, il trattamento inflitto ai detenuti in queste strutture è contrario alla dignità umana e in violazione degli standard internazionali in materia di reclusione di soggetti psichiatrici o presunti tali. Gli Opg italiani hanno consolidato la pericolosa e infondata idea che vi fosse un legame tra follia e delinquenza e che la società potesse sentirsi al riparo dall'una e dall'altra attraverso la sedazione e la contenzione dei corpi dei detenuti. Le storie individuali di queste persone, rivelate dall'indagine parlamentare del 2011 e portate sullo schermo dal documentario Lo Stato della follia, hanno dimostrato invece che, nella maggior parte dei casi, non si trattava di soggetti socialmente pericolosi, ma anzi dimissibili, se solo fossero esistite strutture che avrebbero potuto prenderle in carico.
di Emanuele Salvato
Il Fatto Quotidiano, 31 marzo 2015
In base alla legge 81/2014, oggi 31 marzo lo Stato chiude i 6 istituti presenti in Italia. I pazienti saranno ospitati presso le "Rems", costruzioni più piccole, senza celle. Usciti da queste strutture, saranno presi in carico dalle Asl, fino a che saranno dichiarati guariti. "C'è il rischio - avvertono però gli esperti - che entrando nel circuito ordinario di cura, tutti i malati siano additati come pericolosi".
"Il problema di questa legge è che non fa distinzione fra il malato psichiatrico giudiziario, macchiatosi di reati contro la persona, e il malato psichiatrico puro. Il rischio più elevato è che la psichiatria faccia un balzo indietro di decenni e mini le conquiste della legge Basaglia". Ne è convinto Andrea Pinotti, direttore dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere, che con queste parole getta parecchie ombre sulla legge di riforma degli Opg, la n. 81 del 30 maggio 2014, attraverso la quale lo Stato intende chiudere entro domani, 31 marzo, le sei strutture di detenzione presenti in Italia a favore delle Rems (Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza detentive), strutture più piccole (capienza massima 20 posti), agili, senza celle e altre forme contenitive delle libertà personali.
Nelle intenzioni questa riforma dovrebbe far prevalere l'aspetto sanitario, favorire la cura dei malati comunque pregiudicati, anche se ritenuti parzialmente o totalmente incapaci di intendere e volere nel momento in cui hanno commesso il reato e il loro reinserimento nel tessuto sociale, nel territorio. Ma sarà proprio così? "Il rischio prosegue Pinotti è che nel momento in cui il paziente autore di reato entra nel circuito ordinario di cura, confondendosi con tutti gli altri, torni lo stigma e tutti i malati psichiatrici siano additati come pericolosi dalla gente. Quindi emarginati, evitati, esclusi. Altro che reinserimento. La mia paura è che le Rems tornino a essere dei piccoli manicomi senza speranza, dai quali non si porta a casa nulla".
La Legge 81, di fatto, scarica sul territorio il problema degli internati negli Opg, 700 in tutto secondo i dati più recenti. Le Rems funzioneranno come tappa intermedia, come filtro che dovrà riconsegnare il malato alle strutture a bassa intensità di cura e, poi, alla società. Guarito? Questo è l'obiettivo. Ma c'è chi si chiede ed è il caso di un gruppo di 64 psichiatri del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna, che hanno scritto una lettera al Ministero della Salute come pluriomicidi, di fatto internati negli Opg italiani, possano essere controllati una volta dismesse le misure detentive. La sicurezza è affidata alla Prefettura che predisporrà sorveglianza esterna nelle zone in cui insisteranno le strutture e disporrà altri interventi per garantire la sicurezza, se necessari.
Una volta fuori dalla Rems i pazienti ex internati saranno presi in carico dai presidi psichiatrici di zona delle Asl per un certo periodo di tempo, fino a quando saranno dichiarati guariti. Ma chi potrà assicurare che i pazienti seguiranno i percorsi di cura? Altro quesito al quale non sembra esserci risposta. La dead line, come detto, è il 31 marzo. E non ci saranno proroghe. Per nessuno. Chi non sarà pronto ne risponderà e il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, parla di commissariamento per gli inadempienti. Ma, visto che la data limite è dietro l'angolo, gli Opg italiani (Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino, Napoli, Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto e Castiglione delle Stiviere) sono pronti per la trasformazione? Una risposta unica non c'è: alcuni sì, altri meno, altri ancora per nulla.
Quasi tutte le Rems, in ogni caso, saranno provvisorie perché per quelle definitive serve più tempo. Lo Stato, per la realizzazione delle strutture necessarie, ha distribuito alle Regioni (tutte, anche quelle dove non c'erano Opg, perché l'idea è che ogni Regione si riprenda i suoi malati-pregiudicati) 172 milioni di euro. Altro stanziamento è previsto per l'assunzione e la formazione di nuovo personale. Quattordici di questi 172 milioni sono stai assegnati all'Opg di Castiglione delle Stiviere. Un caso unico, di per sé, perché da sempre questa struttura, a differenza delle altre cinque, non dipende dall'amministrazione penitenziaria, ma dall'Azienda Ospedaliera Carlo Poma e dall'Asl e ha una convenzione con il ministero di Giustizia. "A Castiglione spiega il direttore dell'Opg non ci sono agenti di custodia, non ci sono celle, gli internati si muovono liberamente e hanno a disposizione bar, campo da calcio, palestra, piscina, laboratori ricreativi, una comunità esterna dove le persone con psicosi meno gravi lavorano e sono retribuite. Nel corso del 2014 abbiamo dimesso un centinaio di persone, per cui da noi non si può parlare di ergastoli bianchi.
A Castiglione la riforma, possiamo dire, era già arrivata da tempo e l'aspetto riabilitativo ha sempre prevalso su quello detentivo". L'Opg in provincia di Mantova che attualmente ospita 215 internati, unico in Italia ad avere anche una sezione femminile, dove sono ospitate le cosiddette 'mamme killer' è pronto per la trasformazione, come sancito dalla Commissione Sanità del Senato in visita nei giorni scorsi. "In fase di transizione ha detto ancora Pinotti adatteremo le strutture già esistenti, sfruttando il nostro know-how. Partiremo con sei pre-Rems, suddivise a seconda delle patologie, che diventeranno otto quando l'opera complessiva di riqualificazione entrerà a regime".
Ansa, 31 marzo 2015
Nessuna proroga ha fatto slittare l'arrivo dell'ora X per la chiusura degli ultimi ospedali psichiatrici giudiziari e martedì 31 marzo, dopo tre slittamenti in due anni, si compirà un altro passo fondamentale della riforma che ha portato alla chiusura dei manicomi, con la minaccia dei commissariamenti per le regioni che non organizzeranno l'assistenza alternativa.
Ad oggi sono ancora in funzione, in Italia, 6 ospedali psichiatrici giudiziari. I detenuti sono 700, di questi 450 entreranno nelle nuove Rems, le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, per gli altri si va verso le dimissioni o lo spostamento in strutture che dovranno ancora essere definite con percorsi di recupero personalizzati.
"Il problema più urgente da risolvere ora riguarda in particolare le persone che non hanno più famiglia e gli internati stranieri (circa 130 persone)", ha ricordato il deputato Pd Edoardo Patriarca. Gli Opg lasceranno spazio alle Rems, che prevedono un'assistenza solo sanitaria. Ma c'è chi, come la deputata della commissione Giustizia della Camera, Vanna Iori (Pd), teme che ora queste strutture si configurino come dei mini-opg.
Le Rems, insomma, da sole potrebbero non bastare e il post-Opg sarà, secondo il giudizio di diversi, un processo lento, graduale e complesso. L'associazione Antigone ha già annunciato che i suoi osservatori monitoreranno questo processo che dalla fotografia che arriva dalle regioni appare ancora complessa e in divenire. I sei Opg ancora attivi sono localizzati in cinque regioni: Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Campania e Sicilia.
Tra questi l'Opg di Castiglione delle Stiviere in Lombardia si trasformerà in struttura Rems, mentre gli altri Opg potrebbero - una volta concluse le operazioni di trasferimento degli internati - essere destinati ad altro uso. A Reggio Emilia esiste una struttura che, al momento, ospita circa 130 internati, dei quali 40 dell'Emilia-Romagna.
Al momento i 40 internati di competenza dell'Emilia Romagna resteranno a Parma ed a Bologna, successivamente la regione dovrebbe dotarsi di una struttura Rems a Reggio Emilia. All'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino il primo di aprile, con l'entrata in vigore della legge per il superamento di queste strutture, operativamente non cambierà niente, spiega la direttrice dello stesso Opg Antonella Tuoni.
"Domani - afferma - lavorerò come sempre. Sabato scorso c'è stato l'ingresso di una persona proveniente da una comunità e non ho indicazioni su provvedimenti di trasferimento con l'assegnazione nelle strutture individuate dalle regioni". Nel pomeriggio la Regione ha individuato sei residenze per ospitare gli internati: l'Istituto Mario Gozzini e la struttura psichiatrica residenziale "Le Querce" a Firenze (Asl 10 Firenze); la Comunità terapeutica "Tiziano" ad Aulla (Usl 1 Massa Carrara); la struttura residenziale "Morel" a Volterra (Usl 5); il modulo residenziale "I Prati" ad Abbadia San Salvatore (Usl 7 Siena) e il modulo residenziale in struttura terapeutico riabilitativa di Arezzo (Usl 8). Chiude invece l'Ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina.
Ma il futuro dei 165 internati, tra cui dieci donne, ospiti dell'unico Opg della Sicilia resta un'incognita. Alcuni saranno destinati alle strutture carcerarie del territorio; quelli che hanno ancora bisogno di supporto psichiatrico dovrebbero essere trasferiti presso i vicini Rems a Naso (Messina) o a Caltagirone (Catania) che però non potranno ospitare più di 20 pazienti.
In Campania sono presenti due Opg: il più noto è quello di Aversa (Caserta) ed è intitolato al medico Filippo Saporito. Al momento sono 104 gli internati, 38 dei quali sono campani, 52 laziali e il resto provenienti da Molise e Abruzzo. L'altro Opg campano ha sede a Napoli (da qualche anno è all'interno della struttura penitenziaria di Secondigliano, dopo la chiusura della antica sede di via Imbriani): questa struttura ospita 87 persone. Le Rems sorgeranno a Calvi Risorta, nel Casertano, (sarà attiva dal prossimo primo settembre) mentre quella di Avellino sarà operativa dal 30 maggio.
Adnkronos, 31 marzo 2015
Sacchetti (Sip), micro-equipe sul territorio ancora tutte da costruire. Opg addio. Domani scatta la chiusura dei 6 ospedali psichiatrici giudiziari italiani e per chi ancora ci vive si apre un futuro incerto. Oltre 700 inquilini in cerca di una nuova casa. Dove andranno e chi li curerà, se le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza detentive sono pronte o in arrivo in appena una decina di regioni?
Emilio Sacchetti, presidente della Società italiana di psichiatria, sposta il focus del problema: "Servono meno Rems e più risorse per gli ospedali - avverte da Vienna, dove è in corso il 23esimo Congresso dell'Associazione europea di psichiatria (Epa) - perché delle micro-équipe dedicate che dovrebbero nascere nei Dipartimenti di salute mentale per assorbire i pazienti che torneranno sul territorio, per ora non c'è quasi traccia. Sono poche o nessuna.
Qualche azienda ospedaliera ha lanciato il concorso, alcune coprono il buco con altro personale, ma quelle che non ne hanno sono in grave difficoltà". La normativa per il superamento degli Opg "è una buona legge per come è stata concepita, e per avere coinvolto per la prima volta anche gli addetti ai lavori".
Ma "le Rems - assicura Sacchetti - non sono necessarie se non in casi estremi: 200-300 persone, 400 stando molto larghi. Queste strutture devono ospitare solo ed esclusivamente i pazienti non dimissibili, affetti da patologia mentale permanente, socialmente pericolosi e per i quali ci sia un rapporto diretto fra la malattia e il reato commesso". "I criminali, quelli veri, vanno in carcere. Mentre tutti gli altri stanno fuori e sono i Dsm ad assisterli negli ospedali. È soprattutto su di loro che le Regioni dovrebbero investire. Meno Rems e più risorse per il territorio, quindi, perché di pazienti così noi già ne abbiamo in carico un migliaio", calcola il numero uno della Sip.
Cosa succederà di fatto dal primo aprile? "Non prevediamo caos, non cambierà molto rispetto a ora", tranquillizza Sacchetti. Tuttavia, precisa il presidente degli psichiatri italiani, affinché il dopo-Opg possa davvero funzionare senza sfociare in drammi da cronaca nera "è necessario sistemare varie cose". Innanzitutto la selezione all'ingresso: "È fondamentale riuscire a distinguere i malati che a causa della loro patologia hanno commesso un reato - insiste Sacchetti - dai criminali che magari soffrono anche di una malattia, ma non è per questa che delinquono. Per riuscirci è necessario ripensare alle perizie, oggi strumenti molto vecchi". Inoltre "bisogna rivedere il concetto di pericolosità sociale", e infine "occorre cambiare l'assistenza nelle carceri. Oggi ci sono poche risorse e cure profondamente carenti".
Ma come viene vissuta la prospettiva del day after dai veri protagonisti di questa svolta, i pazienti? "C'è chi è felice della dimissione e all'opposto chi si barrica e non vuole uscire", testimonia l'esperto, direttore del Dipartimento di salute mentale degli Spedali Civili di Brescia.
Timore, paura, disorientamento sono alcuni dei sentimenti più diffusi fra chi si chiude dietro le spalle la porta dell'Opg: "Alcuni vengono dimessi per scadenza dei termini e non hanno più una casa dove tornare. Altri hanno una famiglia che non può o non vuole accoglierli. Spetta allora a noi aiutarli a trovare una sistemazione protetta e assistita, se possibile a recuperare progressivamente un dialogo con i parenti. Queste persone devono reimparare a vivere da zero", osserva Sacchetti. E per non stordire, conclude, "la libertà va respirata a piccole dosi".
di Giovanni Augello
Redattore Sociale, 31 marzo 2015
Il 31 marzo è l'ultimo giorno per gli Ospedali psichiatrici giudiziari, ma la chiusura sarà graduale. Cecconi, Stop Opg: "Ci vorranno alcuni giorni". E sulle regioni in ritardo: "Vanno commissariate, punto e basta".
"Soddisfatti a metà". La data del 31 marzo 2015, ultimo giorno in Italia per gli Ospedali psichiatrici giudiziari, è "solo una tappa". Ora i nodi da sciogliere passano alle regioni e l'attenzione, oltre che sugli internati che lasceranno le strutture, si sposterà sui nuovi ingressi e sulle Rems, strutture che preoccupano non poco il mondo delle associazioni.
È questo il bilancio tracciato da Stefano Cecconi, coordinatore della campagna Stop Opg, a poche ore dalla data fissata per il superamento degli Opg dalla legge 81 del maggio 2014. "Siamo soddisfatti, ma non ci siamo ancora spiega Cecconi. Ci sono resistenze. Le regioni chiedevano un rinvio al 2017. Per questo, fin dalle prossime ore, occorre organizzare il commissariamento di quelle regioni in ritardo perché non ci siano persone bloccate perché le regioni non hanno voluto organizzare quello che dovevano fare in questi mesi".
Ad oggi sono circa 700 gli internati. Secondo la seconda relazione trimestrale al Parlamento sul programma di superamento degli Opg di febbraio, al 30 novembre 2014 gli Opg contavano 761 persone. Un dato che è quasi la metà di quello del 2012 (quando se ne contavano circa 1.200), ma che sembra non tranquillizzare le regioni. Per Cecconi, però, occorre far chiarezza: ci sarà bisogno di una certa gradualità nella chiusura.
"Ci vorranno alcuni giorni spiega -, perché si tratta di persone e non di pacchi. Una parte di loro potrà già essere dimessa, perché ci sono le schede di dimissione pronte, altri saranno trasferiti spero temporaneamente in queste Rems, che sono pur sempre strutture di tipo detentivo. Rems vuol dire residenza per l'esecuzione della misura di sicurezza". Per Cecconi, però, quel che conta è che sia partito "un processo che non può essere fermato".
Commissariare le regioni non pronte. Uno degli ostacoli da affrontare, quello delle regioni che non hanno ancora organizzato i servizi per accogliere i propri internati. "Ci sono regioni che non sono pronte spiega Cecconi. Non sono tante, ma vanno commissariate, punto e basta. Questo permette al Commissario di intervenire con decisione e organizzare gli spostamenti". Per Cecconi le regioni in serio ritardo sono il Piemonte, la Calabria, il Veneto. "Poi ci sono regioni che sbagliano spiega il coordinatore di Stop Opg, come la Liguria che sceglie di mantenere i propri internati a Castiglione delle Stiviere, invece che accoglierli nel proprio territorio".
Gli Opg da chiudere sono sei: Castiglione delle Stiviere in Lombardia, l'Opg di Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino in Toscana, quello di Aversa e l'Opg di Napoli in Campania e quello di Barcellona Pozzo di Gotto in Sicilia. Tra questi, però, ce n'è uno che non chiuderà del tutto, spiega Cecconi, ma verrà trasformato in Rems. "Castiglione non chiude e questo è grave aggiunge - perché la regione Lombardia ha deciso che i propri internati, che sono 120, resteranno a Castiglione. Cambierà la targa, diventerà una Rems e invece di avere una struttura da 160 posti, ci saranno sei moduli da 20 posti ciascuno, con in più gli ospiti della Liguria e addirittura di altre regioni". Per Cecconi, questo dimostra che "le Rems sono degli Opg".
Le altre strutture, invece, sono pronte a chiudere i cancelli. "I direttori hanno dichiarato che sono pronti a chiudere, basta che il Dap proceda ai trasferimenti. Il problema sono le regioni. Alcune regioni sono prontissime, come la regione Emilia Romagna, la Toscana o la Campania. Il problema sono quelle che non hanno ancora organizzato i servizi".
Il nodo dei nuovi ingressi. Non c'è solo la questione dei trasferimenti degli internati. Una delle questioni chiave su cui si giocherà il futuro della gestione delle Rems e dei servizi riguarda i nuovi ingressi. Secondo l'ultimo rapporto di Antigone, infatti, nonostante la lenta e costante diminuzione del numero di internati in generale, gli ingressi continuano ad aumentare.
Secondo l'ultimo rapporto dell'associazione la media dei ricoveri è di 77 a trimestre, un paziente al giorno. "La vera sfida è applicare bene la legge sulla chiusura dei manicomi e la legge 81 approvata a fine maggio 2014 spiega Cecconi, la quale privilegia decisamente le misure alternative alla detenzione, piuttosto che l'internamento nelle Rems. Sarebbe una iattura se al posto degli Opg restassero aperte centinaia di posti Rems. Non è questa la strada indicata né dalla legge sugli Opg, né dalla stessa riforma Basaglia". Per Cecconi, però, serve "una regia nazionale forte, perché il tema ora è costruire i servizi sul territorio che non sono soltanto per gli internati, ma per tutti i cittadini".
Ristretti Orizzonti, 31 marzo 2015
Come preannunciato, oggi si sono svolte le visite da parte degli Osservatori dell'Associazione Antigone e dei responsabili delle sedi regionali, in quattro dei sei Opg attualmente esistenti in Italia: Aversa, Castiglione delle Stiviere, Barcellona Pozzo di Gotto (in corso in questo momento) e Napoli (anticipata ad oggi, rispetto a quanto comunicato in precedenza, per questioni logistiche). Nella mattina di mercoledì 1 aprile ci sarà la visita a Reggio Emilia mentre, nei giorni a seguire, a Montelupo Fiorentino.
Quella di chiudere gli Opg è una decisione importante, frutto di anni di lunghe battaglie condotte da più soggetti, tra cui Antigone. Una riforma che, le nostre visite hanno dimostrato, essere stata necessaria. Molte delle persone che abbiamo incontrato avevano storie che parlano di un periodo di tempo molto più lungo passato in misure di sicurezza all'interno degli OPG di quella che sarebbe state le pene massima da scontare se fossero stati condannati al carcere. Spesso autori di reati non gravi. Esempio lampante è dato da un ragazzo internato ad Aversa che dal 2007 è in Opg per resistenza a pubblico ufficiale.
"Sappiamo che è un percorso difficile ha dichiarato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, al termine della visita ad Aversa e non ci aspettiamo miracoli da un momento all'altro, ma il proseguimento di un percorso necessario dal quale non dobbiamo tornare indietro, facendoci magari spaventare da possibili difficoltà emerse in alcuni territori nell'accogliere queste persone". "Più visitiamo gli Opg ha aggiunto Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell'Associazione più ci rendiamo conto che la maggior parte dei casi hanno poco a che vedere con la sicurezza pubblica". "A tal proposito è importante che le Rems non ripropongano una logica per troppo tempo vista negli Opg, ma che mettano al centro un progetto di cura che non sia solo sedazione, ma ha concluso Marietti un progetto terapeutico con la presa in carico sociale della persona".
di Massimo Lensi e Marco Pannella (Radicali Italiani)
Corriere Fiorentino, 31 marzo 2015
Caro direttore, camminando per le città bisognerebbe provare a chiedere in giro che cosa si pensa della chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg). Pazzi in libertà, criminali, depravati pericolosi per la comunità: così ci si sentirebbe rispondere. Ci siamo ormai abituati a considerare il disagio psichiatrico dei malati di mente autori di reato solo come elemento estetico della nostra vita (in)civile, qualcosa da nascondere nei peggiori lager.
Nella tarda epoca in cui viviamo, il rispetto dello stato di diritto è ormai defunto e, per opposto e ormai comune sentire, viva dunque la legalità, viva la ragion di stato, che tutto oppone a chi chiede semplicemente il rispetto delle leggi, il primato della legge come regola della convivenza. Opg per molti non significa nulla, e la loro chiusura, o meglio il superamento come chiede la legge 81/2014 con nuove strutture alternative chiamate Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) dice ancora meno.
Acronimi dal significato esoterico, chiusi nel verboso annuire degli specialisti della psichiatria forense e non, all'opposto, frutto di anni e anni di lotte e battaglie nonviolente compiute anche da noi radicali, come sempre, in prima fila. La battaglia per carceri meno degradanti, per il diritto umano alla conoscenza e per la chiusura di questi maledetti manicomi criminali, come voleva il deputato radicale Domenico Modugno che, già segnato dalla malattia, andava a far visita agli internati dell'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto.
Basta sostare per poche ore in un corridoio di un Opg, annusarne l'aria intrisa di medicinali e disinfettanti, dialogare con gli spossati internati condannati all'ergastolo "bianco" e le stanche guardie penitenziarie, fare due chiacchiere con i sempre più smarriti operatori sanitari in attesa di certezze, che si capisce come in quel mondo separato la salute mentale non si tutela.
La salute del corpo e della mente si tutela solo laddove un soggetto può esistere e comunicare, ribaltando la nozione originaria di "pazzo criminale", anche nell'uso comune. Quindi non dentro un Opg. In Toscana, la villa Ambrogiana di Montelupo Fiorentino fu centro di passioni e arte della corte di Ferdinando I e dimora prediletta di Cosimo III; per le strani leggi del destino, la più bella delle ville medicee è oggi la più disastrata, ed è sede appunto dell'Opg della Toscana. Al suo interno le ex Scuderie fungo da padiglioni sanitari per gli internati, e carcere a custodia attenuata potrebbe diventare, con il superamento degli Opg prescritto dalla legge 81/2014, se solo si mettessero d'accordo il sindaco di Montelupo, il sottosegretario Luca Lotti e il Prap di Carmelo Cantone.
Ma sono poche le regioni che hanno rispettato i criteri della legge 81. Alcune, come la Toscana, hanno proposto soluzioni provvisorie e transitorie. Altre nulle o quasi. Il rischio, poi, che le soluzioni provvisorie si trasformino in definitive è altissimo, quasi certo. Alcune Regioni, come sembra la Toscana, stanno presentando soluzioni per gli internati che prevedono il loro affidamento al privato sociale, o al privato mercantile.
Il rischio, in questo caso, è quello di creare di mini- Opg privati. Deve esserci, allora, la massima coesione tra le Asl, i servizi sociali e il privato sociale per evitare il rischio che la presa in carico dell'internato diventi una soluzione a vita. A pensar male si fa peccato, si sa, ma giusto per darvi conto, si parla, di rette mensili a carica del servizio sanitario di circa 5.000 euro per ciascun malato. Si fa presto a creare un vero business sul disagio mentale.
Un punto però è importante sottolineare: finché rimarrà inalterato il concetto di pericolosità sociale così come ereditato dai fascistissimi Codici Rocco non sarà possibile modificare l'essenza della modalità di risoluzione della questione "superamento Opg". La posizione dell'autore di reato malato di mente e come tale considerato incapace di intendere e volere continua, infatti, a essere sottoposta al giudizio di pericolosità sociale con le conseguenti misure di sicurezza, su cui si è retta fino ad ora l'esistenza dell'ospedale psichiatrico giudiziario.
E delle Rems domani. Sono sempre i luoghi a farla da padrone, mai i malati, di mente o di altro, men che mai poi le terapie riabilitative di cui abbisognano. E allora, in conclusione, superiamoli questi maledetti ospedali giudiziari, superiamoli con slancio e attenzione alla persona e non ai luoghi, alla riabilitazione e cura e non alla punizione, ai diritti e non agli interessi economici. E che Montelupo sia sede e deposito della memoria di un passato che non deve più tornare.
- Lettere: l'Opg non è come il colesterolo
- Toscana: l'Opg di Montelupo chiude... anzi no, le strutture alternative non sono pronte
- Toscana: sulla chiusura degli Opg tanta demagogia e assenza di concrete soluzioni
- Toscana: superamento dell'Opg, individuate tutte le destinazioni per gli internati
- Sicilia: chiude l'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto, al via i trasferimenti degli internati










