askanews.it., 14 maggio 2019
Firmata intesa "Mi riscatto per Siena" tra Dap e sindaco De Mossi. Incrementare le opportunità di lavoro e formazione lavorativa di detenuti e internati, stimolare l'avvio di progetti che coinvolgano la popolazione ristretta nella corretta gestione dei rifiuti e nella raccolta differenziata all'interno delle carceri, favorire le attività di protezione civile, compreso il piano neve, e promuovere criteri omogenei di applicazione della tassa sui rifiuti agli istituti penitenziari presenti sul territorio nazionale. Sono queste le finalità del protocollo d'intesa "Mi riscatto per Siena", firmato oggi nel Municipio della città toscana dal sindaco Luigi De Mossi, dal Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini e dal magistrato di sorveglianza di Siena Maria Pia Savino.
L'accordo prevede la promozione e l'attuazione di un programma sperimentale per lo svolgimento di attività lavorative a favore della collettività, svolte gratuitamente da detenuti selezionati per caratteristiche personali e culturali, nonché per tipologia di reato commesso, e appositamente formati allo svolgimento di tali attività. Queste si svolgeranno fuori dalle mura del carcere e riguarderanno la protezione ambientale e il recupero del decoro di spazi pubblici ed aree verdi della città, nonché gli interventi connessi alla raccolta dei rifiuti e alla protezione civile. Inoltre saranno promossi modelli locali di gestione dei rifiuti nelle comunità penitenziarie territoriali ispirati al principio della cosiddetta "gerarchia dei rifiuti", prevista da una apposita direttiva del Parlamento Europeo del 2008.
Il monitoraggio dell'andamento dell'operatività del protocollo sarà cura di una Unità paritetica di gestione costituita da Comune di Siena e Dap, che si occuperà di fornire anche supporto e linee guida per l'attuazione delle attività previste dall'intesa. L'intesa, che avrà la durata di tre anni e potrà essere tacitamente rinnovata, nasce come ennesima applicazione del modello di lavoro di pubblica utilità "Mi riscatto per?", varato per la prima volta a Roma nell'agosto dello scorso anno e che presto sarà esportato in Messico sotto l'egida delle Nazioni Unite.
aziendabanca.it., 14 maggio 2019
Una classe di informatica per le detenute del penitenziario di Bollate. Con il sostegno di UniCredit, prosegue il programma Cisco Networking Academy. Obiettivo: il reinserimento delle carcerate nel mondo del lavoro. Sostenuta dal progetto Social Impact Banking di UniCredit, la Cisco Networking Academy è un programma di formazione rivolto agli studenti di tutto il mondo, per ottenere certificazioni informatiche e operare sui sistemi Ict Cisco. Tra gli studenti ci sono anche i detenuti di diverse realtà carcerarie italiane, tra cui quelli della sezione maschile del carcere di Bollate. E sono appena arrivati altri 16 PC per una nuova classe presso la sezione femminile.
"Social Impact Banking è l'impegno di UniCredit nel contribuire allo sviluppo di una società più equa e inclusiva - dichiara Fabrizio Saccomanni, Presidente di UniCredit. Per questo abbiamo aderito al progetto di Cisco, attraverso un accordo condiviso, con l'obiettivo di offrire a detenuti, ex detenuti e alle persone in esecuzione penale esterna una concreta opportunità di formazione e successiva riabilitazione nella società attraverso il lavoro". "Stiamo cambiando i percorsi di vita delle persone che si impegnano per conseguire le competenze necessarie per beneficiare dell'economia digitale - aggiunge Chuck Robbins, Chairman e Ceo di Cisco. Siamo grati di collaborare con UniCredit per portare per la prima volta la formazione tecnologica alle detenute e creare un nuovo percorso di successo per i detenuti italiani in generale". "La collaborazione pluridecennale con la Cisco Academy ha permesso a diverse persone detenute di ampliare le loro prospettive future e di acquisire competenze da impiegare all'esterno - conclude Cosima Buccoliero, Direttrice del Carcere di Bollate. La partecipazione di UniCredit, che ringrazio, consente di ampliare questi successi consolidati ed evidenzia l'importanza del coinvolgimento della comunità esterna nel percorso di reinserimento sociale delle persone condannate".
irpinianews.it., 14 maggio 2019
"La pena oltre le mura del carcere: le misure di comunità alla luce della riforma dell'ordinamento penitenziario". E' il titolo del convegno che andrà in scena venerdì 17 maggio alle ore 9:00 presso la Casa Circondariale "Antimo Graziano" di Bellizzi Irpino. L'iniziativa fortemente voluta dall'avvocato Giovanna Perna, responsabile regionale dell'Osservatorio Carcere dell'Ucpi nonché collaboratrice del Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale della Provincia di Avellino, ha come scopo quello di richiamare l'attenzione di tutti gli operatori sulle criticità del mondo carcerario ed in particolare degli Istituti Penitenziari di Avellino.
Il Convegno vedrà, infatti, la partecipazione delle più alte cariche del mondo dell'amministrazione penitenziaria, dal Capo del Dipartimento, dott. Basentini, al direttore ufficio detenuti e trattamento del Prap, dott. Domenico Schiattone. Per la prima volta il tema "le misure di comunità" sarà discusso all'interno di un carcere, luogo naturale, deputato alla trattazione di una tematica così importante per le persone private della libertà personale.
sardegnareporter.it., 14 maggio 2019
Il dibattito si svolgerà il Centro d'Arte e Cultura Lazzaretto alle ore 18. Mercoledì 15 Maggio a Cagliari alle ore 18.00, presso il Centro d'Arte e Cultura Lazzaretto, si terrà un dibattito pubblico sul carcere e sui diritti dei detenuti, un iniziativa promossa da Antigone e dall'associazione 4CaniperStrada all'interno della mostra fotografica Luci oltre le sbarre di Fabian Volti, in esposizione presso la sala d'archi del Centro d'Arte e Cultura Lazzaretto fino al 19 maggio.
Nel corso dell'incontro Roberto Loddo e la redazione di Radio Onde Corte incontreranno Daniele Pulino, referente regionale dell'Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone e Fabian Volti, autore del progetto fotografico. Durante la serata verranno presentati i dati dell'ultimo Rapporto sulle condizioni della detenzione, che Antigone redige ogni anno grazie alle visite degli osservatori in tutte le carceri italiane, comprese quelle sarde, fornendo uno strumento di conoscenza per chiunque si avvicini alla realtà carceraria.
Accanto all'analisi della situazione attuale del carcere in Italia e in Sardegna, si parlerà del linguaggio delle immagini e dei modi rappresentare le marginalità nella fotografia e nell'arte. Alla diretta radiofonica parteciperà anche il presidente di Asce Sardegna, Antonello Pabis. La mostra Luci Oltre le Sbarre. 30 Scatti sarà visitabile fino al 19 maggio e rappresenta la prima parte di un progetto fotografico e di documentazione dei luoghi della detenzione in disuso in Sardegna, partendo dall'importante ex carcere di San Sebastiano a Sassari. All'interno dell'ex struttura detentiva il fotografo Fabian Volti ricerca spiragli di luce utilizzando i due registri fotografici del colore e del bianconero, in una delicata ricostruzione della memoria che riscopre le tracce di vita rimaste all'interno, subito dopo che il carcere fu posto in disuso: adesivi attaccati alla mobilia, disegni e scritte sui muri, suppellettili improvvisate che non sono solamente oggetti ma rappresentano simbolicamente quella capacità di sopravvivere che gli esseri umani riescono a trovare nelle situazioni di totale privazione della libertà.
L'esposizione ospiterà la sezione Nelle Viscere degli Inferi, a cura del collettivo s'Idea Libera di Sassari: pannelli che contengono stralci di lettere tratti dalla corrispondenza portata avanti con prigionieri delle carceri sarde, che aprono un mondo non solo sul sistema penitenziario, ma anche su ciò che siamo noi, la società fuori spesso distante e il vissuto personale del detenuto, un progetto nato con la Biblioteca dell'Evasione e l'obiettivo di creare un rapporto di scambio con i detenuti rompendo l'isolamento che la società crea nei confronti del carcere e dei carcerati. Il progetto è a cura dell'associazione culturale 4CaniperStrada e il Centro d'arte e cultura Lazzaretto, con il patrocinio del Comune di Cagliari, del Comune di Sassari - Assessorato alla Cultura, la collaborazione di Antigone associazione nazionale, Ogros Fotografi Associati, il collettivo S'Idea Libera, e le stampe fotografiche curate da Artech Nuoro, le grafiche di Diego Ganga. Gli orari di apertura del Lazzaretto sono: dal martedì alla domenica 9:00 -13:00, 16:00 - 20:00.
di Massimiliano Melley
milanotoday.it., 14 maggio 2019
L'iniziativa "adotta un detenuto" rivolta agli studenti della Bicocca. Non tutti lo sanno, ma tra le attività disponibili per i carcerati milanesi c'è anche un servizio di tutoraggio per i detenuti iscritti in università, che giocoforza studiano in solitudine e non "vivono" l'ambiente d'ateneo. E' dal 2013 che l'Università Bicocca "entra" in carcere attraverso i suoi studenti, con un progetto denominato "adotta un detenuto per studiare insieme". Il servizio si rivolge alle case di reclusione di Opera e Bollate e si configura come "accompagnamento allo studio" per i detenuti iscritti alla Bicocca, fornito da studenti selezionati ogni anno con un apposito bando.
Nel blog della Bicocca è apparsa una intervista a una delle studentesse e degli studenti impegnati in questo progetto, Ylenia Cavallo, al terzo anno di Giurisprudenza. "Un'ottima opportunità - afferma - per conoscere una nuova realtà, quella carceraria, che molto spesso è trascurata da chi non la vive in prima persona".
Cavallo si reca a Bollate almeno una volta alla settimana, ma anche di più. I tutoraggi sono svolti in aule apposite, all'interno della struttura penitenziaria, adibite a questo. "Sono un intermediario tra lo studente/detenuto e l'università. Principalmente fornisco loro il materiale didattico e gestisco la prenotazione degli esami. Ma fornisco anche loro un sostegno di studio, perché ad alcuni non è concesso di avere un confronto diretto col professore", spiega Cavallo.
Gli incontri durano da una a due ore. E l'iniziativa si trasforma in qualcosa di vantaggioso anche per lo studente: "Mi ha dato l'opportunità - chiarisce Cavallo - di accrescere le mie conoscenze sul diritto penale, la procedura penale e il diritto penitenziario. E a livello umano mi ha permesso di approfondire la conoscenza dello studente/detenuto al di là della ragione per la quale si trova all'interno delle mura carcerarie". Una esperienza che lascia il segno, perché la speranza della studentessa è di continuare a occuparsi dei detenuti anche più avanti, nel percorso professionale e personale.
di Paolo Berizzi
La Repubblica., 14 maggio 2019
"O' professore", l'ex boss di camorra mai pentito, dopo 56 anni in carcere è un uomo irriconoscibile e rassegnato. Il suo unico pensiero è Denise: "Tra pochi mesi non potrò più abbracciarla, preferisco un'iniezione letale".
In fondo al tunnel c'è un uomo che aspetta. Mezz'ora dopo, sotto lo sguardo di un agente che sorveglia dietro un vetro, dirà così: "Meglio la pena di morte. Preferisco un'iniezione letale che stare come sto: tumulato vivo".
Carcere di Parma, sabato 4 maggio. Raffaele Cutolo è un settantottenne ormai simile a un automa. Come un relitto del Male, dopo mezzo secolo e sei anni di carcere - di cui 39 in totale isolamento, in cella solo, ora d'aria solo, come tutti i 41bis A.R., acronimo di area riservata - "o' professore", per dirla con l'oleografia camorristica, è uscito dall'icona criminale.
È un corpo svuotato: quasi calvo, tremolante, maglione marrone, camicia a quadri, il mento appoggiato al palmo della mano. La sala dove incontra uno dei suoi legali storici, Gaetano Aufiero, è nel ventre della palazzina che ospita il reparto dei 41 bis: un'ottantina di detenuti, carcere duro, c'è il "cecato" Massimo Carminati, c'era Totò Riina.
Un satellite, questo girone dantesco dei mafiosi. Intorno, il carcere normale, gli altri. Per arrivarci si percorre un tunnel, poi c'è una pensilina. Cutolo scende da un'auto. Una porta di ferro conduce alla sala colloqui: scrivania, due sedie, dietro la parete il mezzanino protetto da una parete di cristallo. Lì è seduta la guardia carceraria: tipo acquario. Come gli anziani che ricordano le vite precedenti pescando tra dettagli minori, Cutolo fa: "Avvocato, si ricorda come la chiamava quello? 'O principe...".
Chi è Cutolo, oggi, 56 anni dopo il primo arresto? Il mai pentito e pluriergastolano ex boss della Nuova camorra organizzata. Il protagonista della prima trattativa Stato- mafia (decisiva per la liberazione dell'assessore Dc Ciro Cirillo). Un padrino rassegnato ma ancora preceduto dall'eco sinistra di un nome che non sbiadisce col tempo.
Lui che forse avrebbe potuto portare alla liberazione di Aldo Moro perché ribadisce che sapeva - come ha rivelato Repubblica nel 2015 - dove lo tenevano i brigatisti: quel commando che "lo ha rapito con le armi della 'ndrangheta". Gli occhiali con le lenti rettangolari appoggiati sul tavolo. "Tra qualche mese verrà meno l'unico motivo per cui vivo", dice Cutolo al suo avvocato. "In vent'anni è la prima volta che ha mostrato segni di emozione" - giura Gaetano Aufiero.
Il vecchio capo camorrista è un generale senza più esercito né galloni: non ha più nemmeno le sembianze di quel titolo, "Il camorrista", film-cult di Giuseppe Tornatore che cristallizzò il mito malvagio. La "resa" di Raffele Cutolo è una bambina che fa danza: si chiama Denise, figlia sua e del 41bis, nata con inseminazione artificiale, partorita 11 anni fa dalla moglie bianca dell'ex boss, Immacolata Iacone, 55 anni, ventitré meno di "don Raffaè".
E qui è Fabrizio De Andrè. Quando Faber cantava Cutolo quest'ultimo sposava all'Asinara una ragazza di 17 anni: lei, Immacolata, da Ottaviano, il paese dove tutto è nato e dove ancora vivono madre e figlia. Racconta Cutolo: "Quando tra pochi mesi Denise compirà 12 anni, per il regolamento carcerario non potrò più avere un contatto fisico con lei. La vedrò solo attraverso il vetro. Io vivo solo per abbracciare mia figlia una volta ogni due mesi. La accarezzo, le faccio il solletico. Se non posso più farlo, preferisco che lo Stato mi faccia un'iniezione".
Cutolo è uno per cui è impossibile provare pena: è vero, ha il record italiano di lungo-detenzione carceraria. Ma ha sulle spalle decine di omicidi, con la sua Nco fu capace di scatenare una faida che negli anni della camorra pre-Scampia produsse un bollettino di morte da guerra civile. Soprattutto, Cutolo non si è mai pentito. Passati quasi sessant'anni dai suoi esordi criminali ha detto di provare rimorso solo dentro se stesso, anzi, "davanti a Dio".
Il che vale per quel che vale. La non-vita di Cutolo è il contrappasso per le vite tolte ai suoi nemici. Caso beffardo: il rivale storico, Mario Fabbrocino, "'o Gravunaro", boss della Nuova famiglia che spodestò la Nco cutoliana e ordinò l'omicidio di Roberto Cutolo, l'unico figlio maschio, è morto il 23 aprile scorso a pochi metri da Cutolo. Qui a Parma, stesso reparto.
È l'unica notizia che è arrivata all'uomo che un tempo dietro le sbarre dettava legge in vestaglia di seta e con un cenno della testa muoveva i suoi boia (Pasquale Barra fu il più feroce). Per il resto, zero. "Ero abbonato a quattro quotidiani e due settimanali. Da anni non mi portano più i giornali. Nemmeno il libro di poesie che ho appena scritto e che ho dedicato a mia figlia".
La poesia. L'illusione della catarsi sul filo dell'autocelebrazione ("il messaggio che voglio lasciare a Denise è che suo padre è anche poesia"). "Hanno detto che sto malissimo. Non è vero - spiega Cutolo al suo avvocato -. Ma, a questo punto, la pena di morte è meglio". Che fine farebbero i segreti italiani di cui è depositario? "L'ho detto due volte che potevo salvare Moro ma che lo Stato mi ha fermato. Mi ha fermato Gava, e Cossiga non ha voluto incontrarmi".
I ricordi di "don Raffaè" finiscono nei verbali di due interrogatori: uno a settembre 2015 (Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro), e uno nel 2016 (Dda di Napoli, pm Ida Teresi e Giuseppe Borrelli). Le memorie hanno l'imprimatur, tra gli altri, del giudice Carlo Alemi, ex presidente del tribunale di Napoli: "Cutolo dice la verità, poteva trovare Moro".
Ma questa è una storia infinita, o forse si è chiusa quando Franco Roberti, era marzo 2015 ed era procuratore nazionale antimafia, sulle colonne di questo giornale replicò all'uscita un po' iperbolica dell'ex boss ("Se esco e parlo crolla il Parlamento"): "Cutolo parli. Dica quello che sa e sarà valutato". Per la serie: basta ammuine, collabori con lo Stato e poi ne parliamo. Ogni due anni dal '92 il 41 bis di Cutolo viene rinnovato. "A luglio lo impugnerò", dice il suo legale.
"È giusto che paghi le sue pene fino in fondo. Ma dopo 56 anni di carcere forse una riflessione su una modalità di detenzione diversa è ipotizzabile". Cinque fotografie. Sono gli unici orpelli della cella del "professore" sceso dalla cattedra della camorra. Due Papi - Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II - la madre, la moglie con la figlia, lui con la figlia.
"Hanno appena finito di montare un cortometraggio su Denise e la figura del padre", racconta Immacolata Iacone. Figli di boss. Figli di una padre sbagliato. Come il 23enne Antonio Piccirillo, che in piazza Nazionale a Napoli, dove è stata ferita Noemi, 4 anni, ha rinnegato il padre Rosario: "Amate sempre i vostri padri ma dissociatevi dal loro stile di vita. Perché la camorra ha sempre fatto schifo".
Mentre Antonio lanciava il suo appello, in una petizione on line su Change.org 100mila napoletani chiedevano il trasferimento di Cutolo ai domiciliari. Un'assurdità. Forse anche per il padre di Denise, che dice: "La camorra oggi è una guerra impazzita senza più regole di ingaggio. Io voglio pagare fino in fondo per il male che ho fatto. Non chiederò mai sconti. Ma lasciatemi abbracciare mia figlia".
diregiovani.it., 14 maggio 2019
Presenti anche rappresentati della Camera e ministero della Giustizia. Solo quando si varca la soglia di un carcere e si chiudono le porte si capisce davvero che cosa significhi privazione della libertà. È quello che emerge dal racconto degli studenti degli istituti d'istruzione superiore 'Avogadro', 'Maxwell' e 'Regina Margherita' di Torino che hanno avuto la possibilità di incontrare i ragazzi dell'istituto penale per i minorenni di Torino 'Ferrante Aporti'.
Gli studenti torinesi hanno raccontato a diregiovani.it quello che hanno visto e vissuto in quelle ore, di come abbiano colto immediatamente la restrizione degli spazi tra le mura, le grate, le celle, il refettorio, la palestra, la biblioteca, le aule e il cortile. Limitazioni a cui si aggiunge, per alcuni ragazzi detenuti, la distanza dalle famiglie che vivono in altre città e una mancanza di punti di riferimento affettivi. Hanno raccontato di essere stati colpiti dalle restrizioni su ciò che le famiglie possono portare ai giovani detenuti.
Hanno raccontato di come gli agenti durante la loro permanenza in visita siano stati presenti in numero elevato e di come il loro controllo sui detenuti fosse evidenziato da una vicinanza fisica marcata. Un aspetto che li ha colpiti è stato proprio quello legato al tempo, a come in assenza di riferimenti temporali come orologi e telefoni o di una rigida scansione delle ore di lezione, il tempo sembrasse un po' sospeso e dilatato. Un modo di sperimentare una privazione della libertà che ha impressionato molto gli studenti.
"La conoscenza reciproca è stata immediata e mi ha stupito il valore che loro attribuiscono alle piccole cose che apprezzano più di noi che ne possiamo disporre costantemente", ha raccontato uno degli alunni presenti all'incontro. "Rispetto alle aspettative- ha aggiunto un compagno- ho avuto un'impressione opposta, mi ha stupito la disponibilità a fare conoscenza e ad incontrarci". Ed è proprio l'aspetto umano che è emerso dall'incontro: "Quando vediamo al telegiornale servizi su atti criminali ci sembra giusto che si sconti una pena, invece, vedendo i ragazzi davanti a noi, mi è dispiaciuto che loro non abbiano la libertà e le possibilità che abbiamo noi", ha concluso un altro studente.
L'iniziativa rientra nelle attività previste dal protocollo d'intesa sottoscritto in data 25 settembre 2018 dalla Camera dei deputati, dal ministero della Giustizia e dal MIUR, con lo scopo di 'diffondere i valori e i principi della democrazia rappresentativa e della Costituzione attraverso la realizzazione di un piano di incontri delle scuole negli istituti penitenziari minorili". Durante la mattinata i ragazzi hanno poi avuto la possibilità di dialogare e intervistare i rappresentanti delle istituzioni presenti.
"Hanno dialogato con i ragazzi in modo cordiale e con un linguaggio semplice- ha raccontato la direttrice del carcere minorile Gabriella Picco- Gli studenti mi sono sembrati molto soddisfatti di aver conosciuto una nuova realtà e aver potuto interagire con i ragazzi del Ferrante Aporti. È stato un momento piacevole e costruttivo. Un'esperienza che, credo, li accompagnerà a lungo".
Della stessa opinione la professoressa Citarda dell'IIS Maxwell: "Si parla tanto di calo di empatia in questa generazione, ma vi assicuro che questi undici ragazzi hanno manifestato un grado di empatia inimmaginabile. Lucidi ed essenziali con i politici, corretti ed adeguati nel rivolgersi alla direttrice del carcere e agli operatori dello stesso, curiosi ma mai invadenti e inopportuni. Dai ragazzi reclusi sono giunti insistentemente messaggi di sollecitazione allo studio, al trovare lavoro e ad apprezzare le piccole cose di tutti i giorni a cui si pensa solo quando le si perde".
All'incontro erano presenti, oltre ai dirigenti e ai docenti referenti, l'onorevole Francesca Businarolo, presidente II Commissione Giustizia della Camera dei Deputati; l'onorevole Vittorio Ferraresi, sottosegretario di stato al ministero della Giustizia; Giacomo Ebner, magistrato addetto, delegato del capo del dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità; Gabriella Picco, direttrice dell'IPM di Torino; il commissario capo Contu, comandante dell'IPM di Torino; i delegati del Sindaco, del Prefetto di Torino e dell'USR del Piemonte; Anna Maria Baldelli, capo della procura dei minori di Torino e Monica Gallo, garante dei diritti delle persone private della libertà e il garante regionale Bruno Mellano.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore., 14 maggio 2019
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 13 maggio 2019 n. 20483. Anche dopo la riforma del Codice di rito penale è ammesso il ricorso del pubblica accusa contro la sentenza di patteggiamento, se il reato contestato rientra tra quelli per i quali è escluso il patteggiamento allargato. Per effetto della non dovuta riduzione, la pena applicati, è, infatti, illegale. La Corte di cassazione, con la sentenza 20483, accoglie il ricorso del Pubblico ministero contro la sentenza con la quale, in virtù del patteggiamento, era stata ridotta a due anni e due mesi di reclusione, sospesi con la condizionale, la pena per il reato di violenza sessuale aggravata. Il tribunale aveva, infatti, riconosciuto, le circostanze attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti.
Contro questa sentenza aveva fatto ricorso il Pm, per violazione di legge, in relazione all'articolo 444, comma 1-bis del Codice di rito penale, perché la violenza sessuale aggravata rientra nel catalogo dei reati per i quali è escluso il patteggiamento allargato. Per la Suprema corte il ricorso è fondato. I giudici ricordano che il patteggiamento allargato - previsto quando la pena applicata su accordo delle parti è superiore ai due anni, soli o uniti alla pena pecuniaria, e inferiore a cinque - è precluso per una serie di delitti espressamente indicati dalla norma, tra i quali c'è anche la violenza sessuale, oltre che per determinate tipologie delinquenziali come il recidivo reiterato. La Suprema corte sottolinea che sul principio non ha influito la riforma del codice di procedura penale, messa in atto con la legge 103/2017, che ha introdotto l'articolo 448, comma 2 bis.
Una norma, applicabile al caso esaminato, in base alla quale il Pm e l'imputato possono proporre ricorso in Cassazione, "solo contro la sentenza emessa ai sensi dell'articolo 444 del Codice di procedura penale, solo per motivi attinenti l'espressione della volontà dell'imputato, al difetto di correlazione tra la richiesta e la sentenza, all'erronea qualificazione giuridica del fatto e all'illegalità della pena o della misura di sicurezza". E, nello specifico, scatta proprio l'ipotesi della pena illegale, visto lo sbarramento posto dall'articolo 444 comma 1-bis in base la quale l'imputato non poteva essere ammesso al rito premiale.
di Ilaria Dioguardi
retisolidali.it., 14 maggio 2019
Con il teatro a Rebibbia Femminile le detenute scoprono l'ascolto. La regista, Francesca Tricarico, ci racconta Ramona e Giulietta, in scena il 29 Maggio. "Sono sei anni che siamo all'interno del Carcere Femminile di Rebibbia, da dieci operiamo nelle carceri", dice Francesca Tricarico, regista dello spettacolo teatrale Ramona e Giulietta, che sarà in scena il 29 maggio.
"Lavoriamo con l'associazione Per Ananke, che si occupa di laboratorio e di produzioni teatrali, negli ultimi anni si è dedicata a luoghi come i centri diurni per i disturbi psichici e le carceri, in particolare dal 2013 siamo all'interno di Rebibbia Femminile, abbiamo iniziato nella sezione "Alta Sicurezza" e abbiamo fondato una compagnia che si chiama Le Donne del Muro Alto". Negli ultimi due anni hanno fondato anche una seconda compagnia teatrale che si chiama "Più Voce", con le detenute comuni. "Si tratta di due sezioni diverse, che presentano caratteristiche diverse: il carcere è un po' come i quartieri, ci sono delle similitudini ma anche delle profonde differenze a seconda delle sezioni".
Ramona e Giulietta. Il 29 maggio "Le Donne del Muro Alto" porteranno in scena lo spettacolo Ramona e Giulietta - Quando l'amore è un pretesto pubblico, con le detenute comuni, nel Teatro della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia, alle ore 15 a Roma in Via Bartolo Longo, 92. Le iscrizioni sono aperte fino al 15 maggio mandando una mail all'indirizzo
Un mese fa si è svolto lo spettacolo Il postino, con le detenute della sezione Alta Sicurezza. "Fare teatro in carcere è un'esperienza molto intensa. Quando siamo arrivate sei anni fa all'Alta Sicurezza di Rebibbia Femminile non c'erano molte attività, tranne qualche laboratorio di cucito. L'Alta Sicurezza è una sezione molto più chiusa delle altre, è stato un impatto fortissimo: era come rompere un muro. Da una parte c'era una grande voglia di riscatto, di far sentire la propria voce, dall'altra parte c'era diffidenza", racconta la regista. "Spesso personaggi noti vanno nelle carceri, portano brevi progetti e se ne vanno: prendono la risonanza che il carcere può dare ma fanno "interventi spot". Quando le detenute hanno capito che eravamo lì per fare un lavoro con loro, che partiva dall'ascolto di quel luogo per dare voce a quel luogo, è iniziata una collaborazione molto produttiva. Venivo dall'esperienza nel Carcere Maschile che è molto più semplice: è più facile per una donna lavorare con gli uomini. Con le donne ci siamo scontrate tanto, ma poi quello che mi hanno dato dal punto di vista umano e artistico è immenso: un'attenzione, una cura del particolare, una voglia di scoprirsi che sono stati incredibili".
L'amore tra donne. Per i loro spettacoli, l'associazione Per Ananke e Le Donne del Muro Alto si appoggiano ai testi dei grandi autori, che fanno loro da protezione, sono le loro "stampelle". Hanno portato in scena Didone, Amleto trasformandolo in L'Amleta, Medea, ma poi riscrivono i testi a modo loro, utilizzando il dialetto, che è la "lingua del nostro cuore, delle nostre emozioni, è ciò che ci identifica, le nostre radici, la nostra storia. Cerchiamo nel testo quello che ci appartiene, le nostre necessità, nello stesso tempo cerchiamo grazie al testo di mettere in luce degli aspetti poco conosciuti. Affrontiamo dei temi che nel carcere diventano cassa di risonanza di quello che succede all'esterno. Quando abbiamo fatto Medea ci siamo occupate del tema del razzismo. Con l'ultimo spettacolo, Ramona e Giulietta, abbiamo deciso di affrontare il tabu dell'amore fra donne. Da quando abbiamo iniziato a lavorare nella sezione delle detenute comuni abbiamo sentito tante volte parlare dell'amore fra donne, tra chi difendeva la libertà di amarsi tra donne in carcere e chi, invece, lo considerava un fatto vergognoso, come uno sfogo del carcere; da qui, è partita l'idea di trasformare in uno spettacolo queste visioni diverse e i commenti che sentivamo in continuazione, affinché le chiacchiere da bar diventassero chiacchiere produttive, per confrontarsi con un tema che è caldo, fuori e dentro il carcere. Le detenute si sono divise tra chi considerava questo spettacolo degno e chi indegno: da questi scontri iniziali sono nati dialoghi importanti a prescindere dallo spettacolo, che si sono poi sparsi a macchia d'olio in tutto il carcere, anche tra le detenute che non partecipavano al laboratorio teatrale. L'argomento dell'amore tra donne ha cominciato ad essere affrontato in un modo molto rispettoso, considerando di più che, dietro al tabù e alle chiacchiere da bar, ci sono delle persone. Il teatro in carcere fa più bene alla società esterna che a quella interna, tutte le necessità e i bisogni che si sentono in carcere non sono altro che i bisogni della società fuori ma resi amplificati e enormi dalla detenzione; il carcere non è altro che la lente di ingrandimento della società, ci permette di vedere qualcosa che accade all'esterno ma in un modo più grande. Quando abbiamo fatto Didone, il primo anno l'abbiamo riscritta concentrandoci sul tema dell'abbandono, su quello che avvertono le donne quando sono in carcere. Ma l'abbandono non riguarda solo i detenuti, quindi abbiamo visto tanti spettatori commuoversi mentre assistevano allo spettacolo perché si rispecchiavano. Anche il tema dell'omosessualità che portiamo in scena il 29 maggio è di grande attualità, vediamo tutti i giorni quello che succede fuori riguardo a questo argomento".
I laboratori teatrali. Ogni laboratorio teatrale si svolge, nella fase iniziale, due volte a settimana, poi prima dello spettacolo si intensificano le prove. "Tutto quello che facciamo non avviene in uno spazio comodo, in teatro ad esempio non ci sono le telecamere, quindi non possiamo rivedere quello che proviamo in scena. Facciamo le prove in spazi brutti dal punto di vista teatrale perché sono luoghi piccoli, c'è l'eco. La voglia di raccontarsi e di portare a termine il progetto fa sì che, facendo solo due prove prima di andare in scena, diamo vita sempre ad uno spettacolo che non è a livello amatoriale, ma semi professionale. Le detenute di Alta Sicurezza ormai, dopo cinque anni, sono delle professioniste".
Ogni anno ai laboratori di ogni sezione partecipano tra le 15 e le 20 detenute, ma le richieste sono molto più alte. Per ora i contributi non permettono di allargare il numero delle partecipanti. "La vera tragedia nella commedia sono i contributi. Gli anni non sono tutti uguali. Per due anni siamo stati "Officine di Teatro Sociale" della Regione Lazio, è un sostegno a questo tipo di progetti, ma con una grande pecca: i contributi ti danno il 50% di quello di cui si ha bisogno, se non si trova da soli il restante 50%, viene tolta la parte di contributi offerta. Nel periodo in cui stiamo vivendo, trovare da soli la metà dei contributi è una missione quasi impossibile. Tutti gli anni facciamo raccolta fondi, anche con spettacoli fuori dal carcere, sul nostro sito è possibile sostenerci, abbiamo anche una pagina Facebook Le Donne del Muro Alto. Cerchiamo degli sponsor, ma non riceviamo molte adesioni da parte di enti privati, il tema delle carceri è ancora spigoloso, non vogliono metterci la faccia. Ci rivolgiamo sempre ai bandi pubblici, cerchiamo di fare eventi, i comuni cittadini si spendono molto per questi progetti. Siamo molto dispiaciuti perché nel Lazio ci sono molte resistenze da parte di enti quali banche e fondazioni".
Fame di cultura e bisogno di ascoltare. "Una volta una detenuta protagonista di uno spettacolo mi ha detto: "Io ti odio, perché mi hai dato un personaggio che ha le mie stesse caratteristiche: è una donna forte, coraggiosa, determinata. Ma lei ha applicato queste qualità per il bene comune, mentre a me hanno insegnato che nessuno muore per nessuno, questi libri mi mettono in crisi, mi fanno vedere che esiste un'altra possibilità di vivere". La ragazza si è bloccata perché si riconosceva troppo in quelle caratteristiche che lei non aveva utilizzato per il bene comune. Dopo la discussione con lei ho fatto, all'interno della sezione Alta Sicurezza, un dibattito sul significato della parola "bene comune" che non ho mai sentito affrontare in un modo così delicato ed attento, nemmeno nei tanti centri culturali che ho frequentato nella mia vita.
Questi fatti ci fanno capire quanto ci serva la cultura, quanto sia necessario scoprire che esistono anche altri mondi. I detenuti vivono la società nel microcosmo del carcere, con le stesse dinamiche, gli stessi bisogni e le stesse necessità della società esterna ma in un modo amplificato perché sono costretti a vivere in uno spazio ristretto", continua Tricarico. "Loro acquisiscono con coscienza dei loro bisogni, delle loro bassezze e delle loro qualità, ma quando si vive in un ambiente ristretto ogni gesto, ogni parola sono amplificati. Capiscono di essere la lente di ingrandimento della società esterna quando hanno l'opportunità di fare attività che li mettono a confronto con la società stessa. Nello stesso tempo fa tanto bene alle persone fuori venire a vedere i nostri spettacoli: la cultura è un bene primario, in carcere è molto evidente la forza della cultura, si ha veramente fame di cultura". In carcere non ci si ascolta, si urla. "Il teatro è ascolto, cambia il rapporto tra detenute anche al di fuori del laboratorio teatrale perché acquisiscono lo strumento dell'ascolto, in questi cinque anni anche il loro rapporto con gli agenti di polizia penitenziaria è notevolmente migliorato".
Se esisti hai bisogno di vivere in un modo migliore. "Mi ha colpito tantissimo la lettera di una detenuta che ora è in comunità, me l'ha lasciata prima di andare via dal carcere proprio in un periodo in cui accusavo la stanchezza di questo lavoro, ero scoraggiata, non c'erano fondi regionali", confida Francesca Tricarico. "C'era scritto "A volte per aver voglia di cambiare la propria vita c'è bisogno di qualcuno che ti aiuti a ricordare che vali. Il teatro mi ha ricordato che sono una persona che sa leggere, scrivere ma soprattutto che sa far sentire la sua voce. A volte c'è bisogno che qualcuno ti dia modo di far sentire la tua voce per capire che esisti. Se esisti hai bisogno di vivere in un modo migliore. Ho capito che voglio andare in comunità". Personalmente questa lettera mi ha restituito il valore del mio lavoro, a volte ci si chiede "che senso ha tutto quello che faccio?", è normale che una persona eticamente corretta abbia dei momenti di crisi. Questa ragazza nella sua lettera fa riferimento alle responsabilità che si hanno, nel momento in cui si esiste, sia verso l'altro sia verso se stessi. Da quel momento abbiamo ricominciamo a mettercela tutta nel nostro progetto, questa testimonianza ci ha dato una motivazione fortissima.
Io non chiedo mai le storie di queste donne, non voglio sapere i reati, voglio lavorare con la persona. Dopo quattro-cinque anni che le frequento a volte mi chiedo "da dove bisogna iniziare affinché non avvenga tutto ciò?". Una volta una ragazza mi ha chiesto: "qual è la differenza tra fare l'amore e lo stupro?". Questa domanda mi ha fatto capire la forte mancanza di educazione all'affettività di alcune detenute. Mi ha fatto pensare all'infanzia e alla vita di questa donna che mi diceva di aver sempre sentito parlare di stupro, che mi chiedeva se nella sua vita avesse fatto l'amore o lo stupro. È stata una domanda terribile, mi ha fatto capire ancora di più quanto sia utile portare cultura nelle carceri, che sia teatro, lettura, scrittura.
Fare corsi di cucito o cucina nelle carceri dà una professionalità, che è essenziale e vitale, ma se non diamo alle detenute gli strumenti per affrontare il mondo, quella professionalità finirà nel cestino, perché quando torneranno nella società fuori e dovranno lavorare, non sapranno rapportarsi né con se stesse né con gli altri. Vedere una persona esterna che ti sprona e ti dice che hai delle capacità ti mette in crisi; se le detenute non vedono che possiedono delle risorse, penseranno sempre che possono campare solo in un altro modo, senza sfruttare le proprie risorse. Il teatro dà modo di confrontarsi con la società esterna: va bene scrivere libri e leggere, ma con il teatro si fa un'attività che le mette a confronto, in cui mettono la faccia, la società deve entrare lì dentro al carcere per assistere allo spettacolo. Una volta, in uno spettacolo sulla Rivoluzione Francese, ho messo in scena una detenuta marocchina che interpretava la parte di una drammaturga che abbandona la Rivoluzione perché, diceva, "scrivete una Costituzione meravigliosa ma non avete il coraggio di applicarla". Uno spettatore mi ha detto: "in quel monologo finale ho avuto un pugno allo stomaco, tutti i pregiudizi che ho sugli islamici hanno cominciato a vacillare. Da oggi quando guarderò una persona di colore, penserò alle parole di questa ragazza". Non cambieremo il mondo con i nostri spettacoli, ma se ogni volta anche un solo spettatore, quando saremo in scena, avrà un pugno allo stomaco per noi sarà una grande vittoria".
ottopagine.it., 14 maggio 2019
Ciambriello: "La ceramica insegna ai ragazzi a modellare e a ricostruire". Si tiene oggi, 14 maggio, alle 11 presso il Consiglio Regionale della Campania la presentazione dei manufatti e delle opere realizzate da dieci detenuti del carcere minorile di Airola in provincia di Benevento. Il progetto è stato promosso dal Garante Campano dei detenuti, Samuele Ciambriello e realizzato dall'Associazione di promozione sociale "Tarita". Alla conferenza stampa parteciperanno la Presidente del Consiglio Regionale Rosa D'Amelio, il Garante Campano dei detenuti Samuele Ciambriello, la Dirigente del centro Giustizia Minorile e Comunità della Campania Maria Gemmabella, la Direttrice del Carcere di Airola Marianna Adanti e la Presidente dell'Associazione "Tarita" Carmela Grimaldi. "Eccezionalmente - viene evidenziato in una nota - saranno presenti alcuni giovani ristretti presso il carcere di Airola che hanno partecipato al progetto". Per il Garante Samuele Ciambriello: "La ceramica insegna ai ragazzi a modellare e a ricostruire. E' una chiave per ripartire. Queste iniziative - spiega Ciambriello - rappresentano una educazione alla speranza e una forza. Non è un lenitivo che addormenta il dolore e la solitudine - conclude il Garante - ma è un'attività che impegna il loro presente e li motiva a trasformare la loro vita".
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