di Bruna Bianchi
Il Giorno, 30 marzo 2015
"I disturbi affettivi e di personalità stanno sempre più emergendo. Il 60-70 per cento degli ospiti Opg ci finiscono senza prima essere stati seguiti dai servizi territoriali, così l'Opg non crea legami col territorio". Patrizia conta il tempo trascorso: "Già cinque mesi che sono qui". Tranquilla e sorridente, apre la porta della sua camera a due letti allungando lo sguardo fiero sui suoi pupazzi. Affetto che manca. Parola che risuona anche all'entrata del Centro Sant'Ambrogio, una volta ospedale geriatrico e adesso una serie di palazzine circondate dal giardino dove Antonia prende un po' di sole. Si sta mettendo un rossetto rosa fucsia: "Aspetto il fidanzato".
L'età è avanzata e il fidanzato nei sogni. Così come nella fantasia di Giuliana c'è quella di essere stata una suora laica. Sono i "matti" che nessuno voleva e che qui si sentono bene: "Sono bravissimi i frati!". Il priore, frate Pierangelo Panzerini, passa nei corridoi lucidi e puliti dalle porte blu cobalto. Lo salutano con rispetto, quello che si deve a un rappresentante dell'Ordine dei mendicanti che dal 500 si occupa di quelli che nessuno vuole tra i piedi. Li curano nella testa i medici, li riabilitano gli educatori e al loro animo pieno di solitudine confusa ci pensa la carità cristiana.
A Cernusco sul Naviglio sono 400, altri 300 a San Colombano al Lambro, 300 a Brescia. Un terzo dei malati psichiatrici di Lombardia viene affidato ai Fatebenefratelli. Li mandano le strutture territoriali o i Tribunali, a volte hanno compiuto un reato, più spesso no.
"Il Fatebenefratelli si occupa storicamente della psichiatria - racconta il direttore sanitario Gianmarco Giobbio - Oggi i manicomi non esistono più e la psichiatria è diventata specialistica, le patologie hanno un nome particolare e non più generale. Abbiamo pazienti geriatrici che vivono qui da decenni e solo ai Fatenefratelli viene riconosciuta la cura di questi pazienti grazie alla sua storicità".
I moderni "manicomi" sono nei fatti l'alternativa degli Ospedali psichiatrici sul territorio. Il 31 marzo chiuderanno per legge i sei Opg italiani (uno in Lombardia, Castiglione delle Stiviere, resterà funzionante con otto mini-opg) ma nessuno sa dire che cosa succederà: "Alcuni pazienti vengono mandati da noi, ma non c'è alcuna chiarezza sul futuro delle Rems". Il centro di Cernusco ha fiori all'occhiello come la Cra, struttura ad alta riabilitazione, ha personale preparato ed è ospitato in un piccolo centro tranquillo che si affaccia sul Lambro, ma i pazienti sono liberi: "Aderiscono al progetto di recupero. La vigilanza è ridotta".
La riabilitazione al centro Sant'Ambrogio non è una parola vuota: si impara a diventare autonomi sistemando la proprio camera, lavandosi da soli, seguendo le attività e rispettando le regole della convivenza. Nessuno litiga nemmeno per la tivù e l'uso dei telefonini è consentito secondo orari stabiliti. Si studia, si fa un giornalino, si cucina e si impara a stare insieme anche se è difficile quando si soffre di disturbi mentali.
La malattia mentale c'è da sempre, ma cambia pelle. Ne sa molto Paolo Cozzaglio, primario di Psichiatria: "I disturbi affettivi e di personalità stanno sempre più emergendo". "Il 60-70 per cento degli ospiti Opg - afferma Giobbio - ci finiscono senza prima essere stati seguiti dai servizi territoriali, così l'Opg non crea legami col territorio". Cosa succederà dopo il 31 marzo? "Nessuno lo sa". Nessuno può aspettarsi che venga gestito senza problemi un killer seriale psicopatico.
di Silvia Barocci
Il Messaggero, 30 marzo 2015
L'Amministrazione penitenziaria ha alzato il livello di controllo dei sospetti. I dubbi degli investigatori su un tunisino che a febbraio ha chiesto di essere espulso.
Delle decine di espulsioni di sospetti jihadisti dall'Italia - 26 dalla fine di dicembre - quella di Khalil Jarraya è a dir poco la più "curiosa", sulla quale l'intelligence ha continuato le sue verifiche, soprattutto dopo la strage al museo Bardo di Tunisi. Perché questo 46enne tunisino, detto il "colonnello" per i trascorsi di combattente nelle milizie bosniache dei "mujaheddin" durante la guerra nella ex Jugoslavia, ha chiesto lui stesso di essere espulso.
E lo ha fatto come misura alternativa al residuo di pena che stava scontando nel carcere di Rossano per terrorismo internazionale. E così, a metà febbraio, il capo della cellula jihadista scoperta nel 2007 dalla Digos di Bologna, ha fatto i bagagli e, dal carcere di Rossano, è stato accompagnato alla frontiera per essere dato in consegna alle autorità tunisine. Esiste un qualche collegamento tra il "colonnello" e la strage di 22 persone del 18 marzo scorso? Gli accertamenti sono in corso.
A quanto pare, la procura di Catanzaro avrebbe autorizzato l'ascolto delle telefonate che, legittimamente, dal carcere, il colonnello poteva effettuare ma che, trattandosi di un detenuto in alta sicurezza, per prassi erano state registrate e conservate. Nel suoi colloqui Jarraya ha forse lanciato qualche messaggio in codice? Quel che è certo è che dal 7 gennaio scorso il Nucleo investigativo centrale (Nic) dell'Amministrazione penitenziaria ha innalzato, e di molto, il livello di monitoraggio nelle carceri italiane. Perché il giorno stesso della strage nella redazione del settimanale Charlie Hebdo diversi detenuti di fede islamica avrebbero inneggiato.
Non il duro Jarraya, bensì detenuti per reati comuni che però - come è stato anche per l'attentatore di Parigi Amedy Coulibaly - in carcere possono essere venuti a contatto con fomentatori d'odio inneggianti alla jihad. Da allora il Nic ha iniziato un attento monitoraggio su 53 detenuti, provenienti dal Medio Oriente o dall'area magrebina, di cui 12 stanno scontando pene per reati di terrorismo internazionale.
Tra questi, fino alla sua recente espulsione, anche Jarraya, trasferito nel 2012 dal carcere sardo di Macomer (poi chiuso) in quello calabrese di Rossano. Il "colonnello" era in regime di alta sicurezza, vale a dire in cella singola con la possibilità di passeggiare per l'ora d'aria solo con un ristretto gruppo di detenuti, sempre gli stessi, scelti preventivamente. A Rossano si trova anche la maggior parte dei dodici condannati per terrorismo internazionale.
Per loro e per gli altri "comuni" monitorati dal Nic è scattato il controllo stringente delle comunicazioni e della corrispondenza. Per quindici soltanto "attenzionati", invece, il Nic segnala al Comitato di analisi strategica antiterrorismo ciò che può apparire sospetto, come ad esempio articoli di giornali o scritte inneggianti l'Isis.
Lo sforzo è enorme. Su 53mila detenuti nelle carceri italiane si calcola che circa 10mila siano di fede islamica, di cui ottomila praticanti. Anche per questo, negli ultimi anni, il ministero della Giustizia ha mostrato maggiore attenzione alle loro esigenze. Perché - per dirla col Guardasigilli Orlando - "bisogna assicurare il diritto di culto negli istituti per evitare l'effetto boomerang come Guantánamo".
di Michele Bocci
La Repubblica, 30 marzo 2015
Si è impiccato con un laccio da scarpe alle inferriate di una finestra. È morto così, nella notte tra sabato e ieri, un detenuto di Sollicciano. L'uomo, T.P., 45 anni, sarebbe dovuto uscire nel novembre del 2018 e avrebbe sofferto di problemi psichiatrici, tanto che si era valutato se trasferirlo, a quanto dice l'Osapp, uno dei sindacati degli agenti penitenziari. Il suicidio è avvenuto all'interno del centro clinico del carcere, l'uomo è stato dichiarato morto alle 0.52 di domenica.
Si trattava di un ex collaboratore di giustizia ed era recluso nella cosiddetta sezione protetta, riservata ai carcerati che possono avere problemi di incolumità personale. Negli ultimi giorni era stato ricoverato nel centro clinico, che si trova al piano superiore rispetto alla sezione protetta. Era da solo in una cella e si è ucciso quando c'è stato il cambio di turno. Dopo che è scattato l'allarme, il personale di guardia e quello sanitario hanno tentato di rianimarlo, anche usando il defibrillatore, ma non è stato possibile salvarlo.
"È l'ennesimo grave episodio che avviene nel centro clinico di Sollicciano - attacca Leo Beneduci, segretario Osapp. Il detenuto suicidatosi questa notte sembrerebbe avesse manifestato più volte il proprio disagio e preoccupazioni per la propria incolumità fisica una volta uscito dal carcere, tant'è che ne sarebbe stato chiesto più volte il trasferimento ad altra struttura della regione senza concreti riscontri da parte del competente provveditore regionale". L'uomo era in carcere per più reati e sarebbe dovuto uscire nel 2019.
Con lo sconto di pena la data della liberazione era stata portata al novembre del 2018. Avrebbe detto varie volte di temere per il suo futuro fuori dal carcere. Non si sa se erano paure giustificate o se fossero solo la spia di un problema psichiatrico, la cui drammaticità si è manifestata l'altra notte. Secondo Beneduci: "Abbiano dei dati che dimostrano come la Toscana sia la regione con il più alto numero assoluto di morti in carcere, anche se il numero di detenuti non sia tra quelli maggiori in Italia. Nessuno ha mai ritenuto di approfondire e accertare le responsabilità, anche rispetto alle modalità di gestione e organizzazione degli istituti di pena".
Il garante dei detenuti di Firenze è Eros Cruccolini spiega che il servizio psichiatrico di Sollicciano è molto buono. "Io però quando succedono queste cose continuo a ribadire che, al di là del fatto psichiatrico, siamo di fronte a una sconfitta per tutti. Bisogna fare dei progetti personalizzati, ci vogliono più psicologi, più educatori e assistenti sociali. E poi gli enti locali devono svegliarsi e fare le gare per le cooperative di tipo B in cui impiegare i detenuti, come prevede la legge. Ho parlato con tutti i sindaci dell'area fiorentina e mi hanno dato la loro disponibilità. Adesso bisogna assolutamente partire".
Sempre il garante dei detenuti Cruccolini spiega che nel penitenziario fiorentino oggi non c'è il grave problema di sovraffollamento di qualche tempo fa. "Siamo passati da mille detenuti a circa 700 - dice - e anche per questo motivo forse all'interno del carcere si può lavorare meglio di prima. E magari salvare qualche vita, ben sapendo che già oggi il servizio psichiatrico di Sollicciano è molto buono e che in queste cose c'è una sfera di imponderabile e inarrestabile.
Nel senso che se qualcuno vuole uccidersi il modo di farlo lo trova, come lo dimostra la drammatica storia dell'aereo della Germanwings". Quello dell'altra notte è il primo suicidio avvenuto all'interno di Sollicciano in questo 2015. Nel corso dell'anno passato c'erano stati altri tre episodi dello stesso tipo.
di Manuela Modica
La Repubblica, 30 marzo 2015
"Dove andremo?". La domanda è ripetuta. Man mano che il direttore del carcere psichiatrico di Barcellona Pozzo di Gotto, Nunziante Rosania mostra i reparti, i pazienti lo fermano per chiedere. Gli ospedali psichiatrici giudiziari da martedì saranno chiusi. Così anche quello siciliano. E la chiusura di quello che è un vero e proprio manicomio crea molta incertezza. C'è chi spera di tornare a casa. E c'è chi si dispera nella prospettiva di un futuro troppo incerto. Ci spera Md Saiful Islam: "Potrò andare da mio zio che si trova a Roma?
Sono stato assolto, posso andare, lui è disposto ad accogliermi?". Md è impaziente, seduto nella cappella dell'ospedale dove assiste al momento di preghiera dell'arcivescovo Calogero La Piana, muove le gambe incessantemente. Resta seduto, non fa il segno della croce, è musulmano ma non è rimasto in cella: ci teneva a fare questa domanda. Lui ha ucciso l'ex senatore Ludovico Corrao, gli è stata riconosciuta l'infermità mentale ed è a Barcellona.
"Per colpa della nostra malattia non adeguatamente curata, siamo diversi, siamo di disturbo, mettiamo paura...". La lettera di Luca Livieri viene letta prima della benedizione di Monsignor la Piana, insieme alla lettera di Maria a lui rivolta. Livieri l'ha scritta quando l'ospedale era spesso la dimora degli ergastoli bianchi: misure di sorveglianza prorogate ancora e ancora. Emanuele Reitano viveva all'ospedale da 15 anni, lo avrebbe lasciato per andare a vivere in un Rems, una struttura sanitaria residenziale a Caltagirone o a Naso.
Ma non succederà. Il 10 febbraio scorso ha tolto dagli slip l'elastico che cinge la vita e con quello si è cinto il collo, impiccandosi. "Difficile se non impossibile dire se sia stato questo il motivo, sicuramente dopo 10 anni questa era la sua casa e l'idea di andarsene non lo lasciava tranquillo, la reclusione, specie dopo tanto tempo può rendere impossibile al malato il reinserimento, questo episodio certifica il fallimento di queste strutture", spiega Rosania, l'unico neuropsichiatra in Italia ad essere rimasto alle dipendenze del ministero di Grazia e Giustizia. L'ospedale di Barcellona infatti è stato l'unico a non recepire la legge nazionale che vo- leva il passaggio al ministero della Salute ma come gli altri 5 sul territorio nazionale chiuderà a fine mese.
O meglio si trasformerà. Era stato costruito nel lontano 1925 e per molto tempo fu considerato "bivacco" carcerario per i mafiosi più che vero e proprio carcere psichiatrico. Di sicuro non era un salotto nel 2010, quando una delegazione della commissione parlamentare d'inchiesta presieduta da Ignazio Marino entrò senza preavviso nel carcere.
I letti di contenzione: un uomo legato e nudo in uno dei letti col buco al centro per le feci. Ma poi anche i reparti con dodici pazienti per cella. Pazienti con scabbia, altri con malattie veneree, o con semplici raffreddori vivevano come in trance a pochi centimetri gli uni dagli altri. Adesso, molti reparti sono chiusi: ne rimangono aperti soltanto quattro, e uno ora ospita 12 donne.
"Una latrina sociale", così l'ha sempre definito Rosania: "Quando Marino entrò eravamo in una situazione di grave sovraffollamento e di scarsissime risorse finanziarie, da tempo lo denunciavo in perfetta solitudine". L'ospedale fu messo sotto sequestro a dicembre 2012: una capienza di 200 persone, nell'agosto del 2010 a Barcellona vivevano oltre 340 pazienti (non detenuti).
Adesso sono 130 e i casi più gravi andranno nelle due residenze, 40 posti in tutto. Gli altri seguiranno un percorso di comunità ma avverrà tutto molto gradualmente: "Dovevano essere 4 le residenze in Sicilia, e attualmente sono due, per esempio", spiega Rosania. "Abbiamo chiesto che fosse attivata la residenza in una struttura per anziani ormai abbandonata, in cui 15 persone sono in attese di ricollocazione.
Per di più vicino al centro cittadino, per cui vicino a tutti i corpi di polizia, la residenza è stata invece individuata in una struttura nel Borgo di San Pietro a venti minuti dalla prima caserma di carabinieri e in un luogo dove c'erano progetti per ricettività turistica, ma non siamo preoccupati per gli internati, si tratta soltanto di una più efficace soluzione per tutti", spiega Nicola Bonanno sindaco di Caltagirone.
"Non stiamo facendo i salti di gioia ma siamo contenti di poter partecipare a una soluzione più dignitosa per il reinserimento dei pazienti", commenta invece Daniele Letizia, sindaco di Naso. Dal 31 marzo i casi più gravi andranno nelle residenze di queste due città. Quaranta internati in tutto. Per gli altri c'è molta incertezza.
"Non scoraggiatevi e abbiate fiducia che questo piccolo esodo sarà seguito da gente che vi vuole bene", così si rivolge agli internati Nicola Mazzamuto, presidente del tribunale di sorveglianza. La messa è finita, l'ultimo avvertimento è per spiegare che al II reparto è allestito il pranzo. "E le sigarette?", chiede qualcuno.
Adnkronos, 30 marzo 2015
Domani chiuderà i battenti, per legge, l'ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) di Barcellona Pozzo di Gotto e non si sa ancora dove andranno i circa 30 internati , che hanno commesso, nella maggior parte dei casi, reati contro la persona, sono affetti da gravi disturbi psichici e che, per motivi di residenza, fanno riferimento all'Asp di Palermo.
"Come misura alternativa all'Opg era prevista la costruzione di una Rems (residenza per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria) nella provincia di Trapani - dichiara Gaetano Mazzola, segretario aziendale della Cisl Fp Palermo Trapani all'Asp di Palermo - ma i lavori non sono mai partiti. Il risultato è che da domani nessuno sa dove andranno queste persone, che hanno commesso reati gravi e che, per il 50%, sono giudicate tecnicamente "non dimissibili" a causa delle patologie psichiatriche che presentano.
Fra gli internati all'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto, c'è ad esempio, Fabio Conti Tozzo che nel 2009, davanti alla stazione centrale di Palermo, aggredì a martellate due anziani, riducendoli in fin di vita. Lui ed altri in condizioni simili, internati fino ad oggi all'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto - aggiunge Mazzola - da domani saranno liberi di girare per le nostre città con i rischi che ne conseguiranno per la popolazione o saranno destinati alle Comunità terapeutiche assistite (Cta), con altri rischi per il personale medico e sanitario e per gli altri utenti".
A novembre del 2014 la Cisl Fp Palermo Trapani ha organizzato all'Asp di Palermo, un seminario sulla salute mentale per sensibilizzare la direzione generale dell'azienda su un tema che potrebbe trasformarsi in una bomba sociale. "I vertici aziendali - continua Mazzola - hanno ignorato il problema e oggi che l'emergenza è alle porte, nessuno dice cosa fare per arginarla.
Si pensa di scaricare tutto il problema sulle spalle dei medici e del personale sanitario, che dovrebbero occuparsi anche di garantire le misure di sicurezza, trattandosi di soggetti oggetto di misure cautelari?". "Chiediamo al direttore generale, Antonino Candela - conclude Mazzola - di convocare con urgenza i sindacati per pianificare interventi immediati e adottare provvedimenti a tutela del personale sanitario e medico, che dovrà farsi carico dell'assistenza di questi soggetti. Lo sollecitiamo a farsi portavoce all'assessorato regionale alla Salute dell'esigenza di realizzare in tempi brevissimi la Rems di Trapani, perché occorrono azioni durature e non misure tampone".
www.ilperiodicodibiella.com, 30 marzo 2015
Dopo Fratelli d'Italia ora anche il Movimento 5 Stelle dice no all'utilizzo del vecchio ospedale di Biella come centro per il recupero di detenuti psichiatrici. "Abbiamo appreso che si vocifera di un possibile utilizzo di parte della struttura del vecchio ospedale come "carcere psichiatrico".
Al Sindaco diciamo che è quanto meno strano considerare un carcere psichiatrico quale mezzo per "rianimare" la città; caro Sindaco Cavicchioli le ricordiamo che si sono utilizzati un bel po' di soldi per un concorso di idee(80.000 euro), per trovare un'idea per riutilizzare la struttura, già dimenticato? Tutto gettato alle ortiche? Sappia che poco importa che sia un concorso di idee della vecchia giunta, i soldi erano veri e li abbiamo pagati
noi cittadini. Non pensa Sindaco che, più probabilmente, un polo culturale gioverebbe maggiormente alla mente, allo spirito e alle tasche dei biellesi? Lo ricorda lei a Saitta che qui non siamo aperti ad accettare qualunque cosa ed a perdere quel poco che abbiamo, ma vogliamo che Biella non diventi il ghetto della regione? La "rianimazione" che ha più volte sostenuto di voler attuare durante la sua campagna elettorale passa solo attraverso pirogassificatori dighe e carceri? Niente scuola, niente polo culturale, bel modo per veder splendere la ridente cittadina ai piedi del Mucrone." concludono i consiglieri pentastellati.
Brescia Oggi, 30 marzo 2015
Non bastassero le divergenze sul tema dell'immigrazione, anche le politiche di assistenza ai carcerati diventano motivo di scontro politico. Succede a Palazzolo sull'Oglio (Bs), con la polemica accesa tra Stefano Raccagni, consigliere comunale e segretario della Lega nord, e il sindaco Gabriele Zanni sui 2.000 euro stanziati per l'operazione "Palazzolo accogliente", il progetto di giustizia riparativa avviato col carcere di Verziano e l'associazione "Carcere e territorio".
Raccagni afferma che la somma che il comune investirà per impegnare in un'attività di cura del territorio i detenuti ammessi agli interventi di giustizia riparativa "si potevano impiegare meglio, garantendo la priorità ai palazzolesi senza lavoro e non nella manutenzione del verde e nella pulizia del territorio per la quale paghiamo cooperative e aziende. Ancora una volta - conclude - pare che le iniziative di questa amministrazione siano una cortina fumogena dietro cui nascondere le magagne, ennesima dimostrazione del fatto che i palazzolesi devono sempre pagare e mettersi in coda".
la replica del sindaco? "I duemila euro servono per i costi stimati del progetto, ma si auspica che a fine giugno si possa contare su fondi ministeriali non spesi da riassegnare ai comuni attivi su questo fronte. Tra il 2012 e il 2014 Palazzolo ha impegnato risorse proprie e non per circa 140 mila euro nei voucher per cassintegrati, persone in mobilità o disoccupate. Una simile operazione non era sostenibile: per le stesse ore di lavoro del progetto servivano circa 1.230 euro mensili". Zanni si rivolge poi indirettamente a Raccagni spiegandogli che non è informato: "Le due persone assegnate lavoreranno gratuitamente, fornendo un servizio prezioso per la città che diversamente non si potrebbe offrire. Mi stupisce che la Lega, sempre particolarmente sensibile al tema sicurezza- conclude il primo cittadino palazzolese - non veda nel progetto lo strumento per evitare che dopo al termine della pena detentiva queste persone possano tornare a delinquere. Siamo di fronte a iniziative che hanno dato buoni risultati, ponendo le basi per una migliore integrazione degli ex carcerati nelle comunità d'origine e non solo".
Il Mattino, 30 marzo 2015
"A Benevento, nei dodici mesi del 2014, abbiamo contato cinque tentati suicidi, sventati in tempo dai poliziotti penitenziari, 16 episodi di autolesionismo e sette colluttazioni". Lo riferisce Donato Capece, leader nazionale del Sappe, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria. "Hanno aggredito di recente anche due poliziotti penitenziari nel carcere di Torino, nella Sezione Alta Sicurezza. Protagonisti, ieri, due detenuti italiani: dieci i giorni di prognosi per gli agenti, colpiti con calci e pugni".
La notizia è riferita sempre dal Sappe che molte, nell'esprimere agli agenti "solidarietà e vicinanza", evidenzia come sia "sintomatica del fatto che le tensioni e le criticità nel sistema dell'esecuzione della pena in Italia sono costanti. E che a poco serve un calo parziale dei detenuti, da un anno all'altro, se non sì promuovono riforme davvero strutturali nel sistema penitenziario e dell'esecuzione della pena nazionale".
Lo stesso Capece sottolinea come "in un anno la popolazione detenuta in Italia sia calata soltanto di poche migliaia di unità: il 28 febbraio scorso erano presenti nelle celle 53.982 detenuti, che erano l'anno prima 60.828. La situazione nelle carceri italiane resta ad alta tensione - aggiunge il segretario generale del
Sappe - ogni giorno, i poliziotti penitenziari nella prima linea delle sezioni detentive hanno a che fare, in media, con almeno 18 atti di autolesionismo da parte dei detenuti, 3 tentati suicidi sventati dalla Polizia penitenziaria, 10 colluttazioni e 3 ferimenti".
Ansa, 30 marzo 2015
"Un detenuto italiano di 45 anni, originario di Genova, in permesso per 5 giorni non ha fatto rientro ieri nel carcere di Asti, dov'era ristretto per reati di droga, ed è quindi da considerarsi evaso". Ne da notizia il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe.
"Questo è un evento che purtroppo si può verificare, anche se la percentuale dei detenuti ammessi a fruire di permessi all'esterno che non fa poi rientro è minima", commenta Donato Capece, segretario generale del Sappe.
Capece evidenzia infine che anche il grave episodio del mancato rientro del detenuto in carcere ad Asti è "sintomatico del fatto che le tensioni e le criticità nel sistema dell'esecuzione della pena in Italia sono costanti. E che a poco serve un calo parziale dei detenuti, da un anno all'altro, se non si promuovono riforme davvero strutturali nel sistema penitenziario e dell'esecuzione della pena nazionale".
Quotidiano della Basilicata, 30 marzo 2015
Ventidue grammi di stupefacente occultati in un lettore cd scoperti dalla penitenziaria. Denunciato un pugliese che si era fatto spedire il plico tramite raccomandata. Pensava di poterla fare franca. Un pugliese, detenuto nella casa circondariale del capoluogo, aveva pensato bene di farsi spedire un pacco con dentro un lettore Cd nella speranza che nessuno vi trovasse qualche cosa di strano. E, invece, non è andata così. Nascosta nel lettore Cd, infatti, c'era della droga che il detenuto probabilmente avrebbe poi spacciato agli altri detenuti. Ma l'affare è sfumato e il pugliese è stato anche denunciato.
E questo grazie all'intuito degli agenti della Polizia penitenziaria. Il lettore Cd nuovo, ben confezionato e funzionante, era stato spedito, in un pacco, tramite raccomandata. Il pacco, recapitato in carcere, è finito, come da procedura, nella meni di un agente scelto - V.S. - che ha aperto il pacco e ha preso in mano il lettore che emanava uno strano odore. Insieme a lui un ispettore - D.S. - che si è accorto che in alcuni punti il lettore era stato manomesso. E così grazia all'intuito dei due poliziotti sono stati trovati 22 grammi di droga ben occultata all'interno del lettore Cd.
Si tratta del terzo episodio, in sette mesi, nel carcere potentino: i primi due scoperti con l'ausilio delle unità cinofile del Corpo, ieri invece, solo grazie all'intuito e alla professionalità degli agenti della Polizia penitenziaria.
Per quanto accaduto la Uil esprime "soddisfazione" e si è congratulata con il Comandante del reparto e con tutto il personale, che "nonostante i numerosi carichi di lavoro dettati dalla carenza di personale e dalle mille difficoltà operative che aggravano i vari turni di servizio in un mondo particolare, com'è oggi il carcere, riescono a mantenere ancora alta la guardia, esprimendo sempre piena professionalità e spirito di corpo".
I tentativi di introdurre sostanze stupefacenti all'interno delle strutture carcerarie è un fenomeno sempre più in crescita negli ultimi anni. pertanto "sarebbe opportuno - si legge in una nota della Uil - che l'Amministrazione penitenziaria fornisca al personale strumenti tecnologici e corsi professionali mirati, in modo che i baschi azzurri della Penitenziaria possano contrastare questi eventi".
Oltre alla Uil riconoscimento all'operato degli agenti anche da parte di Saverio Brienza, segretario regionale del Sappe (Sindacato autonomo Polizia penitenziaria) della Basilicata. Anche Brienza ha tenuto a rimarcare quanto fanno tutti i giorni gli agenti della Penitenziaria che "pur operando nella sofferenza di una carenza di organico di circa 30 unità e con limitatissimi strumenti tecnologici" continuano a svolgere "i propri compiti con grande senso di professionalità per garantire sempre più sicurezza alla collettività".
Nell'ultimo anno in Basilicata sono stati affrontati e superati 415 eventi critici tra aggressioni al personale, tentativi di suicidio, risse e autolesionismo.
Con l'operazione antidroga "i baschi azzurri di Potenza - ha concluso Brienza - hanno nuovamente dimostrato di essere un Corpo di Polizia preparato che non si limita solo ed esclusivamente a svolgere compiti di trattamento e osservazione nei confronti dei detenuta, ma esercita pienamente le proprie funzioni di polizia e di sicurezza per affermare principi di legalità in un contesto potenzialmente a rischio come può essere un carcere".
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