di Gilberto Corbellini e Elisabetta Sirgiovanni
Il Sole 24 Ore, 29 marzo 2015
È sbagliato mescolare i violenti criminali con gli altri malati mentali. Un errore simile fu fatto ai tempi della legge 180. Il 31 marzo 2015 chiuderanno definitivamente gli ultimi istituti deputati in Italia alla cura e detenzione dei malati psichiatrici criminali: gli Opg, Ospedali Psichiatrici Giudiziari.
Di "manicomi criminali", come li si chiamava all'epoca della loro istituzione nel 1870, sostenuta dalle teorie di Cesare Lombroso, ne sono rimasti sei: ad Aversa (1876), a Montelupo Fiorentino (1886), a Reggio Emilia (1897), a Napoli (1922), a Barcellona Pozzo di Gotto (1925), a Castiglione delle Stiviere (1939) e a Pozzuoli (1955). Gli Opg rientravano nelle misure di sicurezza controllate dal Ministero della Giustizia per colpevoli di reati gravi che, pur non ritenuti imputabili per le azioni commesse, in quanto diagnosticati infermi di mente, sono pericolosi per la società.
Un tempo si definivano "pazzi morali". Perché li chiudono? Nel corso del 2010 una Commissione di inchiesta del Senato, dopo sopralluoghi in queste strutture, che ospitano oggi in tutto 700 pazienti circa, rileva in alcune di esse condizioni di degenza sconcertanti, documentate da video e fotografie: scarsa presenza di personale medico e mezzi, sovraffollamento, degrado strutturale e igienico-sanitario, reclusi in pessime condizioni e privi di supporti educativi o ricreativi.
Come nel caso di un paziente tenuto nudo in stato di contenzione, legato con garze e con un evidente ematoma sul cranio della cui causa non c'è traccia nelle cartelle. Ma fu trovato anche un internato che, pur avendo ottenuto dalla magistratura l'autorizzazione al trasferimento, veniva trattenuto per mancanza di struttura territoriale adeguata, o altri due malati con ferite non documentate e vari casi di patologie fisiche non curate.
In un video si dichiara di aver conosciuto un malato internato anni orsono solo perché usava vestirsi da donna. La descrizione dell'ospedale di Castiglione delle Stiviere (Mn) nella relazione della commissione, invece, si discosta positivamente dalle altre.
Nell'ambito del decreto legge cosiddetto "svuota-carceri" (22 dicembre 2011, n. 211) e sull'onda dell'atmosfera creata dalla condanna dell'Unione Europea per la situazione carceraria in Italia, si decide frettolosamente di far fronte alla situazione con un articolo che subisce rinvii fino all'ultimo (Dl 30 maggio 2014, n. 81) e che impone la definitiva chiusura degli Opg in favore di nuove strutture locali dette Rems (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza Sanitaria), gestite dalle Regioni e dal ministero della Salute. I pazienti più pericolosi verranno trasferiti nelle Rems, gli altri nei reparti psichiatrici degli ospedali territoriali.
A oggi, solo dieci Regioni su venti si dicono pronte a gestire questo cambiamento, il ministero della Salute minaccia il commissariamento per le altre e cresce lo sconcerto tra gli operatori della salute mentale che si sentono impreparati a fronteggiare la situazione. A metterci il carico, le assurde pretese delle associazioni in difesa della chiusura che chiedono l'abolizione anche delle Rems, e la riabilitazione completa degli internati.
Il diciannovesimo secolo fu il secolo del "sistema degli asili", quando si consolidò la cura del malato psichiatrico in luoghi specializzati, che costituivano un'evidente evoluzione terapeutica rispetto alla precedente carcerazione. Fu il medico francese Philippe Pinel nel 1793 a iniziare la sua battaglia per la fondazione di questi istituti proprio con un atteggiamento di tipo etico, che intendeva liberare il paziente psichiatrico dalle mostruosità della detenzione come incatenamenti e violenze brutali.
Negli anni Sessanta libri come Asylums (1961) del sociologo canadese Erving Goffman o Manicomi come lager (1966) del giornalista italiano Angelo del Boca denunciavano gli orrori dei trattamenti manicomiali, e in Italia si affermava un movimento culturale, ispirato al pensiero di Franco Basaglia, avverso ai manicomi in quanto frutto anche se non soprattutto di una concezione medica della malattia mentale. Queste idee contenevano gravi errori, dovuti a pregiudizi anti-illuministi e antiscientifici.
Quello che il clima ideologico anti-asili degli anni Settanta ha diffuso in Italia è un ragionamento infondato e insidioso, oltre che ascientifico: collegare l'attenzione etica al paziente neurologico e psichiatrico con l'idea falsa che le malattie mentali non esistano affatto e, in particolare, che non possano essere dannose per chi le ha e per coloro che gli sono intorno. Come accade per qualunque malattia, non tutte le condizioni psichiatriche richiedono interventi o causano gravi sofferenze o predispongono a comportamenti gravemente dannosi per sé o per altri. Ma alcune di esse sì.
Le malattie psichiatriche non sono il frutto dell'immaginazione dei clinici o peggio uno strumento di potere e repressione, perché quando è così non si tratta di malattie psichiatriche. Anzi, è proprio chi sostiene che le malattie del cervello esistono e vanno diagnosticate e trattate adeguatamente a ritenere che l'isolamento pressoché carcerario e che le situazioni di svilimento e degrado del paziente sono non solo inaccettabili dal punto di vista etico, ma vanno contrastate perché controproducenti e inutili ai fini della cura e del suo benessere.
Aiutare la costruzione di strutture che puntino alle migliori condizioni per il trattamento dei malati psichiatrici criminali non dovrebbe sfociare automaticamente nell'idea che queste persone non siano malate, o peggio che non siano pericolose socialmente. Si va dai killer seriali a sangue freddo, agli stupratori, agli stalker, agli affetti da psicosi deliranti e allucinatorie violenti: tutti con alto grado di recidivismo. In molti casi, per sfortuna, la medicina non è ancora in grado di guarirli e riabilitarli ed è compito delle istituzioni e dei governi garantire la sicurezza per tutti gli altri.
Non è il caso di cadere negli stessi errori della legge 180, impropriamente chiamata Basaglia e approvata nel clima politico tormentato del 1978, appena quattro giorni prima del rapimento di Aldo Moro. Anche in quel caso la chiusura degli ospedali psichiatrici prevedeva un'organizzazione territoriale dell'assistenza, che è stata valutata negli anni qualitativamente inefficace e inadeguata non solo localmente da chi doveva gestire con scarsi mezzi e risorse le esigenze del settore della salute mentale, ma anche in modo documentato dalla letteratura internazionale. Mescolare pazienti criminali, potenzialmente manipolatori o violenti, ad altri pazienti vulnerabili è in più una scelta azzardata e ingiustificabile, perché i primi necessitano di cure e attenzioni ancora più specifiche, come la psichiatria forense ha insegnato.
di Paolo Russo
La Stampa, 29 marzo 2015
Il 31 marzo l'Italia dice addio ai vecchi manicomi criminali. "Con la nuova legge molti internati pericolosi usciranno". C'è il "cannibale di Pineto", che quattro anni fa tentò di uccidere una donna per poi cibarsene, recluso nell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa.
Le mura dell'Opg di Castiglione delle Stiviere custodiscono il "pugile omicida", che ha visto il diavolo mentre massacrava a mani nude una filippina di 41 anni. E c'è la badante ucraina di 33 anni, che quattro anni fa esatti uccise con dieci coltellate l'ottantottenne che accudiva perché "spinta dai vampiri". La diagnosi di schizofrenia l'ha portata dentro le mura dell' Ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione, vicino Mantova. Ma tra quattro anni potrebbe tornare in piena libertà. Senza che nessuno tuteli lei e noi.
Il perché è contenuto in un codicillo della legge che a partire dal 31 marzo prevede la chiusura degli Opg, come si abbreviano i vecchi "manicomi criminali", con relativa destinazione dei 741 pazienti che ancora ci vivono nelle Rems, le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza detentive. Strutture al massimo da 20 letti, dotate di sistemi anti-evasione.
Ma a causa di una norma contenuta nella legge, scrive all'Associazione nazionale magistrati, il giudice del Tribunale di Roma, Paola Di Nicola, "siamo tenuti a revocare le misure di sicurezza per internati pericolosi che abbiano superato il limite massimo della pena edittale". Quella che avrebbero dovuto scontare in carcere se fossero stati in grado di intendere e di volere.
A confermare l'allarme è anche la Società italiana psichiatria, la Sip, che pure si è battuta contro gli "ergastoli bianchi" e per la chiusura degli "Opg-lager". "È un pasticcio", ammette il segretario nazionale, Enrico Zanalda, che ci tiene a respingere la formula di "pericolosità sociale". "Ma è chiaro che serve una modifica del codice penale che, in caso di vizio totale o parziale di mente, consenta di detenere e curare in case circondariali le persone più gravi". "L'ipotesi che, quantomeno in un numero limitato di casi, la pericolosità sociale in senso psichiatrico sia legata alle peculiari caratteristiche psicopatologiche non pare essere stata vagliata", rimarcano anche Stefano Ferracuti e Gabriele Mandarelli, rispettivamente psicologo e psichiatra dell'Università la Sapienza di Roma.
"La legge - denuncia invece Massimo Cozza, segretario nazionale della Cgil medici e psichiatra- affida ai soli infermieri il compito di accompagnare i sorvegliati dalle Rems agli ospedali quando necessario per una cura e anche questo non sembra un modo di garantire la sicurezza". Non a caso qualche giorno fa A.M., che strangolò la madre a Prato, è fuggito durante un trasferimento. Circa la metà degli internati dovrebbe essere dimessa, dicono all'Associazione "Stop Opg". Gli altri dovrebbero essere accolti dalle Rems.
"Per ora solo in Emilia Romagna sono però pronte, in altre nove regioni ci si è limitati ad individuare dove aprirle e altrove non si è fatto nulla", spiega Zanalda. Dove i magistrati dovrebbero far sorvegliare gli internati resta un mistero. In Lombardia una delibera prevede che a Castiglione si cambi targa, passando dalla scritta Opg a Rems. Come dire: "cambiare tutto perché non cambi nulla".
di Mattia Feltri
La Stampa, 29 marzo 2015
Sindaco Marino, fra quarantotto ore chiudono gli ospedali psichiatrici giudiziari, discendenti dei manicomi criminali. Un orrore che dura dal 1904. Ce l'ha fatta.
"Ne sono felice. È stata una battaglia mia e di tanti altri e arriva a compimento. Sono diventato presidente della commissione d'inchiesta sul servizio sanitario nazionale nel 2008, una di quelle che per prassi vanno all'opposizione. Premier era Silvio Berlusconi. Ma devo dire che si votò ogni passaggio all'unanimità".
In quegli anni avete girato tutti gli Opg.
"C'erano condizioni di vita spaventose. Ricordo per esempio che nell'Opg di Aversa vidi una bottiglia di plastica nel buco del bagno alla turca. Mi domandai il perché. Cambiai camerata e anche lì c'era la bottiglia nel bagno, e poi una terza. Va bene che sono matti, mi dissi, ma non saranno tutti matti allo stesso modo. Un detenuto mi spiegò - era estate, c'era un caldo soffocante - che era l'unico modo per tenere l'acqua in fresco: non c'era il frigo. E d'inverno la bottiglia serviva per non far salire i topi. Facemmo una scenata alla direttrice".
Siete andanti a raccontarlo al Presidente Napolitano.
"Fu lui a consigliarmi di fare dei video perché, disse, se non si vede non ci si crede. La commissione cominciò ad andare negli Opg con un regista, Francesco Cordio, che realizzò 13 ore di girato e ne ha ricavato un film, Lo Stato della follia. Tornammo al Quirinale con un dvd di mezzora (si trova su YouTube alla voce Documentario psichiatria Opg, è raggelante, ndr). Ricordo che il presidente inserì il dvd, furono spente le luci e lo guardammo. Quando le luci furono riaccese nessuno fiatò per parecchi secondi. Poi Giorgio Napolitano mormorò "ma come è possibile?".
Che ricorda di quelle visite?
"Ricordo un uomo nudo, legato polsi e caviglie al letto, con un foro attraverso cui orinare e defecare. Ricordo questo tanfo di escrementi di cui erano intrise le stanze, le lenzuola, le persone. Ricordo un uomo sulla cinquantina che piangeva e diceva papà vienimi a salvare. I detenuti erano legati o intorpiditi da psicofarmaci che erano somministrati ma non prescritti: i medici firmavano le prescrizioni una volta l'anno e si faceva dei medicinali un uso indiscriminato".
E voi che facevate?
"La commissione aveva poteri equivalenti a quelli del pm, per cui - lo ricorderete - chiudemmo gli ospedali o gran parte di essi. Capitava che in ospedale ci fosse un solo medico, che non ci fosse nemmeno uno psichiatra. E molti detenuti non dovevano essere lì: ricordo uno, a Barcellona Pozzo di Gotto, che nel 1992 aveva fatto una rapina simulando col dito di avere una pistola in tasca. I tre complici furono dichiarati capaci di intendere e di volere e non fecero un giorno di carcere; lui entrò in ospedale psichiatrico e non ne è mai uscito. Lo facemmo dimettere, ma lui non è più in grado di concepire la sua vita lontano da lì, e ci è tornato".
E adesso che gli Opg vengono chiusi?
"È giusto così. Il Consiglio d'Europa li ha definiti luoghi di tortura. Quando cominciammo il lavoro con la commissione i detenuti erano circa mille e cinquecento. Oggi sono più o meno ottocento. Il 60 per cento di loro torna a casa, ha parenti che li aspetta. Certo, un uomo che era in Opg da anni mi si faceva incontro coi pugni perché era spaventato all'idea della chiusura dell'ospedale. Ma sono casi rari".
Ci saranno persone pericolose che verranno liberate?
"No. La maggior parte dei detenuti ha commesso reati minori. Per dire: uno era lì perché in crisi d'astinenza aveva distrutto le slot machine di un locale, un altro perché era uscito da un bar ubriaco e aveva resistito alle forze dell'ordine. Da quei luoghi sono stati devastati. Poi, certo, ci sono degli assassini, ma non andranno per strada".
E dove vanno?
"Ci sono le case famiglia, le comunità. In teoria ogni Regione dovrebbe disporre di nuove strutture, le residenze assistite per i pazienti più delicati".
Molte non ne hanno ancora.
"Immaginavo. La chiusura degli Opg è stata rinviata più volte per motivi vari e Napolitano si arrabbiò e disse che non avrebbe mai più firmato proroghe. In ogni caso il governo può commissariare tutte le Regioni inadempienti. Il tempo delle parole è finito, quello degli ospedali psichiatrici giudiziari anche".
Ansa, 29 marzo 2015
Dall'1 aprile 250 internati dimissibili, 450 da trasferire. Dal primo aprile finisce l'era degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg): entra infatti in vigore, dopo due deroghe, la legge per il superamento di tali strutture, che l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano definì, già nel 2012, "un autentico orrore indegno di un paese appena civile".
Al posto degli Opg, che sono attualmente sei su tutto il territorio nazionale, ogni Regione dovrà attivare delle strutture alternative non carcerarie, le cosiddette Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) dove saranno gradualmente trasferiti i pazienti internati. Secondo gli ultimi dati del ministero della Salute, però, sono solo 10 le Regioni davvero pronte a far fronte alla riforma e che hanno organizzato le strutture alternative di ricovero.
C'è dunque, come prevede la legge, un probabile rischio commissariamento per le regioni inadempienti. Al momento il Veneto, ma anche il Piemonte, presentano le situazioni "più critiche in relazione ad un'ipotesi di eventuale commissariamento", come ha affermato il sottosegretario alla Salute, Vito De Filippo.
Ad oggi sono 704 gli internati negli attuali sei ospedali psichiatrici giudiziari attivi, di questi circa 250 sono considerati dimissibili al primo aprile ma potranno di fatto essere dimessi solo se vi sarà una presa in carico da parte delle strutture territoriali. Gli altri 450 internati dovranno invece essere trasferiti gradualmente nelle Rems, gestite dal servizio sanitario nazionale, in base alla provenienza, tornando dunque nelle regioni d'origine. I trasferimenti avverranno sulla base di provvedimenti della magistratura e di precisi programmi terapeutici.
Ogni Regione è dunque chiamata per legge a rendere operative le Rems, che non saranno più strutture carcerarie in senso stretto ma finalizzate alla riabilitazione dei pazienti internati. I sei Opg ancora attivi sono localizzati in cinque regioni: Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Campania e Sicilia. Tra questi l'Opg di Castiglione delle Stiviere si trasformerà in struttura Rems, mentre gli altri Opg potrebbero - una volta concluse le operazioni di trasferimento degli internati - essere destinati ad altro uso. Intanto, è stato deciso che al tavolo di coordinamento per il superamento degli Opg, attivato presso il ministero della Salute, parteciperanno anche magistrati di sorveglianza nominati dal ministero della Giustizia.
L'obiettivo è quello di individuare soluzioni efficaci ed omogenee sul territorio nella fase attuativa della normativa. Dal momento che non tutte le Regioni hanno infatti ancora attivato le Rems, una delle criticità che saranno monitorate dal tavolo e dai magistrati di sorveglianza è appunto il rischio che i pazienti internati provenienti da regioni che non hanno attivato le Rems al primo aprile, come previsto dalla legge, possano gravare totalmente su regioni limitrofe che abbiano invece già attivato le strutture alternative.
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 29 marzo 2015
La Suprema Corte ha affermato il principio della "iuris-prudentia", cioè del senso del limite quando si tratta di reati cosi importanti. E così la Corte di Cassazione ha assolto Raffaele Sollecito e Amanda Knox dall'omicidio della giovane Meredith Kercher, dopo circa otto anni di
processi e sentenze. Soltanto gli sprovveduti - cioè coloro che non son provvisti di senso del diritto - possono restarne sorpresi, immaginando chissà quali contorsionismi giuridici.
In realtà, la Cassazione ci ha impartito una lezione di prudenza giuridica - la quale, peraltro, non fa male nel nostro tempo caratterizzato da una eccessiva disinvoltura - ricordando a tutti appunto che quando si tratta di giudicare essere umani per delitti così gravi, ciò che occorre è la "iuris-prudentia", vale a dire il senso del limite.
Infatti, la cosa più importante del diritto, ciò che lo fa essere indispensabile per la coesistenza umana, non è tanto il comando - ciò che va fatto -quanto il divieto - ciò che non può mai essere permesso, vale a dire, appunto, il limite: in linea teorica, un codice di soli divieti sarebbe preferibile ad uno di soli comandi, perché è più importante vietare l'omicidio o di passare con il rosso, che imporre di pagare la tassa di circolazione (indipendentemente da ciò che si comandi o si vieti). Ebbene, la Cassazione ha mostrato come si possa e in che senso si debba rispettare il senso del limite, proprio annullando la sentenza di condanna emessa a carico dei due giovani e, soprattutto, evitando di rinviare ad altro giudice per la prosecuzione del processo.
È come se la Corte avesse implicitamente detto che non è giuridicamente possibile processare sei o sette volte gli stessi imputati per lo stesso fatto, provocando una girandola inesplicabile di assoluzioni e condanne che si susseguono l'una dopo l'altra, ma prive di un senso riconoscibile e fondato.
Proprio così. Qualcosa del genere accadde anni or sono con Adriano Sofri, assolto, condannato, poi ancora assolto e poi condannato in una sorta di capriccioso giuoco dell'oca durato per una dozzina di processi e alla fine del quale c'era una sola certezza: che cioè nessuno ci capiva più nulla. Nel senso che non si capiva più che ci fossero prove reali per condannare o per assolvere e che perciò, come è necessario fare, bisognava assolvere: cosa che allora non fu fatta e ne ebbero rimorso tutti, perfino coloro che si battevano per una condanna.
Prova ne sia che si premurarono a trovare il sistema di metterlo fuori, ma con poco costrutto umano e giuridico: poco del primo, perché comunque una condanna assai dura ne colpiva l'anima e l'immagine pubblica; poco del secondo, perché la sollecitudine per consentirgli di star fuori dalle mura del carcere strideva con la pesantezza della pena inflitta. Oggi, invece e per fortuna, la Cassazione ha saputo porre un freno ad una simile deriva processuale, annullando la condanna dei due giovani senza alcun rinvio, cioè senza che si possa ancora rimestare quella che in senso proprio è soltanto aria fritta.
In questa prospettiva, si comprende bene perché anni fa il governo Berlusconi aveva sancito la non appellabilità, da parte delle Procure, della sentenza di assoluzione di primo grado: perché se un collegio di giudici - anche uno soltanto - dichiara l'imputato innocente, anche se un altro collegio lo ritenesse colpevole, non per questo il dubbio residuo ne permetterebbe la condanna. Tuttavia, urgono anche altre brevi riflessioni. Bisogna chiedersi come siano state svolte nel caso in esame le investigazioni tecnologiche dei primi momenti: probabilmente male, malissimo, tanto da far revocare in dubbio i risultati conseguiti.
Non solo. Da qualche anno a questa parte, si diffonde l'idea che le indagini tecnologiche siano autosufficienti, bastevoli a sé, capaci di far tutto comprendere e tutto giudicare. Che non sia così è sotto gli occhi di tutti: anche se non tutti lo ammettono, spesso gli esiti delle indagini scientifiche si presentano ambigui, suscettibili di letture diverse o contrapposte.
Non sarebbe male allora usare la sana logica induttiva e deduttiva, vale a dire la capacità di ragionare quale antidoto contro gli stalli delle prove scientifiche. Bene allora ha fatto la Cassazione. Non semplicemente perché ha assolto Sollecito e la Knox. Ma perché ha mostrato che non li si poteva in alcun modo condannare.
di Astolfo Di Amato
Il Garantista, 29 marzo 2015
Si è ormai affermata l'idea che chi ha un ruolo pubblico può fare quello che vuole. La Corte di Cassazione ha assolto. Ha così messo la parola fine ad una vicenda che da otto anni appassiona l'opinione pubblica. E corretta la decisione della Cassazione?
Su questo interrogativo innocentisti e colpevolisti continueranno a discutere, essendo i primi certamente avvantaggiati dalla decisione della Suprema Corte. Quell'interrogativo sarà posto, man mano che il tempo passa, con sempre minore frequenza, sino a scomparire. A quel punto il caso sarà chiuso anche nella coscienza sociale e si discuterà di un nuovo caso. Resterà, perciò, ancora una volta inevaso un aspetto centrale del processo penale e, prima ancora, del rapporto tra stato e cittadino.
Le indagini che hanno portato Amanda e Raffaele davanti ai giudici sono state condotte bene? E cioè con intelligenza, con scrupolo, con rispetto anche sostanziale dei diritti degli imputati e della vittima? Gli investigatori hanno agito senza schemi preconcetti, cercando la verità con mente sgombra? O vi sono state forzature per giungere ad una verità "intuita" e che necessitava di conferme, che inevitabilmente sono state trovate? Insomma, lo Stato accusatore, prima ancora che lo Stato giudice, ha fatto il suo dovere? E se non ha fatto il suo dovere, nel caso in cui dovesse emergere che le indagini sono state pasticciate, qualcuno ne sarà responsabile?
Si tratta di interrogativi che si pongono a monte del quesito se Amanda ed il suo fidanzatino dell'epoca fossero innocenti o no. Ed è un interrogativo di portata generale e che da molto tempo è trascurato. È, ormai, passata l'opinione che chi, rivestendo un ruolo pubblico, mette in croce gli altri fa il suo dovere. L'importante è che non sia corrotto.
Così, in forza dei suoi poteri può calpestare le regole più elementari, proporre interpretazioni del tutto inusuali, essere poco diligente nella valutazione degli elementi che ha a disposizione, mettere in croce, come si dice con espressione corrente, gli altri, sarà un benemerito. Con tutte le conseguenze in termini di carriera e di pubblici riconoscimenti.
La regola, non scritta ma costantemente osservata, che chi mette in croce gli altri, nell'esercizio di un pubblico potere, non ha mai responsabilità è una delle ragioni del degrado del nostro paese. Da un lato, questa situazione legittima gli abusi ed ingenera una situazione di costante incertezza sui propri diritti, se ci sono. Favorisce, poi, quella stessa corruzione che spesso i tormentatori affermano di voler combattere. Si pensi, per fare un esempio, a certi controlli in materia ambientale, fiscale, di sicurezza del lavoro, palesemente strampalati, che hanno come solo effetto di opprimere i cittadini, che dopo molti anni vedranno riconosciute le loro ragioni, e di ridurre ulteriormente la credibilità delle istituzioni.
Ha senso che gli autori di tali controlli, gli investigatori che non sanno fare il loro mestiere possano fare una brillante carriera, siccome meritevoli di aver adempiuto al compito di mettere in croce il prossimo?
Il caso di Amanda e Raffaele si presta a questa riflessione, perché sin dall'inizio sono stati sollevati molti rilievi, anche dagli osservatori esteri, circa l'efficienza e l'adeguatezza del nostro sistema investigativo. Ma costituisce lo spunto per una riflessione più generale. Che non può restare inevasa, se davvero si vuole che nel nostro paese la parola democrazia non abbia un significato mutilato.
Il penalista Gamberini: 5 gradi di giudizio? Ragione vince su cultura inquisitoria
Cinque gradi di giudizio, un'altalena di decisioni fatte di assoluzioni e condanne, rinvii su rinvii, per arrivare alla definitiva assoluzione degli imputati. "Non siamo davanti ad una sconfitta del giudice ma ad una vittoria della ragione su una cultura inquisitoria che non ha più ragione d'essere". Alessandro Gamberini, docente di diritto penale all'Università di Bologna, il penalista che ha difeso Adriano Sofri, riflette sull'avvicendamento dei gradi di giudizio che dopo otto anni dal delitto di Meredith Kercher, a Perugia, hanno portato, ieri sera, la Cassazione a mettere la parola fine al caso, con un'assoluzione con formula piena per Amanda Knox e Raffaele Sollecito, i due giovani che nell'appello bis erano stati condannati a 28 e 25 anni di reclusione per l'omicidio della studentessa inglese.
"L'altalena di giudizi deriva dal fatto che nella nostra cultura inquisitoria, il giudice ritiene che l'arrendersi al dubbio sia una sconfitta. Ma non è così. Se esiste un dubbio, se non c'è la prova della colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, non si può mandare in carcere nessuno". A modo di vedere del penalista, il secondo giudizio della Cassazione (diverso da quello arrivato nel 2013 con cui la stessa Suprema Corte aveva annullato l'assoluzione accordata ai due giovani, disponendo un appello bis) "solo in apparenza contraddice il primo. Quale che sia la ragione, sta di fatto che i giudici hanno rilevato che esiste il dubbio".
Il penalista Migliucci: fino a 500mila euro per Amanda e Raffaele
Per Amanda Knox e Raffaele Sollecito, dopo l'assoluzione definitiva della Corte di Cassazione, "è molto facile che si arrivi al massimo dell'indennizzo riconosciuto per l'ingiusta detenzione, che è pari a 500 mila euro. Questo anche in base al solo criterio di calcolo numerico, al quale è da sommare sicuramente una serie di elementi aggiuntivi". Ne è convinto leader dei penalisti italiani, Beniamino Migliucci che, all'indomani della sentenza che ha chiuso il caso dell'omicidio di Meredith Kercher, spiega come funziona la richiesta di risarcimento, annunciata dai legali dei due giovani, qual è l'iter e quali sono i parametri in base ai quale si calcola la cifra erogata. Intanto, chiarisce Migliucci, "non è un risarcimento ma un'indennità, i cui termini sono prefissati, fino a un massimo appunto di 500 mila euro.
Non si tratta di risarcimento perché il danno subito potrebbe anche essere superiore". In presenza di "disomogeneità delle decisioni in materia, la Cassazione ha cercato di dare un criterio, proprio perché non era un risarcimento ma un indennizzo, e ha stabilito che, essendo 6 anni il massimo della custodia cautelare, si dividessero i 500 mila euro per i corrispondenti giorni arrivando a una cifra per ciascun giorno di ingiusta permanenza in carcere".
"Questo parametro - spiega il penalista - può essere integrato sulla base di sofferenze aggiuntive: se la persona ha perso il rapporto con la famiglia, con la società, con il mondo del lavoro; può esserci una malattia o anche il danno subito da una sovraesposizione mediatica, determinata non dal processo ma proprio dalla carcerazione, che può aver avuto un effetto negativo nella vita futura".
Il discorso vale per entrambi, nonostante Amanda abbia avuto una condanna a tre anni per calunnia e dunque rispetto ai 4 anni trascorsi in carcere "ci sarebbe solo un anno in più, e comunque - sottolinea Migliucci - non è detto che la pena per calunnia dovesse essere scontata in carcere e non, ad esempio, con l'affidamento in prova ai servizi sociali". Quanto alla strada da seguire, il presidente delle Camere penali ricorda che "gli avvocati difensori devono proporre un'istanza alla Corte d'Appello di Perugia per ingiusta detenzione. La corte valuta tenendo presente il singolo caso: c'è un'udienza, nella quale prende posizione la procura e può farlo anche l'Avvocatura dello Stato; poi, esaminati tutti gli elementi, dà la sua valutazione di merito sull'entità della somma. E sulla decisione è possibile ricorrere in Cassazione".
di Consolato Minniti
Il Manifesto, 29 marzo 2015
Prima gli spari, poi le urla: "Sono una vittima del sistema giustizia". Ha percorso tanta strada il 61enne Fausto Bortolotti, per raggiungere Reggio Calabria, dalla sua Ventimiglia. Centinaia di chilometri per impugnare una pistola calibro 7,65 ed esplodere in aria due colpi, a pochi metri dal teatro Cilea, dove era in corso il congresso nazionale di Magistratura democratica, che ieri ospitava anche il ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Sono stati proprio gli uomini della scorta del Guardasigilli a bloccare l'uomo, prima che potesse fuggire a bordo della sua auto parcheggiata davanti al teatro.
Tutto è accaduto nelle prime ore del pomeriggio di ieri, quando Bortolotti è arrivato su una Suzuki rossa e si è appostato su corso Garibaldi, cuore del centro storico di Reggio. Lì, secondo il racconto di alcuni testimoni, è rimasto per diversi minuti. All'improvviso, pare abbia aperto il finestrino della sua auto, ha estratto una pistola calibro 7,65 e ha fatto fuoco. Sono stati momenti di autentico terrore per chi si trovava fuori dal teatro. Le forze dell'ordine si sono allora avventate sull'uomo che, nel frattempo, ha tentato di far perdere le tracce. Frangenti concitati terminati con l'arresto di Bortolotti, caricato su una gazzella dei carabinieri e trasferito al comando provinciale dell'Arma.
In pochi minuti la via centrale di Reggio Calabria ha visto arrivare sirene e lampeggianti. Sul posto anche gli uomini della polizia scientifica, che hanno transennato una porzione del corso Garibaldi e iniziato a raccogliere i rilievi. Sull'asfalto i due bossoli esplosi dalla calibro 7,65, prelevati per i successivi accertamenti tecnici. Dentro il Cilea, invece, i lavori sono proseguiti regolarmente. Anche l'intervento del ministro Orlando è scivolato via senza intoppo alcuno. Si è parlato di giustizia, riforme, lungaggini e criticità. Ed è proprio a quel "sistema" che Bortolotti sembra aver fatto riferimento poco dopo il folle gesto.
I primi approfondimenti consentono di tracciare un identikit del 61enne. Nato a Cene, in provincia di Bergamo, è residente a Ventimiglia. Dagli archivi viene fuori che il suo nome non è nuovo alle forze di polizia. Bortolotti, infatti, ha precedenti per reati contro il patrimonio. Rimangono, però, da chiarire le ragioni per le quali abbia scelto di arrivare sino a Reggio Calabria per compiere un gesto così plateale. Interrogato dai carabinieri, non avrebbe fornito alcuna spiegazione plausibile. Un altro nodo da sciogliere è quello dell'arma. Gli esami balistici sulla 7,65 consentiranno di conoscere la provenienza della pistola e se questa sia stata utilizzata in altri fatti criminosi. Secondo gli investigatori, Bortolotti avrebbe vissuto gli ultimi giorni dentro la sua autovettura e, al momento dell'arresto, il suo tasso alcolemico sarebbe stato oltre la soglia consentita.
Poco prima di lasciare Reggio Calabria, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, si è complimentato con le forze dell'ordine per la tempestività dell'intervento: "Dico loro grazie non tanto per la mia incolumità, quanto per la sicurezza delle altre persone, visto che gli spari sono avvenuti in una strada in pieno centro". E ha concluso: "Si tratta del gesto di uno squilibrato". Poco dopo, il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, ha telefonato al collega per esprimere "affettuosa vicinanza", per un "gesto gravissimo, qualunque sia stato il movente".
di Michele Ainis
Corriere della Sera, 29 marzo 2015
Il processo sull'omicidio di Meredith Kercher, con il suo esito finale raggiunto venerdì, lascia frustrati. Perché la vicenda giudiziaria s'è svolta a passo di lumaca; perché ci sono vittima e reato, ma l'unico condannato - Rudy Guede - lo è stato per omicidio "in concorso" non si sa con chi; per i molti verdetti contrastanti. In questa sconfitta della giustizia risiede però anche la sua vittoria. Per trovare la giustizia bisogna esserle fedeli, diceva Calamandrei: come tutte le divinità, si manifesta soltanto a chi ci crede.
Dopo l'ultima vicenda giudiziaria, difficilmente questa Dea guadagnerà nuovi proseliti. Perché il processo sull'omicidio di Meredith Kercher sconcerta anzitutto per i numeri, capricciosi come quelli del lotto. Quasi 8 anni per risolverlo, 5 giudizi, 2 sentenze opposte delle Corti d'assise di Perugia e di Firenze, 3 interventi della Cassazione.
Appelli e contrappelli, mentre intanto quel processo diventava un caso internazionale, con americani e inglesi a fare il tifo gli uni contro gli altri. E mentre s'accendeva l'attenzione pubblica, con 2 film, 9 libri, migliaia di resoconti sui giornali. Quattro anni trascorsi in una cella per Amanda Knox e Raffaele Sollecito, i presunti colpevoli. Infine la loro assoluzione: delitto senza castigo.
O meglio con un mezzo castigo, giacché nel frattempo era stato condannato in via definitiva Rudy Guede, per "concorso in omicidio". Ma con chi concorreva il concorrente? Vattelappesca. Da qui la frustrazione che ci lascia in corpo la vicenda. Perché intanto si è consumata a passo di lumaca; e la giustizia tardiva è sempre una giustizia negata, come recita una massima della Corte suprema statunitense.
Perché in secondo luogo c'è la vittima, c'è il reato, ma non c'è invece il reo. Perché in terzo luogo i giudici ci hanno somministrato un ping pong di verdetti contrastanti, e chissà se ne hanno scritto almeno uno veritiero. Eppure in questa sconfitta della giustizia risiede altresì la sua vittoria. Il vero e il falso, ahimè, albergano in un nido d'ombra. E la verità giudiziaria non è meno opinabile della verità storica, filosofica, scientifica.
Ecco perché ogni sentenza può venire ribaltata dalla sentenza successiva: per controllarne prove ed argomenti, per ottenere, se non la verità, almeno una verifica. Ma quest'esame non può rimbalzare all'infinito, a scapito della certezza del diritto. L'ultima sentenza diventa perciò definitiva, giusta o sbagliata che sia. Ed è esattamente qui il bene giuridico e civile che ci ha offerto la Cassazione: ha scritto la parola fine a questa storia, o quantomeno alla storia di Amanda e Raffaele.
Che poi siano davvero innocenti lo sapranno solo loro, insieme al Padreterno. Noi, però, almeno una cosa la sappiamo. Sappiamo che in Italia il riesame giudiziario è come la tela di Penelope. Troppi appelli, troppi rimpalli da una Corte all'altra. È questo accanimento nella ricerca d'una verità impossibile che scuote la fiducia popolare in giudici che si contraddicono a vicenda, che allunga a dismisura i tempi delle loro decisioni, che brucia i processi con la prescrizione. Altrove non è affatto una regola scolpita sulla pietra.
In Spagna, nel Regno Unito, in Germania, in Francia, l'appello viene consentito solo in casi circoscritti. Negli Usa ne hanno pieno diritto unicamente i condannati a morte. Laggiù, del resto, la Corte suprema riceve 80 casi l'anno; la nostra Cassazione ne assorbe 80 mila. Eppure l'antidoto verrebbe in mente anche a un bambino: se un tribunale ti dichiarerà innocente (come accadde nel 2011 per Amanda e Raffaele), nessun altro tribunale avrà più di che dichiarare. Fine della giostra.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 29 marzo 2015
La notizia non sorprende vista la mancata nomina da oramai due anni, ruolo ricoperto sino al 2013 dall'ex senatore Salvo Fleres.
In Sicilia scompare definitivamente la figura del garante dei detenuti. La notizia non può però sorprendere vista la mancata nomina di un garante da oramai due anni. Ora è ufficiale perché la nuova Finanziaria ha definito il ruolo dell'ufficio per diventare una branca dell'assessorato regionale alla Famiglia. Istituita nel 2005, con legge regionale, la figura del Garante per la tutela dei diritti fondamentali dei detenuti, è stata ricoperta sino al 2013 dall'ex senatore Salvo Fleres. In sette anni di effettiva attività sono state esitate oltre 20 mila pratiche, senza contare le denunce, i ricorsi, le ispezioni all'interno delle carceri, la riapertura di processi archiviati erroneamente come suicidi, e i numerosi esposti per le condizioni inumane e il mancato rispetto dei diritti dei detenuti. Battaglie portate avanti dall'ufficio e che, per i tempi della giustizia, non sono ancora tutte concluse. E in questi due anni di mancata nomina del garante, le lettere di denuncia - indirizzate all'ufficio - non erano diminuite.
Anzi, sono ne sono state centinaia e ancora giacciono sugli scaffali. "Quelle indirizzate al Garante non possono essere aperte, se non dal Garante, che di fatto non c'è - precisa Gloria Cammarata, funzionario direttivo assegnato all'ufficio del Garante dei detenuti - quelle indirizzate all'ufficio sono state aperte, ma nessuno può rispondere.
Al loro interno, richieste d'aiuto per il trattamento ricevuto, denunce di abusi, e ingiustizie subite dai carcerati e chissà cos'altro". L'ufficio ha all'attivo due dipendenti a Palermo e quattro nella sede di Catania, dipendenti che negli anni hanno acquisito competenze specifiche nel settore (c'è chi, ad esempio, ha frequentato a spese proprie master e corsi di specializzazione) che adesso la Regione dovrà rimodulare e assegnare ad altri uffici.
Stipendi, affitto dei locali e spese di gestione: la Regione, per questi due anni ha sborsato una cifra esorbitante per tenere in vita un ufficio "fantasma", reso improduttivo proprio a causa della mancata nomina del Garante da parte del governatore Rosario Crocetta. Costi che, adesso, non verranno però né ammortizzati né ridotti in nessun modo. I dipendenti regionali saranno riassegnati ad altri uffici e i locali resteranno comunque a disposizione della Regione, per cui continuerà a pagare il canone di locazione.
In realtà a denunciare la situazione per primi sono stati i radicali tramite la segretaria Rita Bernardini, la quale non aveva parlato solo di danno economico, ma anche di scarso senso civico: "Abbiamo presentato una denuncia contro il presidente Crocetta alla Corte dei conti - disse Bernardini - per danno erariale perché non solo si comporta in maniera illegale per non avere nominato il Garante dei detenuti, ma in più spende 500 mila euro l'anno per gli uffici di Catania e Palermo in cui i dipendenti si girano i pollici perché non hanno niente da fare".
Poi la Bernardini aggiunse: "In questi uffici addirittura, e questo è cosa gravissima, non aprono nemmeno le lettere di denuncia presentate dai detenuti. C'è un'omissione molto grave che va al di là del danno erariale". Ma oggi la storia si è conclusa con la definitiva scomparsa del garante dei detenuti in Sicilia. Chi si occuperà dei ristretti e che fine faranno le centinaia di lettere oramai impolverate dove in ognuna di esse c'è un grido di dolore?
La figura del Garante è importantissima. Il Garante (o difensore civico o ombudsman) è un organo di garanzia che, in ambito penitenziario, ha funzioni di tutela delle persone private o limitate della libertà personale. Istituito per la prima volta in Svezia nel 1809 con il compito principale di sorvegliare l'applicazione delle leggi e dei regolamenti da parte dei giudici e degli ufficiali, nella seconda metà dell'Ottocento si è trasformato in un organo di controllo della pubblica amministrazione e di difesa del cittadino contro ogni abuso.
Oggi questa figura, con diverse denominazioni, funzioni e procedure di nomina, è presente in 23 paesi dell'Unione europea. In Italia è stata istituita la figura di un Garante nazionale per i diritti dei detenuti però ancora non è stato nominato, nel frattempo esistono Garanti regionali, provinciali e comunali, le funzioni dei quali sono definite dai relativi atti istitutivi.
I Garanti ricevono segnalazioni sul mancato rispetto della normativa penitenziaria, sui diritti dei detenuti eventualmente violati o parzialmente attuati e si rivolgono all'autorità competente per chiedere chiarimenti o spiegazioni, sollecitando gli adempimenti o le azioni necessarie. Il loro operato si differenzia pertanto nettamente, per natura e funzione, da quello degli organi di ispezione amministrativa interna e della stessa magistratura di sorveglianza. I Garanti possono effettuare colloqui con i detenuti e possono visitare gli istituti penitenziari senza autorizzazione, secondo quanto disposto dagli art. 18 e 67 dell'ordinamento penitenziario.
Dire, 29 marzo 2015
Una interrogazione al ministro della Giustizia Andrea Orlando per sapere "quali misure intenda adottare per far sì che il trasferimento nelle carceri della Sardegna di 92 detenuti sottoposti al regime del carcere duro non aggravi le condizioni sociali ed economiche di una terra che, anche attraverso il peso delle servitù militari, non può farsi carico da sola di problemi ed emergenze nazionali".
Così la deputata del Pd Romina Mura, che chiede al Guardasigilli un passo indietro sulla decisione di trasferire in Sardegna "poco meno di un terzo dei ristretti considerati più pericolosi in Italia" facendoli arrivare nell'isola prima dell'estate nelle due case circondariali di Sassari-Bancali e Cagliari-Uta.
"Il trasferimento nell'isola di un numero così elevato di detenuti pericolosi, sottoposti al regime del carcere duro è inoltre inopportuno e pericoloso per l'ambiente sociale e la sicurezza dei due istituti di pena", chiarisce Mura, che sottolinea anche una "brusca accelerazione" dei lavori del penitenziario di Sassari-Bacali proprio per permettere l'arrivo prima dell'estate di detenuti sottoposti al regime detentivo di isolamento previsto per i reati di terrorismo, eversione, ndrangheta e mafia. E questo "nonostante le polemiche sulla concentrazione di 184 detenuti al regime di 41-bis suddivisi tra Cagliari e Sassari".
Secondo Mura "il regime 'durò applicato potrebbe negativamente incidere sul clima generale della detenzione e si profila anche il rischio di limitare le iniziative finalizzate al recupero sociale e rieducativo dei reclusi. Anche la necessaria presenza dei Gom, il reparto della Polizia penitenziaria istituito nel 1999 che opera alle dirette dipendenze del capo del dipartimento per i compiti relativi alla custodia della detenzione speciale - continua Mura - potrebbe trasformare profondamente la realtà dei due luoghi di pena, da poco inaugurati e ancora in fase di rodaggio, dove l'umanità degli assistenti penitenziari è un tratto caratteristico".
- Veneto: la Regione unica senza un piano per il dopo-Opg, ricoverati "scaricati" in Emilia
- Piemonte: ex internati nell'ex ospedale civile di Biella, ma scoppia la polemica con Torino
- Basilicata: chiusura degli Opg, domani la Regione inaugura la sua Rems nel materano
- Firenze: il Premio "Impresa + Innovazione + Lavoro" va alla coop dei detenuti "Ulisse"
- Sanremo: fiamme e fuoco in cella. La denuncia del Sappe "carcere allo sbando"










