di Luca Fazzo
Il Giornale, 26 gennaio 2015
Dalla presidente del Tribunale Livia Pomodoro l'unico atto d'accusa a una categoria che attacca politica e sentenze. Quando Giovanni Canzio, presidente della Corte d'appello, prima di dichiarare aperto l'anno giudiziario le dedica un lungo ringraziamento, Livia Pomodoro si alza, visibilmente commossa, mentre i magistrati applaudono.
Per lei, che il 21 aprile andrà in pensione, è l'ultima cerimonia. E coglie l'occasione per strigliare con franchezza i colleghi che sta per lasciare. Nel messaggio con cui accompagna il bilancio del tribunale che ha presieduto per sette anni, manda ai magistrati, "anche ai loro più illustri rappresentanti", un invito chiaro: fatevi giudicare, come chiunque, perché la giustizia è un pezzo della società e alla società deve rendere conto.
"Ancora oggi purtroppo prevale la convinzione che solo la Giustizia può valutare la Giustizia, come se il nostro mondo fosse scevro da corporativismi ed opportunismi, come se fossimo gli unici esenti dalla necessità di attivare forme di valutazione esterne, perché i magistrati sono in grado di svolgere qualsiasi lavoro e qualsiasi ruolo compreso quello di valutare se stessi. Una idea di autosufficienza foriera di gravi danni per la giustizia italiana".
Livia Pomodoro si augura che nel nuovo anno i giudici, grazie anche al ricambio generazionale, sappiano "abbandonare definitivamente alle nostre spalle tradizioni e comportamenti finalizzati solo alla salvaguardia delle proprie rendite di posizione".
Se i magistrati milanesi sapranno cogliere l'appello, lo si vedrà nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Di certo, quello che viene annunciato ieri nel corso della cerimonia a Palazzo di giustizia è un impegno del governo che - se verrà messo in pratica - toglierà di mezzo uno degli alibi più ricorrenti per l'inefficienza della giustizia milanese, per i "fallimenti e le criticità" di cui parla la Pomodoro, ovvero l'assenza di risorse, la carenza di giudici: il viceministro della Giustizia, Enrico Costa, annuncia che entro l'Expo arriveranno in città 37 nuovi magistrati, sparsi tra procure e uffici giudicanti. Anche se in platea qualcuno brontola e si mostra insoddisfatto, non è un impegno da poco, perché equivale all'intero organico di un tribunale minore.
Basterà a risolvere i "fallimenti e le criticità"? Dovrebbe. Anche perché la tendenza complessiva, stando alle statistiche contenute nella relazione di Canzio, è già oggi ad un progressivo miglioramento, tanto che i ricorsi per la "irragionevole durata dei processi" a Milano sono stati solo cinquanta. Nella giustizia civile, la grande malata del sistema, in un anno le cause arretrate sono scese del 15 per cento, e la durata media di un processo è scesa a due anni e quattro mesi, che salgono a due anni e mezzo per le cause di lavoro.
E questo nonostante che la domanda di giustizia continui a crescere soprattutto in alcuni settori: sono sempre di più i milanesi che si separano (il 13,8 in più dello scorso anno) e che divorzino (più 12,50), e una vera impennata, che andrebbe investigata, sono le liti sui brevetti (più 73,8 per cento). E anche nel settore penale la cura di efficienza imposta da Canzio, sfidando qualche mugugno, sembra avere dato i suoi frutti: nel 2014 la Corte d'appello ha chiuso 9.297 processi, con un aumento addirittura del 26 per cento rispetto a due anni fa. All'interno di questo dato emerge con chiarezza qual è il vero reato "boom" di questi anni: lo stalking. Un po' perché è un reato introdotto da poco, un po' perché i casi aumentano, un po' perché cresce la tendenza a sporgere denuncia: sta di fatto che la Corte d'appello ha emesso l'anno scorso ben 171 sentenze in processi per "atti persecutori", il 76,29 per cento più del 2013.
Certo, dai giudici ci si aspetta non solo che lavorino tanto ma anche che lavorino bene, cioè che - nei limiti del possibile - emettano la sentenza giusta. Anche su questo punto Canzio sembra soddisfatto del bilancio: la Cassazione ha annullato il 16,9 per cento delle sentenze penali milanesi contro cui gli imputati o la procura avevano fatto ricorso. É un tasso che al comune cittadino può sembrare abbastanza alto, ma che la relazione considera fisiologico, e comunque in miglioramento rispetto agli anni passati.
In miglioramento risulta anche il punto d'approdo finale della giustizia penale, cioè la situazione nelle carceri di Milano e del suo distretto. Complessivamente, alla fine del 2014 vi erano detenuti 6.192 detenuti, quasi settecento in meno di un anno prima. Rimangono situazioni gravi di sovraffollamento, in particolare nelle prigioni di Como, Lodi, Vigevano, Busto Arsizio e San Vittore, ma in altre strutture, grazie ai provvedimenti "svuotacarceri" del governo e all'apertura di nuovi reparti, ci si sta avvicinando a garantire gli spazi vitali cui i detenuti hanno diritto.
Il Messaggero, 26 gennaio 2015
Ilaria Cucchi annuncia l'apertura di una nuova inchiesta per la morte del fratello Stefano, dicendosi però delusa per la decisione della Procura di procedere per il reato di lesioni lievi. "Questa accusa, di fronte alle immagini del corpo martoriato di mio fratello - spiega, credo che sia l'ennesima presa in giro e ulteriore mancanza di rispetto che ha la giustizia nei confronti di mio fratello". "Il procuratore capo ci aveva promesso che avrebbe fatto nuove indagini - sottolinea Ilaria, pronta a chiedere un nuovo incontro a piazzale Clodio. Se le nuove indagini che vuole fare sono queste io e i miei genitori ce ne resteremo a casa". Replica Pigliatone: "Non ho preso alcuna decisione".
Ilaria Cucchi si dice amareggiata: "Questa accusa, di fronte alle immagini del corpo martoriato di mio fratello - ha spiegato in un'intervista al Tg1 - credo che sia l'ennesima presa in giro e ulteriore mancanza di rispetto che ha la giustizia nei confronti di mio fratello". "Il procuratore capo ci aveva promesso che avrebbe fatto nuove indagini" ha sottolineato Ilaria, pronta a chiedere un nuovo incontro a piazzale Clodio. "Se le nuove, indagini che vuole fare sono queste io e i miei genitori ce ne resteremo a casa, ci risparmieremo altra sofferenza inutile. Ad ottobre la morte di mio fratello andrà in prescrizione. Evidentemente mio fratello non contava nulla, questa ne è l'ultima dimostrazione". Durante l'intervista è stato mostrato anche il filmato con le dichiarazioni del detenuto che ha visto Stefano Cucchi prima di morire.
"Ho sentito dei rumori, qualcuno che dava calci e qualcuno che cadeva e piangeva", spiega nel video parlando anche del coinvolgimento di una guardia. "Non ho preso alcuna decisione in merito alla riapertura di indagini sulla morte di Stefano Cucchi". Lo afferma il procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone con riferimento a quanto dichiarato da Ilaria Cucchi. "Sto completando - ha aggiunto - la rilettura degli atti e lo studio delle motivazioni della Corte d'Assise d'Appello".
Ristretti Orizzonti, 26 gennaio 2015
L'articolo "Tre evasioni e tre tentati suicidi, all'Ipm del Pratello l'emergenza continua", di Gianluca Rotondi, tratto dal Corriere della Sera e riportato nel "Notiziario quotidiano" di Ristretti Orizzonti del 24 c.m. "Non corrisponde al vero in quanto i fatti riportati fanno riferimento ad eventi accaduti nell'anno 2011. Attualmente la situazione all'interno dell'Istituto è normalizzata e non presenta situazioni critiche di rilievo".
Questo precisa il Dipartimento Giustizia Minorile - Istituto Penale Minorenni "Pietro Siciliani" di Bologna, con una nota del Direttore Alfonso Paggiarino.
www.liguriaoggi.it, 26 gennaio 2015
Maxi rissa tra detenuti al carcere di Marassi. A denunciarlo il Sappe, il Sindacato dei lavoratori della polizia penitenziaria. Un gruppo di detenuti di origine albanese ed uno di origini latino-americane ha ingaggiata una furibonda lite senza esclusione di colpi.
Gli agenti di guardia hanno faticato non poco a riportare la situazione sotto controllo e due detenuti sono stati trasportati in ospedale per le ferite riportate. Hanno tagli su varie parti del corpo provocati con rudimentali armi che i carcerati si procurano chissà come o che fabbricano con mezzi di fortuna. Solo pochi giorni fa il suicidio in carcere, a Sanremo, del detenuto Bartolomeo Gagliano e oggi la rissa.
Il segretario del Sappe - sindacato autonomo della Polizia Penitenziaria - Michele Lorenzo evidenzia che Marassi a fronte di una capienza ottimale di 550 detenuti, ne "ospita" ben 705 dei quali 386, pari al 55%, sono stranieri e la Polizia Penitenziaria accusa una carenza che supera le 110 unità. Secondo il Sappe l'Italia dovrebbe rimandare i detenuti stranieri nei Paesi di provenienza e dovrebbe sottoscrivere specifici accordi.
"L'evento odierno - continua il Sappe - avrebbe potuto avere serie conseguenza in quanto al momento della maxi rissa erano presenti nel cortile passeggi quasi 200 detenuti e l'organico della Polizia Penitenziaria vedeva poche unità presenti. Comunque il loro intervento è stato tempestivo e provvidenziale per aver evitato il peggio in quanto i "rissosi" alla vista dei poliziotti hanno subito interrotto la guerriglia".
Il Sappe denuncia l'assenza di validi strumenti a disposizione della Polizia Penitenziaria, come ad esempio l'utilizzo di spray urticante, ma anche metal detector efficienti per il controllo dei detenuti. "È indispensabile - conclude Lorenzo - assicurare la sicurezza negli istituti della Liguria, e non sono bastati i circa 1.000 eventi critici che hanno segnato la Liguria nel 2014 per convincere la nostra Amministrazione ad abbandonare vecchi progetti come la sorveglianza dinamica che non può più essere applicata in un sistema penitenziario contrassegnato da continui episodi che ne mettono in discussione la validità. Attendiamo, fiduciosi, un intervento dei politici liguri sulle criticità delle carceri della Regione da noi più volte rappresentate".
di Maria Teresa Giglio
La Sicilia, 26 gennaio 2015
Colpevole di aver segnalato alla direzione i comportamenti poco consoni al regime restrittivo cui è sottoposto. Di questo, un detenuto, ha ritenuto responsabile una delle guardie penitenziarie che lavorano a Cavadonna. E per questo era determinato a "punirlo". Con l'unico sistema che lui conosce: la violenza.
E così ha atteso il momento più opportuno per agire. L'occasione si è presentata quando a quell'agente penitenziario è spettato accompagnarlo dalla cella fino al cortile del carcere. Giunti in uno dei corridoi che danno accesso al cortile, dove non c'era nessuno, il detenuto ha aggredito il "accompagnatore", afferrandolo al collo.
La guardia si è naturalmente difesa: il trambusto della colluttazione ha attirato altro personale di sicurezza del carcere, i quali hanno bloccato il detenuto rendendolo inoffensivo. L'agente penitenziario ha riportato contusioni e ferite giudicate guaribili in 20 giorni.
Per il detenuto è scattata una nuova disposizione disciplinare, in aggiunto a quella che era stata disposta nei suoi confronti proprio per la segnalazione alla direzione alla base dell'aggressione. Il recluso, peraltro, è un detenuto sottoposto già a regime di alta sicurezza, motivo per il quale anche per raggiungere il cortile per l'ora d'aria, deve essere scortato.
Ovvio che la vicenda abbia, ancora una volta, riacceso i riflettori sulla situazione generale all'interno della casa circondariale di Cavadonna, dove il rapporto tra detenuto e personale di sorveglianza, è sempre più impari. E a nulla sono valse finora le richieste avanzate al Dipartimento penitenziario.
Come sottolinea il vicesegretario regionale del Sinappe, Salvatore Alota. "Se già ora la situazione è così difficile, per non dire altro, figuriamoci come sarà non appena sarà aperto il nuovo padiglione che inevitabilmente comporterà un ulteriore divisione del già carente personale".
Le paventate crescenti difficoltà nel garantire la sicurezza all'interno della struttura di reclusione sono state giù oggetto di segnalazioni al Dipartimento penitenziario da parte del Sinappe. Segnalazioni più che datate, e finora senza alcuna riposta, come precisa ancora Alota.
Ma una nota positiva c'è: "Il personale della casa circondariale di Siracusa può tirare un sospiro di sollievo. Quegli agenti i quali, a causa di inspiegabili ritardi, non si erano visti recapitare in busta paga gli emolumenti accessori relativi alle attività lavorative svolte durante il mese di settembre.
Della vicenda - prosegue il vicesegretario regionale - se n'era presa carico il Sinappe. Ascoltate le preoccupazioni degli agenti, e valutata l'anomalia, il sindacato ha alzato la voce, intimando all'amministrazione di fare chiarezza. Ed è di oggi l'importante passo in avanti, preludio di un rapido epilogo: l'Ufficio del trattamento economico ha dichiarato che ci sarà un "flusso straordinario" per rimediare al disguido avvenuto in busta paga". Stando alla circolare, le somme mancanti dovrebbero essere accreditate nell'arco della prossima settimana o al massimo entro febbraio.
"Siamo riusciti a salvaguardare i diritti dei poliziotti", è il commento a caldo del rappresentante della polizia penitenziaria. Che aggiunge: "Ci auguriamo in futuro di raggiungere sempre risultati che diano riposte adeguate alle aspettative di una categoria di lavoratori che si distingue sempre e comunque per impegno e professionalità".
di Simona Andreassi
Il Centro, 26 gennaio 2015
Coinvolge il Polo liceale "Pantini- Pudente" e la Casa di lavoro di Torre Sinello il progetto "Uno sguardo sulla realtà: vigilando redimere" che coinvolge, attraverso degli stage, la V C del Liceo delle Scienze umane. "Gli studenti sono impegnati in un percorso pluri-disciplinare che li porterà ad approfondire le tematiche della marginalità sociale e della necessità dell'intervento rieducativo. Le attività programmate prevedono la conoscenza diretta della struttura e degli operatori, la realizzazione di interviste semi-strutturate agli ospiti e dei cineforum" spiega la referente Rosina Colella.
"L'obiettivo è l'acquisizione e la padronanza di competenze operative che consentano ai ragazzi di effettuare ricerche sociali con la costruzione e l'utilizzo di strumenti tipici dell'indagine sociologica, psicologica e antropologica" aggiunge.
"Questo progetto è importante anche per la promozione della legalità e della solidarietà sociale nei confronti dei detenuti, obiettivo che non può perseguirsi senza l'attivo coinvolgimento della comunità esterna al carcere e che è parte integrante del nostro mandato istituzionale" sottolinea il direttore della Casa lavoro Massimo Di Rienzo. "La scuola deve essere aperta al territorio, in tutti i suoi aspetti. Avvicinarsi alle persone che vivono in situazione di deprivazione, sia materiale sia psicologica, può davvero offrire alle classi di tutti gli indirizzi spaccati di autenticità e di vera validazione delle conoscenze" afferma Letizia Daniele, dirigente scolastico del polo liceale.
L'Arena di Verona, 26 gennaio 2015
Incontrare i detenuti come persone, con la consapevolezza che "nell'incontro vero non c'è giudizio". Incontrarli cioè con un'attenzione particolare a quello che sono, con le loro storie di vita spesso complesse, e a quello che sentono, senza la volontà di sapere quello che hanno fatto. Andare oltre la mentalità punitiva di cui è impregnata la società, per abbracciare invece l'intenzione rieducativa ed accompagnare i detenuti in un cammino spirituale che li metta nelle condizioni di tornare a vivere.
Lunedì scorso, nella sala Noi di Palazzolo, padre Angelo, cappellano del carcere di Verona, e Fabio Mazzi, diacono di Sona che opera come volontario in carcere, hanno raccontato la loro esperienza di incontro ed ascolto dei detenuti. La serata dal titolo "Liberi dentro: testimonianze sulla vita nel carcere" è stata organizzata all'interno del ciclo di incontri "A proposito di...", promosso dal circolo Giustiniano della frazione. Padre Angelo, che ha aperto l'incontro, ha "lasciato sospese una serie di provocazioni". Ha invitato i presenti a ragionare su concetti come "detenzione", "reclusione", "punizione", "capro espiatorio" e a riflettere sui "veleni che ciascuno si porta dentro e per cui, spesso, dà la colpa agli altri".
I due relatori hanno affrontato la questione del bene e del male, mettendo in luce quanto sottile può diventare, in determinate situazioni, la linea di confine fra l'uno e l'altro. Hanno parlato di persone che si sono trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato e che, per la pazzia di un istante, si sono rovinate la vita. Hanno parlato del senso di colpa che queste persone si portano dentro e che, molto spesso, non le lascia nemmeno dormire.
Fabio Mazzi, ferroviere di professione, ha 55 anni, abita a Sona, è sposato, ha due figlie, e nel maggio del 2013 è stato ordinato diacono permanente. Per quattro anni, ha fatto volontariato con i cappellani camilliani dell'ospedale di Borgo Trento, accanto ai malati. Quando, a novembre del 2013, è venuto a mancare il diacono cappellano del carcere di Montorio, il vescovo gli ha chiesto se la sentiva di prestare servizio in carcere.
"Il carcere", ha detto Mazzi, "è un posto dove il male che si è fatto non si può dimenticare: i detenuti hanno la possibilità di fermarsi a pensare e il senso di colpa non li abbandona mai. Noi incontriamo questi detenuti come persone, che piano piano ci raccontano le loro storie. A volte telefoniamo a casa, e ci rendiamo conto che alcuni di loro hanno alle spalle delle famiglie devastate". "Il nostro compito", ha aggiunto, "è quello di ascoltare le persone che sono in carcere, aiutandole a rielaborare il peso che si portano nell'anima, aiutandole cioè a diventare un po' più "libere dentro", per fare in modo che, una volta uscite, possano ritornare a vivere".
di Giuseppina Pimpini (Docente della Scuola Media carceraria)
Il Centro, 26 gennaio 2015
L'insegnante: vogliono sentirsi parte della società e non rifiuti da dimenticare
Al fischio di un arbitro speciale, il dirigente scolastico dell'Istituto Alberghiero Di Poppa di Teramo, Caterina Provvisiero, ha avuto inizio la grande sfida di calcio che ha visto contrapporsi, sul campo da gioco, la squadra dei docenti contro quella dei detenuti alunni dell'istituto alberghiero carcerario.
Un confronto vero con tanto di tifo proveniente dal bordo campo: urla e cori, un po' di incoraggiamento, un po' di sfottò da parte di un pubblico di prim'ordine, le docenti accompagnate dalla responsabile dell'area educativa Elisabetta Santolamazza.
Persone e non reati che camminano, (ho letto tempo fa questa definizione e mi ha colpito molto)....che corrono dietro un pallone, che ascoltano attenti una spiegazione in classe, che si impegnano durante una verifica; per noi docenti è proprio così, ciò che arriva alla nostra sensibilità è il cuore, che si nasconde dietro un reato, ciò che ci spinge a sostenere iniziative come questa è la convinzione che in ogni individuo ci siano capacità da scoprire attraverso instancabili opportunità.
Una partita di calcio allora aiuta a migliorare l'atmosfera, ad accorciare le distanze, a superare qualche pregiudizio, affinché in classe ci si possa sentire liberi di dar voce alle proprie opinioni, alle proprie emozioni, ad un confronto stimolante culturalmente, che aiuti a sviluppare senso critico e susciti riflessioni profonde.
Il clima sereno, la cordialità, la passione nel gioco, il desiderio di dare il meglio di sé, è questo che oggi si è visto in tutta la durata del gioco, e, da parte dei detenuti la voglia di sentirsi ancora parte della società e non rifiuti da dimenticare, mentre, da parte dei docenti, l'amore per il proprio lavoro, e l'essere disposti ad essere un sostegno costante e a dare continue sollecitazioni per sviluppare quel positivo e buono che c'è in ogni persona.
Oggi hanno veramente vinto tutti. Al fischio finale, terminata la sfida sul campo, è iniziato il "terzo tempo" con strette di mano, abbracci , foto ricordo e panettone.
di Giuseppe Pietrobelli
Il Gazzettino, 26 gennaio 2015
La disincantata riflessione del procuratore Nordio che traduce, dieci anni dopo e con una nuova introduzione, "Crainquebille" di Anatole France. La maestà della giustizia risiede integralmente in ogni sentenza resa dal giudice nel nome del popolo sovrano.
"Jerome Crainquebille, venditore ambulante, conobbe quanto la legge sia augusta quando fu portato in tribunale per oltraggio a un agente della forza pubblica". Inizia così la straordinaria vicenda originata da una banalissima contestazione nel traffico parigino di inizio Novecento, raffigurazione di una giustizia formalista, ingiusta, vendicativa e sostanzialmente inutile, narrata da Anatole France.
Amarezza, ironia e disincanto si intrecciano in un passato attualissimo. E non è un caso che ad aver tradotto l'opera per Liberilibri - una dozzina d'anni fa - sia stato un magistrato in servizio effettivo, Carlo Nordio, oggi procuratore aggiunto di Venezia. Ora l'opera esce in una seconda edizione il cui valore va ben oltre quello della semplice ristampa. Perché il pm, a suo modo eretico per un radicale garantismo accompagnato da una convinta - e ahimè fondata - disillusione giudiziaria di cui è assertore, ha scritto una nuova introduzione, che accompagan quella del 2002. Il gioco di specchi delle riflessioni in tempi differiti dà vita a una lettura davvero provocatoria.
Due lustri dopo Mani Pulite, di fronte a criminalità e malaffare, Nordio scriveva: "Per uno strano connubio di aspirazioni infantili, lotte politiche, protagonismo incontrollato ed esaltazione mediatica, è stata coltivata l'illusione che la doverosa opera della magistratura potesse risolvere questi annosi problemi". Un fallimento, ma non solo allora. Oggi, dopo aver disvelato lo scialo del Mose e le mani affaristiche su Venezia, Nordio ripropone la vicenda dell'ortolano Crainquebille - dedicandola a Marco Pannella - come denuncia non di una tragedia individuale, ma dell'italianissima incapacità della giustizia di assolvere al proprio compito. Per due motivi "più attuali che mai: la strumentalizzazione della legge e la sua sostanziale ipocrisia".
Il primo: "Da vent'anni, e forse più, della giustizia si cerca di fare un uso politico". Un esempio: "L'informazione di garanzia, famigerata cartolina diventata un'anticipazione di processo e di condanna". Troppi cercano di appropriarsi della giustiza per proprio tornaconto. Il secondo "incurabile difetto è la nostra legislazione", tra Costituzione e legge ordinaria.
"La madre di tutte le nostre sciagure giudiziarie, della corruzione come della lentezza dei processi e della carcerazione preventiva che ne è la figlia naturale, è la calamitosa confusione normativa derivata da un'insensata e ininterrotta produzione di precetti inutili e dannosi". Epitaffio: "Le troppe leggi non sono il rimedio, ma la causa dell'incertezza del diritto e della sua sostanziale impotenza".
www.savonanews.it, 26 gennaio 2015
"Un ringraziamento, dal più profondo del cuore, da parte nostra per tutto l'affetto e la solidarietà ricevuti nel corso di questi cinque, lunghissimi, anni. Tante sarebbero le cose da dire ma l'emozione del momento e la distanza non aiutano. Tra qualche giorno saremo di ritorno in Italia e tutto sarà più semplice. Nel frattempo un virtuale ma non per questo meno caloroso abbraccio a tutti. Satyameva Jayate, la verità è sempre vincente".
È il messaggio che Tomaso Bruno e Elisabetta Boncompagni hanno scritto stamani sulla pagina Facebook Tomaso Libero dopo la prima notte trascorsa fuori dal carcere di Varanasi, in India. I due ragazzi sono ora alloggiati presso il Centro risorse indiane, una casa per studenti diretta dal professor Marco Zolli dove resteranno fino a martedì. Poi una volta espletate le ultime formalità burocratiche raggiungeranno Nuova Delhi. L'arrivo in Italia è previsto per mercoledì prossimo.
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