di Roberto Saviano
L'Espresso, 12 maggio 2019
Alleanze con Cosa nostra, 'ndrangheta e camorra. Apparato gigantesco, gerarchia rigida. Un libro spiega come è cresciuta la mafia nigeriana. La mafia nigeriana non è leggenda metropolitana, ma una realtà criminale presente nel nostro come molti altri paesi, eppure quando se ne parla senza conoscenze, quando il racconto viene strumentalizzato per criminalizzare gli immigrati, ci si allontana pericolosamente dal comprenderne la reale portata. Anche per la mafia nigeriana vale la regola aurea: parlarne in maniera superficiale è il più grosso favore che le si possa fare.
Oggi, chi volesse approfondire, potrà leggere il libro di Leonardo Palmisano, "Ascia Nera", edito da Fandango. Palmisano ci presenta una mafia che non è affatto minore, ma un'organizzazione criminale che parte dal delta del Niger e trova terreno fertile ovunque decida di estendere le proprie attività. E avverte: guai a ritenere la mafia nigeriana dedita unicamente alla tratta degli esseri umani e allo sfruttamento della prostituzione, ha in realtà la capacità di entrare anche in altri mercati, grazie alle consorterie che è stata in grado di creare con le mafie autoctone.
I punti di riferimento di Black Axe sono rintracciabili nella predicazione antischiavista, derivata strumentalmente dalle Black Panther. Agli esordi l'egemonia di Ascia Nera si determina grazie alla massa di giovani istruiti, studenti universitari che imbracciano le armi a Benin City, nel 1977. Nasce come confraternita studentesca (Neo Black Movement), ma si distingue subito per l'adesione al cultismo e alla pirateria. Nel libro di Palmisano gli Aye (African Youth Empowerment), i picciotti, rivelano la lunga trama degli affari e delle affiliazioni, l'evoluzione di un apparato gigantesco. Dalle grandi città universitarie nigeriane, si sono spostati nel mondo occidentale, prima governando la tratta delle donne, poi entrando nello spaccio di piazza, nella gestione partecipata del narcotraffico transcontinentale, nel riciclaggio di denaro sporco nelle banche svizzere, nella compravendita di armi e di pietre preziose sul mercato olandese e di Dubai. L'affidabilità del sistema è garantita da una gerarchia rigida e molto ben strutturata, un'organizzazione che ha preso a modello le mafie italiane. Palmisano trova similitudini tra la stratificazione interna di Ascia Nera e le gerarchie 'ndranghetiste e anche la suddivisione del territorio, come i processi decisionali, sono mutuati dalle organizzazioni criminali italiane.
In Nigeria, Ascia Nera continua a farsi chiamare Neo Black Movement e si comporta come un'associazione benefica, aprendo ospedali, regalando automobili alle polizie locali, edificando un sistema di welfare criminale in parte paragonabile a quello vigente in vaste aree del sud Italia. Contemporaneamente il movimento mafioso corrompe colletti bianchi, politici ed imprenditori, diventando un interlocutore privilegiato per le classi dirigenti nigeriane. E, in ultimo, partecipa alle elezioni con l'arma della minaccia e dell'assassinio. Fuori dalla Nigeria fa affari con i narcos messicani e con i fondamentalisti pakistani per l'importazione di cocaina e di eroina gialla. Si raccorda con grande facilità alle grandi mafie sul territorio italiano, approfittando dell'esclusione sociale dei neri per ricattare, minacciare e assassinare chi si oppone alle sue regole.
Palmisano racconta di come in Italia si sia insediata in Sicilia, dove ha patteggiato il proprio radicamento con una decina di mandamenti; in Calabria, dove gestisce con la 'ndrangheta i ghetti; in Puglia, dove compera marjuana dalla mafia del Gargano e smercia droga al dettaglio per conto della mafia barese e dalla Sacra Corona Unita. E in Campania, dove spaccia e ricetta al servizio della camorra. Poi c'è il radicamento al Nord, dove gode dello spazio conquistato dalle mafie meridionali e della permeabilità del tessuto economico e imprenditoriale. In Europa ha relazioni con la camorra marsigliese insediata a Parigi e con la mafia russa a Londra e a San Pietroburgo.
Di tutto questo possiamo continuare a parlare come di un pericolo tanto onnipresente quanto generico, cosicché nulla cambierà. La marginalizzazione e l'esclusione dal mercato del lavoro sono le prime cause di affiliazione tanto per gli italiani quanto per gli stranieri. Continuino pure i nostri politici a urlare #primagliitaliani e #lamafiafaschifo: non avranno risolto nulla, ma tutti quegli hashtag li avranno fatti sentire almeno al passo con i tempi. Magra consolazione.
di Francesca Soro
La Stampa, 12 maggio 2019
Il progetto coinvolge otto carcerati: produrrà verdura per le famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese. In Valle d'Aosta è nata una mini filiera ortofrutticola dagli "ultimi" agli "ultimi". Decolla il progetto dell'orto carcerario solidale che produrrà verdura per le famiglie della regione che non riescono ad arrivare a fine mese.
L'Avvc-Associazione valdostana volontariato carcerario ha lanciato nel carcere di Brissogne (circa 200 detenuti) la nuova iniziativa benefica: 150 metri quadrati di terreno dentro le mura, coltivato da otto detenuti sotto la guida di un esperto della cooperativa Mont Fallère, rifornirà di prodotti freschi l'emporio solidale "Quotidiamo", nel capoluogo regionale, centro che distribuisce generi di prima necessità alla popolazione aostana in stato di disagio economico.
I muscoli e la buona volontà dei detenuti divisi in due squadre per tre giorni a settimana e coordinati dai volontari dell'Associazione e della cooperativa, sono sostenuti dalla Compagnia di San Paolo che ha trovato il progetto virtuoso. "Siamo all'inizio - dice Maurizio Bergamini, presidente dell'Avvc - ma crediamo che questo progetto sia un vero e proprio ponte "agro-solidale" tra il mondo dentro le mura e quello fuori. La sofferenza e il disagio si trovano in entrambi, ma questo non impedisce loro di aiutarsi".
Il gruppo di detenuti a Brissogne che ha scelto di lavorare la terra di un'area quasi dismessa della casa circondariale, seminerà, annaffierà e curerà filari di piantine i cui frutti saranno, durante l'estate e l'autunno, raccolti in cassette e portati all'emporio. Lì i volontari li esporranno negli scaffali a disposizione delle circa 90 famiglie bisognose iscritte dai servizi sociali per la spesa. "In passato avevamo già provato con una coltivazione, ma i detenuti non si mettevano d'accordo con la destinazione dei frutti del loro lavoro.
Questa volta l'obiettivo è chiaro: provvedere alla spesa di chi non ha i soldi per mettere i pasti in tavola ogni giorno. La verdura non resterà qui" dice Bergamini. L'Avvc punta sull'agroalimentare da tempo: "Abbiamo provato con il miele e poi nel 2017 siamo partiti con un campo di zafferano recuperando una parte incolta lungo il perimetro del carcere - dice il presidente dell'associazione La terra è bassa - trampolino per andare oltre i muri".
di Martina Monaco*
sicilianpost.it, 12 maggio 2019
Michele Dara, autista 50 enne della provincia di Catania, da 10 anni intrattiene rapporti epistolari con gli italiani più soli: chi è rinchiuso nelle nostre carceri. Una storia di ordinaria bontà. Michele Dara, autista 50 enne della provincia di Catania, da 10 anni intrattiene rapporti epistolari con gli italiani più soli: chi è rinchiuso nelle nostre carceri.
Una storia di ordinaria bontà Ogni giorno milioni di italiani si svegliano, si vestono, escono di casa e interagiscono con la gente che incontrano per strada. Gesti che fanno parte della quotidianità di ognuno di noi, o quasi...Ci sono persone per le quali una chiacchierata sul tram la mattina o un caffè in compagnia [...]
Ogni giorno milioni di italiani si svegliano, si vestono, escono di casa e interagiscono con la gente che incontrano per strada. Gesti che fanno parte della quotidianità di ognuno di noi, o quasi...Ci sono persone per le quali una chiacchierata sul tram la mattina o un caffè in compagnia degli amici al bar del paese non sono cose affatto scontate, e queste persone sono i detenuti; ed è proprio a loro che Michele Dara regala un sorriso ogni giorno della sua vita. 50 anni e una carriera da autista a San Michele di Ganzaria, un paesino di 3000 anime in provincia di Catania dove è nato e cresciuto, Michele è una persona comune come tutti noi.
Se non fosse che da più di 10 anni dedica il suo tempo agli emarginati dalla società, a chi si trova dietro le sbarre di un penitenziario ed è dimenticato da tutti. Tutto è iniziato quando un caro amico di Michele, Fabio, è stato arrestato per spaccio di sostanze stupefacenti e condannato a 6 anni di reclusione. Michele ha scelto di non abbandonarlo dimostrandogli che le amicizie, quelle vere, sono capaci di superare qualsiasi ostacolo anche quando Fabio è sprofondato in una profonda depressione che lo ha portato a tentare il suicidio nel maggio del 2009.
Basta una parola. "Mi hai salvato dalla morte dell'anima, e mi hai fatto vedere che anche per le anime marce come me c'è una speranza" scrive Fabio in una lettera indirizzata all'amico. Furono proprio queste parole a cambiare la vita di Michele e a fargli capire che la sua missione nel mondo sarebbe stata quella di dedicarsi ai detenuti, perché a volte una parola di conforto può salvare la vita di qualcuno. Michele Iniziò così una corrispondenza epistolare con i reclusi nel carcere di Bollate, un comune in provincia di Milano, dove Fabio stava scontando la sua pena, a volte andava a trovarli instaurando con loro delle vere e proprie amicizie. Il cappellano, resosi conto dell'impatto positivo delle sue parole, ne discusse col direttore del penitenziario Fabrizio Rinaldi. Michele fu invitato a perseverare nel suo tentativo di creare umanità laddove si smette di essere umani.
Dare e ricevere. Da quel giorno Michele inizia ad inviare lettere non soltanto al carcere di Bollate ma anche ai detenuti che stanno scontando la loro pena in diverse carceri d'Italia. Il 23 novembre 2019 scrive in una missiva indirizzata a Salvatore P.: "Questa esperienza di vita mi ha regalato tante emozioni, mi fa sentire vivo e completo; è grazie ad essa che ho colmato il vuoto che sentivo che mi faceva sentire incompleto su questa terra. Ho imparato tanto da voi: a saper ascoltare nel senso più profondo della parola, a farlo con il cuore; a liberarmi dai pregiudizio perché io non sono nessuno per giudicarti. Quando abbracciai il Santo Padre durante la sua visita pastorale a Piazza Armerina nello scorso settembre gli sussurrai di pregare per te".
In un mondo reso sempre più sterile ed insensibile ai sentimenti ed al dialogo una storia di eroismo quotidiano come questa ci regala la speranza che la società in cui viviamo possa un giorno diventare migliore. Forse basta un po' di coraggio per fare del bene e tutto il resto è secondario.
*Studentessa del corso di Storia e Tecnica del giornalismo dell'Università degli Studi di Catania tenuto dal prof. Giuseppe Di Fazio
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 12 maggio 2019
Workfare all'italiana. Paradossi del reddito di cittadinanza: la campagna Inps con camper e gazebo a Roma, Milano, Napoli, Bologna e Palermo per informarli su un diritto negato dalla legge. In fila in Caf della Cgil per il "reddito di cittadinanza". Con i comuni dell'Anci l'Inps organizzerà nelle prossime settimane una campagna con camper e gazebo per spingere i senza fissa dimora a presentare la domanda per il sussidio impropriamente detto "reddito di cittadinanza".
Secondo il presidente nominato dell'ente previdenziale Pasquale Tridico, ideatore di questo sistema di sussidio pubblico in cambio di lavoro pubblico, formazione e mobilità obbligatoria ("workfare"), i camper e i gazebo potranno partire dalla stazione Termini di Roma e faranno tappa anche a Milano, Napoli, Palermo e Bologna.
L'obiettivo di "Inps per tutti", questo è il nome della campagna, sarà "raccogliere, là dove le barriere burocratiche lo impediscono, le richieste di reddito di cittadinanza", a cominciare di chi ha diritto e bisogno di questo "reddito" "ma non lo sa". A cominciare dai "disabili" e dai "senza tetto". Tridico ha aggiunto: "Solo a Roma ci sono 17 mila senza tetto iscritti con "residenze fittizie" di cui solo cento hanno fatto domanda di accesso al Reddito di inclusione (Rei), e solo 1200 a quello di cittadinanza". L'iniziativa è stata annunciata lo scorso otto maggio in un'audizione davanti alla commissione lavoro al Senato.
"Barriera burocratica" è un'espressione singolare perché attribuisce l'esclusione dei senza tetto a una volontà impersonale, mentre è una diretta conseguenza della legge. La soglia massimale del "reddito" è 780 euro. L'importo finale è il risultato della differenza tra questa soglia, il reddito Isee a 9.360 euro e altri fattori. Com'è noto, e lungamente argomentato su Il Manifesto diversamente dalla propaganda, questi soldi non andranno a tutti. Per quanto riguarda i senza fissa dimora, ai pochi che hanno i requisiti saranno negati i 280 euro versati come contributo per l'affitto perché non hanno una residenza. Per accedere ai 500 euro è necessaria la residenza in Italia per un minimo di dieci anni, gli ultimi due consecutivi.
Condizione razzista imposta dalla Lega per escludere i cittadini extracomunitari residenti in Italia che tuttavia colpisce anche i poveri che hanno perso la residenza e sono stati cancellati dalle anagrafi dei comuni. Con ogni probabilità la campagna dell'Inps sarà diretta agli italiani senza dimora, e non agli stranieri che non hanno la residenza e sono ugualmente poveri. Un'altra discriminazione che colpirà almeno 50 mila persone.
Saranno esclude inoltre le persone che hanno la residenza in una via fittizia. A Roma questa pratica è nota come "Modesta Valenti" dal nome di una senza tetto deceduta il 31 gennaio 1983 dopo cinque ore di rimpalli burocratici tra 118 e servizi sociali. Modesta fu identificata 9 mesi dopo perché non aveva documenti. La comunità di Sant'Egidio organizzò i funerali. Sono migliaia oggi i senza tetto che vivono tra i 10 mila (stimati) nelle occupazioni della Capitale, ad avere ottenuto la "residenza fittizia" che reca il suo nome. Tuttavia solo 200 comuni su 7915 riconoscono la prassi, sostiene la Federazione Italiana organismi per le persone senza fissa dimora. In alternativa, sarà necessario cambiarla insieme alla prassi sulla residenza virtuale.
Politicamente, significa uno scontro tra Lega e Cinque Stelle perché sarà necessario rivedere le derive securitarie delle politiche urbane, quelle del "decoro" e, in particolare, l'articolo 5 del "piano Lupi" che attacca le occupazioni abitative. Dunque è possibile che i senza dimora non "sappiano" del "reddito". Ma è molto probabile che, pur conoscendolo, non possano presentare domanda perché la legge glielo impedisce.
Al 19 aprile su 472.970 mila pratiche accettate, ben 101,803 aveva percepito tra 40 e 200 euro. Calcoli che andranno aggiornati. Al 30 aprile erano state presentate 1.016.977 domande, ben al di sotto dei 4,9 milioni potenziali annunciate dal governo, stima rivista al ribasso dall'Inps e dall'Istat: 2,7 e 2,4 milioni. Tra i 100 mila e più che hanno ricevuto il modesto sussidio si sta facendo strada l'ipotesi della rinuncia. Un'ipotesi non contemplata dalla legge. Si sta discutendo su come affrontare il problema, approntando un modulo. Il vicepremier Di Maio è tornato ieri sul "miliardo" che sarà "risparmiato" dal "reddito".
Lo fa passare per un "risparmio" dovuto ai "controlli" operati su chi, ad oggi, ha fatto domanda. Più che altro è la prova che, pur con un criteri più ampi, questo sussidio malconcepito è inadatto a rispondere ai bisogni dei poveri e dei lavoratori poveri che non sono (ancora) troppo poveri per percepirlo. Invece di reinvestirli sulla misura, magari ampliandola e rendendola meno condizionata, li si vuole dirottare altrove in provvedimenti a pioggia per un welfare improvvisato "per le famiglie", "il ceto medio" e l'aumento della "crescita demografica". Questi cortocircuiti e paradossi aspettano il "reddito" pentaleghista nei prossimi mesi.
di Paolo Cognetti
L'Espresso, 12 maggio 2019
Due scrittori dialogano sull'ultimo romanzo dell'autore francese Philippe Claudel. Che parla di tragedia dei migranti e cinismo del popolo in un Continente che si decompone. Philippe Claudel e io ci incrociamo, qualche volta, al di qua e al di là delle Alpi, e ci leggiamo a distanza con l'affetto che gli amanti della montagna hanno tra loro, e che li fa sentire, fin dall'inizio, vecchi amici. Se c'è una qualità che è subito riconoscibile in Philippe è l'umanità, una forma di generosità e di modestia, di attenzione verso l'altro e di accoglienza.
Per questo mi ha molto colpito che l'ultimo suo libro, "L'arcipelago del Cane" (Ponte alle Grazie), parli di uomini che diventano disumani. È ambientato in un'isola del Mediterraneo dove il mare, un giorno, porta i cadaveri di alcuni ragazzi dalla pelle scura: gli abitanti decidono di nasconderli per proteggere la propria tranquillità, scelgono di rimuoverli, di dimenticarli, e poi di mentire e coprirsi a vicenda, complici gli uni degli altri in questa viltà collettiva, questo cinismo di popolo. È un libro duro, sia con i personaggi che con i lettori, perché dopo un po' è difficile non pensare che sull'isola ci abitiamo noi, che il libro sia un'accusa diretta a noi italiani, francesi, europei, tutti noi che stiamo dalla parte giusta del mare e distogliamo lo sguardo, decidiamo di non vedere e di non agire. Quando l'ho finito mi è venuta voglia di parlarne con lui.
È così, Philippe? Vorrei sapere con quale urgenza hai scritto questa storia e come ti sentivi mentre la scrivevi, perché a volte mi è sembrato che la penna ti bruciasse tra le dita.
"Lo scrittore vive nel mondo, come chiunque. Il mondo gli procura gioie, sofferenze, problemi, ferite e carezze che forse lui sente in modo più intenso degli altri uomini, e che poi cerca di tradurre in parole. Celebra le meraviglie, ma è anche una sentinella, uno che lancia degli allarmi. Insomma, è figlio di Orfeo e Cassandra: dispiega la lingua come una stoffa preziosa e fa uso della sua grazia, ma con questa esplora la dimensione tragica dell'esistenza umana e i pericoli che minacciano il gruppo sociale e l'individuo.
Ho già scritto molto sulla figura del profugo, di colui che deve lasciare il proprio Paese per cercare una vita migliore altrove, che fugge dalla miseria, dalla guerra, dalla fame, mi sono però reso conto che bisognava scrivere ancora perché intorno a noi, con la nostra complicità diretta o tacita, accadevano cose che interrogavano il principio stesso di umanità, e che avrebbero dovuto farci vergognare. Ciò che m'importava in "L'arcipelago del Cane" era parlare non tanto di quegli uomini e quelle donne che a rischio della vita tentano di superare mari e frontiere, ma parlare di noi, che abbiamo la fortuna di vivere in Paesi ricchi e protetti, e che speriamo di mantenere il nostro modo di vita, costi quel che costi, come se il mondo esterno non esistesse, come se la nostra vecchia Europa fosse un giardino recintato o una fortezza. È di questa illusione che ho voluto scrivere, e dell'inquietudine che induce molti nostri concittadini a prendere decisioni disumane".
È tutta questione di proteggere il proprio benessere o c'è altro? Che cosa abbiamo paura di perdere, secondo te? Il fetore di cadaveri che aleggia sull'isola a un certo punto sembra provenire non solo dai morti per mare, ma dall'isola stessa. È la nostra Europa questo cadavere in decomposizione? Identità e tradizione sono davvero dei valori?
"Io sono molto legato ai luoghi, e in particolare al luogo in cui sono nato e dove vivo ancora, in Lorena, nel nordest della Francia, che nel XX secolo è stata terra d'immigrazione per molti italiani e polacchi giunti lì per lavorare nelle miniere o nell'industria siderurgica. Le mie radici mi definiscono e amo la terra in cui si trova la mia casa. Nondimeno, non è la mia terra. Non ne sono il proprietario esclusivo. Non è di mia proprietà. E sono pronto a dividerla con chi vorrà venire a viverci in pace, portando la sua differenza e rispettando le mie usanze. Per secoli, in molte civiltà, l'altro, l'estraneo, era accolto con ospitalità, gioia e curiosità, perché incarnava un sapere, una cultura, un talento che non si conosceva. Si vedeva il suo arrivo come una fortuna e un beneficio. Oggi come oggi, molti nostri concittadini non percepiscono più lo straniero come qualcuno che porterà qualcosa, ma come chi prenderà loro qualcosa. Siamo vecchissimi Paesi, su un vecchio continente, che fu quello di civiltà magnifiche, ma oggi siamo così vecchi da non riuscire a vedere come il mondo è cambiato e come cambierà ancora".
Certo saprai che in Italia il primo partito è oggi un partito apertamente ostile ai migranti, che anzi ha fatto di questa ostilità la ragione del proprio successo. La maggioranza dei miei connazionali esulta perché chiudiamo i porti o perché non concediamo la cittadinanza a ragazzi nati e cresciuti nel nostro paese. Io mi sento molto in difficoltà a comunicare altre idee in questo periodo - per esempio la bellezza della varietà umana, il coraggio di cambiare il proprio modo di vivere - confesso che spesso preferisco lasciar perdere per non mettermi a litigare con le persone. Sento che litigare non serve a niente, vorrei piuttosto potermi confrontare con calma, ma è proprio lo spazio della calma, del confronto, che ci è stato sottratto in questi tempi di violenza politica. Come si fa, Philippe?
"Mi sembra che tutta l'Europa regredisca verso un medioevo di feudalesimo e di fortificazioni. Non c'è soltanto il caso dell'Italia, ma anche della Francia, della Polonia, dell'Austria, dell'Ungheria, dei Paesi Bassi, della Germania, del Belgio, della Gran Bretagna, della Svezia, e da poco anche della Spagna. Ci sono leader politici che giocano con la paura dei popoli come dei piromani con dei fiammiferi. Non è difficile far paura alla gente e far crescere le loro paure: questo tipo di discorso penetra, direi, nella parte più arcaica del cervello dell'uomo, quella in cui risiede il suo istinto di sopravvivenza, quella sopravvivenza che implica un posto in cui abitare e del cibo. Nel momento in cui si fa credere che questi due elementi indispensabili sono minacciati dall'arrivo di stranieri, il gioco è fatto: si insinua nella mente dell'uomo il germe dell'inquietudine. Poi, basta alimentarlo regolarmente e farlo crescere. Detto questo, nel caso dell'Italia, la salita al potere di quel tipo di partiti è anche il risultato di un'impotenza o di una pavidità dell'Unione Europea che non ha aiutato a sufficienza il vostro Paese nell'accogliere e nel farsi carico dei migranti. Ancora una volta, molti altri Paesi hanno preferito distogliere lo sguardo e lasciarvi soli o quasi a sbrogliarvela".
Seguo con preoccupazione i movimenti popolari che agitano la Francia, non tanto per i contenuti quanto per la rabbia che esprimono e che vedo divampare anche da noi. È questo che fa paura: la rabbia, il desiderio di vendetta, quello di annientare l'avversario, siano i governanti o solo uno che la pensa in un altro modo. Che aria stai respirando nel tuo Paese?
"Per la prima volta nella vita, qualche mese fa ho avuto il mal di Paese, come si dice di avere il mal di stomaco o il "mal d'anima". Il movimento dei Gilet Gialli è nato da rivendicazioni eterogenee, talora del tutto lecite, talora del tutto bislacche o irreali. Attestava soprattutto una mancanza totale di fiducia nella classe politica, nei dirigenti del Paese. La maggior parte delle persone che hanno aderito a questo movimento si sentivano abbandonate, mal rappresentate o ignorate. C'è però stata dopo poco una deriva verso la violenza, violenza delle parole, violenza delle azioni, che ha raggiunto dimensioni che non avevo mai riscontrato. La cosa più preoccupante per me era constatare come il Paese si divideva, come molte rivendicazioni attestassero una volontà egoistica. D'altronde, il dialogo era diventato impossibile: si mettevano sullo stesso piano un'analisi e un'opinione, un fatto e una supposizione. I social network, che sono casse di risonanza straordinarie per le stupidaggini, sono riusciti a esacerbare ancor più le tensioni. Vivo in un Paese che oggi sembra aver ritrovato la calma, e che l'incendio di un edificio emblematico della nostra cultura, Notre-Dame-de-Paris, è riuscito miracolosamente a rinsaldare, anche se le tensioni e le tentazioni che sono affiorate negli ultimi mesi non si sono affatto sedate. Terminerò dicendo che in pochi giorni sono stati raccolti più di un miliardo di euro donati per restaurare la famosa cattedrale, ma che mai si è raccolta così in fretta una simile somma per affrontare qualche tragedia umana".
ottopagine.it, 12 maggio 2019
Martedì in Regione progetto tra legalità e senso civico adolescenti in cerca di risposte. Promosso dal Garante Campano dei detenuti e realizzato dall'Associazione di promozione sociale "Tarita". Martedì prossimo alle 11, presso il Consiglio Regionale della Campania (Isola F13 al 21° piano "Sala Nassirya" Centro Direzionale di Napoli), ci sarà la presentazione dei manufatti e le opere realizzate da 10 detenuti del carcere minorile di Airola, in provincia di Benevento.
Il progetto è stato promosso dal Garante Campano dei detenuti, Samuele Ciambriello, e realizzato dall'Associazione di promozione sociale "Tarita". Alla conferenza stampa parteciperanno la Presidente del Consiglio Regionale Rosa D'Amelio, il Garante Campano dei detenuti, Ciambriello, la dirigente del centro Giustizia Minorile e Comunità della Campania Maria Gemmabella, la direttrice del Carcere di Airola, Marianna Adanti e la presidente dell'Associazione "Tarita" Carmela Grimaldi
Eccezionalmente saranno presenti alcuni giovani ristretti presso l'istituto di pena della Valle Caudina che hanno partecipato al progetto. "Queste iniziative per adolescenti a metà sono una educazione alla speranza - spiega Ciambriello - che non è un lenitivo che addormenta il dolore e la solitudine, ma è una forza che impregna il loro presente e li motiva a trasformare la loro vita. La ceramica per modellare, ricostruire e ripartire".
di Nadia Ferrigo
La Stampa, 12 maggio 2019
Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale, sul decreto sicurezza bis: "Mi lascia molto perplesso vedere come si mettano insieme due temi molto diversi: sicurezza e migrazioni". "Nel nostro Paese vedo tre casi di discriminazione, particolarmente gravi.
Il primo sono i migranti". Al Salone del Libro di Torino Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale ed ex ministro della Giustizia, durante la presentazione del libro "La Costituzione, Un manuale di convivenza", Edizioni Paoline, commenta il decreto di sicurezza bis. Nel nuovo testo, si parla anche di una multa per le navi delle ong. Cinquemila euro per ogni vita salvata.
"Non parliamo mai di Costituzione, se non per dire che è stata fatta settant'anni fa. Ma la domanda giusta, prima di disapplicarla, come si sta cercando di fare, sarebbe: è stata attuata? Il problema di fondo è questo. Le vicende di attualità mostrano che oggi la Costituzione serve. Mi lascia molto perplesso vedere che nel decreto sicurezza si mettano insieme due temi molto diversi: sicurezza e migrazioni. Così si mette un bollo tondo sulla testa dei migranti, identificandoli tutti e soltanto come un pericolo".
Il ministro dell'Interno Matteo Salvini lo ripete in continuazione. "Prima gli italiani". Come si può leggere questa affermazione, testo costituzionale alla mano?
"L'Italia è stato un paese povero e di emigranti, ma ebbe il coraggio di scrivere che il migrante va trattato come il cittadino. Non c'è prima il cittadino, o prima il migrante. Anche perché questo è un discorso pericoloso: così si passa in fretta a dire prima il cittadino di Foggia, di Palermo, di Milano. La nostra Costituzione ha un obiettivo preciso e chiaro. Qualcuno può dire che è un'utopia, ma io non lo credo: tutti hanno pari dignità sociale, senza le distinzioni di lingua, razza, sesso e religione, che la Costituzione elenca. Io vedo tre casi di discriminazione, particolarmente gravi. Il primo sono i migranti. Se si salvano, allora li rimandiamo nei loro paesi, anche se questo vuol dire condannarli alla guerra, alla miseria e alla fame. Ma la nostra Costituzione garantisce a tutti gli stessi diritti fondamentali. Secondo, gli ebrei. L'antisemitismo sta riemergendo in modo preoccupante. E poi c'è una terza situazione di disparità sociale, la donna. Si è combattuto e si combatte per la sua parità. Ma c'è sempre la subcultura, quel venticello, che porta qualcuno a fare quei manifesti dove si spiega che deve soltanto stare in casa, fare figli e andare in chiesa".
E questo venticello, soffia sempre più forte?
"Assolutamente. Il femminicidio ne è la proiezione più drammatica. Non sei più mia? Allora non sei più di nessuno, e non meriti di vivere. Bisogna reagire. Ma non solo con le manette, che pure sono necessarie. È molto più facile evocarle, per tener tranquilla la gente, che applicarle. È un problema di cultura dell'uguaglianza e della dignità, che in questo Paese continua a mancare".
Una multa per ogni persona salvata, riporta alla continua promessa di pene sempre più pesanti. Ma manca un pezzo, che cosa succede nelle nostre carceri? Dove ci porta la rincorsa a carcere?
"C'è un signore, che ora avrebbe più di duecento anni, Cesare Beccaria, che combattè contro la pena di morte e la tortura, spiegò che è inutile far soffrire la gente per farla parlare. L'ha fatto per prima la Chiesa, poi gli Stati. Alcuni lo fanno ancora, anche il nostro qualche volta. Ma ci indigniamo, giustamente, per Giulio Regeni. Ma non per Stefano Cucchi, non per i fatti della caserma di Bolzaneto e della scuola Diaz durante il G8 di Genova. Bisognerebbe sempre indignarsi. Alcuni rappresentanti del governo attuale parlano di "marcire in carcere". Espressioni colorite, pensate per fare breccia nell'opinione pubblica. Ma questo è contro la Costituzione. Che piaccia o no, le pene devono tendere alla rieducazione e non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità.
In carcere, descritto da un sociologo americano come "discarica sociale", troviamo con percentuale del trenta ciascuno i tossici, i migranti e gli stranieri. Qualche cosa non funziona, anche perché le statistiche ci dicono che chi sconta la pena con le misure alternative o fuori dal carcere ha un tasso di recidiva del 30 per cento. Chi sta dentro, del 70 per cento circa. E di colletti bianchi in carcere ce ne sono pochissimi. Occorrerebbe tornare a un nuovo equilibrio".
Anche il Salone del Libro è stato travolto dalle polemiche su Altaforte, la casa editrice di CasaPound. Il mese scorso i presidi dell'estrema destra a Torre Maura, pochi giorni fa Casal Bruciato. Corriamo il pericolo di un ricostituzione del partito fascista?
"Mi sono un po' preoccupato quando ho sentito delle per così dire dotte dispute sul 25 aprile. Ho sentito dire "Io non vado, vado a inaugurare un commissariato. Non mi interessano i derby tra fascisti e comunisti". Ma la Resistenza non è un derby tra fascisti e comunisti, è un patrimonio di tutti. Un fenomeno corale, senza il quale non ci sarebbe stata la Costituzione. È un realtà tragica: non solo la lotta contro il nazista invasore, ma anche quella tra gli italiani per combattere il fascismo. Se non si capisce questo, non si capisce la Costituzione e il rapporto con la festa del 2 giugno, quando si scelse la Repubblica. Questo clima eccita le armate della paura, e funziona bene in campagna elettorale. Ma stimolare la paura, promettendo poi di eliminare tutti i problemi, è pericoloso. Il partito fascista era ed è un pericolo permanente per la democrazia, perché era ed è contrario ad essa. Vediamo la violenza nei confronti del diverso, l'intolleranza. Torre Maura e Casal Bruciato sono esempi eclatanti, che ci fanno capire come la subcultura della violenza e del fascismo sia sempre viva. La legge Scelba vieta la ricostituzione del partito fascista, la legge Mancino vieta tutte le discriminazioni. Chi inneggia la fascismo dovrebbe fare i conti con un magistrato che applica la legge. Il problema è il rischio che le leggi per gli amici si interpretino, e per gli altri si applichino, come già diceva Giolitti ai primi del Novecento. Ed è già accaduto, per esempio argomentando dottamente che un saluto fascista non è apologia, ma semplice e innocente commemorazione storica. Ciascuno ha diritto a manifestare il proprio pensiero. Ma questo non può significare la liceità di istigare all'odio e alla violenza. E a questo ci deve pensare un giudice".
Dopo l'elogio della Costituzione, della dignità e del patrimonio culturale e artistico, sta lavorando all'"elogio delle città". Da dove le viene lo spunto?
"Le città sono al tempo stesso una benedizione e una maledizione. Sarà un "elogio della città", ma questa volta con un punto interrogativo. C'è un episodio che mi ha dato la spinta decisiva. A metà aprile brucia la guglia di Notre Dame. Si raccolgono in fretta i soldi per la ricostruzione, i media di tutto il mondo ne parlano. Pochi giorni dopo, muore bruciato un migrante in una baracca, vicino a Foggia, nell'indifferenza pressoché generale. Credo sia giusto e doveroso tutelare il patrimonio artistico, storico, per costruire il futuro come dice la Costituzione all'articolo 9. Ma la Costituzione ci dice anche, all'articolo 2, che nelle formazioni sociali occorre garantire i diritti inviolabili e far adempiere i doveri inderogabili di solidarietà. Altrimenti la Costituzione resta zoppa. Là dove si incontra un altro che si considera "diverso" inizia la strada del campo di concentramento. L'ha detto quello che ritengo il migliore dei costituzionalisti, non un professore di diritto, ma un perito chimico piemontese, ebreo, che si chiamava Primo Levi".
di Filippo Miraglia*
Il Manifesto, 12 maggio 2019
Il fastidio che il titolare del Ministero dell'Interno ha per la Costituzione, le istituzioni della Repubblica, le leggi e le convenzioni internazionali, è così esplicito che dovremmo forse considerarlo eversivo. Così com'è chiara la sua attitudine alla competizione machista. Non potendo piegare l'ordinamento giudiziario ai suoi desiderata, né tanto meno quei corpi dello Stato che svolgono un servizio secondo quanto disposto dalla legge, prova a introdurre modifiche legislative che gli consentano di vincere, costi quel che costi.
Scavalcando competenze e stracciando ogni senso di responsabilità pubblica che dovrebbe avere un ministro. Intanto ottiene un risultato d'immagine, alimentando il razzismo e provando così ad accrescere il suo consenso personale. L'obiettivo è comunque assicurato, anche se il testo non arriva neanche in consiglio dei ministri. Se poi ci arriva, e magari viene anche approvato, tanto meglio.
La dinamica del secondo salvataggio effettuato dalla Mare Jonio, la nave di Mediterranea, (piattaforma della società civile sostenuta anche dall'Arci, che ha destinato la raccolta del 5 per mille di quest'anno proprio a Mediterranea) il 9 maggio scorso, deve avere irritato a tal punto il ministro della Propaganda da spingerlo a forzare le istituzioni pur di impedire che quanto è successo si possa ripetere.
Leggendo il primo articolo della bozza di decreto si capisce che il riferimento è proprio a quanto è successo giovedì scorso a 40 miglia dalla Libia, in acque internazionali. La Mare Jonio ha tratto in salvo 30 persone ed ha chiesto, alle autorità italiane, trattandosi di una nave italiana, di indicare un porto sicuro. L'Mrcc di Roma ha risposto inoltrando una mail del Viminale che dice alla Mare Jonio di fare riferimento alle autorità libiche. Oltre all'evidente illegittimità di questo comportamento, si tratta di una scelta alla quale forse nessuno di noi pensava si potesse arrivare: indicare come posto sicuro un Paese in guerra, dove sono lesi da lungo tempo i diritti umani, oramai anche secondo tutti gli organismi internazionali, e dove le persone sono sottoposte a veri e propri crimini contro l'umanità.
Salvini, e i suoi sostenitori, oramai sembrano aver perso ogni senso di umanità, oltre che di responsabilità. Pur di non ammettere che è necessario intervenire nel mare davanti alla Libia per salvare quelle persone che sono obbligate a fuggire, continua a negare che ci sia un conflitto in corso e che le persone debbano essere evacuate e aiutate a mettersi in salvo.
Mentre l'Unhcr lancia l'allarme per il numero di morti che aumenta ogni giorno nella frontiera più pericolosa del mondo, chiedendo ai governi di intervenire con urgenza se non si vuole assistere ad altre tragedie, il capo della Lega introduce multe per chi salva vite umane, arrivando quindi a criminalizzare lo stesso diritto alla vita. Secondo il decreto sicurezza bis, quindi secondo il ministro dell'Interno, Alima, la bimba di due anni, il cui splendido sorriso ci ha commosso, sarebbe dovuta ritornare in Libia, in una zona di guerra, in un centro di detenzione, alla mercé delle milizie e dei loro interessi. Metterla in salvo, se questo Decreto fosse stato legge, sarebbe costato dai 3500 ai 5500 euro. Una vergogna forse senza precedenti. Un cinismo al quale nessuno era mai arrivato.
Il decreto spazza via poi alcune tra le principali garanzie Costituzionali, indicando i nemici del Paese sui quali è urgente intervenire. Non la corruzione, la mafia, il disastro del territorio e del clima, la violenza sulle donne, i morti sul lavoro, la povertà, la precarietà e la disoccupazione e il razzismo. Nulla di tutto questo. L'emergenza è impedire i salvataggi e criminalizzare la solidarietà. Forse è il momento di chiedersi se questo Paese non ha superato la soglia oltre la quale c'è il baratro. La democrazia è a rischio. Davvero. Un moto di ribellione, riempire le piazze di uomini e donne che dicono di no, io non ci sto, è urgente.
*Responsabile immigrazione Arci nazionale
di Leo Lancari
Il Manifesto, 12 maggio 2019
Il costo della vita. Il ministro fissa il tariffario delle vite di quanti fuggono attraversando il mare, al solo scopo di fermare le navi delle ong. Ma non è detto che gli riesca. Si va dai tre milioni cinquantacinquemila cinquecento ai quattro milioni ottocentounomila cinquecento. È la cifra che avrebbe dovuto pagare chi ha strappato al mare gli 873 migranti arrivati in Italia dall'inizio dell'anno se l'ultimo decreto del ministro degli Interni Matteo Salvini, il cosiddetto decreto sicurezza bis, fosse già in vigore. Cifra notevole che corrisponde al valore dato dal Viminale - sulla base di chissà quali calcoli - alla vita di un migrante, che oscillerebbe - per fortuna senza fare distinzione tra uomini e donne - tra i 3.500 e 5.500 euro.
Ammesso che il provvedimento veda mai la luce. "Per me anche la settimana prossima in consiglio dei ministri", ha annunciato ieri Salvini con il solito tono di chi non si perde in chiacchiere. In realtà la strada è più in salita di quanto il ministro leghista vorrebbe far intendere. Dopo aver bollato le nuove norme come "il segno della disperazione di Salvini", gli alleati 5 Stelle promettono infatti battaglia contro un provvedimento che tra le altre cose si appropria di una parte non indifferente di poteri che appartengono oggi al ministro dei Trasporti Danilo Toninelli.
Senza contare i rilievi che potrebbero arrivare dal Quirinale, a partire dalla scelta di procedere con un decreto anche su norme del codice penale e del codice di procedura penale. Provvedimento solitamente utilizzato in situazione di urgenza e che invece - per quanto riguarda l'immigrazione - Salvini impiega dopo che da mesi è proprio lui a decretare la fine dell'emergenza sbarchi. Per aggirare il possibile ostacolo nel testo si mette l'accento sulla "straordinaria necessità e urgenza di prevedere misure volte a contrastare prassi elusive dei dispositivi che governano l'individuazione dei siti di destinazione delle persone soccorse in mare", ma non è detto che basti.
Il nuovo giro di vite arriva sette mesi dopo il primo decreto sicurezza e punta a colpire in modo particolare chi si spende nel salvare la vita dei migranti. Oltre alle sanzioni tra i 3.500 e i 5.500 euro per ogni "straniero trasportato", nel testo sono previste sanzioni per quelle navi che, pur svolgendo operazioni di soccorso in acque internazionali, non rispettano le "istruzioni operative delle autorità Sar competenti o i quelle dello Stato di bandiera", un riferimento alla cosiddetta Guardia costiera libica. Inoltre nel caso la presunta violazione sia stata commessa da una nave battente bandiera italiana, è prevista la sospensione da 1 a 12 mesi o la revoca della licenza.
L'articolo 2 mette mano al Codice della navigazione trasferendo al Viminale competenze che oggi sono dei ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. In particolare a quest'ultimo resterebbe il compito di vigilare sulla sicurezza della navigazione e di protezione dell'ambiente marino, attribuendo invece al Viminale la competenza a limitare o vietare il transito e/o la sosta nel mare territoriale qualora sussistano ragioni di ordinaria e sicurezza pubblica. Prevista anche l'estensione (articolo 3) alle procure distrettuali la competenza sui reati associativi di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, anche nelle ipotesi non aggravate e con la possibilità di effettuare intercettazioni preventive, insieme allo stanziamento (articolo 4) di tre milioni di euro per il triennio 2019-2021 per finanziare l'impiego di poliziotti stranieri per lo svolgimento di operazioni sotto copertura.
Immigrazione a parte, nel decreto è previsto un inasprimento delle sanzioni per i reati di devastazione, saccheggio e danneggiamento commessi nel corso di manifestazioni (articolo 5) e misure a tutela delle forze dell'ordine con l'inserimento di nuove fattispecie di reato. In questo caso a essere colpiti saranno quanti si oppongono agli agenti facendo uso di scudi o altri oggetti di protezione passiva, di materiali imbrattanti oppure chi utilizza razzi, fuochi artificiali o petardi, nonché chi fa ricorso a mazze, bastoni o altri oggetti contundenti.
di Pierfrancesco Curzi
Il Fatto Quotidiano, 12 maggio 2019
"Ai genitori di Regeni dico: non mollate mai". Mahmoud Abu Zeid e il ricercatore italiano ucciso sono accomunati dall'età e dalla passione per il proprio lavoro. È stato condannato a cinque anni e otto mesi di carcere perché accusato di essere dei Fratelli Musulmani ed è in semilibertà. "Quando è morto, non si parlava d'altro. Vivere in questo paese è un inferno".
"Ai genitori di Giulio dico di andare avanti per cercare la verità e ottenere giustizia, di non mollare, mai. Sono con loro, con la loro battaglia, senza esitazione. Giulio era un uomo di pace". Giulio Regeni e Mahmoud Abu Zeid, meglio conosciuto col nomignolo di "Shawkan", hanno diversi punti in comune, tra cui l'età, 31 anni e una differenza di pochi mesi, e una sconfinata passione per il proprio lavoro. Giulio, ricercatore universitario, è stato rapito il 25 gennaio del 2016 e fatto ritrovare cadavere nove giorni dopo, il 3 febbraio, lungo il ciglio dell'autostrada verso Alessandria d'Egitto. Addosso i segni di sevizie e torture - recentemente rivelate anche da un supertestimone ritenuto attendibile dalla procura di Roma - al punto da renderlo irriconoscibile anche per mamma Paola, il cui primo commento è stato "Sul corpo di mio figlio tutto il male del mondo".
Il destino di Mahmoud, fotogiornalista egiziano, è stato diverso. Lui è ancora vivo, ma addosso porta i segni di cinque anni e otto mesi di carcere e l'accusa infamante di essere un terrorista. Il 14 agosto del 2013 il giovane fotoreporter si trovava in piazza Raba'a, ad est del centro del Cairo, per raccontare la manifestazione dei Fratelli Musulmani; protestavano contro il golpe messo in atto pochi mesi prima da Abdel Fattah al-Sisi, ex ministro della difesa. Il servizio gli era stato commissionato da un'agenzia inglese, la Demotix, e quel giorno fu testimone di un'immane mattanza (secondo fonti ufficiali oltre 800 vittime) da parte di esercito e polizia agli ordini dell'attuale presidente dell'Egitto.
Oltre ai morti, il regime mise in carcere centinaia di presunti affiliati alla Fratellanza Musulmana, compreso il giovane fotografo, accusato di essere un terrorista. Le sue macchine fotografiche requisite, rullini e memorie spariti, lui a marcire nel carcere di Tora, tristemente noto per la sua durezza, alla periferia sud della capitale. Da allora il suo processo è stato rinviato oltre cinquanta volte, fino al settembre scorso, quando è arrivata la sentenza: cinque anni, da scontare in regime di semilibertà. Dopo un'appendice di altri sette mesi di carcere, come pegno per i danni provocati dai manifestanti nel 2013, il 4 marzo è arrivata la libertà parziale.
Giulio è morto mentre Shawkan (il re dello show) scontava la pena, ma l'eco mediatica della tragedia di Regeni è arrivata fino alla sua cella: "Certo, ho saputo della sua morte all'epoca, in carcere non si è parlato d'altro per giorni. Un giovane non deve morire così, ammazzato perché stava facendo il suo lavoro. Oltre che criminale è stato un atto stupido, ma vivere in Egitto ormai è diventato un inferno. Mi dispiace davvero per lui e per la sua famiglia, sono loro vicino".
La voce di Shawkan è profonda, ma segnata per sempre, come segnata è la sua vita futura. In fondo lui ha riavuto indietro la libertà, ma solo a mezzo servizio: "Ogni pomeriggio, alle 6 e per i prossimi cinque anni, dovrò rientrare nella stazione di polizia nel quartiere di Giza e lì passare la notte, fino alle 6 del mattino successivo. Questa non è libertà. Non posso trovarmi un lavoro effettivo, non posso uscire dal Paese e il continuo distacco dalla mia famiglia a ferirmi".
Da giovane spensierato e amante della fotografia e dell'azione a un uomo quasi maturo, cresciuto troppo in fretta dentro una prigione, additato come terrorista e considerato un membro dei Fratelli Musulmani, alla stregua dell'ex presidente, Mohamed Morsi (salito al potere dopo le elezioni del 2012, le prime dopo la rivolta di piazza Tahrir e della Primavera Araba egiziana, una volta finito il lungo regno di Hosni Mubarak), recluso nella stessa prigione: "Io non ho mai fatto politica nella mia vita e non intendo iniziare adesso - precisa Mahmoud Abu Zeid -. Adesso davanti ho solo l'obiettivo di tornare a fare il fotoreporter, ma qui in Egitto è impossibile. Vorrei lasciare il mio Paese, anche se lo amo, per migliorare la mia abilità tecnica, occuparmi delle mie passioni, la fotografia, il giornalismo. Purtroppo sono incatenato qui al Cairo, almeno per altri cinque anni. A proposito di giornalisti, vorrei ringraziare tutti voi per il sostegno arrivato a me e alla mia famiglia durante questi anni".
Sono le 5 del pomeriggio ed è tempo di prepararsi per rientrare nella prigione a tempo. Sua madre, Zeda, prepara le ultime sue cose per la sera. Presto lui, suo padre, Abdel Shakur, e suo fratello maggiore Mohamed, archeologo, si avvieranno verso la stazione di polizia. L'umore non è dei migliori, non può esserlo, così come non è delle migliori la sua salute: "Quasi sei anni in quel buco non sono facili da superare. Ci sono stati tempi durissimi, ho superato malattie, ho perso peso. Adesso, fuori, seppure in regime di semilibertà, le cose non vanno molto meglio. Fisicamente sono esausto, a livello psicologico è in corso un deterioramento, mi sento giù, la depressione non mi abbandona. Sento addosso una debolezza generale mai provata prima. Mi sto lentamente perdendo, provo a resistere, provo a sopravvivere. Ecco come sto, non credo tornerò ad essere mai più quello di prima, prima dell'arresto".
Un sesto della sua vita Shawkan l'ha vissuto all'interno di una prigione, difficile non tornare al ricordo di quell'esperienza terribile: "Non riesco a descrivere appieno l'inferno che ho vissuto lì dentro. È un luogo di oscurità umana e sociale, dove si perdono le speranze, i sogni. Il problema è che devi scendere a patti con questa situazione, non ci sono alternative, scappatoie, devi solo sopravvivere. Stare lì dentro, giorno dopo giorno è stato durissimo, un incubo infinito perché non riuscivo a capire il motivo per cui mi avessero chiuso lì dentro, cosa c'entrassi io con la politica. Nei momenti di crisi continuavo a dirmi "resisti" e così ho fatto, così ho resistito fino all'ultimo. Ora però, tutte questi traumi vissuti là dentro me li sto portando dietro nella vita fuori da Tora. Quando sono entrato in carcere, nell'agosto del 2013 stavo bene, ero una persona normale, adesso non è più così, non sono più così forte. Il tempo passa e passerà e io devo tenere duro e andare avanti. Una cosa è certa, il carcere mi ha cambiato, non credo in meglio".
- Libia. Così si vive e si muore sotto le bombe di Tripoli
- Guaidó, svolta fallita. E nel Venezuela non si vede il finale
- Afghanistan. Uccisa sulla soglia di casa l'attivista per il divorzio Mina Mangal
- Letteratura d'evasione al Salone del Libro, così scrivono i detenuti
- Sul garantismo si reggono le democrazie evolute









