La Nazione, 3 aprile 2015
"L'introduzione del reato di omicidio stradale è una battaglia di grande civiltà sulla quale il governo ha messo la faccia. Stia tranquillo che la condurremmo in porto il testo nei tempi previsti. Ritardare sarebbe un danno per tutti".
Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia, non ha dubbi: se si vuole creare un deterrente efficace allo spaventoso fenomeno delle vittime della strada, occorre cambiare le norme sul tema e farlo al più presto.
"Vede - racconta alla Nazione che si è fatta promotrice di questa campagna di sensibilizzazione - oggi il nostro codice per la guida in stato di ebbrezza o dopo l'assunzione di droghe prevede già pene severe che vanno da un minimo di 3 anni a un massimo di 10".
Però...
"Però, fra attenuanti e cavilli raramente chi uccide al volante va in carcere. Per questo stiamo spingendo per introdurre nel codice l'omicidio stradale che, in quanto reato autonomo, non solo farà da deterrente ma non potrà più essere oggetto del bilanciamento con altre attenuanti".
E poi cosa chiedete?
"Chiediamo di inasprire le pene minime per questo tipo di reato".
Perché?
"Perché nell'applicarle il giudice parte spesso dal basso, cosicché, per effetto delle attenuanti generiche o di altro, fin qui la pena è venuta spesso a mancare. Vogliamo cambiare le cose sul serio".
Nel testo l'omicidio stradale è rimasto un reato colposo...
"Ed è un bene che sia così. Se lo stabilissimo doloso, dovremmo introdurre dei criteri probatori molto complessi. Stabilire il dolo, insomma, diverrebbe più difficile, con il rischio di ottenere l'effetto opposto".
Una legge del genere può incontrare problemi con l'Europa?
"Io non vedo problemi. Alcuni Paesi hanno già normative molto più severe delle nostre, il testo reggerà tranquillamente all'impatto. Anzi: noi dovremmo guardare di più all'Europa".
In che senso?
"Nel senso che dovremmo guardare all'Europa anche per quanto riguarda prevenzione. Noi in un anno facciamo un milione e 400 mila controlli sulla strada, la Francia ne fa 6 milioni. Dovremmo aumentarli per forza anche noi".
Riassumendo, qual è la sua ricetta per fermare la strage degli innocenti sulle strade?
"Introdurre l'omicidio stradale come reato e l'ergastolo della patente; alzare le pene minime sulla materia; punire penalmente anche altri condotte gravi come l'alta velocità nei pressi delle scuole; dare vita a una grande campagna di sensibilizzazione: solo sapendo a cosa si va incontro ci si può salvare".
di Maurizio Fontana
Osservatore Romano, 3 aprile 2015
"Il Giovedì santo di Papa Francesco a Rebibbia sarà importante per i detenuti, ma forse ancora di più per chi è fuori". Sorride don Pier Sandro Spriano, cappellano del carcere romano, consapevole dell'affermazione un po' spiazzante. Dietro l'apparente paradosso si nasconde quello che per lui è l'aspetto più importante della messa "in coena Domini" che il Pontefice celebra nel pomeriggio di giovedì 2 aprile. "I cristiani - spiega al nostro giornale - non hanno ancora compreso che anche all'interno del carcere c'è una Chiesa. Non una chiesa di mattoni, ma una Chiesa di uomini e donne, che prega, celebra, riflette, ascolta la parola di Dio e vorrebbe annunciare all'esterno il concetto di giustizia che esprime il Vangelo".
Non l'"occhio per occhio, dente per dente" al quale si fa riferimento nel mondo comune. Invece "la giustizia del Vangelo pensa a punire se è necessario, ma nel contempo anche a salvare il colpevole". Venticinque anni (su cinquanta di sacerdozio) di servizio pastorale all'interno del carcere hanno consolidato in lui una convinzione: "Se oltre a punire chi commette un reato, io non lo curo, questa persona tornerà a delinquere più di prima".
Per questo spera che da questa celebrazione emerga un "segnale forte per dire che il reato, il male, non annulla la possibilità di essere cristiani, ma nemmeno annulla la possibilità di essere annunciatori di una giustizia nuova, così come la predica il Vangelo".
E il primo scopo della giustizia evangelica è quello di "ricomporre", di "ricostruire" la persona. Proprio a questo si dedica il gruppo guidato da don Spriano: quattro cappellani ufficiali, tredici preti volontari, ventidue seminaristi e un centinaio di volontari della Caritas (sono quelli del Vic, Volontari in carcere, fondato dallo stesso cappellano).
Ai detenuti viene proposto un cammino celebrativo di preghiera e di catechesi: si pensi che in carcere c'è una partecipazione alla messa del trenta per cento. Quello dei volontari cattolici è un lavoro prezioso nella complessa realtà di Rebibbia: quattro istituti penitenziari, tre maschili e uno femminile, circa 1.900 uomini e 350 donne, il 36 per cento dei detenuti è straniero (da un'ottantina di Paesi). Sono più di quanti il carcere potrebbe accogliere, ma secondo il cappellano il sovraffollamento non è il primo dei problemi.
Quello vero è che ci si accontenta di seguire solo il dettato della Costituzione, che impone, per un certo tempo, di allontanare dalla società chi ha commesso dei reati. Ma per il recupero delle persone, il carcere fa poco. Ecco allora che diventa fondamentale la presenza della Chiesa. "Noi - ci spiega - riusciamo a confrontarci con la singola persona affinché questa possa essere, come dice la legge, stimolata a rivedere il suo passato deviante".
In questo i volontari sono aiutati anche dal fatto di non avere obblighi istituzionali: non partecipano ai consigli di disciplina, non danno giudizi al magistrato. I detenuti lo sanno. E trovano in loro un appiglio, la possibilità di una speranza. Parte allora il dialogo. A volte si avviano conversioni. Si tenta di ricucire, di ricomporre i cocci. La realtà del carcere, sembra quasi banale ricordarlo, è devastante per la persona. Don Spriano entra un po' nel dettaglio: "Qui si vive in un impianto che non è fatto per riconciliare.
È fatto per punire. Violenze gratuite, rapporti disciplinari, il dover stare chiusi e non poter decidere niente per conto proprio, il sovraffollamento che crea la fatica del convivere". Su tutto domina la solitudine. Le carceri sono stracolme, le celle accolgono molti più detenuti di quanto dovrebbero, ma in questo affollamento "la solitudine è uno dei problemi fondamentali del carcerato". Proprio pochi giorni fa, a Rebibbia un detenuto si è suicidato.
"I suicidi in carcere - spiega il sacerdote - dipendono dalla condizione spirituale della persona. A volte ci sono problemi psichici, a volte non si regge la frattura di aver perso la famiglia, o il colpo di una condanna all'ergastolo. Ci sono delle condizioni che il carcere esaspera proprio per la solitudine in cui si vive. Qui nessuno riesce a impostare veri rapporti amicali. Ci può essere aiuto reciproco, cameratismo, ma fondamentalmente si è portati a badare al proprio interesse, alla sopravvivenza".
E se si pensa alle famiglie la realtà è altrettanto triste: "La maggioranza si perde. Mancano i contatti, manca un rapporto costante: ci sono solo quattro ore al mese di colloqui. Durante i quali non puoi dare neanche una carezza a tua moglie. Tutto questo è molto difficile da sostenere". Eppure, ci dice ancora il cappellano, per accordare i benefici di legge ai detenuti, la cosa più importante che viene valutata è proprio il loro rapporto con la famiglia. La constatazione di don Pier Sandro è amara: in questo sistema, a chi commette un reato non si infligge solo la pena prevista della privazione della libertà, ma, in maniera del tutto gratuita, "vengono tolti anche altri diritti fondamentali come quelli all'affettività, alla privacy, o quello alla salute". Quella sanitaria - p u re in un carcere come Rebibbia considerato dagli stessi reclusi "a sei stelle" - è infatti un'emergenza assoluta.
"Tante volte noi volontari - ci rivela il cappellano - dobbiamo comprare medicinali salvavita che la Asl non riesce a garantire". E continua: "La quantità di infarti di persone giovani deriva chiaramente dalla mancanza di movimento. Senza contare che la forzata convivenza con troppi favorisce la diffusione di malattie come la tubercolosi o la scabbia". E all'igiene spesso devono provvedere i volontari: si pensi, ci dice il sacerdote, "che ogni detenuto avrebbe diritto a un rotolo di carta igienica ogni due mesi".
Tutto questo "fa perdere non solo il gusto del vivere, ma anche i valori". Don Spriano tiene a specificare di non volere colpevolizzare i responsabili e il personale delle carceri italiane: non mancano persone meritevoli e lodevoli. Il punto è un altro: "È l'intero sistema carcerario che, così come è impostato, è fallimentare". Ma anche fuori dal carcere la mentalità non sembra essere differente: "Fuori l'ex detenuto è detenuto per sempre.
Non ti si apre più nessuna porta. La società è diffidente al massimo e ti costringe in un angolo, anche se hai voglia di ricominciare". Ecco allora più chiaro l'apparente paradosso con cui don Spriano ha iniziato il nostro colloquio: questa messa celebrata a Rebibbia servirà sicuramente ai detenuti come segno di speranza, ma probabilmente, conclude il cappellano, "sarà più utile fuori da queste mura, a chi sta al di là delle sbarre".
di Nicola Biondo
Il Fatto Quotidiano, 3 aprile 2015
Si chiama "Convenzione". È un testo di sei pagine con 10 punti, siglato nel 2010 e rivelato nel 2014 in Commissione Antimafia. Il suo obiettivo è lo "scambio di informazioni anche contenute negli archivi" tra l'amministrazione penitenziarie e l'Aisi. Un accordo che esclude la magistratura, tenuta all'oscuro da ogni attività degli 007 che acquistano maggiore potere per entrare nelle celle rispetto a quello concesso dall'accordo siglato da Mori
Il titolo è di basso profilo, in pieno stile burocratese: "Convenzione". Un testo di appena sei pagine composto da 10 punti. La sua missione è semplice: "Scambio di informazioni anche contenute negli archivi" tra l'amministrazione delle carceri (Dap) e il Servizio segreto civile (Aisi).
In realtà si tratta di un passe-partout universale che consegna agli 007 le chiavi di un enorme patrimonio informativo senza alcun limite e controllo. Un accordo così riservato ed esclusivo che esclude la magistratura inquirente che va tenuta all'oscuro da ogni attività dei Servizi nelle carceri. Un protocollo riservato applicato tra i primi ad un boss di mafia testimone nel processo di Palermo sulla Trattativa.
Ad avere siglato la Convezione sono stati il generale Giorgio Piccirillo - ex direttore dell'Aisi - e Franco Ionta, ex numero uno del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Era il 10 giugno 2010.
Ecco l'incipit dell'accordo: "Le parti si impegnano a realizzare un costante scambio informativo per lo svolgimento, in collaborazione, di attività istituzionali dei contraenti nonché per favorire la ricerca informativa nei settori di competenza e lo scambio delle informazioni in proprio possesso...".
La base giuridica a cui la "Convenzione" fa riferimento è la legge di riforma dei servizi del 2007. E fin qui tutto bene. Ma è il punto "8" che disegna un regime di assoluta esclusività di questo accordo. "Ciascuna delle parti si impegna a non trasmettere a terzi né a divulgare le informazioni e i documenti di cui sopra senza il preventivo consenso dell'altra parte". È un diritto di veto che tutela soprattutto i Servizi, obliterando quelle informazioni agli occhi della magistratura o di una commissione parlamentare, lasciandoli all'oscuro su quello che succede nelle carceri e sul flusso informativo che da lì parte.
L'accordo Dap-Aisi viene rivelato nel gennaio 2014 in Commissione Antimafia nell'ambito di un'inchiesta sulla tenuta del 41bis. A farne cenno fu l'allora direttore delle carceri Giovanni Tamburino che tentò di farsi scudo del punto 8 della Convenzione, ingaggiando con la Presidente Rosy Bindi un vero e proprio duello.
Presidente: "Vorremmo averne una copia".
Tamburino: "Attore della convenzione non è solo il dipartimento, ma anche l'Aisi".
Presidente: "Lo chiederemo anche all'Aisi la prossima settimana, ma credo sia già importante acquisire la sua disponibilità, che peraltro non ci può essere negata".
Tamburino: "Non devo offrire nessuna disponibilità, che non può essere negata. Dicevo solo che, essendo la controparte pubblica l'Aisi...".
Presidente: "...ritiene che sia scontato che l'avremo. La ringraziamo."
Ma a quali detenuti è stata "applicata" la "Convenzione"? Secondo Tamburino non più di sei aggiungendo che "nessuno di questi casi potesse riguardare casi di eversione interna o di criminalità organizzata interna". Ma le cose sono andate diversamente. Secondo le indagini della Procura di Palermo - nell'ambito della trattativa Stato-Mafia - l'Aisi sulla base della "Convenzione" ha attenzionato nel 2012 Rosario Cattafi, boss al 41bis, trait d'union tra mafia, imprenditori e pezzi dello Stato. Prima che Cattafi riuscisse a parlare con i magistrati, diventando testimone nel processo Trattativa, l'Aisi - applicando la Convenzione - ha "anticipato" le indagini della Procura palermitana inoltrando una richiesta al Dap per conoscere la situazione carceraria del boss, le persone con cui parla, i colloqui ottenuti da detenuto. Il perché rimane un mistero: a cosa potevano servire quelle informazioni? Quella richiesta sarà definita dallo stesso Tamburino irrituale e inspiegabile nell'interrogatorio reso ai pm di Palermo. Il caso di Cattafi è rimasto l'unico?
Chi indaga sottolinea la precisa sovrapposizione tra la convezione e "l'operazione Farfalla", una joint venture tra il Dap e il Sisde - sotto la direzione di Mario Mori - datata 2004, sulla quale si sono appuntate le critiche (assai timide) del Copasir, l'organismo parlamentare di controllo dei servizi, con una relazione licenziata l'altro ieri. Anche in quel caso le penetrazioni non ortodosse degli 007 dovevano, come per la "Convenzione", essere blindate alla magistratura. Ma se l'"operazione Farfalla" che metteva sotto osservazione otto detenuti di mafia al 41bis a detta del Copasir "è stata costruita solo sulla base di conoscenze personali tra i rispettivi dirigenti e direttori degli enti e non sulla base di regole precise, concordate e codificate, risultando fallimentare", la "Convenzione" stabilizza quello che era l'obiettivo dell'"operazione Farfalla", entrare nelle carceri senza alcun limite.
Ma come avviene lo scambio di informazioni tra "barbe finte" e Dap? Il braccio operativo della Convezione è il Nic - nucleo investigativo centrale all'interno del Dap - che, secondo l'ex-direttore Tamburino, "dispone di una sala situazione... la convenzione prevede una collaborazione da parte di questa sala situazione con l'agenzia per sue esigenze di intelligence". Celle aperte agli 007 dunque con la Convezione targata Dap-Aisi. In barba, è il caso di dire, alla legge.
La Repubblica, 3 aprile 2015
Si è ucciso ieri mattina in cella, alle 10,30, facendo un cappio con asciugamano e lenzuolo e annodandolo alla sbarra della finestra. Luciano Biancotti, 50 anni, era in carcere a Opera da luglio del 2013: avrebbe dovuto scontare una pena fino al 2028 per l'omicidio preterintenzionale della fidanzata.
Ieri ha approfittato del momento in cui il suo compagno di cella si era assentato per il colloquio con la propria famiglia e quando è stato soccorso dal medico presente in reparto era ormai troppo tardi. Il detenuto aveva tentato il suicidio anche due anni fa, prima di essere arrestato.
"Estremamente problematico" ed ex alcolista, era stato immediatamente preso in carico dal servizio di psichiatria e psicologia del carcere, dove svolgeva attività lavorativa tra pulizie e consegna del vitto.
Il Comunicato del Sappe
L'uomo si è impiccato nella sua cella. Sarebbe tornato in libertà nel 2028. La denuncia da parte del sindacato di polizia penitenziaria: "È il secondo caso in pochi giorni". Nel carcere di Opera, in provincia di Milano, un detenuto italiano di cinquant'anni, condannato per maltrattamenti in famiglia e lesioni con fine prevista nel 2028, si è impiccato nella sua cella. A darne notizia è il Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria. "A nulla purtroppo è servito l'intervento degli agenti in servizio. E certo fa riflettere che sia il secondo suicidio in pochi giorni di un detenuto in un carcere italiano, dopo quello di Firenze Sollicciano domenica notte", commenta Donato Capece, segretario generale del Sappe.
Capece ricorda il pronunciamento del Comitato nazionale per la bioetica, che ha rimarcato come "il suicidio costituisce solo un aspetto di quella più ampia e complessa crisi di identità che il carcere determina, alterando i rapporti e le relazioni, disgregando le prospettive esistenziali, affievolendo progetti e speranze.
La via più netta e radicale per eliminare tutti questi disagi sarebbe quella di un ripensamento complessivo della funzione della pena e, al suo interno, del ruolo del carcere". "In un anno la popolazione detenuta in Italia è calata di poche migliaia di unità", avverte Capece. "Il 28 febbraio scorso erano presenti nelle celle 53.982 detenuti, l'anno prima erano 60.828.
La situazione nelle carceri italiane resta ad alta tensione: nel solo 2014 sono stati 933 i tentati suicidi di detenuti sventati dagli agenti. Ma ogni giorno, i poliziotti penitenziari in prima linea delle sezioni detentive - conclude - hanno a che fare in media con almeno 18 atti di autolesionismo da parte dei detenuti, tre tentati suicidi, dieci colluttazioni e tre ferimenti".
Redattore Sociale, 3 aprile 2015
Non cessano le polemiche sul trasferimento degli internati nel carcere di Solliccianino: "Si va di male in peggio. Dall'Opg si è passati al carcere-Opg".
Non cessano le polemiche sul trasferimento degli internati dell'Opg di Montelupo al carcere di Solliccianino, una struttura giudicata inadeguata da molti. A schierarsi contro questa decisione anche il coordinatore nazionale dei garante dei detenuti Franco Corleone, che firma una lettera per il comitato Stop Opg insieme a Stefano Cecconi e Giovanna Del Giudice. "Pessima soluzione - dicono i tre nella lettera - si va di male in peggio: dall'Opg al Carcere-Opg". E poi un riferimento anche alla Lombardia sull'Opg di Castiglione delle Stiviere, che "rimane aperto, con 160 posti tra cui vi saranno anche internati provenienti da altre regioni".
Ecco perché in questi casi, prosegue l'appello, "serve il commissariamento. Come abbiamo sempre sostenuto, è evidente che le Rems non sono la soluzione per superare gli Opg ma una loro prosecuzione. E, come nei casi toscano e lombardo, nemmeno sotto mentite spoglie. La mobilitazione continua".
Posizione simile sull'Opg di Montelupo da Psichiatria Democratica: "Al peggio non c'è fine. Se eravamo stati facili profeti nel denunciare, con largo anticipo, che il 31 marzo 2015 l'opg di Montelupo non avrebbe chiuso, nemmeno per gli internati toscani, non potevamo certo immaginare che, a due giorni dalla scadenza di legge, al termine di un grottesco "gioco dell'oca", la Giunta Regionale avrebbe deliberato di costituire la Rems a vigilanza rafforzata, presso il carcere Mario Gozzini di Firenze comunemente noto come Solliccianino perché limitrofo al più conosciuto e grande Sollicciano.
Tutte queste incertezze sono più che sufficienti per ribadire il giudizio negativo ripetutamente espresso da Psichiatria Democratica sulla incapacità della Regione Toscana di gestire, politicamente, una così importante scadenza di legge (e in tre anni avrebbe avuto tutto il tempo di farlo). Alla luce di questi fatti, come Psichiatria Democratica, respingiamo questa ipotesi di Rems auspicando che altrettanto faccia il Ministero provvedendo di conseguenza al commissariamento della Regione".
In struttura Volterra prima paziente da ex Opg
È stata inserita nella struttura residenziale Morel 3 di Volterra (Pisa) la prima paziente proveniente dall'Opg di Castiglione delle Stiviere (Mantova) dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. Lo rende noto l'Asl 5 di Pisa. Il Morel 3 è dedicato a trattamenti terapeutici riabilitativi destinati ad accogliere persone con disturbi psichici autori di reato per le quali è venuta meno la misura detentiva di custodia cautelare, pur permanendo la necessità di misure di sicurezza con saltuari controlli esterni da parte delle forze dell'ordine.
I posti letto sono 12, spiega l'Asl pisana, "e il tempo di degenza massimo è di 18 mesi più 6 che deve essere concordato con il dipartimento di salute mentale di riferimento, la struttura è gestita da personale che appartiene a più profili professionali che garantisce la presenza sulle 24 ore: la comunità fa parte a pieno titolo della rete di risorse sanitarie della Asl 5 di Pisa ed è dedicata ad accogliere persone residenti o autori di reato nel territorio delle aziende sanitaria dell'Area Vasta Nord-Ovest, in dimissione dall'ospedale psichiatrico giudiziario".
La Asl pisana sottolinea che i pazienti che "possono essere inseriti nella struttura volterrana si possono riassumere in tre tipologie: autori di reato dimissionabili dall'Opg di Montelupo Fiorentino, per cui è venuta meno la necessità della misura detentiva, pur permanendo la necessità di misure giudiziarie di tutela; pazienti dimissionabili dalle Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza (Rems), per i quali sia venuta meno la necessità della misura detentiva, pur permanendo l'applicazione di misure di sicurezza e autori di reato provenienti dal territorio, per i quali l'autorità giudiziaria dispone l'invio in struttura per trattamenti riabilitativi con misure di libertà vigilata attenuata in alternativa al carcere o alla Rems".
di Ylenia Cecchetti
La Nazione, 3 aprile 2015
Una foto dell'interno dell'opg di Montelupo che avrebbe dovuto chiudere oggi, ma invece resterà aperto per ancora non si sa quanto Una foto dell'interno dell'Opg di Montelupo che avrebbe dovuto chiudere oggi, ma invece resterà aperto per ancora non si sa quanto.
All'indomani ella chiusura stabilita su carta ma non nei fatti, è ancora buio sul fronte Opg. La Regione ha deciso dove sistemare gli ospiti dell'Ambrogiana rendendo nota all'ultimo tuffo la lista dei luoghi che ospiteranno i 49 internati toscani. Ma la maggior parte delle strutture, come la Rems che dovrebbe essere attivata all'Istituto Mario Gozzini di Sollicciano per 22 non dimissibili, devono essere riadeguate. La data effettiva della chiusura, quindi, è difficile da stabilire.
La fase di smantellamento per quanto riguarda l'Opg di viale Umberto I sarà lunga e graduale. Ci sarà ancora da aspettare (e chissà quanto) perché la villa venga restituita ai cittadini; ci vogliono almeno 70mila euro e un progetto appetibile per il recupero dell'immobile in grado di attirare qualche buon investitore. Dalla direzione dell'Opg cala il silenzio mentre dall'amministrazione comunale montelupina si apprende che il 15 maggio in un consiglio straordinario l'attenzione sarà tutta per il futuro della struttura. Si vede la fine dell'opg, insomma, ma non la fine delle polemiche che infuriano soprattutto sulla scelta della Rems ricaduta su Solliccianino.
A Montelupo per ribadire la sua posizione è arrivato ieri mattina il parlamentare di Fratelli d'Italia-An, Achille Totaro.
"La questione Solliccianino è vergognosa - ha dichiarato l'onorevole in accordo con il consigliere comunale di Montelupo Federico Pavese, Giuseppe Madia membro della commissione Villa Medicea ed Andrea Poggianti, presidente di Fratelli d'Italia-An dell'Empolese-Valdelsa - presenta molti rischi. Si tratta di una struttura nata per il reinserimento dei detenuti (ne ospita già 70 in regime di semilibertà che dovranno, non si sa come, convivere con i malati psichiatrici) dove il trasferimento dei 22 internati porterà sicuramente scompiglio e disagi per la sicurezza".
Non una soluzione adeguata, quindi. E nemmeno largamente condivisa. "Da un opg si passerebbe ad una struttura carceraria che tutto è tranne che una Rems. Se la scelta sarà quella che si prospetta anche il personale penitenziario dovrà essere posto in mobilità. Si creeranno licenziamenti per tutto l'indotto privato che ruota intorno all'Opg. Oltre allo spreco di denaro, visto che poteva essere convertito l'Opg montelupino (recentemente restaurato con tutti gli standard sanitari e non penitenziari) in Rems, si assiste anche ad un concreto disagio di tutto il personale sanitario ed infermieristico. Professionisti la cui sorte lavorativa ancora oggi è in un limbo assurdo".
Adnkronos, 3 aprile 2015
I cittadini non devono temere l'era post-Opg. È la rassicurazione di Andrea Pinotti, direttore di quello che oggi si chiama Sistema polimodulare di Rems provvisorie di Castiglione delle Stiviere (Mantova), ex ospedale psichiatrico giudiziario. "Il nuovo modello - spiega oggi in una nota - non deve allarmare la popolazione lombarda, che non è in pericolo. Continueremo a lavorare nella sicurezza delle persone e dell'ambiente, garantendo la dimissione degli autori di reato solo nel momento in cui il rischio di recidiva è diminuito in modo significativo o ormai assente".
Questi i piani per la nuova fase che si è aperta sulla carta da due giorni, dopo che il 31 marzo è scaduta l'ultima proroga concessa alle Regioni per organizzarsi in vista del superamento degli Opg. A Castiglione sono in arrivo 57 nuove assunzioni. La Regione Lombardia ha dato il via libera al reclutamento di 39 infermieri, 7 psichiatri, 7 psicologi e 4 fra educatori e tecnici della riabilitazione. E intanto domani cominciano i primi trasferimenti di pazienti di altre regioni: 12 persone, destinate alle strutture del Lazio e dell'Emilia Romagna. Castiglione è al lavoro per strutturare le 8 Rems temporanee che saranno ospitate nell'ex Opg. Rems che diventeranno 6 a transizione compiuta, per un numero complessivo di 120 pazienti, ricorda la struttura in una nota. Le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, realtà da 20 posti letto affidate alle singole Regioni, concepite allo scopo di riportare i servizi psichiatrici e il territorio al centro dell'intervento terapeutico, cercando misure alternative all'internamento, cambiano gli scenari, sottolinea Pinotti: "Con la nuova normativa cambia il ruolo di questa struttura, non più punto di arrivo ma tappa di transito per il trattamento territoriale.
L'obiettivo principale è offrire la migliore risposta terapeutica per riportare il paziente sul territorio in condizioni adeguate. Stiamo intervenendo sugli operatori, per uniformare le modalità di presa in carico all'interno del centro e all'esterno, così da evitare un distacco e mantenere, al contempo, la specificità del trattamento psichiatrico forense, riconosciuta come eccellenza a livello internazionale".
Le Rems sono inserite in un complesso unico ('Balloon Model') con la suddivisione in alta, media e bassa intensità, che va dall'accoglienza-diagnosi-acuzie (alta), allo specifico trattamento rispetto alla patologia (media), fino al ritorno sul territorio, passando eventualmente attraverso la comunità esterna (bassa). Questo percorso viene coniugato con un'offerta riabilitativa. Il progetto, assicurano da Castiglione, deriva dalle più rilevanti esperienze internazionali. L'Opg che ha operato nella cittadina lombarda, ricordano dal centro, è sempre stato considerato come "riferimento assistenziale e terapeutico-riabilitativo".
La struttura mantovana è stata l'unica a gestione esclusivamente sanitaria, con caratteristiche alberghiere e di assistenza ospedaliere, assenza di guardie carcerarie e celle. I punti su cui hanno lavorato qui, spiegano i responsabili, sono: impostazione comunitaria dell'organizzazione ed elevato impegno terapeutico-riabilitativo offerto da medici psichiatri, psicologi, infermieri, oss, educatori, assistenti sociali, insegnanti di educazione fisica, oltre a varie figure di supporto (dagli autisti, ai portinai e così via). La struttura, si legge nella nota, "è immersa nel verde con ampi spazi aperti, piscina, campo da tennis-pallavolo, campo da calcetto. Si svolgono attività ludiche e lavorative remunerate - gestione del verde, piccola manutenzione, falegnameria, stamperia, sartoria - culturali e scolastiche".
di Francesco Romani
Gazzetta di Mantova, 3 aprile 2015
Dall'altro ieri via alle prime "Residenze" provvisorie, quelle definitive fra anni. Il direttore Pinotti: "Restiamo polo europeo per la psichiatria forense". La targa all'ingresso è stata cambiata in tutta fretta ieri mattina. L'indicazione Ospedale psichiatrico giudiziario finisce nel dimenticatoio, superata per legge dalle Rems, residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza. Un lunga formula per dire che da oggi in avanti "l'orrore" dei manicomi criminali è un brutto ricordo del passato.
Ma se il cambio negli altri Opg italiani sarà una rivoluzione, a Castiglione è per ora un ritocco di facciata, visto che le caratteristiche ospedaliere che la legge impone a tutti da ora in avanti qui sono una realtà consolidata che affonda le radici addirittura nel 1939, quando sorse su questa salubre collinetta a nord del centro e che guarda al Garda un 'Manicomio per malati tisicì.
Cinque anni dopo entrò la prima donna, Felicia, che aveva ucciso il marito in preda alla depressione. Queste due radici, impostazione ospedaliera e reparto femminile, hanno costituito da sempre le due peculiarità uniche in Italia dell'Opg castiglionese.
Di nuove Rems, piccoli padiglioni da 20 posti, qui ne nasceranno sei nei prossimi anni per ospitare i lombardi malati di mente ed autori di reato. Il progetto lo sta curando Infrastrutture Lombarde per conto della Regione. Tempo dai due ai tre anni. Nel frattempo la modalità di gestione sarà provvisoria. Nel senso che oltre ai 120 degenti previsti nelle sei Rems, oggi vi sono altri 100 ospiti "parcheggiati" a Castiglione perché le altre Regioni non sono pronte ad accoglierli. Una quarantina sono piemontesi, altrettante le donne di ogni regione. Proprio per seguire queste persone in più, la Regione bandirà nelle prossime settimane una gara per assumere 67 persone a tempo determinato: 39 infermieri, 7 psichiatri, 7 psicologi e 4 educatori.
"Non potremo partire con le nuove Rems sino a che dovremo destinare gli spazi per accogliere le persone da fuori regione - spiega il direttore dell'Opg, il dottor Andrea Pinotti - . Ma quando sarà pronto, il progetto prevedrà quattro padiglioni dove oggi sorge l'attuale sezione femminile e due in quella maschile. Il cantiere avverrà in due tempi in modo da consentire il dislocamento in tutta sicurezza degli ospiti man mano che procederanno i lavori".
I problemi aperti restano tanti. A partire dal fatto che i tribunali continuano ad inviare negli ex Opg persone alle quali, dopo una prima perizia psichiatrica, viene imposta una misura di sicurezza provvisoria. "Per questo da noi il turn over è alto - prosegue Pinotti -. Ma questo è un fatto positivo perché qui i pazienti psichiatrici autori di reato devono solo passare in transito, per ricevere cure specifiche adeguate. E per questo le dimissioni non devono fare paura perché il miglioramento della situazione psichiatrica va di pari passo con la diminuzione della pericolosità sociale, cioè la tendenza a ripetere reati".
Non per nulla Castiglione è già oggi punto di riferimento per la psichiatria forense in Italia ed in Europa. E in questo senso Pinotti lancia una sorta di allarme: "Sino a pochi decenni fa le malattie psichiche erano di più facile catalogazione. Si trattava di psicosi come schizofrenia, depressione, maniacalità. Ma oggi tutto è cambiato e vediamo sempre più forme nuove come ragazzi giovani o giovanissimi, con marcati disturbi della personalità che sono antisociali, o narcisisti, o istrionici. Situazioni border line che sempre più da un lato devono raccordarsi con la psichiatria del territorio e dall'altro richiedono un aggiornamento degli operatori, cosa che da tempo stiamo facendo Perché le Rems non saranno punti di arrivo, ma di transito di persone che i servizi psichiatrici del territorio seguiranno prima e dopo".
di Daniele Ferro
www.ossigeno.info, 3 aprile 2015
L'ha deciso il direttore del penitenziario. La giornalista responsabile del periodico: "La mia autonomia infastidiva". Solidarietà da Fnsi. Il Garante: "Grave lesione".
Il direttore del carcere di Piacenza "Le Novate", Caterina Zurlo, ha sospeso il laboratorio di giornalismo che la giornalista Carla Chiappini coordinava all'interno del penitenziario. Di conseguenza, dopo undici anni di pubblicazione, il periodico Sosta Forzata non esce più nelle edicole della città. La decisione è stata comunicata alla giornalista agli inizi di gennaio, dopo che lei stessa, preoccupata da alcune indiscrezioni, aveva chiesto chiarimenti. Alla base del provvedimento ci sono contrasti tra il direttore Zurlo e la giornalista. "Da parte della direzione c'era la sensazione di una mia troppo forte autonomia - dice Chiappini a Ossigeno - ma io rivendico le decisioni sui contenuti del giornale, che in undici anni non mi sono mai stati contestati da nessuno. Così si limita la libertà dei detenuti, che attraverso il giornale avevano un canale di dialogo con l'esterno".
L'Associazione stampa dell'Emilia-Romagna e la Fnsi hanno espresso solidarietà a Chiappini, definendo la sospensione di Sosta Forzata "improvvisa e immotivata". Il Garante dei detenuti di Piacenza ha detto che il provvedimento è una "grave lesione del diritto di espressione".
Carla Chiappini è una giornalista pubblicista, componente di disciplina dell'Ordine dei giornalisti dell'Emilia-Romagna, di cui è stata vicepresidente. Da sempre lavora nell'ufficio stampa del Centro di servizio per il volontariato di Piacenza. Nel 2001 inizia a tenere un laboratorio in carcere (il penitenziario più problematico dell'Emilia-Romagna, come spiegato dall'agenzia Redattore Sociale): due anni dopo esce il primo numero di Sosta Forzata, il giornale dei detenuti che viene pubblicato, tre o quattro volte l'anno, in allegato al periodico della diocesi Il nuovo giornale. Grazie a questa collaborazione, Sosta Forzata ha una tiratura di 4.500 copie e si trova nelle edicole della città.
Il periodico viene registrato come testata giornalistica nel 2006 e Chiappini ne diventa direttore responsabile. Grazie al giornale, circa venti detenuti hanno l'opportunità di riflettere sulla propria vita, raccontandola all'esterno.
L'ultimo numero di Sosta Forzata esce nel dicembre scorso. A fine mese, Chiappini viene a sapere che il giornale probabilmente sarà sospeso, così, agli inizi del nuovo anno, scrive alla direzione del carcere e ottiene la conferma. Le ragioni del provvedimento, ufficialmente, rimangono sconosciute, ma la responsabile del carcere Zurlo, al quotidiano locale Libertà, dichiara che "un direttore di istituto per legge ha compiti di controllo e coordinamento [...] anche a salvaguardia delle esigenze di sicurezza interna e sociale". Interpellata da Ossigeno, la direzione del carcere ha preferito non fornire ulteriori spiegazioni.
"I rapporti tra me e Zurlo - precisa Chiappini - sono sempre stati corretti, ma certo non idilliaci. Non comprendo comunque il provvedimento di sospensione, perché io ho accettato sempre che fosse la direzione del carcere a scegliere quali detenuti potessero scrivere per Sosta Forzata, mentre in altri istituti dove c'è un giornale è chi gestisce il laboratorio a scegliere le persone, all'interno di una rosa di nomi presentata dalla direzione".
"Riteniamo inaccettabile sospendere una redazione senza motivazioni", affermano l'Assostampa dell'Emilia-Romagna e la Fnsi in un comunicato diffuso il 25 marzo, ricordando il valore della Carta di Milano, che disciplina la deontologia per i giornalisti per le notizie su carceri e detenuti. "Ci uniamo a chi ha richiesto ai rappresentanti del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria di convocare un incontro con le redazioni", prosegue il comunicato, facendo riferimento a un appello lanciato da Ristretti Orizzonti, redazione del carcere di Padova.
Il Garante dei detenuti di Piacenza, Alberto Gromi, in un'intervista al quotidiano Libertà, ha definito la sospensione di Sosta Forzata una "grave lesione del diritto di espressione dei detenuti", sottolineando che il lavoro per il giornale permetteva alle persone recluse "una riflessione sulla propria vita che li porta a prendere consapevolezza del proprio reato". Per questo il Garante ha auspicato "una mediazione" che possa far tornare Sosta Forzata in edicola.
Ansa, 3 aprile 2015
Cinque detenuti del carcere di Bologna faranno lavori socialmente utili nei servizi della Cultura del Comune grazie ad un accordo che dà corpo alla legge 94 del 2013 e ad un'intesa del 2012 tra Anci e Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Ma non si tratterà - come accade di solito in accordi di questo genere - di lavori di pulizia o manutenzione del verde: il primo dei cinque detenuti previsti dal protocollo lavorerà al riordino dell'archivio storico dell'assessorato. La casa circondariale di Bologna è da sempre all'avanguardia in attività per i detenuti.
Sui 720-730 presenti ad oggi, 250 fanno attività scolastica (21 universitaria), ben 130 lavorano: 110 nei lavori domestici (come pulizia e cucina dentro il carcere), 12 nella azienda fondata nel carcere dai colossi del packaging Gd, Ima e Marchesini Group per produrre pezzi destinati alle tre aziende, 4 nel laboratorio per il riciclaggio degli elettrodomestici, altri 4 nel laboratorio "Gomito a gomito" che produce abiti e borse.
Il detenuto scelto dal protocollo per i lavori socialmente utili uscirà in regime di lavoro esterno. L'intesa, per due anni ma rinnovabile, e l'impiego dovrebbe partire ad aprile, anche se la data esatta non è ancora stabilità poiché il provvedimento deve passare al vaglio del magistrato di sorveglianza. Il detenuto lavorerà due giorni a settimana, affiancato da una archivista che gli spiegherà le tecniche di catalogazione.
Acquisirà così una competenza che potrà reimpiegare dopo nel riordino dell'archivio del carcere, ha spiegato la direttrice Claudia Clementi. I colleghi che lo seguiranno potranno essere invece impiegati in altri settori dell'assessorato alla Cultura. "Le istituzioni hanno il dovere di impegnarsi per l'applicazione di accordi che permettono al nostro paese di avanzare in una direzione che ci chiede l'Europa", ha detto l'assessore alla Cultura Alberto Ronchi, che si augura che altri dipartimenti del Comune partecipino al protocollo.
Il riferimento è ovviamente al miglioramento delle condizioni detentive chiesto all'Italia, soprattutto dopo Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo dell'8 gennaio 2013. Grazie proprio alle misure deflattive della popolazione carceraria fatte dalla legislatore dopo la sentenza, a Bologna i detenuti sono scesi dal picco del 2013 di 1.200 detenuti ai 720-730 attuali, ma soprattutto si è invertita la proporzione tra persone in attesa di giudizio e definitivi, che ora solo circa il 60%.
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