Corriere Adriatico, 4 aprile 2015
Ieri mattina la deputata di Sinistra ecologia e libertà ha utilizzato le prerogative ispettive riconosciute ai parlamentari. "Dopo i recenti fatti di cronaca che hanno interessato la struttura - afferma la parlamentare fanese dopo la visita - ho voluto verificare personalmente le condizioni del carcere. Ho potuto constatare condizioni di detenzione generalmente buone, grazie all'impegno quotidiano e alla dedizione di dirigenti e agenti della polizia penitenziaria, tuttavia destano preoccupazione le condizioni di fatiscenza della struttura".
Diversi edifici della Casa circondariale presentano un evidente stato di degrado che rende particolarmente gravose le condizioni di detenzione, privando, allo stesso tempo, i detenuti di potenziali spazi da dedicare ad attività rieducative.
"La Casa circondariale è considerata un fiore all'occhiello del nostro sistema penitenziario - continua Ricciatti - soprattutto se paragonata ad altri Istituti. La sezione femminile, in particolare, è un esempio di gestione che dovrebbe essere replicato in altre strutture. Restano però alcune criticità sul piano della rieducazione della pena che trova diverse limitazioni nella scarsità di risorse economiche e di spazio".
"A Villa Fastiggi ci sono le condizioni per costruire un modello di detenzione che rispetti pienamente il dettato costituzionale in ordine alla funzione rieducativa della pena. Un tema troppo spesso trascurato a causa delle difficoltà di bilancio e di una cultura della pena intesa spesso in termini afflittivi. Intendo richiamare l'attenzione del ministro della Giustizia Orlando - ha concluso Ricciatti - per sollecitare un suo intervento affinché i passi fatti negli ultimi due anni verso un sistema di detenzione più giusto, possano rafforzarsi ed avvicinarci a standard di civiltà giuridica europei".
di Domenico Grillone
www.strill.it, 4 aprile 2015
"Se dovessimo paragonare il carcere ad un ospedale dovremmo dire allora che il carcere non cura. Anzi, per certi versi fa ammalare". Per Mario Nasone, già direttore dell'Uepe, l'Ufficio dell'esecuzione penale esterna del ministero della Giustizia, e presidente del Centro Comunitario Agape, il concetto di rieducazione è abbastanza riduttivo quando viene ricondotto alle semplici strutture penitenziarie, travolte dal problema del sovraffollamento e di mancanza di strutture adeguate.
Oltre a mille altri problemi tra cui l'incertezza della pena, la lentezza della giustizia italiana (oltre il 35% dei reclusi in attesa di una sentenza), ma anche la mancanza di opportunità di lavoro socialmente utili, il pilastro per un sistema penitenziario con l'obiettivo della reintegrazione nella società. Per tutto questo, ed altro ancora, più d'uno afferma che le carceri italiane sembrano destinate alla "reintegrazione nella criminalità", vista la tendenza recidiva di coloro che hanno scontato la pena.
Il caso di Santo Barreca, l'ergastolano che dopo 25 anni di carcere è stato ammesso al lavoro esterno e della cui storia si scrive a parte, per studiosi ed esperti sembra essere più un'eccezione che la regola, pur lodando la sua effettiva trasformazione in una persona totalmente diversa da quando varcò la soglia del carcere.
Ancor più perché proviene da un tipo di regime carcerario di alta sicurezza, quello che coinvolge detenuti con un alto spessore criminale e con sentenze definitive molto pesanti. Diversa è la posizione di tutte quelle persone condannate che scontano la pena fuori dal carcere, tecnicamente detta "esecuzione penale extra muraria" e che rientra nelle misure alternative alla detenzione vera e propria, quella dentro una cella, e che riguardano pene che mediamente non superano i quattro anni.
Con l'aiuto del presidente Nasone siamo andati a verificare i dati delle misure alternative dell'Ufficio dell'esecuzione penale esterna di Reggio Calabria riferiti all'anno scorso. Dati da cui emerge che 512 persone, di cui 61 tossicodipendenti, hanno ricevuto la misura alternativa al carcere dell'affidamento in prova.
Sul totale, 512, 414 persone provenivano dalla libertà, nel senso che dopo la condanna sono stati direttamente beneficiati della misura alternativa al carcere. La misura alternativa della detenzione domiciliare ha invece coinvolto 484 persone, di cui 265 dalla libertà. Ventisei, invece, i detenuti in semilibertà, provenienti ovviamente dalla detenzione.
"Sono pochi quelli che credono che il carcere possa essere un luogo che rieduchi - spiega Mario Nasone - non lo crede quasi nessuno. Però penso che, nonostante questo tipo di carcere, una persona può fare un cammino di cambiamento. Gli operatori penitenziari, nonostante le difficoltà, fanno di tutti per dare uno stimolo . È chiaro che ci sono carenze strutturali enormi, ci vorrebbero dei locali, laboratori e tutto quello che serve per rendere la vita più dignitosa, e gli operatori fanno miracoli perché cercano di sopperire a tutto questo con dei rapporti personali che in alcuni casi compensano le evidenti difficoltà strutturali.". Diverso è quando la detenzione è lunga. "In questo caso le cose diventano difficili perché la gente si stabilizza in negativo. Quando invece il carcere dura poco, usando poi le misure alternative, allora le cose possono cambiare, e mi riferisco ovviamente ai detenuti comuni".
Che le misure alternative al carcere funzionino lo dicono i numeri: solo al cinque per cento delle persone che hanno avuto questo tipo di beneficio sono state revocate le stesse misure. "Tutto questo - continua Nasone - permette il decongestionamento delle strutture penitenziarie. Se non ci fossero queste misure alternative il carcere scoppierebbe in maniera devastante".
Il problema vero, per Nasone, è la recidiva. Evitare, cioè, che le persone che escono dal carcere ci ritornino. Una sorta di "sliding doors" (porte girevoli) che rappresenta la sconfitta dello Stato. "Il problema non è tanto pensare ad un indulto o come decongestionare le carceri - evidenzia il presidente dell'Agape - ma piuttosto pensare a cosa fa lo Stato per evitare che le persone, uscendo dal carcere, non ricadano nel crimine. Perché lo Stato dovrebbe innanzitutto stimolare la persona ad accettare, a volere il cambiamento, e poi dovrebbe dare opportunità non solo dentro ma soprattutto fuori dal carcere".
Negli Stati Uniti, Francia e in Germania la metà dei condannati sconta la pena fuori dal carcere, lavorando in progetti di pubblica utilità, ovviamente quando si tratta di una pena breve. "In questo caso il giudice - dice ancora Nasone - già in sede di processo decide di far scontare la pena a tal modo. E questo serve ad evitare che entrino nel carcere persone che non dovrebbero entrarci perché, come diceva il cardinale Martini, nel carcere dovrebbero entrarci le persone davvero pericolose, quelli coinvolti in reati di mafia, trafficanti di droga e per reati gravi. Il resto della popolazione carceraria, i cosiddetti detenuti comuni, quelli che vengono dalle sacche dell'emarginazione e dalla povertà dovrebbero essere trattati fuori. E costerebbero allo Stato molto meno".
www.ragusah24.it, 4 aprile 2015
Il progetto si rivolge ai detenuti per reati contro la persona o rinchiusi in sezioni specializzate perché non accettati nemmeno dagli altri detenuti. Ciò comporta un maggiore isolamento e un rischio per l'incolumità personale perché sono maggiormente propensi al suicidio.
Dopo l'incontro del 25 novembre scorso, in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, l'associazione Donne a Sud è tornata, da marzo, nel carcere di Contrada Pendente a Ragusa, con un progetto rivolto proprio ai detenuti della sezione Sex Offender. Si chiama "Curare le emozioni" e terminerà il 7 maggio. La violenza sulle donne va combattuta con ogni mezzo a nostra disposizione.
Con le denunce delle vittime, in primis, ma anche con l'aiuto nei confronti di chi si è macchiato di reati su soggetti deboli (donne, bambini e disabili) affinché capisca la gravità inaudita di ciò che ha fatto e comprenda perché, una volta saldato il conto con la giustizia, non dovrà più adottare comportamenti recidivi.
Per raggiungere tale ambizioso obiettivo, la nostra associazione, in sinergia con il Rotary International di Ragusa, ha deciso di andare direttamente dove può entrare in contatto con i cosiddetti "sex offender", ossia in carcere, a Ragusa.
Dal 5 marzo, infatti, nella struttura penitenziaria di Contrada Pendente è partito il progetto "Curare le emozioni" che prevede, attraverso un ciclo di incontri con detenuti selezionati dall'Ufficio Educatori, non solo discussioni di gruppo centrate sulle difficoltà relazionali e l'espressione di emozioni e sentimenti, ma anche la possibilità, per questi uomini, di poter partecipare al laboratorio "Attività Espressiva", partendo dal concetto dell'arte come esperienza terapeutica.
Il progetto si rivolge, come detto, ai "sex offender", ossia a detenuti per reati contro la persona o rinchiusi in sezioni specializzate perché non accettati nemmeno dagli altri detenuti. Ciò comporta per loro un aumento dell'afflizione, un maggiore isolamento e un rischio per l'incolumità personale perché tali detenuti, sotto regime di attenta sorveglianza da parte degli agenti di polizia penitenziaria, sono maggiormente propensi al suicidio.
Il progetto "Curare le emozioni", elaborato dalla nostra psicologa, dr.ssa Deborah Giombarresi, e dalla nostra assistente sociale, dr.ssa Alessandra Cerro, prevede, oltre al confronto verbale, attività come l'ascolto di musica, la produzione di disegni e l'elaborazione di storie, al fine di incrementare, nei partecipanti, la percezione di sé come individui capace di esprimere emozioni non violente.
Fondamentale si sta rivelando la collaborazione con gli educatori ministeriali e con la polizia penitenziaria, che ringraziamo per l'accoglienza riservataci e che avevamo già avuto modo di apprezzare durante l'incontro del 25 novembre scorso. Un ringraziamento speciale va, inoltre, alla direttrice della struttura penitenziaria, dr.ssa Giovanna Maltese, e alla dr.ssa Rosetta Noto, responsabile per il reinserimento sociale della struttura penitenziaria. Il progetto si concluderà il 7 maggio.
www.torinotoday.it, 4 aprile 2015
Una nuova aggressione all'interno del carcere di Torino. Nella struttura "Lorusso e Cutugno" un agente della Settima sezione è stato colpito violentemente da un detenuto marocchino mentre era intento a svolgere il suo lavoro. È successo nella giornata di ieri intorno all'ora di pranzo.
"La situazione resta allarmante - tuona il segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, Donato Capece dopo l'ennesimo brutto episodio. Quanto accaduto è il culmine di una situazione che vede il penitenziario di Torino sommerso da tante problematiche. Eventi del genere sono purtroppo sempre più all'ordine del giorno e a rimetterci è sempre e solo il personale di Polizia Penitenziaria".
I dati del 2014 parlano chiaro: nelle carceri italiane ci sono state ben 1.609 colluttazioni e 444 ferimenti dal 1 gennaio al 30 giugno. "Sono anni che sollecitiamo di dotare le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria di strumenti di tutela efficaci - continua Capece -, come può essere proprio lo spray anti aggressione recentemente assegnato - in fase sperimentale - a Polizia di Stato e Carabinieri. Mi auguro che il Ministro della Giustizia Andrea Orlando, dopo il grave episodio di Torino, valuti positivamente questa nostra proposta e, quindi, assuma i provvedimenti conseguenti".
www.ilcittadinoonline.it, 4 aprile 2015
Lo chef di turno è la stellata Cristina Bowerman. Grandissimo appuntamento quello in programma venerdì 17 aprile al carcere di Volterra: a guidare i detenuti nella realizzazione della prossima Cena Galeotte sarà infatti la Stella Michelin Cristina Bowerman del ristorante Glass Hostaria di Roma. Originaria di Cerignola, in provincia di Foggia, dopo la laurea in Giurisprudenza Crisitna Bowerman lascia nel 1992 la Puglia per gli Stati Uniti, destinazione San Francisco: al coffee house Higher Ground matura la sua passione per la cucina, da sempre covata grazie soprattutto agli insegnamenti della mamma e della nonna.
Nel 1998 si trasferisce ad Austin, dove consegue la laurea in Culinary Arts avviando il suo personale percorso formativo mettendo a punto tecnica e disciplina, lavorando molto su pulizia e concentrazione dei sapori. Nel 2005 torna in Italia, approdando dopo una prima importante esperienza Al Convivio dei fratelli Troiani a Roma a Glass Hostaria, locale aperto da pochi anni nel cuore di Trastevere: qui Cristina comincia a proporre la sua cucina decisamente originale, frutto delle diverse esperienze all'estero, dei tanti viaggi personali e professionali, dei numerosi stage presso importanti ristoranti di tutto il mondo per apprendere e affinare tecniche e conoscenze nuove.
La consacrazione della stella Michelin nel 2010 e i numerosi altri riconoscimenti non placano la sua voglia di studiare, sperimentare e rischiare, dedicandosi ad esempio anche allo street food, che sia in chiave gourmet o on the road. Nel 2014 ha pubblicato il suo primo libro per Mondadori: Da Cerignola a San Francisco e ritorno - La mia vita di chef controcorrente. Cristina Bowerman è tra gli Chef Ambassador di Expo Milano 2015.
Ad accompagnare il menu saranno le etichette offerte dall'azienda Sant'Agnese di Piombino e dagli extra vergini della Montalbano Agricola di Lamporecchio. L'intero ricavo della serata sarà devoluto a sostegno della Caritas Firenze. Le Cene Galeotte sono possibili grazie all'intervento di Unicoop Firenze, che oltre a fornire le materie prime assume i detenuti retribuendoli regolarmente. Il progetto è realizzato con la collaborazione del Ministero della Giustizia, la direzione della Casa di Reclusione di Volterra, la supervisione artistica del giornalista Leonardo Romanelli. Un ruolo fondamentale è inoltre ricoperto dalla Fisar-Delegazione Storica di Volterra, che è partner del progetto e si occupa sia della selezione delle aziende vinicole, sia del servizio dei vini ai tavoli.
di Errico Novi
Il Garantista, 4 aprile 2015
La Segretaria Radicale pianta altra marijuana sul terrazzo: non la indagano per non far emergere lo scandalo della Fini-Giovanardi.
Perché arrestano i consumatori di hashish e con Rita Bernardini non lo fanno? "Ecco, perché non lo fanno? Perché vogliono continuare ad arrestare gli altri. Perché se finissi in galera anch'io, che coltivo cannabis e semino cinquanta piante di marijuana alla volta sul terrazzo di casa, verrebbe fuori l'ignobile condizione di chi sconta ancora le vecchie pene della Fini-Giovanardi". E verrebbe fuori la follia di carceri zeppe di persone trovate con un po' di hashish o un po' di marijuana.
E poiché lo Stato - l'autorità giudiziaria così come il governo - trova scomodo ammettere la propria follia, continua a fare finta di niente solo con la segretaria di Radicali italiani. L'ultimo episodio risale al primo aprile e non è uno scherzo. Sul suo terrazzo di casa, appunto, Bernardini procede alla semina di 50 piante di marijuana terapeutica. Lo fa con un "compagno di disobbedienza civile", Andrea Trisciuoglio, malato di sclerosi multipla.
Trisciuoglio ha a sua volta "precedenti", uguali e contrari a quelli dei pannelliani: il giorno prima della semina a casa Bernardini, è stato fermato dai carabinieri a Foggia, e si è visto sequestrare il suo medicinale a base di cannabis, il "Bedrocan". Di lui, che della marijuana ha bisogno per questioni mediche, se ne accorgono eccome. Comunque mercoledì la Bernardini e Trisciuoglio l'hanno "fatta grossa": "È stata una semina faticosa, ci sono voluti 500 chili di terra". Il tutto filmato da Radio radicale e disponibile sul sito. Flagranza di reato. Perché i carabinieri, magari quelli di Foggia, non vanno ad arrestare Bernardini e il suo complice, già noto ai (loro) uffici? E perché, e qui siamo al punto, non c'è un-pm-uno che iscriva Pannella, Bernardini, Arconti e tutti gli altri nel registro degli indagati?
"Ho sempre chiesto, per le mie ventennali disobbedienze civili sulla legalizzazione dei derivati della cannabis, di essere trattata come tutti quelli che sono quotidianamente arrestati e sottoposti a dure sanzioni amministrative". Tanto per essere chiari: in carcere ci sono ancora detenuti che, come spiega la segretaria di Radicali italiani, dovrebbero vedersi applicate le nuove pene edittali previste per i reati relativi al possesso di droghe leggere: da 2 a 6 anni. Sono in galera a farsi invece ancora gli anni della vecchia Fini-Giovanardi: 6 anni di minima e 20 di massima: "Una pena illegale: dovrebbero stare fuori, ma la maggior parte di loro non ha soldi per pagarsi l'avvocato che presenti l'istanza per ridimensionare l'esagerata pena prevista dalla famigerata legge".
Potrebbe pensarci il legislatore, come chiesto dalla Consulta. Ma il legislatore se ne frega. Se Bernardini finisse in galera lo scandalo scoppierebbe. Il suo caso potrebbe finalmente proiettare una luce sulla condizione di tutti quei detenuti che scontano appunto pene illegali. Pm ciechi, Renzi pure. Di questi tempi, questo governo, e questo premier, possono mai farsi dire che "hanno messo in libertà migliaia di piccoli spacciatori"?
Evidentemente Renzi ha troppo affetto per i sondaggi e una concessione del genere non la farà mai. Vinca l'urlo forcaiolo anche in questo caso. Eppure qualcosa il governo avrebbe l'obbligo di farla subito: chiedersi perché nessun magistrato indaga Bernardini e la fa arrestare. Nessun pm. Visto che al ministero della Giustizia non se lo chiedono, la domanda arriva finalmente sotto forma di un'interrogazione a risposta scritta. A presentarla è Tancredi Turco, un deputato veronese, appena quarantenne, eletto con i cinquestelle e poi confluito con altri nel gruppo parlamentare "Autonomia libera". Nell'atto, depositato due giorni fa, Turco ripercorre tutta la "carriera criminale" di Bernardini: dalla prima "cessione a titolo gratuito" di hashish fino alle 50 piante del primo aprile.
Alla fine del lungo excursus, pieno di disobbedienze civili ignorate, il deputato di Alternativa libera chiede "se sussistano i presupposti di fatto e di diritto per un'iniziativa ispettiva presso gli organi giudiziari che non hanno esperito l'azione penale nei casi indicati in premessa". Ecco, alla faccia dell'obbligatorietà dell'azione penale, di questo patetico feticcio costituzionale. Succederà qualcosa? Il ministro Orlando riconoscerà che i pm non arrestano Bernardini per non dare giustizia a chi sconta pene illegali? Si vedrà.
Intanto il caso del complice Trisciuoglio, presidente dell'unico "Cannabis Social club" d'Italia, intitolato "La piantiamo" e aperto a Racale, nel Leccese, finisce in un'altra interrogazione, stavolta firmata dal vicepresidente della Camera Roberto Giachetti. Bernardini e Pannella, infine, sono al ventottesimo giorno di sciopero della fame, contro le carceri inumane e contro le detenzioni illegali. Ve ne serve ancora?
di Michela Rostan (Commissione Giustizia della Camera)
www.huffingtonpost.it, 4 aprile 2015
Un italiano, Enrico Forti, per gli amici Chico, è detenuto da quasi 15 anni negli Stati Uniti e sta scontando la pena per una condanna pesantissima che una Corte americana gli ha inflitto. Chico Forti grida, da sempre, la propria innocenza e, sin dall'inizio della sua vicenda processuale ha denunciato al mondo intero di essere stato vittima di un complotto, di un clamoroso errore giudiziario. Non so davvero come ci si possa sentire a trascorrere un giorno in carcere, con la convinzione di stare subendo un'ingiustizia perché si è coscienti di essere innocenti. Non oso pensare quanto pesino quindici anni trascorsi in questa condizione di restrizione della propria libertà personale, in un altro paese, lontano dalla propria patria, dai propri figli, dagli affetti. Non so davvero come si potrà, se mai sarà rivisto il verdetto che ha condannato Chico Forti, risarcire quest'uomo.
La richiesta di Chico Forti di essere sottoposto ad un processo giusto, approfondito, nel quale poter esercitare in pieno il proprio diritto di difesa, è semplicemente giusta, umanamente e costituzionalmente ineccepibile, che noi, cittadini italiani, dovremmo in modo fermo e convinto sostenere. Ne va, a mio avviso, della credibilità della nostra stessa democrazia, di ciò che resta del nostro sistema-paese, della certezza stessa del nostro diritto e dei principi fondanti sui quali esso si basa e trova quotidiana applicazione.
In gioco non c'è solo la vita di un uomo. In gioco c'è l'affermazione di un principio universale, quello del giusto processo, tanto bene articolato dall'art. 111 della nostra Costituzione che, a dire di molti, è la più bella del mondo. Un principio, quello del giusto processo, intimamente connesso alla pienezza del diritto di difesa che deve essere assicurato a tutti i cittadini dinanzi alla legge. Un diritto di difesa che presuppone l'idea che lo Stato possa condannare una donna o un uomo soltanto quando potranno essere definiti colpevoli "al di là di ogni ragionevole dubbio".
In nome di questi valori e principi, il nostro paese ha speso quasi otto anni di processi, gradi di giudizio, perizie, verifiche per, alla fine, giudicare innocenti Amanda Knox e Raffaele Sollecito ai quali, nei giorni scorsi, la Corte di Cassazione ha restituito la pienezza dell'innocenza. Proprio alla luce di quest'ultimo precedente, intriso di analogie con il caso Forti, pongo un interrogativo: e se Raffaele Sollecito ed Amanda Knox fossero stati condannati all'ergastolo per l'omicidio di Meredith Kercher in soli 25 giorni di processo ed in virtù di un quadro probatorio lacunoso e carente, il nostro paese e gli Stati Uniti come avrebbero reagito?
Il punto è esattamente questo: non intendo, personalmente, né lo intendono tutti coloro i quali supportano Chico, affermare l'innocenza di Forti; con convinzione, tuttavia, sostengo e sosteniamo l'idea che Chico Forti questa sua presunta innocenza non abbiamo potuto dimostrarla e che la sua vita, al momento, risulta sacrificata non in un nome di un sacrosanto bisogno di giustizia bensì sull'altare di un colpevolismo asfittico, processualmente e strumentalmente non adeguato e sicuramente in contrasto con quanto, dall'altra parte, proprio il caso di Amanda Knox e Raffaele Sollecito ci ha dimostrato, ovvero che una condanna, forte e rigorosa, tanto è più giusta e raggiunge l'obiettivo allorquando viene inflitta "al di là di ogni ragionevole dubbio".
Nei giorni scorsi, dopo mozioni parlamentari, lettere, corrispondenze con il Governo italiano e quello americano, con i corpi diplomatici ed i familiari di Chico, abbiamo, assieme ad altri deputati, indirizzato una lettera al presidente Mattarella. L'auspicio di tutti noi è quello di sensibilizzare le opinioni pubbliche dei due paesi, al fine di stimolare una "moral suasion" delle istituzioni giudiziarie americane ad accogliere l'ormai ultima ed imminente istanza di revisione del processo che Chico andrà a formalizzare.
di Pavlos Nerantzis
Il Manifesto, 4 aprile 2015
Ventidue detenuti politici che fanno lo sciopero della fame - oggi è il 34 esimo giorno - per l'abolizione delle carceri speciali e di un insieme di misure di emergenza rischiano la morte, mettendo a dura prova il governo di Alexis Tsipras. Sparsi in vari ospedali, cinque di loro, secondo i medici, sono in fase di de-regolarizzazione definitiva delle loro funzioni organiche, uno ha già avuto due infarti, mentre la vicenda, poco prima della pasqua ortodossa, sta offuscando la cronaca sulle trattative tra Atene e i creditori internazionali.
Tutto è cominciato il 2 marzo, quando una trentina di detenuti accusati o condannati per rapine, attentati terroristici, tutti considerati "pericolosi" dallo stato ellenico, hanno deciso lo sciopero della fame per protestare contro la "crociata antiterrorismo" degli ultimi anni, che prevede tra l' altro la detenzione dei familiari dei presunti terroristi.
In un comunicato firmato da Dimitris Koufontinas, membro dell'organizzazione 17 novembre, e Kostas Gournas, membro di Lotta Rivoluzionaria, ambedue prigionieri nel carcere speciale di Domokos, si legge che i detenuti lottano per "l'abolizione di alcuni articoli del codice penale che si riferiscono alle organizzazioni criminali e terroristiche, per la revoca della legge di emergenza che prevede misure speciali, l'abolizione dei tribunali speciali e delle prigioni di tipo Gamma, simbolo dello stato d'eccezione dei prigionieri politici".
La creazione delle carceri speciali, da parte del vecchio governo, fu la goccia che fece traboccare il vaso della protesta contro un sistema penitenziario anacronistico e repressivo. Maltrattamenti, pestaggi, torture sono all'ordine del giorno nelle prigioni greche, tra le più sovraffollati d'Europa. Non solo: la mancanza del personale medico, la sporcizia nelle celle e negli spazi comuni - non a caso epatite e altre malattie sono molto diffuse - ma soprattutto il regolamento disciplinare, che si fa sempre più rigido, danno l'immagine di un vero e proprio inferno, non degno né della storia né della civiltà ellenica. Non a caso ogni anno non sono pochi i detenuti che decidono di mettere fine alla loro vita. L'ultimo è stato un pakistano che si è impiccato il 24 marzo proprio nello stesso carcere dove sono rinchiusi Koufontinas e Gournas.
Centinaia sono in attesa del processo, visto che secondo la legislatura greca, una persona può essere detenuta fino a 18 mesi prima di essere processata. Che la situazione sia disumana lo dimostrano i frequenti scioperi della fame, le rivolte, le fughe, ma pure le statistiche e le condanne della Grecia da parte della Corte europea dei diritti umani.
Nel 2014 i reclusi nelle prigioni greche, che al massimo possono ospitare 9 mila persone, erano 2700. Più della metà sono extracomunitari e la maggioranza è arrestata perché ha tentato di entrare clandestinamente in territorio ellenico oppure per delitti legati all'uso di droga. In condizioni di lusso, invece, vivono i detenuti neonazisti di Alba Dorata e personaggi politici condannati per corruzione.
Il governo di Antonis Samaras non solo non ha fatto nulla per migliorare la situazione, ma ha creato le carceri speciali. Il pretesto è stato l'evasione, nel 2014, di Christodoulos Xiros, membro del 17 novembre, condannato a sei ergastoli e in carcere dal 2003. La sua scomparsa dopo un permesso premio per le feste di Natale (Xiros è stato arrestato di nuovo pochi mesi fa) aveva provocato dure reazioni tra i conservatori e i socialisti, finché Samaras aveva deciso di costruire il primo carcere speciale, detto Gamma, a Domokos, una cittadina a una trentina di chilometri a nord di Lamia.
I detenuti sorvegliati dai reparti delle forze speciali della polizia e da militari armati fino al collo, senza permessi di libertà, con ore d' aria quasi inesistenti, senza la possibilità di comunicare con il mondo esterno, con videocamere, porte blindate e finestre antiproiettile, vivono isolati in un carcere tutto nuovo ma medioevale, diventato il simbolo della repressione. Erano seguite proteste contro la riforma del sistema penitenziario da parte di migliaia di detenuti, mobilitazioni organizzate da gruppi anarchici e attivisti della sinistra, ma Samaras era rimasto fermo.
Nel tentativo di raccogliere voti, poco prima delle elezioni del gennaio scorso, il suo governo aveva puntato sulla sicurezza, mentre Syriza aveva promesso la chiusura immediata del carcere di tipo Gamma. Ieri il ministro della Giustizia Nikos Paraskevopoulos ha presentato un progetto di legge che prevede, tra l'altro, l'abolizione delle carceri speciali. Per alcuni detenuti politici e simpatizzanti della lotta armata non è sufficiente. Lo stesso pensano alcuni gruppi anarchici - che ieri hanno rischiato di scontrarsi con la polizia nel quartiere ateniese di Exarchia - per i quali Syriza "è sempre espressione del potere" e "nemico di classe".
Poche settimane fa gli anarchici, in segno di solidarietà ai detenuti in sciopero della fame, hanno occupato per alcune ore la sede centrale di Syriza ad Atene. Mercoledì scorso una ventina di attivisti, sono entrati nel "sagrato" del Parlamento, dove non ci sono più le barriere metalliche, per esprimere la loro solidarietà ai "compagni incarcerati in lotta".
Una protesta del tutto pacifica che ha provocato una marea di reazioni. Per Nd e Pasok "lo Stato è stato travolto", mentre nel governo ci sono due linee di pensiero: c'è chi, come il portavoce e il rappresentante parlamentare di Syriza, considera l'atto "provocatorio e incomprensibile", mentre per la Presidente del Parlamento Zoi Konstantopoulou "non c'è stata alcuna invasione".
www.contropiano.org, 4 aprile 2015
L'attivista per i diritti umani Nabeel Rajab è stato arrestato ieri in Bahrein - paese alleato dell'Arabia Saudita - per aver pubblicato alcuni tweet nei quali denunciava le pratiche di tortura utilizzate contro i prigionieri reclusi nelle carceri della piccola petro-monarchia. La moglie di Nabeel, Sumaya Rajab, ha dichiarato che venti auto della polizia si sono presentate davanti alla loro abitazione per portare l'attivista in carcere.
Rajab, che ha fondato il centro per i diritti umani del Bahrein nel 2002, era stato arrestato già a settembre quando aveva descritto su Twitter i servizi di sicurezza nel paese come "incubatore ideologico" per jihadisti. L'attivista, accusato di aver insultato le istituzioni pubbliche e l'esercito, era stato rilasciato su cauzione in attesa del processo previsto per il 14 aprile.
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 3 aprile 2015
Non mi stancherò mai di denunciare come e quanto il governo Renzi si sia arreso alla magistratura in vario modo e soprattutto in modo inaspettato. Innanzitutto, ormai di prescrizione non si può più parlare, essendo stato di fatto l'istituto abolito dal governo. Infatti, l'effetto di due modifiche legislative è proprio questo: da un lato, si sono introdotte pause di sospensione del tempo deputato alla prescrizione; dall'altro, invece, aumentando a dismisura le pene previste per alcuni reati, dal momento che la prescrizione è agganciata alla previsione della pena edittale (cioè prevista dal testo di legge), la si è allungata oltre ogni immaginazione.
- Giustizia: "agenti provocatori" e tic paranoici, così l'anticorruzione diventa Inquisizione
- Giustizia: la legge anticorruzione, un po' spot e un po' flop
- Giustizia: reati contro la P.A.; poca deterrenza e troppa discrezionalità a pm e giudici
- Giustizia: "intercettazioni, basta voyeurismo", ora il Garante chiede un freno al governo
- Giustizia: intercettazioni a testata multipla, l'antidoto con una nuova disciplina legislativa










