cremonaoggi.it, 26 maggio 2019
La Casa Circondariale di Cremona ha ospitato oggi, sabato 25 maggio, la sedicesima edizione del "Vivicittà - Porte Aperte", la corsa podistica riservata ai detenuti, ma aperta anche alla società civile, rappresentata in tale circostanza dalle società sportive esterne e dagli studenti degli istituti superiori cittadini.
Tra questi, alcuni ragazzi e ragazze dell'Istituto Aselli accompagnati dal prof. Franco Guarneri ed una qualificata rappresentanza cittadina dell'Asd Triathlon-Duathlon, per un totale di circa 40 persone. Un'edizione baciata dal sole visto il periodo di pioggia di questi giorni, che ha fatto da scenario agli oltre sessanta detenuti partecipanti alla corsa.
Il Pres. Territoriale Uisp di Cremona Luca Zanacchi ha ringraziato i volontari Uisp e gli agenti della polizia penitenziaria che hanno reso possibile la corsa, i partecipanti, e la Direttrice dell'Istituto dott.ssa Padula e il Presidente dell'Amministrazione Provinciale Davide Viola. La corsa, sviluppatasi su un circuito interno di ottocento metri circa da ripetersi sei volte, ha visto primeggiare il marocchino Saidi con il tempo di 26 minuti e 33 secondi.
Un Vivicittà - Porte Aperte "quanto mai internazionale - fanno sapere dalla Uisp - specchio fedele dei processi di globalizzazione, che si è svolto in altre trenta Case Circondariali d'Italia, e che ha concluso la rassegna di iniziative collegate alla corsa podistica giunta alla trentaseiesima edizione".
di Massimo Recalcati
La Repubblica, 26 maggio 2019
Abbiamo conosciuto tutti, nel tempo dove ancora dominava l'ideologia patriarcale, la violenza disciplinare del padre-padrone. Il suo mezzo era sadico, il suo fine pedagogico: moralizzare la vita del figlio. I terribili delitti di cui si sono recentemente macchiati diversi padri nei confronti dei loro piccoli figli inermi non appartengono però più a questo paradigma.
Un padre è tenuto a sopportare l'angoscia dei figli o di quella che la vita dei figli può suscitare. In generale il compito dei genitori è quello di sopravvivere all'angoscia "dei" figlio "per" i figli. In questi passaggi all'atto atroci incontriamo invece la totale incapacità dei padri di sopportare questa angoscia, di sopportare il grido "naturalmente" inquieto della vita del figlio.
I protagonisti di questi crimini efferati non sono, dunque, padri anche se sono i genitori naturali della vita dei loro figli. Essi non sono padri perché non hanno assunto la responsabilità illimitata che comporta ogni paternità: accogliere e sostenere la vita del figlio, sopportarne l'angoscia. Ma, ancora più precisamente, questi padri non sono padri perché sono ancora figli; figli incapaci di sopportare la minima frustrazione.
Non sono padri perché sono solo genitori biologici, cosiddetti eterosessuali, ovvero naturali, che non hanno però mai fatto davvero il passo simbolico della paternità e della responsabilità che questo passo comporta. Per questo possono, anziché proteggerne la vita, trasmettere la morte ai loro figli. Non più però come accadeva nel tempo del padre-padrone folle che nel Novecento spingeva i suoi figli alla morte gloriosa nel nome della Causa.
Questi nuovi padri insofferenti, o, meglio, questi nuovi figli-padri, annientano la vita del figlio più semplicemente, come fosse il fastidio di una mosca o di un rumore molesto che disturba impunemente il loro sonno pacifico. La loro violenza sconcertante è sorella della loro più inaudita fragilità. Nessuna epoca come la nostra ha mai dedicato così tanta cura e attenzione al bambino, ai suoi bisogni e ai suoi desideri.
L'antropologia parla addirittura di una "mutazione" fondamentale intervenuta negli ultimi decenni: mentre nel tempo del patriarcato era il bambino che doveva adattarsi alle leggi simboliche della famiglia, oggi pare che siano le leggi simboliche della famiglia a doversi piegare di fronte ai capricci anarchici del bambino. Tuttavia, la serie recente di questi delitti ci confronta con un'altra faccia della stessa verità: i padri contemporanei sono figli fragili, egoisti, spaventati, concentrati solo su se stessi, incapaci di un'autentica donazione.
L'esito di questa fragilità - come insegna la clinica della famiglia contemporanea - è, innanzitutto, l'abdicazione a sostenere il peso dell'educazione dei propri figli. Questa abdicazione è la matrice comune del fenomeno del "bambino re" che piega le leggi della sua famiglia alle leggi del suo capriccio e di quei genitori che, calpestando la loro funzione simbolica, aggrediscono i loro figli anziché tutelarne la vita.
Ecco apparire in tutta evidenza un paradosso del nostro tempo: da una parte i figli comandano sui genitori, dall'altra i genitori possono mostrare una radicale insofferenza alla loro esistenza, all'irregolarità naturale della loro vita. Lo vediamo, pur senza i toni traumaticamente brutali di questi crimini efferati, ovunque: smarriti nella loro funzione educativa, l'esigenza impellente che i genitori rivolgono agli educatori (insegnanti, psicologi, pedagogisti) è quella di rendere il proprio figlio normale, di sedare, in altre parole, l'irrequietezza "naturale" della sua vita, di calmare il suo pianto, di dormire in pace.
di Lilli Garrone
Corriere della Sera, 26 maggio 2019
Una cella-atelier nel carcere di Rebibbia. Non poteva che chiamarsi così, "Colori dolenti", la mostra dei quadri dipinti dai detenuti che si trovano nell'ala di massima sicurezza del carcere di Rebibbia. Sono esposti nel Complesso monumentale di San Cosimato (via Emilio Morosini 30).
E la prima volta che questi quadri, dipinti all'interno di un laboratorio della sezione del "G12", nato nel 2015 su iniziativa di alcuni detenuti e sostenuto dalla direttrice Rossella Santoro, vengono mostrati: una prima inaugurazione è stata all'interno dello stesso carcere di Rebibbia, e adesso escono all'esterno, in una esposizione organizzata dal professor Alessandro Reale, docente al liceo scientifico Teresa Gullace e responsabile del laboratorio, e dal commissario Luigi Giannelli.
Il laboratorio di pittura di Rebibbia è all'interno di una cella correlata di elementi molto semplici: alcuni tavoli, poche sedie, le pareti adorne dei quadri dipinti dai detenuti nel corso del tempo. Ma per chi lo frequenta questo spazio è diventato importantissimo, un punto di riferimento dove intraprendere un percorso di introspezione e di crescita personale.
"All'interno di questo spazio - racconta Alessandro Reale - le diversità caratteriali e culturali si intrecciano come a fornire un unico ordito perché la finalità è eguale per tutti: cercare e ritrovare qualcosa di bello per sé stessi e gli altri, realizzarlo e mostrarlo".
E infatti i quadri nonostante il "dolore" hanno speso colori brillanti, riproducono paesaggi mai dimenticati o visionari, hanno grande accuratezza nel disegno. "Nel corso del tempo - racconta ancora Reale - il laboratorio ha mutato sempre più la sua condizione, sino ad arrivare ad assumere un aspetto legato ad un vero e proprio studio artistico. E l'esercizio della creatività applicata in un particolare contesto ambientale come quello dell'alta sicurezza, assume molteplici valori, ma qui, negli spazi angusti di una cella del carcere, ogni produttore è autore di un "nuovo autentico" se stesso liberato da una "vita nervosa" e da una "città dolente".
E qui che viene realizzata, nel corso di una ricerca artistica, una propria interpretazione "del bello" attraverso una esercitazione mentale delle esperienze vissute nel passato".
Avvenire, 26 maggio 2019
È di almeno 29 morti il bilancio di una rivolta scoppiata nel carcere venezuelano di Acarigua, a Caracas. Lo rendono noto le autorità locali che riferiscono di pesanti scontri tra detenuti e la polizia che ha tentato di frenare una protesta di massa scatenata dalla morte di un detenuto la scorsa settimana. Durante gli scontri sono rimasti feriti anche 19 agenti.
Il capo della polizia, Oscar Valero, ha spiegato che si sarebbe trattato di un tentativo di evasione di massa. La violenza sarebbe iniziata nel momento in cui i prigionieri hanno preso in ostaggio alcuni visitatori. I detenuti erano armati e hanno iniziato a sparare contro la polizia e a lanciare granate. Secondo fonti di polizia tra i prigionieri uccisi ci sarebbe anche uno dei leader della rivolta Wilfredo Ramos.
Versione contestata dalla Ong Osservatorio venezuelano, perché tra i motivi della protesta ci sarebbe piuttosto la situazione delle carceri in Venezuela, dove il cibo è scarso e dove i detenuti hanno da sempre denunciato abusi. I detenuti avrebbero richiesto da settimane di essere trasferiti in altre prigioni nel Paese.
Il carcere di Acarigua, creato per ospitare 60 detenuti, ne accoglie 500. La protesta per le condizioni delle prigioni in Venezuela sono sfociate in diverse rivolte interne e numerosi sono stati gli appelli internazionali per il rispetto dei diritti umani.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 26 maggio 2019
L'alba della stagione anti migranti del governo giallo verde spunta il 10 giugno 2018 quando Matteo Salvini, da appena otto giorni ai vertici del ministero degli Interni, vieta l'approdo alla nave Aquarius della ong Sos Mediterranée. A bordo ci sono 629 migranti tratti in salvo in sei operazioni di soccorso compiute dalla stessa nave della ong francese oltre che da un mercantile e dalla Guardia costiera italiana. Anche se non è nuovo il fatto che una nave carica di migranti incontri problemi nel farsi assegnare un porto sicuro per lo sbarco (due casi si erano verificati in precedenza, a marzo dello stesso anno e nel 2014), è la prima volta che lo slogan "porti chiusi alle navi con i migranti" si trasforma nella pratica politica di un governo. Prima di allora solo l'Ungheria di Viktor Orbán aveva osato alzare muri sui confini per fermare i migranti che cercavano di raggiungere il Nord Europa.
Tra i disperati che sull'Aquarius sognano l'Italia - all'epoca un sogno ancora possibile - ci sono 123 minori non accompagnati, 11 bambini e 7 donne incinte che insieme a tutti gli altri e all'equipaggio della ong resteranno bloccati in mare per nove giorni prima di riuscire a sbarcare a Valencia, in Spagna, grazie all'apertura, per altro temporanea, voluta dal governo di Pedro Sanchez.
L'Aquarius è stata solo la prima vittima della guerra alle ong scatenata dal ministro leghista. In undici mesi di governo sono stati 18 i casi di navi che si sono viste negare l'approdo e costrette a rimanere in mare con il loro carico di naufraghi. Per lo più si è trattato di navi di ong (una decina quelle coinvolte, quasi tutte straniere), ma anche mercantili e perfino una nave della Guardia costiera italiana, la Diciotti, vicenda per la quale Salvini è stato accusato dal Tribunale dei ministri di Catania di sequestro di persona aggravato. Ma la politica dei porti chiusi è stata soprattutto l'avvio di una serie di provvedimenti che hanno avuto come obiettivo la criminalizzazione dell'immigrazione e prodotto l'isolamento dell'Italia in Europa, tanto che l'impossibilità di raggiungere un accordo comune sugli sbarchi porterà a marzo di quest'anno alla decisione di privare la missione europea Sophia, fin dal 2015 sotto il comando italiano, delle sue navi.
Dopo i porti chiusi, il passo successivo si chiama decreto sicurezza, fortemente voluto da Salvini e con il quale viene abrogata la protezione umanitaria e si amplia notevolmente la gamma di ipotesi di reato per le quali è possibile revocare o negare a un richiedente asilo la protezione internazionale (tra queste la violenza o minaccia a pubblico ufficiale e il furto aggravato). Ma si ridisegna anche il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo prevedendo che all'interno degli Sprar, il Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati- strutture gestite dai Comuni - possano essere accolti solo quanti si sono visti riconoscere lo status di rifugiato e i minori non accompagnati. Tra le altre misure previste anche il divieto per i possessori di un permesso di soggiorno per richiesta di asilo di iscriversi all'anagrafe dei Comuni (divieto non applicato da alcuni sindaci e recentemente bocciato da un sentenza del tribunale di Bologna).
È ancora un decreto l'ultimo atto dello scontro tra il titolare del Viminale e le organizzazioni umanitarie. Bloccato dagli alleati 5 Stelle, contrari a far incassare all'alleato leghista un successo alla vigilia delle elezioni europee, il decreto sicurezza bis potrebbe arrivare in consiglio dei ministri la prossima settimana. Tra le altre misure il nuovo testo prevede il sequestro e multe tra i 10 mila e i 50 mila euro per le navi che non rispettano il divieto di ingresso, transito e sosta nelle acque territoriali, attribuendo la decisioni sulle sanzioni al prefetto. Un organo che dipende dal ministero degli Interni.
di Roberto Vivaldelli
insideover.com, 26 maggio 2019
L'Arabia Saudita, come confermato da Reporter senza Frontiere - l'organizzazione non governativa e no-profit che promuove e difende la libertà di informazione e di stampa - ha arrestato e incarcerato altri due giornalisti stranieri. Si tratta del giornalista yemenita Marwan al-Muraisi e di Abdel Rahman Farhaneh, un cronista giordano di 60 anni, scomparso alla fine di febbraio a Dammam, una città nella parte orientale dell'Arabia Saudita, dove ha vissuto per più di tre decenni. È stato corrispondente di Al Jazeera, almeno fino a quando Riad non ha interrotto le relazioni diplomatiche con Doha, e si è spesso occupato del conflitto israelo-palestinese.
Per quanto riguarda Farhaneh, secondo quanto dichiarato da Reporter senza Frontiere, la sua famiglia sarebbe stata informata dall'ambasciata giordana che le autorità saudite lo avrebbero "presto rilasciato", anche se non è stata comunicata alcuna data. Di fatto, una conferma che il reporter scomparso era stato arrestato dal Regno dopo mesi di silenzio.
L'Arabia Saudita e i giornalisti in carcere o dispersi - Il giornalista yemenita al-Muraisi è riuscito, soltanto di recente, a parlare al telefono con la moglie a 11 mesi dalla sua scomparsa. È la prima volta che ad al-Muraisi è stato consentito di contattare un familiare. Come ha spiegato la moglie in un tweet, il reporter ha confermato di stare bene, pur non sapendo indicare dove si trovasse e dove fosse detenuto. Reporter senza Frontiere e altre associazioni umanitarie hanno inviato nel settembre 2018 una lettera indirizzata alle autorità saudite chiedendo di fare chiarezza sullo stato di salute del giornalista yemenita. Dopo il recente rilascio del blogger Hatoon Al-Fassi, Reporter senza Frontiere e le organizzazioni per i diritti umani continuano a chiedere la liberazione di altri 29 giornalisti e blogger detenuti in Arabia Saudita. Almeno due sono i giornalisti dispersi di cui non si sa nulla in un Paese che, nella classifica redatta da Rsf sulla libertà di stampa, si piazza nelle ultimissime posizioni.
Che il Regno wahabita sia tra i regimi più brutali e totalitari del pianeta, lo dimostra l'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, assassinato all'interno del consolato saudita di Istanbul lo scorso 2 ottobre. Come riporta Middle East Eye, qualche settimana fa il New York Times confermava inoltre l'esistenza di una vera e propria "squadra della morte" saudita, coinvolta nella sorveglianza, nel rapimento, nella detenzione, nella tortura e nell'assassinio di cittadini sauditi - incluso l'editorialista del Washington Post Khashoggi. La squadra ha operato sotto la guida e la supervisione di Mohammed bin Salman, il principe ereditario saudita. Secondo il New York Times, la Saudi Rapid Intervention Group (Srig) sarebbe coinvolta in una dozzina di operazioni che il Regno avrebbe orchestrato contro i dissidenti.
La corte federale diffonde i documenti su Khashoggi - Come scrive il Washington Post, più di sei mesi dopo che gli agenti del governo saudita hanno brutalmente assassinato Jamal Khashoggi, l'amministrazione Trump deve ancora rivelare pubblicamente ciò che sa sul crimine e come ha gestito l'inchiesta. Tuttavia, un giudice federale sta facendo pressione sul governo affinché le informazioni sull'omicidio vengano diffuse al più presto.
Il giudice distrettuale degli Stati Uniti Paul A. Engelmayer, ha richiamato il governo e ha dato tempo fino al 29 maggio affinché le agenzie producano la loro documentazione e completino il lavoro. Secondo l'Onu, il responsabile dell'omicidio è senza dubbio il Regno. L'équipe Onu, recatasi lo scorso 28 gennaio in Turchia al fine di ricostruire la luttuosa vicenda fin nei minimi dettagli ha comunicato di avere a disposizione "prove sufficienti" ad attribuire a "ufficiali della Casa reale saudita" la "pianificazione" e l'"esecuzione" dell'omicidio di Khashoggi.
In un incontro con i media occidentali svoltosi di recente a Ginevra, Agnes Callamard, funzionario a capo del gruppo di investigatori internazionali, ha infatti stabilito, sulla base delle informazioni raccolte grazie alla collaborazione con le autorità di Ankara, che nell'uccisione del giornalista del Washington Post sarebbero stati coinvolti "almeno 15 agenti speciali di Riyad", tra i quali figurerebbe anche un "ufficiale medico".
di Daniele Mastrogiaco
La Repubblica, 26 maggio 2019
Da ieri qualsiasi discriminazione verso le persone Lgbt e l'omofobia, sono un crimine, che sarà processato sulla base delle leggi in vigore per gli atti di razzismo. Una sentenza storica traccia in Brasile un nuovo solco a difesa dei diritti civili. Il Tribunale Superiore Federale ha deciso a maggioranza (sei voti su undici) di equiparare l'omofobia e la transfobia al razzismo. Saranno entrambi considerati reati e potranno essere puniti fino a 3 anni di carcere.
Il verdetto pronunciato dal Supremo accoglie due ricorsi dell'Associazione brasiliana lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersex (Abglt) e del Partito socialista popolare (PPS) promossi nel 2012 e il 2013. Il dibattito era iniziato nel febbraio scorso. Il voto ha stabilito la pena ma le conclusioni dovrebbero arrivare il 5 giugno quando il Tribunale tornerà a riunirsi.
Il verdetto segna un punto importante nella battaglia per il rispetto dei diritti civili soprattutto per quel che riguarda la sfera e l'orientamento sessuale. Gay e lesbiche restano persone ghettizzate e perseguitate, vittime di violenza e di aggressioni. Solo quest'anno sono state uccise 141 tra uomini e donne che fanno parte del folto popolo Lgbt. Ma il pronunciamento della quinta sezione del Tribunale Superiore Federale è anche un segnale della sua indipendenza e del suo ruolo guida sui principi costituzionali che apre un nuovo conflitto nei rapporti già tesi con il governo di Jair Bolsonaro e il fronte conservatore del Congresso.
I giudici chiedono al Supremo di sollecitare il Parlamento ad approvare una legge contro l'omofobia e la transfobia ma stabiliscono da subito che sono reati uguali al razzismo. Tra potere giudiziario e potere legislativo c'è stata una corsa contro il tempo. Un disegno di legge sull'identità di genere è stato portato al Senato due giorni fa e poi approvato in sede di Commissione Costituzionale e Giustizia. Estende il reato di razzismo anche alle discriminazioni sull'identità di genere.
Il Congresso voleva anticipare la discussione e il voto del Tribunale Superiore. Ci è riuscito ma solo in parte. Ma questo gli ha consentito di non trovarsi spiazzato e di inviare una nota di precisazione al Supremo con la quale sosteneva di aver già affrontato il tema.
Si trattava di decidere se attendere l'iter legislativo, e quindi rispettare l'autonomia del Parlamento, oppure votare subito e fissare un principio costituzionale. Il presidente del TSF, Antonio Dias Toffoli, ha portato il caso al plenum. C'è stata una lunga discussione, con il consigliere Luís Roberto Barroso che spingeva per il voto spiegando che "tutti quelli che sono attaccati e discriminati non possono attendere" e Toffoli, favorevole ad una sospensione per non infiammare i rapporti con il Congresso, che replicava: "Tutti i dati dicono che c'è già una diminuzione dell'aggressività e della violenza". Ma alla fine hanno prevalso i voti a favore di un verdetto.
La destra si è infuriata. Alcuni parlamentari hanno chiesto l'impeachment dei consiglieri del TSF che hanno votato a favore. Sono gli stessi che hanno promosso la "marcia della pazzia" di domenica a sostegno di Bolsonaro. Lo scontro tra Supremo e Congresso è al culmine. In ballo c'è l'altro grande tema: quello sulla droga. La settimana scorsa il Senato ha approvato una legge che rafforza le pene sull'uso e la detenzione della maconha, la marijuana brasiliana. E questo proprio alla vigilia di una sentenza del Tribunale Superiore Federale che puntava invece alla depenalizzazione.
di Francesco Damato
Il Dubbio, 25 maggio 2019
In coerenza, bisogna riconoscerlo, con l'inizio e con tutto il suo svolgimento, questa lunga campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo, di un consiglio regionale, quello del Piemonte, e di qualche migliaio di amministrazioni comunali si è conclusa col tema dell'abuso. Che è quello penale d'ufficio, la cui rimozione o riforma, liquidata come "stronzata" dal vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio, è stata proposta dall'omologo leghista Matteo Salvini, convinto forse di andare sul sicuro per avere seguito le orme, o quasi, del presidente dell'Anticorruzione Raffaele Cantone. Il quale sarà sobbalzato pure lui, credo, sulla sedia, già consumata dai cinque anni già trascorsi dei sei del mandato, sentendo prendere a parolacce un tema sollevato con la professionalità di un magistrato nel momento dell'approvazione della legge cosiddetta "spazza corrotti".
dire.it, 25 maggio 2019
Si svolgeranno nel prossimo mese di giugno le sessioni formative per il personale di Polizia Penitenziaria sul funzionamento dei jammer, gli inibitori di telefoni cellulari acquistati dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria per migliorare la sicurezza degli istituti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 maggio 2019
Per il Rapporto Space II del Consiglio d'Europa siamo 25esimi su 33 stati monitorati. Cresce in Europa il numero di persone che scontano pene alternative rispetto alla detenzione, come l'arresto domiciliare, l'affidamento ai servizi sociali, la semilibertà o libertà condizionata. Ma il nostro Paese si pone al 25° posto sui 33 Paesi monitorati.
- Ma quale "nuova Tangentopoli", servono norme per la buona amministrazione
- Lecce: tragedia a Borgo San Nicola, detenuto 31enne si impicca in cella
- Non vollero tornare in Libia: assolti. E Salvini è smentito
- Lecce: i familiari sporgono denuncia "non gli hanno somministrato i farmaci"
- Bologna: la Camera penale "alla Dozza celle piccole e troppi detenuti"









