Ansa, 9 aprile 2015
Ha ricevuto il via libera dalla Cassa delle ammende il progetto di digitalizzazione dell'archivio del Csm che prevede che ad occuparsene saranno sette detenuti del carcere romano di Rebibbia. Lo fa sapere il Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) del Ministero della Giustizia, che in una nota ricorda che cinque detenuti saranno impiegati nei lavori di digitalizzazione di circa 900mila pagine e due invece nelle attività di facchinaggio. Il progetto durerà sei mesi.
L'attività sarà svolta nel laboratorio informatico del carcere romano già utilizzato in passato per un analogo progetto relativo alla digitalizzazione dei documenti del Tribunale di Sorveglianza di Roma. L'importo complessivo dell'iniziativa, pari a 43.130,00 euro, "è quasi interamente a carico del Csm", e servirà a finanziare la formazione, il pagamento delle mercedi e l'acquisto di 5 scanner. Cassa Ammende sostiene la spesa di 780,00 euro per l'acquisto di carburante e materiale di cancelleria. Il progetto di digitalizzazione è il frutto dell'intesa istituzionale tra il Consiglio Superiore della Magistratura e il Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. La fase di realizzazione è affidata alla Direzione della Casa Circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso.
Favara (Pd): progetto digitalizzazione archivio Csm di gran valore
"Trovo molto interessante e positivo il progetto di digitalizzazione degli atti del Consiglio Superiore della Magistratura che vedrà impegnati sette detenuti del carcere di Rebibbia. Attività - come queste che occupano in modo costruttivo il tempo delle persone detenute in carcere - sono di altissimo valore. Compito delle Istituzioni è trasmettere la cultura della legalità senza mai perdere di vista che il fine della pena - come prevede la Costituzione italiana - deve tendere alla rieducazione del condannato. Attraverso programmi specifici in grado di fornire nuove conoscenze ai detenuti, possiamo riuscire a restituire dignità ai cittadini che si trovano negli Istituti penitenziari ma anche a dare un segnale di civiltà alla nostra comunità". Lo dichiara in una nota Baldassare Favara, consigliere del Pd e Presidente della Commissione Sicurezza e Lotta alla Criminalità al Consiglio regionale del Lazio.
di Luigi Manconi (Senatore Pd)
Il Manifesto, 9 aprile 2015
La saggia ragionevolezza di un provvedimento di "rideterminazione" delle pene inflitte in base a quanto previsto da una legge (la Fini-Giovanardi) dichiarata incostituzionale, è più che mai urgente. A riproporlo con forza, è stata nei giorni scorsi l'infaticabile Rita Bernardini che ha potuto toccare con mano, nel corso delle sue assidue visite in carcere, quanto siano tutt'ora attivi (perversamente attivi) gli effetti di una norma ormai illegittima.
Già un anno fa ho presentato un disegno di legge, frutto del lavoro di Luigi Saraceni, Stefano Anastasia e Franco Corleone, che - come tanti altri provvedimenti pacificamente indispensabili e perfino "semplici"- non riesce a muovere un solo passo nelle aule di Camera e Senato.
Non chiamiamolo "indultino", per carità, perché potrebbe turbare qualche anima timorata e perché, soprattutto, richiederebbe il consenso dei due terzi dei parlamentari, ma provvediamo a metterlo al centro dell'agenda politica. O, almeno, al centro dell'iniziativa dell'intergruppo per la legalizzazione della cannabis, promosso da Benedetto della Vedova.
Le adesioni sono state numerose e, tuttavia, ancora lontane dal rappresentare una garanzia già acquisita per l'approvazione di una normativa che vada in quella direzione. Dunque, il lavoro resta ancora tutto da fare. Ma intanto, e questo è un dato nuovo e assai significativo, c'è una volontà ampia e condivisa a proposito delle scadenze da costruire e degli obiettivi da raggiungere.
In ogni caso, la finalità ultima dell'intergruppo - una normativa compiutamente antiproibizionista - non deve farci dimenticare altri urgenti e circoscritti obiettivi di breve e medio periodo. Provo a elencarli.
1) Innanzitutto l'obiettivo già citato. Nel giugno scorso il ministro Orlando affermava che i detenuti in esecuzione di pene costituzionalmente illegittime fossero circa tremila. Da allora ad oggi, molti di loro - ci auguriamo - potrebbero aver finito di scontare la propria pena. Tuttavia temiamo che altri (centinaia? migliaia?) siano ancora in carcere, e questo è inaccettabile in uno stato di diritto minimamente decoroso.
Non è possibile affidare la soluzione di questo problema all'iniziativa individuale dei singoli condannati, molto spesso privi di adeguate informazioni e assistenza legale; o a quella dei garanti territoriali e dell'associazionismo.
Nel caso in cui le procure della Repubblica non ritengano di dover intervenire d'ufficio, spetta al parlamento e al governo sanare questa situazione disponendo per legge una riduzione di pena proporzionale alla riduzione dei parametri edittali determinata dalla dichiarazione di incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi. E sarebbe già molto importante avere una risposta precisa sul numero degli attuali "illegittimi" reclusi.
2) Nel 2016 l'Assemblea generale dell'Onu sottoporrà a discussione e a verifica il sistema delle proibizioni contenute nelle Convenzioni internazionali. È importante che l'Italia arrivi a quell'appuntamento non impreparata e con proposte capaci di stare alla pari con le esperienze più avanzate nello scenario mondiale. Anche in vista di questo appuntamento così rilevante, si dovrà lavorare perché venga fissata finalmente la Conferenza nazionale sulle dipendenze, che - a termini di legge - si sarebbe dovuta svolgere già tre anni fa. Quella è la sede più adatta per affrontare tutte le tematiche più importanti ma, per arrivarci in maniera seria e attrezzata, l'intergruppo antiproibizionista potrebbe intervenire intorno ad alcune questioni preliminari.
3) Nelle more della legalizzazione della cannabis, egualmente urgente è la sua compiuta ed effettiva disponibilità per fini terapeutici. Com'è noto, dal 2007 una norma consente l'uso in terapia del Thc, ma ancora oggi i pazienti che riescono ad accedervi sono pochi (circa 60 nel 2014). Per questa ragione occorre adottare delle misure in grado di semplificare la prescrizione di questi medicinali (equiparandoli, ad esempio agli oppiacei utilizzati per la terapia del dolore) e nello stesso tempo occorre fornire al personale sanitario un'adeguata formazione nel merito.
E ancora: è stata avviata presso lo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze la prima sperimentazione per la coltivazione di cannabis. Certamente un passo in avanti, ma occorre vigilare affinché il progetto pilota presto si concretizzi in una reale distribuzione sull'intero territorio nazionale del farmaco in questione.
Più in generale, le previsioni sanzionatorie, penali e amministrative, andrebbero riviste in senso liberale e garantista, attraverso una più puntuale definizione delle fattispecie penali, la riparametrazione dei limiti di pena alla reale offensività delle condotte e il superamento di sanzioni amministrative invalidanti per il mero consumo di sostanze. É proprio questo il caso che richiede l'elaborazione comune di un apposito disegno di legge. Come ognuno può vedere, si tratta di una serie di obiettivi "moderatissimi" e, tuttavia, capaci - se raggiunti - di "ridurre i danni" del proibizionismo.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 9 aprile 2015
Il presidente degli Stati Uniti proclama un vero e proprio indulto nei confronti di alcuni reclusi, tra i quali degli ergastolani. "Avete dimostrato di essere in grado di imporre una svolta alla vostra vita!", così scrive il presidente Obama dopo aver ridotto le pene a ben 22 detenuti condannati per reati di droga. I detenuti, alcuni dei quali avrebbero dovuto scontare l'ergastolo, saranno rilasciati il prossimo 28 luglio.
"Hanno già trascorso diversi anni in carcere, e in alcuni casi anche più di un decennio - ha spiegato il consigliere della Casa Bianca Neil Eggleston - più a lungo di diversi detenuti condannati con il sistema giudiziario odierno per lo stesso crimine". Rispetto alla presidenza di George W. Bush, che aveva ordinato 11 provvedimenti di condono, Obama ne ha emessi 43, ovvero il triplo.
Obama si è da tempo dimostrato sensibile soprattutto nei confronti della detenzione legata alla droga. In un'intervista rilasciata un mese fa al cofondatore di Vice News, il presidente degli Usa, ha detto che le droghe sono sicuramente un problema, ma tenere in prigione una persona per 20 anni è inutile e con ricadute economiche e sociali.
"Credo che il tema della legalizzazione della marijuana debba venire dopo temi più importanti come i cambiamenti climatici, la situazione economica, il lavoro, la guerra e la pace nel mondo. Soprattutto per quanto riguarda i più giovani - ha spiegato Obama durante l'intervista - ma credo, tuttavia, che questo tema possa rientrare all'ultimo posto di questa lista di priorità".
Il focus del presidente nordamericano si è poi concentrato sulle ricadute negative dell'attuale orientamento normativo americano per coloro che vengono arrestati e condannati per uso e possesso di cannabis: "Sono convinto che si debba separare l'aspetto relativo alla criminalizzazione dell'utilizzo della marijuana da quello relativo all'incoraggiamento del suo utilizzo. È fuor di dubbio che il nostro sistema giuridico sia attualmente concentrato sul diminuire il numero di reati passivi legati a questo tema, comportando nell'applicazione pratica gravi problemi soprattutto per specifiche comunità del paese, come quella di colore".
Poi Obama ha proseguito spiegando l'ingiustizia delle condanne da parte dei Tribunali e ha accennato alla legalizzazione delle droghe: "L'orientamento giuridico attuale ha comportato che molte persone sono state espulse dal mercato del lavoro interno, proprio perché hanno la fedina penale sporca. Questa situazione sta generando sia un costo sociale elevato per le sproporzionate sentenze di condanna in carcere, sia per le conseguenze successive alla detenzione. Molti Stati hanno compreso che questo è un problema da risolvere.
A livello nazionale potremmo fare qualche significativo passo in avanti sul piano della legalizzazione delle droghe, se un numero sufficiente di Stati si muovesse in questa direzione. Mettendo così il Congresso nella posizione di prevedere un nuovo dibattito sulla marijuana". Obama poi conclude l'intervista con un discorso simile a quello portato avanti dai Radicali italiani: "La cosa che mi da fiducia, in questo momento, è vedere che il tema della depenalizzazione delle droghe leggere non è toccato unicamente dai democratici, ma recentemente anche da esponenti dell'ala più conservatrice del partito repubblicano.
Questi ultimi hanno capito che non ha più senso mantenere tale status quo. Credo che ci sia una preoccupazione legittima e condivisa relativa agli effetti sulla nostra società, in particolar modo delle parti più deboli di essa, derivanti dall'utilizzo delle sostanze stupefacenti. In generale l'utilizzo delle droghe, legali ed illegali, rappresenta un problema della nostra società. Ma incarcerare qualcuno per vent'anni per un reato di questo tipo non è probabilmente la migliore strategia da adottare. E questo è un problema che deve essere affrontato da tutta la nostra comunità". Depenalizzazione, condoni, riduzione delle pene, legalizzazione delle droghe leggere. Il Partito Democratico americano sta dimostrando coraggio, invece il suo omonimo che è al comando del governo italiano ancora latita.
Ansa, 9 aprile 2015
La popstar ha rivolto un appello ad un penitenziario della Georgia dopo le violenze subite da una detenuta rinchiusa in un carcere maschile. Elton John scende in campo a sostegno dei detenuti trans. La popstar, spalleggiata anche dal frontman dei R.E.M. Michael Stipe, ha rivolto un appello ad un penitenziario della Georgia dopo le violenze subite da una detenuta rinchiusa in un carcere maschile. L'appello è venuto in seguito ad una presa di posizione del Dipartimento di Giustizia americano che si è schierato a favore di una ex detenuta, Ashley Diamond, la quale a sua volta aveva denunciato lo stato della Georgia per averle negato la terapia ormonale.
La donna ha affermato che il suo corpo è cambiato in modo drastico perché ha dovuto interrompere la terapia a cui si sottoponeva da 17 anni.
Ha inoltre denunciato di essere stata violentata almeno sette volte nei suoi tre anni in carcere oltre ad essere trasferita da una prigione all'altra senza tener conto della sua sicurezza. "È incostituzionale - hanno detto i due artisti riferendosi al trattamento ricevuto in prigione - ma se da una parte plaudiamo al dipartimento di Giustizia per aver sostenuto Ashley Diamond e la comunità dei trans, dall'altra chiediamo che si faccia di più per mettere fine alla cultura della violenza e alla discriminazione intorno all'identità di genere e espressione".
Ansa, 9 aprile 2015
L'hanno messo in Rete il primo di aprile, sul sito del Ministero della Giustizia. L'anteprima del progetto di riforma del codice penale marocchino non era però uno scherzo. E un'onda di protesta si è sollevata man mano dalla società civile. Perché se da una parte si introducono misure penalizzanti per le aggressioni sessuali, e misure alternative per alleggerire le carceri, dall'altra non è cambiato proprio nulla in materia di libertà civili e individuali.
Mangiare in pubblico durante il Ramadan, il mese del digiuno islamico, continua a essere un reato penale, punito con il carcere, così come il proselitismo verso altre religioni e le relazioni sessuali al di fuori del matrimonio (per questo reato non è stata nemmeno ridotta la pena). C'è una pagina di Facebook dedicata al tema, un hashtag in francese e in arabo e persino una petizione a raccogliere le proteste. Quasi 8mila i like per dire che il nuovo codice è "passatista" e che "non tiene conto dell'evoluzione della società".
Alcuni reati sono stati attenuati, altri, come per esempio lo stato di ebbrezza in pubblico che attualmente prevede un ammenda da 150 a 500 Dirham (da 15 a 50 euro circa) raddoppiabili in caso di eccessiva molestia, ora con il nuovo testo potrebbe prevedere tra i 2 mila e i 10 mila Dirham (da 200 a 1.000 euro circa). Tacciato di eccessiva approssimazione, persino secondo i giuristi di fama è un codice che lascia troppi spazi all'interpretazione.
Al centro della riforma l'articolo 503 sulle aggressioni sessuali. Quella che doveva essere un'apertura alla modernità si è invece rivelata tutt'altro. Considera colpevole "chiunque aggredisca un altro in luogo pubblico, con comportamenti, parole e gesti di natura sessuale, a scopo sessuale". Ma è qui che insorgono i giuristi: "È un articolo inapplicabile", sostengono. Come farà una donna, per esempio, a denunciare uno sconosciuto che l'ha aggredita per strada? Tra gli articoli più discussi anche il 420 che non è stato cancellato.
Riguarda il "delitto d'onore o passionale". Nel caso si sorprenda il partner con altri, se lo si aggredisce, magari uccidendolo, è prevista una attenuante per "colpi inferti senza intenzione di uccidere, anche se hanno causato la morte". Su tutto poi aleggia lo spettro della pena di morte. Ridotti a 11 i reati che la prevedono, resta il dubbio della compatibilità con la Costituzione del 2011 che garantisce il diritto alla vita, oltre che con le convenzioni internazionali sui diritti siglate dal Marocco.
di Rita Bernardini
Il Garantista, 8 aprile 2015
Giorno dopo giorno aumentano (purtroppo) le ragioni del mio sciopero della fame, giunto oggi al 34° giorno. Grazie alla rete di Ristretti Orizzonti sono venuta a conoscenza dell'ennesimo suicidio in carcere, il 14° dall'inizio dell'anno, avvenuto - come conferma il Dap - nel carcere di Piacenza. Una mattanza che non accenna a diminuire a causa delle condizioni inumane e degradanti di buona parte delle nostre prigioni.
di Michele Ainis
Corriere della Sera, 8 aprile 2015
Tirata d'orecchie da parte della Corte di Strasburgo. Non è la prima volta, non sarà neppure l'ultima. Ormai abbiamo le orecchie rosse come chi soffra d'un febbrone permanente. In questo caso dipende dai fatti (o meglio dai misfatti) della Diaz: 63 feriti, 125 poliziotti sott'accusa. Significa che anche in Italia pratichiamo (di rado, e meno male) la tortura; però non c'è il reato, sicché l'Europa mette sott'accusa il nostro ordinamento.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 8 aprile 2015
Riferendosi all'aggressione della polizia contro i tanti che si erano rifugiati per la notte nella scuola Diaz, la Corte d'appello di Genova, nella sentenza
che la Cassazione ha poi confermato, aveva parlato di "tradimento della fedeltà ai doveri assunti nei confronti della comunità civile" e di "enormità dei fatti che hanno portato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero". E tuttavia per le violenze nessuno è stato punito, poiché i reati si sono prescritti. Come era prevedibile è ora giunta la grave condanna della Corte europea dei diritti umani. La polizia alla scuola Diaz commise atti di tortura e lo Stato ha poi mancato al suo dovere di identificare e punire i responsabili. È la prima volta che l'Italia è condannata per tortura. Si tratta della più grave e umiliante delle condanne.
Corriere della Sera, 8 aprile 2015
La Corte europea dei diritti umani: "Tenuto conto di gravità fatti la risposta delle autorità italiane è stata inadeguata". "Polizia non collaborò per identificare gli agenti". Quanto compiuto dalle forze dell'ordine italiane nell'irruzione alla Diaz il 21 luglio 2001 "deve essere qualificato come tortura". Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che ha condannato l'Italia non solo per quanto fatto ad uno dei manifestanti, ma anche perché non ha una legislazione adeguata a punire il reato di tortura. In particolare è stato violato l'articolo 3 su "divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti".
di Katia Bonchi
Il Manifesto, 8 aprile 2015
Diritti umani. La Corte di Strasburgo condanna l'Italia per le violenze della Diaz. Censure pesanti contro stato e polizia: manca il reato specifico e l'identificativo degli agenti, le istituzioni coprirono i violenti. Il blitz alla Diaz durante il G8 di Genova deve essere qualificato come "tortura", alla polizia è stato consentito di non collaborare alle indagini e la reazione dello Stato italiano non è stata efficace violando l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Lo ha stabilito la Corte europea di Strasburgo (Cedu) che ha accolto il ricorso di Arnaldo Cestaro, uno dei 92 manifestanti, picchiati e ingiustamente arrestati la notte del 21 luglio 2001. Cestaro, all'epoca 62 enne, uscì dalla scuola con fratture a braccia, gambe e costole che hanno richiesto numerosi interventi negli anni successivi.
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