di Matteo Bartocci
Il Manifesto, 9 aprile 2015
Da oggi l'aula della Camera discute (finalmente) dell'introduzione del reato di tortura nel codice penale. La proposta di legge prevede pene pesanti: la reclusione va da 4 a 10 anni; se poi a torturare è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio la pena è aggravata da 5 a 12 anni. L'istigazione alla tortura specifica vale solo per pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio. Si raddoppiano i termini di prescrizione; se prima non interviene il processo il reato si estinguerà in 20 anni.
Non si potrà godere di alcuna immunità diplomatica. In più è previsto il divieto assoluto di espulsione o respingimento verso paesi che praticano la tortura e qualsiasi dichiarazione o informazione estorta sotto tortura non sarà utilizzabile in un processo; varranno, però, come prova contro gli imputati di tortura. Ma cosa accade negli altri Paesi europei? Quasi tutti gli stati più importanti, ad eccezione della Germania e dell'Italia, hanno introdotto da tempo forme legislative specifiche contro il reato di tortura.
Francia
In Francia il reato di "tortura o atti di barbarie" è disciplinato dal codice penale. La pena minima è fino a 15 anni senza possibilità di godere di benefici come la sospensione o il frazionamento. La reclusione può arrivare fino 20 anni se commessa su un minore o un disabile fisico o psichico e fino a 30 se il reato è commesso da un genitore, o in maniera abituale nei confronti di una persona vulnerabile per età, malattia o infermità. In caso di morte è previsto l'ergastolo.
Regno Unito
Nel Regno Unito, il Criminal Justice Act del 1988 prevede una pena pari all'ergastolo per chi commette il reato di tortura definito come "il pubblico ufficiale" che nell'esercizio delle sue funzioni "pone in essere azioni tali da procurare ad altri sofferenza fisica o psicologica".
Spagna
In Spagna il codice penale modula le pene in base all'autore del reato. In via generale la pena va da 6 mesi a due anni. Se a commettere il reato di tortura è un funzionario pubblico la detenzione va da 2 a 6 anni per i fatti gravi e da uno a 3 per fatti meno gravi. In ogni caso è prevista l'inabilitazione assoluta da 8 a 12 anni.
di Paola Zanca
Il Fatto Quotidiano, 9 aprile 2015
Oggi alla Camera il voto sulla legge per il reato di tortura M5S, familiari delle vittime e associazioni denunciano: "così com'è non serve a nulla, sarà impossibile trovare le prove".
L'avvocato Fabio Anselmo scuote la testa piuttosto nervoso: "Oh, io ho la tessera del Pd eh... sia chiaro! Ma questa volta hanno ragione!". Il soggetto sottinteso sono i parlamentari del Movimento Cinque Stelle. Davanti a lui - diventato il legale "ufficiale" dei morti di Stato - hanno appena annunciato che oggi, se non verrà accolto nessuno dei loro emendamenti, voteranno contro il disegno di legge per l'introduzione del reato di tortura. Il consueto ragionamento sui grillini che troppo vogliono e nulla stringono questa volta vacilla, e l'avvocato Anselmo vuole dire proprio questo quando tira in ballo la sua tessera del Pd. Dice Anselmo che approvare quel testo così com'è sarebbe solo concedere "un alibi" al Paese: "Di fronte a un'altra Diaz potrà dire: 'io la legge l'ho fatta, punire il reato è compito dei magistratì. Ma se una legge sulla tortura consente che escano dalle maglie casi come quello di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi o Francesco Mastrogiovanni, allora è meglio non averla. Ho paura che questa legge serva solo a levare l'Italia dall'imbarazzo". Ebbene sì, se anche la legge che aspettiamo da 27 anni venisse approvata oggi dalla Camera sull'onda della condanna della Corte di Strasburgo, l'ipotesi di tortura non sarebbe stata contemplata nemmeno in casi eclatanti come quelli elencati dall'avvocato Anselmo.
Né per gli occhi pesti del romano Cucchi, né per le 54 ferite inferte su Aldrovandi in una strada di Ferrara, né per le 90 ore che Mastrogiovanni ha trascorso legato a un letto in un centro di salute mentale a Vallo della Lucania. La ragione sta nella serie di "incisi superflui e pericolosi" che sono stati introdotti nel testo di legge (e che per questo motivo dovrà tornare al Senato): avverbi, frasi e specifiche che trasformano l'accertamento del reato in una missione quasi impossibile.
Li hanno illustrati ieri i deputati M5S Vittorio Ferraresi e Giulia Sarti, accompagnati appunto dall'avvocato Anselmo, dai famigliari delle vittime e dai rappresentanti di Amnesty International e di Antigone. Prima di tutto c'è la parola "intenzionalmente". In pratica, non basta dimostrare che un soggetto ha, attraverso la violenza o la minaccia, inflitto "acute sofferenze fisiche o psichiche" allo scopo di punire, ottenere informazioni, vincere una resistenza. No, bisogna anche provare che nel farlo, il torturatore, ha sentito un "compiacimento personale".
Dice Anselmo: "Presuppone il sadismo. Ma come lo dimostriamo?". Poi c'è la questione della prescrizione. Gli agenti dell'irruzione alla Diaz li ha salvati quella. E forse, sarebbe il caso che su temi così delicati, il reato fosse a lunga conservazione. Succede in molti dei Paesi che, come noi, hanno ratificato la convenzione Onu del '84 che vieta la tortura: hanno istituito un reato "proprio", circoscritto ai pubblici ufficiali (noi no) e lo hanno qualificato come un reato di "lesa umanità" imprescrittibile (noi no). Raccontava ieri Antonio Marchesi, portavoce di Amnesty, che il nostro ordinamento in materia, per esempio, è molto più arretrato rispetto a quello dell'Argentina: così, non abbiamo concesso l'estradizione di alcuni torturatori del regime perché da noi quei reati non erano puniti (e in ogni caso sarebbero stati prescritti).
Marchesi è dell'idea che il testo all'esame della Camera sia "tutt'altro che perfetto" ma teme che uno stop sarebbe un'occasione persa: "Non è detto - ricorda - che il tempo che rimane da qui a fine legislatura sia sufficiente a fare una legge migliore".
Un po' la stessa tesi di Luigi Manconi, senatore Pd e presidente dell'associazione A Buon Diritto: "Una legge mediocre è meglio che nessuna legge". Tra gli altri punti che i Cinque Stelle mettono all'indice c'è il fatto che il reato è contemplato solo nell'esercizio delle funzioni (loro chiedono che venga ampliato anche al di fuori). E poi la spiegazione secondo cui "la sofferenza" provata dalla vittima deve essere "ulteriore" rispetto a quella che proverebbe con le "legittime misure privative o limitative di diritti".
Si tratta di ipotesi già contemplate dal codice penale: "Più paletti metti, più specificazioni fai - conclude l'avvocato Anselmo - più sarà faticoso accertare il reato". I Cinque Stelle sono fiduciosi che un compromesso si troverà. Ma l'Ncd di Alfano pare irremovibile. Renzi, provocato sul suo no comment alla sentenza di Strasburgo, ha risposto all'ex disobbediente Luca Casarini: "Quello che dobbiamo dire lo dobbiamo dire in Parlamento con il reato di tortura". Cosa ci sia scritto dentro è un di più.
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 9 aprile 2015
Ai due Matteo (Orimi e Renzi), della mattanza di Genova 2001 e della decisione della Corte Europea di condannare la polizia italiana per aver torturato ragazzi inermi, non gliene frega un fico secco. I due Matteo sono esattamente due esponenti della generazione che poco meno di 15 anni fa diede vita al movimento no-global, cioè all'ultimo episodio di ribellione di massa contro il liberismo e probabilmente all'ultima prova di "esistenza in vita" della sinistra (non solo in Italia). I due Matteo - mentre i loro coetanei urlavano a Genova (e poi a Porto Alegre, a Barcellona, a Goteborg e altrove) contro lo strapotere del mercato, e chiedevano giustizia sociale, e si battevano contro la guerra, e poi subivano la ferocia sadica di alcuni reparti della polizia italiana - se ne stavano chiusi negli uffici dei loro partiti, a fare i giovani burocrati e a pensare alla carriera. Ci pensarono bene, alla carriera, dicono i fatti.
Scoprire nel 2015 che Gianni De Gennaro nel 2001 era il capo della polizia italiana è una cosa davvero paradossale. Da ridere. O anche da piangere ovviamente. A seconda che si consideri il cinismo l'anima della commedia o della tragedia.
De Gennaro non ha subito nessuna condanna per la mattanza di Genova, né dai tribunali italiani né da quelli internazionali. Questo non vuol dire che non abbia una responsabilità politica oggettiva: era il capo della polizia e l'immagine della polizia uscì distrutta dalla vicenda genovese e dal modo nel quale essa rimbalzò sulla stampa di tutto il mondo. Uscì distrutto anche il rapporto di fiducia tra polizia e popolo. E il prestigio internazionale dell'Italia subì un colpo micidiale. E dunque sarebbe stato logico presentare il conto a De Gennaro. Ma nessuno glielo presentò: né la destra né la sinistra. Perché? Forse per la semplice ragione che allora Gianni De Gennaro era uno uomo molto potente, e la politica italiana (come del resto il giornalismo) non abbonda di cuor di leone.
La politica italiana ( e anche il giornalismo) azzanna la vittima solo quando è sicura che sia già sconfitta. Oggi De Gennaro non è certo l'uomo potente del primo decennio del duemila, e allora la politica pensa che sia attaccabile. E siccome De Gennaro è considerato un uomo di D'Alema e di Letta, i due Matteo lo vogliono far fuori. Non certo perché gli batta il cuore di dolore per le randellate prese dai ragazzi di Genova, o per le torture a Bolzaneto: semplicemente perché vogliono mettere un uomo loro a Finmecccanica.
È questo che davvero indigna. L'uso strumentale di una battaglia ideale per accaparrarsi una poltroncina e per chiudere una vendetta. Finché la politica sarà questo, dopo aver perso tutti i suoi contenuti di pensiero e di strategia, finché sarà solo un gioco di società per accaparratori di potere, è impensabile che l'Italia esca dalla crisi. La crisi morale - parola abbastanza insensata ma abusatissima da anni - non è qualche tangente - che sempre c'è stata e sempre ci sarà - ma è la fine delle idealità e la vittoria dei pescecani, la fine della lotta delle idee sostituita dalla lotta degli sgabelli (beh, quello di Finmeccanica non è proprio uno sgabello).
Ai due Matteo non è mai importato nulla del reato di tortura che dovrebbe esistere nel nostro codice dagli anni ottanta (quando loro erano ragazzini) e ancora non esiste. Conoscete qualche iniziativa dei Matteo per accelerare l'iter? O sapete di qualche grido di indignazione perché nelle carceri italiane, dove si vive come in un pollaio, la tortura, quotidiana, continua, è la norma? O vi risulta che si siano pronunciati contro il carcere preventivo usato - abitualmente - per cercare di ottenere confessioni o pentimenti, che è una pratica assolutamente simile alla tortura? No, non avete sentito grida dei due Matteo, né vi risultano loro iniziative. Vogliono la testa di De Gennaro, e basta. È spaventoso il grado di ipocrisia che guida la nostra classe dirigente. È vero che la politica - e il giornalismo - hanno sempre convissuto con un certo grado di ipocrisia. Ma una cosa è usare l'ipocrisia come strumento, una cosa diversa è farne un valore.
E sulla sentenza della Corte Europea su Genova 2001 lo scatenamento dell'ipocrisia è stato impressionante. Anche su un fronte opposto a quello dei Matteo.
Ieri, per esempio, il Fatto quotidiano ha aperto il giornale con un bel titolo a tutta pagina: "La tortura è reato. In Europa". Con una polemica aperta contro il fatto che in Italia con è reato. Applausi al titolo. Poi, però, sommessamente, una domanda: ma il partito dei Pm (al quale, con una modesta approssimazione, associamo il Fatto) ha mai fatto qualcosa per chiedere che fosse introdotto nei codici il reato di tortura?
Non mi pare. Ha chiesto il reato di auto-riciclaggio, l'aumento delle pene per le tangenti, ha chiesto il falso in bilancio, l'omicidio stradale, l'aumento delle prescrizioni. Ha chiesto più intercettazioni, ha chiesto l'abolizione del secondo grado di giudizio. E della tortura quando ha parlato? Mai. E II "Fatto" quando si è preoccupato della tortura? E la politica giudiziaria, in Italia, è stata imposta dal partito dei Pm e dai suoi giornali, o no?
PS. Gianni de Gennaro è una figura molto complessa. È stato un poliziotto eccezionale, forse il più bravo poliziotto del dopoguerra. Insieme al suo amico Falcone ha inferto dei colpi micidiali alla mafia (lui e Falcone sono gli unici ad avere davvero colpito al cuore la mafia). Poi ha fatto molte altre cose che non so giudicare (tra le quali il capo dei servizi segreti) e sicuramente ha svolto malissimo il ruolo di capo della polizia perché, da sola, la macchia di Genova è indelebile (anche se ha avuto il merito di allevare una nidiata di allievi, come manganelli e Pansa, che si sono dimostrati ottimi successori). Personalmente, da giornalista, quando scrivevo sull'Unità e su Liberazione ho chiesto mote volte le dimissioni di De Gennaro. Chiederle oggi, però, francamente, mi pare una cosa un po' ridicola e un po' vigliacca.
di Marco Preve
La Repubblica, 9 aprile 2015
Banche, squadre di calcio, aziende di Stato. In attesa di indossare di nuovo la divisa. Ricche consulenze per i big rimasti (temporaneamente) fuori dal corpo, e neppure un giorno di sospensione per i capisquadra che guidarono gli agenti torturatori. Con i protagonisti di una delle pagine più nere della democrazia italiana, in fondo, la sorte non è stata così maligna.
Ed è anche questo aspetto, quello di un'impunità quasi totale, che ha influito non poco nel giudizio con cui la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato l'Italia per le torture avvenute all'interno della scuola Diaz al G8 genovese del 2001.
La Corte di Strasburgo ha sottolineato che di fronte al semplice sospetto di gravi abusi commessi da appartenenti alle forze dell'ordine la Convenzione dei Diritti dell'uomo prevede l'allontanamento degli stessi dalle posizioni che occupano già nella fase d'indagine. Invece per la Diaz è accaduto l'esatto contrario, molti di loro sono stati promossi questori, capi di dipartimento, prefetti, e da indagati e condannati hanno raggiunto livelli apicali.
Quelli che hanno dovuto lasciare la divisa sono quasi tutti "caduti in piedi" e gli altri rappresentano ancora lo Stato nelle strade e nelle piazze d'Italia. Quando nel luglio 2012 la Cassazione conferma le pesanti condanne di appello per falso (le uniche che si sono salvate dalla prescrizione a differenza delle lesioni gravi) Franco Gratteri è il capo della Direzione centrale anticrimine, Gilberto Caldarozzi, capo dello Servizio centrale operativo, Giovanni Luperi, capo del dipartimento analisi dell'Aisi, l'ex Sisde, Filippo Ferri, il più giovane, figlio dell'ex ministro e fratello del sottosegretario alla giustizia, guida la squadra mobile di Firenze.
L'interdizione dai pubblici uffici obbliga il ministero ad espellerli. Non restano a spasso per molto. Ferri diventa responsabile della sicurezza del Milan e per alcuni mesi è l'angelo custode di Mario Balotelli. Gilberto Caldarozzi lavora prima per le banche e poi viene chiamato come consulente della sicurezza a Finmeccanica dal suo vecchio capo, Gianni De Gennaro.
Indiscrezioni raccontano che anche Franco Gratteri abbia avuto rapporti con il colosso di Stato ma dall'ufficio stampa dicono che non risulta. A Gratteri, nel 2013 il ministero pagava ancora un appartamento di servizio nel centro di Roma, ufficialmente per motivi di sicurezza. Tra gli altri funzionari di vertice che si sono riciclati come consulenti c'è anche Salvatore Gava ex dirigente di squadra mobile che oggi lavora per Unicredit.
Attività manageriale starebbe svolgendo anche un altro condannato per la Diaz, quel Fabio Ciccimarra che è stato condannato in appello (prescritto in Cassazione) per sequestro di persona per i fatti del G7 di Napoli alla Caserma Raniero, sempre nel 2001. Ciccimarra da indagato in due processi e già con condanne in primo grado era un funzionario in carriera fino al 2012, quando il definitivo per la Diaz lo colse capo della squadra mobile all'Aquila. Vincenzo Canterini, il capo del reparto mobile di Roma dopo il 2001 ha avuto prestigiosi incarichi nelle ambasciate europee e una volta in pensione si è dedicato anche a rievocare, a modo suo, la vicenda Diaz in un libro.
Il suo vice Michelangelo Fournier, il funzionario che interruppe i pestaggi al grido di "basta basta", che al processo parlò di "macelleria messicana", ma che non fu mai in grado di individuare neppure un responsabile delle brutalità tra i suoi uomini, oggi è sempre in servizio e ricopre anche un ruolo sindacale. Se, per questioni anagrafiche, i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici mettono fuori gioco Gratteri e Luperi (anche se non sono vietate consulenze con i servizi segreti), per i più giovani non è escluso, ed è anzi previsto, un ritorno in divisa una volta scontato il periodo.
Nessun esponente di governo ha infatti mai specificato che non saranno riammessi. Potrebbero indossarla ancor prima due funzionari responsabili di condotte minori nella vicenda Diaz. Uno di loro è quel Pietro Troiani che diede ordine al suo autista di trasferire dal blindato al cortile della scuola Diaz il sacchetto con le molotov poi addebitate ingiustamente ai manifestanti. L'aver beneficato dell'affidamento ai servizi sociali per i pochi mesi da scontare non coperti dall'indulto consente infatti di ottenere la cancellazione dell'interdizione. Grazie alla prescrizione per le lesioni gravi non hanno invece subito nessuna interdizione i capisquadra condannati: Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri.
Hanno continuato a fare il loro lavoro. Addirittura il governo italiano, come si legge nella sentenza della Corte europea, non ha mai voluto informare i giudici di Strasburgo circa le sanzioni disciplinari adottate. E lo stesso sta facendo il ministro Angelino Alfano da due anni esatti. Nel maggio del 2013 i parlamentari di Sel presentarono un'interrogazione al Viminale per sapere quali misure disciplinari fossero state prese nei confronti dei condannati per la Diaz. La risposta deve ancora arrivare.
di Massimo Villone
Il Manifesto, 9 aprile 2015
Corruzione o confusione? L'onda maleodorante lambisce palazzo Chigi e il Pd di governo, ed è debole rispondere che si tratta del partito di ieri. Il rapporto 2014 della Guardia di Finanza fotografa un paese gravemente malato: solo per i reati contro la pubblica amministrazione 3.700 presunti responsabili e miliardi di euro bruciati. Si scatenano analisi, suggerimenti e proposte. E tuttavia un passo avanti, uno indietro, uno di lato.
Prescrizione lunga sì, ma non troppo, e men che mai scelte drastiche come escluderla dopo la condanna di primo grado. Legge Severino sì, forse, magari con limature. Soprattutto su incandidabilità, ineleggibilità e partecipazione a organi di governo andiamoci piano. Privacy sì, anche i politici hanno diritto, forse un po' meno degli altri, ma è una questione di civiltà. Anche se per la sicurezza peschiamo con lo strascico nei computer di sessanta milioni di italiani. Intercettazioni sì, ma non esageriamo. E soprattutto evitiamo con ragionati bavagli che se ne parli sui media. Con buona pace dell'opinione pubblica, della responsabilità politica e del controllo sociale, pilastri della democrazia. Quanto ai magistrati, è avviata la normalizzazione con le norme sulla responsabilità. Lo voleva l'Europa? Falso. Al più, chiedeva la responsabilità dello stato, non quella civile del singolo magistrato.
In ogni caso, indaghiamo partendo dalle cooperative. Poi mettiamo sotto torchio le fondazioni. E i politici che frequentano abitualmente Confindustria? Fanno cultura?
Nelle platee di Cernobbio e Ambrosetti nessuno avrà mai dato o ricevuto mazzette, case, viaggi all'estero, regali, consulenze, occasioni professionali, o avrà mai saputo, taciuto, tollerato?
E perché cooperative e fondazioni? La corruzione le ha come forme giuridiche favorite? Le società per azioni non ci interessano? E le associazioni non profit che gestiscono col sostegno pubblico servizi di rilievo sociale? Fingiamo di non vederne la frequente strumentalità verso il consenso per questo o quel politico? Non a caso fioriscono nel governo locale.
Una cosa è esternalizzare la manutenzione delle fotocopiatrici e dei computer. Ben altra esternalizzare l'assistenza agli anziani o ai disabili, magari a cooperative di ex-disoccupati o ex-detenuti. O ancor più privatizzare l'acqua.
Allora facciamo gestire gli appalti da soggetti indipendenti doc, scegliendone i componenti per sorteggio. Ma come definiamo la platea dei sorteggiandi? E chi custodisce i custodi? Poi, basta chiedere agli universitari per sapere che il sorteggio non cancella nepotismi e clientele, ma li rende al più erratici e casuali.
A chi vuole fare impresa vera un consiglio: lasciate perdere, datevi al lotto e al gratta e vinci.
Ma alla fine è il denaro che corteggia la politica o la politica che corteggia il denaro? Una demagogia pusillanime ha cancellato il finanziamento pubblico. Una campagna elettorale anche banale arriva a sei cifre.
I partiti hanno le casse vuote, mentre la preferenza unica esaspera la competizione al loro interno. Tutti contro tutti, e le primarie raddoppiano i costi. Attrarre contributi è per i candidati vitale, e non si chiedono ai poveracci.
Combattere la corruzione richiede una strategia globale e coerente, volta a prevenire e ostacolare l'attività criminosa giorno per giorno, in ogni luogo in cui si gestisce la cosa pubblica.
Riforme costituzionali ed elettorali che favoriscano la rappresentatività e le new entries, e tendano a ripristinare gli strumenti della responsabilità politica e istituzionale. Questo si ottiene abbattendo le soglie, riducendo al minimo gli incentivi maggioritari, evitando l'ipertrofia degli esecutivi a danno delle assemblee elettive.
Riforme che contengano i costi della politica, ad esempio scegliendo il collegio piuttosto che il voto di lista e preferenza, e parallelamente ripristinando un finanziamento pubblico ragionevole, rigoroso, a prova di imbroglio.
Una legge sui partiti che garantisca la democrazia interna e i diritti degli iscritti, rendendo al soggetto politico la capacità di reggere responsabilità pubbliche, e superando il populismo demagogico delle primarie aperte.
E ancora riforme della pubblica amministrazione, che riportino all'interno dell'organizzazione pubblica un sapere tecnico che eviti al massimo il ricorso a competenze esterne nella forma di consulenze, organismi tecnici, nuclei di valutazione o altro.
Riforma del rapporto tra politici e dirigenti, che temperi la sudditanza del dirigente verso il politico cui deve la propria nomina o la permanenza nell'incarico.
Ripristino di forme essenziali di controllo di legittimità degli atti. Piena visibilità, escludendo garanzie di privacy, per le responsabilità penali, civili, amministrative, contabili di chi opera nel pubblico o a contatto del pubblico.
Alla fine, e solo alla fine, sanzioni penali incisive per corrotti e corruttori.
Poco o nulla del genere è nei propositi del governo, che anzi va in senso largamente opposto. La vastità del compito esalta la mancanza di un disegno. Ma esalta anche la pochezza delle risposte degli oppositori.
La classe dirigente rottamata e in via di estinzione ha commesso un errore decisivo con le primarie aperte, consegnando il partito e il paese a Renzi. Ma è stato solo l'ultimo di una lunga serie di errori dovuti in buona misura alla accettazione subalterna di una cattiva cultura politica e istituzionale, estranea alla tradizione della sinistra. Un punto rimane. Di certo Renzi e i suoi hanno rottamato il vecchio. Per quel che fanno, non costruiranno il nuovo. Se avremo fortuna, saranno solo un transitorio.
di Enrico Bronzo
Il Sole 24 Ore, 9 aprile 2015
Tra frodi ai finanziamenti pubblici e sprechi nella pubblica amministrazione, lo Stato ha subito un danno di 4,1 miliardi nel 2014. Il dato è contenuto nel Rapporto annuale della Guardia di finanza, pubblicato oggi e disponibile sul sito del corpo, dal quale emerge che sono oltre 3.700 le persone denunciate per reati contro la Pubblica amministrazione.
Per quanto riguarda le frodi ai finanziamenti pubblici, gli uomini delle Fiamme gialle hanno scoperto contributi illecitamente percepiti per quasi 1,3 miliardi: 666 milioni provenivano dai fondi dell'Unione europea e 618 da fondi nazionali. Inoltre, sono state accertate frodi per 113 milioni alla spesa previdenziale e per 141 milioni alla spesa sanitaria. I danni alle casse dello Stato dovuti invece agli sprechi nella pubblica amministrazione ammontano a 2,6 miliardi. Complessivamente sono state denunciate 18 mila persone di cui 3.745 per reati contro la Pa. Di queste ultime, 229 sono state arrestate. A seguito delle indagini, gli uomini della Guardia di finanza hanno recuperato e sequestrato 161 milioni dalle frodi all'Ue, 164 dalle truffe ai fondi statali, 121 dai reati contro la pubblica amministrazione e 13 dalle truffe al sistema previdenziale.
Appalti pubblici per 1,8 miliardi, più di un terzo di quelli controllati e monitorati, sono stati assegnati illecitamente nel 2014. La Guardia di finanza ha effettuato verifiche su 220 appalti, per un valore complessivo di 4,6 miliardi. Complessivamente sono state denunciate 933 persone, di cui 44 arrestate. I controlli degli uomini delle Fiamme gialle hanno riguardato appalti pubblici per complessivi 4 miliardi e 630 milioni e dalle indagini è emerso che ben più di un terzo dell'importo, vale a dire un miliardo e 793 milioni, è stato assegnato in maniera irregolare. Su questo fronte, sottolinea la Gdf, l'azione del corpo si è mossa secondo due direttrici: una, "in chiave preventiva, attraverso lo sviluppo di costanti sinergie con l'Autorità nazionale anticorruzione", l'altra, "ai fini repressivi, per contrastare la diffusione dell'illegalità nella pubblica amministrazione".
Sono quasi 8mila gli evasori totali, soggetti completamente sconosciuti al Fisco, scoperti dalla Guardia di finanza nel 2014, mentre è di un miliardo e duecento milioni il valore dei beni sequestrati per reati tributari. Complessivamente, sono 17.802 i reati tributari scoperti e 13.062 i soggetti denunciati, di cui 146 arrestati. Nell'ambito della lotta all'evasione fiscale e al sommerso, gli uomini delle Fiamme gialle hanno anche scoperto 11.936 lavoratori in nero e 13.369 lavoratori irregolari. 5.082 sono invece i datori di lavoro scoperti e denunciati, che utilizzavano manodopera irregolare o in nero.
Nel corso del 2014 la Gdf ha sottratto alla criminalità organizzata beni per quasi 4 miliardi: 3,3 miliardi è infatti il valore dei beni sequestrati e 733 milioni è quello dei beni confiscati. Oltre cinquemila gli accertamenti patrimoniali svolti l'anno scorso.
Oltre 290 milioni di prodotti, tra falsi e non in regola con la normativa comunitaria, sono stati sequestrati dalle Fiamme Gialle nel 2014, per un valore quantificato attorno ai 2,9 miliardi. Dei prodotti, 42 milioni erano contraffatti e 247 non rispondenti alle norme di sicurezza. 1.400 sono invece le tonnellate di cibi sequestrati nell'ambito dei controlli sulle frodi nel comparto alimentare.
di Fulvio Bufi e Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 9 aprile 2015
Il responsabile commerciale Verrini rivela i nomi di politici e amministratori. Ha chiesto di essere interrogato e per oltre cinque ore ha risposto alle domande dei pubblici ministeri. Nell'inchiesta sugli appalti truccati della "Cpl Concordia", c'è un altro manager che decide di collaborare. È Nicola Verrini, responsabile commerciale ed ex componente del consiglio di amministrazione, e le sue dichiarazioni sembrano aprire scenari inediti, visto che affronta i rapporti con la politica e in particolare il legame tra il presidente Roberto Casari e il Partito democratico. Non è l'unica novità. Gli accertamenti di queste ore riguardano anche la provenienza di una busta con migliaia di euro in contanti trovata a casa dello stesso Casari con una scritta a matita: "Baffo".
Accade tutto martedì mattina, subito dopo le vacanze pasquali. Mentre i carabinieri del Noe sono impegnati a verificare le dichiarazioni di Francesco Simone, il responsabile delle relazioni istituzionali della cooperativa modenese che ha ricostruito i retroscena di appalti e nomine degli ultimi anni, i difensori di Verrini - gli avvocati Massimo e Michele Jasonni - contattano i magistrati. Di fronte al giudice il manager si era avvalso della facoltà di non rispondere. "Era sotto choc per l'arresto - chiariscono i legali - ma dopo qualche giorno abbiamo concordato sull'opportunità di incontrare i magistrati". Detto fatto. I sostituti procuratori Henry John Woodcock e Celeste Carrano entrano nel carcere di Poggioreale alle 15 di due giorni fa, escono quando è ormai tarda sera.
Verrini ha certamente un ruolo chiave all'interno della "Cpl" perché è il responsabile commerciale ma soprattutto perché, come spiega il difensore, "è entrato come tecnico di cantiere e poi ha fatto carriera fino a diventare responsabile commerciale per l'area del Tirreno e membro del consiglio di amministrazione". Circa un anno fa arriva la svolta, alcuni manager vengono convocati come indagati, scoprono che l'inchiesta riguarda alcune commesse ottenute in Campania e in particolare la metanizzazione di Ischia. "Verrini - ricorda l'avvocato Jasonni - si è dimesso dal consiglio di amministrazione e ha chiesto di essere spostato in un'altra zona commerciale per non continuare ad avere interessi professionali nell'area oggetto dell'inchiesta della Procura di Napoli".
La decisione non lo salva comunque dall'arresto. Il giudice lo accusa di aver partecipato a quell'associazione per delinquere, creata insieme agli altri responsabili della "Cpl", che versava tangenti a politici e pubblici amministratori per aggiudicarsi i lavori. Di fronte ai pubblici ministeri Verrini non lo nega. Racconta dettagli, circostanze. Poi fa i nomi degli interlocutori che hanno consentito alla cooperativa di seguire una corsia privilegiata nelle gare. E approfondisce quei legami che Casari ha con numerosi esponenti del Pd.
Anche Simone sta parlando dei rapporti con i politici, ricostruendo i retroscena delle trattative che lui stesso ha seguito personalmente per ottenere l'assegnazione degli appalti. I magistrati hanno disposto immediate verifiche su quanto messo a verbale da entrambi. I due sono sempre stati in costante contatto, confrontandosi praticamente su ogni mossa. Sono proprio loro che l'11 marzo del 2014 - ignari di essere intercettati - discutono sull'opportunità di finanziare la Fondazione Italiani Europei di Massimo D'Alema, colloquio ritenuto dal giudice "di estremo rilievo per il modo in cui gli stessi distinguono i politici e le istituzioni loro referenti operando una netta ma significativa distinzione tra quelli che al momento debito si sporcano le mani ("mettono le mani nella merda") e quelli che non lo fanno".
Lunedì, quando i carabinieri sono entrati nelle case degli indagati per eseguire gli arresti, hanno perquisito gli appartamenti e da Casari hanno trovato la busta con 16 mila euro in contanti. "Sono i soldi che tengo a disposizione per le esigenze della famiglia, se dovesse accadermi qualcosa", ha spiegato. E sulla scritta ha aggiunto: "Si riferisce a me che ho i baffi".
di Giovanni Fiandaca (Ordinario di diritto penale dell'Università di Palermo)
Il Foglio, 9 aprile 2015
Contro le vestali delle Procure. Perché i magistrati utilizzano i processi come strumenti di moralizzazione pubblica e censura individuale. Ecco come funziona il "mascariamento".
Qual è l'oggetto, qual è lo scopo del procedimento penale? Interrogativi come questi, a prima vista retorici od oziosi, tendono ciclicamente a riproporsi anche fuori della cerchia degli addetti ai lavori. Come nel caso recente ed eclatante di Massimo D'Alema, potenzialmente discreditato - pur non essendo indagato - dalla divulgazione di intercettazioni disposte nell'inchiesta sulle presunte tangenti ad Ischia.
Offeso da questa diffusione pubblica di conversazioni prive di rilievo penale, l'ex premier ha subito reagito obiettando che "i magistrati devono accertare fatti e reati, senza attribuirsi funzioni politiche o pubblicistiche di alcun genere" (cfr. l'intervista al Corriere della Sera del 1° aprile 2015). Com'è risaputo, questo tipo di obiezione, tutt'altro che nuova, solleva un problema reale.
Se i fatti in questione non sono in se stessi penalmente rilevanti, e neppure hanno valenza probatoria rispetto a reati commessi da altri, perché inserirli nelle ordinanze di custodia cautelare con l'effetto di renderli pubblici? Una spiegazione verosimile, maliziosa fino a un certo punto, è questa: si tratterebbe comunque di notizie di pubblico interesse, con conseguente diritto dei cittadini a esserne informati, o perché gettano ombre etico-politiche sui relativi protagonisti, oppure perché servono in ogni caso a ricostruire il complessivo contesto, la rete di relazioni in cui i comportamenti criminosi si ambientano.
Ecco che, in questo modo, il procedimento penale avrebbe come obiettivo anche quello di illuminare la pubblica opinione sia sulla moralità del ceto dirigente, sia sulle cordate politico-affaristiche che alimentano il sistema della corruzione: e la magistratura di conseguenza si ergerebbe a istituzione che, per un verso, esercita - per dirla con Alessandro Pizzorno - un "controllo della virtù" sugli esponenti delle classi superiori; e che, per altro verso, assolve funzioni pedagogico-orientative a beneficio del popolo.
Di questa tendenza a svolgere compiti che trascendono la repressione penale in senso stretto, sono del resto sintomatici l'approccio mentale e lo stesso linguaggio adottati in non pochi provvedimenti giudiziari: da cui si trae l'impressione che l'imputazione penale, debordando dalla contestazione di singoli e specifici illeciti, miri appunto a convogliare giudizi di disvalore di portata più ampia.
Sembra, così, assistersi a una sorta di riscrittura giudiziaria della grammatica e della sintassi delle figure legali di reato: nel senso che queste figure vengono dalla magistratura d'accusa riconcettualizzate mediante una loro trasposizione dal codice penale in codici differenti, strutturati cioè secondo paradigmi eticopolitici e/o socio-criminologici. In poche parole: il reato - per dir così - si politicizza, eticizza o sociologizza.
Gli esempi abbondano e c'è solo l'imbarazzo della scelta. Vediamone qualcuno. Nelle indagini e nei processi ad esempio per reati di criminalità organizzata o contro la pubblica amministrazione, le procure sono solite ricostruire grandi scenari in cui ad assumere la posizione di principale indagato o imputato è un sistema mafioso o un sistema corruttivo, valutati nella loro sostanza criminologica prima ancora che alla stregua di puntuali figure criminose.
Così di recente, nell'ambito delle accennate indagini sulla coop Cpl Concordia, i pubblici ministeri napoletani stigmatizzano l'esistenza di "un assetto associativo e di una complessa rete di relazioni interpersonali con esponenti di rilievo del mondo imprenditoriale/ politico", che verrebbero sfruttati "d'intesa con i vertici della predetta società, anche attraverso il voto politico di scambio, come strumento attraverso il quale perseguire ingiusti profitti (...) e più in generale l'assegnazione di appalti attraverso un articolato sistema corruttivo(...)" (citazione tratta dal Corriere della sera del 2 aprile 2015).
E, sempre nel contesto delle medesime indagini, i pm altresì ipotizzano "una sistematica e inquietante ingerenza" di un alto ufficiale della Finanza "in scelte e vicende istituzionali ai più alti livelli": a dispetto dell'allarmata preoccupazione che traspare da questa prosa giudiziaria, il presunto coinvolgimento sistemico dell'ufficiale in questione sembra tuttavia sfuggire alla presa dei guanti di legno del codice penale (il fascicolo, trasferito per competenza a Roma, sarebbe in corso di archiviazione: cfr. Repubblica del 3 aprile). Ancora una volta, al di là della diretta rilevanza penale, premono dunque il disvelamento della pericolosa rete di relazioni e il conseguente "mascariamento" mediatico dei personaggi coinvolti!
A ben guardare, questa enfasi giudiziaria posta sul Sistema lascia trasparire tre cose. Primo: l'approccio dei magistrati d'accusa muove da una precomprensione, cioè dall'idea pregiudiziale del carattere sistemico della criminalità politico-amministrativa.
Secondo: il fondamento giustificativo della colpevolezza poggia, più che su questo o quel reato specifico, sul fatto - assai riprovevole in sé - di entrare a far parte di sistemi del malaffare (anzi, che questa partecipazione eticamente censurabile poi assuma o meno rilevanza criminosa sul piano giuridico-formale, può apparire persino secondario!).
Terzo: in coerenza con siffatte premesse pregiudiziali, la missione della giustizia penale finisce col consiste non soltanto nel reprimere singoli reati, bensì - prima ancora - nello svelare e combattere mali sociali sistemicamente diffusi. Non mancano, invero, casi in cui il fondamento etico-politico del rimprovero giudiziario risalta con particolare evidenza. Così, in un procedimento per concorso esterno in associazione mafiosa a carico di un noto uomo politico siciliano (l'ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro, infine prosciolto però da una simile imputazione), il pm ha stigmatizzato il disvalore della condotta contestata in questi termini: "Il tradimento di Cuffaro, uomo delle istituzioni, è di una gravità inaudita" (cfr. Giornale di Sicilia del 31 maggio 2012).
È appena il caso di rilevare che, argomentandosi in tal modo, l'addebito di concorso esterno riveste di panni giuridici una censura pregiudizialmente basata su parametri di giudizio morali e politici. Quanto ciò è compatibile con i principi di fondo di un diritto penale liberale, ispirato da un lato alla tendenziale separazione tra politica, etica e diritto e, dall'altro, basato (in teoria) sul disvalore del "fatto" più che sulla riprovevolezza soggettiva dell'autore?
Fino a che punto la teoria fa i conti con la realtà? Per quanto sorretta da nobili preoccupazioni garantiste, la tesi che il giudice debba concentrarsi sui fatti (e non sulla personalità o sul ruolo dell'autore) si scontra, in effetti, con quella che potremmo definire una irresistibile vocazione intrinseca del processo penale: vocazione ben messa allo scoperto, in letteratura, ad esempio da Milan Kundera. Commentando Il processo di Kafka, Kundera infatti scrive con angoscia: "Il processo celebrato dal tribunale è sempre assoluto; cioè non riguarda un atto isolato (furto, frode, violenza carnale) ma l'intera personalità dell'accusato".
Come dar torto allo scrittore praghese, se consideriamo non il processo ideale caro ai teorici liberali ma il processo concreto nelle aule di tribunale? Ma, se è vero che il processo è totalizzante perché tende sempre a giudicare anche la persona dell'autore, l'imperativo deontologico da trarne non potrebbe che essere questo: il magistrato dovrebbe, a maggior ragione, guardarsi dalla tentazione di utilizzare il processo come strumento di censura individuale e di moralizzazione pubblica.
A voler assecondare questa tentazione si finisce, infatti, con l'incrementare oltre misura la già naturale vocazione del giudizio penale a veicolare condanne morali che coinvolgono l'intera personalità degli imputati: con un accresciuto effetto di torsione moralistica, in chiave illiberale, dell'esercizio della giurisdizione. A questo punto, la morale da trarre è forse intuibile.
Oggetto e scopi del procedimento penale dipendono, oltre che dalle norme scritte, dallo spirito del tempo e dal modello di magistrato con connessa cultura di ruolo predominanti di volta in volta (ma, in qualche misura, dipendono anche da quello che il singolo magistrato ha nella testa, nel cuore e persino nella pancia). Prenderne atto, può risultare poco tranquillizzante; ma può indurre ad aprire un dibattito pubblico sulla magistratura penale oggi, non ignaro della realtà effettuale e, dunque, non asservito in partenza ai contrapposti ideologismi.
di Marco Giusti
Libertà Sicilia, 9 aprile 2015
Il fenomeno del pentitismo è di costante attualità. Un fenomeno che presenta un andamento piuttosto regolare anche se i media a volte hanno la capacità di sollecitare picchi di interesse riferiti a particolari casi e a personaggi divenuti famosi.
Siamo il più grande produttore al mondo di "collaboratori di giustizia", per la presenza di fenomeni di criminalità organizzata endemici nel meridione, come la mafia, la camorra, la 'ndrangheta, sacra corona unita e via dicendo. Il fenomeno e riconducibile al momento storico in cui grandi boss hanno cominciato a "parlare" del proprio mondo malavitoso, forse per la loro stessa intolleranza ad una criminalità senza limiti, come i più noti, Buscetta e Contorno.
Lo Stato e la magistratura misero in campo una serie di deliberazioni per tentare di sfondare il mondo impenetrabile delle cosche mafiose e similari, oltre alla necessità di proteggere i pentiti da punizioni e ritorsioni da parte di boss e nemici hanno portato alla prima legge di disciplina del sistema di protezione: legge 82 del 15 marzo 1991, che ha convertito con modifiche il DL. 8 del 15 gennaio 1991.
Il fenomeno quindi è regolamentato con benefici carcerari, sconti di pena, carceri ad hoc, nuova identità per i pentiti, aiuti economici e altro, ma si rivelano taluni buchi normativi, dovuti evidentemente alla prima emergenza, e gradualmente sanati dalle leggi di modifica: legge 13 febbraio 2001 n.45.
Lo Stato e magistratura fin dall'inizio incoraggiano il fenomeno ma non ci sono i fondi neri come ritenuto indebitamente da qualcuno, anzi sul fenomeno c'è una puntuale relazione semestrale al Parlamento da parte degli uffici ministeriali interessati: la Direzione centrale polizia Criminale.
Gli organi del sistema di protezione: in primis l'Autorità Giudiziaria, che propone il sistema di protezione per i collaboratori e decide se il soggetto e a rischio e se e quali familiari hanno bisogno di protezione. L'organo politico, ossia la Commissione mista insediata presso il Ministero dell'Interno e presieduta dal Sottosegretario con delega alla polizia, che decide sulla ammissione della proposta. Il Servizio Centrale di Protezione del Ministero Interno è l'organo esecutivo, presieduto da un Questore o da un Generale dei Carabinieri in alternanza triennale, controllato da governo e forze politiche, che si occupa di dare attuazione all'intero programma di protezione.
Procedura: Può nascere con l'arresto di un criminale. È il caso dei fratelli Brusca, ed è l'ipotesi più comune che decide di parlare oppure può nascere con una collaborazione spontanea indipendentemente da un arresto.
L'Autorità Giudiziaria fa la proposta di "protezione" al fine di avere notizie utili, la Commissione decide sulla ammissione e gli uffici ministeriali competenti mettono in atto il programma di protezione. Il Servizio Centrale di Protezione provvede all'attuazione degli speciali programmi di protezione e di assistenza, ivi compresa la promozione delle misure di reinserimento nel contesto sociale e lavorativo dei collaboratori di giustizia e degli altri soggetti ammessi al programma, formulati dalla Commissione Centrale di cui all'art. 10 del D.L. 15.1.91 n. 8.
Provvede inoltre all'attuazione delle misure adottate, in casi di particolare urgenza, dal Capo della Polizia, Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, a norma dell'art. 11 della legge n°82/91. A tal fine mantiene i rapporti con le Autorità Giudiziarie e di Pubblica Sicurezza, nazionali ed estere, nonché con i competenti organi dell'Amministrazione Penitenziaria e con tutte le altre Amministrazioni centrali e periferiche eventualmente interessate.
Attraverso i 14 Nuclei Operativi, con competenza regionale o interregionale, cura la diretta attuazione delle misure di assistenza economica contemplate nel programma e garantisce il necessario supporto. Con "l'intervista" il personale ministeriale prende conoscenza diretta dall'imputato della sua intera esistenza, della sua personalità, della disponibilità a collaborare. Differente è lo status del testimone di giustizia, Legge 45 del 2001, ossia di colui che ha assistito ad un evento delittuoso o ne è rimasto coinvolto ed ha pari bisogno di protezione. I numeri: attualmente in Italia ci sono oltre 900 collaboratori di giustizia, più 5000 familiari; 70 testimoni di giustizia più 200 familiari.
Il criminale non collabora quasi mai per motivi morali, sempre per e solo per i vantaggi connessi alla protezione, soprattutto in presenza di figli minori. Il collaboratore di giustizia può avere permessi premio dal Giudice di Sorveglianza e può perfino essere messo in liberta dopo aver scontato una certa misura della pena, come previsto per legge. Il pentitismo e il collaborazionismo hanno permesso l'arresto di pericolosi boss come Toto Riina, ma il problema della gestione di circa seimila persone esiste. La domanda è se la legge ed il sistema di protezione funzionano. Il fatto che la legge originaria sia ancora vigente e che sia poi stata modificata in vari punti lascia pensare di si.
La prima fase della protezione è il trasferimento (di solito di notte e dal sud al centro-nord) del personaggio "pentito" e dei suoi familiari, che viene allontanato dalla sua zona di origine e residenza (i familiari possono decidere di non seguire il pentito).
La seconda fase e il trapianto del nucleo familiare in una nuova realtà sociale dove sorgono, soprattutto per i minori, problemi di lingua (spesso parlano in dialetto), di rapporti umani, di amicizie, di parenti abbandonati (Sindrome da sradicamento). I benefici possono riguardare il lavoro, la scuola, l'arredamento e tutto il necessario per una vita decente, a cui si aggiungono benefici carcerari se il collaboratore deve scontare una pena. Per un inserimento morbido dei pentiti nelle nuove realtà si preferisce la tecnica della mimetizzazione (il cosiddetto lasciarli stare) per non dare visibilità al "trapianto sociale".
Il problema più grande e la mentalità dei pentiti (non sono abituati a pagare le bollette, hanno comportamenti "strani": qualcuno si è perfino cementato in giardino, altri stendono i panni nell'androne del palazzo). Il contributo mensile ai pentiti, che si aggiunge alla disponibilità di un appartamento dignitoso, e parametrato al nucleo familiare, all' indice Istat sul costo della vita, alla misura degli assegni sociali. La "collaborazione si fonda su un contratto che viene stipulato tra lo Stato ed il collaboratore di giustizia. Le lamentele di qualche pentito (Memorabile il caso di un incatenato di fronte alla questura Genova) trova fondamento in pretese eccessive (una villa anziché un appartamento) e non concordate nel contratto. Se il pentito continua e delinquere e inadempiente dal punto di vista contrattuale.
Il programma di protezione contiene tutti gli elementi necessari a proteggere il collaboratore, con la correlata gestione del nucleo familiare, che la legge tende sempre a salvaguardare, in vista di una evoluzione dello stesso grazie all'inserimento in un ambito sociale più civile. Documenti di copertura: sono necessari per creare una nuova identità del pentito (c'è un regolamento specifico in tale materia). Se la nuova identità è bruciata, ossia svelata, si crea un' altra identità, si va in un altro luogo, in un'altra casa. Viene in pratica creata un'altra esistenza (dalle vaccinazioni, alle scuole fino agli eventi più recenti); nei casi estremi sembra che si ricorra anche a un mutamento chirurgico della faccia.
Quanto dura. La collaborazione dura finché c'è una fattiva collaborazione e fino a che esista un rischio per il pentito (decide al riguardo l'Autorità Giudiziaria). A fine protezione, al fine di un reinserimento sociale e nell'intento di evitare che il soggetto torni a delinquere, viene a questo corrisposta una somma di denaro, previa presentazione di un progetto di reinserimento. Ma ora il taglio alla spese messo in atto dal governo centrale rischia di far naufragare tutti i risultati ottenuti contro la lotta alla mafia. Senza i collaboratori di giustizia non ci sarebbero stati i colpi mortali alle mafie.
di Salvatore Buzzi
Il Foglio, 9 aprile 2015
"Siamo stati tutti condannati a mezzo stampa, con evidenti violazioni dei diritti, senza che nessuno intervenga per fermare un massacro mediatico". Domani arriva la Cassazione.
Domani, venerdì 10 aprile, la Cassazione si esprimerà rispetto ai ricorsi presentati contro la decisione del tribunale del Riesame di confermare la detenzione dei principali indagati nell'inchiesta romana portata avanti dalla procura di Roma e conosciuta come "Mafia Capitale". Lo scorso 3 dicembre 2014 uno degli arrestati è stato Salvatore Buzzi, ex presidente della coop "29 giugno", accusato di associazione per delinquere di stampo mafioso. Buzzi ha respinto tutte le accuse. Questa la lettera in cui spiega le sue ragioni inviata qualche giorno fa alla redazione Foglio.
Egregio dottor Ferrara, sono Salvatore Buzzi, l'ex presidente della Coop 29 giugno, attualmente detenuto a Nuoro a seguito dell'inchiesta sulla c.d. "Mafia Capitale" e già da tempo avevo pensato di scriverle per i suoi interventi garantisti in merito alla mia vicenda. Qualche giorno fa è passato il cappellano per dirmi che a "Radio anch'io" avevano fatto la solita trasmissione becera su questa inchiesta, presentando un libro scritto da due giornalisti (non mi ha saputo dire i nomi) sui quattro Re di Roma e mi ha anche detto che la trasmissione l'ha contattata per un commento e che lei s'è infuriato di intervenire essendo in disaccordo con l'impostazione.
È una cosa che le fa onore. Noi siamo stati tutti condannati a mezzo stampa, con evidentissime violazioni dei nostri diritti, senza che nessuno intervenisse per fermare un massacro mediatico senza precedenti. L'inchiesta è colma di errori, lacune e imprecisioni e del tutto priva di riscontri: siamo alle solite, prima ti arrestano poi cercano le prove. Hanno criminalizzato del tutto gratuitamente la cooperativa "29 giugno" ove al 2 dicembre lavoravano con grande soddisfazione 1.254 persone, una cooperativa di inserimento lavorativo, con oltre 300 tra detenuti ed ex detenuti impiegati, molti anche per gravi reati.
Una cooperativa fiore all'occhiello, altamente patrimonializzata, ove tutti i soci avevano contratti integrativi e ristorno degli utili. E tutto il gruppo dirigente, tutti ovviamente arrestati per mafia, che non si è mai appropriato di nulla, ma ha vissuto solo di stipendio; al contrario di quel che diceva Rino Formica, "convento ricco e frati poveri". Sarebbe bastato ai pm fare una verifica patrimoniale. Il nostro gruppo cooperativo vale circa 20 milioni di euro.
E della grande corruzione che ha fatto tremare il comune di Roma, se la si esamina compiutamente, non rimangono che poche cose che sarà mia cura chiarire al momento opportuno. Pensi, sono stato accusato di aver corrotto dirigenti di Ama per vincere una gara di un impianto da 16 milioni di euro e non hanno verificato che a tale gara ero unico concorrente!
Mi accusano di aver lucrato sui poveri nomadi quando in realtà ho realizzato in project financing, con il permesso del comune di Roma e della prefettura di Roma, un campo nomadi con 60 casette complete di servizi e depuratori a un costo di 2 milioni con pagamento in 24 mesi e con un tempo di realizzazione di 45 giorni con il coinvolgimento preventivo della comunità rom. Per fare un confronto, il campo nomadi La Barbuta, di poco più grande, è costato 9 milioni di euro e ci sono voluti 2 anni di lavoro.
Qui mi accusano di aver turbato la gara e non hanno fatto riscontri, non c'è stata gara, ma project financing. Mi accusano di lavorare sui servizi agli immigrati, ma siamo pagati come tutti gli altri enti gestori e mai abbiamo ricevuto penali o sanzioni da alcuno, anzi i nostri centri di accoglienza hanno sempre avuto ottime valutazioni dai committenti. Mi accusano di aver corrotto Luca Odevaine, ma quando ha collaborato con noi come consulente, non ricopriva alcun incarico ufficiale in nessuna amministrazione che potesse indirizzare i flussi migratori, se non quello di essere il rappresentante delle province italiane al tavolo di coordinamento del ministero dell'Interno.
Un incarico onorifico e di nessun potere, ma ovviamente anche qui non c'è stato riscontro. Carminati invece lo conosco da oltre 30 anni, l'ho rivisto casualmente nel 2012 e ha collaborato con la cooperativa, diventandone anche socio, per la ricerca di opportunità imprenditoriali del tutto legali: non c'è mai, dico mai, nessun episodio di violenza o di minaccia con alcuno. Noi della "29 giugno" conoscevamo soltanto Carminati e le altre persone arrestate, al di là di alcuni imprenditori che hanno collaborato del tutto legalmente con noi, non le conosciamo e anche questo è documentato.
Cosa dirle di più? Potrei scrivere un libro su questa inchiesta, un festival degli orrori, più che errori. E per ritornare a Carminati, io l'ho frequentato che era una persona libera, con il passaporto, senza alcun problema; un ex detenuto che ha commesso tre rapine nel 1981 (preistoria) e il furto al caveau del Palazzo di giustizia nel 1999: solo questo c'è nel suo certificato penale che ho potuto vedere allegato agli atti.
Lui è famoso per i casi nei quali è stato assolto in via definitiva (omicidio Pecorelli e Banda della Magliana) e sui quali c'è stata molta letteratura: prima il libro "Romanzo criminale", poi il film, poi la serie tv e ora il nuovo libro, sempre di De Cataldo, con però l'aiuto di Bonini, "Suburra", dal quale stanno facendo un film. E poi gli articoli dell'Espresso e di Repubblica sui quattro Re di Roma, una cosa che non esiste nemmeno lontanamente ma che questa inchiesta sta rafforzando. Potrei dire che chi beneficia di questa inchiesta sono sicuramente l'editore e il produttore del libro e ora il film "Suburra" e ovviamente gli autori.
Tutta la mia legittima attività politica di lobbying denigrata nell'ordinanza di arresto, con sapienti aggettivi dispregiativi sparsi qua e là (nell'ordinanza): noi viviamo in uno stato di diritto e non in uno stato etico e la politica dovrebbe difendersi da queste invasioni di campo della magistratura e non assistere silente, poiché indebolita e delegittimata. Ho chiesto ufficialmente al presidente della commissione Antimafia, onorevole Rosy Bindi, di essere ascoltato in audizione: ho chiesto di essere sentito in quanto ha già ascoltato il procuratore Giuseppe Pignatone e il sindaco Ignazio Marino, vediamo cosa deciderà. Mi scuso per la grafia, spero si capisca tutto.
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