di Giovanni Fiandaca (Ordinario di diritto penale dell'Università di Palermo)
Il Foglio, 9 aprile 2015
Contro le vestali delle Procure. Perché i magistrati utilizzano i processi come strumenti di moralizzazione pubblica e censura individuale. Ecco come funziona il "mascariamento".
Qual è l'oggetto, qual è lo scopo del procedimento penale? Interrogativi come questi, a prima vista retorici od oziosi, tendono ciclicamente a riproporsi anche fuori della cerchia degli addetti ai lavori. Come nel caso recente ed eclatante di Massimo D'Alema, potenzialmente discreditato - pur non essendo indagato - dalla divulgazione di intercettazioni disposte nell'inchiesta sulle presunte tangenti ad Ischia.
Offeso da questa diffusione pubblica di conversazioni prive di rilievo penale, l'ex premier ha subito reagito obiettando che "i magistrati devono accertare fatti e reati, senza attribuirsi funzioni politiche o pubblicistiche di alcun genere" (cfr. l'intervista al Corriere della Sera del 1° aprile 2015). Com'è risaputo, questo tipo di obiezione, tutt'altro che nuova, solleva un problema reale.
Se i fatti in questione non sono in se stessi penalmente rilevanti, e neppure hanno valenza probatoria rispetto a reati commessi da altri, perché inserirli nelle ordinanze di custodia cautelare con l'effetto di renderli pubblici? Una spiegazione verosimile, maliziosa fino a un certo punto, è questa: si tratterebbe comunque di notizie di pubblico interesse, con conseguente diritto dei cittadini a esserne informati, o perché gettano ombre etico-politiche sui relativi protagonisti, oppure perché servono in ogni caso a ricostruire il complessivo contesto, la rete di relazioni in cui i comportamenti criminosi si ambientano.
Ecco che, in questo modo, il procedimento penale avrebbe come obiettivo anche quello di illuminare la pubblica opinione sia sulla moralità del ceto dirigente, sia sulle cordate politico-affaristiche che alimentano il sistema della corruzione: e la magistratura di conseguenza si ergerebbe a istituzione che, per un verso, esercita - per dirla con Alessandro Pizzorno - un "controllo della virtù" sugli esponenti delle classi superiori; e che, per altro verso, assolve funzioni pedagogico-orientative a beneficio del popolo.
Di questa tendenza a svolgere compiti che trascendono la repressione penale in senso stretto, sono del resto sintomatici l'approccio mentale e lo stesso linguaggio adottati in non pochi provvedimenti giudiziari: da cui si trae l'impressione che l'imputazione penale, debordando dalla contestazione di singoli e specifici illeciti, miri appunto a convogliare giudizi di disvalore di portata più ampia.
Sembra, così, assistersi a una sorta di riscrittura giudiziaria della grammatica e della sintassi delle figure legali di reato: nel senso che queste figure vengono dalla magistratura d'accusa riconcettualizzate mediante una loro trasposizione dal codice penale in codici differenti, strutturati cioè secondo paradigmi eticopolitici e/o socio-criminologici. In poche parole: il reato - per dir così - si politicizza, eticizza o sociologizza.
Gli esempi abbondano e c'è solo l'imbarazzo della scelta. Vediamone qualcuno. Nelle indagini e nei processi ad esempio per reati di criminalità organizzata o contro la pubblica amministrazione, le procure sono solite ricostruire grandi scenari in cui ad assumere la posizione di principale indagato o imputato è un sistema mafioso o un sistema corruttivo, valutati nella loro sostanza criminologica prima ancora che alla stregua di puntuali figure criminose.
Così di recente, nell'ambito delle accennate indagini sulla coop Cpl Concordia, i pubblici ministeri napoletani stigmatizzano l'esistenza di "un assetto associativo e di una complessa rete di relazioni interpersonali con esponenti di rilievo del mondo imprenditoriale/ politico", che verrebbero sfruttati "d'intesa con i vertici della predetta società, anche attraverso il voto politico di scambio, come strumento attraverso il quale perseguire ingiusti profitti (...) e più in generale l'assegnazione di appalti attraverso un articolato sistema corruttivo(...)" (citazione tratta dal Corriere della sera del 2 aprile 2015).
E, sempre nel contesto delle medesime indagini, i pm altresì ipotizzano "una sistematica e inquietante ingerenza" di un alto ufficiale della Finanza "in scelte e vicende istituzionali ai più alti livelli": a dispetto dell'allarmata preoccupazione che traspare da questa prosa giudiziaria, il presunto coinvolgimento sistemico dell'ufficiale in questione sembra tuttavia sfuggire alla presa dei guanti di legno del codice penale (il fascicolo, trasferito per competenza a Roma, sarebbe in corso di archiviazione: cfr. Repubblica del 3 aprile). Ancora una volta, al di là della diretta rilevanza penale, premono dunque il disvelamento della pericolosa rete di relazioni e il conseguente "mascariamento" mediatico dei personaggi coinvolti!
A ben guardare, questa enfasi giudiziaria posta sul Sistema lascia trasparire tre cose. Primo: l'approccio dei magistrati d'accusa muove da una precomprensione, cioè dall'idea pregiudiziale del carattere sistemico della criminalità politico-amministrativa.
Secondo: il fondamento giustificativo della colpevolezza poggia, più che su questo o quel reato specifico, sul fatto - assai riprovevole in sé - di entrare a far parte di sistemi del malaffare (anzi, che questa partecipazione eticamente censurabile poi assuma o meno rilevanza criminosa sul piano giuridico-formale, può apparire persino secondario!).
Terzo: in coerenza con siffatte premesse pregiudiziali, la missione della giustizia penale finisce col consiste non soltanto nel reprimere singoli reati, bensì - prima ancora - nello svelare e combattere mali sociali sistemicamente diffusi. Non mancano, invero, casi in cui il fondamento etico-politico del rimprovero giudiziario risalta con particolare evidenza. Così, in un procedimento per concorso esterno in associazione mafiosa a carico di un noto uomo politico siciliano (l'ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro, infine prosciolto però da una simile imputazione), il pm ha stigmatizzato il disvalore della condotta contestata in questi termini: "Il tradimento di Cuffaro, uomo delle istituzioni, è di una gravità inaudita" (cfr. Giornale di Sicilia del 31 maggio 2012).
È appena il caso di rilevare che, argomentandosi in tal modo, l'addebito di concorso esterno riveste di panni giuridici una censura pregiudizialmente basata su parametri di giudizio morali e politici. Quanto ciò è compatibile con i principi di fondo di un diritto penale liberale, ispirato da un lato alla tendenziale separazione tra politica, etica e diritto e, dall'altro, basato (in teoria) sul disvalore del "fatto" più che sulla riprovevolezza soggettiva dell'autore?
Fino a che punto la teoria fa i conti con la realtà? Per quanto sorretta da nobili preoccupazioni garantiste, la tesi che il giudice debba concentrarsi sui fatti (e non sulla personalità o sul ruolo dell'autore) si scontra, in effetti, con quella che potremmo definire una irresistibile vocazione intrinseca del processo penale: vocazione ben messa allo scoperto, in letteratura, ad esempio da Milan Kundera. Commentando Il processo di Kafka, Kundera infatti scrive con angoscia: "Il processo celebrato dal tribunale è sempre assoluto; cioè non riguarda un atto isolato (furto, frode, violenza carnale) ma l'intera personalità dell'accusato".
Come dar torto allo scrittore praghese, se consideriamo non il processo ideale caro ai teorici liberali ma il processo concreto nelle aule di tribunale? Ma, se è vero che il processo è totalizzante perché tende sempre a giudicare anche la persona dell'autore, l'imperativo deontologico da trarne non potrebbe che essere questo: il magistrato dovrebbe, a maggior ragione, guardarsi dalla tentazione di utilizzare il processo come strumento di censura individuale e di moralizzazione pubblica.
A voler assecondare questa tentazione si finisce, infatti, con l'incrementare oltre misura la già naturale vocazione del giudizio penale a veicolare condanne morali che coinvolgono l'intera personalità degli imputati: con un accresciuto effetto di torsione moralistica, in chiave illiberale, dell'esercizio della giurisdizione. A questo punto, la morale da trarre è forse intuibile.
Oggetto e scopi del procedimento penale dipendono, oltre che dalle norme scritte, dallo spirito del tempo e dal modello di magistrato con connessa cultura di ruolo predominanti di volta in volta (ma, in qualche misura, dipendono anche da quello che il singolo magistrato ha nella testa, nel cuore e persino nella pancia). Prenderne atto, può risultare poco tranquillizzante; ma può indurre ad aprire un dibattito pubblico sulla magistratura penale oggi, non ignaro della realtà effettuale e, dunque, non asservito in partenza ai contrapposti ideologismi.
di Marco Giusti
Libertà Sicilia, 9 aprile 2015
Il fenomeno del pentitismo è di costante attualità. Un fenomeno che presenta un andamento piuttosto regolare anche se i media a volte hanno la capacità di sollecitare picchi di interesse riferiti a particolari casi e a personaggi divenuti famosi.
Siamo il più grande produttore al mondo di "collaboratori di giustizia", per la presenza di fenomeni di criminalità organizzata endemici nel meridione, come la mafia, la camorra, la 'ndrangheta, sacra corona unita e via dicendo. Il fenomeno e riconducibile al momento storico in cui grandi boss hanno cominciato a "parlare" del proprio mondo malavitoso, forse per la loro stessa intolleranza ad una criminalità senza limiti, come i più noti, Buscetta e Contorno.
Lo Stato e la magistratura misero in campo una serie di deliberazioni per tentare di sfondare il mondo impenetrabile delle cosche mafiose e similari, oltre alla necessità di proteggere i pentiti da punizioni e ritorsioni da parte di boss e nemici hanno portato alla prima legge di disciplina del sistema di protezione: legge 82 del 15 marzo 1991, che ha convertito con modifiche il DL. 8 del 15 gennaio 1991.
Il fenomeno quindi è regolamentato con benefici carcerari, sconti di pena, carceri ad hoc, nuova identità per i pentiti, aiuti economici e altro, ma si rivelano taluni buchi normativi, dovuti evidentemente alla prima emergenza, e gradualmente sanati dalle leggi di modifica: legge 13 febbraio 2001 n.45.
Lo Stato e magistratura fin dall'inizio incoraggiano il fenomeno ma non ci sono i fondi neri come ritenuto indebitamente da qualcuno, anzi sul fenomeno c'è una puntuale relazione semestrale al Parlamento da parte degli uffici ministeriali interessati: la Direzione centrale polizia Criminale.
Gli organi del sistema di protezione: in primis l'Autorità Giudiziaria, che propone il sistema di protezione per i collaboratori e decide se il soggetto e a rischio e se e quali familiari hanno bisogno di protezione. L'organo politico, ossia la Commissione mista insediata presso il Ministero dell'Interno e presieduta dal Sottosegretario con delega alla polizia, che decide sulla ammissione della proposta. Il Servizio Centrale di Protezione del Ministero Interno è l'organo esecutivo, presieduto da un Questore o da un Generale dei Carabinieri in alternanza triennale, controllato da governo e forze politiche, che si occupa di dare attuazione all'intero programma di protezione.
Procedura: Può nascere con l'arresto di un criminale. È il caso dei fratelli Brusca, ed è l'ipotesi più comune che decide di parlare oppure può nascere con una collaborazione spontanea indipendentemente da un arresto.
L'Autorità Giudiziaria fa la proposta di "protezione" al fine di avere notizie utili, la Commissione decide sulla ammissione e gli uffici ministeriali competenti mettono in atto il programma di protezione. Il Servizio Centrale di Protezione provvede all'attuazione degli speciali programmi di protezione e di assistenza, ivi compresa la promozione delle misure di reinserimento nel contesto sociale e lavorativo dei collaboratori di giustizia e degli altri soggetti ammessi al programma, formulati dalla Commissione Centrale di cui all'art. 10 del D.L. 15.1.91 n. 8.
Provvede inoltre all'attuazione delle misure adottate, in casi di particolare urgenza, dal Capo della Polizia, Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, a norma dell'art. 11 della legge n°82/91. A tal fine mantiene i rapporti con le Autorità Giudiziarie e di Pubblica Sicurezza, nazionali ed estere, nonché con i competenti organi dell'Amministrazione Penitenziaria e con tutte le altre Amministrazioni centrali e periferiche eventualmente interessate.
Attraverso i 14 Nuclei Operativi, con competenza regionale o interregionale, cura la diretta attuazione delle misure di assistenza economica contemplate nel programma e garantisce il necessario supporto. Con "l'intervista" il personale ministeriale prende conoscenza diretta dall'imputato della sua intera esistenza, della sua personalità, della disponibilità a collaborare. Differente è lo status del testimone di giustizia, Legge 45 del 2001, ossia di colui che ha assistito ad un evento delittuoso o ne è rimasto coinvolto ed ha pari bisogno di protezione. I numeri: attualmente in Italia ci sono oltre 900 collaboratori di giustizia, più 5000 familiari; 70 testimoni di giustizia più 200 familiari.
Il criminale non collabora quasi mai per motivi morali, sempre per e solo per i vantaggi connessi alla protezione, soprattutto in presenza di figli minori. Il collaboratore di giustizia può avere permessi premio dal Giudice di Sorveglianza e può perfino essere messo in liberta dopo aver scontato una certa misura della pena, come previsto per legge. Il pentitismo e il collaborazionismo hanno permesso l'arresto di pericolosi boss come Toto Riina, ma il problema della gestione di circa seimila persone esiste. La domanda è se la legge ed il sistema di protezione funzionano. Il fatto che la legge originaria sia ancora vigente e che sia poi stata modificata in vari punti lascia pensare di si.
La prima fase della protezione è il trasferimento (di solito di notte e dal sud al centro-nord) del personaggio "pentito" e dei suoi familiari, che viene allontanato dalla sua zona di origine e residenza (i familiari possono decidere di non seguire il pentito).
La seconda fase e il trapianto del nucleo familiare in una nuova realtà sociale dove sorgono, soprattutto per i minori, problemi di lingua (spesso parlano in dialetto), di rapporti umani, di amicizie, di parenti abbandonati (Sindrome da sradicamento). I benefici possono riguardare il lavoro, la scuola, l'arredamento e tutto il necessario per una vita decente, a cui si aggiungono benefici carcerari se il collaboratore deve scontare una pena. Per un inserimento morbido dei pentiti nelle nuove realtà si preferisce la tecnica della mimetizzazione (il cosiddetto lasciarli stare) per non dare visibilità al "trapianto sociale".
Il problema più grande e la mentalità dei pentiti (non sono abituati a pagare le bollette, hanno comportamenti "strani": qualcuno si è perfino cementato in giardino, altri stendono i panni nell'androne del palazzo). Il contributo mensile ai pentiti, che si aggiunge alla disponibilità di un appartamento dignitoso, e parametrato al nucleo familiare, all' indice Istat sul costo della vita, alla misura degli assegni sociali. La "collaborazione si fonda su un contratto che viene stipulato tra lo Stato ed il collaboratore di giustizia. Le lamentele di qualche pentito (Memorabile il caso di un incatenato di fronte alla questura Genova) trova fondamento in pretese eccessive (una villa anziché un appartamento) e non concordate nel contratto. Se il pentito continua e delinquere e inadempiente dal punto di vista contrattuale.
Il programma di protezione contiene tutti gli elementi necessari a proteggere il collaboratore, con la correlata gestione del nucleo familiare, che la legge tende sempre a salvaguardare, in vista di una evoluzione dello stesso grazie all'inserimento in un ambito sociale più civile. Documenti di copertura: sono necessari per creare una nuova identità del pentito (c'è un regolamento specifico in tale materia). Se la nuova identità è bruciata, ossia svelata, si crea un' altra identità, si va in un altro luogo, in un'altra casa. Viene in pratica creata un'altra esistenza (dalle vaccinazioni, alle scuole fino agli eventi più recenti); nei casi estremi sembra che si ricorra anche a un mutamento chirurgico della faccia.
Quanto dura. La collaborazione dura finché c'è una fattiva collaborazione e fino a che esista un rischio per il pentito (decide al riguardo l'Autorità Giudiziaria). A fine protezione, al fine di un reinserimento sociale e nell'intento di evitare che il soggetto torni a delinquere, viene a questo corrisposta una somma di denaro, previa presentazione di un progetto di reinserimento. Ma ora il taglio alla spese messo in atto dal governo centrale rischia di far naufragare tutti i risultati ottenuti contro la lotta alla mafia. Senza i collaboratori di giustizia non ci sarebbero stati i colpi mortali alle mafie.
di Salvatore Buzzi
Il Foglio, 9 aprile 2015
"Siamo stati tutti condannati a mezzo stampa, con evidenti violazioni dei diritti, senza che nessuno intervenga per fermare un massacro mediatico". Domani arriva la Cassazione.
Domani, venerdì 10 aprile, la Cassazione si esprimerà rispetto ai ricorsi presentati contro la decisione del tribunale del Riesame di confermare la detenzione dei principali indagati nell'inchiesta romana portata avanti dalla procura di Roma e conosciuta come "Mafia Capitale". Lo scorso 3 dicembre 2014 uno degli arrestati è stato Salvatore Buzzi, ex presidente della coop "29 giugno", accusato di associazione per delinquere di stampo mafioso. Buzzi ha respinto tutte le accuse. Questa la lettera in cui spiega le sue ragioni inviata qualche giorno fa alla redazione Foglio.
Egregio dottor Ferrara, sono Salvatore Buzzi, l'ex presidente della Coop 29 giugno, attualmente detenuto a Nuoro a seguito dell'inchiesta sulla c.d. "Mafia Capitale" e già da tempo avevo pensato di scriverle per i suoi interventi garantisti in merito alla mia vicenda. Qualche giorno fa è passato il cappellano per dirmi che a "Radio anch'io" avevano fatto la solita trasmissione becera su questa inchiesta, presentando un libro scritto da due giornalisti (non mi ha saputo dire i nomi) sui quattro Re di Roma e mi ha anche detto che la trasmissione l'ha contattata per un commento e che lei s'è infuriato di intervenire essendo in disaccordo con l'impostazione.
È una cosa che le fa onore. Noi siamo stati tutti condannati a mezzo stampa, con evidentissime violazioni dei nostri diritti, senza che nessuno intervenisse per fermare un massacro mediatico senza precedenti. L'inchiesta è colma di errori, lacune e imprecisioni e del tutto priva di riscontri: siamo alle solite, prima ti arrestano poi cercano le prove. Hanno criminalizzato del tutto gratuitamente la cooperativa "29 giugno" ove al 2 dicembre lavoravano con grande soddisfazione 1.254 persone, una cooperativa di inserimento lavorativo, con oltre 300 tra detenuti ed ex detenuti impiegati, molti anche per gravi reati.
Una cooperativa fiore all'occhiello, altamente patrimonializzata, ove tutti i soci avevano contratti integrativi e ristorno degli utili. E tutto il gruppo dirigente, tutti ovviamente arrestati per mafia, che non si è mai appropriato di nulla, ma ha vissuto solo di stipendio; al contrario di quel che diceva Rino Formica, "convento ricco e frati poveri". Sarebbe bastato ai pm fare una verifica patrimoniale. Il nostro gruppo cooperativo vale circa 20 milioni di euro.
E della grande corruzione che ha fatto tremare il comune di Roma, se la si esamina compiutamente, non rimangono che poche cose che sarà mia cura chiarire al momento opportuno. Pensi, sono stato accusato di aver corrotto dirigenti di Ama per vincere una gara di un impianto da 16 milioni di euro e non hanno verificato che a tale gara ero unico concorrente!
Mi accusano di aver lucrato sui poveri nomadi quando in realtà ho realizzato in project financing, con il permesso del comune di Roma e della prefettura di Roma, un campo nomadi con 60 casette complete di servizi e depuratori a un costo di 2 milioni con pagamento in 24 mesi e con un tempo di realizzazione di 45 giorni con il coinvolgimento preventivo della comunità rom. Per fare un confronto, il campo nomadi La Barbuta, di poco più grande, è costato 9 milioni di euro e ci sono voluti 2 anni di lavoro.
Qui mi accusano di aver turbato la gara e non hanno fatto riscontri, non c'è stata gara, ma project financing. Mi accusano di lavorare sui servizi agli immigrati, ma siamo pagati come tutti gli altri enti gestori e mai abbiamo ricevuto penali o sanzioni da alcuno, anzi i nostri centri di accoglienza hanno sempre avuto ottime valutazioni dai committenti. Mi accusano di aver corrotto Luca Odevaine, ma quando ha collaborato con noi come consulente, non ricopriva alcun incarico ufficiale in nessuna amministrazione che potesse indirizzare i flussi migratori, se non quello di essere il rappresentante delle province italiane al tavolo di coordinamento del ministero dell'Interno.
Un incarico onorifico e di nessun potere, ma ovviamente anche qui non c'è stato riscontro. Carminati invece lo conosco da oltre 30 anni, l'ho rivisto casualmente nel 2012 e ha collaborato con la cooperativa, diventandone anche socio, per la ricerca di opportunità imprenditoriali del tutto legali: non c'è mai, dico mai, nessun episodio di violenza o di minaccia con alcuno. Noi della "29 giugno" conoscevamo soltanto Carminati e le altre persone arrestate, al di là di alcuni imprenditori che hanno collaborato del tutto legalmente con noi, non le conosciamo e anche questo è documentato.
Cosa dirle di più? Potrei scrivere un libro su questa inchiesta, un festival degli orrori, più che errori. E per ritornare a Carminati, io l'ho frequentato che era una persona libera, con il passaporto, senza alcun problema; un ex detenuto che ha commesso tre rapine nel 1981 (preistoria) e il furto al caveau del Palazzo di giustizia nel 1999: solo questo c'è nel suo certificato penale che ho potuto vedere allegato agli atti.
Lui è famoso per i casi nei quali è stato assolto in via definitiva (omicidio Pecorelli e Banda della Magliana) e sui quali c'è stata molta letteratura: prima il libro "Romanzo criminale", poi il film, poi la serie tv e ora il nuovo libro, sempre di De Cataldo, con però l'aiuto di Bonini, "Suburra", dal quale stanno facendo un film. E poi gli articoli dell'Espresso e di Repubblica sui quattro Re di Roma, una cosa che non esiste nemmeno lontanamente ma che questa inchiesta sta rafforzando. Potrei dire che chi beneficia di questa inchiesta sono sicuramente l'editore e il produttore del libro e ora il film "Suburra" e ovviamente gli autori.
Tutta la mia legittima attività politica di lobbying denigrata nell'ordinanza di arresto, con sapienti aggettivi dispregiativi sparsi qua e là (nell'ordinanza): noi viviamo in uno stato di diritto e non in uno stato etico e la politica dovrebbe difendersi da queste invasioni di campo della magistratura e non assistere silente, poiché indebolita e delegittimata. Ho chiesto ufficialmente al presidente della commissione Antimafia, onorevole Rosy Bindi, di essere ascoltato in audizione: ho chiesto di essere sentito in quanto ha già ascoltato il procuratore Giuseppe Pignatone e il sindaco Ignazio Marino, vediamo cosa deciderà. Mi scuso per la grafia, spero si capisca tutto.
di Filippo Tronca
www.abruzzoweb.it, 9 aprile 2015
Carceri abruzzesi sovraffollate in media del 30 per cento, e per di più con gravi crisi di organico. Lodevoli le esperienze di rieducazione attraverso percorsi lavorativi, ma pochi fondi a disposizione. Condizione di vita particolarmente dure nel supercarcere dell'Aquila, dove i detenuti per mafia e terrorismo scontano la pena in regime di 41 bis.
Questa la situazione negli otto carceri abruzzesi, quelli Avezzano, Chieti, L'Aquila, Lanciano, Pescara, Sulmona, Teramo e Vasto, monitorata dall'associazione Antigone, che dal 1998 è autorizzata dal ministero della Giustizia a visitare tutti i 205 istituti di pena italiani.
Ad accompagnare AbruzzoWeb in questo primo viaggio nella condizione carceraria nella nostra regione è l'avvocato Salvatore Braghini, che di Antigone Abruzzo è il presidente, e che in queste settimane, assieme ad quattro persone, sta entrando visitando nuovamente le prigioni abruzzesi per aggiornare i dati datati in alcuni casi di due anni.
Il sovraffollamento
Si comincia dalla piaga che fa dell'Italia una delle pecore nere in Europa, quello del sovraffollamento. A fronte di una capienza complessiva di 1.533 detenuti, nelle 8 case circondariali abruzzesi ve ne sono oggi 1.935, con un'eccedenza di 402 persone. Situazione più grave nel carcere di Sulmona, dove sono previsti 270 posti, ma oggi sono presenti 479 detenuti. Il sovraffollamento di Sulmona è dovuto anche al fatto che è un carcere di massima sicurezza, che non ha goduto del pronunciamento della Corte costituzionale che nel 2013 ha distinto tra droghe leggere droghe pesanti e questo ha consentito per molti detenuti l'uscita anticipata, a cui si è aggiunta la possibilità di trascorrere agli arresti domiciliari il resto della pena.
Si sta troppo stretti anche a Teramo, dove ci 393 detenuti contro i 229 previsti. Meno drammatico, almeno rispetto alla media italiana, il sovraffollamento a Pescara, 282 detenuti per 271 posti, Lanciano, 273 detenuti per 196 posti, Chieti, 111 detenuti per 83 posti, e Avezzano, 71 dentuti per 51 posti. Fanno eccezione L'Aquila dove c'è posto libero: 138 detenuti con 191 posti disponibili, e Vasto 170 detenuti con 204 posti. I dati va precisato sono i più aggiornati tra quelli omogenei, relativi a metà 2014, numeri che sono suscettibili di variazioni anche mese per mese. Ma quelli qui forniti rendono comunque l'idea delle proporzioni.
"Se si fa eccezione per Sulmona - commenta Braghini. Il sovraffollamento non è drammatico come in altre regioni, ma raggiunge comunque un tasso del 30 per cento, con picchi nella città peligna e Teramo, ed è aggravato dalla contemporanea mancanza di personale, di agenti di polizia penitenziaria, essendo stato bloccato il turn over. Chi va in pensione non viene, cioè, sostituito. E questo crea problemi a tutte le case circondariali abruzzesi, e si ripercuote sulla qualità della vita sia del personale sia dei detenuti". Basti il caso di Sulmona: a fronte di un organico previsto di 329 unità, la Polizia penitenziaria che presta servizio è inferiore di quasi 100 unità. Altrove la situazione è analoga.
Suicidi in cella
Negli ultimi due anni nelle otto carceri abruzzesi si sono registrati otto di casi di suicidio, 31 episodi di tentato suicidio e 118 di autolesionismo. In questo triste fenomeno a primeggiare è stato il carcere di massima sicurezza di Sulmona. Ma Braghini tiene a precisare che "a Sulmona i detenuti sono molto più numerosi, e con pene più pesanti alle spalle, e questo incide automaticamente sul tasso di suicidi e autolesionismo rispetto ad alt a prescindere dalle condizioni carcerarie, che non sono peggiori che altrove".
Carcere e lavoro
Altra problematica che viene segnalata da Antigone, in base ai dati raccolti, riguarda i percorsi lavorativi, adottati un po' da tutte le carceri, buona pratica che non hanno risorse e spazi adeguati. Il carcere di Vasto, per esempio, nel 2013 è diventato Casa di Lavoro, e vi vengono trasferiti tutti gli internati soggetti alla misura di sicurezza detentiva ristretti a Sulmona. Ma c'è il problema degli spazi. "Per sopperire alla mancanza di spazi - spiega il presidente di Antigone - per le lavorazioni il magazzino dell'istituto dovrebbe venire ristrutturato e destinato a ospitare una sartoria in grado di occupare fino a 40 internati. Ma nuovo spazio non entrerà in funzione verosimilmente prima del 2016".
Interessante esperienza di rieducazione tramite lavoro viene sperimentata a Pescara, con la formula della cooperativa che ha come soci anche detenuti ed ex detenuti. Tra le varie attività c'è la dematerializzazione dei documenti della pubblica amministrazione, la pubblicazione di riviste, la produzione di dolci tipici. I detenuti ottengono anche qualifiche lavorative, spendibili nel mercato. Il carcere è riuscito a stabilire una proficua collaborazione con la Caritas di Pescara per il reinserimento degli ex detenuti.
A Sulmona i detenuti producono aglio rosso, sono impiegati in lavori artigianali come falegnameria, calzoleria, sartoria. La falegnameria produce tavolini, sgabelli e armadietti non solo per l'istituto di Sulmona ma anche per altri istituti penitenziari. Nella calzoleria si producono scarpe e scarponcini per i detenuti. Vi lavorano in media 30 detenuti, così come nella sartoria. La sartoria produce camici e tute da lavoro, nonché costumi per la Giostra Cavalleresca. Ma a Vasto, Sulmona Pescara, come nelle altre carceri, senza risorse economiche, sarà impossibile garantire la retribuzione minima ai detenuti e a rendere possibili i percorsi di reinserimento, in un quadro generale di mancanza di risorse.
"Le attività lavorative - lancia l'allarme Braghini - rischiano di chiudere perché non ci sono più fondi provenienti dall'amministrazione per retribuire i lavoratori. Così nel carcere non ci sarà più lavoro, che è l'attività' più importante per il trattamento di risocializzazione".
L'Aquila, la durezza del 41 bis
Gli osservatori di Antigone non hanno infine accesso al super carcere dove si sconta il 41 bis, il carcere duro previsto per reati di mafia e terrorismo.
A riportare la sinistra luce sulla condizione di vita al supercarcere dell'Aquila stato il duplice tentato suicidio di Francesco Schiavone, cugino dell'omonimo e più noto esponente della camorra conosciuto come "Sandokan". Prima ha tentato di farla finita impiccandosi con una corda al collo e una busta di plastica in testa, la seconda volta tagliandosi le vene dei polsi. Nell'ottobre 2009 si era suicidata la brigatista rossa Diana Blefari.
Il garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni parla a proposito del supercarcere dell'Aquila di "condizioni di vita disumana".
Come denuncia in durissimo articolo il quotidiano Il Garantista, nella sezione femminile aquilana, le nove detenute vivono in celle di due metri quadri per due, e trascorrono l'ora d'aria in un cortile di tre metri per tre e solo con un'altra persona. Possono avere massimo due libri al mese. "Non potendo Antigone avere accesso diretto al supercarcere dell'Aquila - lancia l'appello Braghini - chiedo ai deputati e consiglieri regionali che hanno titolo ad entrarci di verificare e rappresentare all'opinione pubblica le condizioni di vita dei detenuti".
Una cosa è certa, per Antigone, "all'Aquila le celle non sono a norma europea, inferiori ai 3 metri per 3. E allora prima di adeguare gli spazi, andrebbero da subito aumentate le ore d'aria, con spazi comuni in ambienti più salubri, per evitare che le persone recluse insistano un tempo eccessivo e continuato in spazi ridottissimi. Il carcere non può diventare una tortura, un essere umano non può essere seppellito vivo, a prescindere dal reato che ha commesso".
Muri abbattuti e buone pratiche
Ci sono anche cose positive, da raccontare a proposito di carceri abruzzesi, che vanno verso lo standard europeo della detenzione. A Teramo, che è anche carcere femminile, ci si è dotati di un "Giardino degli affetti", per consentire l'intimità affettiva per donne che hanno figli sotto i 3 anni, di una struttura esterna con giochi per bambini in cui la famiglia si può riunire.
Ad Avezzano il problema è la forte presenza di immigrati, entrano ed escono perché le pene sono basse, per furto spaccio, c'è un forte turn over.
Il carcere è stato ristrutturato, ma non ci sono sale per le attività comuni, si sperimenta il carcere aperto, ovvero le porte delle celle restano aperte, e i carcerati possono muoversi liberamente nella loro ala, vengono richiuse solo nelle ore serali e notturne. "Una soluzione che abbassa molto il livello di tensione e autolesionismo - spiega Braghini - che i carceri andrebbe estesa anche in altri carceri abruzzesi". "Altra novità - conclude Braghini - è che in tutti le carceri abruzzesi è stato rimosso il muro divisorio tra i visitatori e i detenuti, ed è ora possibile una comunicazione più diretta e fisica, dopo gli opportuni controlli che vengono effettuati ai visitatori".
di Adriano Di Blasi
www.ifg.uniurb.it, 9 aprile 2015
Tutte le carceri delle Marche si stanno lentamente svuotando anche se Villa Fastiggi, a Pesaro, è indietro rispetto alle altre. Secondo il nuovo rapporto dell'Autorità regionale per la garanzia dei diritti dei detenuti, le sette case circondariali presenti sul nostro territorio stanno continuando il percorso di "alleggerimento", in linea con la strategia nazionale.
La maglia nera va al carcere di Pesaro che mostra sì un calo di presenze rispetto al 2013, passando da un eccesso del 75% ad uno del 58%, ma che continua ancora ad avere molti più detenuti rispetto ai posti regolarmente disponibili (237 contro 150). Situazione migliore per il penitenziario di Fossombrone, il secondo migliore delle Marche, dove i posti occupati sono 148 su 201 totali.
Dati incoraggianti anche per gli altri penitenziari della regione. Montacuto, una delle due carceri di Ancona, segna 191 presenze sui 174 posti disponibili mentre Barcaglione, la seconda, ha 72 occupanti su 100. L'indice di affollamento cala anche ad Ascoli Piceno (da 20,5% del 2013 al 14,4% del 2014) e a Camerino (da 48,6% a 19,5%). Bene anche Fermo che taglia l'indice dal 71% al 26% con 53 posti occupati su 42.
Un problema, quello del sovraffollamento delle carceri, per cui si sono impegnati anche l'attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il suo predecessore Giorgio Napolitano e che è stato affrontato dal governo di Enrico Letta con il decreto svuota carceri del 2014. Anche grazie a questo provvedimento, secondo i dati del Garante, la media nazionale di presenze si è abbassata passando da un -4,8% del 2013 ad un -14,3% del 2014 pari a 53.623 detenuti in tutta Italia. "Un segnale importante - si legge nel rapporto - specie se si tiene conto che la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (08/01/2013) condannava lo Stato italiano per la riconosciuta incompatibilità dell'attuale sistema carcerario, per trattamenti inumani e degradanti".
Secondo l'autorità dei diritti dei detenuti però, il sovraffollamento è solo uno dei difetti del nostro sistema carcerario. Un altro problema, evidenziato nel rapporto, è la mancanza di personale nei vari istituti. A Pesaro, per esempio, il personale, composto da commissari, ispettori, sovraintendenti e agenti/assistenti, conta 172 unità contro le 192 previste. Questa mancanza si riflette sia sulla sicurezza del carcere sia sul controllo e la tutela dei detenuti. Spesso infatti sono proprio gli agenti ad evitare che i carcerati tentino il suicidio (28 i casi sventati dai Baschi Azzurri nel 2014).
Anche a Fossombrone si contano una ventina di dipendenti in meno (105 contro i 125 previsti). "In futuro - si legge ancora nel rapporto - la situazione rischia di aggravarsi considerato che l'età media del personale attualmente in servizio è molto elevata".
Guardando invece ai dati positivi dell'indagine, le carceri delle Marche possono contare su un buon sistema sanitario con grande collaborazione tra l'ufficio del Garante e i responsabili medici. Alto anche il numero di progetti legati alle "misure trattamentali", ovvero le attività che sostituiscono il lavoro nei penitenziari (ad esempio arte, cura del fisico, istruzione). Diciotto quelli del carcere di Pesaro, per i quali la Regione ha stanziato quasi 120mila euro. Nove quelli di Fossombrone con circa 45mila euro investiti.
Il Resto del Carlino, 9 aprile 2015
È già passala una settimana dalla "chiusura" ufficiale dell'Opg ma nessun internato ne è ancora uscito come vorrebbe la nuova legge che prevede lo smantellamento degli ospedali psichiatrici giudiziari e l'attivazione delle Rems (residenze per l'esecuzione delle misure cautelari). Secondo notizie ufficiose erano stati programmati i primi due trasferimenti di uomini dall'Opg di Reggio alla Rems di Bologna, ma sarebbero rinviati per farvi prima accedere due donne ricoverate all'Opg di Castiglione delle Stiviere. I circa settanta internati all'Opg reggiano sono ancora tutti qui. Secondo i programmi dieci dovranno andare a Mezzani (Parma) e 14 a Bologna, essendo questi 24 residenti nella nostra regione.
I rimanenti sono destinati alle Rems di altre regioni, lontanissime dall'essersi attrezzate. A Mezzani - il comune parmense aldilà dell'Enza, al confine con Brescello - pare vi siano lavori in corso quindi non si possono trasferire i dieci internati. Pare pero che tra i circa settanta é via Settembrini ve ne siano alcuni che preferirebbero rimanere all'Opg. Tempo addietro - solo per fare un esempio - un internato dichiarato guarito e non più pericoloso socialmente, quindi pronto a tornare libero e coi familiari disposti ad accoglierlo, aveva chiesto di poter restare all'Opg. Sul "quando" dei trasferimenti dall'Opg di Reggio alle Rems, il consigliere regionale Tommaso Foti di Fratelli d'Italia ha rivolto un'interrogazione alla giunta. Il segretario provinciale Sappe Michele Malorni, conferma: a tutt'oggi, neppure un tra ferimento. E l'avvocato Domenico Noris Bacchi, presidente della Camera penale reggiana, dal suo osservatorio non registra ancora segnalazioni di anomalie dall'Opg.
di Tito Giuseppe Tola
La Nuova Sardegna, 9 aprile 2015
La casa circondariale di Macomer è stata cancellata dagli elenchi del ministero della Giustizia assieme a quella di Iglesias. Di fatto il carcere di Macomer non c'è più, anche se rimane la struttura che pone ora un problema di utilizzo. Il Comune, che nell'ultima riunione del Consiglio ha approvato un ordine del giorno col quale ne chiede il mantenimento, ha delle proposte per impiegate il complesso, che sono sempre e comunque legate a un uso di tipo penitenziario, ma finora mancano risposte da parte del ministero di Grazia e Giustizia e del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, che non si sa fino a qual punto siano interessati ai progetti del Comune.
Dal 31 marzo, in ogni caso, per il ministero in Sardegna non ci sono più 12 carceri ma dieci. Quella di Macomer e Iglesias sono state cancellate. Il dato è stato reso noto nei giorni scorsi da Maria Grazia Caligaris che fa riferimento ai dati sulla capienza regolamentare e la presenza dei detenuti diffusi dal Dap aggiornati al 31 marzo.
"Sembrano, quindi, del tutto tramontate - sottolinea la presidente dell'associazione Sdr, le speranze degli amministratori locali che avevano assunto iniziative per mantenere in piedi i due istituti. Lo svuotamento degli edifici, con il trasferimento degli agenti e degli educatori, sancirà la chiusura definitiva delle case circondariali, rendendo necessario un progetto per evitarne il degrado".
Caligaris rimarca ancora che, nonostante la scomparsa delle due carceri e la riduzione dei posti letto, passati dai 2.774 di febbraio ai 2.671 di marzo, il numero dei detenuti negli istituti sardi è in aumento e da 1.834 sono passati a 1.849. L'ordine del giorno del Coniglio comunale ipotizza e chiede il mantenimento della struttura, ma i programmi di Ministero e Dap sono di segno diverso. Restano a questo punto le proposte alternative alle quali sta lavorando l'amministrazione comunale. Il comune avanza due diverse proposte, ma lavora anche su una terza. La prima riguarda il recupero e il reinserimento dei detenuti con tossicodipendenze, l'altra i detenuti a fine pena che potrebbero finire di espiarla a Macomer.
di Gaetano De Stefano
La Città di Salerno, 9 aprile 2015
Salerno. Storie di disservizi postali. Storie comuni un po' ovunque, in ogni zona della città, con lettere, raccomandate e bollette che arrivano puntualmente in ritardo, scatenando l'ira dell'utenza. Il malfunzionamento del recapito, però, diventa questione di vita o di "morte" civile se i destinatari sono i detenuti della Casa circondariale di Fuorni.
Perché nel penitenziario l'assenza di posta s'amplifica come in una sorta di cassa di risonanza, in quanto per i "carcerati" la corrispondenza è vita, rappresenta quel filo sottile che li unisce ai loro familiari e alla società civile. Leggere una lettera è come respirare a pieni polmoni una boccata d'ossigeno, rappresenta un tuffo, seppur virtuale e di pochi minuti, nella libertà. E nei ricordi, rincorrendo la speranza di riabbracciare un giorno i propri cari e di condurre, un domani, una vita normale, al di fuori da quelle sbarre.
Ma a Fuorni questo diritto sembra essere diventato un optional. Perché una missiva, per giungere a destinazione e per fare solo pochi chilometri, impiega quasi un mese. Un'eternità se si pensa ai moderni e immediati mezzi di comunicazione, come email o sms, che però, non sono nella disponibilità del detenuto. Che non può far altro che scrivere nella maniera tradizionale e attendere la risposta. Così ogni giorno ci si nutre di speranza, facendo gli scongiuri che sia quello "buono", che finalmente gli addetti alla consegna portino la corrispondenza che s'attende da tempo. Ma, purtroppo, non è così. Pertanto un gruppo di reclusi ha deciso di segnalare il cattivo funzionamento del recapito pure nel penitenziario cittadino.
E, ironia della sorte, presa carta e penna ha scritto per denunciare l'assurda situazione che rischia di aggravare ancora di più la loro condizione, privandoli di un loro diritto. "Ci sono - scrivono i cinque detenuti, tutti residenti nell'hinterland salernitano - ritardi abissali nella consegna della posta, a causa del cattivo funzionamento dei centri di smistamento di Poste italiane". "Purtroppo noi - aggiungono - non sappiamo a chi rivolgerci, essendo reclusi. Però per noi la corrispondenza ha un valore fondamentale, è uno spiraglio di vita familiare, di libertà. È insomma un sollievo giornaliero".
Da qualche tempo, tuttavia, il conforto che prima era giornaliero sembra essere diventato mensile. Perché oramai è questo il tempo medio con il quale arriva la posta a ciascun detenuto, come evidenziano i firmatari della missiva. "Al di là della nostra colpevolezza o della nostra innocenza - sottolineano - ricevere notizie dall'esterno, dalle nostre famiglie, è un diritto sancito anche dall'ordinamento giuridico". Perciò chiedono di far sentire la loro voce. "È vero - concludono - che siamo cittadini di serie B. Ma anche a noi tocca ricevere la posta. Perché in carcere la posta è vita e libertà".
A sostegno delle rivendicazioni del gruppo di detenuti interviene Donato Salzano, segretario dell'associazione radicale "Maurizio Provenza", da sempre impegnato a far valere i diritti dei detenuti. "Questa situazione è assurda - chiosa - in quanto alla pena, già di per sé pesante, s'aggiunge un'ulteriore sanzione. Voglio ricordare come i cittadini detenuti abbiano gli stessi diritti di chiunque altro. E chi non fa bene il proprio lavoro aggrava la loro pena". Perciò Salzano lancia un appello alla direzione provinciale di Poste italiane: "Ci sono persone - evidenzia - che devono fare il loro lavoro, ma non lo fanno".
A testimoniare la valenza sociale del ricevere la posta per i reclusi è pure il cappellano del carcere, don Rosario Petrone. "La corrispondenza è di vitale importanza per i detenuti - spiega - perché permette di stare in contatto con i propri affetti e riesce a far sì che vengano fuori i loro sentimenti migliori. Sappiamo che la posta è stata sostituita dai nuovi mezzi di comunicazione, che però non sono fruibili in carcere. Perciò questo mezzo, seppur oramai sorpassato, resta l'unico a disposizione della popolazione carceraria. E spero che al più presto vengano risolti i disservizi, in modo che la corrispondenza arrivi nuovamente puntuale".
www.veronasera.it, 9 aprile 2015
In una nota diffusa agli organi di stampa Nicola Budano, segretario provinciale Uil-Pa Penitenziari, commenta l'episodio che ieri mattina si è verificato nella casa circondariale veronese. Dopo la rivolta scoppiata ieri nel carcere di Montorio, il sindacato della Polizia Penitenziaria Uil richiama l'attenzione su una situazione sempre più complicata, denunciando anche episodi antecedenti a quelli del 7 aprile.
Nel mirino del segretario provinciale Nicola Budano, finisco anche i recenti provvedimenti attuati in materia di carceri, visti come incompleti e pertanto dannosi per i lavoratori. Ecco la nota diffusa agli organi di stampa: "Nella tarda mattina di martedì, alle 12.30 circa un detenuto di origine magrebina per ragioni apparentemente futili, ha appiccato il fuoco a 2 materassi presenti all'interno della propria cella, provocando la propagazione di un fumo tossico all'interno della sezione e gettando nel panico sia il personale che i detenuti.
A quanto pare - dichiara Nicola Budano segretario provinciale Uil-Pa Penitenziari - le ragioni che hanno spinto il detenuto a compiere l'insano gesto sono da attribuirsi ad una protesta nei confronti della Direzione "colpevole" di avergli rifiutato la possibilità di cambiare sezione.
Da rilevare che a quell'ora i detenuti erano tutti chiusi all'interno delle loro celle e di conseguenza le operazioni di evacuazione sono state particolarmente difficili. I detenuti sono stati fatti confluire all'interno dei cortili passaggio, all'aria aperta, per evitare situazioni ben più gravi. Durante le fasi dell'intervento, comunque - aggiunge Budano - le conseguenze peggiori le hanno riportate 12 poliziotti penitenziari che a causa dell'inalazione dei fumi sono stati inviati presso i vari pronto soccorso della Città e 7 di loro hanno dovuto ricorrere alla camera iperbarica per le cure del caso.
Non bastasse tutto questo c'è da porre in evidenza che nel corso della mattinata un'altro agente di Polizia Penitenziaria è dovuta ricorrere a cure mediche perché vittima di un aggressione da parte di un altro detenuto magrebino che lo ha colpito con una macchinetta del caffè.
Per concludere sabato 4 aprile l'ennesimo episodio di violenza ha avuto quali protagonisti due agenti di Polizia Penitenziaria che, sempre per futili motivi, sono stati minacciati con lame rudimentali ricavate da lamette da barba in quanto colpevoli di aver relazionato precedenti loro scorretti comportamenti.
Pur senza voler alimentare inutili allarmismi - prosegue il sindacalista della UIL - non possiamo esimerci dal porre in evidenza che la situazione all'interno di Montorio è a rischio per chi lavora nei reparti detentivi.
Le aggressioni, le violenze, i comportamenti scorretti, gli atti di sopraffazione sono sempre più frequenti e agevolati - secondo la Uil, dall'avvio del c.d. "regime aperto" che consente ai detenuti una maggiore libertà di movimento all'interno delle sezioni.
Un regime detentivo innovativo che però presuppone due elementi imprescindibili quali la premialità dei comportamenti e il rigido rispetto delle regole di civile convivenza. Il problema però è che la stragrande maggioranza dei detenuti presenti nei reparti a "regime aperto" è di nazionalità extra comunitaria, quasi sempre senza una famiglia e/o riferimenti esterni e questo, evidentemente, fa venir meno l'interesse a mantenere comportamenti corretti. Non aiutano nemmeno le disposizioni di servizio interne troppo spesso inadeguate e inattuali al punto da vanificare l'attività del personale.
Tornando all'episodio di ieri - conclude Budano - non possiamo esimerci dal rilevare l'assenza di dispositivi di protezione individuale e l'assenza di un piano di evacuazione che, evidentemente, nel documento di valutazione dei rischi (decreto legislativo 81/2008) non sono stati contemplati. Nelle operazioni sono intervenute anche 2 equipaggi dei vigili del fuoco e 4 autoambulanze. Nel primo pomeriggio è intervenuto anche il Provveditore Regionale dell'amministrazione penitenziaria, Dr. Enrico Sbriglia, che ha potuto rendersi conto personalmente della situazione. L'auspicio è quello che una volta valutate le responsabilità siano adottati provvedimenti esemplari nei confronti dei soggetti coinvolti".
D'Arienzo interroga il Ministro della Giustizia
Sui fatti avvenuti l'altro ieri nell'istituto penitenziario veronese di Montorio, dove due detenuti hanno inscenato una rivolta dando alle fiamme i materassi della loro cella, provocando un incendio con tanto di fumo che ha portato all'ospedale, intossicati, 11 guardie penitenziarie e 2 carcerati, Vincenzo D'Arienzo, deputato Pd, ha presentato oggi un'interrogazione al Ministro della Giustizia, Andrea Orlando.
"Considero grave quanto accaduto nella struttura carceraria di Montorio - dichiara D'Arienzo - ed in particolare che siano stati in pericolo gli agenti della Polizia Penitenziaria. L'intossicazione da fumo di dodici agenti penitenziari mi preoccupa. Spero siano state attivate tutte le precauzioni nel corso dell'intervento per tutelare la salute degli agenti. Diversamente, penso proprio che il problema sia più grande di quanto conosciamo ad oggi".
"Dai comunicati stampa emergono altri episodi che si sono verificati recentemente e tutti caratterizzati da gravi minacce verso il personale di vigilanza, oltre alla denuncia del mancato intervento della dirigenza della struttura in un particolare momento di tensione - continua l'onorevole -. Spero che non sia confermato, sarebbe grave. Come pure sarebbe grave se corrispondesse al vero che vi fossero dei problemi ai dispositivi antincendio, allarme e idranti, e ostacoli al reperimento di mascherine antifumo. Ritengo prioritario garantire la sicurezza del personale in servizio".
"Ho segnalato al ministro Orlando i fatti per favorire un confronto positivo volto da un lato a soddisfare le richieste del personale, dall'altro a superare le difficoltà che sono state pubblicamente manifestate e che, a quanto pare, creano una condizione lavorativa non ottimale - conclude D'Arienzo. Conosco la sensibilità del ministro sul tema delle carceri, non ho dubbi che agirà per il meglio".
Adnkronos, 9 aprile 2015
La Fns-Cisl del Lazio denuncia un tentativo di suicidio avvenuto nei giorni di Pasqua nel carcere di Rieti da parte di un detenuto tunisino che, grazie all'intervento del personale di Polizia Penitenziaria, ha evitato il peggio.
La Fns Cisl segnala, inoltre, che all'interno dell'istituto penitenziario di Rieti sono presenti 239 detenuti, dei quali 164 sono stranieri. Un altro fatto ancora più grave è stata l'aggressione, avvenuta nella giornata di Pasqua presso l'Istituto di Velletri nella sezione isolamento dove, un detenuto magrebino, ha aggredito un assistente capo della Polizia Penitenziaria, 49enne, che ha riportato un trauma alla mano sinistra guaribile in 23 giorni. Si legge in una nota della Federazione Nazionale Sicurezza del Lazio.
"Occorre intervenire, quindi, al fine di evitare episodi del genere, aggressioni al personale e tentativi di suicidio da parte dei detenuti, aumentando sia il numero degli agenti ma anche quello del personale medico ed infermieristico. Occorre, comunque, allo stesso tempo inasprire le pene detentive per detenuti resosi responsabili di aggressione a danno del personale di Polizia Penitenziaria - dichiara la Fns Cisl Lazio, che aggiunge - "Anche il dato in aumento dei detenuti nelle 14 carceri del Lazio dimostra che qualcosa non funziona, basti pensare che la legge svuota carceri non ha dato i risultati sperati, eccetto i primi 7 mesi dove il sovraffollamento delle carceri lentamente diminuiva. Come si ricorderà sono state inserite importanti novità quali braccialetti elettronici, l'affido in prova, la detenzione domiciliare al fine di evitare la detenzione in carcere.
I dati che fornisce il Dap - Dipartimento Amministrazione Penitenziaria - dimostrano come continuano ad aumentare i detenuti nelle carceri del Lazio, al 31 marzo 2015, si rappresenta che i reclusi presenti nei 14 istituti della Regione Lazio risultano essere 5.816, 702 in più rispetto ai 5.114 posti disponibili, rispetto al 31 dicembre 2014 si registra in tre mesi un più 216 detenuti considerato che i detenuti erano 5.600. "Quello che preoccupa - sottolinea la federazione - è che se non viene ridotto il sovraffollamento nelle carceri difficilmente si potrà migliorare sia le condizione detentiva dei detenuti ma, anche, quella lavorativa del personale ed evitare eventi critici quali aggressione al personale e tentativi di suicidio dei detenuti stessi. La Fns Cisl Lazio non resterà ferma segnalando agli uffici competenti, come sempre ha fatto, i rischi che corre il personale che lavora in condizioni a dir poco sicuro".
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