www.altarimini.it, 10 aprile 2015
Dieci chilometri a piedi per una cinquantina di detenuti, dalla casa madre del Perdono di Montecolombo al santuario della Madonna di Bonora a Montefiore Conca, lungo i sentieri della Valconca, nel Riminese. È l'iniziativa "Cammina con me!", organizzata sabato dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, per ribadire la necessità del riconoscimento da parte dello Stato delle strutture educative alternative al carcere. Il cammino, spiega l'associazione sarà per i detenuti "un'occasione di raccontare i propri vissuti, le proprie ferite, per riflettere sui reati commessi e sulla voglia di ricominciare a vivere". Sono tutte persone che stanno scontando la pena nelle Comunità educanti con i carcerati (Cec), "che oggi vivono solamente grazie all'autofinanziamento: da oltre 10 anni è attiva la sperimentazione della Comunità Papa Giovanni XXIII".
Il Garantista, 10 aprile 2015
La campagna delle elezioni regionali della Lega può regalare a Matteo Salvini un risultato abbondantemente sopra alla soglia delle due cifre. Nei sondaggi il movimento oscilla tra il 13 al 16 per cento dei voti, un aumento sostanzialmente dovuto a un espandersi del consenso anche in regioni fino ad oggi ritenute inespugnabili.
La povertà, che ha desertificato molti dei sentimenti di solidarietà tra la popolazione più esposta dalla lunga crisi, favorisce l'attecchirsi dello slogan "prima gli italiani", evoluzione de "padroni a casa nostra", quando questo significava che i "buoni" padani dovevano comandare nel nord e, non i "cattivi" terroni che occupavano i posti pubblici e aumentavano la criminalità e il lassismo.
Da qualsiasi lato lo si voglia prendere il razzismo è un'arma efficacissima, quando è usata con sapienza, la giusta dose di arroganza mediatica, coccolata da schiere di intrattenitori dei talk show. Dentro il fenomeno Salvini, come sempre a torto liquidato dalla sinistra elitaria, risiedono un coacervo di calcoli elettorali e progetti politici di medio periodo, molto accorti.
Il capo della Lega sa benissimo che è altamente improbabile che diventi presidente del Consiglio, ma è consapevole che la sua destra, si può evolvere passando dalla xenofobia spicciola al nazionalismo anti imperialista europeo, per poi contribuire alla ridefinizione del campo liberista conservatore.
Per ora il Matteo da Giussano, accoglie strumentalmente i gruppi dell'estrema destra, ma che per vie scompositive e aggregative punta all'insuccesso di un nuovo soggetto moderato. Il trionfo di Sarkozy nelle recenti dipartimentali francesi, la buonissima affermazione della Le Pen, raccontano della mutazione in atto dei conservatori in tutto il continente e oltre oceano. E la campagna contro i rom, così immediata, condivisa dalla maggioranza dell'opinione pubblica è un "necessario" passaggio, cui la Lega di Salvini sa di dover utilizzare per rafforzare la sua influenza culturale.
Per cui è comprensibile che l'eurodeputato intensifichi la crociata: "Cosa farei io al posto di Alfano e di Renzi? Con un preavviso di sfratto di 6 mesi raderei al suolo i campi rom". Secondo il segretario dei padani i rom: "Come tutti gli altri cittadini, si organizzano, comprano o affittano una casa. I campi rom in Europa non esistono e hanno i diritti e i doveri di tutti i cittadini".
Sul fronte opposto gli risponde il deputato Pd Khalid Chaouki: "La questione relativa alla gestione dei rom va certamente affrontata di petto e con determinazione, a partire dalla tutela dei minori dallo sfruttamento e dalla chiusura dei vergognosi campi-ghetto, simbolo del fallimento trasversale delle politiche sui rom in questi anni soprattutto nella capitale". A ben leggere le parole di Chaouki, che respinge: "La sterile e ridicola propaganda della Lega, perché alzare i toni e alimentare un clima di odio serve sola nascondere le colpe dei veri responsabili" dentro il campo democratico si è aperta una riflessione nuova, una ammissione che le vecchie risposte non sono più sufficienti.
I numeri dicono che in Italia vi sono circa 157mila rom, di cui la gran parte italiani, che i campi hanno aggravato una situazione che in altri paesi è stata affrontata, a fronte di cifre ben più alte, con maggiore efficacia e rispetto dei minimi standard di umanità. "L'allora ministro Maroni - ricorda il deputato Pd - ha speculato politicamente senza risolvere alcunché facendo calare sulla giunta Alemanno milioni di euro in nome di una falsa emergenza rom e alimentando di fatto le casse di Mafia Capitale".
Ma che la destra strumentalizzi questi temi è risaputo, il problema è che la sinistra, che governa diffusamente negli enti locali e negli ultimi vent'anni è stata varie volte al governo, non ha saputo mettere in campo politiche adeguate. A cominciare da Roma, il diffuso malessere delle periferie, su cui si sono scaricati centri di accoglienza, campi rom e ignorate i problemi causati da una crescita abnorme dell'urbanizzazione, della mancanza di servizi e trasporti, interrogano oggi non Marino, ma la stagione di Alemanno, e pure le precedenti giunte di centro sinistra. In generale è un modello di multiculturalismo politico, evocato come unico strumento non razzista in grado di affrontare le emergenze, gestire la convivenza, promuovere l'integrazione, a uscirne sconfitto.
Salvini fonda la sua attuale fortuna politica, capace com'è di far passare in secondo piano il fatto che le due leggi che più hanno aggravato la situazione sono la Bossi Fini e la Giovanardi Fini. Per questo oggettivamente siamo in una fase politica inedita, dove la narrazione del segretario leghista sostiene che il suo partito diventerà il primo partito del centro destra alle regionali del 31 maggio, usando anche l'argomento che nelle regioni rosse: "Dal primo giugno cambierà tutto e, almeno una di queste non rimarrà tale".
È possibile che si riferisca alla Liguria dove la situazione politica dentro il centro sinistra potrebbe degenerare fino a una clamorosa sconfitta. La trasformazione della destra italiana è in pieno svolgimento e le spinte di Salvini obbligheranno anche Forza Italia, dopo una annunciata sconfitta, a ridefinire valori e parole d'ordine. Sbaglia chi pensa che le sinistre non ne saranno influenzate e, una buona dose di realismo alla Chaouki o alla Francesca Danese, assessore di Roma, posta sotto scorta perché affronta con decisione bubboni come la crisi abitativa e l'immigrazione, sarebbe bene si espandesse di più, non solo nel Pd.
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 10 aprile 2015
A New York e nel New Jersey dal 2000 a oggi le condanne a pene detentive sono calate del 26%, mentre in California dal 2007 il numero dei detenuti nelle carceri statali è sceso da 174 a 149 mila. Primi, piccoli segni di un'inversione di tendenza in un Paese, gli Stati Uniti, che ha pagato il calo a volte spettacolare delle attività criminali (328 gli omicidi a New York l'anno scorso, 2.245 nel 1990) con quello che il musicista John Legend, lo scorso febbraio, ha definito: "Il Paese con più carcerati al mondo, con più neri dietro le sbarre rispetto al 1850, nell'era degli schiavi".
Vero? Falso? Sostanzialmente vero: con due milioni e 230 mila detenuti, gli Stati Uniti battono Paesi come Cina e India non solo per prigionieri in rapporto alla popolazione, ma anche in numero assoluto. Numeri impressionanti: del resto già da anni un rapporto dell'Accademia delle Scienze Usa ha certificato che il tasso di detenzioni degli Usa è dieci volte quello delle principali democrazie europee.
Due domande: il calo dei crimini in America è il risultato della politica di incarcerazioni a tappeto e, a lungo, anche per reati non violenti come lo spaccio di droga adottata mezzo secolo fa? La predominanza di neri nella popolazione carceraria (1,68 milioni di afroamericani su 2,23 milioni) dipende da fattori oggettivi o è il frutto di discriminazione come denunciato nelle numerose manifestazioni dei mesi scorsi, da Ferguson a New York, passando per le celebrazioni del cinquantenario di Sema?
Le risposte, in sintesi, sono che sorvegliare soprattutto le zone nere è giustificato dal fatto che è qui che vengono commessi gran parte dei reati, anche gli omicidi. Ma le incarcerazioni danneggiano le possibilità di recupero della comunità nera dove a delinquere sono soprattutto i figli di famiglie nelle quali almeno un coniuge se ne è andato: volontariamente o perché in un penitenziario. È ora di cambiare depenalizzando o riducendo le pene per i reati minori, ha proposto al Congresso il ministro della Giustizia uscente Eric Holder.
Porte chiuse dei repubblicani, per ora, ma le cose cambieranno anche perché studi recenti secondo i quali il calo dei reati dipende solo in minima parte dalla maggiore severità delle pene, stanno convincendo alcune delle lobby conservatrici più potenti, da quella dei fratelli Koch, padroni dell'omonimo impero industriale, al movimento anti tasse: la pressione sul contribuente si riduce e il perimetro dello Stato si allarga.
di Suela M.
Ristretti Orizzonti, 9 aprile 2015
A proposito della chiusura della Sezione di Alta Sicurezza nella Casa di Reclusione di Padova.
"Mentre coloro che davano l'ordine di trasferire mio padre dormivano sonni tranquilli con i loro figli nelle rispettive camerette, io ero nei treni per viaggiare tutta la notte con chiunque si sedesse di fianco a me ed a mia mamma, ma nessuno si preoccupava del fatto che poteva accaderci di tutto, tanto io ero la figlia di un delinquente".
intervista a Francesco Maisto (Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna)
www.pensiero.it, 9 aprile 2015
La data del 31 marzo 2015 ha segnato la chiusura definitiva gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg) luoghi "indegni per un paese civile" e la conseguente entrata in funzione delle Residenze per l'Esecuzione della Misura di Sicurezza (Rems). Siamo arrivati pronti a questo "passaggio" storico?
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 9 aprile 2015
Una sentenza che brucia forte. Ieri la Corte Europea dei diritti umani ha condannato l'Italia per il reato di tortura condotta dallo Stato. Il riferimento è ai fatti di Genova del 2001, ma la condanna è molto più vasta. Dice che abbiamo leggi medievali, che vanno cambiate ma nessuno si decide a cambiarle, ed è sulla base di quelle leggi che non è stato possibile punire i responsabili del massacro di Genova, e -sempre sulla base di quelle leggi - la polizia ha la possibilità di tornare a torturare, e in effetti ci sono stati dopo Genova - Cucchi, Aldovrandi, Bianzino, Uva, Bifolco - molti casi noti di tortura e chissà quanti restati segreti.
di Gianluigi Pellegrino
La Repubblica, 9 aprile 2015
Quale onta peggiore per uno Stato della condanna per aver torturato suoi cittadini? E cos'altro deve accadere per affermare un elementare principio di responsabilità? Quale azienda, quale gruppo sociale lascerebbe ai suoi vertici chi era alla guida del corpo che ha scritto una pagina così vergognosa da procurare la più infamanti delle censure? Per questo il j'accuse di Matteo Orfini verso De Gennaro non dovrebbe destare scalpore. Essendo se mai il minimo sindacale già all'indomani dei terribili fatti di Genova, e tanto più oggi dopo la vergogna nazionale subita con la condanna della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.
di Filippo Facci
Libero, 9 aprile 2015
La Corte che ci ha condannato per i fatti di Genova aveva censurato il 41 bis. E molti tribunali Usa avevano fatto lo stesso. Se fosse introdotto il reato di tortura allora dovremmo abrogare anche il 41 bis, il cosiddetto carcere duro: come la mettiamo?
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 9 aprile 2015
La tortura è un'infamia, ed è inconcepibile che venga commessa in un paese civile, che peraltro è la patria di Cesare Beccaria. In particolare è intollerabile che esponenti del potere pubblico, abusando delle loro funzioni si accaniscano su persone in condizioni di prigionia o comunque non in grado di difendersi.
Purtroppo, però, da Tangentopoli in poi, si è consentito, con interpretazioni capziose del codice penale, di usare la detenzione preventiva come strumento per ottenere confessioni o delazioni, e questa è la più grave forma di tortura, quella che per prima dovrebbe essere proibita da una legge ben fatta, proprio perché l'uso della tortura, della privazione indebita della libertà personale per costringere gli inquisiti a rinunciare all'elementare diritto alla difesa, un uso ormai diffuso da parte di certe procure, rappresenta una forma di legalizzazione della tortura. Se è giusto punire poliziotti o agenti di custodia che abusano del loro potere, è ancora più urgente riportare la magistratura al rispetto reale dei diritti degli inquisiti, ormai violati sistematicamente.
Però, nella discussione che è stata innestata dalla condanna comminata dalla Corte europea all'Italia in relazione ai misfatti della caserma Diaz, questo aspetto basilare è stato completamente trascurato. La sudditanza della grande stampa e della politica allo strapotere giudiziario si esprime anche in questo, nel rifiuto ad affrontare una prassi di estorsione di confessioni attraverso l'indebita privazione della libertà personale, solo perché non si può mettere in discussione l'abuso sistematico di potere esercitato da settori specifici della magistratura.
Invece di opporsi a una legge sulla tortura perché potrebbe essere utilizzata per mettere sotto accusa le forze dell'ordine (che quando sbagliano debbono pagare come chiunque) sarebbe forse meglio che i garantisti si battessero per dare una definizione del reato di tortura che comprenda l'uso improprio della carcerazione preventiva, che secondo la legge in vigore dovrebbe essere un atto eccezionale giustificato solo nei casi di rischio di fuga, di reiterazione del reato o di compromissione delle prove, casi che debbono essere provati, non solo ipotizzati. A queste condizioni un provvedimento legislativo ampio e legato alla realtà effettiva dell'uso di forme di coercizione verso i carcerati, compresa quella esercitata dai magistrati che estendono indebitamente l'area della custodia cautelare per premere sugli inquisiti, sarebbe un passo avanti verso una compiuta civiltà giuridica. Altrimenti far volare gli stracci, magari rievocando antiche pulsioni sessantottesche contro la "polizia fascista", diventa una comoda e ingiusta scappatoia per creare nuovi capri espiatori.
di Carmine Gazzanni
www.linkiesta.it, 9 aprile 2015
La Convenzione delle Nazioni unite risale al 1984 ed è stata ratificata dal nostro Paese nel 1988. La storia dell'introduzione del reato di tortura nell'ordinamento italiano.
Ora non ci sono più dubbi: il blitz della polizia alla scuola Diaz la notte del 21 luglio 2001, durante il G8 di Genova, "deve essere qualificato come tortura". A stabilirlo è stata la Corte europea dei diritti umani che ha accolto il ricorso presentato da Arnaldo Cestaro, 62enne all'epoca del pestaggio, che gli costò fratture a braccia, gambe e costole, tanto che il referto dei medici genovesi sottolineò "l'indebolimento permanente dell'organo della prensione e della deambulazione".
A distanza di 14 anni da quelle violenze, la Corte ha stabilito che lo Stato italiano dovrà risarcire Cestaro con 45mila euro per danni morali. Ma nella sentenza c'è anche altro. I giudici di Strasburgo hanno condannato l'Italia non solo per quanto commesso nei confronti del manifestante, ma anche perché nella legislazione del nostro Paese manca il reato di tortura. Un grave vulnus, se si considera che la stessa Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali prevede, all'articolo 3, che "nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti". Esattamente quanto capitato alla scuola Diaz.
Trent'anni di vuoto
Ed ecco che allora si riaccendono i fari, inevitabilmente, sulla mancanza nell'ordinamento penale italiano del reato di tortura. Un vuoto che grida vendetta. Non fosse altro che la Convenzione delle Nazioni unite a riguardo risale al 1984 ed è stata ratificata dal nostro Paese quattro anni dopo, nel 1988. Fa niente se all'articolo 2 della Convenzione si legga che "ogni Stato parte adotta misure legislative, amministrative, giudiziarie e altre misure efficaci per impedire che atti di tortura siano commessi in qualsiasi territorio sottoposto alla sua giurisdizione". Fa niente, ancora, se sono passati ormai quasi trent'anni da quell'atto senza che nulla sia assolutamente cambiato: il reato di tortura continua a essere un miraggio. A fare il punto sul ritardo del nostro Paese, d'altronde, è stato poco tempo fa lo stesso Centro studi della Camera che annovera, in un dossier, tutti gli atti internazionali - oltre a quello Onu - che si sono occupati della questione. Tutti trattati che stabiliscono, nero su bianco, un punto: nessuno può essere sottoposto a tortura o a trattamenti inumani. Tra gli altri, parliamo della Convenzione di Ginevra del 1949 sul trattamento dei prigionieri di guerra, della già ricordata Convenzione europea dei diritti dell'uomo del 1950 (ratificata nel 1955), della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948, del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 1966 (ratificata dal nostro Paese nel 1977), della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea del 2000. E l'Italia?
Negligenza e corporativismo contro l'introduzione del reato
Per capire cosa si sia fatto nel frattempo in Italia, basti scorrere la marea di leggi presentate negli ultimi anni e nelle ultime legislature. Tutte, manco a dirlo, puntualmente bloccate. Il primo tentativo risale addirittura al 1989. Da allora, secondo quanto risulta consultando la banca dati del Senato, sono stati presentati 87 disegni di legge. Ma, per la stragrande maggioranza di questi, l'esame non è mai nemmeno cominciato. E ancora: molti ddl sono stati soltanto annunciati, alcuni si sono arenati in commissione, altri approvati solo in prima battuta a Montecitorio o a Palazzo Madama per poi morire in silenzio. Sui motivi di tale ostruzionismo Patrizio Gonnella, presidente di "Antigone", una delle associazioni più attive per l'introduzione del reato di tortura, ha le idee chiare. "Questa è una domanda che ci facciamo tutti", dice. "È possibile attribuire, a mio modo di vedere, tale stallo a più responsabilità: per tanto tempo c'è innanzitutto stata una forte pressione, a volte esplicita a volte implicita, delle corporazioni delle forze dell'ordine". Spesso, continua Gonnella, "si è mal interpretato lo spirito stesso della legge ed è passata l'idea, infondata, che si volesse criminalizzare la polizia, cosa ovviamente falsa".
Negli ultimi anni, però, a detta del presidente di "Antigone", il corporativismo ha lasciato posto alla negligenza politica: "Non c'è stata una sola forza politica che ha fatto della questione una battaglia propria e sentita. Spesso, poi, nel dibattito parlamentare, la discussione è stata frenata da politici vicini alle forze dell'ordine o alla magistratura. È capitato ultimamente anche con Di Pietro che con l'Idv ha bocciato anche la proposta d'inchiesta parlamentare sui fatti di Genova e sulla Diaz". Ed è capitato, andando a ritroso, "anche con i Ds".
Il riferimento è al 2006, anno in cui si è arrivati ad un passo dall'approvazione del reato di tortura: la Camera approvò in prima lettura un ddl ma al Senato, proprio per le reticenze di alcuni parlamentari Ds, la già risicata maggioranza non aveva i numeri per l'approvazione e la norma, alla fine, naufragò. Nel corso degli anni, dunque, si è creato "un circolo vizioso per il quale le forze politiche hanno fatto cose che nemmeno le corporazioni delle forze di polizia chiedevano più".
Finalmente una legge. Monca
Ora, però, pare che siamo vicini a una reale introduzione del reato di tortura. Peccato però che, come spesso accade, non è tutto oro quello che luccica. A cominciare dai tempi. Il disegno di legge in questione è stato presentato dal senatore Felice Casson (Pd) il 2 aprile 2013, per poi essere annunciato in seduta il giorno dopo. Da allora è passato quasi un anno prima che si arrivasse ad una sua approvazione a Palazzo Madama (5 marzo 2014). Dopodiché altro stand-by: per circa un anno del ddl non si è saputo praticamente nulla. E così solo dopo un altro anno ancora, il 23 marzo di quest'anno, è stato annunciato l'inizio dei lavori in aula a Montecitorio. Ma non è finita qui. Accanto alla tempistica, come sottolineato ieri anche da Amnesty International, altri dubbi nascono entrando nel merito del testo che, infatti, "presenta delle incongruenze con quanto prescritto dalla Convenzione Onu". A cominciare dal fatto che il ddl introduce sì il reato di tortura ma lo fa restare un reato comune (imputabile dunque a tutti e non ai soli pubblici ufficiali): ogni cittadino, dunque, potrebbe rischiare una condanna per tortura che andrà dai 4 ai 10 anni. E le forze dell'ordine? Per loro pene ridotte se confrontate con quelle di altri Paesi d'Europa: si andrà dai 5 ai 12 anni, mentre in altri Paesi come il Regno Unito si può rischiare anche l'ergastolo. Finita qui? Certo che no. Rispetto alla prima versione è stato anche cancellato un passaggio dell'articolo 5 che avrebbe previsto l'istituzione di un fondo per le vittime di tortura. Come dire: davanti alla spending review, non c'è diritto che tenga.
Il reato c'è ma non (per ora) non si vede
In effetti, conclude Patrizio Gonnella, "l'optimum sarebbe stato tradurre l'articolo della Convenzione dell'84 dall'inglese all'italiano. Tre minuti di lavoro ed era perfetto". Le associazioni, però, sono convinte che, nonostante tutto, bisogna andare avanti con il testo in discussione, anche perché "il rischio è che se cercassimo la perfezione, daremmo argomenti a chi vuole invece frenare tutto. Oggi è essenziale approvare il miglior testo possibile. Se per ora il miglior testo è questo, va ugualmente bene purché si avvicini alla Convenzione Onu e purché consenta ai giudici di sanzionare comportamenti come quelli della Diaz". Già, perché quello della scuola genovese non è l'unico caso, sebbene il più emblematico. Basti pensare al poco conosciuto caso del carcere di Asti dove, ugualmente, è pendente un ricorso a Strasburgo per le violenze (documentate) dei poliziotti penitenziari sui detenuti. Nessuno dei pubblici ufficiali è stato però condannato. Nelle motivazioni della sentenza il giudice spiega chiaramente le ragioni dell'assoluzione: semplicemente perché il reato di tortura in Italia non esiste. Ancora per poco, si spera.
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