di Filippo Facci
Libero, 9 aprile 2015
La Corte che ci ha condannato per i fatti di Genova aveva censurato il 41 bis. E molti tribunali Usa avevano fatto lo stesso. Se fosse introdotto il reato di tortura allora dovremmo abrogare anche il 41 bis, il cosiddetto carcere duro: come la mettiamo?
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 9 aprile 2015
La tortura è un'infamia, ed è inconcepibile che venga commessa in un paese civile, che peraltro è la patria di Cesare Beccaria. In particolare è intollerabile che esponenti del potere pubblico, abusando delle loro funzioni si accaniscano su persone in condizioni di prigionia o comunque non in grado di difendersi.
Purtroppo, però, da Tangentopoli in poi, si è consentito, con interpretazioni capziose del codice penale, di usare la detenzione preventiva come strumento per ottenere confessioni o delazioni, e questa è la più grave forma di tortura, quella che per prima dovrebbe essere proibita da una legge ben fatta, proprio perché l'uso della tortura, della privazione indebita della libertà personale per costringere gli inquisiti a rinunciare all'elementare diritto alla difesa, un uso ormai diffuso da parte di certe procure, rappresenta una forma di legalizzazione della tortura. Se è giusto punire poliziotti o agenti di custodia che abusano del loro potere, è ancora più urgente riportare la magistratura al rispetto reale dei diritti degli inquisiti, ormai violati sistematicamente.
Però, nella discussione che è stata innestata dalla condanna comminata dalla Corte europea all'Italia in relazione ai misfatti della caserma Diaz, questo aspetto basilare è stato completamente trascurato. La sudditanza della grande stampa e della politica allo strapotere giudiziario si esprime anche in questo, nel rifiuto ad affrontare una prassi di estorsione di confessioni attraverso l'indebita privazione della libertà personale, solo perché non si può mettere in discussione l'abuso sistematico di potere esercitato da settori specifici della magistratura.
Invece di opporsi a una legge sulla tortura perché potrebbe essere utilizzata per mettere sotto accusa le forze dell'ordine (che quando sbagliano debbono pagare come chiunque) sarebbe forse meglio che i garantisti si battessero per dare una definizione del reato di tortura che comprenda l'uso improprio della carcerazione preventiva, che secondo la legge in vigore dovrebbe essere un atto eccezionale giustificato solo nei casi di rischio di fuga, di reiterazione del reato o di compromissione delle prove, casi che debbono essere provati, non solo ipotizzati. A queste condizioni un provvedimento legislativo ampio e legato alla realtà effettiva dell'uso di forme di coercizione verso i carcerati, compresa quella esercitata dai magistrati che estendono indebitamente l'area della custodia cautelare per premere sugli inquisiti, sarebbe un passo avanti verso una compiuta civiltà giuridica. Altrimenti far volare gli stracci, magari rievocando antiche pulsioni sessantottesche contro la "polizia fascista", diventa una comoda e ingiusta scappatoia per creare nuovi capri espiatori.
di Carmine Gazzanni
www.linkiesta.it, 9 aprile 2015
La Convenzione delle Nazioni unite risale al 1984 ed è stata ratificata dal nostro Paese nel 1988. La storia dell'introduzione del reato di tortura nell'ordinamento italiano.
Ora non ci sono più dubbi: il blitz della polizia alla scuola Diaz la notte del 21 luglio 2001, durante il G8 di Genova, "deve essere qualificato come tortura". A stabilirlo è stata la Corte europea dei diritti umani che ha accolto il ricorso presentato da Arnaldo Cestaro, 62enne all'epoca del pestaggio, che gli costò fratture a braccia, gambe e costole, tanto che il referto dei medici genovesi sottolineò "l'indebolimento permanente dell'organo della prensione e della deambulazione".
A distanza di 14 anni da quelle violenze, la Corte ha stabilito che lo Stato italiano dovrà risarcire Cestaro con 45mila euro per danni morali. Ma nella sentenza c'è anche altro. I giudici di Strasburgo hanno condannato l'Italia non solo per quanto commesso nei confronti del manifestante, ma anche perché nella legislazione del nostro Paese manca il reato di tortura. Un grave vulnus, se si considera che la stessa Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali prevede, all'articolo 3, che "nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti". Esattamente quanto capitato alla scuola Diaz.
Trent'anni di vuoto
Ed ecco che allora si riaccendono i fari, inevitabilmente, sulla mancanza nell'ordinamento penale italiano del reato di tortura. Un vuoto che grida vendetta. Non fosse altro che la Convenzione delle Nazioni unite a riguardo risale al 1984 ed è stata ratificata dal nostro Paese quattro anni dopo, nel 1988. Fa niente se all'articolo 2 della Convenzione si legga che "ogni Stato parte adotta misure legislative, amministrative, giudiziarie e altre misure efficaci per impedire che atti di tortura siano commessi in qualsiasi territorio sottoposto alla sua giurisdizione". Fa niente, ancora, se sono passati ormai quasi trent'anni da quell'atto senza che nulla sia assolutamente cambiato: il reato di tortura continua a essere un miraggio. A fare il punto sul ritardo del nostro Paese, d'altronde, è stato poco tempo fa lo stesso Centro studi della Camera che annovera, in un dossier, tutti gli atti internazionali - oltre a quello Onu - che si sono occupati della questione. Tutti trattati che stabiliscono, nero su bianco, un punto: nessuno può essere sottoposto a tortura o a trattamenti inumani. Tra gli altri, parliamo della Convenzione di Ginevra del 1949 sul trattamento dei prigionieri di guerra, della già ricordata Convenzione europea dei diritti dell'uomo del 1950 (ratificata nel 1955), della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948, del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 1966 (ratificata dal nostro Paese nel 1977), della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea del 2000. E l'Italia?
Negligenza e corporativismo contro l'introduzione del reato
Per capire cosa si sia fatto nel frattempo in Italia, basti scorrere la marea di leggi presentate negli ultimi anni e nelle ultime legislature. Tutte, manco a dirlo, puntualmente bloccate. Il primo tentativo risale addirittura al 1989. Da allora, secondo quanto risulta consultando la banca dati del Senato, sono stati presentati 87 disegni di legge. Ma, per la stragrande maggioranza di questi, l'esame non è mai nemmeno cominciato. E ancora: molti ddl sono stati soltanto annunciati, alcuni si sono arenati in commissione, altri approvati solo in prima battuta a Montecitorio o a Palazzo Madama per poi morire in silenzio. Sui motivi di tale ostruzionismo Patrizio Gonnella, presidente di "Antigone", una delle associazioni più attive per l'introduzione del reato di tortura, ha le idee chiare. "Questa è una domanda che ci facciamo tutti", dice. "È possibile attribuire, a mio modo di vedere, tale stallo a più responsabilità: per tanto tempo c'è innanzitutto stata una forte pressione, a volte esplicita a volte implicita, delle corporazioni delle forze dell'ordine". Spesso, continua Gonnella, "si è mal interpretato lo spirito stesso della legge ed è passata l'idea, infondata, che si volesse criminalizzare la polizia, cosa ovviamente falsa".
Negli ultimi anni, però, a detta del presidente di "Antigone", il corporativismo ha lasciato posto alla negligenza politica: "Non c'è stata una sola forza politica che ha fatto della questione una battaglia propria e sentita. Spesso, poi, nel dibattito parlamentare, la discussione è stata frenata da politici vicini alle forze dell'ordine o alla magistratura. È capitato ultimamente anche con Di Pietro che con l'Idv ha bocciato anche la proposta d'inchiesta parlamentare sui fatti di Genova e sulla Diaz". Ed è capitato, andando a ritroso, "anche con i Ds".
Il riferimento è al 2006, anno in cui si è arrivati ad un passo dall'approvazione del reato di tortura: la Camera approvò in prima lettura un ddl ma al Senato, proprio per le reticenze di alcuni parlamentari Ds, la già risicata maggioranza non aveva i numeri per l'approvazione e la norma, alla fine, naufragò. Nel corso degli anni, dunque, si è creato "un circolo vizioso per il quale le forze politiche hanno fatto cose che nemmeno le corporazioni delle forze di polizia chiedevano più".
Finalmente una legge. Monca
Ora, però, pare che siamo vicini a una reale introduzione del reato di tortura. Peccato però che, come spesso accade, non è tutto oro quello che luccica. A cominciare dai tempi. Il disegno di legge in questione è stato presentato dal senatore Felice Casson (Pd) il 2 aprile 2013, per poi essere annunciato in seduta il giorno dopo. Da allora è passato quasi un anno prima che si arrivasse ad una sua approvazione a Palazzo Madama (5 marzo 2014). Dopodiché altro stand-by: per circa un anno del ddl non si è saputo praticamente nulla. E così solo dopo un altro anno ancora, il 23 marzo di quest'anno, è stato annunciato l'inizio dei lavori in aula a Montecitorio. Ma non è finita qui. Accanto alla tempistica, come sottolineato ieri anche da Amnesty International, altri dubbi nascono entrando nel merito del testo che, infatti, "presenta delle incongruenze con quanto prescritto dalla Convenzione Onu". A cominciare dal fatto che il ddl introduce sì il reato di tortura ma lo fa restare un reato comune (imputabile dunque a tutti e non ai soli pubblici ufficiali): ogni cittadino, dunque, potrebbe rischiare una condanna per tortura che andrà dai 4 ai 10 anni. E le forze dell'ordine? Per loro pene ridotte se confrontate con quelle di altri Paesi d'Europa: si andrà dai 5 ai 12 anni, mentre in altri Paesi come il Regno Unito si può rischiare anche l'ergastolo. Finita qui? Certo che no. Rispetto alla prima versione è stato anche cancellato un passaggio dell'articolo 5 che avrebbe previsto l'istituzione di un fondo per le vittime di tortura. Come dire: davanti alla spending review, non c'è diritto che tenga.
Il reato c'è ma non (per ora) non si vede
In effetti, conclude Patrizio Gonnella, "l'optimum sarebbe stato tradurre l'articolo della Convenzione dell'84 dall'inglese all'italiano. Tre minuti di lavoro ed era perfetto". Le associazioni, però, sono convinte che, nonostante tutto, bisogna andare avanti con il testo in discussione, anche perché "il rischio è che se cercassimo la perfezione, daremmo argomenti a chi vuole invece frenare tutto. Oggi è essenziale approvare il miglior testo possibile. Se per ora il miglior testo è questo, va ugualmente bene purché si avvicini alla Convenzione Onu e purché consenta ai giudici di sanzionare comportamenti come quelli della Diaz". Già, perché quello della scuola genovese non è l'unico caso, sebbene il più emblematico. Basti pensare al poco conosciuto caso del carcere di Asti dove, ugualmente, è pendente un ricorso a Strasburgo per le violenze (documentate) dei poliziotti penitenziari sui detenuti. Nessuno dei pubblici ufficiali è stato però condannato. Nelle motivazioni della sentenza il giudice spiega chiaramente le ragioni dell'assoluzione: semplicemente perché il reato di tortura in Italia non esiste. Ancora per poco, si spera.
di Matteo Bartocci
Il Manifesto, 9 aprile 2015
Da oggi l'aula della Camera discute (finalmente) dell'introduzione del reato di tortura nel codice penale. La proposta di legge prevede pene pesanti: la reclusione va da 4 a 10 anni; se poi a torturare è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio la pena è aggravata da 5 a 12 anni. L'istigazione alla tortura specifica vale solo per pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio. Si raddoppiano i termini di prescrizione; se prima non interviene il processo il reato si estinguerà in 20 anni.
Non si potrà godere di alcuna immunità diplomatica. In più è previsto il divieto assoluto di espulsione o respingimento verso paesi che praticano la tortura e qualsiasi dichiarazione o informazione estorta sotto tortura non sarà utilizzabile in un processo; varranno, però, come prova contro gli imputati di tortura. Ma cosa accade negli altri Paesi europei? Quasi tutti gli stati più importanti, ad eccezione della Germania e dell'Italia, hanno introdotto da tempo forme legislative specifiche contro il reato di tortura.
Francia
In Francia il reato di "tortura o atti di barbarie" è disciplinato dal codice penale. La pena minima è fino a 15 anni senza possibilità di godere di benefici come la sospensione o il frazionamento. La reclusione può arrivare fino 20 anni se commessa su un minore o un disabile fisico o psichico e fino a 30 se il reato è commesso da un genitore, o in maniera abituale nei confronti di una persona vulnerabile per età, malattia o infermità. In caso di morte è previsto l'ergastolo.
Regno Unito
Nel Regno Unito, il Criminal Justice Act del 1988 prevede una pena pari all'ergastolo per chi commette il reato di tortura definito come "il pubblico ufficiale" che nell'esercizio delle sue funzioni "pone in essere azioni tali da procurare ad altri sofferenza fisica o psicologica".
Spagna
In Spagna il codice penale modula le pene in base all'autore del reato. In via generale la pena va da 6 mesi a due anni. Se a commettere il reato di tortura è un funzionario pubblico la detenzione va da 2 a 6 anni per i fatti gravi e da uno a 3 per fatti meno gravi. In ogni caso è prevista l'inabilitazione assoluta da 8 a 12 anni.
di Paola Zanca
Il Fatto Quotidiano, 9 aprile 2015
Oggi alla Camera il voto sulla legge per il reato di tortura M5S, familiari delle vittime e associazioni denunciano: "così com'è non serve a nulla, sarà impossibile trovare le prove".
L'avvocato Fabio Anselmo scuote la testa piuttosto nervoso: "Oh, io ho la tessera del Pd eh... sia chiaro! Ma questa volta hanno ragione!". Il soggetto sottinteso sono i parlamentari del Movimento Cinque Stelle. Davanti a lui - diventato il legale "ufficiale" dei morti di Stato - hanno appena annunciato che oggi, se non verrà accolto nessuno dei loro emendamenti, voteranno contro il disegno di legge per l'introduzione del reato di tortura. Il consueto ragionamento sui grillini che troppo vogliono e nulla stringono questa volta vacilla, e l'avvocato Anselmo vuole dire proprio questo quando tira in ballo la sua tessera del Pd. Dice Anselmo che approvare quel testo così com'è sarebbe solo concedere "un alibi" al Paese: "Di fronte a un'altra Diaz potrà dire: 'io la legge l'ho fatta, punire il reato è compito dei magistratì. Ma se una legge sulla tortura consente che escano dalle maglie casi come quello di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi o Francesco Mastrogiovanni, allora è meglio non averla. Ho paura che questa legge serva solo a levare l'Italia dall'imbarazzo". Ebbene sì, se anche la legge che aspettiamo da 27 anni venisse approvata oggi dalla Camera sull'onda della condanna della Corte di Strasburgo, l'ipotesi di tortura non sarebbe stata contemplata nemmeno in casi eclatanti come quelli elencati dall'avvocato Anselmo.
Né per gli occhi pesti del romano Cucchi, né per le 54 ferite inferte su Aldrovandi in una strada di Ferrara, né per le 90 ore che Mastrogiovanni ha trascorso legato a un letto in un centro di salute mentale a Vallo della Lucania. La ragione sta nella serie di "incisi superflui e pericolosi" che sono stati introdotti nel testo di legge (e che per questo motivo dovrà tornare al Senato): avverbi, frasi e specifiche che trasformano l'accertamento del reato in una missione quasi impossibile.
Li hanno illustrati ieri i deputati M5S Vittorio Ferraresi e Giulia Sarti, accompagnati appunto dall'avvocato Anselmo, dai famigliari delle vittime e dai rappresentanti di Amnesty International e di Antigone. Prima di tutto c'è la parola "intenzionalmente". In pratica, non basta dimostrare che un soggetto ha, attraverso la violenza o la minaccia, inflitto "acute sofferenze fisiche o psichiche" allo scopo di punire, ottenere informazioni, vincere una resistenza. No, bisogna anche provare che nel farlo, il torturatore, ha sentito un "compiacimento personale".
Dice Anselmo: "Presuppone il sadismo. Ma come lo dimostriamo?". Poi c'è la questione della prescrizione. Gli agenti dell'irruzione alla Diaz li ha salvati quella. E forse, sarebbe il caso che su temi così delicati, il reato fosse a lunga conservazione. Succede in molti dei Paesi che, come noi, hanno ratificato la convenzione Onu del '84 che vieta la tortura: hanno istituito un reato "proprio", circoscritto ai pubblici ufficiali (noi no) e lo hanno qualificato come un reato di "lesa umanità" imprescrittibile (noi no). Raccontava ieri Antonio Marchesi, portavoce di Amnesty, che il nostro ordinamento in materia, per esempio, è molto più arretrato rispetto a quello dell'Argentina: così, non abbiamo concesso l'estradizione di alcuni torturatori del regime perché da noi quei reati non erano puniti (e in ogni caso sarebbero stati prescritti).
Marchesi è dell'idea che il testo all'esame della Camera sia "tutt'altro che perfetto" ma teme che uno stop sarebbe un'occasione persa: "Non è detto - ricorda - che il tempo che rimane da qui a fine legislatura sia sufficiente a fare una legge migliore".
Un po' la stessa tesi di Luigi Manconi, senatore Pd e presidente dell'associazione A Buon Diritto: "Una legge mediocre è meglio che nessuna legge". Tra gli altri punti che i Cinque Stelle mettono all'indice c'è il fatto che il reato è contemplato solo nell'esercizio delle funzioni (loro chiedono che venga ampliato anche al di fuori). E poi la spiegazione secondo cui "la sofferenza" provata dalla vittima deve essere "ulteriore" rispetto a quella che proverebbe con le "legittime misure privative o limitative di diritti".
Si tratta di ipotesi già contemplate dal codice penale: "Più paletti metti, più specificazioni fai - conclude l'avvocato Anselmo - più sarà faticoso accertare il reato". I Cinque Stelle sono fiduciosi che un compromesso si troverà. Ma l'Ncd di Alfano pare irremovibile. Renzi, provocato sul suo no comment alla sentenza di Strasburgo, ha risposto all'ex disobbediente Luca Casarini: "Quello che dobbiamo dire lo dobbiamo dire in Parlamento con il reato di tortura". Cosa ci sia scritto dentro è un di più.
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 9 aprile 2015
Ai due Matteo (Orimi e Renzi), della mattanza di Genova 2001 e della decisione della Corte Europea di condannare la polizia italiana per aver torturato ragazzi inermi, non gliene frega un fico secco. I due Matteo sono esattamente due esponenti della generazione che poco meno di 15 anni fa diede vita al movimento no-global, cioè all'ultimo episodio di ribellione di massa contro il liberismo e probabilmente all'ultima prova di "esistenza in vita" della sinistra (non solo in Italia). I due Matteo - mentre i loro coetanei urlavano a Genova (e poi a Porto Alegre, a Barcellona, a Goteborg e altrove) contro lo strapotere del mercato, e chiedevano giustizia sociale, e si battevano contro la guerra, e poi subivano la ferocia sadica di alcuni reparti della polizia italiana - se ne stavano chiusi negli uffici dei loro partiti, a fare i giovani burocrati e a pensare alla carriera. Ci pensarono bene, alla carriera, dicono i fatti.
Scoprire nel 2015 che Gianni De Gennaro nel 2001 era il capo della polizia italiana è una cosa davvero paradossale. Da ridere. O anche da piangere ovviamente. A seconda che si consideri il cinismo l'anima della commedia o della tragedia.
De Gennaro non ha subito nessuna condanna per la mattanza di Genova, né dai tribunali italiani né da quelli internazionali. Questo non vuol dire che non abbia una responsabilità politica oggettiva: era il capo della polizia e l'immagine della polizia uscì distrutta dalla vicenda genovese e dal modo nel quale essa rimbalzò sulla stampa di tutto il mondo. Uscì distrutto anche il rapporto di fiducia tra polizia e popolo. E il prestigio internazionale dell'Italia subì un colpo micidiale. E dunque sarebbe stato logico presentare il conto a De Gennaro. Ma nessuno glielo presentò: né la destra né la sinistra. Perché? Forse per la semplice ragione che allora Gianni De Gennaro era uno uomo molto potente, e la politica italiana (come del resto il giornalismo) non abbonda di cuor di leone.
La politica italiana ( e anche il giornalismo) azzanna la vittima solo quando è sicura che sia già sconfitta. Oggi De Gennaro non è certo l'uomo potente del primo decennio del duemila, e allora la politica pensa che sia attaccabile. E siccome De Gennaro è considerato un uomo di D'Alema e di Letta, i due Matteo lo vogliono far fuori. Non certo perché gli batta il cuore di dolore per le randellate prese dai ragazzi di Genova, o per le torture a Bolzaneto: semplicemente perché vogliono mettere un uomo loro a Finmecccanica.
È questo che davvero indigna. L'uso strumentale di una battaglia ideale per accaparrarsi una poltroncina e per chiudere una vendetta. Finché la politica sarà questo, dopo aver perso tutti i suoi contenuti di pensiero e di strategia, finché sarà solo un gioco di società per accaparratori di potere, è impensabile che l'Italia esca dalla crisi. La crisi morale - parola abbastanza insensata ma abusatissima da anni - non è qualche tangente - che sempre c'è stata e sempre ci sarà - ma è la fine delle idealità e la vittoria dei pescecani, la fine della lotta delle idee sostituita dalla lotta degli sgabelli (beh, quello di Finmeccanica non è proprio uno sgabello).
Ai due Matteo non è mai importato nulla del reato di tortura che dovrebbe esistere nel nostro codice dagli anni ottanta (quando loro erano ragazzini) e ancora non esiste. Conoscete qualche iniziativa dei Matteo per accelerare l'iter? O sapete di qualche grido di indignazione perché nelle carceri italiane, dove si vive come in un pollaio, la tortura, quotidiana, continua, è la norma? O vi risulta che si siano pronunciati contro il carcere preventivo usato - abitualmente - per cercare di ottenere confessioni o pentimenti, che è una pratica assolutamente simile alla tortura? No, non avete sentito grida dei due Matteo, né vi risultano loro iniziative. Vogliono la testa di De Gennaro, e basta. È spaventoso il grado di ipocrisia che guida la nostra classe dirigente. È vero che la politica - e il giornalismo - hanno sempre convissuto con un certo grado di ipocrisia. Ma una cosa è usare l'ipocrisia come strumento, una cosa diversa è farne un valore.
E sulla sentenza della Corte Europea su Genova 2001 lo scatenamento dell'ipocrisia è stato impressionante. Anche su un fronte opposto a quello dei Matteo.
Ieri, per esempio, il Fatto quotidiano ha aperto il giornale con un bel titolo a tutta pagina: "La tortura è reato. In Europa". Con una polemica aperta contro il fatto che in Italia con è reato. Applausi al titolo. Poi, però, sommessamente, una domanda: ma il partito dei Pm (al quale, con una modesta approssimazione, associamo il Fatto) ha mai fatto qualcosa per chiedere che fosse introdotto nei codici il reato di tortura?
Non mi pare. Ha chiesto il reato di auto-riciclaggio, l'aumento delle pene per le tangenti, ha chiesto il falso in bilancio, l'omicidio stradale, l'aumento delle prescrizioni. Ha chiesto più intercettazioni, ha chiesto l'abolizione del secondo grado di giudizio. E della tortura quando ha parlato? Mai. E II "Fatto" quando si è preoccupato della tortura? E la politica giudiziaria, in Italia, è stata imposta dal partito dei Pm e dai suoi giornali, o no?
PS. Gianni de Gennaro è una figura molto complessa. È stato un poliziotto eccezionale, forse il più bravo poliziotto del dopoguerra. Insieme al suo amico Falcone ha inferto dei colpi micidiali alla mafia (lui e Falcone sono gli unici ad avere davvero colpito al cuore la mafia). Poi ha fatto molte altre cose che non so giudicare (tra le quali il capo dei servizi segreti) e sicuramente ha svolto malissimo il ruolo di capo della polizia perché, da sola, la macchia di Genova è indelebile (anche se ha avuto il merito di allevare una nidiata di allievi, come manganelli e Pansa, che si sono dimostrati ottimi successori). Personalmente, da giornalista, quando scrivevo sull'Unità e su Liberazione ho chiesto mote volte le dimissioni di De Gennaro. Chiederle oggi, però, francamente, mi pare una cosa un po' ridicola e un po' vigliacca.
di Marco Preve
La Repubblica, 9 aprile 2015
Banche, squadre di calcio, aziende di Stato. In attesa di indossare di nuovo la divisa. Ricche consulenze per i big rimasti (temporaneamente) fuori dal corpo, e neppure un giorno di sospensione per i capisquadra che guidarono gli agenti torturatori. Con i protagonisti di una delle pagine più nere della democrazia italiana, in fondo, la sorte non è stata così maligna.
Ed è anche questo aspetto, quello di un'impunità quasi totale, che ha influito non poco nel giudizio con cui la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato l'Italia per le torture avvenute all'interno della scuola Diaz al G8 genovese del 2001.
La Corte di Strasburgo ha sottolineato che di fronte al semplice sospetto di gravi abusi commessi da appartenenti alle forze dell'ordine la Convenzione dei Diritti dell'uomo prevede l'allontanamento degli stessi dalle posizioni che occupano già nella fase d'indagine. Invece per la Diaz è accaduto l'esatto contrario, molti di loro sono stati promossi questori, capi di dipartimento, prefetti, e da indagati e condannati hanno raggiunto livelli apicali.
Quelli che hanno dovuto lasciare la divisa sono quasi tutti "caduti in piedi" e gli altri rappresentano ancora lo Stato nelle strade e nelle piazze d'Italia. Quando nel luglio 2012 la Cassazione conferma le pesanti condanne di appello per falso (le uniche che si sono salvate dalla prescrizione a differenza delle lesioni gravi) Franco Gratteri è il capo della Direzione centrale anticrimine, Gilberto Caldarozzi, capo dello Servizio centrale operativo, Giovanni Luperi, capo del dipartimento analisi dell'Aisi, l'ex Sisde, Filippo Ferri, il più giovane, figlio dell'ex ministro e fratello del sottosegretario alla giustizia, guida la squadra mobile di Firenze.
L'interdizione dai pubblici uffici obbliga il ministero ad espellerli. Non restano a spasso per molto. Ferri diventa responsabile della sicurezza del Milan e per alcuni mesi è l'angelo custode di Mario Balotelli. Gilberto Caldarozzi lavora prima per le banche e poi viene chiamato come consulente della sicurezza a Finmeccanica dal suo vecchio capo, Gianni De Gennaro.
Indiscrezioni raccontano che anche Franco Gratteri abbia avuto rapporti con il colosso di Stato ma dall'ufficio stampa dicono che non risulta. A Gratteri, nel 2013 il ministero pagava ancora un appartamento di servizio nel centro di Roma, ufficialmente per motivi di sicurezza. Tra gli altri funzionari di vertice che si sono riciclati come consulenti c'è anche Salvatore Gava ex dirigente di squadra mobile che oggi lavora per Unicredit.
Attività manageriale starebbe svolgendo anche un altro condannato per la Diaz, quel Fabio Ciccimarra che è stato condannato in appello (prescritto in Cassazione) per sequestro di persona per i fatti del G7 di Napoli alla Caserma Raniero, sempre nel 2001. Ciccimarra da indagato in due processi e già con condanne in primo grado era un funzionario in carriera fino al 2012, quando il definitivo per la Diaz lo colse capo della squadra mobile all'Aquila. Vincenzo Canterini, il capo del reparto mobile di Roma dopo il 2001 ha avuto prestigiosi incarichi nelle ambasciate europee e una volta in pensione si è dedicato anche a rievocare, a modo suo, la vicenda Diaz in un libro.
Il suo vice Michelangelo Fournier, il funzionario che interruppe i pestaggi al grido di "basta basta", che al processo parlò di "macelleria messicana", ma che non fu mai in grado di individuare neppure un responsabile delle brutalità tra i suoi uomini, oggi è sempre in servizio e ricopre anche un ruolo sindacale. Se, per questioni anagrafiche, i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici mettono fuori gioco Gratteri e Luperi (anche se non sono vietate consulenze con i servizi segreti), per i più giovani non è escluso, ed è anzi previsto, un ritorno in divisa una volta scontato il periodo.
Nessun esponente di governo ha infatti mai specificato che non saranno riammessi. Potrebbero indossarla ancor prima due funzionari responsabili di condotte minori nella vicenda Diaz. Uno di loro è quel Pietro Troiani che diede ordine al suo autista di trasferire dal blindato al cortile della scuola Diaz il sacchetto con le molotov poi addebitate ingiustamente ai manifestanti. L'aver beneficato dell'affidamento ai servizi sociali per i pochi mesi da scontare non coperti dall'indulto consente infatti di ottenere la cancellazione dell'interdizione. Grazie alla prescrizione per le lesioni gravi non hanno invece subito nessuna interdizione i capisquadra condannati: Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri.
Hanno continuato a fare il loro lavoro. Addirittura il governo italiano, come si legge nella sentenza della Corte europea, non ha mai voluto informare i giudici di Strasburgo circa le sanzioni disciplinari adottate. E lo stesso sta facendo il ministro Angelino Alfano da due anni esatti. Nel maggio del 2013 i parlamentari di Sel presentarono un'interrogazione al Viminale per sapere quali misure disciplinari fossero state prese nei confronti dei condannati per la Diaz. La risposta deve ancora arrivare.
di Massimo Villone
Il Manifesto, 9 aprile 2015
Corruzione o confusione? L'onda maleodorante lambisce palazzo Chigi e il Pd di governo, ed è debole rispondere che si tratta del partito di ieri. Il rapporto 2014 della Guardia di Finanza fotografa un paese gravemente malato: solo per i reati contro la pubblica amministrazione 3.700 presunti responsabili e miliardi di euro bruciati. Si scatenano analisi, suggerimenti e proposte. E tuttavia un passo avanti, uno indietro, uno di lato.
Prescrizione lunga sì, ma non troppo, e men che mai scelte drastiche come escluderla dopo la condanna di primo grado. Legge Severino sì, forse, magari con limature. Soprattutto su incandidabilità, ineleggibilità e partecipazione a organi di governo andiamoci piano. Privacy sì, anche i politici hanno diritto, forse un po' meno degli altri, ma è una questione di civiltà. Anche se per la sicurezza peschiamo con lo strascico nei computer di sessanta milioni di italiani. Intercettazioni sì, ma non esageriamo. E soprattutto evitiamo con ragionati bavagli che se ne parli sui media. Con buona pace dell'opinione pubblica, della responsabilità politica e del controllo sociale, pilastri della democrazia. Quanto ai magistrati, è avviata la normalizzazione con le norme sulla responsabilità. Lo voleva l'Europa? Falso. Al più, chiedeva la responsabilità dello stato, non quella civile del singolo magistrato.
In ogni caso, indaghiamo partendo dalle cooperative. Poi mettiamo sotto torchio le fondazioni. E i politici che frequentano abitualmente Confindustria? Fanno cultura?
Nelle platee di Cernobbio e Ambrosetti nessuno avrà mai dato o ricevuto mazzette, case, viaggi all'estero, regali, consulenze, occasioni professionali, o avrà mai saputo, taciuto, tollerato?
E perché cooperative e fondazioni? La corruzione le ha come forme giuridiche favorite? Le società per azioni non ci interessano? E le associazioni non profit che gestiscono col sostegno pubblico servizi di rilievo sociale? Fingiamo di non vederne la frequente strumentalità verso il consenso per questo o quel politico? Non a caso fioriscono nel governo locale.
Una cosa è esternalizzare la manutenzione delle fotocopiatrici e dei computer. Ben altra esternalizzare l'assistenza agli anziani o ai disabili, magari a cooperative di ex-disoccupati o ex-detenuti. O ancor più privatizzare l'acqua.
Allora facciamo gestire gli appalti da soggetti indipendenti doc, scegliendone i componenti per sorteggio. Ma come definiamo la platea dei sorteggiandi? E chi custodisce i custodi? Poi, basta chiedere agli universitari per sapere che il sorteggio non cancella nepotismi e clientele, ma li rende al più erratici e casuali.
A chi vuole fare impresa vera un consiglio: lasciate perdere, datevi al lotto e al gratta e vinci.
Ma alla fine è il denaro che corteggia la politica o la politica che corteggia il denaro? Una demagogia pusillanime ha cancellato il finanziamento pubblico. Una campagna elettorale anche banale arriva a sei cifre.
I partiti hanno le casse vuote, mentre la preferenza unica esaspera la competizione al loro interno. Tutti contro tutti, e le primarie raddoppiano i costi. Attrarre contributi è per i candidati vitale, e non si chiedono ai poveracci.
Combattere la corruzione richiede una strategia globale e coerente, volta a prevenire e ostacolare l'attività criminosa giorno per giorno, in ogni luogo in cui si gestisce la cosa pubblica.
Riforme costituzionali ed elettorali che favoriscano la rappresentatività e le new entries, e tendano a ripristinare gli strumenti della responsabilità politica e istituzionale. Questo si ottiene abbattendo le soglie, riducendo al minimo gli incentivi maggioritari, evitando l'ipertrofia degli esecutivi a danno delle assemblee elettive.
Riforme che contengano i costi della politica, ad esempio scegliendo il collegio piuttosto che il voto di lista e preferenza, e parallelamente ripristinando un finanziamento pubblico ragionevole, rigoroso, a prova di imbroglio.
Una legge sui partiti che garantisca la democrazia interna e i diritti degli iscritti, rendendo al soggetto politico la capacità di reggere responsabilità pubbliche, e superando il populismo demagogico delle primarie aperte.
E ancora riforme della pubblica amministrazione, che riportino all'interno dell'organizzazione pubblica un sapere tecnico che eviti al massimo il ricorso a competenze esterne nella forma di consulenze, organismi tecnici, nuclei di valutazione o altro.
Riforma del rapporto tra politici e dirigenti, che temperi la sudditanza del dirigente verso il politico cui deve la propria nomina o la permanenza nell'incarico.
Ripristino di forme essenziali di controllo di legittimità degli atti. Piena visibilità, escludendo garanzie di privacy, per le responsabilità penali, civili, amministrative, contabili di chi opera nel pubblico o a contatto del pubblico.
Alla fine, e solo alla fine, sanzioni penali incisive per corrotti e corruttori.
Poco o nulla del genere è nei propositi del governo, che anzi va in senso largamente opposto. La vastità del compito esalta la mancanza di un disegno. Ma esalta anche la pochezza delle risposte degli oppositori.
La classe dirigente rottamata e in via di estinzione ha commesso un errore decisivo con le primarie aperte, consegnando il partito e il paese a Renzi. Ma è stato solo l'ultimo di una lunga serie di errori dovuti in buona misura alla accettazione subalterna di una cattiva cultura politica e istituzionale, estranea alla tradizione della sinistra. Un punto rimane. Di certo Renzi e i suoi hanno rottamato il vecchio. Per quel che fanno, non costruiranno il nuovo. Se avremo fortuna, saranno solo un transitorio.
di Enrico Bronzo
Il Sole 24 Ore, 9 aprile 2015
Tra frodi ai finanziamenti pubblici e sprechi nella pubblica amministrazione, lo Stato ha subito un danno di 4,1 miliardi nel 2014. Il dato è contenuto nel Rapporto annuale della Guardia di finanza, pubblicato oggi e disponibile sul sito del corpo, dal quale emerge che sono oltre 3.700 le persone denunciate per reati contro la Pubblica amministrazione.
Per quanto riguarda le frodi ai finanziamenti pubblici, gli uomini delle Fiamme gialle hanno scoperto contributi illecitamente percepiti per quasi 1,3 miliardi: 666 milioni provenivano dai fondi dell'Unione europea e 618 da fondi nazionali. Inoltre, sono state accertate frodi per 113 milioni alla spesa previdenziale e per 141 milioni alla spesa sanitaria. I danni alle casse dello Stato dovuti invece agli sprechi nella pubblica amministrazione ammontano a 2,6 miliardi. Complessivamente sono state denunciate 18 mila persone di cui 3.745 per reati contro la Pa. Di queste ultime, 229 sono state arrestate. A seguito delle indagini, gli uomini della Guardia di finanza hanno recuperato e sequestrato 161 milioni dalle frodi all'Ue, 164 dalle truffe ai fondi statali, 121 dai reati contro la pubblica amministrazione e 13 dalle truffe al sistema previdenziale.
Appalti pubblici per 1,8 miliardi, più di un terzo di quelli controllati e monitorati, sono stati assegnati illecitamente nel 2014. La Guardia di finanza ha effettuato verifiche su 220 appalti, per un valore complessivo di 4,6 miliardi. Complessivamente sono state denunciate 933 persone, di cui 44 arrestate. I controlli degli uomini delle Fiamme gialle hanno riguardato appalti pubblici per complessivi 4 miliardi e 630 milioni e dalle indagini è emerso che ben più di un terzo dell'importo, vale a dire un miliardo e 793 milioni, è stato assegnato in maniera irregolare. Su questo fronte, sottolinea la Gdf, l'azione del corpo si è mossa secondo due direttrici: una, "in chiave preventiva, attraverso lo sviluppo di costanti sinergie con l'Autorità nazionale anticorruzione", l'altra, "ai fini repressivi, per contrastare la diffusione dell'illegalità nella pubblica amministrazione".
Sono quasi 8mila gli evasori totali, soggetti completamente sconosciuti al Fisco, scoperti dalla Guardia di finanza nel 2014, mentre è di un miliardo e duecento milioni il valore dei beni sequestrati per reati tributari. Complessivamente, sono 17.802 i reati tributari scoperti e 13.062 i soggetti denunciati, di cui 146 arrestati. Nell'ambito della lotta all'evasione fiscale e al sommerso, gli uomini delle Fiamme gialle hanno anche scoperto 11.936 lavoratori in nero e 13.369 lavoratori irregolari. 5.082 sono invece i datori di lavoro scoperti e denunciati, che utilizzavano manodopera irregolare o in nero.
Nel corso del 2014 la Gdf ha sottratto alla criminalità organizzata beni per quasi 4 miliardi: 3,3 miliardi è infatti il valore dei beni sequestrati e 733 milioni è quello dei beni confiscati. Oltre cinquemila gli accertamenti patrimoniali svolti l'anno scorso.
Oltre 290 milioni di prodotti, tra falsi e non in regola con la normativa comunitaria, sono stati sequestrati dalle Fiamme Gialle nel 2014, per un valore quantificato attorno ai 2,9 miliardi. Dei prodotti, 42 milioni erano contraffatti e 247 non rispondenti alle norme di sicurezza. 1.400 sono invece le tonnellate di cibi sequestrati nell'ambito dei controlli sulle frodi nel comparto alimentare.
di Fulvio Bufi e Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 9 aprile 2015
Il responsabile commerciale Verrini rivela i nomi di politici e amministratori. Ha chiesto di essere interrogato e per oltre cinque ore ha risposto alle domande dei pubblici ministeri. Nell'inchiesta sugli appalti truccati della "Cpl Concordia", c'è un altro manager che decide di collaborare. È Nicola Verrini, responsabile commerciale ed ex componente del consiglio di amministrazione, e le sue dichiarazioni sembrano aprire scenari inediti, visto che affronta i rapporti con la politica e in particolare il legame tra il presidente Roberto Casari e il Partito democratico. Non è l'unica novità. Gli accertamenti di queste ore riguardano anche la provenienza di una busta con migliaia di euro in contanti trovata a casa dello stesso Casari con una scritta a matita: "Baffo".
Accade tutto martedì mattina, subito dopo le vacanze pasquali. Mentre i carabinieri del Noe sono impegnati a verificare le dichiarazioni di Francesco Simone, il responsabile delle relazioni istituzionali della cooperativa modenese che ha ricostruito i retroscena di appalti e nomine degli ultimi anni, i difensori di Verrini - gli avvocati Massimo e Michele Jasonni - contattano i magistrati. Di fronte al giudice il manager si era avvalso della facoltà di non rispondere. "Era sotto choc per l'arresto - chiariscono i legali - ma dopo qualche giorno abbiamo concordato sull'opportunità di incontrare i magistrati". Detto fatto. I sostituti procuratori Henry John Woodcock e Celeste Carrano entrano nel carcere di Poggioreale alle 15 di due giorni fa, escono quando è ormai tarda sera.
Verrini ha certamente un ruolo chiave all'interno della "Cpl" perché è il responsabile commerciale ma soprattutto perché, come spiega il difensore, "è entrato come tecnico di cantiere e poi ha fatto carriera fino a diventare responsabile commerciale per l'area del Tirreno e membro del consiglio di amministrazione". Circa un anno fa arriva la svolta, alcuni manager vengono convocati come indagati, scoprono che l'inchiesta riguarda alcune commesse ottenute in Campania e in particolare la metanizzazione di Ischia. "Verrini - ricorda l'avvocato Jasonni - si è dimesso dal consiglio di amministrazione e ha chiesto di essere spostato in un'altra zona commerciale per non continuare ad avere interessi professionali nell'area oggetto dell'inchiesta della Procura di Napoli".
La decisione non lo salva comunque dall'arresto. Il giudice lo accusa di aver partecipato a quell'associazione per delinquere, creata insieme agli altri responsabili della "Cpl", che versava tangenti a politici e pubblici amministratori per aggiudicarsi i lavori. Di fronte ai pubblici ministeri Verrini non lo nega. Racconta dettagli, circostanze. Poi fa i nomi degli interlocutori che hanno consentito alla cooperativa di seguire una corsia privilegiata nelle gare. E approfondisce quei legami che Casari ha con numerosi esponenti del Pd.
Anche Simone sta parlando dei rapporti con i politici, ricostruendo i retroscena delle trattative che lui stesso ha seguito personalmente per ottenere l'assegnazione degli appalti. I magistrati hanno disposto immediate verifiche su quanto messo a verbale da entrambi. I due sono sempre stati in costante contatto, confrontandosi praticamente su ogni mossa. Sono proprio loro che l'11 marzo del 2014 - ignari di essere intercettati - discutono sull'opportunità di finanziare la Fondazione Italiani Europei di Massimo D'Alema, colloquio ritenuto dal giudice "di estremo rilievo per il modo in cui gli stessi distinguono i politici e le istituzioni loro referenti operando una netta ma significativa distinzione tra quelli che al momento debito si sporcano le mani ("mettono le mani nella merda") e quelli che non lo fanno".
Lunedì, quando i carabinieri sono entrati nelle case degli indagati per eseguire gli arresti, hanno perquisito gli appartamenti e da Casari hanno trovato la busta con 16 mila euro in contanti. "Sono i soldi che tengo a disposizione per le esigenze della famiglia, se dovesse accadermi qualcosa", ha spiegato. E sulla scritta ha aggiunto: "Si riferisce a me che ho i baffi".
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