di Filippo Tronca
www.abruzzoweb.it, 9 aprile 2015
Carceri abruzzesi sovraffollate in media del 30 per cento, e per di più con gravi crisi di organico. Lodevoli le esperienze di rieducazione attraverso percorsi lavorativi, ma pochi fondi a disposizione. Condizione di vita particolarmente dure nel supercarcere dell'Aquila, dove i detenuti per mafia e terrorismo scontano la pena in regime di 41 bis.
Questa la situazione negli otto carceri abruzzesi, quelli Avezzano, Chieti, L'Aquila, Lanciano, Pescara, Sulmona, Teramo e Vasto, monitorata dall'associazione Antigone, che dal 1998 è autorizzata dal ministero della Giustizia a visitare tutti i 205 istituti di pena italiani.
Ad accompagnare AbruzzoWeb in questo primo viaggio nella condizione carceraria nella nostra regione è l'avvocato Salvatore Braghini, che di Antigone Abruzzo è il presidente, e che in queste settimane, assieme ad quattro persone, sta entrando visitando nuovamente le prigioni abruzzesi per aggiornare i dati datati in alcuni casi di due anni.
Il sovraffollamento
Si comincia dalla piaga che fa dell'Italia una delle pecore nere in Europa, quello del sovraffollamento. A fronte di una capienza complessiva di 1.533 detenuti, nelle 8 case circondariali abruzzesi ve ne sono oggi 1.935, con un'eccedenza di 402 persone. Situazione più grave nel carcere di Sulmona, dove sono previsti 270 posti, ma oggi sono presenti 479 detenuti. Il sovraffollamento di Sulmona è dovuto anche al fatto che è un carcere di massima sicurezza, che non ha goduto del pronunciamento della Corte costituzionale che nel 2013 ha distinto tra droghe leggere droghe pesanti e questo ha consentito per molti detenuti l'uscita anticipata, a cui si è aggiunta la possibilità di trascorrere agli arresti domiciliari il resto della pena.
Si sta troppo stretti anche a Teramo, dove ci 393 detenuti contro i 229 previsti. Meno drammatico, almeno rispetto alla media italiana, il sovraffollamento a Pescara, 282 detenuti per 271 posti, Lanciano, 273 detenuti per 196 posti, Chieti, 111 detenuti per 83 posti, e Avezzano, 71 dentuti per 51 posti. Fanno eccezione L'Aquila dove c'è posto libero: 138 detenuti con 191 posti disponibili, e Vasto 170 detenuti con 204 posti. I dati va precisato sono i più aggiornati tra quelli omogenei, relativi a metà 2014, numeri che sono suscettibili di variazioni anche mese per mese. Ma quelli qui forniti rendono comunque l'idea delle proporzioni.
"Se si fa eccezione per Sulmona - commenta Braghini. Il sovraffollamento non è drammatico come in altre regioni, ma raggiunge comunque un tasso del 30 per cento, con picchi nella città peligna e Teramo, ed è aggravato dalla contemporanea mancanza di personale, di agenti di polizia penitenziaria, essendo stato bloccato il turn over. Chi va in pensione non viene, cioè, sostituito. E questo crea problemi a tutte le case circondariali abruzzesi, e si ripercuote sulla qualità della vita sia del personale sia dei detenuti". Basti il caso di Sulmona: a fronte di un organico previsto di 329 unità, la Polizia penitenziaria che presta servizio è inferiore di quasi 100 unità. Altrove la situazione è analoga.
Suicidi in cella
Negli ultimi due anni nelle otto carceri abruzzesi si sono registrati otto di casi di suicidio, 31 episodi di tentato suicidio e 118 di autolesionismo. In questo triste fenomeno a primeggiare è stato il carcere di massima sicurezza di Sulmona. Ma Braghini tiene a precisare che "a Sulmona i detenuti sono molto più numerosi, e con pene più pesanti alle spalle, e questo incide automaticamente sul tasso di suicidi e autolesionismo rispetto ad alt a prescindere dalle condizioni carcerarie, che non sono peggiori che altrove".
Carcere e lavoro
Altra problematica che viene segnalata da Antigone, in base ai dati raccolti, riguarda i percorsi lavorativi, adottati un po' da tutte le carceri, buona pratica che non hanno risorse e spazi adeguati. Il carcere di Vasto, per esempio, nel 2013 è diventato Casa di Lavoro, e vi vengono trasferiti tutti gli internati soggetti alla misura di sicurezza detentiva ristretti a Sulmona. Ma c'è il problema degli spazi. "Per sopperire alla mancanza di spazi - spiega il presidente di Antigone - per le lavorazioni il magazzino dell'istituto dovrebbe venire ristrutturato e destinato a ospitare una sartoria in grado di occupare fino a 40 internati. Ma nuovo spazio non entrerà in funzione verosimilmente prima del 2016".
Interessante esperienza di rieducazione tramite lavoro viene sperimentata a Pescara, con la formula della cooperativa che ha come soci anche detenuti ed ex detenuti. Tra le varie attività c'è la dematerializzazione dei documenti della pubblica amministrazione, la pubblicazione di riviste, la produzione di dolci tipici. I detenuti ottengono anche qualifiche lavorative, spendibili nel mercato. Il carcere è riuscito a stabilire una proficua collaborazione con la Caritas di Pescara per il reinserimento degli ex detenuti.
A Sulmona i detenuti producono aglio rosso, sono impiegati in lavori artigianali come falegnameria, calzoleria, sartoria. La falegnameria produce tavolini, sgabelli e armadietti non solo per l'istituto di Sulmona ma anche per altri istituti penitenziari. Nella calzoleria si producono scarpe e scarponcini per i detenuti. Vi lavorano in media 30 detenuti, così come nella sartoria. La sartoria produce camici e tute da lavoro, nonché costumi per la Giostra Cavalleresca. Ma a Vasto, Sulmona Pescara, come nelle altre carceri, senza risorse economiche, sarà impossibile garantire la retribuzione minima ai detenuti e a rendere possibili i percorsi di reinserimento, in un quadro generale di mancanza di risorse.
"Le attività lavorative - lancia l'allarme Braghini - rischiano di chiudere perché non ci sono più fondi provenienti dall'amministrazione per retribuire i lavoratori. Così nel carcere non ci sarà più lavoro, che è l'attività' più importante per il trattamento di risocializzazione".
L'Aquila, la durezza del 41 bis
Gli osservatori di Antigone non hanno infine accesso al super carcere dove si sconta il 41 bis, il carcere duro previsto per reati di mafia e terrorismo.
A riportare la sinistra luce sulla condizione di vita al supercarcere dell'Aquila stato il duplice tentato suicidio di Francesco Schiavone, cugino dell'omonimo e più noto esponente della camorra conosciuto come "Sandokan". Prima ha tentato di farla finita impiccandosi con una corda al collo e una busta di plastica in testa, la seconda volta tagliandosi le vene dei polsi. Nell'ottobre 2009 si era suicidata la brigatista rossa Diana Blefari.
Il garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni parla a proposito del supercarcere dell'Aquila di "condizioni di vita disumana".
Come denuncia in durissimo articolo il quotidiano Il Garantista, nella sezione femminile aquilana, le nove detenute vivono in celle di due metri quadri per due, e trascorrono l'ora d'aria in un cortile di tre metri per tre e solo con un'altra persona. Possono avere massimo due libri al mese. "Non potendo Antigone avere accesso diretto al supercarcere dell'Aquila - lancia l'appello Braghini - chiedo ai deputati e consiglieri regionali che hanno titolo ad entrarci di verificare e rappresentare all'opinione pubblica le condizioni di vita dei detenuti".
Una cosa è certa, per Antigone, "all'Aquila le celle non sono a norma europea, inferiori ai 3 metri per 3. E allora prima di adeguare gli spazi, andrebbero da subito aumentate le ore d'aria, con spazi comuni in ambienti più salubri, per evitare che le persone recluse insistano un tempo eccessivo e continuato in spazi ridottissimi. Il carcere non può diventare una tortura, un essere umano non può essere seppellito vivo, a prescindere dal reato che ha commesso".
Muri abbattuti e buone pratiche
Ci sono anche cose positive, da raccontare a proposito di carceri abruzzesi, che vanno verso lo standard europeo della detenzione. A Teramo, che è anche carcere femminile, ci si è dotati di un "Giardino degli affetti", per consentire l'intimità affettiva per donne che hanno figli sotto i 3 anni, di una struttura esterna con giochi per bambini in cui la famiglia si può riunire.
Ad Avezzano il problema è la forte presenza di immigrati, entrano ed escono perché le pene sono basse, per furto spaccio, c'è un forte turn over.
Il carcere è stato ristrutturato, ma non ci sono sale per le attività comuni, si sperimenta il carcere aperto, ovvero le porte delle celle restano aperte, e i carcerati possono muoversi liberamente nella loro ala, vengono richiuse solo nelle ore serali e notturne. "Una soluzione che abbassa molto il livello di tensione e autolesionismo - spiega Braghini - che i carceri andrebbe estesa anche in altri carceri abruzzesi". "Altra novità - conclude Braghini - è che in tutti le carceri abruzzesi è stato rimosso il muro divisorio tra i visitatori e i detenuti, ed è ora possibile una comunicazione più diretta e fisica, dopo gli opportuni controlli che vengono effettuati ai visitatori".
di Adriano Di Blasi
www.ifg.uniurb.it, 9 aprile 2015
Tutte le carceri delle Marche si stanno lentamente svuotando anche se Villa Fastiggi, a Pesaro, è indietro rispetto alle altre. Secondo il nuovo rapporto dell'Autorità regionale per la garanzia dei diritti dei detenuti, le sette case circondariali presenti sul nostro territorio stanno continuando il percorso di "alleggerimento", in linea con la strategia nazionale.
La maglia nera va al carcere di Pesaro che mostra sì un calo di presenze rispetto al 2013, passando da un eccesso del 75% ad uno del 58%, ma che continua ancora ad avere molti più detenuti rispetto ai posti regolarmente disponibili (237 contro 150). Situazione migliore per il penitenziario di Fossombrone, il secondo migliore delle Marche, dove i posti occupati sono 148 su 201 totali.
Dati incoraggianti anche per gli altri penitenziari della regione. Montacuto, una delle due carceri di Ancona, segna 191 presenze sui 174 posti disponibili mentre Barcaglione, la seconda, ha 72 occupanti su 100. L'indice di affollamento cala anche ad Ascoli Piceno (da 20,5% del 2013 al 14,4% del 2014) e a Camerino (da 48,6% a 19,5%). Bene anche Fermo che taglia l'indice dal 71% al 26% con 53 posti occupati su 42.
Un problema, quello del sovraffollamento delle carceri, per cui si sono impegnati anche l'attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il suo predecessore Giorgio Napolitano e che è stato affrontato dal governo di Enrico Letta con il decreto svuota carceri del 2014. Anche grazie a questo provvedimento, secondo i dati del Garante, la media nazionale di presenze si è abbassata passando da un -4,8% del 2013 ad un -14,3% del 2014 pari a 53.623 detenuti in tutta Italia. "Un segnale importante - si legge nel rapporto - specie se si tiene conto che la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (08/01/2013) condannava lo Stato italiano per la riconosciuta incompatibilità dell'attuale sistema carcerario, per trattamenti inumani e degradanti".
Secondo l'autorità dei diritti dei detenuti però, il sovraffollamento è solo uno dei difetti del nostro sistema carcerario. Un altro problema, evidenziato nel rapporto, è la mancanza di personale nei vari istituti. A Pesaro, per esempio, il personale, composto da commissari, ispettori, sovraintendenti e agenti/assistenti, conta 172 unità contro le 192 previste. Questa mancanza si riflette sia sulla sicurezza del carcere sia sul controllo e la tutela dei detenuti. Spesso infatti sono proprio gli agenti ad evitare che i carcerati tentino il suicidio (28 i casi sventati dai Baschi Azzurri nel 2014).
Anche a Fossombrone si contano una ventina di dipendenti in meno (105 contro i 125 previsti). "In futuro - si legge ancora nel rapporto - la situazione rischia di aggravarsi considerato che l'età media del personale attualmente in servizio è molto elevata".
Guardando invece ai dati positivi dell'indagine, le carceri delle Marche possono contare su un buon sistema sanitario con grande collaborazione tra l'ufficio del Garante e i responsabili medici. Alto anche il numero di progetti legati alle "misure trattamentali", ovvero le attività che sostituiscono il lavoro nei penitenziari (ad esempio arte, cura del fisico, istruzione). Diciotto quelli del carcere di Pesaro, per i quali la Regione ha stanziato quasi 120mila euro. Nove quelli di Fossombrone con circa 45mila euro investiti.
Il Resto del Carlino, 9 aprile 2015
È già passala una settimana dalla "chiusura" ufficiale dell'Opg ma nessun internato ne è ancora uscito come vorrebbe la nuova legge che prevede lo smantellamento degli ospedali psichiatrici giudiziari e l'attivazione delle Rems (residenze per l'esecuzione delle misure cautelari). Secondo notizie ufficiose erano stati programmati i primi due trasferimenti di uomini dall'Opg di Reggio alla Rems di Bologna, ma sarebbero rinviati per farvi prima accedere due donne ricoverate all'Opg di Castiglione delle Stiviere. I circa settanta internati all'Opg reggiano sono ancora tutti qui. Secondo i programmi dieci dovranno andare a Mezzani (Parma) e 14 a Bologna, essendo questi 24 residenti nella nostra regione.
I rimanenti sono destinati alle Rems di altre regioni, lontanissime dall'essersi attrezzate. A Mezzani - il comune parmense aldilà dell'Enza, al confine con Brescello - pare vi siano lavori in corso quindi non si possono trasferire i dieci internati. Pare pero che tra i circa settanta é via Settembrini ve ne siano alcuni che preferirebbero rimanere all'Opg. Tempo addietro - solo per fare un esempio - un internato dichiarato guarito e non più pericoloso socialmente, quindi pronto a tornare libero e coi familiari disposti ad accoglierlo, aveva chiesto di poter restare all'Opg. Sul "quando" dei trasferimenti dall'Opg di Reggio alle Rems, il consigliere regionale Tommaso Foti di Fratelli d'Italia ha rivolto un'interrogazione alla giunta. Il segretario provinciale Sappe Michele Malorni, conferma: a tutt'oggi, neppure un tra ferimento. E l'avvocato Domenico Noris Bacchi, presidente della Camera penale reggiana, dal suo osservatorio non registra ancora segnalazioni di anomalie dall'Opg.
di Tito Giuseppe Tola
La Nuova Sardegna, 9 aprile 2015
La casa circondariale di Macomer è stata cancellata dagli elenchi del ministero della Giustizia assieme a quella di Iglesias. Di fatto il carcere di Macomer non c'è più, anche se rimane la struttura che pone ora un problema di utilizzo. Il Comune, che nell'ultima riunione del Consiglio ha approvato un ordine del giorno col quale ne chiede il mantenimento, ha delle proposte per impiegate il complesso, che sono sempre e comunque legate a un uso di tipo penitenziario, ma finora mancano risposte da parte del ministero di Grazia e Giustizia e del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, che non si sa fino a qual punto siano interessati ai progetti del Comune.
Dal 31 marzo, in ogni caso, per il ministero in Sardegna non ci sono più 12 carceri ma dieci. Quella di Macomer e Iglesias sono state cancellate. Il dato è stato reso noto nei giorni scorsi da Maria Grazia Caligaris che fa riferimento ai dati sulla capienza regolamentare e la presenza dei detenuti diffusi dal Dap aggiornati al 31 marzo.
"Sembrano, quindi, del tutto tramontate - sottolinea la presidente dell'associazione Sdr, le speranze degli amministratori locali che avevano assunto iniziative per mantenere in piedi i due istituti. Lo svuotamento degli edifici, con il trasferimento degli agenti e degli educatori, sancirà la chiusura definitiva delle case circondariali, rendendo necessario un progetto per evitarne il degrado".
Caligaris rimarca ancora che, nonostante la scomparsa delle due carceri e la riduzione dei posti letto, passati dai 2.774 di febbraio ai 2.671 di marzo, il numero dei detenuti negli istituti sardi è in aumento e da 1.834 sono passati a 1.849. L'ordine del giorno del Coniglio comunale ipotizza e chiede il mantenimento della struttura, ma i programmi di Ministero e Dap sono di segno diverso. Restano a questo punto le proposte alternative alle quali sta lavorando l'amministrazione comunale. Il comune avanza due diverse proposte, ma lavora anche su una terza. La prima riguarda il recupero e il reinserimento dei detenuti con tossicodipendenze, l'altra i detenuti a fine pena che potrebbero finire di espiarla a Macomer.
di Gaetano De Stefano
La Città di Salerno, 9 aprile 2015
Salerno. Storie di disservizi postali. Storie comuni un po' ovunque, in ogni zona della città, con lettere, raccomandate e bollette che arrivano puntualmente in ritardo, scatenando l'ira dell'utenza. Il malfunzionamento del recapito, però, diventa questione di vita o di "morte" civile se i destinatari sono i detenuti della Casa circondariale di Fuorni.
Perché nel penitenziario l'assenza di posta s'amplifica come in una sorta di cassa di risonanza, in quanto per i "carcerati" la corrispondenza è vita, rappresenta quel filo sottile che li unisce ai loro familiari e alla società civile. Leggere una lettera è come respirare a pieni polmoni una boccata d'ossigeno, rappresenta un tuffo, seppur virtuale e di pochi minuti, nella libertà. E nei ricordi, rincorrendo la speranza di riabbracciare un giorno i propri cari e di condurre, un domani, una vita normale, al di fuori da quelle sbarre.
Ma a Fuorni questo diritto sembra essere diventato un optional. Perché una missiva, per giungere a destinazione e per fare solo pochi chilometri, impiega quasi un mese. Un'eternità se si pensa ai moderni e immediati mezzi di comunicazione, come email o sms, che però, non sono nella disponibilità del detenuto. Che non può far altro che scrivere nella maniera tradizionale e attendere la risposta. Così ogni giorno ci si nutre di speranza, facendo gli scongiuri che sia quello "buono", che finalmente gli addetti alla consegna portino la corrispondenza che s'attende da tempo. Ma, purtroppo, non è così. Pertanto un gruppo di reclusi ha deciso di segnalare il cattivo funzionamento del recapito pure nel penitenziario cittadino.
E, ironia della sorte, presa carta e penna ha scritto per denunciare l'assurda situazione che rischia di aggravare ancora di più la loro condizione, privandoli di un loro diritto. "Ci sono - scrivono i cinque detenuti, tutti residenti nell'hinterland salernitano - ritardi abissali nella consegna della posta, a causa del cattivo funzionamento dei centri di smistamento di Poste italiane". "Purtroppo noi - aggiungono - non sappiamo a chi rivolgerci, essendo reclusi. Però per noi la corrispondenza ha un valore fondamentale, è uno spiraglio di vita familiare, di libertà. È insomma un sollievo giornaliero".
Da qualche tempo, tuttavia, il conforto che prima era giornaliero sembra essere diventato mensile. Perché oramai è questo il tempo medio con il quale arriva la posta a ciascun detenuto, come evidenziano i firmatari della missiva. "Al di là della nostra colpevolezza o della nostra innocenza - sottolineano - ricevere notizie dall'esterno, dalle nostre famiglie, è un diritto sancito anche dall'ordinamento giuridico". Perciò chiedono di far sentire la loro voce. "È vero - concludono - che siamo cittadini di serie B. Ma anche a noi tocca ricevere la posta. Perché in carcere la posta è vita e libertà".
A sostegno delle rivendicazioni del gruppo di detenuti interviene Donato Salzano, segretario dell'associazione radicale "Maurizio Provenza", da sempre impegnato a far valere i diritti dei detenuti. "Questa situazione è assurda - chiosa - in quanto alla pena, già di per sé pesante, s'aggiunge un'ulteriore sanzione. Voglio ricordare come i cittadini detenuti abbiano gli stessi diritti di chiunque altro. E chi non fa bene il proprio lavoro aggrava la loro pena". Perciò Salzano lancia un appello alla direzione provinciale di Poste italiane: "Ci sono persone - evidenzia - che devono fare il loro lavoro, ma non lo fanno".
A testimoniare la valenza sociale del ricevere la posta per i reclusi è pure il cappellano del carcere, don Rosario Petrone. "La corrispondenza è di vitale importanza per i detenuti - spiega - perché permette di stare in contatto con i propri affetti e riesce a far sì che vengano fuori i loro sentimenti migliori. Sappiamo che la posta è stata sostituita dai nuovi mezzi di comunicazione, che però non sono fruibili in carcere. Perciò questo mezzo, seppur oramai sorpassato, resta l'unico a disposizione della popolazione carceraria. E spero che al più presto vengano risolti i disservizi, in modo che la corrispondenza arrivi nuovamente puntuale".
www.veronasera.it, 9 aprile 2015
In una nota diffusa agli organi di stampa Nicola Budano, segretario provinciale Uil-Pa Penitenziari, commenta l'episodio che ieri mattina si è verificato nella casa circondariale veronese. Dopo la rivolta scoppiata ieri nel carcere di Montorio, il sindacato della Polizia Penitenziaria Uil richiama l'attenzione su una situazione sempre più complicata, denunciando anche episodi antecedenti a quelli del 7 aprile.
Nel mirino del segretario provinciale Nicola Budano, finisco anche i recenti provvedimenti attuati in materia di carceri, visti come incompleti e pertanto dannosi per i lavoratori. Ecco la nota diffusa agli organi di stampa: "Nella tarda mattina di martedì, alle 12.30 circa un detenuto di origine magrebina per ragioni apparentemente futili, ha appiccato il fuoco a 2 materassi presenti all'interno della propria cella, provocando la propagazione di un fumo tossico all'interno della sezione e gettando nel panico sia il personale che i detenuti.
A quanto pare - dichiara Nicola Budano segretario provinciale Uil-Pa Penitenziari - le ragioni che hanno spinto il detenuto a compiere l'insano gesto sono da attribuirsi ad una protesta nei confronti della Direzione "colpevole" di avergli rifiutato la possibilità di cambiare sezione.
Da rilevare che a quell'ora i detenuti erano tutti chiusi all'interno delle loro celle e di conseguenza le operazioni di evacuazione sono state particolarmente difficili. I detenuti sono stati fatti confluire all'interno dei cortili passaggio, all'aria aperta, per evitare situazioni ben più gravi. Durante le fasi dell'intervento, comunque - aggiunge Budano - le conseguenze peggiori le hanno riportate 12 poliziotti penitenziari che a causa dell'inalazione dei fumi sono stati inviati presso i vari pronto soccorso della Città e 7 di loro hanno dovuto ricorrere alla camera iperbarica per le cure del caso.
Non bastasse tutto questo c'è da porre in evidenza che nel corso della mattinata un'altro agente di Polizia Penitenziaria è dovuta ricorrere a cure mediche perché vittima di un aggressione da parte di un altro detenuto magrebino che lo ha colpito con una macchinetta del caffè.
Per concludere sabato 4 aprile l'ennesimo episodio di violenza ha avuto quali protagonisti due agenti di Polizia Penitenziaria che, sempre per futili motivi, sono stati minacciati con lame rudimentali ricavate da lamette da barba in quanto colpevoli di aver relazionato precedenti loro scorretti comportamenti.
Pur senza voler alimentare inutili allarmismi - prosegue il sindacalista della UIL - non possiamo esimerci dal porre in evidenza che la situazione all'interno di Montorio è a rischio per chi lavora nei reparti detentivi.
Le aggressioni, le violenze, i comportamenti scorretti, gli atti di sopraffazione sono sempre più frequenti e agevolati - secondo la Uil, dall'avvio del c.d. "regime aperto" che consente ai detenuti una maggiore libertà di movimento all'interno delle sezioni.
Un regime detentivo innovativo che però presuppone due elementi imprescindibili quali la premialità dei comportamenti e il rigido rispetto delle regole di civile convivenza. Il problema però è che la stragrande maggioranza dei detenuti presenti nei reparti a "regime aperto" è di nazionalità extra comunitaria, quasi sempre senza una famiglia e/o riferimenti esterni e questo, evidentemente, fa venir meno l'interesse a mantenere comportamenti corretti. Non aiutano nemmeno le disposizioni di servizio interne troppo spesso inadeguate e inattuali al punto da vanificare l'attività del personale.
Tornando all'episodio di ieri - conclude Budano - non possiamo esimerci dal rilevare l'assenza di dispositivi di protezione individuale e l'assenza di un piano di evacuazione che, evidentemente, nel documento di valutazione dei rischi (decreto legislativo 81/2008) non sono stati contemplati. Nelle operazioni sono intervenute anche 2 equipaggi dei vigili del fuoco e 4 autoambulanze. Nel primo pomeriggio è intervenuto anche il Provveditore Regionale dell'amministrazione penitenziaria, Dr. Enrico Sbriglia, che ha potuto rendersi conto personalmente della situazione. L'auspicio è quello che una volta valutate le responsabilità siano adottati provvedimenti esemplari nei confronti dei soggetti coinvolti".
D'Arienzo interroga il Ministro della Giustizia
Sui fatti avvenuti l'altro ieri nell'istituto penitenziario veronese di Montorio, dove due detenuti hanno inscenato una rivolta dando alle fiamme i materassi della loro cella, provocando un incendio con tanto di fumo che ha portato all'ospedale, intossicati, 11 guardie penitenziarie e 2 carcerati, Vincenzo D'Arienzo, deputato Pd, ha presentato oggi un'interrogazione al Ministro della Giustizia, Andrea Orlando.
"Considero grave quanto accaduto nella struttura carceraria di Montorio - dichiara D'Arienzo - ed in particolare che siano stati in pericolo gli agenti della Polizia Penitenziaria. L'intossicazione da fumo di dodici agenti penitenziari mi preoccupa. Spero siano state attivate tutte le precauzioni nel corso dell'intervento per tutelare la salute degli agenti. Diversamente, penso proprio che il problema sia più grande di quanto conosciamo ad oggi".
"Dai comunicati stampa emergono altri episodi che si sono verificati recentemente e tutti caratterizzati da gravi minacce verso il personale di vigilanza, oltre alla denuncia del mancato intervento della dirigenza della struttura in un particolare momento di tensione - continua l'onorevole -. Spero che non sia confermato, sarebbe grave. Come pure sarebbe grave se corrispondesse al vero che vi fossero dei problemi ai dispositivi antincendio, allarme e idranti, e ostacoli al reperimento di mascherine antifumo. Ritengo prioritario garantire la sicurezza del personale in servizio".
"Ho segnalato al ministro Orlando i fatti per favorire un confronto positivo volto da un lato a soddisfare le richieste del personale, dall'altro a superare le difficoltà che sono state pubblicamente manifestate e che, a quanto pare, creano una condizione lavorativa non ottimale - conclude D'Arienzo. Conosco la sensibilità del ministro sul tema delle carceri, non ho dubbi che agirà per il meglio".
Adnkronos, 9 aprile 2015
La Fns-Cisl del Lazio denuncia un tentativo di suicidio avvenuto nei giorni di Pasqua nel carcere di Rieti da parte di un detenuto tunisino che, grazie all'intervento del personale di Polizia Penitenziaria, ha evitato il peggio.
La Fns Cisl segnala, inoltre, che all'interno dell'istituto penitenziario di Rieti sono presenti 239 detenuti, dei quali 164 sono stranieri. Un altro fatto ancora più grave è stata l'aggressione, avvenuta nella giornata di Pasqua presso l'Istituto di Velletri nella sezione isolamento dove, un detenuto magrebino, ha aggredito un assistente capo della Polizia Penitenziaria, 49enne, che ha riportato un trauma alla mano sinistra guaribile in 23 giorni. Si legge in una nota della Federazione Nazionale Sicurezza del Lazio.
"Occorre intervenire, quindi, al fine di evitare episodi del genere, aggressioni al personale e tentativi di suicidio da parte dei detenuti, aumentando sia il numero degli agenti ma anche quello del personale medico ed infermieristico. Occorre, comunque, allo stesso tempo inasprire le pene detentive per detenuti resosi responsabili di aggressione a danno del personale di Polizia Penitenziaria - dichiara la Fns Cisl Lazio, che aggiunge - "Anche il dato in aumento dei detenuti nelle 14 carceri del Lazio dimostra che qualcosa non funziona, basti pensare che la legge svuota carceri non ha dato i risultati sperati, eccetto i primi 7 mesi dove il sovraffollamento delle carceri lentamente diminuiva. Come si ricorderà sono state inserite importanti novità quali braccialetti elettronici, l'affido in prova, la detenzione domiciliare al fine di evitare la detenzione in carcere.
I dati che fornisce il Dap - Dipartimento Amministrazione Penitenziaria - dimostrano come continuano ad aumentare i detenuti nelle carceri del Lazio, al 31 marzo 2015, si rappresenta che i reclusi presenti nei 14 istituti della Regione Lazio risultano essere 5.816, 702 in più rispetto ai 5.114 posti disponibili, rispetto al 31 dicembre 2014 si registra in tre mesi un più 216 detenuti considerato che i detenuti erano 5.600. "Quello che preoccupa - sottolinea la federazione - è che se non viene ridotto il sovraffollamento nelle carceri difficilmente si potrà migliorare sia le condizione detentiva dei detenuti ma, anche, quella lavorativa del personale ed evitare eventi critici quali aggressione al personale e tentativi di suicidio dei detenuti stessi. La Fns Cisl Lazio non resterà ferma segnalando agli uffici competenti, come sempre ha fatto, i rischi che corre il personale che lavora in condizioni a dir poco sicuro".
Ansa, 9 aprile 2015
Ha ricevuto il via libera dalla Cassa delle ammende il progetto di digitalizzazione dell'archivio del Csm che prevede che ad occuparsene saranno sette detenuti del carcere romano di Rebibbia. Lo fa sapere il Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) del Ministero della Giustizia, che in una nota ricorda che cinque detenuti saranno impiegati nei lavori di digitalizzazione di circa 900mila pagine e due invece nelle attività di facchinaggio. Il progetto durerà sei mesi.
L'attività sarà svolta nel laboratorio informatico del carcere romano già utilizzato in passato per un analogo progetto relativo alla digitalizzazione dei documenti del Tribunale di Sorveglianza di Roma. L'importo complessivo dell'iniziativa, pari a 43.130,00 euro, "è quasi interamente a carico del Csm", e servirà a finanziare la formazione, il pagamento delle mercedi e l'acquisto di 5 scanner. Cassa Ammende sostiene la spesa di 780,00 euro per l'acquisto di carburante e materiale di cancelleria. Il progetto di digitalizzazione è il frutto dell'intesa istituzionale tra il Consiglio Superiore della Magistratura e il Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. La fase di realizzazione è affidata alla Direzione della Casa Circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso.
Favara (Pd): progetto digitalizzazione archivio Csm di gran valore
"Trovo molto interessante e positivo il progetto di digitalizzazione degli atti del Consiglio Superiore della Magistratura che vedrà impegnati sette detenuti del carcere di Rebibbia. Attività - come queste che occupano in modo costruttivo il tempo delle persone detenute in carcere - sono di altissimo valore. Compito delle Istituzioni è trasmettere la cultura della legalità senza mai perdere di vista che il fine della pena - come prevede la Costituzione italiana - deve tendere alla rieducazione del condannato. Attraverso programmi specifici in grado di fornire nuove conoscenze ai detenuti, possiamo riuscire a restituire dignità ai cittadini che si trovano negli Istituti penitenziari ma anche a dare un segnale di civiltà alla nostra comunità". Lo dichiara in una nota Baldassare Favara, consigliere del Pd e Presidente della Commissione Sicurezza e Lotta alla Criminalità al Consiglio regionale del Lazio.
di Luigi Manconi (Senatore Pd)
Il Manifesto, 9 aprile 2015
La saggia ragionevolezza di un provvedimento di "rideterminazione" delle pene inflitte in base a quanto previsto da una legge (la Fini-Giovanardi) dichiarata incostituzionale, è più che mai urgente. A riproporlo con forza, è stata nei giorni scorsi l'infaticabile Rita Bernardini che ha potuto toccare con mano, nel corso delle sue assidue visite in carcere, quanto siano tutt'ora attivi (perversamente attivi) gli effetti di una norma ormai illegittima.
Già un anno fa ho presentato un disegno di legge, frutto del lavoro di Luigi Saraceni, Stefano Anastasia e Franco Corleone, che - come tanti altri provvedimenti pacificamente indispensabili e perfino "semplici"- non riesce a muovere un solo passo nelle aule di Camera e Senato.
Non chiamiamolo "indultino", per carità, perché potrebbe turbare qualche anima timorata e perché, soprattutto, richiederebbe il consenso dei due terzi dei parlamentari, ma provvediamo a metterlo al centro dell'agenda politica. O, almeno, al centro dell'iniziativa dell'intergruppo per la legalizzazione della cannabis, promosso da Benedetto della Vedova.
Le adesioni sono state numerose e, tuttavia, ancora lontane dal rappresentare una garanzia già acquisita per l'approvazione di una normativa che vada in quella direzione. Dunque, il lavoro resta ancora tutto da fare. Ma intanto, e questo è un dato nuovo e assai significativo, c'è una volontà ampia e condivisa a proposito delle scadenze da costruire e degli obiettivi da raggiungere.
In ogni caso, la finalità ultima dell'intergruppo - una normativa compiutamente antiproibizionista - non deve farci dimenticare altri urgenti e circoscritti obiettivi di breve e medio periodo. Provo a elencarli.
1) Innanzitutto l'obiettivo già citato. Nel giugno scorso il ministro Orlando affermava che i detenuti in esecuzione di pene costituzionalmente illegittime fossero circa tremila. Da allora ad oggi, molti di loro - ci auguriamo - potrebbero aver finito di scontare la propria pena. Tuttavia temiamo che altri (centinaia? migliaia?) siano ancora in carcere, e questo è inaccettabile in uno stato di diritto minimamente decoroso.
Non è possibile affidare la soluzione di questo problema all'iniziativa individuale dei singoli condannati, molto spesso privi di adeguate informazioni e assistenza legale; o a quella dei garanti territoriali e dell'associazionismo.
Nel caso in cui le procure della Repubblica non ritengano di dover intervenire d'ufficio, spetta al parlamento e al governo sanare questa situazione disponendo per legge una riduzione di pena proporzionale alla riduzione dei parametri edittali determinata dalla dichiarazione di incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi. E sarebbe già molto importante avere una risposta precisa sul numero degli attuali "illegittimi" reclusi.
2) Nel 2016 l'Assemblea generale dell'Onu sottoporrà a discussione e a verifica il sistema delle proibizioni contenute nelle Convenzioni internazionali. È importante che l'Italia arrivi a quell'appuntamento non impreparata e con proposte capaci di stare alla pari con le esperienze più avanzate nello scenario mondiale. Anche in vista di questo appuntamento così rilevante, si dovrà lavorare perché venga fissata finalmente la Conferenza nazionale sulle dipendenze, che - a termini di legge - si sarebbe dovuta svolgere già tre anni fa. Quella è la sede più adatta per affrontare tutte le tematiche più importanti ma, per arrivarci in maniera seria e attrezzata, l'intergruppo antiproibizionista potrebbe intervenire intorno ad alcune questioni preliminari.
3) Nelle more della legalizzazione della cannabis, egualmente urgente è la sua compiuta ed effettiva disponibilità per fini terapeutici. Com'è noto, dal 2007 una norma consente l'uso in terapia del Thc, ma ancora oggi i pazienti che riescono ad accedervi sono pochi (circa 60 nel 2014). Per questa ragione occorre adottare delle misure in grado di semplificare la prescrizione di questi medicinali (equiparandoli, ad esempio agli oppiacei utilizzati per la terapia del dolore) e nello stesso tempo occorre fornire al personale sanitario un'adeguata formazione nel merito.
E ancora: è stata avviata presso lo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze la prima sperimentazione per la coltivazione di cannabis. Certamente un passo in avanti, ma occorre vigilare affinché il progetto pilota presto si concretizzi in una reale distribuzione sull'intero territorio nazionale del farmaco in questione.
Più in generale, le previsioni sanzionatorie, penali e amministrative, andrebbero riviste in senso liberale e garantista, attraverso una più puntuale definizione delle fattispecie penali, la riparametrazione dei limiti di pena alla reale offensività delle condotte e il superamento di sanzioni amministrative invalidanti per il mero consumo di sostanze. É proprio questo il caso che richiede l'elaborazione comune di un apposito disegno di legge. Come ognuno può vedere, si tratta di una serie di obiettivi "moderatissimi" e, tuttavia, capaci - se raggiunti - di "ridurre i danni" del proibizionismo.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 9 aprile 2015
Il presidente degli Stati Uniti proclama un vero e proprio indulto nei confronti di alcuni reclusi, tra i quali degli ergastolani. "Avete dimostrato di essere in grado di imporre una svolta alla vostra vita!", così scrive il presidente Obama dopo aver ridotto le pene a ben 22 detenuti condannati per reati di droga. I detenuti, alcuni dei quali avrebbero dovuto scontare l'ergastolo, saranno rilasciati il prossimo 28 luglio.
"Hanno già trascorso diversi anni in carcere, e in alcuni casi anche più di un decennio - ha spiegato il consigliere della Casa Bianca Neil Eggleston - più a lungo di diversi detenuti condannati con il sistema giudiziario odierno per lo stesso crimine". Rispetto alla presidenza di George W. Bush, che aveva ordinato 11 provvedimenti di condono, Obama ne ha emessi 43, ovvero il triplo.
Obama si è da tempo dimostrato sensibile soprattutto nei confronti della detenzione legata alla droga. In un'intervista rilasciata un mese fa al cofondatore di Vice News, il presidente degli Usa, ha detto che le droghe sono sicuramente un problema, ma tenere in prigione una persona per 20 anni è inutile e con ricadute economiche e sociali.
"Credo che il tema della legalizzazione della marijuana debba venire dopo temi più importanti come i cambiamenti climatici, la situazione economica, il lavoro, la guerra e la pace nel mondo. Soprattutto per quanto riguarda i più giovani - ha spiegato Obama durante l'intervista - ma credo, tuttavia, che questo tema possa rientrare all'ultimo posto di questa lista di priorità".
Il focus del presidente nordamericano si è poi concentrato sulle ricadute negative dell'attuale orientamento normativo americano per coloro che vengono arrestati e condannati per uso e possesso di cannabis: "Sono convinto che si debba separare l'aspetto relativo alla criminalizzazione dell'utilizzo della marijuana da quello relativo all'incoraggiamento del suo utilizzo. È fuor di dubbio che il nostro sistema giuridico sia attualmente concentrato sul diminuire il numero di reati passivi legati a questo tema, comportando nell'applicazione pratica gravi problemi soprattutto per specifiche comunità del paese, come quella di colore".
Poi Obama ha proseguito spiegando l'ingiustizia delle condanne da parte dei Tribunali e ha accennato alla legalizzazione delle droghe: "L'orientamento giuridico attuale ha comportato che molte persone sono state espulse dal mercato del lavoro interno, proprio perché hanno la fedina penale sporca. Questa situazione sta generando sia un costo sociale elevato per le sproporzionate sentenze di condanna in carcere, sia per le conseguenze successive alla detenzione. Molti Stati hanno compreso che questo è un problema da risolvere.
A livello nazionale potremmo fare qualche significativo passo in avanti sul piano della legalizzazione delle droghe, se un numero sufficiente di Stati si muovesse in questa direzione. Mettendo così il Congresso nella posizione di prevedere un nuovo dibattito sulla marijuana". Obama poi conclude l'intervista con un discorso simile a quello portato avanti dai Radicali italiani: "La cosa che mi da fiducia, in questo momento, è vedere che il tema della depenalizzazione delle droghe leggere non è toccato unicamente dai democratici, ma recentemente anche da esponenti dell'ala più conservatrice del partito repubblicano.
Questi ultimi hanno capito che non ha più senso mantenere tale status quo. Credo che ci sia una preoccupazione legittima e condivisa relativa agli effetti sulla nostra società, in particolar modo delle parti più deboli di essa, derivanti dall'utilizzo delle sostanze stupefacenti. In generale l'utilizzo delle droghe, legali ed illegali, rappresenta un problema della nostra società. Ma incarcerare qualcuno per vent'anni per un reato di questo tipo non è probabilmente la migliore strategia da adottare. E questo è un problema che deve essere affrontato da tutta la nostra comunità". Depenalizzazione, condoni, riduzione delle pene, legalizzazione delle droghe leggere. Il Partito Democratico americano sta dimostrando coraggio, invece il suo omonimo che è al comando del governo italiano ancora latita.
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