www.linkiesta.it, 7 aprile 2015
Nel 2004 il Sisde cercò di avvicinare 8 boss al 41 bis. Il Copasir: "Un'operazione poco trasparente". Nel 2004 alcuni agenti dei servizi segreti italiani cercarono di entrare in contatto con esponenti di spicco della criminalità organizzata. Un'azione di intelligence, gestita assieme ai responsabili del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, per ottenere informazioni da alcuni capimafia detenuti e sottoposti al 41bis. Nome in codice, operazione Farfalla.
di Fabrizio Gentile
www.interris.it, 7 aprile 2015
Ha lasciato il mondo della finanza, il suo posto da dirigente di banca, le sicurezza che 22 anni di servizio le davano e il prestigio di aver contribuito a creare il primo modello di banca virtuale. E ha deciso di regalare il suo tempo alle detenute.
di Laura Arconti (Direzione di Radicali Italiani)
Il Garantista, 7 aprile 2015
I titoli di un quotidiano, secondo una opinione corrente, hanno il compito di attirare interesse: in parole più modeste, il compito di vendere un maggior numero di copie del giornale. È opinione molto diffusa, che io non condivido. Un giornale piace e viene comprato per i contenuti, per la chiarezza e la attendibilità delle informazioni, per la scelta dei temi; meglio se ha anche belle fotografie e si occupa di temi trascurati da altri quotidiani.
Queste scelte appartengono ai direttori dei giornali, così come le scelte dell'impaginazione destinate a mettere in evidenza gli argomenti più importanti sono compito suo, del suo caporedattore e dei più stretti collaboratori, che non a caso si riuniscono ogni giorno per decidere l'impostazione del giornale prima di consegnarlo alle macchine. E allora perché affidarsi al titolista, alla sua capacità di trovare la formula "pour épater le bourgeois", la battuta furba, l'aggancio della similitudine sillabica, il richiamo alla visceralità del lettore, quando non addirittura al bisogno di compiacere l'editore, spesso contraddicendo i contenuti stessi del pezzo da titolare?
Il giornale è figlio di coloro che lo scrivono, e sono loro che dovrebbero apporre il titolo destinato a mettere in evidenza ciò che scrivono: in tal modo anche il titolo farebbe corpo unico con l'articolo, contribuendo a valorizzarne i contenuti. Il giornale, come strumento di informazione, è nutrimento della vita quotidiana non soltanto dell'homo politicus, ma anche del cittadino responsabile, conscio di non essere un suddito. Se i mezzi di informazione nascondono le notizie relative a determinate persone, deprivano il cittadino del suo diritto a conoscere, a confrontare, a giudicare e decidere.
Quando illustravo ai miei giovani colleghi in formazione i principi dell'analisi transazionale codificata negli anni Cinquanta da Eric Berne, per addestrarli a riflettere sui comportamenti da tenersi nel dialogo con qualunque interlocutore, iniziavo la prima lezione chiedendo quale fosse, secondo loro, il "bisogno primario" assolutamente prioritario su tutti. Stupefacenti risposte fornivano molte informazioni sul carattere e sulle abitudini degli allievi, ma nessuno -mai nessuno in decine di Corsi tenuti attraverso gli anni - rispose che il bisogno assolutamente prioritario è "respirare".
Nessuno, infatti, riconosce il respirare come bisogno primario, se non colui che ha problemi all'apparato respiratorio: colui che riconosce nel respiro la vita stessa. Perché ho citato la lezione sui bisogni primari, che apparentemente non ha a che vedere col discorso iniziale sul come e perché un giornale viene letto e stimato, e sul come e perché una trasmissione televisiva viene vista ed apprezzata? C'è un motivo ben preciso: neppure la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, nei suoi trenta articoli che esaminano nei minimi particolari tutto ciò che rappresenta la vita di una persona, parla di "diritto all'informazione, diritto a conoscere la verità". Nessuno ci ha pensato, finché il grande visionario del nostro tempo, l'uomo che vede lontano nel futuro -intendo Marco Pannella - non ha indicato questo "nuovo" diritto come primario nella vita politica e sociale delle persone.
Ovviamente, lui lo ha individuato proprio perché egli stesso e il suo partito radicale, come ogni altro cittadino, vengono privati di questo diritto: se il diritto a conoscere per poter consciamente deliberare (di proposito echeggio le parole del grande presidente Luigi Einaudi) è un diritto primario, i Radicali appunto, ignorati ed espulsi dalla grande comunicazione, sono persone cui manca quel respiro vitale che viene dall'essere conosciuti per quello che sono in realtà, per le loro idee e per i loro metodi di vita e di lavoro politico. E la vera vittima di questa espulsione è il cittadino, privato di un suo diritto primario. In questo momento, mentre scrivo (il giorno successivo alla Pasqua 2015) Marco Pannella ha lasciato da poco il carcere di Regina Coeli, dove con alcuni Radicali ha portato un saluto fraterno ai detenuti e al personale dell'Istituto di pena: antica tradizione radicale a Natale, a Pasqua, a Ferragosto, i giorni in cui tutti gli altri fanno festa. Era con lui Rita Bernardini, segretario nazionale del movimento "Radicali Italiani".
Rita è in sciopero della fame da trentatré giorni e non ha mancato di emettere comunicati precisi illustrando i motivi della sua azione nonviolenta. Con le sole eccezioni dei siti radicali, di Radio Radicale e del Garantista, nessun giornale, nessuna televisione, nessuna radio ha pubblicato la notizia. Ovviamente non è importante il fatto che Rita Bernardini non mangi: è importante che l'opinione pubblica sappia perché lo fa.
Con il suo corpo sottile, smagrito dal digiuno, vuol ricordare che la legalità stessa del nostro Paese è tradita da coloro che dovrebbero averne cura. Vuol ricordare che il solenne messaggio alle Camere dell'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è stato disatteso e schernito dal Parlamento; vuol accendere un faro sulla rovina della giustizia italiana, sull'ingorgo processuale, sui tempi assurdamente lunghi dei procedimenti.
E ancora sulla connivenza degli organi di informazione principali, sulle notizie esplosive che vengono nascoste all'opinione pubblica. Quali notizie? Per esempio due, recenti: la prima, che la Direzione Nazionale Antimafia ha pubblicato la propria Relazione annuale in cui si pronuncia con decisione per la depenalizzazione della cannabis, mentre tuttora sono in carcere persone condannate in base alla legge Fini Giovanardi dichiarata incostituzionale dalla Consulta. La seconda, che il Governo ha lasciato decadere un provvedimento delegato che prevedeva la detenzione domiciliare come pena principale per i reati meno gravi.
Vogliamo parlarne più diffusamente? Se il Garantista vuole, lo faremo. Ma, attenzione: bisogna che tutti coloro che credono nel Diritto e nella legalità, e giustamente pretendono una informazione corretta e completa, si diano da fare: abbonandosi al Garantista, insistendo con il loro edicolante perché si faccia parte diligente e tenga in edicola il giornale, girando varie edicole per ripetere la richiesta. Se il nostro amico "Cronache del Garantista" diventerà un giornale a più ampia tiratura, sarà tutelato quel nostro diritto all'informazione che è un diritto primario: è l'aria che occorre per respirare.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 7 aprile 2015
"Onorevoli, il vero bavaglio è quello che la dittatura delle intercettazioni vuole mettere alla democrazia". Cari colleghi, onorevoli giornalisti, amici elettori, gentili intercettati. Ho passato queste ore di festa a pensare a molte cose e in particolare a quello che è successo nel nostro paese negli ultimi giorni - e mi verrebbe da dire negli ultimi anni - e che credo sia arrivato il momento di fermare e di sanare una volta per tutte.
Non ci possono più essere sfumature e non ci possono più essere ambiguità e lo dico nel modo più chiaro possibile: non possiamo più accettare che chi governa questo paese, a livello nazionale e a livello locale, a livello politico e a livello imprenditoriale, sia costretto a fare i conti ancora a lungo con l'unico vero regime che esiste oggi in Italia: la dittatura delle intercettazioni. Sorrido di gusto quando ascolto i campioni della difesa della democrazia, i fenomeni dell'indignazione in servizio permanente, ribellarsi di fronte a un governo che starebbe trasformando l'Italia in una succursale della tirannica repubblica delle banane.
Mi verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. E se non ci fosse da ricordare, con urgenza, che se in Italia esiste un potere che si comporta come un regime dittatoriale quel potere, cari colleghi, onorevoli giornalisti, amici elettori, gentili intercettati, coincide con le forze - politiche, giudiziarie e mediatiche - che hanno permesso indisturbate che la nostra democrazia diventasse schiava di uno schizzo di fango. Dicevo le intercettazioni, sì. È ovvio, non sono scemo: so perfettamente che le urgenze dell'Italia sono altre, che le riforme che dovrei fare sono molte, che le priorità oggi sono legate all'economia, al lavoro, alla spesa pubblica, alle tasse e alla necessaria crescita del nostro paese, che è ancora insufficiente e che chissà se ci permetterà mai di spiccare il volo.
Ma quello che è successo negli ultimi tempi, prima con l'ex ministro Maurizio Lupi poi con l'enologo Massimo D'Alema, mi ha fatto riflettere molto. E mi ha fatto capire che in passato, su questo tema, ho sbagliato anche io, e che forse è ora di rimediare. Vedete, il mio ragionamento è semplice: non esiste una democrazia che possa avere la certezza di governare con tranquillità se dietro quella democrazia esiste un meccanismo di potere, perché di potere si tratta, che utilizza alcune armi improprie come le intercettazioni per decidere il destino di un politico, di un ministro, di un sindaco, di una giunta e persino di un governo.
La meccanica di quello che succede mi sembra evidente e volendola ridurre all'osso la potremmo mettere giù così: c'è un'inchiesta, quell'inchiesta permette l'uso di intercettazioni, le intercettazioni a volte pescano informazioni non solo sulle persone indagate ma anche su quelle non indagate, spesso e volentieri le informazioni che riguardano le persone non indagate finiscono mescolate con le informazioni che riguardano le persone indagate e mescolando tutto in un grande frullatore succede quello che abbiamo visto tutti negli ultimi anni: più le persone intercettate senza essere indagate sono importanti e più quelle informazioni verranno inserite in un fascicolo giudiziario solo ed esclusivamente per alimentare quel mostro che è diventato il processo mediatico.
Il principio è generale ma ha un'accezione particolare nel mondo della politica per una ragione che vi illustro rapidamente. Un politico intercettato e non indagato - e pronto per essere sputtanato - è un politico che nelle telefonate può aver detto anche le cose più oscene del mondo ma, al fondo, è un soggetto ostaggio del processo mediatico e in qualche misura è dunque un soggetto ricattato. È vero. Anche a me è successo in diverse occasioni, penso al caso Lupi e penso al caso Cancellieri, di aver utilizzato per questioni politiche che mi potevano tornare utili delle intercettazioni che riguardavano miei avversari, e da cui ho tratto un giovamento (sono diventato premier, prima, ho preso un ministero, poi).
Il passato però è passato e, complice la riflessione di questi giorni santi, ho deciso che bisogna attrezzarsi per il futuro. E proprio pensando al futuro, al futuro del paese e anche al futuro dei nostri figli, mi sono reso conto che continuare a essere ostaggi di questa dittatura è un rischio troppo grande per la nostra nazione.
Intendiamoci: io non credo che la magistratura sia politicizzata. Io credo però che la magistratura sia prigioniera di una serie di magistrati fuori controllo, convinti che compito della magistratura sia combattere non solo l'illegalità ma anche l'immoralità, e che in nome di questo principio si sentano in dovere di dover uscire fuori dalle righe, di utilizzare mezzi di lotta all'illegalità quasi illegali e che, sempre in nome di questo principio, si possano sentire nel giusto quando infilano il nome di qualcuno estraneo alle indagini nel frullatore del processo mediatico, quando non stracciano intercettazioni che andavano stracciate e quando, è successo negli ultimi giorni, fanno arrivare ai giornalisti non solo intercettazioni ma testi di interrogatori che fino a prova contraria dovrebbero essere segreti e secretati.
Tutto questo, tutto questo lento trasformarsi della nostra Repubblica democratica in una Repubblica giudiziaria, sono convinto che sia un danno per la nostra vita e penso che non sia più accettabile che questa piccola minoranza impazzita di magistrati fuori controllo sia autorizzata con un clic a rovinare per sempre e senza ragione la vita di un politico e di un governo. Cari colleghi, onorevoli giornalisti. Io capisco bene quando i direttori dei giornali dicono che se una notizia arriva a un giornale, a prescindere da come quella notizia sia arrivata, compito di un giornale è, per l'appunto, dare le notizie.
E mi è chiaro che se arriva un'intercettazione di un politico che dice qualcosa di moralmente non impeccabile per un giornalista è davvero dura non pubblicare quella notizia. Si tratta sempre di una scelta, però, non è un dovere, non esiste l'obbligatorietà della pubblicazione dell'azione penale, si potrebbe sempre decidere, volendo, di privilegiare, come succede in America, il diritto alla privacy sul diritto di cronaca. Ma comunque il tema, così posto, non è inquadrato bene. Il problema non è "se" pubblicare.
E perderci nei dettagli rischia di farci perdere il punto vero della questione. E il punto è evidente: non è tanto che un giornalista non deve pubblicare un'intercettazione malandrina ma è che quel giornalista l'intercettazione malandrina non dovrebbe riceverla. Per il semplice fatto che quell'intercettazione, se riguarda persone terze, non indagate, non dovrebbe finire in un fascicolo giudiziario. E invece non funziona così. La discrezionalità con cui un magistrato o un giudice inserisce in un fascicolo giudiziario, a disposizione delle parti e anche dei giornali, un'intercettazione malandrina è infatti pressoché totale.
Le regole ci sono ma non vengono rispettate. E ogni politico che parla al telefono, oggi, è un politico che può essere ricattato. Perché si può essere sputtanati per una telefonata innocua o per una chiacchiera come un'altra. E oggi può capitare, come forse sta già capitando, che ci siano procure che hanno deciso di mettere in vivavoce un governo. Onorevoli colleghi. Sono cresciuto osservando con dolore governi caduti e mi verrebbe da dire abbattuti per via giudiziaria. Sono cresciuto, come uomo e come politico, osservando con dispiacere e con rabbia il modo in cui il nostro paese non è riuscito a far sua la lezione di Montesquieu, quella dell'equilibrio dei poteri, del potere giudiziario che deve esimersi dall'essere potere legislativo e dal potere legislativo che deve esimersi dall'essere potere giudiziario.
Oggi però l'emergenza è forte, e per riequilibrare questo squilibrio il potere legislativo non può che intervenire in una certa misura nel potere giudiziario, come stiamo provando a fare anche al Csm, dove non a caso abbiamo scelto come vicepresidente un ex esponente del nostro governo. Siamo in una fase di grandi anomalie e per combattere alcune anomalie a volte bisogna mettere sul campo altre anomalie. Il mondo della giustizia va riformato nel suo insieme. Ma senza partire dall'Abc e senza capire oggi quali sono i terreni sui quali si gioca la nostra vita democratica non si va da nessuna parte.
Vedete. Io non ho nulla da nascondere e neanche chi lavora per me lo ha, ma rimanere ostaggio di un contropotere che con un clic può decidere la vita dei ministri e dei governanti è inaccettabile. E per questo ho deciso di presentare nel prossimo Consiglio dei ministri un decreto urgente per porre fine a questo sciacallaggio. So che qualche testata un po' pigra che ha dato prova in più occasioni di confondere il giornalismo d'inchiesta con la pubblicazione di veline di un magistrato urlerà le solite parole, sventaglierà il solito "bavaglio" e riempirà le sue pagine di post-it.
Ma se c'è un bavaglio in questo paese, cari colleghi, onorevoli giornalisti, amici elettori, gentili intercettati, quel bavaglio è quello che la dittatura delle intercettazioni vuole mettere alla democrazia. Così non si può più andare avanti. E so che forse i giornali non saranno d'accordo con me ma il paese vedrete che lo sarà. E per questo ho deciso di agire. Di fermare questa gogna. E vi giuro che lo farò. Grazie a tutti.
di Davide Giacalone
Libero, 7 aprile 2015
Parole e fatti hanno divorziato, in tema di giustizia. Le prime volano a caso, mentre i secondi sprofondano nel nulla. Eppure, volendo, c'è il modo per risolvere la questione delle intercettazioni telefoniche. Tenendo assieme le ragioni della riservatezza, della decenza, della prevenzione e della giustizia. Volendo.
Discettare su come disciplinarle è un gioco di società, che si vuole non finisca mai. Immaginare punizioni per chi le diffonde è un gioco fesso assai, dato che è già proibito e chi se ne infischia viene premiato. La più stupida delle idee è puntare sull'autodisciplina degli intercettatori (le procure), o su quella dei pubblicatoli (i giornalisti).
Mentre è oltraggiosa del diritto l'idea, esposta da Giovanni Legnini, vice presidente del Csm, secondo cui "si deve tutelare chi non è indagato". Avvertite questo signore che il diritto esiste anche per tutelare gli indagati, che non sono dei colpevoli, non, almeno, fin quando non prevale quel frullato d'inquisizione e soviet che gli gira per la testa.
La soluzione c'è: mai le intercettazioni negli atti processuali, mai nei mandati di cattura, mai a disposizione delle parti, quindi mai alibi per la loro pubblicità, perché, come nel sistema inglese, devono essere strumenti d'indagine e praticamente mai prove da esibire. Così si tiene in equilibrio la prevenzione dei reati e la riservatezza delle comunicazioni.
Qualcuno di noi ha qualche cosa in contrario a che siano ascoltate le conversazioni di soggetti o gruppi che si suppone si stiano preparando a commettere reati gravi?
Che siano potenziali integralisti assassini o pedo-fili alla ricerca di minorenni di cui abusare, no, non ho alcunché da obiettare. S'intercetti pure. Una volta colto un indizio, che può condurre a un ipotetico reato, il compito degli inquirenti consiste nel trovare prove che possano essere esibite in un processo. Se due o più soggetti ne parlano offrono elementi a chi indaga. È questo il modo per far convivere la repressione con il diritto. Non altro. Considerare le intercettazioni, in sé, come elementi adducibili alla richiesta di custodia cautelare, quindi da depositare in atti giudiziari, porta a due conseguenze corruttive. Da una parte imbastardisce le indagini e degrada il lavoro delle procure. Dall'altra trasforma i giornalisti in copisti servili. Leggo che un magistrato di valore, come Carlo Nordio ha idee simili alle nostre. Me ne compiaccio. Ma questa roba deve trovarsi nella legge, non nella presunta bontà d'animo o nella morigeratezza di chi maneggia quel materiale. La soluzione è semplice e può essere immediata.
Se non la si adotta è patetico lamentarsi di un male di cui si è la causa. Matteo Renzi, che promette interventi ma non chiarisce quali, ha detto che sta leggendo il libro di Mario Rossetti (con Sergio Luciano: "Io non avevo l'avvocato"). Lettura utile a dimostrare che in più di venti anni s'è straparlato, nulla è cambiato, semmai peggiorato. Dice Renzi che non si deve essere giustizialisti. Bravo, ma aumentare le pene e allungare la prescrizione (come sta facendo) è la quintessenza del giustizialismo. Quella è la resa del diritto alla retorica della severità farlocca.
La resa del processo all'accusa eterna. Più che giustizialismo: è dispotismo. L'idea che i diritti individuali siano subordinati alle verità sociali. L'accoppiata "ignoranza & viltà" socia di quella "chiacchiere e inutilità". Una quadriglia che prova a fermare la divulgazione delle intercettazioni dando sempre più potere a chi se lo conquista divulgando. Galattica bischerata.
di Liana Milella
La Repubblica, 7 aprile 2015
Intercettazioni, tra diritto delle indagini, diritto di informare, diritto alla privacy. Dice Antonello Soro, dal maggio 2012 Garante della privacy: "La questione, da anni, è fortemente divisiva, ma sono convinto che un equilibrio di interessi costituzionali sia necessario e sia anche possibile".
Come mai ha scritto a Renzi proprio dopo i casi Lupi e D'Alema per sollecitare un intervento sulle intercettazioni?
"Contesto la premessa. Ho sollevato la questione dal primo giorno in cui ho assunto il mio incarico, ne ho parlato nelle due relazioni al Parlamento, in numerose audizioni parlamentari, nei provvedimenti di blocco e di divieto per alcuni giornali. Cito per tutti i casi della prostituzione giovanile a Roma e di Yara".
Giura che Lupi e D'Alema non c'entrano?
"Assolutamente no. La lettera a Renzi non parte da loro, ma dal fatto che in commissione Giustizia della Camera c'è la delega sulle intercettazioni. Decidere spetta al legislatore, e non voglio certo sostituirmi a lui. Ma è mio compito, in quanto Garante della privacy, far sentire la mia voce. È giusto sollecitare un riequilibrio, posto che tra i diritti fondamentali alla giustizia, alla sicurezza, alla libertà d'informazione, alla privacy, spesso quest'ultima è soccombente".
E quindi chiedete che si pubblichino meno intercettazioni?
"In un tema così complesso non si può agire a colpi di spada, ma bisogna puntare a un bilanciamento dei diritti, facendo appello a un'Italia matura, che difende il diritto dei cittadini di sapere, ma senza sacrificare il rispetto della dignità della persona".
Sta di fatto che la storia delle intercettazioni rispunta quando di mezzo c'è la politica. La politica cerca di tutelarsi. Il Garante si sveglia.
"Ma io non ho affatto dormito in questi anni. Non è in mio potere suggerire soluzioni. Né posso affrontare singolari casi giudiziari. Ma ho detto parole anche molto dure quando in tv è stato riportato l'audio dell'interrogatorio di Scajola, perché quello era un modo barbaro di far entrare in tutte le case degli italiani la voce di un uomo in una fase delicata della sua vita, visto che era in carcere".
Lo vede? Sempre un politico...
"Ho fatto lo stesso per Bossetti (caso Yara, ndr). La dignità personale va difesa sempre, non solo quella di chi finisce di sfuggita in un'intercettazione e non è indagato, ma anche quella degli indagati e dei condannati. Il rispetto della dignità personale è l'architrave su cui si regge il nostro sistema costituzionale, perdere di vista questo ci porta alla barbarie".
Lei è stato un politico in vista per anni. Non crede che un uomo pubblico abbia diritto a meno privacy degli altri? I cittadino lo eleggono e hanno diritto di sapere chi è.
"So bene che chi ha responsabilità pubbliche ha una tutela attenuata rispetto ai cittadini normali, tuttavia ha diritto a una vita privata che non sia esposta alla curiosità di tutti. Magistrati e giornalisti dovrebbero fare un esercizio critico. La trascrizione integrale di un'intercettazione produce effetti deformati che alterano la rappresentazione dei fatti. Se riguardano aspetti penalmente irrilevanti producono solo un danno irreparabile alla vita delle persone. È successo per uomini politici e gente comune".
Però noti magistrati, Spataro, Caselli, Cantone, hanno detto a Repubblica che in un processo contano anche le telefonate utili per ricostruire il contesto...
"Come in tutte le cose conta il principio della proporzionalità. Tutte le informazioni rovesciate a volte nelle10mila pagine di un'inchiesta sono indispensabili? O il magistrato deve fare una selezione di quelle necessarie?".
La sua proposta qual è?
"Le intercettazioni irrilevanti non dovrebbero essere trasmesse nel processo. Ce ne possono essere di contesto, utili nella fase dibattimentale, ma non è necessaria la trascrizione integrale, basta un riassunto o solo il contenuto".
E cosa si può pubblicare a quel punto?
"Spetta al giornalista valutare, senza alienarsi in una trascrizione integrale. Si può raccontare un fatto senza mortificare la dignità delle persone, offrendo spaccati interi di vita intima come oggetto di curiosità più che di informazione. Un fatto è certo, non vorrei più vedere pubblicati i dettagli che ho letto sull'inchiesta delle minorenni dei Parioli, nessun interesse pubblico, ma solo morbosità che ha danneggiato la vita di queste ragazze".
Nella lettera a Renzi lei parla "dell'esigenza di un'adeguata selezione delle notizie da diffondere". Cos'è questo se non un bavaglio?
"Non credo che il giornalista sia solo uno che piglia una trascrizione e la butta in pagina. Serve un vaglio critico. Ma sia chiaro, la cultura del bavaglio non mi è mai appartenuta perché ho un'alta considerazione della funzione democratica della libera informazione".
di Stefano Di Michele
Il Foglio, 7 aprile 2015
Breviario telefonico per intercettati, fra ingenuità, sbruffonate e coglionerie a favore di Procura.
Sempre senza una regola, sempre senza una cautela, sempre senza orario. La lingua corre veloce, l'orecchio si tende attento. Nessuno sta zitto abbastanza. Così, se proprio non si riesce a praticare maggiore accortezza, conviene almeno (ri)mettersi nella mani della cara Contessa Clara: "Piccolo breviario telefonico: mai prima delle nove del mattino, mai tra mezzogiorno e le due, mai dopo le nove di sera" ("Il galateo moderno", ed. 1967) - almeno da circoscrivere a qualche ora soltanto sia il perimetro delle intercettazioni, sia soprattutto quello delle cazzate. Soprattutto, non ci sono più le belle certezze di una volta.
La benemerita Sip, negli anni Settanta, invogliava persino alla chiacchiera: "Il telefono, la tua voce" - e le orecchie altrui, adesso. La stessa Sip, negli anni Novanta, al vacuo chiacchiericcio associava addirittura effetti salutisti: "Una telefonata allunga la vita" - e la sputtana, a volte. Dicono le cronache, e certificano le sbobinature, che il telefono scotta - e che quotidianamente "Il terrore corre sul filo", come in quel fenomenale thriller (1948) con Barbara Stanwyck e Burt Lancaster, non ancora affinato Gattopardo viscontiano.
Periglio massimo, vanteria sempre operosa, così ogni cosa non taciuta rischia di mutarsi in cosa risaputa - persino "La voix humaine" di Cocteau adesso chissà se sarebbe al sicuro, e il memorabile monologo della febbrile femmina al telefono ("Pronto... Pronto... Pronto". "Ti amo!" - mirabile la Magnani spettinata e in lacrime sul letto, tra scialletti e ombre, avvolta nel filo dell'apparecchio) già domani potrebbe finire tra gli artigli della pubblica voracità. È la tua voce che ti accorcia la vita, altroché, piuttosto che allungarla.
Le pagine dei giornali, che di sbobinature son ripiene - come tristi farciti tacchini natalizi, come maritozzi alla panna - dicono tutto, ma chissà il molto che fraintendono: ché il tono è altro dallo scritto, la cazzata è quasi obbligo sociale, la sbruffonata per tutti costante. Così che pure la paciosa Sora Cecioni (intesa Franca Valeri) al telefono con mammà potrebbe passare i guai suoi: "Pronto mammà? Che la camomilla è un barbiturico?
No, perché siccome che me serviva che me dormissero i pupi j'ho fatto... mica j'ho fatto una tazzina da beve, j'ho fatto il purè..." - e che qualcuno possa accorrere a chiedere conto del losco e brusco comportamento con gli infanti di casa. Le meglio ambizioni e i meglio traffici e le meglio coglionate - insaccati nelle bobine, salsicce fumanti alla griglia per il giorno appresso - colano unto e producono risentimento, che pare quasi di stare dentro un giallo di James Ellroy (come nell'ultimo, "Perfidia", Los Angeles 1941), dove tutti registrano tutti e ognuno risente le chiacchiere di ognuno e tutti nascondono e tutti sanno.
"Ho schiacciato la levetta, andando avanti veloce per il resto della conversazione. Il congegno è notevole. Un nastro sottile passa tra due bobine, su una macchina delle dimensioni di un piccolo fonografo. Delle levette spingono il nastro avanti e indietro.
Io indosso le cuffie per contenere i rumori ambientali...". Urge allora, per telefonisti incalliti e balordi del sottobosco e cazzari dalla lingua rapida, sulle orme della sempre solida Contessa Clara, aggiornato ritocco al suo vecchio breviario. Regola uno: stare zitti ("L'arte di tacere", dell'Abate Dinouart, e siamo ancora al Settecento). Regola due: se proprio la favella urge, evitare certe parole, ormai in grado di alleprare ogni ascoltatore nell'ombra (segue apposito elenco).
APPALTO. Si capisce che solo pronunciare la parola - direbbero nei ministeri romani - è come mettere il gatto a guardia della trippa: la zampata arriva comunque. Si potrebbe virare su espressioni meno consuete, contratto o concessione, ma si capisce che nessuno si farebbe confondere o impressionare. Un latinista si trova dappertutto, e allora "do ut des" potrebbe sembrare la soluzione (fonte La Trippa/Totò: "Do ut des, ossia tu dai tre voti a me, che io do tre appalti a te") - ma un latinista, magari cinematografaro, si trova pure tra i marescialli in ascolto. Sconsigliato l'azzardo linguistico. Se proprio non si può fare decentemente l'appalto, seguire Ennio Flaiano, che sul vizio e la putredine della vita politica romana si attardò con ostentato furore. "Vien voglia di andarsene, ma dove?", si domandava angosciato. E sospirava: "Ah, potersi ritirare in campagna, soli, con un chilo di cocaina, lontani da queste sozzure". Sennò, e meglio: taglieggiare meno.
AUGURI. Con parsimonia - ché il povero generale che li ha fatti a Renzi deve stare ogni giorno a spiegarli e a giustificarli. A parte la zia di Massa Marittima e il consuocero di Follonica, non spingersi mai più a nord della Maremma con i convenevoli (lassù c'è Firenze).
BANCA. "Abbiamo una banca" - e bene sa il povero e onesto Fassino cosa passò. Parola da evitare assolutamente. Oddio, cassa va ancora peggio. Meglio evocare la "Numero Uno" di Paperone, se proprio c'è necessità. Più ancora, i dinosauri: chi ascolta potrebbe essere distratto dal ruggito del Tyrannosaurus Rex - però, anvédi, l'on. è un estimatore di "Jurassic Park"! - mentre in realtà il riferimento è a Bill Gates, che appunto la banca alla bestia in estinzione paragonò. Evitare colti riferimenti brechtiani al fondare o al rapinare la stessa: sottile sarebbe l'allusione, ma sempre continuerebbe a persistere la possibilità di ritrovarsi nelle pagine di cronaca (nera: o tangente o rapina).
CERTOSA. Vi è ultimamente tornato il Cav. Perciò, mai alludere al telefono a possibili ospitalità ricevute in passato. Nel caso, negare con decisione, mostrandosi piuttosto fervidi ammiratori dell'opera di Stendhal: parlavo di quella di Parma, mica della Costa Smeralda! Sinonimo possibile: certosino. Così da confondere tutto o col gatto o con lo stracchino.
COOP. Per carità, nelle conversazioni mai andare oltre i pregi del banco frigo. Ottima l'idea, qualche anno fa, di cambiare slogan: "La coop sei tu, chi può darti di più?".
FIGLI. Da bastone della vecchiaia a bastonata (politica) della mezza età. Far sempre mostra di affidamento sulla saggezza biblica dei proverbi: "Chi risparmia il bastone odia suo figlio". Saggezza e durezza. Ideale se il virgulto è in giro per l'Erasmus.
LIBRO. I libri dei politici, di solito, sono come il barattolo di bicarbonato in cucina - sembra niente, ma viene buono per tutto ("un aiuto per ogni occasione"), dalla digestione alle verdure. Tenerne qualcuno in casa, perciò, è buona cosa. Parlarne al telefono è invece pessima idea. Perfetto, in necessità, per non destare attenzione, il termine manufatto: siccome nessuno degli scriventi è onestamente Thomas Mann, nessuno potrebbe ritenersi eccessivamente penalizzato.
LOTTI. All'uopo, soccorre la presenza del cugino geometra che possa argomentare su come l'interesse sia di tipo ortofrutticolo piuttosto che sotto-segretariale: solo curiosità per dei lotti di terreno. Non edificabili, però.
MERDA. Mettere la mani nella stessa. Materiale da maneggiare con grande cautela - sia al telefono, sia nella pratica. Quasi illimitati i sinonimi: popo', pupù... "Forse forse forse / è la mia cacca!" - come dalla felicissima "Canzone della cacca". Alludere a Benigni - "Inno del corpo sciolto". Se si è cooperatori di sinistra, la stessa legare a possibili strategie rivoluzionarie: "Quando la merda avrà valore i poveri nasceranno senza culo". Così, si potrà sempre sostenere che si parlava della Lunga Marcia. Per maggiore credibilità, si segnala l'esigenza di un doppio velo rotolone a portata di mano.
METANIZZAZIONE. Al telefono, evidenziare i pregi del fornello a gas Pibigas che si possiede dagli anni Cinquanta. Risolutiva una citazione dell'apposito Carosello: "Poi la timida stufetta / si riscalda in tutta fretta!".
NIPOTE. Nel caso si fosse monsignore, come per i figli (vedere sopra).
PALAZZO CHIGI. Sia che si entri dalla porta principale, sia che si passi per quella secondaria, alla cornetta mai farne cenno. Alludere, al più. Per dire, Palazzo Vecchio evoca il Fiorentino Residente, ma la giovane età sottrae a possibili immediati abbinamenti: era vecchio, già rottamato! Ammettere di averlo visto solo al tigì. Chiedere se è per caso una multiproprietà a Santa Teresa di Gallura (nel caso, fingersi interessati).
PATONZA (memorabilia). Che giri o che stia ferma, voi immobili al posto vostro. E se la stessa era in movimento, farsi provvedere di apposito certificato che attesti vostro febbrone in data di simile perigliosa circolazione. Al telefono, chiedere costo di scatola di Baci Perugina per la legittima consorte.
SARTO. Nelle conversazioni, buttarsi verso i Magazzini Mas. Proclamarsi pubblicamente nostalgici della Standa. Mai far uscire dall'asola l'ultimo bottone della manica. Negare, ove possibile, la stessa conoscenza dell'esistenza di ago e filo. Camicia in terital, color beige. Alla domanda: ma lei parlava del sarto?, evocare con forza la propria devozione nei confronti di san Pio X (cardinale Giuseppe Sarto). Negare con decisione ogni rapporto con la parola imbastitura.
ROLEX. Sia mai! Al telefono, far sempre notare che sono ormai anni che, quando volete sapere che ora è, passate sempre presso la basilica di Santa Maria degli Angeli a scrutare la bellissima meridiana al suo interno. O che vi inerpicate fin sul Pincio per informarvi dall'idrocronometro realizzato da padre Embriaco nel 1867. Ecco - in necessità, tralasciare la parola Rolex e puntare su idrocronometro. Al massimo, ostentare lo Swatch (al telefono: mai sgarra di un secondo!). I negozi di cinesi, peraltro, possono fornirvi di orologi a euro 7,90. Resta sempre la possibilità della sveglia al collo.
VINO. In vino veritas, ma pure in intercettazioni. Lasciare stare la vigna, ché come dicono i saggi popolari "chi tiene la vigna tiene la tigna" - se non per evocarsi tra i filari come Benedetto XVI: "Semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore". Poi, se qualcuno vuole sapere chi è il Signore in questione, quello non è tipo da farsi facilmente impressionare.
Al massimo, con spensierata letizia, limitarsi ad accennare al telefono con l'interlocutore il felice canto: "Oh com'è bella l'uva fogarina / oh com'è bello saperla vendemmiar...". Sennò, peste vi colga! La meglio cosa, quella risolutiva, sarebbe ripiegare sul chinotto (o l'acqua, se si desidera pure leggermente gassata).
di Caterina Malavenda (Avvocato esperto in Diritto dell'informazione)
Corriere della Sera, 7 aprile 2015
Caro direttore, il premier si è detto pronto ad intervenire, per risolvere il nodo intercettazioni, con misure che non blocchino i magistrati e, contemporaneamente, consentano di soddisfare il sacrosanto diritto di cronaca. Saggia decisione e, tuttavia, par di capire che voglia anche limitare la diffusione delle conversazioni di cui, secondo lui, avvocati, magistrati, addetti ai lavori e media avrebbero abusato, in modo incredibile ed inaccettabile.
Certo il programma è ambizioso, ma il clima non è dei migliori. I giornalisti continuano ad avere la giusta pretesa di scegliere le conversazioni da pubblicare ed a volte sbagliano. Le persone non indagate, ma messe ugualmente alla berlina, protestano, a volte del tutto immotivatamente, invocando sanzioni esemplari ed interventi legislativi. Tecnici e politici, incuranti del malaffare che tocca oramai gangli vitali, ne hanno fatto una questione di principio e ciascuno di loro è sicuro di avere in tasca la formula giusta, per arginare il dilagare delle conversazioni, che tracimano dagli atti giudiziari, fin sui giornali e in tv.
E taluni, richiesti o meno, mandano al governo i loro suggerimenti, che hanno in comune lo smantellamento del sistema di regole vigenti, cui nessuno sembra oramai attribuire alcun credito. Nell'attesa di conoscere quale sarà la soluzione che, secondo Matteo Renzi, è a portata di mano, bisogna dire che le poche proposte, finora avanzate, non paiono andare nella direzione da lui indicata. Se occorre anche tutelare il diritto di cronaca, infatti, le misure da adottare non dovrebbero impedire ai giornalisti, entrati in possesso legittimamente di atti, brogliacci e file audio, di selezionare gli stralci, a loro parere meritevoli di diffusione.
E se le intercettazioni sono irrinunciabili, non bisognerebbe limitarne l'uso o addirittura abolirle. Eppure Carlo Nordio ha sostenuto, con un certo seguito, che sarebbero pericolose per i dialoganti - un modo elegante per indicare gli indagati - ed addirittura nefaste per i terzi, estranei alle indagini. Propone, perciò, di eliminarle dal codice, ad eccezione delle intercettazioni preventive, quelle che servono solo ad acquisire notizie per prevenire i reati più gravi, associazione mafiosa e terrorismo in primis, e non certo per individuare chi sia il responsabile di quelli già commessi.
Intercettazioni che - nessuno lo ha ricordato - consistono in ascolti a tappeto, facilmente prorogabili, disposti dal solo pm, su richiesta del ministro dell'Interno o di altri organi delegati, sulla base di meri elementi investigativi e senza alcun intervento del giudice. Le intercettazioni, se la proposta venisse accolta, verrebbero così utilizzate solo per prevenire - e non per accertare - tutti i reati, per i quali è oggi possibile disporle, così ampliando a dismisura uno strumento invasivo, che solo la gravità dei reati per cui è oggi previsto può giustificare. I risultati, infatti, non possono essere usati nel processo e vengono distrutti, chi ne rivela i contenuti commette reato, ma nessuno degli intercettati saprà mai di esserlo stato e le informazioni raccolte possono ugualmente essere utilizzate "a fini investigativi", senza alcuna garanzia o controllo.
La Commissione Gratteri, un supporto tecnico, con funzioni consultive, a quel che si è inteso, suggerisce, poi, come ha ricordato qualche giorno fa Giovanni Bianconi sul Corriere, di introdurre un nuovo reato, la "pubblicazione arbitraria delle intercettazioni"; e di punire, con la multa da 2 mila a 10 mila euro - non proprio un'inezia - o con la reclusione da due a sei anni, chiunque diffonda le intercettazioni, se il loro contenuto è diffamatorio e risulti "manifestamente irrilevante ai fini di prova".
La sanzione riguarderebbe certamente i giornalisti - per i quali, dunque, tornerebbe il carcere - che decidessero di pubblicare anche conversazioni non pertinenti alle indagini perché, parafrasando il Garante della privacy, secondo il quale non tutto ciò che è di interesse per il pubblico è anche di pubblico interesse, non tutto ciò che non interessa il pm è anche privo di pubblico interesse. Ma potrebbe applicarsi anche a giudici e magistrati che, sempre secondo le norme elaborate dalla Commissione, non dovrebbero inserire, nei loro provvedimenti, ad eccezione delle sentenze, il testo integrale delle intercettazioni, a meno che esse non siano rilevanti ai fini della prova.
La violazione di questo criterio, non agevole da applicare, li esporrebbe a facili denunce dei loro indagati. Potrebbe accadere, ad esempio, al gip che diffondesse, trascrivendole in un'ordinanza di custodia cautelare, intercettazioni utili solo ad inquadrare il contesto criminoso, con la consapevolezza che, così facendo, esse diverrebbero subito pubbliche. Facile intuire la serenità con la quale i magistrati si troverebbero a redigere i loro atti, spesso forieri di conseguenze assai negative per i destinatari.
Il governo non si è pronunciato su queste proposte e si confida che non sia il silenzio di chi, tacendo, acconsente; e non ha ancora reso note le norme, che finalmente scioglieranno il nodo. La verità, a noi sembra, è che nessuno possiede ricette miracolose e per disciplinare una materia così complessa, occorre ragionare con pacatezza, senza fretta e certo non sull'onda di polemiche, suscitate da proteste, spesso tutt'altro che disinteressate. Una sola cosa è certa, molti sono i diritti in gioco e tutti meritano di essere ugualmente garantiti.
di Antonio Passanese
Corriere Fiorentino, 7 aprile 2015
Per capire quale sorte attende i 115 internati dell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo bisognerà attendere domani. Nella sede della giunta regionale è prevista una riunione riservata - tra Comune di Firenze, Regione, Dipartimento amministrazione penitenziaria e Asl - a cui parteciperanno anche Carmelo Cantone, provveditore regionale del ministero della giustizia e Antonietta Fiorillo, presidente del tribunale di sorveglianza. All'ordine del giorno il trasferimento di 22 pazienti dell'Opg nell'Istituto Mario Gozzini di Sollicciano, meglio conosciuto come "Solliccianino".
"Ci opporremo fermamente a questa ipotesi, - denuncia il radicale Massimo Lenzi - gli internati hanno diritto a un percorso terapeutico e assistenziale. Li facciamo uscire da un ospedale - si chiede - per metterli in un carcere?". Lenzi ha annunciato di aver chiesto il commissariamento dell'Opg da parte. Sulla stessa lunghezza d'onda anche Psichiatria Democratica, associazione fondata da Franco Basaglia, che ha espresso un giudizio negativo "sull'incapacità della Regione Toscana nel gestire, politicamente, una così importante scadenza di legge".
Intanto, un'altra radicale, Rita Bernardini, a giorni presenterà un'interrogazione parlamentare sull'argomento. Critico sull'opzione Gozzini anche Eros Cruccolini che, in giornata, dovrebbe incontrare l'assessore al welfare di Palazzo Vecchio Sara Funaro, mentre in settimana andrà a parlare con i detenuti dell'Istituto Mario Gozzini.
www.corrieresalentino.it, 7 aprile 2015
Due riduzioni di pena e un risarcimento economico per un periodo di detenzione in palese violazione con i diritti garantiti ai reclusi. Nei giorni scorsi i magistrati del Tribunale di Sorveglianza di Lecce, Ines Casciaro e Alessia Magliola, hanno parzialmente accolto il reclamo di Saverio Elia, 37enne di San Pietro Vernotico e di Giovanni Canoci, 46enne di Torchiarolo.
I giudici hanno stabilito per Elia una riduzione di pena 45 giorni e a Canoci di 12 giorni oltre a un risarcimento del danno di 48 euro. Sulla scorta degli elementi istruttori Elia, per 510 giorni di detenzione nel carcere di Borgo San Nicola con due compagni di cella, disponeva di complessivi 2,86 metri quadrati.
Per lo stesso motivo, per complessivi 121 giorni, è stato disposto uno sconto di pena ed un risarcimento danni in favore di Canoci detenuto sempre nel penitenziario leccese. I due reclami sono stati presentati dall'avvocato Vincenzo Rocco Vincenti. È stato così di fatto violato un principio sancito dall'articolo 3 della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che stabilisce: "Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti degradanti o inumani".
E la giurisprudenza della Convenzione Edu ha concluso per la violazione dell'articolo 3 proprio nell'ipotesi di restrizione in una cella nella quale il detenuto abbia a sua disposizione uno spazio inferiore ai 3 metri.
Proprio come nel caso dei due detenuti finiti all'attenzione dei magistrati di Sorveglianza e che risolleva l'annosa emergenza dei diritti violati anche per il sovraffollamento nel carcere di Borgo "San Nicola".
- Napoli: detenuto in gravi condizioni, pochi posti letto e il Policlinico rifiuta il ricovero
- Genova: catturato in centro città il detenuto evaso il 29 marzo dal carcere di Asti
- Mantova: il Vescovo Busti ai detenuti "la speranza è la nostra salvezza"
- Libro: "Io non avevo l'avvocato", quando la giustizia è un tritacarne (e ha torto)
- Stati Uniti: in California esecuzioni sospese da 10 anni, ma braccio della morte affollato










