di Piero Ferrante
gruppoabele.org, 28 maggio 2019
"Non c'è parola più polisemica di pena. Una parola che, nonostante i suoi tanti significati, non rimanda a nulla che ispiri fiducia o buoni sentimenti. Il carcere è una pena, non c'è dubbio che sia una pena. È, purtroppo, la pena per eccellenza. Nel nostro sistema, nonostante le illusioni normative di studiosi e giuristi, è proprio al carcere come pena che vengono affidate le sorti incerte di una società in crisi di valori e identità".
Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2019
Delitti contro la fede pubblica - Falsità personale - Sostituzione di persona - Qualità della persona falsamente attribuite - Falsa qualità di avvocato - Configurabilità del reato. Posto che la professione va considerata una "qualità personale" cui l'ordinamento giuridico attribuisce effetti giuridici in quanto individua un soggetto nella collettività sociale, è indubbio che colui il quale si presenti falsamente come avvocato commetta il reato di sostituzione di persona di cui all'art. 494 c.p., fattispecie che fa appunto riferimento alle qualità giuridicamente rilevanti nella sfera soggettiva. Ciò che rileva è che la persona si sia qualificata falsamente come soggetto con specifiche competenze per un proprio interesse, costituito dall'incameramento di una somma di denaro che diversamente non gli sarebbe stata versata.
• Corte di cassazione, sezione II penale, sentenza 17 maggio 2019 n. 21705.
Reati contro la fede pubblica - Delitti - Falsità personale - Sostituzione di persona - Attribuzione di falsa qualità personale cui la legge non ricollega alcuno specifico effetto giuridico - Reato - Sussistenza - Esclusione - Fattispecie. Non integra il delitto di sostituzione di persona la condotta di chi si attribuisce una falsa qualità personale cui la legge non ricollega alcuno specifico effetto giuridico. (Fattispecie in cui l'imputato si era presentato come agente dell'Ucigos, ufficio che, già all'epoca dei fatti, non rappresentava più un'articolazione della pubblica sicurezza, per essere stato sostituito dalla Direzione centrale della polizia di prevenzione).
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 21 aprile 2016 n. 16673.
Reati contro la fede pubblica - Delitti - Falsità personale - Sostituzione di persona - Falsa attribuzione di una qualità cui la legge attribuisce effetti giuridici - Sussistenza del reato - Fine di esercitare illegalmente la professione - Necessità - Esclusione - Fattispecie. La falsa attribuzione della qualità di esercente una professione integra il reato di sostituzione di persona atteso che la legge ricollega a detta qualità gli effetti giuridici tipici della corrispondente professione intellettuale, mentre non è necessario che il fatto tenda all'illegale esercizio della professione o che miri alla mera soddisfazione di una vanità personale, essendo sufficiente che venga coscientemente voluto e sia idoneo a trarre in inganno la fede pubblica. (Fattispecie, nella quale l'imputato si qualificava come collega del medico curante della persona offesa).
• Corte di cassazione, sezione II penale, sentenza 10 luglio 2014 n. 30229.
Reati contro la fede pubblica - Delitti - Falsità personale - Sostituzione di persona - Falsa attribuzione della qualità di lavoratore dipendente a tempo determinato - Reato - Sussistenza. Integra il reato di sostituzione di persona la falsa rappresentazione della qualità di dipendente con rapporto di lavoro a tempo indeterminato in quanto la legge attribuisce a tale rapporto determinati effetti, tra cui il diritto alla retribuzione. (Nella specie il reo, al fine di monetizzare un assegno bancario privo di copertura, aveva rassicurato il prenditore sulla copertura del titolo qualificandosi come dipendente della ditta "Bartolini", indicando suggestivamente alla vittima un furgone di colore rosso parcheggiato davanti al suo negozio).
• Corte di cassazione, sezione II penale, sentenza 22 dicembre 2010 n. 44955.
Modena: detenuto morto nel carcere di Sant'Anna, disposta l'autopsia
Il Resto del Carlino, 28 maggio 2019
Dopo la denuncia presentata dai parenti dell'uomo, invalido al 75%. Sarà disposta l'autopsia sul corpo di un detenuto di 42 anni, A.L., morto nel carcere di Sant'Anna lo scorso venerdì. A disporre la consulenza tecnica la procura a seguito della denuncia presentata dai parenti della vittima, che era invalida al 75%.
L'uomo, bolognese d'origine, era finito in carcere a seguito di una condanna per violenza sessuale; fatti commessi sempre a Bologna. I parenti chiedono però di far luce su quanto accaduto, ipotizzando che il 42enne non abbia ricevuto le cure idonee visto il precario stato di salute. Secondo gli accertamenti dei sanitari, avvisati dalla direzione del carcere Sant'Anna, l'uomo si sarebbe spento a causa di un arresto cardiocircolatorio. L'esame autoptico fornirà risposte certe sul decesso del 42enne.
di Giuseppe Gargani
Il Dubbio, 28 maggio 2019
Le indagini dei pubblici ministeri nei confronti di amministratori e politici fanno notizia soprattutto alla vigilia delle elezioni e fanno gridare al complotto giudiziario. Un complotto che, ovviamente, non esiste nei termini ipotizzati, oppure esiste se valutiamo le situazioni da un particolare punto di vista, come è avvenuto nei giorni alla vigilia delle elezioni europee, quando si è gridato al ritorno di "Tangentopoli". Il rapporto tra politica e giustizia è da sempre critico e anomalo perché si dovrebbe reggere su un equilibrio tra i poteri presenti nella Costituzione e su una distinzione tra i gli stessi che è fortemente contestata.
www.asst-mantova.it, 28 maggio 2019
L'équipe di medicina penitenziaria di Asst di Mantova propone incontri di educazione alla salute e di biodanza per i detenuti della carcere di Mantova e per gli operatori penitenziari. Educazione alla salute e biodanza per gli operatori penitenziari e la popolazione detenuta. L'équipe di medicina penitenziaria di Asst di Mantova sta proponendo dallo scorso aprile il progetto Enpowerment, nato nel 2017 a Milano, nell'Istituto Penale Minorile (Ipm) Cesare Beccaria.
Laura Mannarini, medico coordinatore sanitario per Asst della casa circondariale di Mantova, ha strutturato strategie di intervento per la promozione di corretti stili di vita e il disincentivo ad abitudini dannose per la salute. In base al profilo epidemiologico dei detenuti si definiscono i percorsi di intervento, con vari moduli di "terapia informativa" a differenti livelli di competenza, in una logica di integrazione tra diverse discipline.
Le persone aumentano il controllo sulla propria salute se hanno maggior conoscenza e consapevolezza. Questa capacità cresce quando il contesto socio-sanitario le aiuta e le sostiene in questa direzione. Le azioni di prevenzione primaria valorizzano il concetto di "enpowerment", una strategia che attraverso l'educazione sanitaria e la promozione dei comportamenti favorevoli alla salute fornisce alle persone gli strumenti per prendere le decisioni migliori per il loro benessere, riducendo così le disuguaglianze culturali e sociali. Un'opportunità per ridurre l'asimmetria, sul piano della conoscenza, tra l'operatore sanitario e il paziente.
Nella Casa Circondariale di Mantova si stanno proponendo alla popolazione detenuta incontri riguardanti l'igiene alimentare, l'igiene personale e degli ambienti, l'igiene orale e disincentivo al sedentarismo. Per gli operatori penitenziari, si punta su incontri per diminuire lo stress correlato al lavoro e prevenire il rischio biologico in ambienti di lavoro confinati come il carcere.
Gli incontri prevedono lezioni teoriche o pratiche e successiva offerta di counselling individuale o di gruppo. Viene inoltre donato ai partecipanti un gadget al fine di favorire la memorizzazione di alcuni concetti chiave (ad esempio la mela verde è stata offerta ai partecipanti all'incontro sull'igiene alimentare come alimento ad "elevato potere saziante", contrapposto al "junk food", che favorisce l'insorgenza di malattie come l'obesità).
Contro la sedentarietà, è stata introdotta la Biodanza - Disciplina Bionaturale. Si tratta di una attività motoria di gruppo con l'obiettivo di coinvolgere i detenuti e gli operatori sanitari attraverso la musica e il movimento per offrire uno stimolo continuo a muoversi con gioia, migliorare la relazione con gli altri e avere il coraggio di esprimersi, percepire i propri ritmi e conquistare maggiore stima e fiducia in sé stessi e negli altri.
Per realizzare il progetto è necessario disporre di un servizio di medicina penitenziaria a "bassa soglia", cioè di facile accesso, ispirato ai principi della sanità pubblica e della riduzione del danno, dove l'obiettivo primario è quello di alleviare i sintomi, nonché di migliorare la qualità della vita dei pazienti. Il servizio è centrato sui bisogni individuali degli utenti, e lascia la possibile confrontarsi e mettersi in discussione utilizzando dinamiche informali e libere da patti terapeutici. L'integrazione delle aree trattamentali operanti all'interno dell'istituto (Area Sanitaria, Area Educativa, Area Sicurezza) è essenziale per vivere l'esperienza detentiva come momento di educazione sociale e alla salute.
Il percorso prevede a breve una evoluzione in "peer to peer education", e la sua realizzazione alla Casa Circondariale di Milano San Vittore per il gruppo "Giovani Adulti", sempre con Laura Mannarini, referente del Progetto Enpowerment per Asst Mantova e per Asst Santi Paolo e Carlo Milano. Ci si basa sull'idea di Medicina di iniziativa e di opportunità, cioè un modello assistenziale di gestione delle patologie croniche che non aspetti il sintomo e la richiesta del paziente, ma agisca con azioni di educazione con interventi adeguati e differenziati in rapporto al livello di rischio.
di Manuela Macario
La Stampa, 28 maggio 2019
Nuovi attrezzi, pesi, cyclette e tapis roulant per i 215 detenuti del carcere di massima sicurezza di Quarto d'Asti che hanno una palestra completamente ristrutturata. È verde salvia ed è stata inaugurata il 27 maggio dal direttore, Francesca Daquino alla presenza di rappresentanti delle forze dell'ordine, polizia, guardia di finanza, carabinieri, del prefetto Alfonso Terribile e di alcuni amministratori e consiglieri comunali.
"La nuova sala - ha detto Daquino - è stata ristrutturata con il contributo della società civile, grazie al volontariato e al Comune di Asti". Tra le attività collaterali che svolgono i detenuti, invece, c'è la digitalizzazione, prima delle licenze di edilizia e oggi le delibere comunali, grazie all'associazione Effatà.
Prosegue il corso di teatro e la collaborazione con il festival Asti Teatro e sono in corso d'opera invece strumenti musicali creati con materiale di riciclo che, con l'associazione Aso, vengono distribuiti nelle scuole. Il direttore ha consegnato 15 attestati ad altrettanti detenuti che ora possono svolgere lavori di manutenzione all'interno della casa di reclusione.
camerepenali.it, 28 maggio 2019
Comunicato stampa dell'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali e della Camera Penale di Viterbo. Una struttura depotenziata dalla mancanza di risorse umane ed economiche, con un enorme contrasto tra la manutenzione degli Uffici e lo stato fatiscente dei luoghi in cui vivono i detenuti. Stanze con muri umidi e pareti scrostate, pochissime docce funzionanti in ambienti con muffa e muri sporchi. I detenuti lamentano la presenza di blatte e topi. I colloqui con il Magistrato di Sorveglianza, a mezzo video, sono tenuti alla presenza della Polizia Penitenziaria. Vietata la visita al reparto dove vi sono detenuti in regime di 41 bis.
L'istituto potrebbe essere un'eccellenza per gli ambienti in cui si svolge l'attività scolastica e lavorativa e per i grandi spazi all'aperto. Falegnameria e sartoria, ben attrezzate, dove si lavora per produrre beni per l'amministrazione penitenziaria, nessuna commessa esterna. Una potenzialità sprecata che dovrebbe essere meglio gestita. Duecento piante di ulivo. L'olio prodotto viene venduto allo spaccio ed il ricavato destinato all'Ente Assistenza del Personale dell'Amministrazione Penitenziaria. Due serre, per la coltivazione di semi e germogli. Solo sei detenuti impegnati per ciascuna attività, con tempi ridotti per mancanza di risorse economiche. Per la costante richiesta si svolgono turni, ma sono pochissimi i detenuti a cui è consentito tale attività.
Presenti 572, con una capienza regolamentare di 431 unità. Ma non è il sovraffollamento il male peggiore dell'istituto. Il passaggio dalla zona uffici e laboratori a quella detentiva è raccapricciante. Le piccolissime stanze che ospitano i detenuti sono in condizioni vergognose e le docce in comune, di cui solo la metà funzionanti, sono in uno stato inimmaginabile dove la muffa è dappertutto. Due detenuti per stanza, non vi sarebbe la possibilità di una terza presenza. Forse si raggiungono i 3 mq. di spazio a testa, ma comprendendo anche il mobilio. Alcuni detenuti lamentano la presenza di blatte e topi e per quello che è stato visto, vanno creduti. Materassi e cuscini di gommapiuma lercia e rotta. Stato igienico complessivo propedeutico per malattie infettive ed altro.
Possibilità per il Magistrato di Sorveglianza di avere il colloquio con il detenuto dal suo ufficio, a mezzo video, mentre l'interessato si trova in una stanza attrezzata per il collegamento. Sorprende che a tale attività assista personale della Polizia Penitenziaria. Preoccupante il divieto di visitare gli spazi di detenzione del reparto destinato al 41bis.
I Responsabili dell'Osservatorio Carcere Ucpi: Avv.to Riccardo Polidoro, Avv.to Gian Paolo Catanzariti. I Responsabili per il Lazio: Avv.ti Roberta Giannini e Marco Russo. La Camera Penale di Viterbo: il Presidente, Avv.to Roberto Alabiso
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 maggio 2019
L'episodio raccontato al Garante nazionale dei detenuti, che lo ha denunciato all'autorità giudiziaria. Una pratica che sfiora la tortura sarebbe avvenuta nel carcere di massima sicurezza di Tolmezzo. Per un'ora intera, alcuni agenti penitenziari avrebbero utilizzato degli idranti contro un detenuto straniero recluso in cella di isolamento, allagando tutta la stanza e poi sarebbe stato lasciato lì, nell'acqua, per tutta la notte.
Un episodio che il detenuto stesso ha denunciato al Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma, durante l'ultima visita a sorpresa nel carcere di Tolmezzo per constatare la vicenda degli internati al 41 bis, ma anche per verificare di persona proprio questo caso visto che gli erano giunte segnalazioni a tal proposito.
È il 21 maggio scorso quando il Garante trova il detenuto, un cittadino straniero in isolamento, in una cella completamente fradicia: cuscini, lenzuola, le mura, tutto ancora completamente bagnato. Il Garante ha chiesto spiegazioni e il detenuto ha riferito che gli agenti sarebbero intervenuti con gli idranti d'acqua nella cella attraverso lo spioncino e che lo avrebbero lasciato con l'acqua fino alle caviglie per tutta la notte.
Gli agenti avrebbero giustificato questa pratica con il fatto che il detenuto preso da una evidente esagitazione - aveva rotto il portellino dello spioncino e loro volevano che lui consegnasse il pezzo di ferro e il fornelletto che aveva in dotazione. Siccome lui non aveva eseguito l'ordine, gli agenti avrebbero aperto l'idrante, indirizzando il getto d'acqua in ogni angolo della cella.
Durante la visita, Mauro Palma aveva infatti notato - e fatto notare - che mancavano i bocchettoni degli idranti. L'episodio si sarebbe verificato solo due giorni prima della visita del Garante, e ciò ha reso possibile raccogliere elementi che, acquisiti, sono stati trasmessi con la denuncia in Procura. In occasione della comunicazione all'Autorità giudiziaria, il Garante ha precisato di voler essere considerato come parte offesa nel procedimento che sarebbe stato aperto, e di attendersi dunque di essere messo al corrente di ogni notizia spettante di diritto alla parte offesa dal reato.
L'utilizzo degli idranti è in parte giustificato per sedare, come già accaduto nel passato, le insurrezioni nelle carceri, oppure - come lecito - nelle ipotesi in cui i detenuti appiccano il fuoco. Una pratica di contenimento per colpire le rivolte, o spegnere incendi, ma non deve essere mai applicata sul singolo detenuto. Questo episodio, se verrà confermato attraverso le indagini delle autorità giudiziaria, potrebbe rendere ancora più credibile un'altra denuncia, riportata a gennaio da Il Dubbio su un altro presunto grave episodio nei confronti di un detenuto avvenuto sempre nel carcere di Tolmezzo.
Fu l'avvocato Giuseppe Annunziata del foro di Salerno a raccontare a Il Dubbio del presunto pestaggio avvenuto in cella di isolamento nei confronti del suo assistito, Domenico Tamarisco, detenuto nella sezione di alta sicurezza del carcere di Tolmezzo. Era andato a fargli visita e prima di vederlo, il comandante della polizia penitenziaria lo aveva messo al corrente che c'erano stati problemi con il suo cliente.
"Pensavo semplicemente che ci fosse stata una semplice tensione, ma appena ho visto Tamarisco al colloquio, sono rimasto scioccato per i lividi che presentava", ha raccontato l'avvocato. Ai suoi occhi il detenuto presentava evidenti ecchimosi al volto, in particolare l'occhio sinistro tumefatto, compreso altre tumefazioni alle orecchie ed ecchimosi alla gamba sinistra e al braccio destro. Cosa gli era accaduto? Il detenuto ha raccontato all'avvocato che sarebbe stato aggredito dal personale della polizia penitenziaria in due diverse occasioni, alla mattina e al pomeriggio, mentre era rinchiuso in cella di isolamento.
L'avvocato spiega che Tamarisco già da alcuni giorni aveva avuto delle discussioni accese con gli agenti, motivo per il quale aveva subito il provvedimento disciplinare dell'isolamento. L'avvocato per primo ha denunciato subito e con l'esposto ai carabinieri ha chiesto "l'immediata apertura di un provvedimento che possa chiarire quanto accaduto", ma soprattutto ha chiesto che "vengano accertate le condizioni di salute del signor Domenico Tamarisco attraverso la nomina di un medico".
Sì, perché il detenuto ha riferito all'avvocato di non essere stato sottoposto a una Tac o comunque a cure mediche dirette a verificare le sue condizioni di salute. A quel punto l'avvocato, dopo aver fatto un esposto ai carabinieri, si è recato in Procura per fare richiesta urgente di un medico per cristallizzare la situazione delle lesioni procurate. Cosa è accaduto per davvero nel carcere di Tolmezzo? Non possiamo saperlo. È sempre la magistratura che sta verificando cosa sia davvero successo e a cosa siano dovute le lesioni che presentava il detenuto.
Il carcere di Tolmezzo nasce il 30 gennaio del 1992. La Casa Circondariale venne destinata alla popolazione femminile e maschile appartenente al circuito della media sicurezza. Nel 1999 fu soppressa la sezione femminile. Dal 2014 l'istituto è destinato ai detenuti maschili appartenenti al circuito dell'alta sicurezza legati alla criminalità organizzata. Il carcere ha anche una sezione dedicata al 41bis dove ci sono anche otto persone non detenute, ma internate.
Parliamo di persone che avevano finito di scontare il carcere duro, ma che alla fine della pena sono stati raggiunti da una misura di sicurezza da espletare sempre al 41 bis e che hanno problemi per la mancanza di lavoro. Una situazione non facile al carcere di Tolmezzo, conosciuto per aver ospitato al 41bis persone come Massimo Carminati, e dove nel frattempo è recluso Salvatore Buzzi condannato al secondo grado per i fatti di "mafia capitale" e in attesa della sentenza della Cassazione.
di Salvatore Uccheddu
unicaradio.it, 28 maggio 2019
Un viaggio surreale, sorprendente e a tratti malinconico attraverso le carceri sarde: Giovanna Maria Boscani, artista sassarese, e Joe Perrino, musicista cagliaritano, a bordo di una vecchia Ape Piaggio, hanno raggiunto tutte le case circondariali dell'Isola. L'obiettivo? Incontrare i detenuti e farsi affidare storie, ambizioni e sogni sotto forma di ex-voto. Il documentario PGNR (Per Grazia Non Ricevuta) ora cerca fondi per la distribuzione tramite una campagna di crowdfounding.
Da Uta a Nuchis, da Bancali a Badu e Carros passando per Massama, Isili, Alghero e Is Arenas, l'Ape è diventata la casa per disegni, scritti, oggetti realizzati dai carcerati. Questo è il racconto di Per Grazia Non Ricevuta, film documentario attualmente in montaggio, per la regia di Davide Melis e prodotto dalla società cagliaritana Karel. Il film è alla ricerca di sostenitori che supportino la produzione e distribuzione: dal 1 aprile è partita la campagna di crowdfounding insieme a Banca Etica che ha selezionato Per Grazia Non Ricevuta sul bando "Impatto +", creato per progetti culturali.
L'obiettivo di Karel è raggiungere 15 mila euro: si potranno inviare donazioni diverse. Chi farà una donazione al film riceverà un premio come la locandina del documentario autografata dai protagonisti. Come ricompensa è possibile riceverà anche il dvd nel formato semplice o nel cofanetto speciale. Ma è disponibile anche il modello in scala dell'Ape Piaggio decorata a mano dall'artista Giovanna Maria Boscani.
Chi farà una donazione speciale sarà menzionato come produttore associato. "Per Grazia Non Ricevuta" è realizzato con il contributo della Regione Sardegna; e il supporto della Fondazione Sardegna Film Commission. Qui il link per la campagna crowdfounding https://www.produzionidalbasso.com/project/per-grazia-non-ricevuta-docufilm/
di Daniele Camilli
tusciaweb.eu, 28 maggio 2019
In scena all'istituto penitenziario uno dei capolavori dell'antichità grazie agli attori della compagnia "Disorganizzata" di Francesco Cerra. "I doni, credi a me, conquistano uomini e dei". Ovidio, le Metamorfosi. Opera messa in scena qualche giorno fa, davanti ai detenuti, dalla compagnia teatrale "Disorganizzata". Entrata però nella casa circondariale Mammagialla. Il carcere di Viterbo. Uno spettacolo frutto di un anno di laboratorio integrato. Regia, Francesco Cerra. Una compagnia fatta di professionisti, educatori, disabili e volontari del servizio disabile adulto della Asl, l'Uosdda.
Da ottobre a giugno, ogni anno, si incontrano al centro diurno comunale di piazza San Carluccio. Poi la pausa estiva. A maggio lo spettacolo. Dopo un anno di lavoro. Quest'anno al carcere di Viterbo, al centro, nei mesi scorsi di diverse polemiche sulle condizioni di vita denunciate da alcuni detenuti attraverso lettere spedite all'associazione Antigone e poi alla stampa. Al centro, infine, di una manifestazione organizzata da gruppi anarchici che lo scorso fine settimana sono andati sotto le mura dell'istituto penitenziario a portare la loro solidarietà ai carcerati. Come succedeva quarant'anni fa. In tutt'altri clima e temperie.
"Il progetto - racconta il regista Cerra - nasce grazie a una consolidata rete territoriale costituita dalla Asl di Viterbo, le politiche sociali del comune, le cooperative sociali Gli anni in tasca e Universale 2000 (Consorzio Il Mosaico), La Compagnia Tetraedro e l'associazione Eta Beta". Metamorfosi, storie di uomini, piante dei e animali. Mutano forma e natura. Affreschi senza tempo uniti dal tema portante della trasformazione. Ovidio, "gentile maestro in fatto di amore", come lo definì il drammaturgo e commediografo francese Louis-Benoît Picard.
Nello spettacolo portato in carcere dalla compagnia "disorganizzata" tutti gli episodi sono trattati come origine delle cinque grandi forze motrici del mondo antico. Amore, ira, invidia, paura e aletheia, la ricerca che svela. In trasformazione continua. La metamorfosi dove sia le azioni degli uomini che degli dei sono spinte da motori invisibili. "Corpi dissolti dalle fiamme del rogo - come li definisce Cerra - o dai guasti del tempo. Anime che si insediano in un nuovo corpo e così continuano a vivere. Tutto si evolve, senza che nulla si distrugga". Il teatro disorganizzato delle metamorfosi.
Redattore Sociale, 28 maggio 2019
Coordinati dalla giornalista Cecilia Marzotti, un gruppo di reclusi del penitenziario senese hanno sperimentato per la prima volta in un carcere il metodo della scrittura industriale collettiva ideato da Vanni Santoni. Si chiama "Fuori dal buio" ed è un racconto breve scritto a più mani da un gruppo di detenuti della Casa Circondariale di Siena coordinati dalla giornalista Cecilia Marzotti. Il libro è nato dall'idea di sperimentare per la prima volta in un carcere il metodo della scrittura industriale collettiva (SIC), ideato da Vanni Santoni, noto al grande pubblico per aver scritto una serie di romanzi di successo, e Gregorio Magini.
Il principio sul quale si fonda il metodo è che tutti gli scrittori, coordinati da una sorta di "direttore artistico", redigono tutte le parti del racconto/romanzo. La creazione del testo avviene attraverso la compilazione, da parte di ciascun autore, di schede, ognuna delle quali riguarda un aspetto della produzione (un personaggio, un luogo, una scena, ecc.).
La scrittura industriale collettiva non consiste, dunque, in una semplice divisione del lavoro, ma, attraverso un'innovativa modalità di composizione, genera una vera e propria rete di scrittori.
L'utilizzo di tale metodo narrativo, che sinora ha prodotto in Italia diversi racconti e un romanzo a ben 230 mani, conferisce pertanto un tocco di originalità a "Fuori dal buio", che rappresenta un primo, valido esperimento di scrittura condivisa da parte di detenuti. Con "Fuori dal buio" i principi della stesura partecipata di un testo hanno trovato concreta applicazione grazie alla appassionata supervisione della giornalista Cecilia Marzotti che, senza alterare l'originalità dei contributi individuali e delle illustrazioni che fanno da corredo al testo, ha coordinato gli scrittori in erba nella redazione dell'elaborato finale.
Il libro, la cui trama si snoda tra realtà e finzione, narra la storia di quattro uomini che si incontrano per caso in una località di villeggiatura e incrociano sulla loro strada un personaggio losco che li condurrà a varcare i cancelli di un carcere; tutti, simultaneamente, paiono essere vittime di un ineluttabile destino, ma alla fine riescono a prevalere sulla malasorte e si ritrovano "fuori dal buio", animati dalla prospettiva di un futuro più roseo.
"La scrittura in carcere - ha detto il direttore del carcere Sergio La Montagna - assume una valenza, a mio parere, terapeutica, oserei dire catartica: attraverso di essa i detenuti hanno l'opportunità di raccontare, ma soprattutto di raccontarsi. Spesso lo fanno per rimuovere il loro passato, per chiuderlo in un cassetto e nel contempo per dar voce alle proprie ragioni.
Anche in carcere è quindi possibile creare un tempo ed uno spazio in cui prendere la parola e coscienza della propria esistenza. Iniziative come quella del carcere da me diretto e che fioriscono in tanti istituti della pena della Repubblica hanno lo scopo precipuo di fare luce su una realtà troppo spesso dimenticata; servono a ridare dignità a persone che si avvalgono anche della scrittura per dare un senso al tempo della pena. Perché come dice Tabucchi "La letteratura può essere il mezzo per caricare di senso una cosa di per sé insensata come l'esistenza".
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