di Francesco Paletti
toscanaoggi.it, 27 maggio 2019
Si chiama "Misericordia Tua", la casa d'accoglienza per carcerati in permesso ed ex detenuti di Calci, l'opera segno della Chiesa pisana per l'Anno Giubilare della Misericordia, realizzata grazie ai fondi dell'8xmille e della Fondazione Pisa. Scrive Gaffon Romeo, 40 anni, gli ultimi dodici dei quali trascorsi nelle carceri di mezza Italia. Poesie. O, più semplicemente, "pensieri in versi" per usare le sue parole.
"Ho cominciato dietro le sbarre - racconta: lì c'è molto tempo e anche, spesso, il bisogno di guardarsi dentro e fare i conti con la propria storia". E legge: "Mi piacciono le autobiografie, le storie vere, prediligo le testimonianze di chi è riuscito a cambiare la propria vita, a dargli un senso quando sembrava non averla più". E costruisce orologi con materiali di scarto, trasportati dal mare: un tronco strappato dal vento, una lastra di ferro levigata dalle onde. Ridà senso e forma alle cose buttate. Ha cominciato a Pianosa, il "carcere aperto" dell'arcipelago toscano.
Con la sua vita, invece, ha iniziato prima: "Oltre al crimine che ho commesso in sé, aver soppresso una vita, privato dei figli del loro padre e una moglie del marito, la cosa più brutta è stato il castello di bugie che mi ero costruito: sapevo benissimo ciò che avevo fatto, ma lo negavo, non ho ammesso subito le mie responsabilità. Fino a che un giorno, dopo un colloquio con un educatore e con il comandante della polizia penitenziaria, tornato in cella mi sono guardato allo specchio e non ce l'ho più fatta. Non potevo e dovevo più mentire: così chiesi un nuovo incontro e dissi tutto".
C'è Jasmine nella vita di Gaffon. Si sono conosciuti venti anni fa in Romania, si sono sposati e non si sono più lasciati, nonostante tutto. E c'è Vittorio, un omone dalle mani grandi e il sorriso buono. Di cognome fa Cerri e a Pisa è un'istituzione: 33 anni spesi dentro le carceri della Toscana, come direttore, diciotto dei quali alla guida di quello della sua città.
Oggi è in pensione ed è il coordinatore di "Misericordia Tua", la casa d'accoglienza per carcerati in permesso ed ex detenuti di Calci, l'opera segno della Chiesa pisana per l'Anno Giubilare della Misericordia. Lo fa come volontario, a titolo totalmente gratuito: "Che ci faccio ancora qui, con i detenuti? Non saprei dove altro potrei essere: non sarei l'uomo che sono senza i "miei ragazzi"".
È lì, in quella canonica della parrocchia di Sant'Andrea a Lama, frazione di Calci, abbandonata da venti anni e ristrutturata con fondi Cei otto per mille e un finanziamento della Fondazione Pisa, che le vite di Vittorio e Gaffon si sono incrociate nuovamente dopo quella prima volta nel 2014 a Pianosa, dove il primo fu mandato a riaprire una struttura penitenziaria dismessa e il secondo era uno dei trenta detenuti in regime di lavoro esterno.
"Misericordia Tua" si estende su due piani: salotto e cucina a piano terra, le quattro camere e i bagni al primo. È stata inaugurata qualche mese fa anche se il primo inquilino è stato proprio Gaffon, arrivato a metà maggio in permesso premio. "In autunno spero di tornare e rimanere più a lungo, magari espiando qui il resto della pena" dice timidamente. Perché Gaffon, nonostante i quattro abbonati per buona condotta, di anni deve ancora scontarne dodici. E da Calci è convinto si possa ripartire.
La casa, invece, è stata ristrutturata anche grazie alle mani sapienti di Marius, 39 anni, pure lui rumeno, stessa condanna di Gaffon. Ha lavorato come operaio specializzato per la ditta che ha eseguito tutti gli interventi con un contratto a termine che, da gennaio, è stato trasformato in uno indeterminato.
È semilibero: quando non lavora, vive qualche centinaio di metri più su, nella parrocchia di Castelmaggiore, stesso comune, con i padri Marfi Pavanello, Elio Della Zuanna e Oliviero Cattani, la comunità dehoniana responsabile anche della cappellania carceraria della diocesi di Pisa e che si occupa pure dell'assistenza pastorale e spirituale delle persone accolte a "Misericordia Tua". "Fino alle 22 - dice - poi- torno in carcere e per uscire la mattina: vengo dai padri, mi cambio e vado al lavoro".
Gaffon, invece, potrebbe occuparsi di rimettere a coltura il piccolo oliveto e la vigna accanto alla canonica di Sant'Andrea a Lama: "Sarebbe l'ideale per lui, date le competenze che ha acquisito a Pianosa" dice Vittorio Cerri.
E intanto progetta un libro sulla sua storia. Un capitolo sarà dedicato al perdono: "Tante volte ho pensato di chiederlo ai familiari della vittima, o quanto meno di fargli sapere che sono consapevole del male che ho fatto e che ne soffro ogni giorno. Non l'ho fatto per non aggiungere ulteriore sofferenza a quella che ho già provocato. Lo chiedo ogni giorno a Dio e penso di averlo ricevuto: solo lui sa cosa provo davvero".
comocity.it, 27 maggio 2019
Lunedì 27 maggio alla Ubik di Piazza S. Fedele a Como ci sarà la presentazione del progetto "Cucinare al fresco" con i due libri di ricette realizzati interamente dai detenuti del carcere del Bassone e di quello di Bollate. Dal "Mandato di cottura", al "Diario dei sapori", per approdare ad "Assapori(amo) la libertà". Sono i tre laboratori che condividono un unico e solo progetto: Cucinare al fresco, ovvero una raccolta di ricette realizzate rigorosamente dietro alle sbarre. Autori dell'iniziativa non grandi chef e nemmeno scrittori di professione, ma tre gruppi di detenuti che si sono messi in gioco per realizzare una pubblicazione dedicata al food. Una sperimentazione avviata lo scorso anno all'interno dell'Istituto del Bassone che ora è entrata anche nel carcere di Bollate e in quello di Varese, in attesa di replicarsi anche nelle due strutture di Brescia e di Opera.
Proprio per condividere con l'esterno i sapori e i profumi della cucina, lunedì 27 maggio alla libreria Ubik di Como è in programma la presentazione dei due libri con una ricchissima e gustosa selezione di ricette sia in versione maschile che in quella femminile con Arianna Augustoni coordinatrice del progetto e Carla Santandrea, ex direttore dell'Istituto di Como, ora a Varese che ha sostenuto l'iniziativa.
L'iniziativa è nata per caso, da una fortuita chiacchierata coi detenuti, una conversazione che in poco tempo ha reso partecipi tutti i presenti e tutti quanti hanno deciso di impegnarsi per "fare qualcosa di buono", sia in cucina che nella vita. Parole, sapori, profumi, ingredienti sono il "sale della vita", fattori in grado di unire e di sviluppare nuove sensazioni e nuovi bisogni come quello di raccontarsi. Si tratta di una sorta di esperienza di conoscenza e di esternazione dei sentimenti in chiave enogastronomica. Oltre a raccontare la preparazione di ogni piatto, viene spiegato come ci si deve arrabattare per costruire e mettere in pratica una ricetta, con quali strumenti e con dei tempi molto dilazionati, nell'arco della giornata.
weboggi.it, 27 maggio 2019
La Corte d'Appello di Catanzaro ospita il convegno sul recupero dei detenuti nelle carceri minorili. Spesso si sente parlare della funzione rieducativa della pena, del recupero e del conseguente reinserimento sociale dei detenuti. Ma quali programmi rieducativi è possibile elaborare nei confronti dei detenuti nelle carceri minorili? Può lo sport essere il volano di una rieducazione del minore?
Sono queste le domande alle quali i ragazzi del Leo Club Catanzaro Host hanno voluto dare delle risposte, come si legge nel comunicato, nell'ambito della giornata del 25 maggio, dedicata interamente allo sport quale strumento di reinserimento sociale dei detenuti nelle carceri minorili.
L'iniziativa è stata ideata dal dott. Alessio Russo, socio del Leo Club Catanzaro Host, che ha incontrato il pieno appoggio del Presidente del Leo Club Catanzaro Host, dott. ssa Maria Caterina Zito, e ha visto la collaborazione dell'AIGA sezione di Catanzaro. Durante la prima parte della giornata, si è tenuto un convegno presso la Corte d'Appello di Catanzaro.
Il convegno è stato aperto dall'intervento del dott. Russo, che ha spiegato le ragioni di un'iniziativa di questo tipo, sottolineando la diversità del detenuto minore rispetto a quello adulto, diversità che impone una necessaria diversificazione dei metodi di rieducazione e reinserimento sociale del ragazzo.
Altresì presenti, per un indirizzo di saluto, l'Avv. Marco Mirigliani, Presidente dell'AIGA sezione di Catanzaro, e la dott.ssa Marzia Colace, Giudice onorario del Tribunale dei Minori di Catanzaro. In particolare, sull'argomento convegnistico è intervenuto il Direttore dell'Istituto Penale per i Minorenni di Catanzaro, Francesco Pellegrino, il quale ha sottolineato la funzione del carcere come luogo di recupero dei ragazzi, i quali nella maggior parte dei casi provengono da esperienze di privazione. Tuttavia - ha continuato Pellegrino - la maggior parte di loro intraprende percorsi di rivalsa, che li porta ad un pieno recupero sociale.
Pellegrino ha, poi, posto l'accento sul ruolo che le regole hanno all'interno dello sport. Il pieno rispetto di queste è l'unico modo per aiutare i ragazzi a formare la personalità che li accompagnerà per tutta la vita. Inoltre, il Direttore ha sottolineato l'importanza non solo degli sport di squadra, ma anche delle arti marziali, le quali sono attività formative che portano all'autodisciplina, in un percorso che induce a vedere l'altro non come nemico ma come avversario.
A seguire, l'Avvocato Generale Procura Generale presso la Corte d'Appello di Catanzaro, dott. Beniamino Calabrese, è intervenuto mettendo a disposizione dell'uditorio la propria esperienza ventennale nella giustizia minorile. Calabrese ha rappresentato come per molto tempo lo sport sia stato visto come mero strumento per abbassare l'ansia dei detenuti.
Ma in realtà - ha spiegato - lo sport è fondamentale perché consiste nel rispetto delle regole e ciò mi ha indotto ad inserirlo nei progetti rieducativi e di recupero nelle carceri minorili. Sport, tuttavia, non come approccio generalista, ma professionale, come sistema di regole. L'Avvocato Generale ha affermato che il mondo sportivo è speculare alla giustizia: se si rispettano le regole, si ottiene il risultato; se rispettano le regole, i ragazzi possono vincere la partita della loro vita. Inoltre, le regole sportive sono universalmente riconosciute e accettate: abbattono le barriere culturali ed etniche. Valori universali che portano a stare insieme, alla condivisione di valori quali la lealtà e il rispetto dell'avversario.
Lo sport può, così, essere realmente uno strumento di educazione, maturazione e autoregolazione del detenuto minore. Il convegno ha visto, altresì, il contributo della dott.ssa Emilia Merante Critelli, psicologo clinico esperto in psicologia giuridica-forense, la quale ha parlato, appunto, dello sport come strumento per ridurre lo stress, l'ansia, ossia stati mentali che potrebbero essere somatizzati.
"Quando si parla di aspetto psicologico dello sport - ha spiegato la dott.ssa Merante Critelli - bisogna guardare alla costruzione di un obiettivo comune tra persone che sono costrette a convivere. Inoltre, all'interno del carcere, i ragazzi possono avvicinarsi, tramite lo sport, al mondo esterno".
In conclusione, la psicologa ha letto la lettera di un ragazzo detenuto nel carcere minorile, il quale ha spiegato i benefici che lo sport produce nei confronti di soggetti costretti in spazi limitati. Il convegno si è concluso con l'intervento dell'Avv. Gregorio Casalinuovo, Vice Presidente dell'Aiga sezione di Catanzaro, il quale ha dapprima ricordato il compianto dott. Carlo Caruso, per l'apporto fornito in vita alla giustizia minorile a Catanzaro; successivamente, l'Avvocato ha parlato del ruolo dell'avvocato minorile, il quale dovrebbe, per il compito che è chiamato a svolgere, avere una formazione specialistica. In realtà, - ha continuato Casalinuovo - solo i difensori d'ufficio sono obbligati a seguire corsi di preparazione specifici, mentre per i difensori di fiducia non è previsto un obbligo simile.
Ciò porta, inevitabilmente, a figure che non hanno la sensibilità richiesta dal ruolo. Il Presidente del Leo Club Catanzaro Host, dott.ssa Maria Caterina Zito, ha moderato il convegno, ponendo domande ai relatori e affermando il ruolo fondamentale, anche dal punto di vista strettamente della salute, che lo sport svolge nella vita di ognuno.
Inoltre, alcuni detenuti del carcere minorile di Catanzaro, presenti in aula, hanno avuto l'occasione di manifestare il proprio interesse per l'iniziativa, fornendo un riscontro fattivo ai programmi di rieducazione basati sullo sport. La seconda parte della giornata ha visto i ragazzi del Leo Club Catanzaro Host e una rappresentativa dei detenuti del carcere minorile di Catanzaro protagonisti di una partita di calcio. Un'iniziativa che ha riscosso grande successo, grazie ai molteplici spunti di riflessione forniti dai relatori, e che ha rappresentato un'occasione di incontro e di rispettiva crescita tra i ragazzi del Leo Club Catanzaro Host e i detenuti del carcere minorile di Catanzaro.
di Giulia Bosetti
La Repubblica, 27 maggio 2019
Ci sono cumuli di rifiuti in decomposizione infestati da insetti e parassiti. Mancano acqua ed elettricità e non ci sono condizioni igieniche sufficienti. Vivono così circa settecento persone, per la maggior parte eritrei e somali, rinchiuse in condizioni disumane in un capannone nel centro di detenzione di Zintan, 170 chilometri a sud-est di Tripoli.
Tra i reclusi, molti dei quali malati di tubercolosi, ci sono anche quattordici donne e tre bambini. Il dramma quotidiano dei detenuti: dopo cinque giorni senza mangiare e bere, hanno ricevuto una scatola di cibo ogni due persone. Amnesty International ha documentato che negli ultimi dodici anni decine di migliaia di rifugiati e migranti sono stati imprigionati ingiustamente, le donne violentate, gli uomini costretti ai lavori forzati.
di Andreas Solaro
linkiesta.it, 27 maggio 2019
La Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha stabilito che uno straniero non può essere espulso se nel proprio Paese rischia di essere perseguitato. Nei giorni scorsi, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha stabilito che uno straniero non può essere espulso dal Paese in cui si trova "fintanto che (...) abbia fondato timore di essere perseguitato nel suo Paese d'origine o di residenza".
In Italia il principio di non refoulement già trova applicazione, come ha spiegato Matteo Villa (Ispi), quindi la pronuncia non è destinata ad avere un particolare impatto. Basti pensare che tra il 2013 e il 2017, sono stati emessi 23.045 ordini di espulsione verso Paesi che possono essere considerati insicuri - come la Siria, l'Iraq, la Somalia, l'Eritrea o il Sudan - ma solo il 4% di questi ordini è stato effettivamente eseguito. Tuttavia, nonostante non sia innovativa, la sentenza merita un rilievo particolare: recenti misure in tema di immigrazione, ispirate da un clima politico ad essa avverso, rendono essenziale ribadire certi principi essenziali.
È necessario, innanzitutto, spiegare il contenuto della decisione, che interpreta una direttiva e, quindi, vincola i giudici dei Paesi Ue per i casi analoghi. Essa fa chiarezza fra disposizioni non conformi: da un lato, la direttiva 2011/95/UE, in tema di protezione internazionale, consente di revocare o negare il riconoscimento dello status di rifugiato a chi per seri motivi rappresenti un pericolo per la sicurezza dello Stato in cui si trova oppure, a causa di una sentenza definitiva per un reato di particolare gravità, costituisca un pericolo per la collettività, ma vieta che egli possa essere espulso se nel luogo di destinazione rischia di essere sottoposto a tortura o a pene e trattamenti inumani o degradanti (in conformità alla Carta dei diritti fondamentali dell'UE); dall'altro lato, la Convenzione di Ginevra invece legittima l'allontanamento anche verso Paesi non sicuri se lo straniero rappresenta un pericolo o una minaccia per lo Stato ospitante. A fronte di questa differenza normativa, la Corte ha deciso che lo straniero vada tutelato dai rischi che correrebbe tornando in patria e, pertanto, anche se ha perso lo qualifica di rifugiato, non può comunque essere espulso.
Come si accennava, nonostante la sentenza ribadisca un principio già applicato in Italia - cioè il divieto di respingimento verso Paesi in cui la vita o la libertà possano essere minacciate - essa merita di essere evidenziata. Perché in un periodo in cui l'immigrazione è oggetto, da un lato, di disposizioni che paiono andare oltre i paletti dell'ordinamento, dall'altro, di atteggiamenti politici comunque ostili, non si può avere la certezza che principi rispettati in passato continuino a esserlo anche in futuro.
Ad esempio, prima del governo in carica non si sarebbero potute immaginare norme come quelle contenute nel cosiddetto decreto sicurezza, che presentano profili di legittimità dubbia: dalla perdita della cittadinanza per lo straniero che commette determinati reati, con disparità di trattamento rispetto agli italiani, i quali non perdono la cittadinanza anche se compiono i medesimi reati; alla possibilità di espulsione, a seguito del diniego di asilo, dell'immigrato sottoposto a procedimento penale per alcune violazioni di legge, pur in assenza di una condanna definitiva e anche in pendenza di ricorso avverso la decisione della Commissione territoriale, con buona pace del principio di non colpevolezza e del diritto alla presenza in giudizio.
Ancora in tema di espulsioni, assume un significato particolare pure la previsione, sempre nel primo decreto sicurezza, di un elenco di "Paesi sicuri", da adottare con decreto del Ministro degli affari esteri, di concerto con i Ministri dell'interno e della giustizia, per velocizzare l'iter delle domande di protezione internazionale, ma anche dei respingimenti.
Come osservato dall'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (Asgi), a decidere quale Paese possa essere considerato "sicuro" "sarà di fatto la Commissione nazionale per il diritto d'asilo, che non è organo amministrativo indipendente ed è fortemente connesso per composizione e struttura organizzativa al potere politico": pertanto, il rischio è che certe valutazioni possano non essere oggettive.
Inoltre, fino a qualche tempo fa sarebbe stata impensabile una lettera come quella in cui l'ONU rimarca "il clima di ostilità e xenofobia" che il governo italiano sta creando nei confronti dei migranti con le direttive sui salvataggi in mare del Viminale e la bozza di decreto sicurezza bis, a causa di un "approccio adottato dal ministro dell'Interno" che incide "seriamente" sui diritti umani e criminalizza "le operazioni di ricerca e salvataggio" delle ONG.
Dunque, a fronte di quanto sta accadendo in tema di immigrazione - sotto il profilo normativo e non soltanto - forse appare più chiaro che lo spazio dato dai media alla sentenza può essere servito a rendere il pubblico più consapevole del principio da essa affermato e di eventuali tentativi politici di superarlo: del resto, il ministro dell'Interno ha già affermato che procederà al rimpatrio anche di coloro i quali secondo la Corte non sono rimpatriabili.
Detto questo, sul piano giuridico quale potrebbe essere in Italia la sorte di colui al quale sia stato revocato o negato lo status di rifugiato, ma che non possa essere espulso perché proveniente da uno Stato non sicuro? La pronuncia della Corte afferma che chi si trovi in questa situazione continua comunque a "godere di un certo numero di diritti previsti dalla Convenzione di Ginevra", cui la direttiva 2011/95/UE rimanda (ad esempio, il diritto di adire i tribunali e l'educazione pubblica). E poiché è necessario un titolo che attesti tale situazione e consenta la fruizione di quei diritti, è presumibile che allo straniero possa essere accordato un permesso per "protezione speciale" - della durata di un anno (rinnovabile finché dura il pericolo nel Paese di provenienza) - che viene rilasciato dalla questura quando non sia possibile concedere la protezione internazionale né procedere all'espulsione per il rischio di persecuzioni o torture in patria. Chissà se tale soluzione sarà adottata o se lo straniero non rimpatriabile resterà fra gli irregolari (che intanto continuano ad aumentare). Anche per questo motivo la sentenza è importante: per non perdere di vista la distanza che può esservi tra la realtà e il diritto.
di Elíf Shafak*
La Repubblica, 27 maggio 2019
Ho trascorso la mia infanzia in parte ad Ankara e in parte a Madrid. Spostarmi come una pendolare tra Spagna e Turchia all'inizio degli anni Ottanta fu un'esperienza bizzarra. Dopo la dittatura, la prima era tornata alla democrazia, mentre la seconda aveva appena vissuto un ennesimo colpo di Stato. Entrambi i Paesi erano ai confini estremi dell'Europa.
Né l'uno né l'altro facevano parte dell'Unione europea. Adoravo la Spagna. L'ho conosciuta e vissuta come un Paese straordinario, vivace, dalla popolazione generosa, accogliente e cordiale. Dietro la sua magnifica cultura, tuttavia, si percepiva in sottofondo l'ansia.
Ogni tanto sentivo qualcuno sostenere che sotto il regime franchista "le cose non erano andate poi così male", e che a quei tempi "quanto meno c'erano ordine e stabilità". In genere, erano gli anziani a dire queste cose, provocando nei più giovani una reazione di insofferenza. La Spagna era pronta per la democrazia. Era pronta per entrare a far parte dell'Europa.
Quanto avrei voluto che la Turchia, la mia madrepatria, facesse altrettanto. A Madrid, un giorno, mentre mi recavo a scuola, vidi i muri di una strada tappezzati di manifesti con immagini di neonati morti gettati nei bidoni della spazzatura. Ne fui paralizzata. Quelle immagini agghiaccianti erano state affisse da un'organizzazione cattolica ultraconservatrice.
Mi allontanai, ma il ricordo è rimasto dentro di me. Su uno dei manifesti c'era scritto che le femministe si erano spinte troppo oltre. Il Paese stava cambiando rapidamente, il cambiamento suscitava paure in alcune persone, e la paura faceva emergere una forte nostalgia per il passato, una nostalgia per il "vecchio ordine".
Le elezioni generali di fine aprile in Spagna ci hanno dimostrato che quella nostalgia si è fatta ancora più forte: per la prima volta da11978, un partito dell'estrema destra, Vox, ha guadagnato posizioni in modo considerevole. Allarmante è che il partito, fondato nel 2013, sia stato il movimento a più rapida crescita nel Paese. Ai nazionalisti populisti piace avere nemici immaginari, e Vox non fa eccezione alla regola. Tra i suoi nemici più importanti ci sono le femministe.
Usando parole incandescenti - con le quali dichiarano che gli uomini stanno soffrendo per mano delle "nazi-femministe" e che le femministe estremiste stanno addirittura mettendo a repentaglio il tessuto sociale - i leader del movimento propongono a più riprese di tornare al passato, a un'epoca idilliaca nella quale uomini e donne sapevano "qual era il loro posto".
I capi di Vox aspirano a una riconquista con la quale strappare il controllo del Paese dalle mani degli elementi estranei. Puntano a "riconquistare" il Paese a cominciare dall'Andalusia, e vogliono riportare in auge i valori tradizionali, incluse alcune pratiche controverse come le corride. I temi su cui Vox ha fatto campagna elettorale, riuscendo a inserirli nella politica mainstream spagnola, sono simili a quelli abbracciati dai nazionalisti populisti altrove: la lotta all'immigrazione, alla diversità, al matrimonio tra gay e ai diritti di Lgbt.
E ciò, naturalmente, si somma al loro desiderio bellicoso di tornare a un mitico e aureo passato. Tenuto conto che io sono di origini turche, la retorica misogina del movimento nazionalista populista spagnolo mi è stranamente familiare. Proprio come è riuscito a fare sotto Erdogan l'Akp, il Partito della giustizia e dello sviluppo, Vox si ripropone anche di trasformare l'attuale ministero per le pari opportunità nel ministero della famiglia.
Finora i politologi hanno dato per scontato in modo compiaciuto che esistessero parecchi Paesi nei quali il fascismo non avrebbe fatto mai più ritorno. Si riteneva che in cima a quell'elenco ci fossero Germania e Spagna: essendo già passate attraverso le atrocità del fascismo e della dittatura, sarebbero state immuni nei confronti delle false promesse dell'estrema destra.
Le elezioni generali in Spagna, invece, ci hanno già dimostrato quanto fossero sbagliate quelle supposizioni. Se è vero che i Paesi possono scivolare all'indietro e precipitare nel dispotismo, nel nazionalismo populista e nell'estremismo religioso, allora noi donne dobbiamo stare maggiormente in guardia. Perché donne e minoranze saranno le prime a perdere i loro diritti. Ovunque saranno ín ascesa il nazionalismo, il populismo e il tribalismo, vi sarà un aumento del sessismo. Di conseguenza, non è un caso se una delle prime iniziative dei nazionalisti populisti in Italia è stata l'organizzazione di una "conferenza sui diritti della famiglia".
I temi trattati sembrano tratti dallo stesso copione che Orban ed Erdogan devono aver studiato. Erdogan chiama "omicidio", l'aborto e considera il controllo delle nascite una cospirazione contro la grande nazione turca. Chiama "subnormali" le donne che non hanno figli. "Le famiglie forti danno vita a nazioni forti, e ogni membro della nazione dovrebbe mobilitarsi per raggiungere questi grandi obiettivi".
Ai nazionalisti populisti la cooperazione internazionale piace. Erdogan ha ricevuto un'accoglienza calorosa da Orban. Matteo Salvini, capo della Lega in Italia, approva Vox e ha già auspicato l'unione delle forze "nell'Europa che stiamo costruendo", ha detto. Sì, è proprio questo che stanno facendo: stanno costruendo l'Europa. Non una nuova Europa. E nemmeno una vecchia Europa, bensì un'Europa monolitica.
Se qualcuno nutrisse ancora qualche dubbio nei confronti della natura dei cambiamenti politici ai quali stiamo assistendo oggi nel mondo, dovremmo illuminarlo e fargli comprendere che la maggior parte degli scontri dei quali siamo testimoni stanno avvenendo in ambito culturale.
La nostra è un'epoca di scontri culturali, e le battaglie multiple che si stanno combattendo all'interno dei singoli Paesi, dei continenti, lacerano le società e polarizzano la politica in misura tale da alterare in modo drastico la politica mainstream. Perché nessun Paese può considerarsi immune dal ritorno dell'estrema destra.
*Traduzione di Anna Bissanti
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 27 maggio 2019
Inizierà oggi alle 14 presso la corte d'appello di Douai l'esame del ricorso di Loan Torondel, un difensore dei diritti umani francese, condannato in primo grado per diffamazione a una multa di 1500 euro (poi sospesa) e al rimborso di 500 euro per danni e 475 per spese processuali.
Nel gennaio 2018 Torondel aveva pubblicato sul suo profilo Twitter la foto di un migrante e di due agenti di polizia intenzionati a sequestrare un sacco a pelo nonostante la temperatura rigida. Nel testo, ironico, Torondel proponeva un dialogo immaginario tra uno degli agenti e il migrante: "Ma fa due gradi!, "Forse, signore, ma noi siamo la Nazione francese", rifacendo il verso a un'affermazione simile del presidente Macron.
All'epoca Torondel faceva il volontario nel gruppo "L'albergo dei migranti" a Calais. Se la condanna sarà confermata, si tratterà di un pericoloso precedente che stabilirà il principio che chi agisce con umanità e compassione deve pagare (concretamente) un prezzo: lo stesso principio che era comparso in una prima bozza del cosiddetto "decreto sicurezza bis" proposto dal ministro dell'Interno italiano. Come dimostra l'altra vicenda di un volontario francese raccontata pochi giorni fa in questo blog, sono sempre più frequenti, in Francia e non solo, i casi di persone che praticano la solidarietà alle quali lo stato risponde con multe e carcere.
La Stampa, 27 maggio 2019
Hanno 30 giorni per presentare l'appello. È la prima condanna del genere nei confronti di foreign fighter d'oltralpe. Tre francesi accusati di appartenere all'Isis, arrestati in Siria lo scorso febbraio, sono stati condannati a morte da un tribunale iracheno. Lo riferiscono fonti giudiziarie ad al Jazeera. Si tratta della prima condanna del genere per dei foreign fighter francesi.
I tre hanno 30 giorni per presentare appello. Nel febbraio scorso, l'Iraq ha ricevuto 85 jihadisti dell'Isis di nazionalità francese che si sono arresi in Siria. La consegna all'Iraq dei jihadisti arresisi in Siria fa parte dell'accordo raggiunto a inizio mese tra il governo di Baghdad e quello di Parigi. Durante la sua visita nella capitale francese a inizio anno, il presidente iracheno Barham Salih aveva assicurato alla Francia che questi jihadisti non saranno rimpatriati ma che saranno processati e giustiziati nel Paese mediorientale. In Iraq è prevista la pena di morte per impiccagione. Lo scorso anno, la francese Melina Boughedir, 28 anni, era stata condannata all'ergastolo.
di Sergio Segio
Vita, 26 maggio 2019
La notizia di oggi è che Amazon aprirà due "poli di servizio" in altrettante carceri italiane (Torino e Roma-Rebibbia) con l'impiego di alcuni detenuti come magazzinieri e addetti alla logistica. A dire il vero, il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria ha subito smentito l'annuncio fatto dal direttore dell'istituto piemontese, ma forse solo per la sua intempestività, dato che la firma dell'accordo è (o era) prevista per il 30 maggio.
lecceprima.it, 26 maggio 2019
Il 32enne di Lizzanello trovato morto in cella, aveva assunto i medicinali adeguati, considerando la sua instabilità psichica? Si è svolta in giornata l'autopsia sul corpo di Matteo Luca Tundo, il 32enne di Lizzanello trovato morto in una cella d'isolamento del carcere di Borgo San Nicola, a Lecce, dov'era stato confinato in seguito all'arresto eseguito dai carabinieri per via di un'evasione dai domiciliari. A eseguirla è stato lo specialista Roberto Vaglio, designato dal pubblico ministero Giovanni Gallone, alla presenza della consulente incaricata dalla famiglia, il medico legale Sara Sablone.
Il decesso, stando alle prime constatazioni, sarebbe compatibile con il suicidio provocato da impiccagione. Il giovane si sarebbe procurato la morte usando alcune lenzuola e creando così una sorta di rudimentale corda. Ma non è questo l'aspetto più rilevante.
La famiglia, rappresentata dall'avvocato Roberto De Matteis - una denuncia è stata presentata dalla madre - intende capire se Matteo abbia ricevuto o meno un trattamento terapeutico. L'avrebbe indicato senza indugio la stessa madre, al momento dell'ingresso in carcere del figlio, tanto da proporsi di lasciare alcuni medicinali, per stabilizzare le condizioni del giovane; cosa impossibile, senza una prescrizione medica.
Considerando il probabile lo stato d'astinenza da cocaina (sembra che la fuga stessa, usando l'auto della madre, sia stata alimentata proprio dalla ricerca della sostanza), l'instabilità psichica e quanto rilevato dal 118 al momento dell'arresto eseguito dai carabinieri dopo un inseguimento, un forte stato d'ansia e vertigini, per la famiglia un trattamento sarebbe stato più che auspicabile: un dovere. Ma per avere un quadro preciso, bisognerà attendere l'esito delle analisi e il deposito di una relazione.
Il decesso risale alle 22 circa del 23 maggio. Inutile l'intervento degli agenti di polizia penitenziaria e dei medici del 118, arrivati in carcere per soccorrerlo. Vano ogni tentativo di rianimazione. E quello del giovane salentino, è stato solo l'ultimo caso in ordine di tempo, nelle carceri pugliesi.
"Un bilancio che lascia amarezza e perplessità in un quadro sempre più drammatico", ha commentato ieri Domenico Mastrulli, segretario nazionale della federazione sindacale del Cosp. "La polizia penitenziaria, il cui organico è ormai allo stremo, paga il prezzo più alto in termini di carichi di lavoro dovuti all'incremento dei servizi di controllo delle postazioni in rapporto all'elevato numero di reclusi da sorvegliare per garantire la sicurezza di tutti".
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