di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 maggio 2019
Il Garante nazionale dei detenuti ricorda che la misura di sicurezza risale al Codice Rocco. Visita a sorpresa nel carcere di Tolmezzo da parte del Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma per una verifica di un episodio specifico, dopo una importante segnalazione, sia per visitare in particolare il settore degli internati al 41bis, che recentemente avevano posto alla sua attenzione il problema della assoluta carenza di lavoro, in una sezione che dovrebbe configurarsi come casa di lavoro. Una criticità che Il Dubbio ha affrontato più volte.
Il problema del lavoro riguarda anche i detenuti: c'era stato un cospicuo taglio dei fondi per il pagamento dei compensi a coloro che lavorano e la riduzione delle ore lavorative per gli addetti alla cucina, i detenuti impegnati nella distribuzione del cibo, nelle pulizie e nella manutenzione dei fabbricati. Un carcere che teoricamente, ricordiamo, è anche una "casa lavoro" per gli otto internati trasferiti proprio in quell'istituto penitenziario perché c'è una serra. Ma da mesi che non è in funzione. Gli otto internati avevano anche intrapreso uno sciopero della fame, ma sono poi stati costretti a riprendere a mangiare perché rischiavano la vita.
Il Garante, raggiunto da Il Dubbio, ha fatto sapere che proprio il giorno prima della sua visita sono arrivati i fondi per sistemare la serra, circa 54mila euro, e anche altri soldi per pagare la mercede ai detenuti che fanno i lavori interni al carcere, quelli non professionalizzanti. Quindi, teoricamente, gli internati potrebbero a breve ricominciare a lavorare, anche se due di loro non sono in condizione fisiche di farlo.
Quindi tutto bene ciò che finisce bene? Nient'affatto. Rimane ancora il problema di come conciliare l'internato con la condizione del 41 bis. Come poi si possa conciliare la funzione che la legge assegna alla Casa di lavoro e la sua funzione di facilitazione nel rientro sociale con la previsione di internamento in regime speciale del 41 bis, risulta assolutamente non chiaro al Garante nazionale Mauro Palma che intravede in tale previsione il rischio di un mero prolungamento della situazione detentiva speciale per motivi di sicurezza.
Inoltre, la Casa di lavoro dovrebbe essere luogo ben distinto e distinguibile dal normale Istituto di detenzione: molto difficile che lo sia quando si tratti di una sezione di una Casa circondariale (come il caso di Tolmezzo) o di reclusione. Ricordiamo che proprio a Tolmezzo sono stati ospitati Salvatore Bizzi, Massimo Carminati e Roberto Spada, quest'ultimo ancora detenuto nell'istituto friulano.
Il poco lavoro è un problema sicuramente enorme, visto che toglie al magistrato lo strumento per valutare o meno la fine della misura di sicurezza nei confronti di una persona che ha comunque già finito, da tempo, di scontare la pena.
Però il problema a monte è la mancata rivisitazione della norma prevista dal codice Rocco per quanto riguarda la figura stessa dell'internato. "Se non si riesce ancora a ripensare totalmente il doppio binario - si legge infatti nel rapporto del Garante nazionale del 2018 - se si continua a privare della libertà non in base al principio di stretta legalità sintetizzato nel quia prohibitum, né da quello sostanzialista del quia peccatum bensì da un principio, discrezionale e neutralizzante sintetizzato nel ne peccetur ; se ancora non si è in grado di mutare tutto ciò, forse il tempo è ormai urgente per ripensare le forme in cui tutto ciò si realizza affinché almeno le parole ritrovino il loro significato".
controluce.it, 25 maggio 2019
"Con docenti e detenuti il mio impegno a tutela di un sacrosanto diritto costituzionale". "È stata un'esperienza molto toccante, conclusa con il mio impegno ufficiale a fare in modo che a questi ragazzi venga garantito pieno diritto allo studio. Di fronte a me, nel teatro di Rebibbia, i docenti e oltre 120 studenti del corso di informatica dell'IISS "J. Von Neumann" di Roma, che studiano presso la sede carceraria. Per l'occasione, la professoressa Barbara Battista e gli altri colleghi hanno messo in evidenza le straordinarie attitudini degli alunni detenuti, frutto di quel percorso di rieducazione del condannato sancito dall'articolo 27 della Costituzione".
Lo dichiara Eleonora Mattia, presidente della IX Commissione consiliare del Lazio Diritto allo studio, a commento della partecipazione all'incontro sulla pace che si è tenuto presso il Teatro di Rebibbia, al Nuovo complesso della Casa Circondariale "Raffaele Cinotti", con la premiazione di Madi Ferrucci, Flavia Grossi e Roberto Persia quali vincitori del premio Morrione 2018, per il giornalismo d'inchiesta rivolto a giovani under 30.
"Una scuola - aggiunge la Mattia - che a Rebibbia esiste dal 1989 e quest'anno ha avuto un numero di iscritti di ben 425 unità, a fronte delle quali sono state però concesse classi per soli 270 studenti, impedendo così a 155 detenuti di frequentare, privandoli di un diritto sancito dalla Costituzione. Credo sia urgente ragionare con l'Ufficio scolastico regionale sulla particolarità di questa scuola che, per ovvi motivi, non può essere assoggettata alle medesime regole e agli stessi indici di un qualunque istituto del Lazio, perché i fattori che determinano l'iscrizione ad una classe anziché ad un'altra non sono legati esclusivamente alla data di nascita dello studente ma anche, e soprattutto, vincolati al genere, agli interessi e al reparto di assegnazione". "Sono certa - auspica la Mattia - che, insieme all'Usr, troveremo una soluzione che tenga conto dell'esigenza dello Stato di fare economia ma non perda mai di vista il diritto primario allo studio e alla rieducazione che abbiamo il dovere di garantire a tutti i detenuti".
Redattore Sociale, 25 maggio 2019
È la richiesta avanzata dal garante toscano dei detenuti Franco Corleone: "Trent'anni di attività teatrale della Compagnia della Fortezza nel carcere di Volterra meritano la realizzazione di un teatro". "Costruiamo un teatro nel carcere di Volterra".
È la petizione lanciata su change.org dal garante dei detenuti della Toscana Franco Corleone per chiedere nuove attività culturali nel penitenziario in provincia di Pisa. "Trent'anni di attività teatrale della Compagnia della Fortezza nel carcere di Volterra meritano la realizzazione di un teatro - è scritto nella petizione.
L'impegno di quanti da anni si battono perché finalmente siano create le condizioni strutturali per svolgere con pienezza tutte le attività che concernono lo svolgimento del lavoro teatrale, ha portato allo stanziamento di un finanziamento specifico da parte del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, ma i diversi progetti che sono stati presentati hanno trovato il parere avverso delle autorità competenti. Noi chiediamo che sia trovata una soluzione che risponda a tutte le esigenze presenti affinché sia finalmente reso possibile lo sviluppo di tutte le potenzialità che l'attività teatrale nella Casa di reclusione di Volterra contiene".
"Occorre aver chiaro un fatto - continua il testo della petizione - Nell'esperienza di alto valore artistico che è stata costruita c'è un lavoro professionale che ha permesso a tanti detenuti di acquisire competenze tecniche e avere un'occupazione. Questo lavoro si è sviluppato con enorme fatica in locali di fortuna del tutto inadeguati (una cella di tre metri per nove) e gli spettacoli interni alla fortezza hanno potuto svolgersi teatralizzando cortili dell'aria e altri ambienti di servizio.
Coloro che hanno presente la complessità del lavoro teatrale sanno dell'importanza di poter disporre, oltre che di passione ed energia, anche delle condizioni e degli spazi appropriati che l'attività teatrale richiede per la sua preparazione come per la sua fruizione. Ma un altro fatto è importante: la lunga esperienza della Compagnia della Fortezza nel carcere di Volterra, sviluppata a partire dal 1988, ha modificato geneticamente un carcere che in passato era noto per la sua durezza e il suo isolamento.
Ha attraversato lo spazio della pena, la sua struttura e le sue funzioni, i suoi linguaggi e le sue relazioni, ha costruito ponti con la società esterna, ha realizzato una metodologia di lavoro teatrale apprezzata e studiata a livello internazionale. Ma ora occorre trasformare ancora, superare i limiti in cui la pratica artistica si è potuta svolgere, per raggiungere nuovi risultati con i detenuti e con la società". A firmare la petizione insieme a Corleone anche Corrado Marcetti e Grazia Zuffa.
winenews.it, 25 maggio 2019
La cucina si conferma come strumento in grado di raccontare percorsi di vita e costruire nuove speranze. Da qualche mese, nella casa circondariale di Bollate, una decina di detenute sono impegnate a scrivere, parlare, preparare i piatti della loro vita, che ricordano gli incontri in famiglia, ma anche più semplicemente, dei piatti per rendere un po' meno pesante la loro reclusione: una chiacchierata che ha dato vita al primo libro di ricette "Cucinare al fresco". L'iniziativa rientra in un percorso più ampio che si concretizza in una collana di libri di cucina, un'idea partita dalla casa circondariale di Como e ora approdata a Bollate e a Varese, in procinto di "partire" anche a Opera e a Brescia. Il ricettario è quindi una sperimentazione di idee, odori e sapori messi insieme dalle detenute che, attraverso mille conflittualità e tanta voglia di riprovarci, hanno accettato la sfida di scrivere una parte di loro con una ricetta. Proprio con il cibo, questo percorso ha portato a un risultato e anche la cucina si è confermata uno strumento per accomunare i mille volti del mondo.
L'iniziativa ha trovato spazio negli Istituti a seguito di qualche chiacchierata condivisa con i detenuti, che hanno manifestato quanto sia importante per loro cucinare e condividere ogni piatto con i concellini, che rappresentano una sorta di famiglia e di momento di confronto. Da qui la voglia di impegnarsi per "fare qualcosa di buono", sia in cucina che nella vita. Parole, sapori, profumi, ingredienti sono il "sale della vita", fattori in grado di unire e di sviluppare nuove sensazioni e nuovi bisogni come quello di raccontarsi. Si tratta di una sorta di esperienza di conoscenza e di esternazione dei sentimenti in chiave enogastronomica. Dagli ingredienti del carrello, a quelli della spesa, passando da quanto entra dall'esterno, il ricettario è un percorso di vita e di speranza. La cucina, la preparazione di un piatto è un linguaggio che ha accomunato i detenuti del carcere. L'intero ricavato dalla vendita del libro sarà reinvestito per nuovi ricettari e per la realizzazione di un periodico dedicato alla cucina.
"Il libro - raccontano le detenute del corso - è una memoria gustosa fatta di profumi e di sentimenti che si provano ai fornelli dietro alle sbarre. Sono una raccolta di idee e di sensazioni, di esperienze e di idee che si vivono quotidianamente. Vogliamo spiegare come cuciniamo in cella con i pochi strumenti che abbiamo, ma, nel frattempo, raccontiamo un'avventura, un'ispirazione, un ricordo. Attraverso un linguaggio semplice portiamo in tavola un sorriso".
di Marina Catucci
Il Manifesto, 25 maggio 2019
Sono 17 i capi d'accusa sulla base dell'Espionage Act, mai usato contro un giornalista. Nel mirino di Washington i documenti e i file sui crimini commessi contro i civili iracheni che WikiLeaks pubblicò. Julian Assange è stato incriminato negli Stati uniti sulla base dell'Espionage Act e rischia dieci anni di carcere per ognuno dei 17 capi di accusa che gli sono stati affibbiati dal Dipartimento di Giustizia Usa per avere cospirato al fine di ottenere e pubblicare informazioni classificate con la collaborazione attiva dell'ex analista dell'intelligence militare Chelsea Manning.
"Le azioni di Assange hanno messo seriamente a rischio la sicurezza nazionale degli Stati uniti e portato benefici ai nostri avversari - si legge nei documenti depositati dal Doj - Assange, Wikileaks e Manning hanno condiviso l'obiettivo comune di sovvertire le restrizioni legali sulle informazioni riservate". Per gli Usa Assange sapeva che Chelsea Manning gli stava fornendo illegalmente dei documenti riservati riguardanti informazioni sulla difesa nazionale degli Stati uniti, e, pubblicando su WikiLeaks i nomi delle fonti, avrebbe creato "un grave e imminente rischio per delle vite umane". Le nuove accuse fanno parte di una più vasta mossa legale dell'amministrazione Trump che ha alzato significativamente la posta in gioco nel caso legale contro Assange, che a Londra sta combattendo contro un procedimento di estradizione sulla base delle accuse di hacking da parte dei procuratori federali del Nord Virginia, gli stessi che hanno incarcerato due volte Chelsea Manning per essersi rifiutata di testimoniare contro Assange e WikiLeaks davanti a un gran giuri.
L'ultima svolta di una carriera in cui Assange è passato da crociato per la trasparenza radicale dell'informazione a braccato da un'indagine svedese per aggressione sessuale, a strumento delle interferenze elettorali russe nelle elezioni Usa del 2016, fino a imputato criminale negli Stati uniti. Anche se non è un giornalista convenzionale, molto di ciò che ha fatto su Wikileaks è difficilmente distinguibile in modo giuridicamente significativo da quello che fanno le organizzazioni giornalistiche tradizionali. Per cui, come ha fatto notare l'organizzazione giornalistica tradizionale per antonomasia, il New York Times, è la prima volta che l'Espionage Act è usato per incriminare un giornalista.
Dello stesso parere del Nyt è anche Aclu, l'associazione statunitense per la difesa delle libertà civili, che da quando Trump è alla Casa bianca ha visto moltiplicate esponenzialmente le cause per cui deve battersi. "Per la prima volta nella storia del nostro Paese - ha scritto su Twitter Ben Wizner, direttore di Aclu - il governo ha intentato accuse penali contro un editore a causa della pubblicazione di informazioni vere. Questo stabilisce un pericoloso precedente che potrà essere usato per colpire tutte le organizzazioni giornalistiche ritenute responsabili dal governo".
Il caso per cui Assange ha ricevuto i 17 capi di accusa non ha nulla a che fare con le interferenze elettorali di Mosca nel 2016, quando WikiLeaks pubblicò le email del comitato democratico che la Russia avrebbe rubato per aiutare l'elezione di Trump, ma è tutta rivolta al ruolo di Assange nella pubblicazione di centinaia di migliaia di documenti e file militari del Dipartimento di Stato forniti da Manning e riguardanti i crimini americani contro civili iracheni. I funzionari del Dipartimento di Giustizia che hanno incriminato Assange a distanza di quasi dieci anni da quella pubblicazione non hanno spiegato perché abbiano deciso di usare l'Espionage Act, passo che era stato discusso anche dall'amministrazione Obama ma che non era stato intrapreso proprio a causa del primo emendamento e delle implicazioni con la censura giornalistica.
di Daniele Salvini
Il Manifesto, 25 maggio 2019
Gli Usa lamentano un danno alla sicurezza nazionale e vogliono segnare un precedente, intervenendo dove e su chiunque disturbi le loro attività militari. Le nuove accuse degli Usa, per le quali Assange rischia 175 anni di carcere, sono basate sull'Espionage Act, un legge della prima guerra mondiale, creata nel 1917, per perseguitare i traditori che rilasciano informazioni riservate. Rispolverata prima dall'amministrazione Bush e poi in crescendo da Obama e Trump, è la prima volta che viene usata per incriminare un giornalista, neanche americano. La legge riguarda lo spionaggio e non riconosce il ruolo del giornalista nell'informare per l'interesse pubblico, oggetto del primo emendamento della costituzione Usa.
L'Espionage Act viene usato come test e potrebbe non sopravvivere lo scrutinio della corte suprema se usata contro un giornalista, ma questo in democrazia e non in una società militarizzata. Con la richiesta di estradizione, la war zone americana si è allargata fino all'Europa. La libertà d'informazione è una delle sue prime vittime e la guerra colpisce oggi i whistleblower. Assange non è il solo. Mentre viene trasportato di peso fuori dall'ambasciata dell'Ecuador, proprio in Ecuadro viene arrestato Ola Bini. È uno sviluppatore svedese di software libero e un attivista dei diritti civili. Non è formalmente imputato ma il governo dichiara che è stato arrestato per sospetta partecipazione al crimine di assalto all'integrità di un sistema informatico. Viveva a Quito da sei anni.
Ola Bini è amico di Julian Assange. Il quotidiano svedese Aftonbladet pubblica una lettera aperta di Noam Chomsky, Yanis Varoufakis, Arundhati Roy e Brian Eno che chiede al governo svedese di intervenire per la sua liberazione. Il sito freeolabini.org ospita le firme di solidarietà e le sue lettere dal carcere. Il 10 maggio viene rilasciata Chelsea Manning, prima di essere nuovamente incarcerata il 15 maggio. L'analista che ha denunciato nel 2010, usando WikiLeaks, i crimini di guerra americani in Afghanistan e che ha scontato sette anni di carcere militare durante i quali è stata torturata, come dichiara Amnesty International. Aveva ricevuto clemenza dal presidente uscente Barack Obama ma era nuovamente in prigionia da due mesi in Virginia per il suo rifiuto a testimoniare davanti a un gran giurì proprio sul caso WikiLeaks.
La sua scarcerazione è dovuta allo scioglimento del gran giurì, ma uno nuovo si è già formato notificandole un secondo mandato di comparizione con scadenza il 16 maggio e rifiutando di testimoniare è tornata in carcere con l'aggiunta di una multa di 500 dollari per ogni giorno dopo i primi 30 giorni, che aumenterà a mille dopo due mesi. Chelsea afferma di non voler contribuire all'abuso che il processo e la segretezza del grand giurì rappresenta: "Ho la scelta tra tornare in prigione o tradire i miei principi. La seconda ipotesi rappresenta una prigione ben peggiore di quella che il governo mi può costruire". Assange è stato condannato a 50 settimane di carcere in Inghilterra per non essersi presentato alla polizia nel 2012 per rispondere alle richieste svedesi sulle accuse di stupro, rifugiandosi invece nell'ambasciata ecuadoriana.
Il 9 maggio, ancora in Virginia, è stato arrestato sempre via Espionage Act, Daniel Hale, 31 anni ed ex analista dei servizi, per aver fornito informazioni classificate sull'uso dei droni da guerra ai giornalisti di The Intercept, sito di giornalismo investigativo cofondato da Glenn Greenwald, il giornalista che ha rivelato il programma di sorveglianza globale di Uk e Usa, tramite i documenti forniti da Snowden e con l'aiuto di WikiLeaks. Il 13 maggio è stata riaperta in Svezia l'inchiesta sull'accusa di violenza sessuale che grava su Assange del 2010.
Il magistrato ha dichiarato che la nuova circostanza, la detenzione inglese, ora permette di chiedere l'estradizione in Svezia e l'interrogatorio è richiesto per completare l'inchiesta che era stata chiusa nel 2017. Se Assange darà il consenso, dichiarano le autorità svedesi, potrebbe avvenire nella prigione inglese.
WikiLeaks dichiara che sarà l'occasione per Assange di pulire il suo nome. Sarà un giudice inglese a decidere a quale richiesta di estradizione dare precedenza, Svezia o Usa, nell'irrisolto contesto della Brexit. Gli Usa stanno dando un chiaro monito a whisteblower e giornalisti. La guerra in corso li spinge alla criminalizzazione degli strumenti crittografici e alla censura, ma chiedere l'estradizione di un giornalista straniero in relazione alla divulgazione tramite WikiLeaks di oltre 1 milione di informazioni militari e documenti diplomatici è essenzialmente una richiesta per giornalismo scomodo che segna un precedente pericoloso. Julian Assange viene difeso da Baltasar Garzòn, il giudice spagnolo scelto da WikiLeaks, ricordato per aver tentato di arrestare Pinochet e di interrogare Kissinger sul caso Condor. Le attuali accuse da parte Usa non riguardano il caso delle email dell'allora segretario di Stato Hillary Clinton, trafugate dai servizi russi e divulgate tramite WikiLeaks che hanno avvantaggiato Trump, ma sono confinate alla divulgazione dei crimini di guerra segnalati da Chelsea Manning nel 2010. Il caso Assange riguarda la libertà di stampa e diritti umani. L'amministrazione Trump, pur correndo il rischio di riportare l'attenzione sulle scorse elezioni presidenziali, sta colpendo entrambi i diritti.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 25 maggio 2019
É morto Thomas Silverstein, condannato all'ergastolo, dal 1983 non ha avuto contatti con nessun essere umano. Il "buco" è una gabbia di 18 metri quadrati del carcere di massima sicurezza di Leavenworth (Kansas city); all'interno una branda, il water, il lavandino e una piccola scrivania, al soffitto, attaccate alle barre di acciaio, le luci, abbacinanti, in funzione 24 ore su 24. Per trentasei anni il "buco" è stato l'unico orizzonte di Thomas Silverstein, condannato all'ergastolo per due omicidi e sepolto vivo nella Special Housing Unit, una "prigione nella prigione" come viene chiamata dai detenuti. Trentasei anni senza avere nessun contatto umano e sotto la continua sorveglianza delle guardie carcerarie.
"Avete presente il suono snervante dell'acqua che gocciola da un rubinetto nella notte? Qui la vita è così, la senti gocciolare impietosa assieme ai minuti, alle ore, ai giorni, alle settimane, agli anni, tutto gocciola, senza fine e senza sollievo", scrisse qualche anno fa Silverstein in un articolo inviato al giornalista Pete Earley, un freelance autore di importanti inchieste per il Washington Post e il New York Times e soprattutto di The Hot House: Life Inside Leavenworth Prison il libro in cui racconta l'esistenza distopica del prigioniero Silverstein, sepolto vivo dal 1983 da Norman A. Carlson, il direttore nazionale del Bureau of Prisonsn (Bop) ma mai del tutto piegato nello spirito.
Ha avuto una gioventù balorda Thomas Silvertein, nato nel 1952 a Long Beach (California) da una famiglia piccolo borghese ma molto turbolenta, a 14 anni è già dipendente dall'eroina e ha già conosciuto il riformatorio, e la vita è tutto un susseguirsi di espedienti, con i piccoli furti, lo spaccio, i primi pestaggi da parte della polizia. A 23 anni viene arrestato per una rapina a mano armata che compie assieme allo zio e viene condannato a 15 anni da scontare nel penitenziario federale di San Quintino. Tra le sbarre Silverstein scopre la "politica", si unisce alla Fratellanza Ariana un gruppo suprematista radicale in guerra permanente con le gang afroamericane che spadroneggiano nel carcere.
Nel 1979 viene accusato e condannato all'ergastolo per l'uccisione di un detenuto nero, un delitto che non ha mai commesso come emergerà da indagini più accurate quando ormai era troppo tardi. Troppo tardi perché Silverstein nel frattempo è diventato un vero assassino e nel 1981 uccide a coltellate Robert Chappell, membro di una gang che lo aveva più volte minacciato. Appena due anni dopo la furia di Silverstein si riversa sulla guardia carceraria Merle Clutts che poi accuserà di continue vessazioni. Quest'ultimo omicidio colpisce molto l'opinione pubblica, i tabloid più popolari lo sbattono in prima pagina e lo descrivono come un mostro, una specie di Hannibal Lecter ante litteram. È il 1983 e il Bop decide di metterlo in isolamento totale, prima nel carcere di Atlanta, poi in quello di Marion, infine a Leavenworth, nel "buco", ribattezzato dai media con fatuo sadismo The Silverstein's suite.
Nel corso del tempo ha ottenuto qualche "privilegio", come una tv in bianco e nero, dei fogli e dei colori per disegnare, libri (inizialmente poteva consultare solo la Bibbia): "Se non ti fanno delle concessioni poi non hanno nulla da toglierti, anche questo fa parte della strategia di controllo", spiega Earley. L'isolamento di Silverstein si è interrotto due volte, la prima, paradossale per un convinto sostenitore del "white power", durante una rivolta capeggiata da una gang cubana che lo libera per tre giorni, la seconda per un'infezione ai denti in cui viene trasferito nell'ospedale della prigione incatenato con gli schiavettoni e scortato da 15 secondini (sic).
Negli ultimi anni di detenzione si è appacificato, ha abbandonato la Fratellanza, ha praticato lo yoga, ha realizzato centinaia di disegni, e soprattutto ha messo a fuoco la sua condizione di esilio esistenziale: "È più umano essere uccisi dal boia che la tortura che ho subito, ma non sono diventato pazzo, ho resistito e oggi non provo più rabbia", ha detto nella sua ultima intervista. Thomas Silverstein si è spento la scorsa settimana a 67 anni per un improvviso attacco cardiaco, verrà ricordato per il più lungo isolamento carcerario della storia americana.
La Repubblica, 25 maggio 2019
Almeno 30 detenuti sono morti in scontri con la polizia in un carcere in Venezuela. Quattordici poliziotti sono rimasti feriti negli scontri, avvenuti ad Acarigua, nell'ovest del Paese. A fornire le cifre è stato il direttore dell'ong "Una ventana de libertad", che si occupa di difendere i diritti dei prigionieri, Carlos Nieto. La sparatoria, riferisce il quotidiano "El Nacional", sarebbe iniziata alle 10 della mattina nel Centro di reclusione preventiva di un commissariato nello stato settentrionale di Portuguesa. Per sedare il tentativo di insurrezione sarebbero accorsi sul posto funzionari della Polizia nazionale bolivariana, del Comando nazionale anti-estorsioni e sequestro e della Polizia dello stato Portuguesa.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 25 maggio 2019
Dal 2013 l'isola di Manus, appartenente allo stato di Papua Nuova Guinea, è utilizzata dall'Australia come "parcheggio" di richiedenti asilo: le politiche di esternalizzazione della gestione delle domande d'asilo prevedono infatti che le persone dirette via mare verso l'Australia per chiedere protezione vengano trasferite in luoghi remoti (un altro è l'isola di Nauru) dove rimangono spesso a tempo indeterminato. La situazione a Manus è drammatica: l'80 per cento dei richiedenti asilo presenta acuti problemi di salute mentale. I tentativi di suicidio (12 dei quali portati a termine dal 2013) sono frequenti e hanno conosciuto un'impennata negli ultimi giorni: dal 19 maggio altre 12 persone hanno cercato di togliersi la vita e almeno cinque sono state ricoverate in ospedale.
Un anno e mezzo fa il governo australiano ha sospeso le terapie per le vittime di traumi e torture. Il primo ministro Scott Morrison, fresco vincitore delle elezioni, ha annunciato l'abolizione del "Medevac bill", la legge sull'evacuazione medica entrata in vigore appena tre mesi fa, che prevede il trasferimento in Australia dei richiedenti asilo di Manus e Nauru che hanno urgente bisogno di cure mediche.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 maggio 2019
I dati emergono dall'ultimo rapporto di Antigone. Il fenomeno della radicalizzazione in carcere c'è, ma non allarmante tanto da giustificare l'erosione dei diritti. Questo si evince da un capitolo dell'ultimo rapporto di Antigone sulle condizioni del carcere. I numeri di cui dispone Antigone rendono conto di un fenomeno in lieve diminuzione rispetto all'anno scorso e con valori assoluti contenuti.
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