di Gianni Beraldo
varese7press.it, 30 maggio 2019
L'anno prossimo compirà dieci anni, il concorso artistico e letterario riservato a detenuti "ospiti" negli istituti penitenziari della Lombardia. Un concorso nato proprio a Varese, coinvolgendo dapprima i detenuti del "Miogni" poi, sull'onda del successo ottenuto, coinvolgendo a tutte gli altri istituti penitenziari della Regione.
Una bella e lodevole iniziativa a carattere sociale dalla grande rilevanza anche sotto il profilo umano. Progetto rieducativo nato con il contributo di varie realtà, dalla Fondazione La Sorgente ad Auser, dall'Enaip alla Cooperativa lotta contro l'emarginazione, dall'Associazione assistenti carcerari San Vittore Martire di Varese all'associazione L'Oblò, alle Acli, alla Consulta Interassociativa femminile di Milano.
Questa sera il salone Estense di Varese ha ospitato le opere finaliste consegnando i vari premi a referenti delle varie associazioni a nome dei detenuti finalisti, almeno per quelli detenuti in carcere fuori dal circondario varesino. Presenti invece alcuni detenuti del carcere Miogni (ovviamente accompagnati da agenti polizia penitenziaria), emozionati per tanto clamore mediatico. Per l'amministrazione comunale vi erano l'assessore Roberto Molinari e il sindaco davide Galimberti.
Molto belle le opere partecipanti, con dipinti e spunti letterari di notevole interesse tutte che inevitabilmente richiamano a quella libertà ma anche a sensi di colpa troppo spesso repressi e soffocate all'interno delle mura carcerarie, ma con la speranza di rifarsi una vita. Arte e letteratura in tal senso aiuta a liberarsi dalla malinconia infondendo speranza e coraggio. Insomma un'altra chance che a tutti loro deve essere concessa perché giusto sia così.
Tutto questo emerge forte e prepotentemente dai loro elaborati, con riflessioni ad alta voce che urlano al mondo che loro sono vivi e non bisogna dimenticarli. Cerimonia di premiazione intervallata da alcuni brani musicali magnificamente interpretati dalla cantante Gaia Galimberti e dall'ottimo chitarrista Fabrizio Buzzi dei Licei Manzoni. Chi certamente di loro non si dimentica la direttrice del carcere varesino, la dottoressa Carla Santandrea insediatasi lo scorso mese di febbraio sostituendo Giancarlo Mongelli, ora direttore al carcere di Bollate oggi presente a ritirare un premio per un "suo" detenuto.
La nuova direttrice del Miogni nonostante la ancora giovane età ha ben 25 anni di esperienza alle spalle, avendo diretto tra gli altri l'Istituto penitenziario di Como e quello "tosto" San Vittore di Milano in veste di vice direttrice "Esistono uomini liberi e uomini privati della libertà ma quello che conta é la parola uomo-dice la direttrice varesina- Ogni loro lavoro esprime uno stato d'animo particolare. Sono tutte persone che comunque possiedono delle doti particolari che noi aiutiamo a fare emergere. Ovviamente dipende dal tipo di soggetto che si trova in carcere". Un mestiere difficile e complicato quello della direttrice di un istituto di pena, insieme a quello di tutto lo staff "qui a Varese ho trovato del personale molto preparato e competente, una vera e piacevole sorpresa, sulla struttura invece vi é da lavorare". La direttrice Santandrea evidenzia come sarebbe opportuno evidenziare attraverso i media la figura altamente professionale della polizia giudiziaria, dei loro sacrifici così come pure delle loro notevoli capacità e professionalità, utile nel sapersi confrontare al meglio con la popolazione carceraria, un microcosmo composto da soggetti diversi provenienti spesso anche da Paesi diversi con tutte le loro mille complessità no facili da gestire, anzi molto difficile diremmo.
Insomma, oggi la giusta vetrina é stata giustamente per quei detenuti che vogliono rivalersi di una condotta immorale che li ha portati in carcere, cercando un' altra via di fuga: quella dell'arte e della cultura più in generale. Ma non dimentichiamoci di chi si adopera quotidianamente perché tutto questo si possa realizzare senza problemi.
arezzoweb.it, 30 maggio 2019
Sarà la Casa Circondariale di Arezzo ad ospitare, giovedì 6 giugno alle ore 17:00, il concerto di apertura del tour estivo dell'Orchestra Multietnica di Arezzo dal titolo emblematico: "Culture contro la paura". Il concerto è uno tra gli eventi della Festa della Musica organizzati dal Mibact, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e rientra fra le attività ricreative e culturali per la rieducazione dei detenuti della Casa Circondariale. Sarà inoltre l'occasione per la formazione aretina di continuare il dialogo, intessuto con la straordinaria potenza del linguaggio musicale, con quella parte di umanità che ha temporaneamente perduto la propria libertà.
Così come avvenuto in precedenti occasioni presso la Casa Circondariale di Arezzo diretta dal Dott. Paolo Basco, istituzione aperta al valore della multiculturalità, e più recentemente all'interno de La Dogaia, la Casa Circondariale di Prato, il concerto sarà molto più di un'occasione di svago per i detenuti, sarà una vera e propria finestra aperta su un confronto che non deve interrompersi tra il "dentro" e il "fuori", tra "prigionia" e "libertà", sul dibattito in merito alla detenzione e su una convivenza possibile immagine di futuro che non deve appartenere all'utopia.
"La nostra presenza all'interno della Casa Circondariale di Arezzo segna il nostro impegno per la realizzazione di un tour dove non suoneremo "solo canzonette", parafrasando lo storico album di Edoardo Bennato, ma porteremo sul palcoscenico, con i nostri musicisti provenienti da 13 differenti nazioni, un alto valore umano, civile e sociale - dichiara Luca "Roccia" Baldini, presidente dell'Oma. Un valore costruito anche insieme ai tanti ospiti che in questi dodici anni di concerti ci hanno accompagnato sulle piazze e nei teatri, a partire dagli ultimi in ordine di tempo: Dente, Alessandro Fiori, Paolo Benvegnù, Ginevra Di Marco e Dario Brunori.
Artisti che hanno deciso di far parte, insieme a tanti altri, del nostro ultimo e più importante progetto, "Culture contro la paura", in un momento storico in cui la paura troppo spesso vince sull'intelligenza". Un progetto che uscirà non solo nel tour omonimo ma anche in un disco attualmente in fase di produzione per il quale è in corso una compagna di crowdfunding sul portale musicraiser.com. Alla campagna possono prendere parte tutti gli estimatori dell'Oma, prendendo posizione, sostenendo il progetto e raccogliendo così l'invito a lottare culturalmente contro le tante "paure" dell'"altro da noi" rivolto dalla formazione aretina.
di Gabriella Kuruvilla
Corriere della Sera, 30 maggio 2019
A Napoli si può morire per strada a 16 anni, colpiti alle spalle da un proiettile, solo perché ti hanno scambiato per un latitante. Soprattutto se ti trovi nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, all'età sbagliata. Anche se nel capoluogo campano il posto, il momento e pure l'età sono spesso sbagliati. Lo testimonia la morte di Davide Bifolco, un ragazzino ucciso nel rione Traiano da un carabiniere nell'estate del 2014: la vittima non aveva mai compiuto alcun reato, il carnefice pensava di sì. Eppure, subito dopo l'accaduto, quasi tutti la pensavano come quest'ultimo: il morto, infatti, era comunque considerato un potenziale delinquente e quindi, in fondo, era solo "uno in meno". I pregiudizi si sa fanno spesso brutti scherzi, che possono diventare tragedie e ingiustizie.
Come in questo caso, da cui trae spunto il regista Agostino Ferrente per "Selfie", il suo ultimo documentario che sarà nei cinema dal 30 maggio 2019. Nonostante, dopo L'Orchestra di Piazza Vittorio e Le cose belle, si fosse ripromesso di non girarne altri: "Avevo sofferto troppo entrando nelle vite delle persone coinvolte: ho bisogno di immergermi a fondo nella realtà che voglio raccontare, fino a diventarne parte e a volerla modificare, riparare", ha spiegato. I suoi propositi, però, non hanno retto di fronte a questa storia. Facilmente distorta dai giornali e dai talk show e successivamente indagata da Maurizio Braucci e Massimiliano Virgilio nel libro "Una città dove ammazzano i ragazzini" (Edizioni dell'Asino). Sono proprio i loro scritti a introdurre il regista nella vicenda, e a convincerlo della necessità di narrarla nuovamente: non per realizzare un'inchiesta sulla dinamica dell'omicidio, ma per descrivere il luogo e le persone coinvolte. "Perché, in quel posto, sarebbe potuto capitare a chiunque", dice.
Quello che ne è uscito non è precisamente un documentario ma è, piuttosto, un esperimento cinematografico: intenso e diretto, capace di commuovere e divertire. In maniera spontanea. Esattamente come, in maniera spontanea (e in presa diretta), piangono e sorridono i suoi protagonisti: Alessandro Antonelli e Pietro Orlando, due adolescenti incensurati, della stessa età di Davide. Che lo conoscevano, che vivono nel suo stesso quartiere e che frequentano, inevitabilmente, i suoi ambienti. A loro il regista ha dato due iPhone, per riprendere se stessi: la loro vita e dunque, anche, la loro amicizia. La scelta del mezzo con cui filmarsi e filmare non è casuale: la cinepresa, con cui non hanno alcuna dimestichezza, è stata sostituita dal cellulare, con cui invece decisamente ne hanno. È uno strumento "amico", d'uso quotidiano.
Che gli è stato chiesto di utilizzare come uno specchio, in cui riflettersi continuamente, permettendo al pubblico di riflettere su di loro e sulla loro condizione: inevitabilmente influenzata dal fatto di abitare in un quartiere considerato da sempre e da tutti difficile, dove lo spaccio è un ammortizzatore sociale di facilissimo accesso e la criminalità non sembra una scelta ma un destino che ti cade addosso fin dalla nascita.
Al montaggio dei loro filmati, ricchi di movimento e di vita, che permettono allo spettatore di capire quanto è complicato in quel contesto avere una vita "normale", si alternano le riprese delle telecamere di sicurezza: immagini ferme e mortifere, che sembrano sempre sul punto di documentare un fatto di cronaca nera. Si ha quindi sempre un doppio sguardo, interno e esterno, su questa realtà. Come a dire, anche, che la sua interpretazione dipende dal punto di vista.
E che se il punto di vista è malamente pilotato -dai media ma non solo- le conseguenze il più delle volte sono nefaste. "I quartieri popolari di Napoli sono stati raccontati in lungo e in largo", conclude il regista, "Ma la mia nuova ossessione era raccontare gli sguardi di questi ragazzi, concentrandomi non su quello che vedono, che oramai tutti conosciamo, ma sui loro occhi che guardano". Attraverso cui guarda anche lo spettatore, cambiando prospettiva.
di Valerio Sofia
Il Dubbio, 30 maggio 2019
La condizione dei bambini del mondo continua ad essere preoccupante nonostante i progressi. Ad uno su tre (690 milioni) l'infanzia viene di fatto negata a causa di morti premature per malattie curabili, cibo insufficiente per vincere la malnutrizione, impossibilità di studiare e di frequentare una scuola, lavoro minorile, matrimoni precoci. Lo denuncia l'organizzazione umanitaria Save the Children in vista della Giornata internazionale dei bambini, presentando il suo terzo rapporto annuale, dove si evidenzia la presenza di qualche luce, ma accanto ad ancora troppe ombre.
Quest'anno il rapporto infatti si sofferma sui progressi significativi compiuti negli ultimi 20 anni per tutelare i diritti dei bambini. Nel 2000, si legge, i minori derubati della propria infanzia erano 970 milioni, un numero che oggi si è ridotto di 280 milioni. E così in diversi campi qualche passo avanti c'è stato. Ad esempio rispetto al 2000 si registrano 4,4 milioni di morti infantili all'anno in meno; il numero di bambini colpiti dalla malnutrizione è sceso di 49 milioni; si contano 115 milioni di bambini in meno tagliati fuori dall'educazione e 94 milioni in meno coinvolti in varie forme di lavoro minorile. E ancora, rispetto a venti anni fa, il numero di spose bambine si è ridotto di 10 milioni e quello delle gravidanze precoci di 3 milioni. Sierra Leone, Ruanda, Etiopia e Niger i Paesi al mondo che hanno fatto registrare i maggiori progressi in termini di tutela dell'infanzia.
La Repubblica Centrafricana è invece il Paese al mondo dove le condizioni di vita per i bambini sono le peggiori; a seguire Niger e Ciad. Dieci Stati africani, di cui 6 colpiti da conflitti, occupano gli ultimi dieci posti della classifica. Il primato dei Paesi più a misura di bambino spetta invece a Singapore, seguito da Svezia e Finlandia, con l'Italia all'ottavo posto in graduatoria, peggio solo di Irlanda, Germania, Slovenia e Norvegia, oltre che dei tre sul podio, sebbene nel nostro Paese oggi si contino 1,2 milioni di minori in povertà assoluta.
Tra i peggioramenti evidenti, le condizioni dei bambini coinvolti nelle aree di conflitto. Nel 2016 in guerra sono stati uccisi 53.000 bambini, di cui il 64% in Medio Oriente e Nord Africa. Non a caso la Siria con Venezuela e Trinidad e Tobago costituisce il gruppo degli unici tre Paesi al mondo dove le condizioni di vita per i bambini, negli ultimi 20 anni, non hanno subito alcun tipo di miglioramento, con lo Yemen che si segnala invece per le forti difficoltà nel reperire dati aggiornati, a causa del devastante conflitto in corso nel paese ormai dal 2015. Nel complesso, nel mondo 31 milioni di minori oggi sono costretti a fuggire dalle proprie case nel tentativo di mettere in salvo di combattimenti la propria vita. Inoltre ogni giorno, nel mondo, 15 mila bambini perdono la vita prima di compiere i 5 anni. Tra le cause principali la polmonite, che solo nel 2017 ha provocato la morte di oltre 800 mila bambini. Circa 1 bambino su 4 sotto i 5 anni, inoltre, risulta attualmente affetto da malnutrizione. I passi avanti dunque ci sono, ma il cammino è davvero lungo.
di Marina Lomunno
vocetempo.it, 30 maggio 2019
Si intitola "FuoriLuogo" il cortometraggio che ha vinto lo scorso marzo a Torino la 20ª edizione del concorso nazionale del Festival "Sottodiciotto sezione Off", dedicato ai videoclip realizzati dai ragazzi under 18 in ambito extrascolastico. L'eccezionalità del riconoscimento è dovuta agli autori, un gruppo di minorenni detenuti al "Ferrante Aporti" che frequentano il Laboratorio di informatica multimediale dell'Istituto penale gestito da Inforcoop - Lega Piemonte, finanziato dalla Città metropolitana di Torino.
Il cortometraggio, giudicato il migliore su 16 clip finalisti lo scorso marzo da una giuria composta dal regista Enrico Bisi, dalla documentarista Rosa Canosa e da Marco Maccarini, presentatore, autore televisivo e speaker di Radio Italia, ha avuto la seguente motivazione: "Per la sintonia tra immagini, musica e parole che il cortometraggio riesce a far arrivare al pubblico attraverso uno stile ben calibrato". Il video, di 4 minuti, è incalzante e diretto anche per il linguaggio "duro" dei ragazzi di oggi e ha come colonna sonora la canzone rap "Crazy", scritta da uno dei giovani reclusi. Racconta l'adolescenza dei ragazzi ristretti presentando in parallelo, in una sorta di visione onirica, le immagini del quotidiano dietro le sbarre e i luoghi "fuori", della liberà perduta vissuta nelle periferie urbane degradate.
Grazie alla disponibilità della direttrice del carcere Gabriella Picco, abbiamo incontrato nei giorni scorsi all'Istituto Ferrante F., il giovane autore del rap a cui abbiamo chiesto come è nata l'idea di partecipare al Festival. "La proposta è partita dagli operatori del laboratorio di informatica" spiega F. "a cui partecipo con alcuni compagni minorenni. Con i miei amici ci siamo impegnati tantissimo: io sono appassionato del genere rap, ho scritto centinaia di testi, è il mio modo per tirare fuori quello che ho dentro".
di Fabrizio Gatti
La Repubblica, 30 maggio 2019
Parlano i protagonisti della foto simbolo scattata da Massimo Sestini nel 2014. Li ha rintracciati il "National Geographic". Della nostra epoca, tra le opere d'arte destinate a sopravvivere, resterà sicuramente una fotografia scattata in mezzo al Mediterraneo. È l'immagine che sabato 7 giugno 2014, ventuno minuti dopo le cinque del pomeriggio, Massimo Sestini ha inquadrato sull'esatta verticale di un barcone e delle sue centinaia di volti. Tutti con lo sguardo all'insù, circondati dal mare.
Ecco Hajar, che allora ha 15 anni. Ecco sua sorella Shaza, in viaggio con la figlia di quattro mesi. Ecco Amal, la loro madre, che è riuscita a farle scappare dalla Siria in fiamme. E Ansoumana, partito dal Gambia, 15 anni anni pure lui e per questo soprannominato Bambino. E poi Bakary del Mali, 14 anni. E Ayman, 30 anni, con il figlio Mahmood che di anni ne ha solo quattro. Eccoli quel giorno. E rieccoli oggi, sani e salvi nelle loro nuove vite in Francia, Germania, Italia e Svizzera.
National Geographic ha voluto raccontare la storia di questa foto straordinaria che è tuttora l'icona mondiale delle migrazioni. Marco Cattaneo, direttore dell'edizione italiana della prestigiosa rivista, ha dedicato la copertina e il servizio di apertura del numero di giugno, in uscita sabato, ai protagonisti di questo ritratto collettivo, intenso, immediatamente riconoscibile. Volti e voci che incontreremo su National Geographic anche nel documentario in onda nella Giornata mondiale del rifugiato, giovedì 20 giugno alle 20.55 (Canale 403 di Sky), con la produzione di Marco Visalberghi e Doclab, il patrocinio dell'Alto commissariato per i rifugiati, musiche originali di Massimo Nunzi e la regia di Jesus Garcés Lambert.
"Where are you? Dimmi dove sei" è il titolo, ispirato allo stesso appello che Massimo Sestini ha rivolto dai social media agli sconosciuti passeggeri del barcone. Sempre il 20 giugno (alle 20.30) il documentario sarà proiettato in contemporanea al Maxxi di Roma: una serata aperta al pubblico, organizzata da National Geographic, in collaborazione con il Museo nazionale delle arti del XXI secolo e Unhcr.
La fotografia, quando è unica e irripetibile, ha la stessa potenza di un'opera d'arte. Eppure nell'immaginazione di un profano sembra uno scatto facile: l'elicottero si ferma in volo sopra il grappolo di sguardi e si ha tutto il tempo necessario per l'inquadratura. Massimo Sestini ascolta. Sta guidando la sua macchina sull'autostrada per Firenze. "Prova a mettere la faccia fuori dal finestrino", dice divertito: "Stiamo andando a 130 all'ora e già così puoi capire. Sul mare l'elicottero viaggia tra i duecento e trecento orari. È un'operazione di soccorso, non puoi chiedere al pilota di fermarsi sopra il barcone, anche perché rischierebbe di farlo rovesciare. Non appena esci dal portellone, però, vieni investito dal vento della velocità e dal flusso violento che scende dal rotore".
National Geographic rivela i retroscena, aneddoti e trucchi che ogni fotografo amatoriale vorrebbe conoscere. È comunque sconsigliabile farsi appendere a trecento all'ora sul mare senza essere professionisti esperti: "Il merito della foto", ammette Sestini, "è per il 50 per cento del comandante Sergio Prato. È lui il pilota dell'elicottero imbarcato sulla nave Carlo Bergamini della Marina militare che ha centrato la posizione esatta per la mia inquadratura". All'inizio l'appello, rilanciato anche dalla Bbc, è caduto nel vuoto.
Fino a quando in una scuola svizzera del Canton Ticino un professore ha chiesto ai suoi studenti di raccontare con un disegno la loro storia personale. Hajar, che oggi ha 20 anni e vive in Germania, voleva descrivere il viaggio che l'ha portata in salvo con tutta la sua famiglia: dai bombardamenti a Homs, la sua città in Siria, alla traversata del Mediterraneo. "Cercavo su Internet le immagini. Quando ho trovato quella barca mi sono detta: sarà una foto come un'altra. Allora", sorride Hajar, "ho provato a zoomare per capirci di più. Fino a quando... mi sono riconosciuta!"
di Matteo Petri
vaticannews.va, 30 maggio 2019
Almeno 55 omicidi avvenuti in 4 Istituti penitenziari tra domenica e lunedì scorso. Per la Pastorale penitenziaria "lo Stato brasiliano ha gravi colpe". Si parlerà anche di questo all'incontro del Consiglio Episcopale di Pastorale dei vescovi brasiliani che si apre oggi. La testimonianza del coordinatore della Pastorale nazionale di Amazonas. È attualmente di 55 vittime, ma potrebbe anche salire il bilancio degli scontri avvenuti in quattro carceri dello stato brasiliano di Amazonas tra domenica e lunedì scorso. A lanciare l'allarme è la Pastorale penitenziaria brasiliana, in forte apprensione per quanto avvenuto nelle ultime ore.
Responsabilità dello Stato - "Negli ultimi 4 giorni abbiamo assistito a un massacro risultato di una detenzione di massa, trascuratezza nei confronti di vite di scartati e avidità di alcune compagnie private - spiega a Vatican News padre Giovanni Poli, coordinatore della Pastorale nazionale di Amazonas e membro della pastorale carceraria di Manaus - lo Stato brasiliano ha le sue colpe". Secondo padre Poli "queste morti non avvengono a causa delle tanto sbandierate lotte tra fazioni, questa è una narrativa infida - afferma il religioso - che trasforma parte della popolazione carceraria in responsabile per episodi che in realtà sono le conseguenze inevitabili di un sistema carcerario la cui funzione principale è la produzione di dolore, sofferenza e morte".
Le cause dei decessi - Secondo la Segreteria dell'Amministrazione Penitenziaria dell'Amazzonia, gli scontri sarebbero scoppiati durante un'ispezione delle forze di sicurezza nelle carceri e a scatenarli sarebbe stata la rivalità tra bande. Le autorità riferiscono anche che gran parte delle vittime presenta segni di strangolamento e asfissia. Quattro degli uomini uccisi erano detenuti al carcere Compaj, lo stesso dove all'inizio del 2017 morirono 56 persone nel corso di una ribellione durata più 15 ore.
I motivi profondi di questi decessi - "Il motivo più profondo però è un altro, cioè la struttura carceraria brasiliana. Qui ci sono Istituti penitenziari super affollati in cui nessuno si preoccupa del riscatto personale, del fine riabilitativo, che invece la pena dovrebbe avere - spiega ancora padre Giovanni Poli -. Non esiste una visione alternativa al modello meramente punitivo, di castigo. Il sistema carcerario brasiliano non redime la persona, non migliora i rapporti nella società, non riesce ad essere un deterrente; il sistema carcerario brasiliano mira soltanto a punire, castigare e uccidere".
La risposta del Ministero della Giustizia - Il Ministero della Giustizia e della Sicurezza Pubblica, come richiesto dal governo dello stato di Amazonas, ha deciso di inviare una task force per intervenire nel complesso penitenziario di Anísio Jobim. Qui sono avvenuti 19 decessi. Ieri mattina intanto, con un tweet, il ministro Sergio Moro ha anche aggiunto che "saranno resi disponibili trasferimenti in altre carceri federali per i colpevoli di questi massacri". Lunedì scorso, invece, il governatore dello Stato di Amazonas, Wilson Lima, aveva confermato che le morti sarebbero avvenute a causa di una spaccatura di una banda criminale in nel traffico di droga.
L'azione della Pastorale carceraria - "Noi cerchiamo di stare vicino a chi ha perso un fratello, un padre o un marito - spiega ancora padre Poli - qui in Brasile, infatti, non esistono strutture psicologiche di supporto per chi ha subito queste perdite e talvolta l'opinione pubblica è quasi felice di queste morti. Noi invece, come Pastorale carceraria crediamo che la vita vada sempre rispettata a prescindere dalle scelte sbagliate, dagli errori commessi o dal colore della pelle".
askanews.it, 30 maggio 2019
L'attivista algerino per i diritti umani, Kamel Eddine Fekhar, 54 anni, è morto ieri dopo circa tre mesi di detenzione e quasi due mesi di sciopero della fame. Il decesso è stato annunciato su Facebook dal suo avvocato, Salah Dabouz, precisando che è avvenuto nell'ospedale di Blida, circa 40 chilometri a Sud di Algeri, dove era stato "trasferito con urgenza a seguito di un peggioramento delle sue condizioni di salute".
Il legale ha accusato le autorità giudiziarie di Ghardaia, circa 480 chilometri a Sud di Algeri, per "questa morte programmata": "Avevo lanciato l'allarme, per tre settimane Kamel Eddine è stato detenuto in condizioni disumane nell'ospedale carcerario di Ghardaia, non è stato fatto nulla".
Come ricorda il quotidiano algerino El Watan, l'attivista era stato arrestato il 31 marzo con l'accusa di "attentato alle istituzioni", a seguito di un'intervista diffusa su Facebook, e aveva deciso di fare lo sciopero della fame per denunciare la sua detenzione "ingiusta". "Un omicidio! Un abietto omicidio politico", hanno denunciato cittadini e attivisti politici e per diritti umani, secondo El Watan, che parla di "persecuzione giudiziaria contro un uomo che esprimeva le sue idee pacificamente".
di Silvio Messinetti
Il Manifesto, 30 maggio 2019
Il nuovo capo dipartimento dell'Immigrazione, Michele Di Bari, ha inoltrato al comune della Locride formale diffida a saldare il conto pregresso, entro 30 giorni. "Non c'è niente di eroico nel vile infierire su chi è più debole" scriveva Dacia Maraini. Ma al Viminale più che eroi ci sono caterpillar, uomini in ruspa con cui abbattere il nemico.
L'attacco concentrico di politica e magistratura lo ha già esiliato, umiliato, e il 26 maggio, anche, sconfitto elettoralmente (dopo un'operazione politica tanto efficace quanto spregiudicata, pronta a tutto, anche ad aumentare i residenti del 40% in un anno nel borgo, pur di strappargli Riace). Ora, non sazi, i solerti funzionari del ministero di Salvini battono pure cassa contro Mimmo Lucano. Il nuovo capo dipartimento dell'Immigrazione, Michele Di Bari, già prefetto a Reggio Calabria e responsabile numero uno della disastrosa gestione della baraccopoli di San Ferdinando ma promosso, guarda caso, da Salvini all'importante incarico, ha inoltrato al comune della Locride formale diffida a saldare il conto pregresso.
Un conto salato di 3 milioni da versare entro 30 giorni. Se così non fosse "si procederà mediante trattenuta sui versamenti erariali". Si tratta di somme già incassate per i servizi resi dal 2011 al 2018. Ma che il Viminale rivuole indietro perché nel corso degli anni Riace non avrebbe sanato alcuni vizi di rendicontazione.
Secondo la procedura, in caso in caso di anomalie nei conti, l'amministrazione deve presentare controdeduzioni, pena tagli al budget successivo. Secondo il ministero ciò non sarebbe avvenuto, dunque l'ente deve versare il quantum. Questa diffida, tuttavia, stride con la recente sentenza del Tar di Reggio che aveva annullato la circolare del ministero che escluse Riace dallo Sprar. Ebbene, quel provvedimento era stato annullato proprio perché non era stato preceduto da una chiara segnalazione delle asserite anomalie e, inoltre, in quanto implicitamente smentito dai rinnovi triennali dei progetti.
La decisione del Tar, infatti, si fonda essenzialmente sulla circostanza che a Riace a dicembre sia stato autorizzato il finanziamento per il triennio 2017-2019, "in prosecuzione del triennio precedente senza avere comminato penalità". Peraltro, secondo il Tar, se sussiste il danno erariale questo l'avrebbe prodotto proprio il Viminale in quanto "il progetto avrebbe dovuto essere chiuso alla scadenza naturale.
Averne autorizzato la prosecuzione, lasciando la gestione di ingenti risorse pubbliche in mano ad un'amministrazione, per quanto ricca di buoni propositi e di idee innovative, ma ritenuta priva delle risorse tecniche per gestirle in modo efficiente, appare fonte di danno erariale che dovrà essere segnalato alla Procura presso la sezione giurisdizionale della Corte dei Conti della regione Calabria".
La magistratura amministrativa aveva, dunque, già sottolineato in sentenza la non correttezza della procedura seguita dal Viminale. Che, tuttavia, ci riprova infierendo su Lucano e sugli assessori delle sue vecchie giunte. Che potrebbero esser chiamati a rispondere dinanzi alla Corte dei Conti di un danno erariale milionario.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 30 maggio 2019
Nei prossimi giorni ovunque nel mondo si ricorderà il trentesimo anniversario del massacro di piazza Tiananmen, dove il 3 e il 4 giugno 1989 i soldati aprirono il fuoco contro manifestazioni pacifiche uccidendo centinaia se non migliaia di persone, per lo più studenti e lavoratori che chiedevano riforme politiche. Ovunque, ma non in Cina, dove ogni riferimento alla repressione di piazza Tiananmen continua a essere sistematicamente censurato. Chiunque cerchi di commemorare le vittime lo fa a grande rischio personale e va incontro a minacce o arresti.
Come negli anni scorsi, nelle settimane precedenti l'anniversario la polizia ha arrestato, posto agli arresti domiciliari o minacciato decine di attivisti, compresi familiari delle vittime. Ad aprile l'attivista Chen Bing è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere per avere, insieme agli altri tre attivisti Fu Hailu, Lou Fuyu e Zhang Junyong, "fomentato dispute e provocato disordini" commemorando l'anniversario di Tiananmen etichettando bottiglie di un liquore cinese.
Sospettato del medesimo reato, il 18 maggio è iniziata un'indagine nei confronti dell'attivista Deng Chuanbin, autore di un tweet sulle proteste del 1989. Il 20 maggio la polizia ha ordinato alla 82enne Ding Zilin, che a Tiananmen perse il figlio 17enne Jiang Jielian, di lasciare la sua abitazione a Pechino e trasferirsi nella sua città natale nella provincia dello Jiangsu, a oltre 1100 chilometri di distanza. Si tratta di una prassi consolidata con cui le autorità cercano di ridurre gli attivisti al silenzio in periodi politicamente sensibili e rendere più difficili le interviste ai media stranieri.
Ding Zilin è una delle fondatrici delle Madri di Tiananmen, un gruppo di familiari delle vittime che chiede un'indagine sul massacro del giugno 1989. Nelle ultime settimane altri membri del gruppo sono stati posti sotto sorveglianza di polizia. Molti genitori delle vittime di Tiananmen sono morti di vecchiaia o di malattie. E il tempo è agli sgoccioli per tanti altri che, ciò nonostante, vogliono verità e giustizia per i loro figli assassinati a Tiananmen.
Da 30 anni Amnesty International chiede alle autorità cinesi di riconoscere pubblicamente le violazioni dei diritti umani commesse a Tiananmen nel 1989; avviare un'indagine pubblica e indipendente e chiamare i responsabili delle violazioni dei diritti umani a risponderne di fronte alla giustizia; risarcire le vittime del massacro del 1989 e i loro familiari; porre fine alle minacce e ai procedimenti giudiziari contro coloro che commemorano o parlano pubblicamente delle proteste del 1989.
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