La Stampa, 12 aprile 2015
Denuncia del Sappe: un marocchino di 35 anni, durante le operazioni di consegna degli oggetti personali per l' ingresso nel penitenziario, si è svincolato dalla scorta. La polizia penitenziaria del carcere di Alessandria ha sventato un tentativo di evasione da parte di un detenuto marocchino di 35 anni che "durante le operazioni di consegna degli oggetti personali per il suo ingresso nel penitenziario, si è svincolato dalla scorta e ha tentato di fuggire. Solo dopo alcune centinaia di metri, grazie alla professionalità del personale è stato bloccato e condotto in carcere". A darne notizia è il Sappe, Sindacato autonomo di polizia penitenziaria. "Alle 15,40 circa - spiega il segretario Donato Capece in una nota - è giunto dinanzi all'ingresso dell'istituto di piazza Don Soria di Alessandria, un pullman della polizia penitenziaria proveniente dal carcere di Asti. A bordo dell'autobus, c'erano molti detenuti", tra i quali il protagonista della tentata evasione.
La Repubblica, 12 aprile 2015
Dalla periodica nota di "Nessuno tocchi Caino", l'Ong italiana affiliata al Partito Radicale Transnazionale, che si batte da sempre per l'attuazione della moratoria universale della pena di morte e la lotta contro la tortura, si apprendono notizie legate alla pratica delle condanne e delle esecuzioni capitali in atto in tutto il mondo. Eccone qui di seguito una breve sintesi.
Pakistan
Altri cinque impiccati. Cinque prigionieri sono stati impiccati in Pakistan, portando cosi a 69 il numero delle esecuzioni da quando sono riprese nel dicembre 2014.
Il 7 aprile Jafar alias Kali è stato giustiziato nel carcere di Sahiwal. Era stato condannato nel 2000 per aver ucciso due fratelli, Khalil e Sadia, per una disputa sulla terra nel 1997. Sempre il 7 aprile, Tayyab Ghulam Nabi, è stato impiccato nel carcere di Kot Lakhpat a Lahore. Era stato condannato da un tribunale distrettuale a Toba Tek Singh per aver ucciso Abrar durante una rissa nel 2002. Le loro istanze di revisione erano state respinte dai tribunali di appello, mentre quelle alla clemenza sono state rigettate dal Presidente del Pakistan.
Ancora il 7 aprile, un detenuto del braccio della morte identificato come Sikander, è stato impiccato nel carcere centrale di Bahawalpur. Era condannato da una corte marziale, dopo essere stato riconosciuto colpevole di aver ucciso un collega a Rawalpindi nel 2002. L'8 aprile è stato giustiziato nel carcere Machh Ameer Hamza, che era stato condannato a morte da un tribunale anti-terrorismo a Sibi nel 2004, dopo essere stato riconosciuto colpevole di aver ucciso un uomo a Harnai nel corso di una disputa minore nel 1995. Il suo appello alla clemenza era stato respinto dal Presidente Mamnoon Hussain il 30 marzo. Hamza sarebbe il primo prigioniero a essere impiccato nel Balochistan negli ultimi sette anni. Il 9 aprile un altro condannato per omicidio è stato giustiziato nel carcere di Adiala a Rawalpindi. Raja Mushtaq Ahmed era stato trovato colpevole di duplice omicidio.
India
Tre condannati all'impiccagione per stupro. Un tribunale indiano ha condannato all'impiccagione tre uomini in relazione allo stupro di un fotoreporter, avvenuto lo scorso anno all'interno di una filanda abbandonata a Mumbai. Un quarto imputato è stato condannato al carcere a vita, ha detto il procuratore Ujjwal Nikam all'agenzia di stampa Reuters. Il procuratore ha detto di aver chiesto la condanna a morte ai sensi della severa legge anti-stupro introdotta sulla scia dell'indignazione pubblica per uno stupro di gruppo letale avvenuto a New Delhi nel 2012. "Questo è il primo caso in India in cui la pena di morte è stata data agli imputati pur essendo rimasta viva la vittima", ha detto Nikam. "Un messaggio forte alla società". In un altro caso, gli stessi tre uomini erano stati giudicati colpevoli lo scorso mese di aver violentato un operatore di call-center nello stesso mulino abbandonato nel luglio 2013, alcuni mesi prima dell'aggressione al fotogiornalista. Nikam ha descritto i tre come delinquenti abituali. Per il giudice Shalini Phansalkar-Joshi il crimine era di natura diabolica e la punizione invierà un messaggio forte alla società.
Oklahoma (Usa)
Il Parlamento approva la camera a gas. Il Senato ha approvato l'uso dell'azoto come metodo di riserva per compiere le esecuzioni. La Camera aveva approvato lo stesso ddl il 3 marzo scorso. La legge va ora alla firma della governatrice Mary Fallin, Repubblicana, che non ha ancora preso una posizione pubblica su questa norma. L'azoto è il gas inerte, di per sé non velenoso, che compone per il 79% l'aria che respiriamo, assieme al 21% di ossigeno. Una camera a gas che venisse riempita di azoto provocherebbe la morte non per "avvelenamento", come avveniva nelle vecchie camere a gas che utilizzavano il cianuro, ma per asfissia per totale mancanza di ossigeno. Ma il metodo primario resta l'iniezione. Il ddl prevede che il metodo di esecuzione primario rimanga l'iniezione letale, ma nel caso tale metodo venisse dichiarato incostituzionale, o risultasse impossibile reperire i farmaci letali, il metodo "di riserva" sarebbe l'utilizzo della camera a gas ad azoto. Attualmente il metodo di riserva è la sedia elettrica, seguita dalla fucilazione. Questi metodi passerebbero rispettivamente al 3° e 4° posto. Questo ddl è stato presentato dal deputato repubblicano Mike Christian.
Texas (Usa)
Giustiziato Kent Sprouse. Kent Sprouse, 42 anni, bianco, è stato giustiziato in Texas. Era accusato di aver ucciso, il 6 ottobre 2002, durante una rapina in un negozio, l'agente di polizia Harry Steinfeldt, e Pedro Moreno, un passante scambiato per un poliziotto in borghese. Venne condannato a morte il 1° marzo 2004 per la morte del poliziotto, non è mai stato processato per il secondo omicidio. I suoi difensori non avevano presentato i tradizionali "appelli dell'ultima ora". L'esecuzione è avvenuta apparentemente senza problemi, con una overdose di Pentobarbital. Sprouse diventa il 5° giustiziato di quest'anno in Texas, il 523° da quando il Texas ha ripreso le esecuzioni nel 1982, l'11° dell'anno negli Usa, e il n° 1405 da quando gli Usa hanno ripreso le esecuzioni nel 1977.
Nova, 12 aprile 2015
Quattordici membri dei Fratelli musulmani, fra cui la guida suprema Mohamed Badea, sono stati condannati a morte da un tribunale egiziano con l'accusa di aver organizzato un gruppo terroristico. La sentenza è sospesa, come vuole la legge in Egitto, fino all'assenso da parte dell'autorità religiosa. Nello stesso processo, altri 37 membri della Fratellanza sono stati condannati al carcere a vita. L'ergastolo è stato comminato anche a Mohamed Sultan, che avrebbe attuato uno sciopero della fame di 414 giorni, nel corso dei quali è stato mantenuto in vita con l'alimentazione forzata, per protestare contro la sua detenzione.
È stato condannato a morte invece suo padre, Salah Sultan, noto predicatore e membro della Fratellanza. Secondo l'accusa, i condannati avrebbero organizzato un gruppo eversivo denominato "Sala operativa di Rabaa" l'anno scorso durante una manifestazione di protesta a sostegno del deposto presidente islamista Mohamed Morsi. Il gruppo si prefiggeva di attaccare sedi della polizia, strutture statali e chiese cristiane in tutto il paese e in particolare nell'Alto Egitto, dove oltre 70 luoghi di culto non islamici sono stati dati alle fiamme dopo la repressione da parte delle autorità egiziane delle proteste pro-Morsi.
di Marla Wilde
www.videogiochi.com, 12 aprile 2015
A due passi dalla Silicon Valley e dalla città di San Francisco si trova uno dei carceri più popolari del Nord America, il San Quentin, ricordato da molti per essere diventato la dimora del famoso killer Charles Manson. Questo carcere si trova nello stato della California, secondo stato dopo il Texas per numero di detenuti.
La percentuale di recidive in California è decisamente alta: ben il 65% dei prigionieri rilasciati commette altri crimini e torna in carcere entro tre anni. Mettendo da parte i pregiudizi è facile rendersi conto di quanto non sia facile uscire da un sistema complesso come quello della criminalità, soprattutto per soggetti che hanno passato tutta la loro vita in condizioni difficili. Molti detenuti non hanno avuto una famiglia stabile e nemmeno la possibilità di studiare o imparare un mestiere, ed è proprio questa una delle maggiori cause che portano a recidive. Per questo al San Quentin, qualche anno fa, è stato avviato un progetto sperimentale di rieducazione dei detenuti, in modo da fornire loro una solida base di lavoro che possano svolgere sia dall'interno sia dall'esterno del carcere.
Molti dei detenuti del San Quentin non hanno familiarità con internet, un gran numero di loro non ha mai usato uno smartphone e non ha mai frequentato un social network... ma il programma di riabilitazione/educazione, chiamato The Last Mile e ideato dall'imprenditore Chris Redlitz, ha avuto un successo inaspettato.
Kenyatta Leal, ad esempio, è stato condannato all'ergastolo negli anni '90 per essere stato fermato diverse volte in possesso di armi da fuoco. Leal è stato il primo laureato del programma The Last Mile, è carcerato dal 1994 e nel 2011 si è avvicinato al mondo dell'informatica, dopo essersi incuriosito parlando con alcuni familiari in visita. Kenyatta ha dichiarato: "Ero completamente perduto quando sono stato incarcerato. Non sapevo cosa stavo facendo, poi ho iniziato a sentir parlare di questa cosa chiamata Internet. I miei familiari in visita mi mostravano degli oggetti chiamati smartphone e parlavamo di Internet, io chiedevo Cos'è un blog? Cos'è Google? Cosa vuol dire twittare?, perché volevo sapere di più".
Il programma al quale ha partecipato Leal è stato organizzato in via sperimentale selezionando 15 fra 200 detenuti per un periodo di 6 mesi di studio intensivo di business e informatica, con alcuni imprenditori della Silicon Valley, all'interno del carcere.
Kenyatta non è l'unico della sua classe ad essersi fatto notare: Chris Schuhmacher è stato condannato all'ergastolo per omicidio (ha ucciso un amico che aveva rubato una cassa di marijuana dal suo appartamento circa 12 anni fa) e sta ora sviluppando una applicazione dedicata al fitness. Anche Schuhmacher ha completato il programma e si è laureato, cosi come Horatio Herts, che ha creato un business plan chiamato "The Healthy Hearts Foundation" e si concentra sull'aiutare gli americani con problemi di peso a tornare in forma.
Kenyatta Leal ha invece sviluppato una versione live di Fantasy Football, che ha chiamato Coach Potato, che però non ha ancora pubblicato. L'uomo è stato rilasciato sulla parola nel 2013 e sta attualmente studiando per prendere la sua seconda laurea, questa volta in business management, il tutto mentre si prepara alla pubblicazione di Coach Potato e si impegna per espandere il programma The Last Mile.
Le critiche al programma sono state numerose, ma i prigionieri non si sono scoraggiati: essere in carcere non vuol dire necessariamente essere del tutto isolati dal mondo e nemmeno non poter sperare di cambiare la propria vita. I carcerati come Kenyatta Leal rappresentano le innumerevoli possibilità che un uomo può cogliere nel corso della sua vita, ricordando a tutti i prigionieri (soprattutto a quelli giovani che hanno commesso reati minori) che con l'impegno si può davvero cambiare qualcosa e che bisogna avere fiducia nelle proprie capacità.
Sul programma è stato anche realizzato un documentario, diretto da Ondi Timoner e creato in collaborazione con la rivista Wired. Rachel Samuels, Executive Producer, ha dichiarato: "Penso che questo sia un passo importante. Kenyatta, per esempio, è una delle persone più entusiasmanti che abbia mai incontrato. Ti fa pensare: se lui è stato in grado di cambiare completamente la sua vita, quale scusa abbiamo tutti noi per non farlo?".
di Luigi Ferrarella
Il Corriere della Sera, 11 aprile 2015
Va bene tutto, ma la meraviglia no. Non dopo che a Velletri parenti e amici di tre condannati per violenza sessuale avevano messo a ferro e a fuoco l'aula di tribunale, costringendo i giudici ad asserragliarsi per ore in una stanza ad aspettare i rinforzi come a un check-point di marines dispersi in Somalia.
di Donatella Di Cesare
Il Corriere della Sera, 11 aprile 2015
La violenza è entrata anche nelle aule di un tribunale - il luogo in cui alla violenza si dovrebbe porre riparo, la sede della giustizia. Un'arma è passata inosservata. Ancora una volta a cadere sono stati civili indifesi; tra questi un magistrato che attendeva al suo dovere. Odio, rabbia, risentimento, disperazione - la violenza ha motivazioni diverse e innumerevoli volti. Escogita nuovi orrori, si avvale di inventiva e astuzia, più spesso di quanto non si creda.
di Beniamino Migliucci (Presidente Ucpi)
Il Garantista, 11 aprile 2015
Speravamo di non dovere aggiungere altro di fronte a una tragedia quale quella verificatasi ieri nel Palazzo di Giustizia di Milano. L'omicida ha, infatti, espresso il suo sentimento di rabbia e di vendetta nei confronti di chi riteneva ingiustificatamente responsabile delle sue disavventure, ma ciò non ha nulla a che vedere con una asserita delegittimazione o con il discredito della magistratura.
Il Garantista, 11 aprile 2015
Il 70% dei detenuti, circa 16 mila persone, nelle carceri di Toscana, Veneto, Lazio, Liguria, Umbria e negli istituti penitenziari dell'Azienda sanitaria di Salerno, è affetto da almeno una patologia: soprattutto disturbi psichici, malattie infettive e dell'apparato digerente. L'11,5% ha una patologia infettiva e parassitaria, l'epatite C costituisce la malattia infettiva più diffusa. Sempre il 70% è fumatore (contro il 23% della media della popolazione generale).
di Lorenzo Misuraca
Il Garantista, 11 aprile 2015
Renzi tiene De Gennaro e spinge sul reato di tortura, e ottiene un risultato che fa ben sperare i tanti che aspettano da molti in Italia, soprattutto le vittime della macellerie del G8 e i familiari dei tanti casi Cucchi avvenuti. Attento com'è alla pancia del paese, dopo la notizia della sentenza della Corte di giustizia europea che ha definito tortura l'irruzione nella scuola Diaz durante il G8, Matteo Renzi prende nota delle difese di ufficio di tanti membri del suo partito e del suo governo nei confronti del capo di Finmeccanica e decide di puntare solo sull'introduzione del reato nell'ordinamento italiano.
di Luca Fazio
Il Manifesto, 11 aprile 2015
Il giorno dopo la strage compiuta da Claudio Giardiello, assemblea straordinaria dell'Anm al Tribunale di Milano. Per il presidente Rodolfo Sabelli "occorre richiamare tutti al diffuso rispetto verso la giustizia". L'omicida, che giovedì ha ucciso tre persone tra cui un giudice, verrà interrogato questa mattina nel carcere di Monza. Anche i magistrati sanno che non c'è alcun rapporto diretto tra la follia omicida di Claudio Giardiello e quel malessere diffuso che gli uomini di legge hanno ugualmente voluto esprimere durante l'assemblea straordinaria dell'Anm di ieri mattina al Tribunale di Milano. Però quegli spari, i tre morti e quell'improvviso senso di vulnerabilità in uno dei luoghi più rappresentativi della politica italiana non possono non assumere una forte valenza simbolica, al di là del pur drammatico fatto di cronaca.
Da più di venti anni quel palazzo cerca di fare da filtro depuratore di una politica che sembrava sul punto di cambiare e invece non è cambiata. La storia, le cronache quotidiane, dicono che la battaglia è stata persa. Deve essere per questo che oggi i magistrati dicono di sentirsi abbandonati. Ovviamente, visto il dramma dell'altro giorno, anche per via della scarsa sicurezza dei luoghi dove lavorano. Sono amareggiati, parlano di clima sfavorevole. "I magistrati non possono essere lasciati soli, bisogna esprimere un sostegno concreto alla magistratura per il lavoro che fa per la giustizia del paese", ha detto il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini.
L'assemblea dell'Associazione nazionale magistrati si è aperta con un lunghissimo applauso per il giudice Fernando Ciampi e per le altre due vittime della strage, il socio in affari dell'omicida Giorgio Erba e il giovane avvocato Alberto Claris Appiani. Rodolfo Sabelli, presidente di Anm, è stato il più esplicito: "Siamo qui per chiedere rispetto". Per Sabelli, questa strage "ha un valore simbolico, troppe tensioni e troppa rabbia si raccolgono sulla giustizia. Occorre richiamare tutti al diffuso rispetto verso la giustizia". Il presidente dell'Anm ieri ha rilasciato diverse interviste per spiegare il perché di tanta amarezza.
"Va respinta ogni forma di discredito della giurisdizione, un tema che molto opportunamente è stato richiamato dal capo dello Stato. Un discredito che viene da un dibattito che dura da decenni". Laddove la politica è inadeguata, lascia intendere Sabelli, gli uomini di legge non possono certo fare da parafulmini: "Troppe tensioni si concentrano sulla giustizia e in un'epoca di crisi e di forti tensioni sociali magistrati e avvocati sono particolarmente esposti".
L'Italia, infatti, è piena di uomini disperati come Claudio Giardiello che a torto o a ragione si sentono vittime di una qualche ingiustizia e non riescono più a gestire problemi di natura principalmente economica. Ancora ieri l'omicida avrebbe manifestato tutta la sua rabbia proprio contro i giudici: "Il tribunale mi ha rovinato, quel posto è l'origine di tutti i miei mali" (questa mattina verrà interrogato nel carcere di San Quirico Monza). Il pm gli contesterà l'omicidio plurimo premeditato.
Il problema esiste, un certo allarme sicurezza è giustificato, ma, come ha detto Giovanni Canzio, presidente della Corte d'appello di Milano, "noi non ci sentiamo una fortezza assediata, non vogliamo alzare ponti levatoi ma vogliamo continuare ad aprirci ai cittadini e a una cultura comune". In un momento delicato come questo, Giovanni Canzio ha voluto sottolineare il compito delicato che tocca anche alla magistratura: "Noi abbiamo il dovere di svolgere alcune riflessioni più ampie riguardanti il rapporto tra la crisi dell'economia e la crisi della ragione che determina un carico di tensioni individuali e sociali". Sono soli anche i cittadini, ha detto.
Messo a fuoco il problema, ne rimane un altro: è incredibile che un uomo armato possa entrare in un tribunale, uccidere e scappare. L'Anm adesso chiede un intervento specifico per la sicurezza di tutti i palazzi di giustizia d'Italia. "Non si può lasciare solo chi lavora nella giustizia - ha ribadito il presidente Rodolfo Sabelli - il fatto che queste persone siano state uccise mentre erano al servizio è un fatto grave che deve fare riflettere tutti".
Ieri mattina il dispositivo di sicurezza a Palazzo di Giustizia è stato intensificato, ma senza nessun intervento particolarmente eclatante. Solo controlli più minuziosi e un po' di coda agli ingressi laterali, dove ogni giorno entrano migliaia di persone. Le indagini sono ancora in corso, ma sembra che l'omicida sia entrato da via Manara senza esibire alcun tesserino. Qualche testa cadrà, ma il problema resterà. Spiega una guardia giurata della AllSystem: "Delle due l'una: o si trova il modo di far passare sotto il metal detector tutti quelli che entrano qui, magistrati, avvocati e personale amministrativo, oppure c'è il rischio che episodi come quello di ieri possano succedere ancora, perché i pazzi non sono prevedibili".
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