di Ilvo Diamanti
La Repubblica, 13 aprile 2015
Il Presidente Mattarella dopo il massacro avvenuto al palazzo di Giustizia, a Milano, ha lanciato un messaggio esplicito. Contro la campagna di discredito che, da tempo, investe i magistrati. Come, d'altronde, Gherardo Colombo, in passato pm di "Mani pulite", e il presidente dell'Anm, Rodolfo Sabelli. D'accordo nel denunciare il clima di rabbia e di veleni, non estraneo all'azione criminale dell'assassino. Il quale, non per caso, ha individuato il "luogo" responsabile del proprio fallimento (in senso letterale) proprio nel palazzo di Giustizia.
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 13 aprile 2015
È arrivata la volta buona per il Garante nazionale dei diritti dei detenuti: invocato e promesso dal ministro Cancellieri che l'aveva fatto inserire tra le diverse misure oggetto di un ddl governativo del 2013 ma portato a casa solo ora dal ministro Orlando con un più agile decreto ministeriale dell'11 marzo scorso, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 31 marzo scorso ed entrato in vigore già il giorno dopo, cita lo stesso dettato del decreto.
di Paolo Bozzacchi
Italia Oggi, 13 aprile 2015
Un altro passo verso la presunzione d'innocenza europea. La Commissione Libertà Civili dell'Europarlamento ha infatti blindato la nuova proposta di direttiva in materia, inserendo nuovi emendamenti che dissuadono le autorità giudiziarie nazionali dal fare dichiarazioni sulla colpevolezza di un condannato prima del giudizio definitivo, o che violino i principi dell'onere della prova (che spetta alla pubblica accusa), quello di rimanere in silenzio durante gli interrogatori e quello di essere presenti fisicamente al proprio processo.
"La presunzione d'innocenza è un diritto fondamentale e anzitutto un principio essenziale che intende garantire da abusi giudiziari e giudizi arbitrari nei procedimenti penali", ha dichiarato la francese Nathalie Griesbeck, relatore del provvedimento in Commissione. "La proposta di direttiva nasce dal fatto che notiamo un'erosione del principio di presunzione di innocenza in diversi Paesi membri", ha aggiunto la Griesbeck.
E i nuovi emendamenti richiedono ai Paesi membri di vietare alle autorità giudiziarie locali di dare informazioni "incluse interviste e comunicazioni in collaborazione con i media, che potrebbero creare pregiudizio o biasimo nei confronti di indagati o accusati prima della sentenza finale in tribunale". L'Europarlamento invita anche i Paesi membri a promuovere l'adozione di codici etici, in collaborazione con i mezzi d'informazione.
E il codice etico dovrebbe poter essere applicato anche all'operato dei professionisti della giustizia. Il rovesciamento dell'onere della prova dall'accusa alla difesa, poi, è giudicato "inaccettabile" dalla Commissione Libertà Civili. "Qualsiasi tipo di beneficio in merito", precisa il documento, "dovrà riguardare l'indagato o l'accusato".
Un altro aspetto precisato è quello che gli indagati o accusati non dovranno essere considerati colpevoli semplicemente perché esercitano il loro diritto di rimanere in silenzio". L'esercizio di questo diritto "non deve mai essere considerato come una conferma di una tesi sui fatti occorsi". Con l'approvazione della Commissione ora inizia il negoziato con il Consiglio Ue per poi arrivare alla formale proposta di direttiva.
di Paolo Bozzacchi
Italia Oggi, 13 aprile 2015
Diritti fondamentali meno garantiti in Italia, anche a causa della crisi. È una delle conclusioni del Rapporto "L'impatto della crisi sui diritti fondamentali nell'Unione europea", presentato in sede di Commissione Libertà Civili dell'Europarlamento.
Preso in esame dal 2008 al 30 giugno 2014, lo studio ha avuto come oggetto i Paesi più colpiti dalla crisi economica: Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda, Belgio e Cipro. E in generale ha sottolineato come i principali processi di riforme e le misure legislative adottate (spesso tagli lineari) per contrastare la crisi, abbiano impattato piuttosto negativamente sui diritti fondamentali presi in esame, cioè alla salute, all'educazione, al lavoro, alla pensione e alla proprietà. Ma anche sull'accesso e i costi della giustizia.
In Italia dal 2008 sono "aumentate del 92% le tasse per il disbrigo delle pratiche nei tribunali civili, contro un aumento di solo il 15% nei sei anni precedenti", e questo ha di fatto limitato il diritto di accesso alla giustizia. Non solo. Le parti in causa hanno visto anche lievitare altri costi aggiuntivi, tra cui "il doppio pagamento della tassa d'iscrizione per i ricorrenti quando il ricorso è irricevibile".
Sull'aumento delle tasse nei tribunali amministrativi, poi, è in corso un procedimento presso la Corte europea dei diritti dell'uomo e la Corte di giustizia europea. Stessa musica quando si richiede copia del fascicolo del caso, per la quale si sborsano "fino a 300 euro" di dazi aggiuntivi (quando si richiede copia salvata su cd o penna Usb). Inoltre il rapporto ha evidenziato come "l'accesso alla giustizia è stato complicato anche da una riforma delle condizioni di appello delle sentenze civili". In Italia è stato ridotto anche l'accesso fisico alle infrastrutture giudiziarie, visto che in questi anni sono stati chiusi o accorpati 31 tribunali, 31 pubblici uffici legali, 220 sezioni locali dei tribunali, 667 uffici di giudici di pace (su un totale di 850). Gli esperti europei invitano l'Italia "a ridurre le tasse e altri costi di accesso alla giustizia, perché non sono adatti per lo scopo dichiarato, cioè decongestionare". Per migliorare senza aumentare i costi "bisognerebbe spendere una quota maggiore del bilancio per l'informatizzazione".
di Lionello Mancini
Sole 24 Ore, 13 aprile 2015
A seguire le cronache su malcostume e corruzione che a ritmo serrato coinvolgono politici, amministratori e imprenditori, sale quel senso di vertigine e di malessere che precede la paralisi dell'ottimismo. In meno di un anno abbiamo assistito agli arresti milanesi di Greganti, Frigerio & Co. (maggio 2014), quelli per il Mose a Venezia (giugno), alla retata di "Mafia Capitale" e all'epidemia dei vigili di Roma (dicembre), al caso Incalza (Firenze, marzo 2015), per finire all'inchiesta su Ischia, tuttora scoppiettante di novità, confessioni e scenari inediti.
Mentre - come ogni altra volta - il tema centrale pare essere la pubblicizzazione degli atti giudiziari depositati, i media danno voce a personaggi pubblici indignati e offesi, sospinti a dimettersi se titolari di una carica, mentre altri si difendono ricordando di essere pensionati e dunque non capiscono "lo sputtanamento" orchestrato nei loro confronti.
Se è comprensibile la reattività delle persone non indagate, lo sono molto meno gli argomenti utilizzati per convincere l'opinione pubblica di essere soltanto vittime di inquirenti spregiudicati, di avversari che manovrano inquirenti spregiudicati, di giornalisti deontologicamente scadenti. In frangenti simili, nulla va escluso a priori: la gogna mediatica esiste e spesso la realtà dei fatti ha annichilito le fantasie più fervide.
Ma la stessa prudenza andrebbe posta nell'esporre scusanti e narrazioni taroccate, persino offensive dell'intelligenza degli italiani. Prendiamo le intercettazioni. Si invoca una legge che faccia cessare lo scandalo. Ma quale scandalo? Quello dell'utilizzo da parte dei pubblici ministeri?
Conviene ignorare per brevità la tiritera sull'abuso, i costi, la privacy violata eccetera eccetera, sempre - e solo - intonata quando le inchieste coinvolgono colletti bianchi di medio-alto livello.
Riguardo, invece, alla diffusione delle notizie, i giornalisti sanno benissimo quali intercettazioni, informative o verbali, è doveroso rendere noti e quali no perché sfregiano gratuitamente l'immagine e l'onore di qualcuno.
Non servono altre leggi: basta seguire la deontologia professionale - come peraltro dovrebbero fare pubblici ministeri, politici, amministratori, burocrati, imprenditori, consulenti, professionisti eccetera - rinunciando allo specioso paravento del "dovere di cronaca", dato che il giornalista non "deve" pubblicare, bensì "scegliere" cosa pubblicare.
Forse sarà dispiaciuta a Giulio Tremonti la notizia della richiesta di autorizzazione a procedere per corruzione, ma il suo disagio deve fermarsi un gradino prima di quello spettante al diritto di sapere che una Procura indaga su una parcella di 2,4 milioni incassata dal suo studio proprio mentre lui era un potente ministro. Lo stesso gradino dovrebbero occupare l'indignazione di D'Alema per l'accostamento fra i traffici degli indagati e i loro interessi enologici ed editoriali e quella di Maurizio Lupi, ormai ex ministro per il sostegno dato ai propri parenti.
Dice D'Alema che lui non indice gare, che il vino di famiglia è super e che ha tutti i diritti di coltivare allo stesso tempo vigneti e passione politica; inoltre, aggiunge, i sostenitori ischitani di Italiani Europei non sono che tre "delle migliaia di persone" che incontra battendo il Paese in lungo e in largo.
Appunto: dato che continua a contare migliaia di followers in carne, ossa e voti, qualche dettaglio etico andrebbe curato meglio per schivare ogni malignità. Ma da politici esperti e navigati (e dopo le sberle subìte dal Pd) ci si aspetterebbe qualcosa di più del solito "zero reati".
Sgomenta notare come dopo anni di mea culpa e promesse di rettitudine, possa resistere tanta autoreferenzialità. Forse molti uomini pubblici si sentono rassicurati dalla sperimentata certezza che - dove un normale cittadino rischia galera, beni e reputazione - essi non corrono il pericolo di vedersi emarginati dai network relazionali costruiti in anni di potere, né di perdere il diritto ai loro possenti vitalizi.
Ansa, 13 aprile 2015
"Minori investimenti nelle residenze alternative Rems, ovvero le residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza sovrastimate rispetto alle reali necessità, e più investimenti per l'assistenza sul territorio, vero nodo cruciale della riforma".
A due settimane dall'entrata in vigore della normativa che prevede il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) e la loro sostituzione con le Rems, dove verranno accolti i pazienti non dimissibili (circa 450 su un totale di 704), il presidente della Società italiana di psichiatria (Sip), Emilio Sacchetti, rileva come questa sia sostanzialmente una "buona legge" che va però "resa operativa e portata a regime". Il problema, spiega Sacchetti a margine del 23/o Congresso dell'Associazione europea di psichiatria (Epa), "è innanzitutto relativo alle Rems: credo infatti che tali residenze alternative non siano veramente necessarie se non in casi estremi; le Rems devono cioè essere approntate per accogliere solo i veri pazienti psichiatrici autori di delitti, mentre gli altri condannati vanno indirizzati nelle carceri".
La priorità dunque, a fronte di una situazione che vede ancora molte Regioni in ritardo nell'avvio di tali strutture è quella di "stimare correttamente il numero di posti davvero necessari per ogni Rems regionale, investendo invece maggiormente - afferma - nel territorio per l'assistenza e la presa in carico di questi pazienti. Ma su questo le Regioni sono impreparate". Ad oggi, rileva Sacchetti, "circa 800 internati sono stati già dimessi, ma mancano i fondi per la loro presa in carico da parte delle strutture territoriali, così come non sono ancora operative, presso i Dipartimenti di salute mentale, le mini-equipe con le varie figure professionali previste per la gestione di questi pazienti".
A ciò, afferma Sacchetti, si aggiungono altre due priorità: "bisogna rivedere e potenziare l'assistenza psichiatrica nelle carceri e bisogna riformulare, a livello giuridico, il concetto di pericolosità sociale per evitare che criminali si possano far passare per malati mentali al fine di usufruire di trattamenti diversi dal carcere". Ovviamente, conclude il presidente Sip, "il processo delle dimissioni dei pazienti dagli Opg dovrà essere graduale e supportato sul territorio, anche tenendo conto del disorientamento di molti di questi soggetti che, spesso, non hanno più una rete di supporto nelle proprie realtà di origine, né di tipo familiare né sociale".
Dell'Acqua: non resta indietro più nessuno
Un indubbio merito nella chiusura degli Opg va ascritto all'ex Presidente Giorgio Napolitano per la "passione con cui accolse la denuncia della Commissione del Senato. Quando gli comunicammo il viaggio con Marco Cavallo per la campagna StopOpg, ci scrisse e ci mandò una medaglia per il patrocinio della Presidenza".
Il primo ricordo di Peppe Dell'Acqua, tra gli psichiatri che raccolse l'eredità di Basaglia, alla vigilia della chiusura degli Opg che completa quella rivoluzione cominciata negli anni 70, è per l'ex Presidente della Repubblica. Che nel discorso di fine anno nel 2012 parlò di "istituzione indegna di un paese appena civile".
Tra le paure diffuse di incrociare in libertà pericolosi quanto inconsapevoli individui, Dell'Acqua riporta il discorso su un piano di minor suggestività: "Non resta indietro più nessuno. Tutti i matti ora sono cittadini".
Praticamente "si restituisce appieno o si tenta di restituire diritto e responsabilità. Le persone con disturbo mentale quando commettono un'azione sono ora responsabili, cittadini a tutti gli effetti: si processano se commettono un reato, si condannano se colpevoli e, se sono bisognosi di cure, si curano. Ci liberiamo del doppio binario: hai commesso un reato ma ti assolvo perché incapace, ma ti inserisco nel circuito manicomiale e non in quanto hai commesso il reato ma perché sei pericoloso". Intanto, gli ospiti degli Opg negli ultimi quattro anni sono quasi dimezzati; oggi sono circa 700 in tutta Italia. "Vivo un momento di svolta storica, epocale - prosegue Dell'Acqua.
È straordinario il modo in cui con questa legge e con questa campagna finisce l'internamento ancora ottocentesco. Si chiude un ciclo, ma il 31 marzo sarà ancora una volta un inizio perché il problema è di una delicatezza estrema". Con un ringraziamento: prima di tutto ai "giuristi costituzionalisti che hanno messo sempre più in evidenza lo stridore tra la persistenza di quelle strutture con la visione acquisita della cura delle persone con disturbo mentale". E un pensiero speciale va al convegno bolognese dell'Anm: "straordinario, che ha sottolineato nelle parole del vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, responsabilità, libertà e Costituzione".
Infine, Basaglia. "Aveva detto una cosa suggestiva per noi: non mandiamo la gente in carcere ritenendo che non sia in grado comprendere il senso della carcerazione e la mandiamo in un luogo dove per chiunque è impossibile comprendere dove si trova e perché. Io da allievo dico: con il viaggio del Cavallo siamo entrati in luoghi da chiudere non perché sporchi e fatiscenti ma perché sono i luoghi della più locale insensatezza. Sono i luoghi della sottrazione, dell'azzeramento di ogni diritto. Lì vivono uomini e donne che non hanno nessun diritto. Sono luoghi improntati alla pericolosità, luoghi senza tempo. Oggi tutto questo, con la legge 81 comincia a essere attaccato, lesionato".
di Giuseppe Maria Berruti
La Repubblica, 13 aprile 2015
Qual è la funzione, di una magistratura della modernità? Questa è la domanda oggi. Mentre il riemergere della corruzione suggerisce ancora una volta il carcere. Che anestetizzi il dolore. Ed eviti un ragionamento sulla giurisdizione che cambia. Non spetta ai magistrati dire quali rapporti sociali nasceranno dalla crisi economica globale (L'interconnessione planetaria, come la definisce l'enciclica Caritas in veritate). Ma essi debbono tentare almeno di capire quanto la funzione giudiziaria è esposta alla domanda di cambiamento.
Perché la realtà registra l'insufficienza del meccanismo giudiziario a rispondere alle domande dei cittadini e mette in dubbio la funzione dell'indipendenza. Ma anche una prepotente domanda di giustizia. Si sprecano i richiami alla Costituzione. Di cui viene data una lettura riduttiva, per consegnarle le paure e utilizzarla come memoria, inevitabilmente conservatrice. Invece la Costituzione è una chiave del futuro perché è un patto di vita associata.
Che sconta l'imprevedibilità della storia e predispone regole che conservino la possibilità di affrontare i cambiamenti. Questa è, anche, modernità. Una magistratura che realizzi l'opzione dello Stato a registrare i cambiamenti, ad individuare i vecchi ed i nuovi diritti, adeguando la sua azione verso l'interesse dei cittadini. L'indipendenza della magistratura è strumento della capacità dei processi di affrontare il divenire.
Non è obbiettivo. È mezzo. La crisi dello Stato è una opportunità. Non esistono più la destra e la sinistra che conoscevamo. La politica intende dare risposte migliori al Paese. E le norme costituzionali non vengono considerate invalicabili se il loro superamento serve a soddisfare un bisogno. Ripetere, allora, che una giurisdizione libera è migliore di una giurisdizione controllata anche se meno efficiente, non funziona più.
Occorrono nuove ragioni che sostengano le scelte della Costituzione. Perciò occorre capire come mantenere la fedeltà alla legge e insieme rispondere alle domande di giustizia che cambiano prima che la legge registri i cambiamenti. Non servono le ideologie. La contrapposizione comunisti ed anticomunisti era l'in sé della guerra fredda.
Ma la politica ha chiuso la guerra fredda. La sua liquidità non ha bisogno di una magistratura moderata e di una magistratura progressista che si bilancino. Vuole una magistratura che non imprima inattese velocità all'ordinamento. Nella dimensione statuale classica la sintesi fra incentivazione dello sviluppo economico, diritti della persona e diritti sociali era affidato alle scelte che le maggioranze politiche andavano compiendo, bilanciando utile e giusto.
Tutto questo non c'è più. Manca quella che Natalino Irti chiamava la coestensione tra politica, diritto ed economia, figlia del bilanciamento. Che ha consentito al diritto di governare i fenomeni economici. L'attività economica oggi ha una estensione spaziale che supera quella degli Stati. L'"interconnessione planetaria" ne sconvolge il potere.
Cosicché la minaccia di guerra, si è osservato, non è più costituita da quella di una invasione, ma da quella di una non invasione. Di un abbandono. I marchi che si spostano in India dall'Italia. E trascinano le fabbriche. Ciò che si definisce di delocalizzazione è l'insieme di atti di ostilità verso gli Stati che non mettono a disposizione dei gruppi economici altre facilitazioni e, talvolta, altra eliminazione di diritti.
La concorrenza fra ordinamenti oggi induce gli Stati verso assetti giuridici compiacenti nei confronti dell'investimento di capitali. Non è un caso che, nel nostro Paese, la responsabilità civile dei giudici sia passata oggi, e non a ridosso del referendum di una ventina di anni fa. Eppure nelle società si alimenta una domanda di giustizia sempre più forte. La domanda di diritti individuali originata da bisogni effettivi si alimenta dal costituzionalismo particolare oltre che da testi normativi sovranazionali come la Carta dei diritti dell'uomo, la carta di Nizza, il trattato di Lisbona. Si parla di epoca delle corti. Perché le sentenze delle corti, nella lentezza degli Stati, rispondendo alle domande di giustizia, creano le regole.
Da questa osservazione credo si debba partire. Dalla necessità del giudice che modella la regola del caso concreto. Non mi pare ragionevole immaginare una riaffermazione del potere del diritto sulla economia. Credo però che la spinta da parte di tutti coloro i quali alimentano con le loro domande il diritto delle corti, e cioè la rivendicazione del diritto ad avere diritti sia il motore della storia che reclama l'esistenza di un punto di equilibrio. Che può ancora essere il giudice interprete. Un giudice che costituisca con il processo, cioè con l'applicazione di una regola formale, il suo potere di fare il diritto vivente. E giustifichi la sua indipendenza.
di Giuliano Ferrara
Il Foglio, 13 aprile 2015
Repubblica sabato se l'è presa con noi del Foglio e, sulla scia di un pronunciamento della Cassazione, ha ribadito che la corruzione municipale nei giri cooperativi e politici romani è mafia. Anzi Mafia Capitale. Capital Mafia, una roba con la maiuscola e la centralità statale.
Non importa polemizzare con l'editorialista pistarolo Carlo Bonini, le polemiche tra giornalisti non rivestono grande interesse in sé. Importa riflettere sul funzionamento del circuito o circo mediatico-giudiziario in Italia. Perché la Cassazione è autorevole, e ci si conforma alla sua sentenza, ovvio, quando stabilisce su ricorso che sì, il teorema del procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, e dei suoi sostituti che hanno indagato con le intercettazioni a strascico, con procedure rafforzate ed esemplari e spettacolari in virtù dell'ipotesi di associazione mafiosa ex articolo 416 bis, è un buon teorema, un teorema che regge alla prova dell'esperienza, come hanno retto la relatività generale o la meccanica quantistica.
Ma le modeste obiezioni del Foglio sono state superate? Un giornalismo di minoranza che nega l'assunto di una procura e argomenta in modo semplice i suoi dubbi deve essere tacitato senza esame obiettivo delle sue tesi? Non è questa la funzione di un buon giornalismo, senza voler disconoscere la buona fede e l'impulso di giustizia che guida la grancassa dell'informazione generale, che milita con i pm praticamente senza eccezioni.
Un buon giornale guarda la realtà delle cose, e solo in base a intuizione, esperienza, analisi dei fatti, contro-argomentazione, esercizio del dubbio, arriva poi alle sue conclusioni. Specialmente in un caso come questo. Anche i bambini con il loro sguardo ingenuo e innocente, e proprio dall'esame delle intercettazioni, dei capi d'accusa, delle fattispecie di reato, del contesto fattuale e ambientale della cosiddetta "mafia romana" allocata presso una pompa di benzina in mezzo ai cravattari o usurai, sarebbero in grado di capire che qualcosa non funziona.
Non funziona una indagine giudiziaria annunciata a sorpresa, pochi giorni prima delle ordinanze di cattura e dell'elevazione delle accuse, dal suo massimo responsabile, il dottor Pignatone. Non funziona in ogni senso la sede dell'annuncio: un convegno del Partito democratico.
Non funziona la spettacolare convergenza di tutti i giornali o quasi e di tutte le televisioni senza eccezione nel definire il fenomeno secondo una specie di lectio universalis desunta dalle carte e, trattandosi di centinaia di migliaia di pagine, dalla selettiva illustrazione riservata delle carte lungo canali al di fuori di ogni controllo, giorno dopo giorno, capitolo per capitolo. Questi non sono i Pentagon papers, questo è un metodo giustiziere che origina da un potere invasivo dei pm, i quali pensano di poter orientare l'opinione pubblica, e ci riescono ampiamente, in base a un procedimento inquisitorio che si colora subito di politica, di cultura non garantista della giurisdizione, al di fuori di quel che è sempre, in tutti gli altri paesi democratico-liberali del mondo, un conflitto alla pari tra le ragioni dell'accusa e quelle della difesa.
La Cassazione ha dato ragione alla casta togata più influente, quella della Capitale, perché non poteva sollevare lo scandalo di una grande montatura? Non dico questo. Ripeto: le pronunce giudiziarie hanno una loro intrinseca autorevolezza, e si giustificano o si contraddicono mediante altre pronunce giudiziarie. E non mi appello alle diverse opinioni interne alle magistrature, visto che un procuratore della Corte dei conti ha detto chiaro e tondo che lui nella corruzione municipale intorno al Comune di Roma non vede nemmeno l'ombra della mafia.
Mi appello ad altro, ed è quello che dovrebbe interessare chi legge e scrive i giornali, chi confeziona e guarda i telegiornali. Anche la sentenza della Cassazione che "salva" per adesso il processo a venire del dottor Pignatone, e tiene in galera preventiva gli accusati (il che secondo un certo modo di vedere le cose è un caso di tortura), fa dei riconoscimenti in analogia patente con le nostre obiezioni. Non c'è nell'indagine e nei suoi risultati una catena estorsiva e violenta di tipo mafioso. Non ci sono delitti di mafia.
C'è un'aria di malavita e di deviazione dai canoni della legalità, e di corruzione, intestabile al business della carità e dell'assistenza, a istituzioni tipiche di una concezione solidarista della funzione pubblica nel campo del recupero dei carcerati, dell'accoglienza e del volontariato. Accanto a un mare di cose buone o di velleità redentive buoniste, scegliete voi, c'è il sospetto, e molto più che il sospetto, di un coinvolgimento corruttivo di pezzi dell'amministrazione capitolina, singoli funzionari.
Mancano le famiglie, i mandamenti, il linguaggio e le omertà della mafia. Mancano gli arsenali, insomma mancano tutti gli elementi tipici di un crimine organizzato di tipo mafioso. Non tutte le associazioni a delinquere, reato in sé capace di allontanare dalla puntuale registrazione di responsabilità personali nei delitti, e sconosciuto ai codici penali delle grandi democrazie moderne, sono di tipo mafioso. E questa, ricostruita a strascico, meno delle altre.
La verità è che l'informazione massificata e orchestrata secondo un criterio di legalità culturalmente bacato, onnivoro e non procedurale, stravolge la realtà. D'altra parte che c'entra la evocata "solitudine e delegittimazione dei magistrati", sia detto con il massimo rispetto per la vittima togata della sparatoria nel tribunale di Milano, con un paranoico sbandato che colpisce un giovane avvocato, prima, poi un incolpevole commercialista e poi un bravo giudice, facendo morte della sua pazzia? Eppure è questo quel che ideologicamente ci hanno propinato nei giorni scorsi. Fanno quello che vogliono, e la chiamano informazione.
Il Velino, 13 aprile 2015
"Le condizioni di fatiscenza dei locali, ed in particolare dei servizi igienici e delle docce, del carcere di Frosinone, realizzano quella condizione disumana che viola i diritti fondamentali della persona e, di certo, non è ripagabile con la norma licenziata dal Senato che prevede un risarcimento di circa sette euro al giorno. Peraltro, un nuovo padiglione, ancorché completato, non viene utilizzato per la mancanza del collaudo finale ed anche per la carenza di personale.
Vorrei ripetere la mia visita al carcere con quegli esponenti della maggioranza di governo, penso anche alla senatrice Ginetti, che oppongono resistenza alla calendarizzazione del ddl sull'indulto e l'amnistia. Il nostro Paese, democratico, non può essere sordo alle grida di dolore di persone che scontano la pena in tali condizioni". Lo ha dichiarato il senatore di Forza Italia, Ciro Falanga, componente della Commissione Giustizia, a seguito di una visita ispettiva al carcere di Frosinone.
www.trevisotoday.it, 13 aprile 2015
Sottoscritta la convenzione con la Casa Circondariale di Treviso per l'inserimento lavorativo dei detenuti all'interno del Parco del Sile. Raccolta rifiuti lungo il Sile, vigilanza dell'Ente Parco e lavori di manutenzione: questo il contenuto dell'accordo firmato tra la Casa Circoncariale di Treviso e l'Ente Parco del Sile per permettere il reinserimento dei detenuti nell'ambito lavorativo.
La firma è avvenuta nei giorni scorsi a Villa Letizia, sede dell'Ente Parco Naturale Regionale del Fiume Sile, alla presenza del Presidente dell'Ente Parco Nicola Torresan e il Direttore della Casa Circondariale di Treviso Dott. Francesco Massimo che hanno sottoscritto una convenzione di fondamentale importanza per i carcerati di Santa Bona.
L'Ente Parco metterà infatti a disposizione dei detenuti ristretti nella struttura penitenziaria di Treviso l'opportunità di prestare un'attività occupazionale nell'ambito di specifici progetti di pubblica utilità. L'attività prestata da parte dei detenuti sarà a titolo volontario e gratuito, in conformità a quanto disposto dalla legge. È previsto un rimborso simbolico giornaliero a detenuto pari a euro 22,00 comprensivo delle spese per il pranzo e trasporto.
La Casa Circondariale di Treviso individuerà tra la popolazione attualmente reclusa e nel rispetto dell'Ordinamento penitenziario un numero massimo di due soggetti da assegnare per un periodo massimo di 6 mesi, rinnovabili previo accordo fra le parti, sulla base delle esigenze lavorative prospettate, alle seguenti attività: raccolta rifiuti lungo le sponde dei Fiume Sile; camminamento, a fini di monitoraggio, lungo le piste ciclo pedonali di proprietà o manutenute dall'Ente, anche assieme al personale addetto alla vigilanza dell'Ente Parco laddove ritenuto necessario e verniciatura, con materiale impregnante, di alcuni tratti di staccionata posta lungo le piste ciclopedonali.
I detenuti ammessi al beneficio dovranno tenere un comportamento adeguato e rispettoso: ogni azione non consona del detenuto ammesso al beneficio verrà segnalato alla Direzione della Casa Circondariale anche attraverso i suoi referenti, e potrà comportare l'immediata revoca dell'ammissione al beneficio stesso. I detenuti svolgeranno la loro attività due giorni alla settimana, nella fascia oraria compresa tra le ore 08,00-12,00 e 14,00-17,00, per un massimo dì 14 ore settimanali. L'attività verrà svolta dai detenuti ammessi al beneficio sulla base di un cronoprogramma mensile che l'Ente Parco fornirà alla direzione dell'Istituto penitenziario di Treviso. L'Ente Parco provvederà infine ad assicurare i detenuti ammessi ai lavori, contro gli infortuni e le malattie professionali nonché riguardo alla responsabilità civile verso terzi, limitatamente al danno arrecato a terzi per colpa lieve nell'espletamento dell'attività a favore dell'Ente Parco.
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