di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 5 giugno 2019
La gip Paola Di Nicola, in magistratura dal 1994, è in servizio al Tribunale di Roma. Ha chiesto che sia "valutata la possibilità di espellere gli indagati, accusati di violenza su donne, al momento della scadenza" dell'arresto e prima ancora del processo.
C'è chi lo leggerà come un assist togato a Matteo Salvini: un magistrato (peraltro di una corrente di sinistra) che sollecita più espulsioni di stranieri arrestati per violenza sulle donne. E chi invece, al contrario, vi ravviserà una critica messa in mora del ministro: un magistrato che fa rilevare il mancato ricorso alle espulsioni. Certo non capita tutti i giorni che un giudice delle indagini preliminari, mettendo insieme i precedenti di 4 stranieri da lei arrestati di recente con accuse di violenza sessuale o maltrattamenti di donne, scriva "per conoscenza al capo di gabinetto del ministero dell'Interno", oltre che a Questore e Prefetto, affinché sia "valutata la possibilità di espellere gli indagati, per motivi di pericolosità sociale, al momento della scadenza" dell'arresto e prima ancora del processo.
L'espulsione, per la gip, sarebbe lo "strumento per evitare, da parte delle istituzioni italiane, la vittimizzazione secondaria delle persone offese" (cioè delle donne vittime di violenza) "attraverso il rischio di reiterazione dei reati subìti": e ciò alla luce della "Convenzione di Istanbul del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne", che "impone agli Stati di garantire alle donne il diritto a un'esistenza libera dalla violenza".
La gip è Paola Di Nicola, in magistratura dal 1994, in servizio al Tribunale di Roma dove fu una dei giudici dei clienti delle prostitute minorenni dei Parioli, toga di area progressista e già candidata nel 2014 alle primarie per il Csm nella corrente di sinistra.
Nella sua inconsueta lettera spedita prima delle elezioni, il 20 maggio, la gip fa riferimento agli arresti capitatile di un egiziano accusato di frustare da anni la moglie che non voleva lavorasse; di un giovane del Bangladesh accusato di tentata violenza sessuale dopo già due condanne per analogo reato; di un polacco indiziato di stalking dopo una condanna in primo grado per maltrattamenti; e di un romeno accusato di violenza sulla compagna e già gravato da diverse condanne.
E riassume che "si tratta di soggetti pericolosi, che hanno già commesso reati nel nostro Paese e per i quali - si spinge - è certa la reiterazione di delitti di violenza di genere alla luce della motivazione delle misure cautelari". Perché certa? Perché "la modalità con la quale hanno esercitato violenza esprime un atteggiamento proprietario e predatorio rispetto al genere femminile che disprezzano, dileggiano, limitano nelle sue minimali forme di libertà, assoggettano, maltrattano, violano perché non ne riconoscono la dignità".
Autocertificata dalla gip è poi la certezza che "l'espulsione amministrativa non contrasti con i principi di non respingimento del rifugiato nella Convenzione di Ginevra", verifica che spetta però non a un giudice penale ma a una diversa e apposita giurisdizione; "né con il divieto di sottoposizione a tortura e a pene o trattamenti inumani e degradanti nei loro Paesi", che il gip ritiene di escludere in automatico per Egitto e Bangladesh, anche perché gli indagati vi facevano spesso rientro. Infine la lettera della gip al capo di gabinetto di Salvini caldeggia anche due asseriti "indubbi ulteriori vantaggi per l'intera collettività", e cioè "la sensibile riduzione della sovrappopolazione carceraria, e la non celebrazione del processo penale".
di Natalfrancesco Litterio
ilcapoluogo.it, 5 giugno 2019
Dopo 10 anni di inadempienze, la Regione Abruzzo si appresta a eleggere il garante dei diritti dei detenuti. È stata istituita per la prima volta in Svezia a metà dell'Ottocento la figura del garante, con funzione di controllo dell'applicazione delle leggi e dei regolamenti contro ogni tipo di abuso contro le persone private o limitate nella libertà personale. C'è voluto più di un secolo perché questa figura vedesse la luce anche entro i confini nazionali. E ancor di più perché la Regione Abruzzo recepisse la legge nazionale.
A ricordare il lungo iter, il segretario regionale dei Radicali, Alessio Di Carlo, che al microfono del Capoluogo.it spiega: "Da oltre 10 anni, la Regione Abruzzo è inadempiente rispetto a questa figura prevista dalla legge nazionale, un'inadempienza che ha generato grande mobilitazione da parte dei Radicali, a seguito della quale nell'agosto 2011 è stata finalmente approvata la legge regionale, anche se per molto tempo non è stato emesso il bando relativo. Anche quando è arrivato il bando, si è creato un problema con l'elezione del garante che, secondo la legge regionale, doveva avere i due terzi dei voti del Consiglio, senza prevedere la semplice maggioranza nelle successive votazioni. Questo ha bloccato l'iter, fin quando allo scadere dell'ultima legislatura la legge è stata modificata".
A questo punto non dovrebbero esserci altri impedimenti: "A seguito delle elezioni si era creata una nuova situazione di stallo, per cui come Radicali Abruzzo abbiamo chiesto un incontro al presidente Sospiri. Non avendo avuto risposta, ho iniziato uno sciopero della fame, a seguito del quale il presidente si è subito attivato ed ha accettato di incontrarci. In quella sede ci ha informato del nuovo bando (scaduto oggi, ndr) e del fatto che, se avrà il consenso della Conferenza dei Capigruppo, si occuperà personalmente dell'audizione di coloro che hanno fatto domanda, al fine di arrivare al più presto possibile al Consiglio per eleggere il Garante dei detenuti. È stato molto disponibile anche per quanto riguarda il Garante dell'Infanzia e altre figure di garanzia che le leggi regionali prevedono".
A questo punto, se non sorgono ulteriori impedimenti, entro l'anno anche l'Abruzzo dovrebbe avere il Garante dei detenuti, previsto per legge da oltre 10 anni.
A riguardo si è espresso anche l'ex consigliere regionale di Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo: "Come autore della legge - approvata con grande ritardo dopo una lunga battaglia - non posso che esprimere amarezza per il fatto che il Consiglio Regionale non sia stato capace di convergere nella passata legislatura regionale sulla nomina di Rita Bernardini proposta dallo scomparso Marco Pannella.
La mediocrità del ceto politico abruzzese - dal Pd al centrodestra al M5S - ci ha privato del contributo di una delle maggiori esperte di problemi carcerari che ci sia nel nostro paese. In particolare demenziale che il M5S abbia negato il proprio voto favorevole perché Rita era stata condannata per la disobbedienza civile contro il proibizionismo sulla cannabis.
Ho sentito Rita oggi e mi ha detto che non intende ripresentare la domanda. Un'occasione persa per la nostra regione. Spero che ora non si proceda a una nomina con logica spartitoria di maggioranza ma venga scelta una persona che nel carcere e con i detenuti abbia lavorato sul serio e che possa effettivamente svolgere il ruolo che la legge assegna al Garante. Il grado di civiltà di un paese si giudica dalle sue galere, insegnava Voltaire"
di Saverio Fossati
Il Sole 24 Ore, 5 giugno 2019
Corte Ue - Sentenza causa C-18/18. Facebook potrebbe essere costretta a individuare tutte le informazioni "identiche" a un commento diffamatorio di cui sia stata accertata l'illiceità, e anche "equivalenti" se provenienti dallo stesso utente, e a rimuoverle. Lo afferma l'avvocato generale Maciej Szpunar nelle conclusioni, presentate ieri, alla causa C-18/18. Il condizionale è d'obbligo, dato che il diritto dell'Unione non disciplina la questione.
La vicenda prende le mosse da un commento diffamatorio ai danni di una deputata alla Camera dei rappresentanti del Parlamento austriaco. Il commento era stato fatto in seguito alla pubblicazione di un articolo di una rivista austriaca online.
La deputata (dopo un'inutile richiesta diretta a Facebook) aveva chiesto ai giudici austriaci di emettere un'ordinanza cautelare nei confronti di Facebook per bloccare la pubblicazione del commento, consultabile da qualsiasi utente di Facebook. Comunque, dopo che il giudice di primo grado aveva emesso l'ordinanza richiesta, Facebook aveva disabilitato in Austria l'accesso al commento.
Ma la richiesta della deputata all'Oberster Gerichtshof (la Corte Suprema), mirava alla rimozione del commento a livello mondiale. L'Oberster Gerichtshof aveva quindi chiesto alla Corte di giustizia di interpretare in tale contesto la direttiva 2000/31.
Nel concreto, però, l'avvocato generale ritiene solo che la direttiva sul commercio elettronico "non osti" (cosa ben diversa da un obbligo) a che un host provider che gestisce una piattaforma di social network, come Facebook, sia costretto, con provvedimento ingiuntivo, a cercare e a individuare, tra tutte le informazioni diffuse dagli utenti di tale piattaforma, quelle identiche a quella qualificata come illecita dal giudice. La direttiva, infatti, non disciplina la portata territoriale di un obbligo di rimozione.
La deputata avrebbe dovuto piuttosto far valere non il diritto dell'Unione ma le disposizioni generali del diritto civile austriaco in materia di violazione della vita privata e dei diritti della personalità. Quindi, ha concluso Szpunar "per quanto riguarda la portata territoriale di un obbligo di rimozione imposto a un host provider nell'ambito di un'ingiunzione, si deve ritenere che quest'ultima non sia disciplinata né dall'articolo 15, paragrafo 1, della direttiva 2000/31 né da nessun altra disposizione di siffatta direttiva e, pertanto, che (..) non osti a che un host provider sia costretto a rimuovere informazioni diffuse a mezzo di una piattaforma di rete sociale a livello mondiale. Inoltre, detta portata territoriale non è neanche disciplinata dal diritto dell'Unione, nella misura in cui, nella specie, il ricorso della ricorrente non è fondato sul medesimo".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 5 giugno 2019
Corte di cassazione - Sentenza 4 giugno 2019 n. 15159. Se il lavoro ingenera una malessere psichico questo medesimo malessere non può essere poi usato dal datore di lavoro, accusato di mobbing, per sostenere che non gli era possibile intervenire.
Lo ha affermato la Cassazione, sentenza n. 15159 del 4 giugno, così di evitando di cadere in un circolo vizioso che avrebbe penalizzato il lavoratore. Il caso era quello di un dipendente del Ministero dell'Economia e delle Finanze, impiegato per oltre dieci anni come funzionario tributario, prima presso l'ufficio imposte di Camerino, poi di Tolentino e infine alla Agenzie delle Entrate, che aveva chiesto il risarcimento del danno "per comportamenti datoriali persecutori e mobbing".
In primo grado aveva avuto ragione ma la Corte di appello di Ancona aveva rovesciato il verdetto. Secondo il giudice territoriale infatti sebbene fosse "evidente, quanto meno nel periodo finale della vicenda, la causa lavorativa dell'affezione", ciò "non ingenerava un obbligo giuridico, in capo al datore di lavoro, di adottare le misure necessarie per interrompere e disinnescare il rapporto causale tra malessere lavorativo e malattia conseguente, non essendo agevole, e forse neppure possibile organizzare un intervento efficace".
Si doveva infatti dare per acquisito (come "nozione di fatto" non necessitante dunque di prova, ex articolo 115 c.p.c) che "la malattia psichica si manifesta proprio con la incapacità di percepire l'effettiva realtà dei rapporti interpersonali, addebitando ad essi effetti che non sono veramente collegati casualmente". Il dipendente dunque avrebbe offerto una "versione prettamente narcisistica della sua attività lavorativa attribuendo al contesto lavorativo, ed agli "altri" tutta la responsabilità delle sue delusioni".
Per la Cassazione, però, un simile ragionamento non è accettabile. Con riguardo ai comportamenti di un soggetto affetto da una generica patologia psichica, infatti, non esiste alcun "fatto notorio" che può essere dato per acquisito e da cui possono desumersi determinate conseguenze. Si versa infatti in un ambito, quello medico scientifico, che per la sua "specificità" esula da una "acquisita tangibilità diffusa" e necessita sempre di un apprezzamento "tecnico".
Quanto dunque sostenuto dalla Corte territoriale, ovvero che "vi sia un nesso addirittura notorio, tra una generica "malattia psichica" e la capacità di affrontare le relazioni interpersonali, al punto di ingenerare un'impossibilità datoriale di porre rimedio allo scaturire dal lavoro di un danno per il lavoratore interessato, è affermazione apodittica e non riportabile ad una regola o ad un fatto di comune esperienza e che si colloca come tale al di fuori dell'ambito di cui all'art. 115, co. 2, c.p.c.".
"Infatti - prosegue la Cassazione - le conseguenze interpersonali o socio relazionali delle malattie psichiche appartengono, allo stato, al patrimonio tipico dello conoscenze e degli apprezzamenti scientifici dell'ambito specialistico medico-legale e psichiatrico, palesemente non surrogabile da valutazioni, consequenzialmente sommarie e grossolane, del c.d. quisque de populo". Ne consegue, conclude la Corte, che risulta viziato il ragionamento attraverso cui la sentenza impugnata ha escluso la responsabilità datoriale "per impossibilità di impedire l'evento (ovverosia il danno consequenziale alle condizioni lavorative)".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 5 giugno 2019
Corte di cassazione, sezioni unite penali, informazione provvisoria 30 maggio 2019. Il provvedimento di archiviazione per tenuità del fatto va iscritto nel casellario giudiziale. E tuttavia non ne va fatto cenno nei certificati richiesti dall'interessato, dal datore di lavoro oppure dalla pubblica amministrazione. Lo hanno deciso le Sezioni unite della Cassazione, con pronuncia nota per ora solo nell'informazione provvisoria. Le motivazioni saranno disponibili solo tra qualche tempo e, nel frattempo, le ragioni a favore della soluzione individuata dalle Sezioni unite possono essere in parte tratte dall'ordinanza di rinvio.
Qui si sosteneva la tesi della necessità dell'iscrizione sulla base di tre considerazioni. La prima: la mancata iscrizione ha come conseguenza l'impossibilità di tracciare con compiutezza la personalità del soggetto interessato "così pregiudicando le successive valutazioni del requisito della non abitualità che la stessa disposizione pone a fondamento dell'istituto". Situazione tanto più rilevante nel caso di reiterazione di fatti della stessa indole.
Inoltre, a favore dell'iscrizione milita anche una ragione sistematica, con riferimento alla previsione esplicita di iscrizione nel casellario di altri provvedimenti non definitivi e, per certi versi, di contenuto analogo. È il caso per esempio della messa alla prova, per la quale è disposta l'iscrizione della disposizione che sospende il procedimento. Si tratta di un provvedimento che la legge delinea come revocabile con l'obiettivo di permettere al giudice di valutare le condizioni di accesso alla misura e di impedire una illegittima seconda concessione. Considerazione identica che deve essere fata valere anche nel caso della tenuità del fatto, "perché il giudice è tenuto a verificare che l'indagato non tenga un comportamento abituale ovvero reiteri le condotte illecite, sicché l'autorità giudiziaria deve essere informata del provvedimento di archiviazione per tale causa di non punibilità". La stessa relazione al decreto che ha istituto la nuova causa di non punibilità precisa che è stata prevista l'iscrizione di tutti i provvedimenti che l'hanno riconosciuta, compresi i decreti e le ordinanza di archiviazione.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 5 giugno 2019
Anteprima con il presidente Mattarella del "Viaggio in Italia" della Corte Costituzionale. C'è la giurista Daria de Petris che davanti al dolore di una donna dietro le sbarre non riesce a trattenere le lacrime. C'è il costituzionalista di lungo corso Giancarlo Coraggio, abituato ai quesiti dei suoi studenti, che improvvisamente si sente in difficoltà nel rispondere perché "le vostre domande vi riguardano direttamente".
C'è il presidente Giorgio Lattanzi che si intenerisce al cospetto dei bambini reclusi con le loro mamme. C'è la vicepresidente Marta Cartabria che tenta di spiegare la contraddizione tra gli ideali fissati nella Carta e la realtà. C'è Giuliano Amato che quei ragazzi finiti sulla strada sbagliata se li riporta in autostrada a Roma, per farli entrare nel tempio della Costituzione.
Ci sono insomma i giudici della Corte Costituzionale che perdono le loro sicurezze nell'incontro con i detenuti, le detenute, le trans costrette nei bracci maschili, gli uomini che hanno una dignità malgrado 29 anni di vita in carcere di cui 12 a regime duro, le agenti penitenziarie che "non possiamo farci coinvolgere perché altrimenti non lavoriamo più", e le donne malavitose che "non rinnego nulla perché fare le rapine, spacciare, usare le armi, stare su piazza, ti dà un'adrenalina come niente al mondo".
Senza dogmi, le loro storie tragiche e cattive riacquistano dignità, nel film prodotto da RaiCinema che questa sera sarà presentato all'Auditorium Parco della Musica di Roma, alla presenza del capo dello Stato, Sergio Mattarella, dei giudici della Consulta e del regista Fabio Cavalli. Andrà poi in onda il prossimo 9 giugno in seconda serata all'interno dello Speciale Tg1 Rai 1.
Ma dovrebbero proiettarlo nelle scuole, il docu-film Viaggio in Italia, girato in sette Istituti penitenziari italiani (Rebibbia a Roma, San Vittore a Milano, il minorile di Nisida, Sollicciano a Firenze, Marassi a Genova, Terni, Lecce sezione femminile) durante la visita di altrettanti giudici quando, durante lo scorso anno, in occasione del settantennale della Costituzione, l'intera Corte decise di uscire dal Palazzo della Consulta e iniziare un viaggio nell'Italia vera.
Cominciando dagli ultimi, dai carcerati. Perché, come ebbe a dire il presidente Lattanzi quando nell'ottobre 2018 inaugurò a Rebibbia un'iniziativa senza precedenti al mondo, vista in streaming da 11 mila detenuti, "i nostri padri costituenti avevano conosciuto nel Ventennio fascista la mortificazione del carcere, e dietro la Carta costituzionale ci sono tante persone che sono state detenute". E perché siamo ancora nella civiltà di Voltaire. Malgrado Salvini.
ilquaderno.it, 5 giugno 2019
Il concerto, fortemente voluto dalla direttrice dell'istituto penitenziario, Marianna Adanti, e patrocinato dal Comune di Airola, sarà eccezionalmente aperto al pubblico. Venerdì 7 giugno alle ore 21.00 l'artista Luca Pugliese si esibirà gratuitamente in concerto per i detenuti del carcere minorile di Airola presso il teatro di corte del complesso monumentale ospitante l'istituto penitenziario. Sarà la diciannovesima tappa della tournée musicale "Un'ora d'aria colorata", missione artistico-culturale intrapresa da Pugliese nel 2013 e ancora in fieri, iniziativa solidale che punta il dito sullo stato dei nostri istituti penitenziari e chiama in gioco il ruolo sociale dell'arte e dell'essere artisti.
"La dignità dell'uomo - afferma Pugliese - è un diritto universale che non ammette deroghe e l'arte è un diritto di tutti. La musica è aria dipinta. Portare un po' di musica in luoghi dove tutto è troppo poco e troppo stretto, mi rende vivo e mi fa sentire utile al mondo".
La tappa di Airola è la prima dedicata dall'artista campano al popolo detenuto minorenne. Il concerto, fortemente voluto dalla direttrice dell'istituto penitenziario, dottoressa Marianna Adanti, e patrocinato dal Comune di Airola, sarà eccezionalmente aperto al pubblico, previa prenotazione e compatibilmente con la capienza del teatro.
"La magia di questo tour - commenta Pugliese - è quella di aver scoperto e toccato con mano il potere aggregativo della musica, la capacità della musica, in luoghi come il carcere, di farsi vero e proprio focolaio di libertà. Le emozioni che questa esperienza mi ha finora restituito sono veramente rare, le mie canzoni e la mia musica godono di un'energia totalmente diversa da quando ho deciso di regalarle a chi ne ha veramente bisogno".
Luca Pugliese si esibirà per i giovanissimi dell'istituto penitenziario nella veste live che, proprio a partire dalla tournée carceraria, si è consolidata come quella da lui preferita: la versione "one man band" (voce, chitarra, percussioni a pedale). Strabiliante "uomo orchestra" e cantautore e interprete raffinato, porterà in scena il background più profondo della sua esperienza musicale, da sempre aperta alla contaminazione e costantemente alla ricerca di nuove suggestioni.
Ultime, ma solo in ordine di tempo, le suggestioni musicali tratte dal repertorio classico napoletano - che della tournée nelle carceri sono la colonna portante - e da quello latinoamericano, che assieme a brani propri e a grandi classici del cantautorato italiano offriranno un viaggio musicale unico nel suo genere, in cui epoche, stili e tradizioni differenti trovano un epicentro comune grazie a un grintoso talento interpretativo e a una rara capacità di farli propri.
di Andrea Bucci
La Stampa, 5 giugno 2019
"Aprirono l'idrante e mi stordirono con un getto d'acqua ghiacciata. Poi nella cella entrarono le guardie, mi buttarono a terra per ammanettarmi e mi colpirono con un manganello". E ancora: "Nel tragitto dalla cella al quarto piano all'infermeria situata al piano terra mi riempirono di schiaffi e manate in testa. In attesa della visita mi lasciarono per qualche ora senza vestiti chiuso nella stanza "acquario" (cella di contenimento)".
Infine: "Davanti al medico mi costrinsero a dire che ero caduto dalle scale. Ritornato in cella trascorsi tutta la notte sulla branda di ferro, senza materasso". Sono stralci di una lettera scritta da un detenuto italiano, sottoposto a misura cautelare, vittima di presunti pestaggi e inviata all'associazione Antigone, che si interessa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale.
La lettera racconta dei pestaggi ai detenuti avvenuti in carcere nella notte tra il 25 e 26 ottobre 2016 per sedare la rivolta. Su quell'episodio la procura di Ivrea aveva aperto un fascicolo, contro ignoti, ma poi aveva chiesto l'archiviazione. Richiesta cui si era opposto il Garante comunale tramite l'avvocato Marialuisa Rossetto e che è stata poi respinta dal gip Stefania Cugge. Ora toccherà al sostituto procuratore Alessandro Gallo riprendere in mano l'indagine.
Non si tratta dell'unico caso in cui si sarebbero verificati eccessi nel carcere eporediese. Questa mattina, davanti al Gip, si discuterà sulla richiesta di archiviazione avanzata dalla procura per presunti pestaggi avvenuti in una cella nel novembre 2015.
Ad opporsi all'archiviazione sono stati il Garante comunale e l'avvocato Simona Filippi, legale dell'associazione Antigone. Per quei fatti erano anche stati anche individuati i presunti autori della violenta repressione. Ieri, le osservatrici della sezione Piemonte di Antigone, Benedetta Perego e Perla Allegri, hanno anche acceso i riflettori sulla situazione sicurezza in cui versa il carcere: "La Casa circondariale di Ivrea ha una capienza di 197 posti, ma al 31 maggio i detenuti presenti erano 280".
di Alessandra Iannello
Il Messaggero, 5 giugno 2019
Il reinserimento sociale per gli ex detenuti si fonda sulla creazione di una professionalità che può essere spesa una volta usciti dal carcere. Forti di questa teoria, sono nati a Torino due progetti che sono da esempio per molte case circondariali nel resto del Paese. Per i minorenni del Ferrante Aporti l'opportunità per il futuro si chiama Spes@labor.
Il programma prevede l'apprendimento da parte di alcuni giovani detenuti delle competenze dell'addetto alla produzione del cioccolato attraverso la formazione teorica e la pratica nel laboratorio allestito all'interno del carcere. Inoltre, attraverso un sistema di borse lavoro, beneficiano di questo percorso anche i ragazzi in penale esterna che svolgono la pratica presso la Fabbrica del Cioccolato.
Hanno partecipato al progetto 36 ragazzi, 3 di questi hanno poi proseguito la loro esperienza nella Fabbrica di Cioccolato SPeS e altri 5, concluso il progetto, hanno continuato a lavorare con SPeS. Dal lavoro dei ragazzi è nata una nuova linea di prodotto "La Vita", tavoletta di cioccolato al latte e fondente. È invece rivolto agli adulti il progetto che Liberamensa ha messo a punto con Endemol, produttore fra l'altro, di MasterChef e di MasterChef All Stars.
"Complessivamente - spiega di Piero Parente, presidente Liberamensa - all'interno della cooperativa trovano opportunità d'inserimento lavorativo, nei diversi servizi gestiti, 22 persone, di cui 15 sono assunte e 7 sono in tirocinio formativo retribuito. All'interno del carcere sono impiegate 10 persone tra panificio e servizi ristorativi. Le altre 12 lavorano all'esterno tra Caffetteria del Tribunale, bar del Museo Egizio e tavola calda-ristorante di corso Giulio Cesare".
Il progetto prevede la creazione di una linea gourmet di street food pensata dal vincitore dell'edizione di MasterChef All Stars Michele Cannistraro per Liberamensa. Le 16 proposte comprendono focacce, panini, pizze e patate farcite e prevedono ricette estive e invernali, tra cui anche vegetariane. Il tutto realizzato con prodotti freschi e di stagione mentre le farine per le produzioni a lievito madre sono macinate a pietra da Viva, i cui grani provengono da coltivazioni del Piemonte.
"Gli ingredienti semplici - spiega Michele Cannistraro, chef ideatore del menù gourmet e vincitore di Masterchef All Stars - sono stati elaborati in chiave gourmet da ragazzi molto volenterosi che volevano dimostrare di essere preparati. Questa per loro è stata un'opportunità di crescita in un percorso che, grazie a occasioni simili, li gratifica".
La linea di street food sarà distribuita nei punti ristoro di Torino gestiti da Liberamensa: la caffetteria del Tribunale, quella del Museo Egizio, il bar agenti della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno e nel nuovo locale di corso Giulio Cesare. Attivo già da diversi anni, il forno all'interno del carcere sforna pane e grissini che vengono commercializzati con il marchio Farina nel Sacco non solo nei punti vendita Liberamensa ma riforniscono anche alcuni ristoratori di Torino, in particolare hamburgherie e paninoteche.
"Grazie anche al contributo ricevuto da Endemol - conclude Parente - entro settembre dovrebbe aprire un nuovo negozio in Torino, dedicato alla vendita di tutti i prodotti da forno di Farina nel Sacco, con uno spazio importante anche per la somministrazione di panini e pizze gourmand". Nello stesso periodo dovrebbe partire il nuovo orario del locale di corso Giulio Cesare che passerà dal solo servizio pranzo all'apertura serale con uno spazio bimbi e la possibilità di organizzare eventi.
askanews.it, 5 giugno 2019
La struttura è stata mostrata anche alla delegazione Messico-Unodc. Un padiglione del carcere di Rebibbia-Nuovo Complesso è stato interamente ristrutturato dai detenuti. Questa iniziativa, portata a termine all'interno del penitenziario romano - si spiega in una nota del ministero della giustizia - è stata seguita dal direttore Rosella Santoro e dal commissario comandante del reparto della casa circondariale Luigi Ardini. La struttura - si aggiunge - è stata mostrata anche alla delegazione Messico-Unodc attualmente in Italia per studiare da vicino il funzionamento del modello di lavoro di pubblica utilità "Mi riscatto per?".
- Asti: il Film Festival va in carcere con il progetto Libera-Mente
- Bologna: teatro-carcere con "Figlie di Lear", protagoniste 11 detenute
- Radio Radicale, in arrivo la mozione per salvarla. Di Maio sblocca il no dei 5S
- Napoli: Secondigliano, Mussida dona un'audio-teca al carcere
- "Primula rossa". La storia italiana vista dalle sbarre di un manicomio









