di Andrea Colombo
Il Manifesto, 15 aprile 2015
Il tribunale di sorveglianza dichiara estinta la pena del Cavaliere conseguente alla condanna per frode fiscale nel caso Mediaset. Ma per Forza Italia il caos nelle regioni si moltiplica.
Si può escludere che Richard Wagner abbia mai immaginato un crepuscolo degli dei tanto tapino, così lontano dalle tonalità eroiche che si presume accompagnino sempre l'epica della decadenza. Il sito di Forza Silvio è improvvisamente scomparso dal web: fatture non pagate. Più Alberto Sordi che I Nibelunghi. Battaglie per carità ce ne sono. In Puglia, e adesso anche in Liguria. Ma somigliano a randagi che si azzannano per l'ultimo osso più che a Sigfrido o Hagen.
E pensare che doveva essere un giorno di festa ad Arcore. Pena estinta, passaporto restituito: Berlusconi è un uomo libero. C'è ancora, è vero, l'ombra della legge Severino, che gli impedisce di candidarsi fino al 2019. Ma persino sul quel delicato fronte un segnale di pur timido ottimismo sarebbe arrivato, con la sentenza Contrada. In ogni caso il campionissimo del centrodestra può finalmente tornare a fare a tempo pieno quel che gli riesce meglio: il piazzista politico più brillante che abbia calcato le scene del teatrino della politica. E almeno lui è, o era fino a poco tempo fa, convinto di poter ancora fare la differenza.
Invece no. Nessuna festa. La libertà ritrovata arriva proprio nel mezzo dello sfaldamento totale non solo del partito di Arcore ma di tutta l'area politica che Berlusconi aveva compattato e che ha fatto il bello e il cattivo tempo per vent'anni in Italia, ma che, si scopre davvero solo adesso, non ha mai avuto altra ragion d'essere se non l'occupazione del potere. Era già evidente che il caso pugliese non fosse un'eccezione. Ora la giostra impazzita ligure conferma. Due giorni fa, all'improvviso, è comparsa una lista di destra, Liguria Libera, che non intende appoggiare il candidato di Fi e Lega, Giovanni Toti, e schiera il suo campione, Enrico Musso.
La nota dolente è che la formazione di Giorgia Meloni e La Russa, FdI, pare decisa, pur se non ancora ufficialmente, ad appoggiare Musso e non Toti. L'azione di disturbo di Liguria Libera non è affatto trascurabile. Ieri giravano addirittura voci, quasi certamente infondate ma eloquenti, su una possibile rinuncia di Toti. Nemmeno l'altro spezzone impazzito dell'ex centrodestra, l'Ncd di Alfano, appoggerà Toti, il megafono di re Silvio. I "centristi" sono ancora indecisi se schierarsi con Musso o con la candidata Pd Paita, ma è un dubbio più di facciata che di sostanza. Alla fine saranno con il Pd.
In Puglia il dramma si è in realtà già tutto consumato. Oggi scadeva l'"ultimatum" posto da FdI: o tutta Fi, Fitto incluso, si schiera dietro Adriana Poli Bortone, oppure noi ci coalizziamo per Schittulli e chi se ne frega se l'ex sindaca di Lecce è iscritta proprio a FdI. Le conseguenze della lacerazione non tarderanno ad arrivare. Donna Adriana straccerà la tessera, e poco male. Ma stando alle minacce di Toti anche quella di Fitto verrà stracciata. Non da lui ma dal gran capo in persona: "Ovvio che se appoggia un candidato diverso da quello del partito, si mette fuori da Fi". Ovvio fino a un certo punto, essendo vacante quel collegio dei probiviri delegato alle espulsioni. Il tutto, c'è da scommettere, finirà in tribunale.
C'è una logica dietro le deliranti manovre in corso, anzi ce ne sono due. La prima è quella di chi mira ad allearsi ovunque possibile con Berlusconi, non perché lo consideri ancora vegeto, ma al contrario perché, dandolo già per trapassato, ritiene che sia questa la maniera migliore per trasferire i suoi residui voti nei propri forzieri. È la strategia di Salvini, e spiega le numerose alleanze con Fi, inclusa quella in Puglia. La seconda logica appartiene a tutti quelli che, invece, l'ex onnipotente vogliono toglierselo dai piedi il prima possibile, convinti che sia lui il principale ostacolo al loro decollo. Sono legione: Fitto, Alfano, Meloni, ma anche, acquattato, Corrado Passera.
Sono logiche miopi. Porteranno pure, ad alcuni tra i contendenti, qualche voto in più. In compenso faranno della destra italiana una fortezza spianata, pronta a essere saccheggiata dal primo Renzi che passa.
di Elide Rossi e Alfredo Mosca
L'Opinione, 15 aprile 2015
L'indimenticabile Bettino Craxi dopo il drammatico suicidio dell'onorevole Sergio Moroni, nel periodo di Tangentopoli, disse: "Hanno creato un clima infame". Come in tante altre occasioni, il grande statista aveva ragione. Ovviamente Craxi allora si riferiva all'atmosfera di assurda caccia alle streghe, dove guarda caso queste erano, per così dire, tutte e solamente annidiate da una "parte" ideologica e politica.
"L'altra parte", a loro dire, vantava solo superiorità morale, onestà, integrità e rispetto della cosa pubblica, naturalmente parliamo dell'area riconducibile alla sinistra comunista e più o meno cattocomunista. Fatto è che quando Craxi, in un suo significativo intervento in Parlamento, invitò chiunque fosse seduto in quell'aula ad alzarsi se certo di non avere nemmeno per sbaglio, mai nella vita, compiuto qualcosa di illecito. Tutti restarono seduti in un agghiacciante silenzio. Non solo, ma Craxi aggiunse che la storia si sarebbe incaricata di fare luce ed accertare la verità sullo stato delle cose. Ancora una volta Craxi aveva ragione, e oggi, più di vent'anni dopo, sappiamo molto meglio, ma ancora non tutto, della famosa superiorità morale dei postcomunisti e del mondo che gli gira attorno.
Quanto diversa, infatti, sarebbe ora l'Italia se quella di Tangentopoli fosse davvero stata una operazione chiara, libera, imparziale. Al contrario, ancora oggi restano non solo dubbi profondi, ma nonostante le tante evidenze finalmente emerse, anche coni d'ombra inquietanti. Certo è che molti personaggi importanti di allora lo sono ancora oggi, chi contava a quei tempi, conta anche nei nostri tempi e molti cenacoli del potere di quegli anni sono rimasti in auge fino ai giorni nostri. Sia come sia, non vi è dubbio che negli ultimi anni l'Italia è progressivamente precipitata in un burrone economico, politico, sociale e materiale, che mai si sarebbe potuto immaginare in un Paese che nella seconda metà degli anni Ottanta era praticamente la quarta potenza del mondo intero.
Inoltre, come se non bastasse, non pochi di quei signori di allora decisero di portare l'Italia nell'euro nel peggiore dei modi, ci infilarono senza ascoltarci in un tunnel di obblighi, vincoli e patti, incuranti delle difficoltà, degli squilibri e dei problemi che nel nostro sistema Paese si andavano evidenziando. Bene, il precipitato dei due fatti storici è l'Italia che vediamo e che purtroppo viviamo, con la certezza che in vent'anni alcuni hanno purtroppo fatto straordinarie carriere, altri soldi a palate, altri ancora affari enormi; in buona sostanza, immensi successi di una potente micro-minoranza, mentre sacrifici, dolori, esasperazioni ed impoverimento esiziale sono spettati alla totalità degli altri.
Insomma, un'Italia smarrita, indebitata fino al collo, esasperata dalla mancanza di lavoro, perseguitata dall'ossessione fiscale, indebolita istituzionalmente e democraticamente, invasa e pervasa da un'immigrazione incontrollata e mal gestita, impaurita da un livello di sicurezza sociale e personale sceso a livelli pericolosissimi. A peggiorare le cose poi, da Monti a Renzi negli ultimi anni, è iniziata un'operazione di terrorismo fiscale e di tartassamento impositivo e burocratico da regime poliziesco. A partire dalla casa, tutto è stato oppresso da patrimoniali e addizionali fino all'inverosimile. Si sono lasciate libere le banche (dopo averle salvate e foraggiate) di chiudere selvaggiamente ogni rubinetto alle famiglie ed all'economia reale, si è permesso agli istituti di credito di operare con i derivati senza limiti legali, gli si è consentito di chiudere il credito alle persone come mai nella storia.
Non solo, ma negli ultimi tre governi si è stravolta ogni garanzia sociale, dalla legge Fornero agli esodati, all'esclusione degli 80 euro per i pensionati minimi, si è azzoppata la democrazia, riducendo la Repubblica ad una monocrazia spavalda ed irritante. Si sono rimessi in libertà, con la scusa dello svuota carceri, fior di delinquenti e svuotate le strade dai controlli delle forze dell'ordine. Si è continuato a spremere su tutto gli italiani, mentre non passa giorno che scandali, ruberie, disonestà e vergogna non sommergano politici e classe dirigente. Tornando a Craxi, si è creato un "clima infame" su tutto e per tutti gli italiani.
La prova è data dal fatto che, mai come in questi anni, c'è stata nella società, un'esponenziale amplificazione di gesti drammatici. Suicidi, omicidi, per cartelle e liti fiscali, per folle reazione a contenziosi bancari, per lavoro perso, per dispute economiche e di affari, per criminose vendette verso abusi e soprusi vissuti come tali, per liti di denaro nelle famiglie o, più semplicemente, perché si è persa la testa per un licenziamento. Un bollettino enorme, drammatico, un vero ed immenso allarme sociale di una miccia che può esplodere ogni giorno e dappertutto.
Più volte ed accoratamente, noi come tanti altri, abbiamo urlato la necessità di una pacificazione sociale, fiscale, amministrativa, il bisogno urgente di risanare la rabbia fra i cittadini e burocrazia, fra Stato e contribuenti, fra politica ed elettori, l'indispensabilità di trovare il modo di consentire una sanatoria pacificatrice su tutte le dispute possibili, le liti ed i contenziosi giudiziari. Insistere sulla strada della spavalderia, delle illusioni, delle bugie elettorali, delle sparate, è pericoloso e demenziale; è una forma di ottusità morale, politica ed ideale. Qui non si tratta di stare con o contro la magistratura e le forze dell'ordine, si tratta invece di capire lo stato di salute dell'Italia.
Non percepire quanto la gente sia sfinita, stanca ed esasperata di combattere ogni giorno contro le ingiustizie, le disfunzioni del nostro apparato amministrativo e burocratico, che costringe il cittadino a difendersi dai continui "attacchi" dello Stato a danno della sua serenità e del suo equilibrio mentale e fisico, sarebbe un immenso errore. Disservizi, scandali, diritti calpestati, umiliati, mortificati, sono l'esasperazione della gente che vorrebbe solo essere lasciata vivere e lavorare in pace e sicurezza, rispettando le regole e partecipando al sostegno della buona spesa pubblica per portare il Paese all'avanguardia come accade nelle democrazie avanzate.
Il clima è infame, pesante come mai lo è stata in Italia, le stupide promesse non servono, come non servono i buonismi ed i relativismi che annientano e distruggono, occorre mettersi in testa che senza la pace sociale, il lavoro e la sicurezza non c'è strada che possa portare alla crescita, allo sviluppo, alla fiducia ed al rispetto fra gente ed istituzioni.
di Giuliano Ferrara
Il Foglio, 15 aprile 2015
Bruno Contrada non doveva essere condannato per un reato che non c'è, il concorso esterno in mafia. Strasburgo dixit. A smentita di tutti i pm che trattando "le ombre come cosa salda" hanno tradito la giustizia e lo Stato. Strasburgo dixit. Per la Corte europea dei diritti umani Bruno Contrada "non doveva essere condannato" e lo stato deve rifondergli i danni, con una grottesca provvisionale di diecimila euro.
Bruno Contrada è l'italiano più simile a Joseph K., disperato eroe di Franz Kafka, quello che "doveva aver fatto qualcosa perché una mattina fu tratto in arresto". Alla vigilia di Natale del 1992, anno delle infami stragi palermitane, fu catturato, rinchiuso come alto funzionario dei servizi di sicurezza in un carcere speciale, seppellito da accuse tragicamente false e intrinsecamente ambigue, che la giustizia alternatamente confermò, smentì e confermò in via definitiva attraverso la Cassazione. Molti anni di carcere, una vita e una salute distrutte, un senso dell'onore personale avvilito e dissolto nella fornace della gogna di stato, della calunnia e del pettegolezzo maligno, in spregio al "ragionevole dubbio" (e più che questo) generato da un'assoluzione in giudizio e da altre circostanze. La fattispecie del reato imputatogli era la famigerata ipotesi di "concorso esterno in associazione di stampo mafioso".
Non associazione mafiosa, non ce n'erano i minimi presupposti, ma "concorso esterno" (lo stesso odioso capo di reato che è costato la libertà personale a Marcello Dell'Utri, collaboratore di Silvio Berlusconi, rinchiuso da un anno nel carcere di Parma). L'avvocato Giuseppe Lipera, mentre l'ultraottantenne condannato grida con la sua voce rauca lo scandalo che lo ha distrutto, ha nel frattempo ottenuto l'avvio, che è per il prossimo mese di giugno a Caltanissetta, della revisione del processo.
Vedremo, ma già la notizia della ripartenza è un botto. Intanto sta risultando chiaro, sul piano di un giudizio etico europeo che è superiore per tempra e senso argomentativo alla giurisprudenza che ha dannato il "mostro", che negli anni in cui Contrada avrebbe compromesso collusivamente lo stato, di cui era funzionario di altissimo rango nella repressione del crimine organizzato, non esisteva alcuna chiara definizione del reato per cui Contrada è stato condannato, appunto il "concorso".
Un uomo è stato arrestato, avvilito dall'infamia, carcerato e distrutto nel suo onore per qualcosa che all'epoca dei fatti addebitatigli non era reato. È noto che la vecchia polizia, ai tempi in cui non tutto era definito abusivamente con la tecnica mal governata del pentitismo o delle intercettazioni a strascico, aveva i suoi confidenti, metteva con coraggio le mani in pasta per catturare e portare a esiti di giustizia i boss mafiosi, attuando una strategia fatta di razionali distinzioni e strumentali abboccamenti. E i boss braccati dai superpoliziotti come Contrada trovarono il modo, in un'epoca di barbarie giuridica, di rivalersi.
Il solito Antonio Ingroia, oggi avvocato Ingroia dopo essere stato candidato Ingroia, nella sua veste di allora di pm aveva imbastito l'accusa che trasformava la pratica di polizia in vigore per una intera epoca storica in una collusione, anzi in un "concorso" collusivo che solo una sentenza della Cassazione, due anni dopo l'arresto di Contrada (1994), definì, quasi la Cassazione avesse il potere di fare una legge, come reato associativo (da quasi tutti considerato flebile nelle premesse logiche e giurisdizionali). Quando si dice la giustizia. Da anni, in processi a politici locali, uomini di stato (Andreotti) e uomini dello stato, trattiamo "le ombre come cosa salda".
E facciamo di un simil-reato la sostanza fin troppo realista della persecuzione ingiusta degli innocenti fino a prova contraria. Gli azzeccagarbugli leggeranno con spirito variabilmente manettaro la sentenza di Strasburgo, ma la sentenza questo dice.
di Danilo Paolini
Avvenire, 15 aprile 2015
In tutti questi anni è invecchiato e s'è ammalato, Bruno Contrada, lo sguardo spavaldo del super-poliziotto è ormai solo un ricordo in bianco e nero. Ma è riuscito ad arrivare vivo al giorno in cui forse aveva smesso di sperare: ieri una Corte ha stabilito che la sua condanna per concorso esterno in associazione mafiosa non doveva essere pronunciata.
Non è una sentenza della giustizia italiana, che nel frattempo ha fatto il suo corso rendendo definitivo il verdetto di colpevolezza e negando per tre volte la revisione del processo, tanto che la pena a 10 anni è stata scontata per intero.
La notizia arriva, invece, dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu), la stessa che una settimana fa ha condannato l'Italia per i pestaggi nella caserma Diaz durante il G8 del 2001 a Genova, qualificandoli come torture. Molto clamore, e giustamente, hanno sollevato quei fatti. Molto, si spera, farà discutere la sentenza di ieri.
Non perché il caso Contrada ne sia uscito ribaltato nel merito. Noi non sappiamo ancora (e non lo sapremo mai, probabilmente) se in questi quasi 23 anni l'ex-capo della Squadra Mobile di Palermo ha detto la verità, descrivendosi come la vittima di un complotto ordito dai mafiosi ai quali un tempo diede la caccia. Non sappiamo se dicevano la verità i "pentiti" che lo accusavano di connivenze con "Cosa nostra", accuse alle quali si dice dessero credito due eroi civili come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Sappiamo che i giudici italiani, al termine di cinque processi, hanno ritenuto Contrada colpevole. Ma da ieri sappiamo anche che non avrebbero potuto farlo perché il reato di cui era accusato, di fatto, non esisteva nel nostro ordinamento nel momento in cui lo avrebbe commesso. E qui scatta, al di là di una vicenda personale comunque dolorosa, un allarme per chiunque crede che la certezza del diritto sia una garanzia intoccabile per tutti. È vero, infatti, che dal 1994 in poi la giurisprudenza ha cercato di inquadrare e consolidare il "concorso esterno in associazione mafiosa".
Ma resta il fatto che quel delitto nel codice non c'è, perché scaturisce dal combinato disposto degli articoli 416-bis (associazione mafiosa) e 110 (concorso in reato), e i suoi contorni appaiono tuttora - anche a giudizio di molti magistrati antimafia - non delineati con nettezza. Il legislatore dovrebbe intervenire per eliminare ogni margine di discrezionalità in una materia che non ne dovrebbe consentire. Perché un'ultima cosa la sappiamo e questa senza dubbio alcuno: che la mafia è un'idra che avvelena la società, soffoca la democrazia, inquina l'economia. Per tagliare tutte le sue teste servono armi di precisione, quindi norme affilate e sentenze solide.
di Bruno Tinti (ex magistrato)
Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2015
La nuova legge sul carcere preventivo ha del ridicolo: si manda dentro qualcuno se il pericolo è "attuale". Se pensa di fuggire tra 2 mesi non lo si può fermare. Come si potrebbe scrivere un "normale" codice di procedura in materia di carcerazione preventiva? Non è difficile: "Quando vi è l'esigenza di evitare il pericolo che le prove siano inquinate, che l'imputato fugga e che commetta altri reati può farsi ricorso alla carcerazione preventiva".
Le parole chiave sono: "Esigenza e pericolo". Siccome "ogni provvedimento giurisdizionale deve essere motivato" (art. 111 Cost.) e l'assenza o l'insufficienza di motivazione rendono nullo il provvedimento, ogni giudice dovrà spiegare in cosa consistono le esigenze e il pericolo (di inquinamento, fuga etc). Tutto ciò sarebbe sufficiente se in carcere ci finissero solo i delinquenti comuni; ma siccome noi abbiamo una classe politica inquinata dal malaffare, succede sempre più spesso che in carcere ci finisca il delinquente eccellente.
Poi non gli succederà niente o quasi: il processo penale è costruito per garantire l'impunità. Ma intanto finisce in prigione e a questo bisogna porre rimedio. Ecco perché le norme in materia di custodia cautelare sembrano scritte da un ansioso compulsivo paranoico. E perché, ogni tanto, quando si rivelano nonostante tutto inefficienti, vanno aggiornate. L'ultima versione ha avuto il via libera dal Senato pochi giorni fa. Le esigenze che consigliano la carcerazione preventiva (esigenza = bisogno, necessità) sono rimaste "specifiche e inderogabili".
Che differenza c'è tra esigenza ed esigenza specifica e (non o, proprio e) inderogabile non si capisce. Il pericolo, che già era previsto dovesse essere "concreto", adesso è necessario che sia anche "attuale". Attuale = che esiste oggi, al tempo presente. Sicché se l'inquinamento probatorio o la fuga o la commissione di altri reati sono concretamente probabili ma non oggi, forse solo tra 3 giorni, una settimana o un mese, non si può incarcerare nessuno. Aspettare si deve e acchiapparlo un attimo prima che inquini o scappi o delinqua ancora.
E se ha cambiato idea e lo fa un giorno prima? Pazienza, la carcerazione preventiva è una barbarie, occorrono paletti precisi. Dove si arriva a vette di vera e propria idiozia è quando si impone al giudice che accoglie la richiesta di carcerazione preventiva del pm di motivare con "autonoma valutazione"; se non lo fa, il provvedimento è nullo, la nuova legge ci tiene a chiarirlo.
Siccome i pm motivano meglio che possono (c'è il rischio che il giudice non si convinca) questi, se si convince, motiva la sua decisione scrivendo che quello che ha detto il pm è proprio giusto; qualche volta aggiunge qualcosa. Fino a ora. Adesso l'idea è che il giudice non può dire: "Ho letto tutto quello che ha detto il pm, ho letto gli atti, ho controllato tutto per bene, è tutto giusto, sono convinto; quindi dispongo che il delinquente vada in carcere". No, deve riscrivere tutto con parole sue. Se non fa così, tutto nullo.
Il progetto "politico" non è stupido. Non è difficile sostenere che sussiste concreto pericolo di inquinamento probatorio; che questo sta per succedere ora, subito e non in un imprecisato prossimo futuro è difficile. Si può spiegare perché sussiste concreto pericolo di fuga per un evasore fiscale seriale che si è costruito con il bottino villa e relazioni sociali in qualche Paese lontano che non concede estradizione; più difficile è dare ragione del fatto che questo succederà oggi, al massimo domani; se progettasse di scappare appena le cose si mettessero male per lui, magari fra un mese, questo non è rilevante.
Di uno che ha scambiato promesse elettorali con voti nelle ultime due elezioni può dirsi che sussiste il concreto pericolo che faccia altrettanto per le prossime, previste tra un anno: lo si desume da intercettazioni. Ma, appunto, il pericolo non è attuale, potrebbe pentirsi. Comunque, siccome il diavolo fa le pentole etc., il nostro moderno legislatore si è dimenticato di una vecchia tecnica, gli "stamponi".
Per esempio, secondo la nuova legge, il giudice deve indicare "le specifiche ragioni per cui ritiene inidonea, nel caso concreto, la misura degli arresti domiciliari con le procedure di controllo di cui all'articolo 275-bis, comma 1" (il braccialetto elettronico). Basterà un timbro che dica "il braccialetto elettronico non è disponibile"; in effetti ce ne sono pochissimi. Se invece per caso uno è disponibile, si adopererà un altro timbro: "Il braccialetto elettronico non impedisce di comunicare con Internet, cellulari e piccioni viaggiatori; sicché l'inquina - mento probatorio non potrebbe essere evitato".
Anche per l'"autonoma valutazione" il timbro sarà utilissimo: "Questo giudice ha letto le argomentazioni del pm, le condivide interamente, non sa esporle meglio e quindi le copia integralmente facendole proprie". È una pena. Ci avviamo a essere lo Stato più corrotto del mondo, la Giustizia è una tragica farsa, detenuti per corruzione, evasione fiscale, reati societari e finanziari in pratica non ce n'è, gli investitori stranieri fuggono; e i nostri illuminati legislatori si fanno la punta al cervello per rendere ancora più inefficiente il processo penale.
La Repubblica, 15 aprile 2015
"Perché la Toscana non è stata commissariata per i ritardi della riforma degli Opg"? È un esponente del Partito Democratico vicino al premier Matteo Renzi a lanciare l'attacco alla Regione Toscana. Il deputato Roberto Giachetti ha presentato un'interrogazione in commissione giustizia ai ministri Andrea Orlando e Beatrice Lorenzin. Evidentemente la soluzione adottata dalla giunta non piace a Roma, nemmeno allo stesso partito del governatore. Giachetti chiede "quali siano le ragioni per le quali la regione Toscana, pur non avendo previsto entro il 31 marzo alcuna residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza con le caratteristiche previste dalla legge, non sia stata commissariata". Poi ricorda come ci potrebbe essere un'incongruenza fra gli atti adottati dalla giunta regionale e quanto previsto dalla normativa nazionale.
"Fra le soluzioni - scrive- tutte provvisorie in dispregio di quanto richiesto dalla legge 81 del 2014, la delibera individua quella dell'istituto penitenziario Mario Gozzini, che fino ad oggi ha ospitato una trentina di semiliberi e circa sessanta detenuti a custodia attenuata con problemi di tossicodipendenza". Poi Giachetti chiede dove siano stati sistemati i vari ospiti dell'Opg che a questo punto dovevano essere dimessi nelle varie strutture alternative, come i Rems. Sono simili le critiche avanzate dalla Cisl toscana.
"Mettere la Rems in un carcere è l'esatto contrario di quanto detto dalla legge - dicono dal sindacato. Al Gozzini sono addirittura stati fatti sopralluoghi tecnici, che hanno evidenziato la necessità di lavori di adeguamento, forse più costosi di quelli per Montelupo da 8 milioni di euro, e senza un'idea precisa di cosa fare. Intanto siamo sconcertati dal ministero della Giustizia e dal dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, che paiono inermi di fronte a queste ripetute fantasiose ipotesi della regione Toscana". Dal sindacato si sottolinea che nessuno ha preso in considerazione il personale e le loro famiglie, che si dovranno spostare.
di Filippo Tosatto
La Tribuna di Treviso, 15 aprile 2015
In attesa dell'allestimento di un istituto regionale, da Mogliano Bassano e Verona arriva la disponibilità a ricoverare i 45 malati giunti dagli ospedali giudiziari chiusi. Sono 45 i malati di mente veneti in via di dimissione dagli ospedali psichiatrici giudiziari di Reggio Emilia (maschile) e Castiglione delle Stiviere (riservato alle donne) chiusi per legge il 31 marzo scorso. Alcuni, autori di gravi atti criminali, sono stati dichiarati socialmente pericolosi; altri, psicolabili propensi a gesti inconsulti ed autolesionisti, richiedono protezione e cure.
Dove collocarli? Per loro la riforma prevede l'accoglienza nelle Rems (le neonate residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria), alternative - sulla carta almeno - al precedente ricovero manicomiale. La Regione Veneto (incalzata dal ministero della Salute che ha minacciato il commissariamento in caso di ritardi) ha scelto di realizzare la Rems a Nogara, nel Veronese, e il direttore generale della sanità regionale, Domenico Mantoan, ha dichiarato stazione appaltante dei lavori la competente Ulss 21: il progetto esiste già, così come i finanziamenti - 14 milioni di euro stanziati dallo Stato - ma per portarlo a termine occorreranno circa tre anni.
Nel frattempo dove andranno i malati? La linea è quella di prevedere tre "residenze intermedie e provvisorie", allestite in luoghi di cura già attivi e dotati dei necessari requisiti terapeutici e di sicurezza; oppure in strutture dismesse ma in buone condizioni, facilmente attrezzabili allo scopo. A tal fine, Mantoan si è rivolto ad un gran numero di aziende sanitarie, ospedali e cliniche, sia pubblici che privati-accreditati e qualche riscontro positivo è già arrivato, a cominciare dall'istituto "Costante Gris" di Mogliano Veneto - complesso specializzato nella cura dei malati di mente, si occupa anche di profughi e di donne e minori abbandonati - che si è dichiarato pronto ad allestire una rems provvisoria capace di accogliere una quindicina di pazienti; analoga disponibilità è stata manifestata dall'Ulss di Verona (che offre i locali e propone di affidare la gestione dell'accoglienza ad una cooperativa) e da quella di Bassano, che dispone dei padiglioni ospedalieri inutilizzati a Mezzaselva.
La questione, così, sembra avviarsi a soluzione dopo il battibecco a distanza tra l'assessore alla sanità Luca Coletto ("Non vogliamo più lager") e il sottosegretario alla Salute Vito De Filippo ("Il Veneto è inadempiente"). A sollevarla, con un'interrogazione al governatore Zaia precedente il fatidico 31 marzo, aveva provveduto il consigliere regionale Claudio Sinigaglia, l'esperto di welfare del Pd, lesto a segnalare la delicatezza e l'urgenza del caso.
www.ilgiornaledelmolise.it, 15 aprile 2015
L'incremento di poliziotti penitenziari per sanare le carenze degli organici dei Reparti operativi in Molise, lo stanziamento di fondi per favorire la formazione e l'aggiornamento professionale dei Baschi Azzurri ed il lavoro dei detenuti in carcere nonché la garanzia che il carcere di Isernia resti a pieno titolo funzionante, viste talune incontrollate voci che lo vorrebbero chiuso a breve. Sono le richieste presentate, al Vice Presidente del Senato della Repubblica, Maurizio Gasparri, che ha incontrato a Roma i rappresentanti molisani del Sappe. nel corso di una visita della Segreteria Generale del sindacato con il parlamentare nel carcere di Regina Coeli.
Luigi Frangione, coordinatore regionale per il Molise del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, ha ricordato la situazione delle carceri molisane. "Oggi in Molise sono detenute 301 persone: 72 a Campobasso 41 a Isernia e 118 a Larino. Ed altre 131 scontano una pena sul territorio molisano, nel carcere invisibile delle misure alternative alla detenzione - ha dichiarato.
La situazione penitenziaria, in Molise, resta grave e questo determina per i poliziotti penitenziari pericolose condizioni di lavoro e un elevato indice di stress. Pensare che in alcune sede, come Larino e Isernia, sono state spese decine di migliaia di euro per installare telecamere di controllo che rendono superfluo la presenza dell'Agente, che invece continuano a stare lì.
I numeri degli eventi critici accaduti nelle carceri molisane nell'anno 2014 lo dicono chiaramente. A Campobasso - ha aggiunto - 4 detenuti hanno tentato il suicidio, salvati in tempo dai nostri eroici poliziotti, ed uno ha provato ad uccidersi anche a Isernia. Gli atti di autolesionismo, poi, con detenuti che si sono deturpati il proprio corpo sono stati 18 a Larino e 10 a Campobasso. Anche le aggressioni sono state molte, con 20 ferimenti a Larino e 4 a Campobasso, che ha pure contato 5 colluttazioni. L'incontro di oggi a Roma con il Vice Presidente del Senato della Repubblica Gasparri ci fa sperare che le cose possano cambiare, in meglio, per dare maggiore sicurezza alla Polizia Penitenziaria delle carceri del Molise e a tutti i molisani", ha concluso Frangione.
di Giuseppe Candido (Radicali) e Francesco Molinari (Senatore Sel)
Il Garantista, 15 aprile 2015
I proclami del governo qui sono carta straccia: restano sovraffollamento, mancanza di personale, carenza di attività educative. Nonostante i proclami del governo, e anche se la situazione di sovraffollamento è un pò migliorata rispetto a quella del recente passato, abbiamo comunque constatato che nel carcere di Palmi non solo resta ampiamente superata la capienza regolamentare di 152 posti (erano infatti presenti 168 detenuti, con un sovraffollamento pari al 110%), ma che le condizioni di detenzione, sia dal punto di vista igienico sanitarie, sia per la finalità rieducativa, restano assai lontane dal dettato costituzionale e dal diritto europeo.
La nota assai dolente dell'istituto è la carenza cronica di agenti di polizia penitenziaria poiché a fronte di 135-140 agenti assegnati e di una pianta organica di 122 agenti, effettivamente in servizio ce ne erano solo 95. E, diciotto di questi risultano impegnati nel nucleo traduzioni.
Una carenza di organico che, nel carcere di Palmi, si somma alle problematiche legate a una struttura fatiscente, che sconta l'età di costruzione (fine anni 70) e che è ancora caratterizzata da celle (camerotti e cubicoli) fredde, umide, senza né doccia (ci sono solo quelle comuni) né acqua calda, con grate alle finestre che fanno passare a stento la luce naturale, e con pareti dei bagni in cella e nelle docce dove l'intonaco si distingueva a stento tra la muffa. In tutto ciò, solo i 52 detenuti della media sicurezza passano otto ore al giorno fuori dalla cella, tra passeggi e socialità, mentre, per le carenze di organico, i detenuti dell'alta sicurezza permangono nelle celle "pollaio" per 20 ore al giorno e ne fanno solo due d'aria e due di socialità.
Solo trenta i detenuti che lavorano alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria (il 20%), tutti gli altri girano i pollici. Nessun detenuto lavora fuori dal carcere o con cooperative sociali all'interno, ma il direttore del carcere, dott. Pani che ci ha guidato durante tutta la visita, ce la mette tutta per tentare di migliorare le condizioni di vita dei detenuti: c'è un laboratorio teatrale e un'area teatro dove vengono svolte rappresentazioni in occasioni delle feste, l'ultima a Pasqua. C'è un campo sportivo e, in economia, è stata ristrutturata un'area adibita a "palestra" dove i detenuti, durante le ore d'ara o di socialità, possono optare per fare un po' di sport.
Ma anche dal punto di vista igienico-sanitario le cose non vanno meglio. Con sette detenuti tossico dipendenti, 3 casi psichiatrici in trattamento e cinque casi con malattie infettive, i medici in pianta organica sono 9, oltre alla psicologa, ma un solo medico (e senza infermiere) presta servizio H24. C'è l'area radiologia, ma non è a norma, è chiusa dal 2009 per un corto circuito e anche perché non c'è il tecnico radiologo.
Come pure manca l'otorino laringoiatra benché ci sia il relativo ambulatorio. Per non parlare della "cartella clinica digitale", che manca in tutta la Calabria. Ma quel che in tutto ciò è ancora più grave è che, dei 168 "ospiti" presenti, soltanto una piccola minoranza (26 detenuti, il 15%) è lì con una condanna definitiva. Settantacinque detenuti, il 44,6 per cento, è solo imputato ed è lì, quindi, per una misura cautelare; 38 detenuti hanno solo una sentenza di primo grado ma hanno prodotto ricorso in appello, 18 i ricorrenti in cassazione.
Tutto ciò è aggravato dalla irragionevole durata dei processi, che l'Europa continua a condannare, e dal fatto che, anche per i detenuti del carcere di Palmi, sono già molti i ricorsi per detenzione in condizioni inumane e degradanti che sono già stati rigettati dal magistrato di sorveglianza e che dimostrano l'inadeguatezza dei "rimedi risarcito" posti in essere per ottemperare alla sentenza Torreggiani.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 15 aprile 2015
Un detenuto ha tentato il suicidio e soffre di gravi patologie curate solamente con gli antidolorifici e gli psicofarmaci. Si tratta di Vincenzo Longobardi, detenuto al carcere di Frosinone. Un mese fa pubblicammo una sua lettera segnalata dal blog "Urla dal silenzio" che da anni propone regolarmente le lettere dei detenuti e a distanza di tempo la situazione è peggiorata. Vincenzo Longobardi soffre di varie problematiche di salute. Ovvero apnea notturna, problemi d'udito, patologia che non gli consente di vedere con l'occhio sinistro, e che richiederebbe un intervento visto che tale malattia gli sta danneggiando anche l'occhio
destro, grossi problemi con la colonna vertebrale. Da anni sa che dovrebbe essere operato, ma nessuno muove un dito; se non si interviene per tempo su certe problematiche, si rischia la paralisi e altri esiti devastanti. Nonostante la segnalazione agli addetti ai lavori tra i quali il direttore del carcere stesso, nulla è cambiato.
Lo veniamo a sapere tramite l'ennesima lettera indirizzata al blog "Urla dal silenzio" che noi pubblichiamo per intero. "Caro Alfredo (il titolare del blog, ndr), sono il tuo amico Vincenzo, che ti scrivo per farti sapere che le cose qui non stanno bene, anzi malissimo, perché nessuno, dico nessuno , mi ha chiamato e come tu mi fai sapere - tramite l'ultima lettera che ho ricevuto- nessuno si preoccupa di me.
Adesso ho altre cose nuove da dirti. Mio fratello mi ha mandato un foglio per fare i colloqui visivi con lui, visto che tempo fa è uscita una circolare che è legge fare i colloqui con i propri famigliari. E passato quasi un mese e fino adesso non so quasi niente, Quanto tempo ancora devo aspettare per fare questi famosi colloqui? Poi, dopo il mio primo tentativo di suicidio mi levarono il piantone che serviva a controllarmi e quindi dissi alle guardie: "Lasciatemi la cella aperta perché le voci che io sento mi dicono di fare la stessa cosa, cioè impiccarmi di nuovo e se il mio amico di cella non c'è, chi mi salva?".
Ho parlato proprio poco fa con lo psichiatra e gli ho detto che avevo ancora le voci e lui mi ha aumentato le gocce che sono allucinogene e che mi fanno stare malissimo: figurati che sono andato a colloquio che non capivo niente e mia moglie si è preoccupata. Anche i miei figli mi hanno detto: "Babbo, cos'è che non va?". Ed io gli ho detto che mi ero svegliato in quel momento, perciò immagina come ti butta giù questa terapia. Al di fuori della terapia... tavor, tranquillanti, antidepressivi... e di altre terapie che non ricordo come si chiamano... perciò immagina come io, a 46 anni, mi devo sentire.
E meglio stare al manicomio che in questo carcere che ti porta allo sfinimento. Poi ho fatto due domandine, una dietro l'altra, per parlare con il giudice di sorveglianza, sperando che mi avrebbe chiamato. Poi ho fatto più di due domandine per parlare con il direttore Francesco Cocco e fino ad adesso nessuna risposta".
Se tutto quello che dice Vincenzo corrispondesse a realtà - scrive la redazione del blog "Urla dal silenzio" - si potrebbe sintetizzare la questione in sei questioni fondamentali. La prima e che c'è una persona (Vincenzo Longobardi) affetta da gravi patologie, in merito alle quali (dice Vincenzo) non vi è nessuna azione per permetterle di affrontarle da un punto di vista terapeutico.
L'unica "azione" è imbottirlo di psicofarmaci; giunto all'esasperazione, Vincenzo tenta il suicidio, Si salva per miracolo grazie all'intervento di una guardia e di un detenuto che, accorgendosi che Vincenzo penzolava, intervengono appena in tempo per salvargli la vita; Vincenzo, dopo aver scritto una prima volta per raccontare la sua drammatica situazione, scrive una seconda volta per raccontare il suo tentativo di suicidio e chiedere aiuto; vengono avvisati della vicenda il direttore del carcere di Frosinone, Francesco Cocco, e il magistrato di Sorveglianza di Frosinone.
Tramite Cocco la situazione viene ulteriormente segnalata all'Asl di Frosinone e al magistrato di Sorveglianza e al provveditorato regionale del Lazio. Nonostante la denuncia del blog, Vincenzo scrive ancora una volta, raccontando che nessuno è ancora concretamente intervenuto. Alfredo Cosco - il titolare del seguitissimo blog - racconta che mai come in questo caso, ci sono stati continui appelli e mai, sempre come in questo caso, un domani, di fronte a una ipotetico malaugurato epilogo negativo di questa storia, non si potrà dire che non si sapeva nulla.
- Potenza: detenuto di 24 anni tenta di impiccarsi, un suicidio sventato dagli agenti
- Reggio Calabria: sono finiti i braccialetti e Hugo Balestrieri, 71 anni, deve marcire dentro
- Roma: il Vicepresidente del Senato Gasparri visita il penitenziario di Regina Coeli
- Firenze: i detenuti diventano chef con gli "aperitivi galeotti" a Sollicciano
- Firenze: Opg, passeremo da una struttura organizzata a tante piccole e disorganizzate?










