lavocediasti.it, 5 giugno 2019
Premiati tre film da una giuria composta da detenuti che hanno visionato 24 opere. Che cosa può provare una persona ristretta in carcere? Cosa pensa della vita e degli errori che si è lasciata alle spalle? Cosa pensa del futuro se mai ci potrà essere un futuro?
Sono queste, ma anche molte altre, le domande che ci si pongono varcando la soglia (o meglio le sbarre) di un carcere di massima sicurezza, quale è il carcere di Asti. L'occasione di queste riflessioni le ha offerte il progetto Libera-Mente collegato all'Asti Film Festival diretto da Riccardo Costa che oggi, nel carcere di Asti, ha premiato alcuni film e corti valutati da una giuria di detenuti che hanno partecipato ad un progetto settimanale "illuminato" e propositivo.
Prima di "spogliarsi" di telefoni, borse e ammennicoli vari della quotidianità, per entrare occorre liberarsi soprattutto di pregiudizi e diffidenze. Chi è ristretto ad Asti ha commesso gravi crimini, qualcuno probabilmente non uscirà mai ma l'entusiasmo e la volontà con cui i 36 hanno aderito a Libera-mente è palpabile ed emozionante.
Il bisogno di normalità (cancellata sicuramente con le proprie mani) si sente, si tocca. Grazie anche alla collaborazione di Effatà Onlus i detenuti, portano avanti diversi progetti quotidiani, anche editoriali con "La Gazzetta Dentro", hanno gruppi di preghiera, fanno bricolage. L'associazione, con l'Atc, gestisce anche 5 alloggi per l'accoglienza di parenti di detenuti.
"C'è stata una partecipazione entusiasta sull'Asti Film Festival - ci hanno spiegato Maria Bagnadentro presidente Effatà e la volontaria Ornella Petroni - hanno analizzato i film con grandi riflessioni ed emozioni". Già le emozioni. Come hanno avuto modo di spiegarci questi speciali giurati: Emanuel, Giovanni, Salvatore 1, Salvatore 2 ("il siciliano e il calabrese" ci dicono) e Luca. "Questa esperienza ci ha fatto crescere, abbiamo imparato a valorizzare le cose e cercato di capire anche quando qualcosa non ci piaceva, grazie ai laboratori settimanali con Riccardo. Grazie per questa opportunità".
La giuria ha visionato otto film per ognuna delle sezioni dell'Asti Film Festival, La Prima Cosa Bella, Asti Short e Asti Doc con la guida di Riccardo Costa si sono messi in gioco. "In due anni - ha spiegato appunto Costa - hanno imparato a tirare fuori le loro emozioni. Un bel percorso. A volte sono rimasto spiazzato dalle loro intuizioni. Spero di ripeterlo".
Una platea attenta, detenuti, autorità, insegnanti ha seguito gli spezzoni delle proiezioni premiate. Tra loro Alessia Chiosso, Comandante Polizia Penitenziari e la direttrice Francesca Daquino:"un modo per riconoscere che il carcere è un pezzo della città, accogliamo sempre con gioia queste proposte". Con i premiati anche il critico cinematografico e musicale Filippo Mazzarella.
I Premiati - Sezione la Prima Cosa Bella: Il film "Nove lune e mezza" di Michela Andreazzi. Questa la motivazione della giuria Libera-Mente: "Per aver trasmesso un messaggio d'amore universale in grado di superare le barriere delle convenzioni sociali attraverso una commedia brillante che fa riflettere con il sorriso sulle labbra". Ha ritirato il premio il marito, l'attore Massimiliano Vado (che ha recitato nel film). "Per me - ha detto - ricevere questo premio è preziosissimo".
Sezione Asti Short: "Come la prima volta " di Emanuela Mascherini. La motivazione: "Aver presentato senza retorica una commovente storia d'amore aldilà dei confini del tempo che lascia una speranza, la sensazione che l'uomo possa qualsiasi cosa quando opera con il cuore". Emozionata Emanuela Mascherini "Sono felice che il mio lavoro sia entrato in carcere (ha ricordato la sua amicizia con Domenico Diele, l'attore arrestato per omicidio stradale n.d.r.) e che vi siate riconosciuti nel mio sguardo".
Sezione Asti Doc: "(A)Social, dieci giorni senza smartphone" del regista Lucio Laugelli. La motivazione: "In un'epoca in cui siamo totalmente assuefatti alle dipendenze da telefono, ricordare com'era la vita prima di internet. Abbiamo deciso di valorizzare un'opera che fa riflettere focalizzando l'attenzione sui giovani". "Un documentario girato con 15mila euro per Infinity - ha raccontato il regista - era un tema che due anni fa ci incuriosiva molto. Interessante sondare le esperienze di persone rimaste dieci giorni senza telefono".
Un progetto davvero fondante e ricco di sfaccettature e di insegnamenti. Scevri appunto, da giudizi o pensieri retroattivi. Con la speranza che, chiudendosi le sbarre alle spalle, ci si ricordi che la libertà è il bene più prezioso in assoluto.
ansa.it, 5 giugno 2019
Undici detenute di diverse nazionalità della Sezione femminile della Casa circondariale di Bologna sono protagoniste di "Figlie di Lear sorelle-matte-comari - primo studio", spettacolo del Teatro del Pratello, regia di Paolo Billi, che andrà in scena giovedì 6 giugno (ore 14) nella Sala Teatro del carcere via del Gomito.
Nell'estate 2020 'Figlie di Lear' sarà presentato nella versione definitiva per il momento viene messo in scena n primo copione composto partendo dalle scritture delle detenute-attrici che hanno partecipato da ottobre ai laboratori di scrittura e di teatro. Nel corso di dieci incontri del Laboratorio di scrittura creativa condotto da Filippo Milani, le detenute hanno letto e scritto su diverse tematiche presenti nell'opera di Shakespeare, in particolare sulla figura del Fool ("elogio della follia", "le profezie dei fools"); sulle tre figlie di Re Lear ("figlie che guardano in faccia i padri", "figlie che rifiutano l'eredità dei padri"), inserendo nuovi temi, nati in corso d'opera, legati alla figura delle "comari": rammendatrici che lavorano cantando e che giocano una folle tombola. Il tutto accade di fronte a un padre, che immobile, osserva e aspetta una morte che si fa beffe di lui.
"Figlie di Lear" si inserisce nell'ambito del più ampio programma Stanze di Teatro Carcere del Coordinamento Teatro Carcere Emilia-Romagna, che vede i detenuti di otto istituti penitenziari e i minori e giovani adulti in carico ai Servizi di giustizia Minorile della Regione impegnati in un percorso teatrale comune.
Il tema scelto dai registi del coordinamento, per il triennio 2019-2021, è "Padri e figli", ed è affrontato nei laboratori teatrali attivi negli istituti di Modena, Castelfranco Emilia, Parma, Forlì, Ravenna, Ferrara, Bologna, Istituto Penale per i Minorenni di Bologna e presso i Servizi di Giustizia Minorile.
di Silvio Buzzanca e Annalisa Cuzzocrea
La Repubblica, 5 giugno 2019
Atteso un documento di maggioranza per concedere un contributo ponte di 4 milioni. Svolta nella vicenda di Radio Radicale. Domani la maggioranza di governo potrebbe presentare una mozione che prevede di concedere all'emittente quattro milioni di euro come misura ponte in attesa di nuove norme sulla trasmissione dei lavori parlamentari.
Nel testo ci sarebbe anche lo slittamento del via ai tagli alla legge sull'editoria dal primo gennaio al primo febbraio 2020. E questo darebbe respiro finanziario all'emittente consentendo l'erogazione dei contributo per il 2019. La svolta sarebbe arrivata su iniziativa del ministero dello Sviluppo economico e di Luigi Di Maio che avrebbe fatto pressioni sul sottosegretario Vito Crimi, sempre contrario a qualsiasi ipotesi che impedisca la chiusura di Radio Radicale. Del resto Di Maio, durante la campagna elettorale per le Europee, aveva detto che si sarebbe occupato della questione dal 27 maggio.
I leghisti, invece, da tempo sono schierati per trovare una soluzione alla chiusura della radio. Massimiliano Mollicone, il deputato leghista che ha presentato l'emendamento al decreto Crescita pro Radio Radicale, spiega che "si lavora per cercare una soluzione temporanea in attesa di rivedere tutto il quadro generale".
Secondo il deputato la soluzione nasce dalle motivazioni con cui il presidente della Camera Roberto Fico ha spiegato le difficoltà a prorogare una convenzione che è scaduta. Un ostacolo che si pensa di superare passando, sempre nel decreto Crescita, dalla proroga della convenzione con il ministero dell'Economa all'erogazione di un contributo ad hoc che copra tutto il 2019.
La questione sarebbe stata oggetto ieri di confronto fra leghisti, - favorevoli a fare arrivare fino a dicembre Radio Radicale - e i grillini, durante un tavolo convocato per discutere i dettagli dei decreti in discussione alla Camera e al Senato. Novità nella complessa vicenda, oggetto di una grande mobilitazione del mondo dell'informazione e della società civile, si erano registrate anche in mattinata. Le commissioni Bilancio e Finanze della Camera, impegnate nella discussione del dereto Crescita, avevano infatti riammesso alcune parti degli emendamenti su Radio Radicale.
Un passo che era stato letto come la volontà di ripristinare il finanziamento del fondo per il pluralismo, visto che la formulazione sembra prendere in considerazione proprio il profilo di Radio Radicale. In pratica la novità si riassumerebbe, come detto, nello spostamento al primo febbraio 2020 dell'entrata in vigore del taglio, che permetterebbe alla radio di ricevere i soldi per il 2019. Domani, comunque, si discuterà al Senato di Radio Radicale, con le mozioni presentate dalle opposizioni che intendono dare battaglia. "Finalmente voteremo e sarà chiaro al Paese chi vuol difendere la democrazia e la libertà e chi invece non vuole farlo", dice il capogruppo del al Senato Andrea Marcucci.
di Enzo Gentile
Il Mattino, 5 giugno 2019
Un gesto coraggioso e innovativo, che ha aperto un varco nella vita dei detenuti della carceri dove sinora si è realizzato e il cui merito è stato riconosciuto ufficialmente anche con la medaglia della Presidenza della Repubblica nel 2017: il "Progetto CO2- Controllare l'odio" arriva oggi anche alla casa circondariale di Secondigliano, dove alle 11 si annuncia la cerimonia di donazione e intitolazione dell'audio-teca messa a punto da Franco Mussida, con il coordinamento del Cpm music institute.
Sarà la quarta tappa di un primo circuito di dodici carceri distribuiti sul territorio nazionale, in cui la sperimentazione è iniziata già nel 2013. "Quella della audio-teche è una rete che consente ai detenuti", spiega il chitarrista, storico fondatore della Premiata Forneria Marconi, oggi solista e impegnato sul fronte della didattica, capofila di questa esperienza umanitaria, "di fruire di un database di circa tremila brani tutti strumentali che rappresentano e testimoniano i diversi stati d'animo che la musica sa infondere.
Il tutto è spiegato in dieci lingue per consentire l'accesso e l'utilizzo alle diverse popolazioni migranti e giungere ad un ascolto emotivi consapevole, al fine di assumere quella speciale vitamina sonora che noi chiamiamo musica, giunta a noi grazie all'opera e al genio di compositori di ogni epoca. Le audio-teche messe a punto da Mussida, vengono continuamente aggiornate e implementate, abbracciando i vari generi, colonne sonore, pop, rock, musica classica, etnica, elettronica per aiutare ciascuno a scoprire meglio il proprio mondo interiore. Tutto questo è stato possibile grazie al ministero della Giustizia e alla Siae, nei vari governi e nei vari presidenti succedutisi: un impegno collegiale di grande valore civile".
La cerimonia di oggi, segue quella di ieri a Rebibbia, Roma, e consisterà nella donazione pratica delle attrezzature e dei contenuti - computer, iPad, file - alla presenza delle autorità e della popolazione carceraria, che verrà prima istruita e informata sul significato di "CO2" per poi essere coinvolta in un gioco di approccio collettivo alla dimensione dell'ascolto.
Ogni audio-teca viene anche intitolata a una personalità particolarmente distintasi in campo professionale: a Venezia porta il nome di Pino Donaggio, a Roma quello di Nicola Piovani, la settimana prossima a Genova sarà il turno di Gino Paoli, mentre a Napoli è stata individuatala figura di Eleonora Amato, "dirigente penitenziario, donna di grande preparazione e di acuta lungimiranza nell'attenta gestione penitenziaria dei detenuti e delle loro esigenze".
di Chiara Nicoletti
Il Dubbio, 5 giugno 2019
Il docu-film opera prima di Franco Jannuzzi. È il 1978 quando in Italia arriva, grazie allo psichiatra Franco Basaglia, la legge 180 che sancisce la chiusura dei cosiddetti "manicomi" promuovendone la trasformazione in istituti per i servizi di igiene mentale. Cosa è cambiato da allora?
L'Italia che si presenta come il primo e forse unico paese ad aver abolito l'esistenza, almeno formalmente, degli ospedali psichiatrici, è avanti in quanto a riabilitazione e cura di chi presenta disturbi psichici? Una risposta a questa domanda prova a darla Primula Rossa, diretto da Franco Jannuzzi e interpretato da David Coco, Salvo Arena, Fabrizio Ferracane, Roberto Herlitzka, Annalisa Insardà. Il film è prodotto dalla Fondazione di Comunità di Messina e Fondazione Horcynus Orca con l'intento di valorizzare l'esperienza di un programma, "Luce è libertà", che ha permesso di liberare in soli due anni sessanta persone dall'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina).
Jannuzzi il suo intento lo chiarisce sin dall'apertura: percorrere la linea sottile tra le buone intenzioni e la loro realizzazione, il nome comunità che sostituisce quello di ospedale, il comodo non voler vedere con l'impegno molto più coinvolgente di garantire welfare e vita dignitosa a chi non ragiona, pensa e vede il mondo "normalmente".
Primula Rossa si ispira alla storia di Ezio Rossi, ex terrorista dei NAP (Nuclei Armati Proletari), che ha passato gran parte della sua vita tra il carcere e l'Ospedale Psichiatrico Giudiziario (Opg) e sul suo difficile percorso ed quello di altri "malati" ripercorre 40 anni di Italia, nel bene e nel male. Attraverso un linguaggio cinematografico che mischia materiale d'archivio, documentario e fiction grazie alla ricostruzione delle vicende salienti della vita di Rossi, impersonato sul grande schermo dall'attore Salvatore Arena, il film, nella sua parte recitata, si concentra sull'arrivo di un nuovo psichiatra, il dottor Lucio, interpretato da David Coco, all'interno di una struttura che da subito si capisce essersi sempre comportata come ospedale psichiatrico e non come comunità o residenza.
Non edulcora Franco Jannuzzi che anzi sceglie di far parlare innanzitutto e prima di ogni cosa, le immagini di archivio. Le prime che vediamo sono infatti in bianco e nero, datate 1994 dall'archivio dell'Ospedale Psichiatrico "Lorenzo Mandalari" di Messina, talmente estreme e lesive della dignità umana che non solo impostano i toni del film ma si impongono a ridefinire l'umore dello spettatore.
Il dottor Lucio fa da subito fin troppe domande, ha metodi poco ortodossi perché è attraverso la sua figura che capiamo la divisione interna che c'è in queste strutture, tra chi punta a riabilitare e chi a nascondere e contenere. Indaga sul passato dei suoi pazienti, specialmente su Ennio Ferraris (il nome di finzione di Ezio Rossi) incontrando persone vicende criminali che hanno coinvolto Rossi), testimonianze dello stesso Rossi e di altri pazienti. Per entrare nel mondo visionario e bizzarro che spesso chi è affetto da disturbi psichici si immagina e inventa, Primula Rossa mette in scena delle storie complementari a quella di Rossi: c'è la Spia, L'Uomo che visse due volte, Il pastore solitario. Queste esistenze, frutto dell'immaginazione di queste persone, sono abbastanza affascinanti da portare chi guarda a porsi delle domande. Possibile che le persone intervistate, che parlano delle procedure messe in pratica dagli operatori per tenerli a bada, non siano "degne" di potersi ricostruire una vita fuori da una struttura che internando, di fatto, pone fine definitivamente, ad ogni slancio di interazione con l'altro, ogni voglia o desiderio dell'essere umano di sentirsi utile al prossimo, alla comunità? Che cammino è stato intrapreso in tal senso?
Cosa si può fare per replicare situazioni felici come quella del programma Luce e Libertà? Jannuzzi riesce nel suo scopo, più didattico e formativo che cinematografico di fare un punto della situazione e insinuare il dubbio in chi si approccia a Primula Rossa. A risentirne è lo stile del film stesso che alla potenza delle immagini e testimonianze d'archivio non riesce a restituire altrettanta forza nelle ricostruzioni di finzione, nonostante le buone prove di David Coco e del sempre magistrale Herlitzka. Con tutte le sue imperfezioni, Primula Rossa svolge il suo compito con chiarezza e senza perdere di vista l'obiettivo iniziale e questa è una qualità da premiare, guardandolo in sala.
di Arianna Di Cori
La Repubblica, 5 giugno 2019
Alle nove meno un quarto nel foyer del Cinema Adriano a Roma restano solo alcuni uomini della scorta di Federica Angeli. Stasera sono in tanti, basta guardarsi intorno per incrociare i loro occhi che scrutano. Alcuni saranno in sala con lei per l'anteprima del film "A mano disarmata", regia di Claudio Bonivento, al cinema da domani, che racconta le vicende della giornalista di Repubblica sotto scorta dal 2013, la prima che in quarant'anni abbia avuto il coraggio di denunciare gli atti perpetrati da cosche criminali nei confronti della popolazione di Ostia. Una battaglia che ha portato al maxiprocesso per mafia contro i clan del litorale romano iniziato il 6 giugno del 2018.
Un anno dopo, "A mano disarmata" segna una tappa importante, non certo l'ultima. La star è Federica, elegante in bianco, quasi gemella dell'attrice che la interpreta nel film, Claudia Gerini. Angeli ride, saluta, si presta ai selfie, si guarda intorno un po' confusa, "non ho la più pallida idea di dove siano la mia borsa, la mia giacca, non so nemmeno cosa sto facendo" dice ridendo, mentre mani la prendono e la portano via, prima sul red carpet, poi davanti alle telecamere per le riprese tv.
E ancora altre mani che si stringono alle sue, qualche lacrima di commozione. "In questo film si vedrà la mia vita, le mie difficoltà di giornalista, certo, ma anche di mamma e moglie, la mia lotta contro la paura e il desiderio di cercare di vivere una vita il più normale possibile" spiega Angeli, madre di tre figli costretti a condividere la sua vita costantemente "dietro una grata, esattamente come un carcerato". "Ho vissuto solo per un mese ciò che Federica vive ogni giorno - spiega Gerini - ed è stato un inferno. Penso che Matteo Salvini, quando parla di tagliare le scorte, non si renda conto di cosa significhi non poter nemmeno uscire per prendere un gelato con i propri figli".
Al cinema sfilano amici e colleghi. C'è il direttore di Repubblica, Carlo Verdelli, ci sono gli uomini di giustizia che l'hanno sostenuta nella sua battaglia. C'è il colonnello degli uomini del nucleo scorte, i pm della Procura di Roma che hanno arrestato gli Spada, il senatore Stefano Esposito da sempre vicino alla cronista, il magistrato antimafia Alfonso Sabella, che poco prima del film si allontana dalla bagarre per andare a prendere i popcorn. "Questo film è importante per la memoria di un paese che non impara dagli errori né dai successi - spiega il magistrato - la sua è una storia vera, soprattutto una storia umana".
Una realtà che Sabella conosce, vissuto sotto scorta dal 1992 al 2007.
Gli ultimi arrivati si affrettano verso la sala, resta la speranza di chi ha scelto di combattere il crimine con una sola arma, la penna. "Se qualcuno, dopo aver visto il film, penserà che quello che ho fatto si può imitare - conclude Angeli - anche questa sarà una vittoria contro la mafia".
Al film è stato attribuito il Nastro d'argento della Legalità, assegnato dal Sindacato giornalisti cinematografici insieme a Trame, il festival dei libri sulle mafie diretto da Gaetano Savatteri per sottolineare il valore di denuncia di quel cinema di impegno civile che ha ritrovato una nuova stagione di vivacità.
di Luciano Bertozzi
Il Manifesto, 5 giugno 2019
Missioni italiane all'estero. Sotto egida Nato, Onu o Ue, truppe tricolori su molti fronti caldi e non si parla più di ritiro. Per le missioni militari all'estero 2019 il costo complessivo è di oltre 1.100 milioni di euro ed appena un centinaio di milioni per la cooperazione allo sviluppo, con un rapporto spesa militare/cooperazione pari a 10 a 1. Ecco i numeri del provvedimento con cui il governo ha chiesto al Parlamento l'autorizzazione alla proroga delle missioni stesse.
La consistenza massima annuale è di oltre 7.000 soldati (- 624 unità rispetto al 2018). Le missioni sono decine, di ogni tipo: Onu, Nato, Unione europea e bilaterale. Il costo delle missioni è a carico del ministero dell'Economia e Finanze, non della Difesa, con scarsa trasparenza. Il maggior numero di soldati è utilizzato in quelle in Asia (Afghanistan e lotta al Daesh).
La spesa per il sostegno alle forze armate dell'Afghanistan di 120 milioni rappresenta circa il 10% dell'intera spesa delle missioni: la decisione, assunta nel 2012, appare assurda, visto che non aiuta il processo di pace e di fronte al fallimento dell'intervento militare Nato visto che, dopo 18 anni, gran parte del Paese asiatico è controllato dai guerriglieri. L'Italia è lì ufficialmente per ripristinare i diritti umani, ma addestriamo e sosteniamo anche la polizia nazionale afghana che secondo l'Onu utilizza da molti anni anche bambini, in spregio al diritto internazionale. E supportiamo l'esercito di Kabul che pure, in violazione del diritto internazionale distrugge scuole e centri sanitari e si è reso responsabile di gravi violazioni dei diritti umani. Continuano gli attacchi alle scuole ed agli insegnanti, secondo le Nazioni Unite, anche da parte delle forze di sicurezza di Kabul.
Continuano, sempre secondo l'Onu, gli abusi sessuali (denominati bacha bazi) praticati dai poliziotti. Sarebbe opportuno, invece, una forte pressione italiana per porre fine a tali abusi e condannare i responsabili. Il Movimento 5 Stelle aveva chiesto, dall'opposizione, il ritiro del contingente, ora però non ne fa più parola. L'Africa totalizza il maggior numero di missioni (le principali sono in Libia, Niger e Corno d'Africa).
La missione europea in Somalia, per l'addestramento dell'esercito di Mogadiscio (Eutm Somalia), comandata da un generale italiano e con oltre cento militari italiani, permane, anche se l'Onu denuncia da anni l'utilizzo in combattimento di minori e la distruzione di scuole ed ospedali, nonché gravi violazioni dei diritti umani. Anche la polizia somala è destinataria di una missione italiana formativa che avviene nonostante le denunce di Human Right Watch di gravi violazioni dei diritti umani. Non sembra che l'Italia abbia condizionato tali aiuti al rispetto delle libertà fondamentali.
Nel mediterraneo centrale e in Libia, per il "contrasto all'immigrazione clandestina" sono previste più missioni, incluso l'assistenza e l'addestramento della Guardia costiera libica e la manutenzione delle navi cedute. Nella missione europea Eunavformed-Sophia la partecipazione italiana è di 520 militari e alcuni aerei.
Tale missione ha sospeso il dispiegamento di navi ma continua la formazione della Guardia costiera e della Marina libica. Non si tiene conto che in Libia c'è una guerra e si persevera nell'aiutare la Guardia costiera libica, delegando ai libici il "lavoro sporco", per evitare che i disperati in fuga dalla fame e dalle guerre arrivino sulle nostre coste. Infine nella missione bilaterale in Niger, dove sono presenti quasi trecento soldati. Ma il Niger, uno dei Paesi più poveri del mondo, ha bisogno di cooperazione, non di armi.
di Francesco Spinazzola (Medico infettivologo)
Il Fatto Quotidiano, 5 giugno 2019
La scabbia, la tubercolosi (TB) possono farci veramente paura, oggi nel XXI secolo? Qualcuno grida: "dagli all'untore!" come scriveva con celata ironia nei primi decenni dell'ottocento, Don Lisander, nel rievocare un'epoca lontana e tramontata definitivamente anche per lui. Può fare paura la scabbia allora? E corro il rischio di contrarla al giorno d'oggi, io cittadino della Repubblica italiana? E la TB, è veramente uno spauracchio, o solamente una malattia che se riconosciuta e isolata posso curare e debellare e soprattutto è così difficile evitare di essere contagiati? Ma per la scabbia direi, continuando a citare (saccheggiare) la grande letteratura: "So much ado for nothing".
La trasmissione avviene per stretto contatto diretto, sufficientemente prolungato ed efficace, della cute del ricevente con quella dei malati o con l'uso di effetti letterecci. Il contatto per essere efficiente deve consistere appunto di particolari condizioni di contiguità e adesione tra le superfici cutanee: nei rapporti sessuali, nell'allattamento dei bambini, nel dormire in camerate in condizioni di precaria igiene ecc. Al giorno d'oggi è un problema sanitario solo nelle RSA per anziani, nelle carceri, anche asili o scuole in alcuni casi e naturalmente nelle concentrazioni di reclute.
Una categoria a forte rischio di contrarla in forma grave, tale da mettere a repentaglio l'esistenza, è quella degli ammalati di Aids: la cosiddetta scabbia norvegese o iper disseminata. Le odierne terapie combinate per l'Hiv hanno però pressoché azzerato questi casi, che sono diventati veramente eccezionali. Il trattamento prevede l'uso per due-tre giorni di creme basate su sostanze anti parassitarie come permetrina, benzoato di benzile, malathion. In alcuni casi si può somministrare anche ivernectina per os.
Comunque la notificazione tempestiva e l'intervento delle autorità sanitarie preposte ha sempre consentito di circoscrivere agevolmente i focolai e sottoporre ad adeguate cure i casi. Questo è sempre avvenuto anche nell'eventualità di persone affette da scabbia provenienti da sbarchi. Non è un problema emergente di carattere sanitario la scabbia. Malattia facilmente riconoscibile e prontamente curabile.
Non c'è dubbio, non lo si può negare, invece che la TB costituisce un problema sanitario di primaria importanza per la popolazione immigrata, soprattutto se incontrollata; è un grande problema che riveste un pubblico interesse per il nostro paese come per altri a bassa incidenza. La tendenza crescente dei casi, la gravità della malattia spesso associata all'infezione da Hiv e soprattutto la crescente resistenza ai farmaci, le fa assumere connotazioni drammatiche. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che la tubercolosi è principalmente una malattia sociale, che colpisce ingiustamente soprattutto i poveri. In realtà i fattori legati alla povertà di pari passo con il peggioramento delle condizioni di vita e del conseguente stato nutrizionale aumentano le probabilità di infezione e anche la successiva progressione verso la malattia attiva.
L'attuale situazione epidemiologica della tubercolosi in Italia è caratterizzata comunque da una bassa incidenza nella popolazione generale, e i casi sono per lo più concentrati in alcuni gruppi a rischio. Dal 2004 al 2014, sono stati notificati circa 4300 casi/anno di TB; il 52% si sono verificati in soggetti stranieri con un aumento su base fissa, parallelamente all'aumento del numero di immigrati in Italia, nella percentuale dei casi segnalati fra "cittadini non italiani". Per cui si è passati dal 44% nel 2005 a 66% nel 2014. La presenza di immigrati da zone altamente endemiche è considerato da molti autori il co-fattore più importante, insieme con l'infezione da Hiv, del recente rinfocolarsi della tubercolosi segnalato in Italia
Il miglioramento delle condizioni di vita e la libera offerta a chiunque ne sia affetto di farmaci specifici e di cure di buon livello ridurrebbero certamente l'incidenza di TB e azzererebbero ancor di più un rischio che per il cittadino è comunque pressoché zero. È pertanto un problema di organizzazione sanitaria appropriata, capace di erogare un servizio di pronta sorveglianza e isolamento dei casi, nel contesto di un'efficiente accoglienza degli immigrati.
Si tratta di consentire un facile e immediato accesso, non solo alle cure specifiche, ma anche ad un'assistenza completa e sicura, fino alla sterilizzazione dei casi e dei focolai eventuali. Del resto uno degli obbiettivi dell'Oms-Who è proprio quello di agire attivamente anche sui determinanti della salute, la povertà in primo luogo, e in senso lato la protezione sociale per ridurre il carico finanziario e umano che comporta la diffusione dei casi di TB e/o altre temibili malattie.
unhcr.it, 5 giugno 2019
Novantasei persone sono state trasferite ieri dal centro di detenzione di Zintan, situato a Tripoli, in Libia, a un Centro di Raccolta e Partenza. Il gruppo era composto da detenuti provenienti da Somalia, Eritrea ed Etiopia, e includeva due neonati. L'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sta garantendo che il gruppo riceva cibo, alloggio, assistenza medica, supporto psicosociale, nonché indumenti, scarpe, kit igienici e coperte. Le persone resteranno nella struttura in attesa di essere evacuate fuori dal Paese. Nel centro di Zintan le condizioni sono terribili. Le aree comuni sono sovraffollate e non dispongono di sufficiente aerazione. In alcune zone del centro i servizi igienici sono intasati e necessitano urgentemente di riparazioni. Di conseguenza, rifiuti solidi e organici si sono accumulati da giorni nelle celle e comportano seri rischi per la salute.
Le tensioni fra i detenuti aumentano, a causa di agitazione e disperazione. In totale, 654 rifugiati e migranti restano ancora detenuti a Zintan. È necessario percorrere immediatamente tutte le opzioni disponibili per liberare i detenuti restanti. Dal momento che a Tripoli non vi è attualmente alcun centro di detenzione adeguato per ospitare rifugiati e migranti, in parte a causa delle ostilità in corso, l'Unhcr ribadisce l'appello alla comunità internazionale affinché siano effettuate ulteriori evacuazioni di rifugiati dalla capitale. Il numero delle persone condotte nei centri di detenzione dopo essere state soccorse o intercettate al largo delle coste libiche aumenta assai più rapidamente del numero di coloro che vengono evacuati.
Nel solo mese di maggio la Guardia Costiera libica ha ricondotto in Libia un numero di persone (1.224) più elevato di quello registrato nell'insieme dei restanti mesi del 2019. È necessario rinnovare gli sforzi volti a impedire che le persone soccorse o intercettate nel Mediterraneo centrale siano ricondotte in Libia. Fra gli altri fattori, poiché le condizioni di sicurezza in Libia sono estremamente instabili, non vi è alcun porto sicuro nel Paese dove i rifugiati e i migranti soccorsi possano essere fatti sbarcare.
lanuovabq.it, 5 giugno 2019
La magistratura irachena ha condannato a morte i primi 11 foreign fighters, cittadini francesi arruolati volontari nell'Isis. Gli attivisti dei diritti umani accusano il tradimento del diritto. Il governo non vuole intervenire nelle decisioni dell'Iraq. E il ritorno dei foreign fighters è visto da tutti i paesi come un pericolo. Il diritto europeo è a un bivio. La magistratura irachena ha concluso la prima tornata di processi a carico di undici cittadini francesi, accusati di essersi uniti alle fila dello Stato Islamico. Per tutti, identica sentenza: pena di morte per reati connessi al terrorismo. Una vicenda che solleva una profonda riflessione all'interno della società francese e, più in generale, di quella europea. Il dilemma tra il rimpatrio dei foreign fighter e la loro condanna a morte riguarda tutti i Paesi europei, sospesi tra la critica morale della pena capitale e l'accettazione della sentenza, che risolverebbe la questione, tra le più complesse, del ritorno di propri cittadini, divenuti combattenti in terra straniera, e possibili "schegge impazzite" del Califfato.
I foreign fighter condannati - i primi di almeno 450 cittadini francesi, detenuti all'interno dei campi curdi siriani - erano stati catturati dalle forze curde siriane, poi estradati in Iraq lo scorso febbraio, grazie alla collaborazione tra il presidente francese, Emmanuel Macron, e il suo omologo iracheno, Barham Salih. I processi che hanno portato alla loro condanna a morte si sono tenuti in poco più di una settimana, tra il 26 maggio e il 3 giugno.
I combattenti francesi sono stati accusati di aver violato la legge sul terrorismo irachena, essendosi uniti a un'organizzazione terroristica - lo Stato Islamico. Secondo il giudice Ahmed Ali Mohammed, presente ai processi, gli undici avrebbero avuto un ruolo importante nella legittimazione dell'organizzazione a livello internazionale. I francesi potrebbero non aver mai messo piede in Iraq prima del processo, ma questa circostanza non è stata considerata per determinare la loro colpevolezza, dal momento che i crimini dell'Isis in Siria avrebbero avuto conseguenze dirette sull'Iraq.
Con la sconfitta territoriale dello Stato Islamico in Siria e in Iraq, Baghdad si è offerto di gestire i processi contro le centinaia di persone catturate dai curdi siriani, sospettate di avere legami con l'organizzazione terroristica. Tra le pene previste dalle norme irachene vi è anche la condanna a morte. L'Iraq sarebbe uno dei Paesi con il più alto tasso di pene capitali a livello internazionale, mantenendo il primato insieme a Iran e Arabia Saudita all'interno della regione Mena. Nel 2018, le condanne a morte eseguite in questi Paesi sarebbero state il 91% del totale delle pene capitali nella regione.
Per questo, la reazione delle organizzazioni per i diritti umani e di avvocati di spicco sulla scena francese non si è fatta attenere. Oltre a condannare il ricorso alla pena capitale come principio, essi hanno accusato il governo francese di mancare nella tutela dei suoi cittadini all'estero. In particolare, quarantacinque avvocati difensori hanno firmato una lettera - pubblicata da France Info - accusando l'Eliseo di aver violato la costituzione e di aver strumentalizzato la minaccia del terrorismo per giustificare l'erosione delle protezioni per sospettati e detenuti.
Una posizione difficile quella in cui si trova il governo francese, che da un lato, sul piano dei principi, ha condannato il ricorso alla pena di morte; dall'altro, ha però riconosciuto la competenza statuale delle autorità irachene. Si tratta di processi giusti, secondo Parigi, che ha ripetutamente rifiutato il ritorno in patria dei suoi foreign fighter. "Sono persone che hanno lasciato il territorio francese per combattere, tra l'altro, la Francia, e sono colpevoli di violenze terribili, in particolare in Iraq" - ha dichiarato Laurent Nuñez, segretario di Stato agli affari interni francese - "L'Iraq è uno Stato sovrano che dispensa giustizia. Non abbiamo alcun motivo per opporci al fatto che questi individui vengano giudicati là". Allo stesso tempo, la Francia ha assicurato che si impegnerà a trasformare la sentenza da pena capitale all'ergastolo. Parigi non è l'unica a dover affrontare questo dilemma. Al momento, nelle prigioni curde siriane, sono detenuti almeno 800 cittadini europei. Se la nazionalità europea dà diritto ai jihadisti di tornare nei Paesi di origine, il loro rientro rappresenta tuttavia una possibile minaccia per la sicurezza nazionale, a causa della profonda ideologizzazione e delle competenze acquisite sul campo di battaglia. Una questione che merita una riflessione preventiva, dal momento che, se non rimpatriati, questi individui potrebbero essere giudicati da tribunali iracheni, rischiando la stessa sorte dei cittadini francesi.
- Stati Uniti. Ex carcerato diventa influencer raccontando la vita in prigione
- La Corte Costituzionale entra nelle carceri
- Mauro Palma: "Gli arresti non servono, se manca la rieducazione non c'è più sicurezza"
- Il paradosso della legittima difesa
- Gli universitari Luiss "ambasciatori di legalità" tra i liceali e gli studenti dei carceri minorili









