www.radicali.it, 14 aprile 2015
"Scomunicato" della Segretaria di Radicali Italiani Rita Bernardini.
"Sabato 11 aprile, al 38esimo giorno di sciopero della fame, ho dovuto sospendere a causa di un ascesso ad un dente che richiedeva - e richiede tuttora - l'assunzione di antibiotici". "Ringrazio Marco Beltrandi della Direzione di Radicali Italiani e Paola Di Folco (Comitato Nazionale) che hanno deciso di sostituirmi (Paola, in particolare, non assume cibo dal giorno di Pasqua). Così come ringrazio Giuseppe Candido che ogni venerdì oltre a non mangiare sospende anche la terapia insulinica e Maurizio Bolognetti che ha deciso di unirsi a me e Marco Pannella (che non beve nemmeno) per 72 ore".
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 14 aprile 2015
L'incredibile denuncia della vedova di Carlo Erba, la "terza" vittima: "nessuno mi ha avvisata...". Non parla, o meglio, non si sottopone all'interrogatorio di garanzia. Eppure Claudio Giardiello, autore della strage nel tribunale di Milano, qualcosa al gip la dice, prima di avvalersi formalmente della facoltà di non rispondere: "È troppo lunga... ma vi racconterò tutte le ingiustizie che ho subito".
di Astolfo Di Amato
Il Garantista, 14 aprile 2015
Giornali, Anm e persino il Capo dello Stato non hanno saputo scorgere nei fatti di Milano il segno di una giustizia in crisi profonda. Alla fine è stato inevitabile. Ha prevalso la strumentalizzazione. Favorita, bisogna riconoscere, dalla mielosa acquiescenza della maggioranza dei commentatori dei grandi giornali.
di Davide Milosa
Il Fatto Quotidiano, 14 aprile 2015
Coni d'ombra, spiegazioni che non coincidono, rabbia da un lato, dall'altro la legittima necessità di normalizzare. A cinque giorni dalla strage, al tribunale di Milano la tensione non accenna a diminuire.
Come è stata gestita l'emergenza nei minuti successivi alla sparatoria? E così mentre ieri mattina Claudio Giardiello, il 57enne autore del massacro, accusato di omicidio plurimo aggravato dalla premeditazione, tentato omicidio e porto abusivo d'armi, nel carcere di Monza si avvaleva della facoltà di non rispondere, all'interno del Palazzo di Giustizia si è tenuta un'animata assemblea dei lavoratori del tribunale alla quale, come riporta il sito giustiziami.it, hanno partecipato il capo della procura Bruti Liberati e il presidente della Corte d'Appello Giovanni Canzio. Visioni a confronto, dunque.
Per capire, al di là dei movimenti del killer, come è stata gestita l'emergenza. Per Bruti Liberati durante gli attimi successivi agli spari "non si è vissuta nessuna scena di caos e panico". Si associa lo stesso Canzio, confermando la versione ufficiale diffusa già dal pomeriggio del 9 aprile. Ieri, però, hanno parlato i lavoratori, quelli che il palazzo lo frequentano ogni giorno. E qui la storia cambia e non poco.
"Io - ha iniziato un esponente del sindacato della pubblica amministrazione - ho visto tutto un altro film. Ero al piano terra dove c'era il caos totale". Quindi ha aggiunto: "Girava gente armata senza pettorina né distintivo. Solo il buon senso ci ha suggerito di stare negli uffici". Una lavoratrice, invece, ha spiegato come da tempo chieda un piano di evacuazione: "Lo dissi in occasione dell'ultimo terremoto. Sono passati due anni e non c'è ancora nulla".
Sempre secondo questa lavoratrice è necessaria "l'introduzione di altoparlanti nelle aule, visto che il giorno della sparatoria avvenuta poco prima delle 11 l'email dall'ufficio del personale è arrivata alle 11.28 e non tutti hanno potuto leggerla". Oggi, poi, a detta dei lavoratori "il personale non è formato al piano di evacuazione ciascuno di noi, in casi come questo, dovrebbe sapere dove andare, per esempio si dovrebbe sapere come portare fuori un collega che ha delle disabilità. I corsi sull'evacuazione li fanno ai bambini di prima elementare". L'assemblea si è chiusa con la richiesta dei lavoratori di un incontro urgente con il Prefetto e con il presidente del Tribunale. Sul tavolo diverse proposte. La prima: l'installazione di tornelli e di budget elettronici. La sicurezza, insomma, resta il tema. Oggi più di ieri.
Visto che, spiega un magistrato, "già qualche anno fa un gruppo di noi chiese che al settimo piano fossero messe delle vetrate. Ci fu risposto di no, perché il palazzo di giustizia deve essere aperto a tutti". Un sentimento che oggi, dopo la strage, sembra traballare. A Milano come in tutta Italia dove ieri agli ingressi dei vari tribunali si sono registrate code lunghissime. Controlli aumentati, dunque. E molti oggetti sequestrati. Ad Imperia, un avvocato di Torino, come da abitudine, si è presentato all'ingresso con la sua pistola.
Questa volta però non ha potuto depositarla al corpo di guardia, ma il procuratore vicario ha disposto che la portasse direttamente al carcere. Molte udienze, poi, sono iniziate in grave ritardo proprio per le perquisizioni a cui sono stati sottoposti anche gli avvocati. A Napoli, ad esempio, la giunta della Camera Penale, riunitasi d'urgenza, ha chiesto al procuratore generale in Corte d'Appello "di revocare ad horas il provvedimento in oggetto oppure di voler adottare le misure che riterrà opportune per garantire un normale svolgimento delle attività giudiziarie". Intanto Milano si prepara per i funerali di Stato. Saranno celebrati domani in Duomo, ma solo per due delle tre vittime.
di Carlo Bonini
La Repubblica, 14 aprile 2015
Per una volta almeno, in un Paese che dimentica sempre e troppo presto, le parole della signora Alberta Brambilla Pisani, madre dell'avvocato Lorenzo Claris Appiani, vittima della strage nel tribunale di Milano di giovedì scorso, andrebbero mandate a memoria.
Soprattutto, di qui ai prossimi mesi, dovrebbero diventare l'indice, e magari l'hashtag virale, con cui misurare la credibilità degli impegni di Parlamento e governo. E, con loro, la volatilità dello schizofrenico rapporto con il "senso di insicurezza nazionale". Cavalcato a giorni alterni dall'agenda politica e statisticamente riassunto da due dati documentati da questo giornale sabato scorso. Quattro milioni di famiglie italiane hanno nel salotto di casa una pistola o un fucile. In soli sette anni, il numero di licenze di porto d'armi "per uso sportivo" è raddoppiato (187 mila nel 2007, 397.384 nel 2014).
Salvo scoprire, in una mattina di primavera, che una calibro 7,65 è stata rivolta non contro un piattello in volo, ma contro degli esseri umani innocenti. Che quella classificazione - "per uso sportivo" - è dunque solo la spia di una deregulation non dichiarata. Dice la signora Pisani a Repubblica: "Questa tragedia deve servire a qualche cosa, può servire a dire basta a queste armi nelle case e in giro con questa estrema facilità.
Magari la morte di mio figlio, e degli altri, del giudice Ciampi, può servire a salvare anche solo un'altra vita umana. Magari le armi possono essere conservate nel poligono che i tiratori frequentano e basta. Ma quello che è accaduto a Milano non può passare come acqua sulla pietra".
Le parole di questa donna, oltre alla dignità del dolore, denunciano che nei mille causidici distinguo della nostra legislazione, e a valle di ben due riforme (nel 2010 e nel 2013) dell'articolo 35 del Testo unico delle leggi di Pubblica Sicurezza (la norma che fissa i requisiti necessari al rilascio della licenza), l'unico principio di buon senso che non ha sin qui trovato diritto di cittadinanza è proprio quello indicato dalla signora. Che una 7,65 non è una canna da pesca, né una tavola da surf o un paio di sci.
Dunque, che chi fa sport con una pistola, non per questo debba possederla, essendo sufficiente impugnarla solo e soltanto nel poligono che dovrebbe custodirla. Il ministro dell'Interno Angelino Alfano promette ora una "riflessione" e una "decisione". Il che, oltre a impegnarlo insieme al governo, segnala anche un'ammissione.
Anche questa, a suo modo, indicativa. Nel Paese che, non più tardi di due mesi fa, ha messo mano per decreto al codice penale e a quello di procedura penale per rendere più stringenti gli strumenti della magistratura e della polizia giudiziaria nella prevenzione della minaccia islamista, non è dato sapere quante armi legalmente registrate circolino.
Soltanto il 4 maggio prossimo, infatti, scadrà il generoso termine con cui, nel 2013 (2 anni fa), è stato imposto l'obbligo per chiunque si sia ritrovato un'arma in casa - perché ereditata o perché detenuta in forza di un porto d'armi scaduto e non rinnovato - di presentarsi in una questura per denunciarla ovvero per riconsegnarla. È evidente che la vicenda di Claudio Giardiello non può diventare un paradigma sociale o l'epifania di un incipiente Far West.
Ed è altrettanto evidente che un'indagine accerterà in quale delle mille pieghe delle nostre burocrazie della sicurezza si sia prodotta la falla che gli ha consentito di scegliere tempi, luoghi e bersagli della sua psicosi. Ma c'è una verità elementare che non può sfuggire al ministro dell'Interno e al presidente del Consiglio. La comparsa di una pistola, non solo in un film o in un libro, ma anche e soprattutto nella vita reale anticipa solo il momento in cui quella pistola farà fuoco. Almeno una volta.
E dunque, la difesa della nostra sicurezza non passa soltanto nel controllo di chi quella pistola ha diritto di impugnarla (non fosse altro per la oggettiva difficoltà di un'indagine psicologica accurata), ma nella restrizione severa dei luoghi in cui può essere custodita, trasportata e utilizzata. Per questo, le parole di quella madre non meritano solo ascolto o riflessione. Meritano una decisione. Rapida. E per una volta semplice.
di Piero Colaprico
La Repubblica, 14 aprile 2015
Parla Katia Roberta Mantovani, l'anno scorso suo marito fu ucciso a Correggio.
"Bisogna far cambiare la legge sul porto d'armi, questa tragedia di Milano me l'ha fatto pensare ancora una volta. E per questo ho chiamato subito la famiglia dell'avvocato Lorenzo Claris Appiani, per dire che condivido la loro richiesta parola per parola".
Signora Katia Roberta Mantovani, un anno fa, d'estate, suo marito Amos Bartolino, primario di oculistica a Correggio, è stato ucciso da un uomo apparentemente sano di mente, che però girava armato, e poi s'è ammazzato anche lui...
"Io sono una casalinga, in cucina uso i coltelli, ma non riesco nemmeno a immaginarmi mentre esco di casa con una lama. Sia da quanto è accaduto a noi, sia da quanto accaduto a Milano, mi sono fatta l'idea che la concessione del porto d'armi sia molto subdola".
Subdola perché?
"Perché ad alcuni viene l'impressione che questa concessione si trasformi nel diritto di girare armato. Senza alcuna remora".
Alcune psicologie difficili si tengono però ben nascoste...
"Se lei conosce il caso dell'uomo che ha ucciso mio marito, sa che si trattava di uno grande e grosso, calvo. In quelle ore, quando mi sentivo dentro l'uragano, sono andata a vedere il profilo Facebook e sono rimasta senza fiato. C'erano le sue foto. Era con i capelli e il pizzetto, era magrissimo. Aveva accanto foto di donne bellissime, di "pupe", quando lui nella quotidianità non aveva nessuno, era divorziato e aveva finito male un'altra relazione. Cioè, si era inventato dal nulla un'altra esistenza parallela. Era rintanato nel mondo virtuale fasullo. Secondo me per rilasciare questi permessi ci vuole uno psicologo, e questo psicologo deve fare un esame vero, tenendo conto anche dei social network e della vita sociale di chi chiede di poter avere un'arma".
Per altro, l'assassino di suo marito era stato guardia giurata, ma faceva l'elettricista e l'istruttore in palestra con i bambini...
"Noi che abbiamo a fianco le vittime, e che forse possiamo parlare a loro nome, questo chiediamo a gran voce. Ma c'è davvero necessità per una persona di girare con un'arma? Che mestiere fai? Chi sei? Qual è la tua necessità pratica ad avere una pistola. Ma, ammesso che ci sia, sei in grado di gestire una situazione in cui si può fare uso delle armi o no? Questa libertà sul tema delle armi da fuoco mi preoccupa moltissimo, e temo che non dipenda nemmeno da una scelta, ma da un pressappochismo che sin qui ha dilagato. Non ho la pretesa di salvare il mondo, ma come hanno detto i familiari dell'avvocato ucciso a Milano, basterebbe salvare qualche vita, quando si può".
Anche lo sparatore a Milano si era allenato al poligono...
"Anche in questo esiste un aspetto subdolo. Se uno si abitua a sparare, se non è perfettamente a posto, può piano pensare che sparare sia una risposta, se non l'unica risposta".
Alcuni di questi killer, una volta scoperti, sembrano far parte della stessa "famiglia", se così si può dire. Persone che danno in escandescenze, petulanti, asfissianti, molesti, successo così anche suo marito, vero?
"Purtroppo è con il senno di poi che si percepiscono alcuni segnali. L'uomo che ha ucciso mio marito non rispettava le scadenze dei lavori, si presentava a ogni ora, era prepotentemente presente. Ma al momento sembrava solo un rompiscatole. Invece aveva una pistola".
di Giuseppe Di Lello
Il Manifesto, 14 aprile 2015
La recente sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo sul massacro della scuola Diaz nella notte tra il 21 e 22 luglio 2001 pone temi nuovi che si sommano ai tanti sollevati dai fatti tragici accaduti nel corso del G8 di Genova. Su questi ultimi non si volle indagare con una commissione parlamentare d'inchiesta, proposta bocciata da tutto il centrodestra con il determinante appoggio del moralizzatore Di Pietro.
Ne seguì una insignificante commissione parlamentare senza i poteri dell'autorità giudiziaria, all'interno della quale le voci preminenti dell'allora sinistra moderata (Ds-L'Ulivo e Margherita-L'Ulivo) si affettarono a correre in soccorso del partito della polizia e, con innocue domande al limite del ridicolo, aggiunsero al danno la beffa.
Con i processi sui fatti della scuola Diaz ultimati, la Corte di Strasburgo ha avuto il quadro completo di ciò che è accaduto quella notte e ha sentenziato che si era trattato di atti tortura, di trattamenti inumani e degradanti perpetrati da un corpo di polizia che, però, non hanno ricevuto che lievi sanzioni o proscioglimenti per prescrizione, per mancanza di una normativa adeguata. Gli autori materiali delle violenze, inoltre, non sono stati mai identificati e ciò, si rammarica la Corte, perché "la polizia ha potuto impunemente rifiutare di fornire alle autorità competenti la cooperazione necessaria all'identificazione degli agenti suscettibili di essere implicati negli atti di tortura". Di ciò, sempre secondo la Corte, non ne ha la responsabilità la magistratura che, anzi, data la assoluta mancanza di collaborazione degli apparati dello stato, ha fatto tutto ciò che poteva.
Il giudizio è arrivato su ricorso di Arnaldo Cestaro che all'epoca dei fatti aveva 62 anni e che, venuto da Roma a dimostrare pacificamente, era poi andato a dormire alla Diaz, dove era stato pestato a sangue riportando fratture e lesioni permanenti. Tra qualche tempo arriverà anche il responso della Corte sui fatti di Bolzaneto, dove le torture furono più "scientifiche" perché lontane da occhi indiscreti e su soggetti che, formalmente, erano affidati alla custodia degli agenti di polizia penitenziaria.
Non credo però che si debba aspettare anche questa seconda sentenza perché quello che è rimasto della sinistra debba riproporre una commissione parlamentare d'inchiesta su quei fatti. Non vi sono pericoli di interferenze con l'attività della magistratura dato che, come detto, i processi sono stati definiti, i poliziotti violenti l'hanno fatta franca e molti funzionari coinvolti hanno pure fatto carriera. Non è di ostacolo l'assoluzione di De Gennaro perché riguarda un caso del tutto scollegato con i fatti oggetto del giudizio di Strasburgo. Non vi sono problemi di reperimento dei "testimoni" dato che la classe politica del tempo è viva e vegeta, anche se un po' invecchiata.
E poi, oltre a tentare di far luce sulla catena di comando che portò da Piazza Alimonda, alla Diaz e alla Bolzaneto, c'è da rispondere anche alle nuove "domande" poste dalla Corte di Strasburgo e a una in particolare che dovrebbe intrigare anche il ministro della Giustizia interessato alla riforma del processo penale: come diamine è possibile consentire che, nel corso di una inchiesta penale, un corpo dello Stato (la polizia nel nostro caso) possa rifiutarsi di collaborare con l'autorità giudiziaria e di fornire i nomi di possibili autori di reati. Bella domanda che si pongono ancora gli onesti magistrati di Genova che indagarono sul G8: quelli sì, lasciati assolutamente soli.
C'è poi l'adeguatezza della legislazione che ora è stata integrata da una legge sulla tortura da troppi ritenuta...inadeguata: così come è, si applicherebbe ai fatti di Bolzaneto ma, magari con l'ausilio di buoni avvocati, non a quelli della Diaz. Altre risposte attendono anche le "frecciate" lanciate dal magistrato Sabella, delegato del Dap per Bolzaneto, secondo cui c'era anche chi il morto lo voleva, ma tra le forze dell'ordine per giustificare una stretta repressiva: vista l'autorevolezza della fonte, non è questione da far cadere nel dimenticatoio. Sabella poi su Bolzaneto dice che "in quei momenti non c'ero" ma, allora, dove era mentre in quella caserma ne succedevano di tutti i colori (e non per dei momenti ma per ore ed ore) e agli agenti violenti si univano anche alcuni appartenenti al personale sanitario.
Ora la vogliamo questa commissione parlamentare d'inchiesta, anche per i tanti Cestaro che andarono a Genova per dimostrare pacificamente e vennero segnati a vita dalle violenze di poliziotti "anonimi". In Parlamento Di Pietro non c'è più, la destra è sfarinata e Alfano rappresenta uno stentato 4% di elettori. Poi c'è il Pd che dice di voler cambiare verso, i 5stelle e Sel che non dovrebbero tirarsi indietro. Cercare di riscrivere quella storia servirebbe anche a capire se c'è interesse in questo Paese per i diritti umani o se lo rispolveriamo solo quando quei diritti sono violati fuori dai nostri confini.
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 14 aprile 2015
Assolti 194 dei 202 cittadini arrestati e sbattuti in cella dal campione dei pm anti-ndrangheta. Si è concluso la settimana scorsa, con una valanga di assoluzioni, il processo contro 202 abitanti di Platì (Locride, provincia di Reggio Calabria), 202 arrestati su 4.000 abitanti, circa uno ogni cinque famiglie. Erano stati tutti catturati, in una notte del novembre di 12 anni fa, sotto l'accusa di essere mafiosi.
L'operazione, ordinata dal dottor Nicola Gratteri, era stata eseguita da oltre mille carabinieri in assetto di guerra, che avevano circondato il paese e lo avevano messo a soqquadro, avevano trascinato via in manette uomini, donne, persone anziane, qualche ragazzo (anche un ragazzo handicappato) e avevano persino cercato di arrestare un assessore che era morto da un anno e mezzo.
Piatì, da quel giorno, in tutto il mondo è diventata famosa come la capitale della mafia. Beh, era una bufala. I lettori calabresi del Garantista conoscono bene questa vicenda della quale ci siamo molto occupati. 1 cittadini del resto d'Italia la ignorano, perché nessun giornale e nessuna Tv ne hanno parlato. È curioso che nessuno parli di un fiasco giudiziario di queste proporzioni - forse senza precedenti nella storia giudiziaria della Repubblica italiana - che oltretutto ha coinvolto uno dei tre quattro nomi più noti tra i Pm dell'intera penisola, l'uomo che dirige una commissione incaricata di preparare una riforma della giustizia, il candidato a fare il ministro del governo Renzi (bloccato solo dall'intervento, provvidenziale, di quel sant'uomo di Napolitano...), l'autore di tanti libri, di tante interviste televisive (l'ultima l'altra sera alla Rai da Fabio Fazio). Eppure è così.
È così per due ragioni: prima ragione, la stampa italiana è restia ad occuparsi di cose calabresi, non considera la Calabria territorio nazionale e ritiene comunque di poterla menzionare solo quando si tratta di raccontare che i calabresi sono 'ndranghetisti. Una notizia di segno opposto non è notizia. Seconda ragione, la stampa nazionale è restia a fare le bucce ai magistrati. Se un politico fa una sciocchezza, o ha un insuccesso, è giusto crocifiggerlo e sommergerlo col fango; se un magistrato ha un infortunio (diciamo così) è meglio tacere.
Da questo punto di vista l'intervista condotta l'altra da Fabio Fazio è un esempio clamoroso di giornalismo subalterno. Possibile che devi intervistare un Pm che quarantotto ore prima ha subito lo smacco clamoroso di una inchiesta famosissima, finita in una bolla dì sapone, e non gli fai neppure una domanda su quell'inchiesta e quella sconfitta? Niente, silenzio, velo complice? Sono rimasto senza parole vedendo quell'intervista.
Ero convinto che prima o poi almeno un accenno di domandina, Fazio, gliela avrebbe fatta. Macché! Andrebbe proiettata nelle scuole di giornalismo questa puntata di Che Tempo che fa sotto il titolo: "come non si fa un'intervista". Chissà se stavolta interverrà il consiglio di amministrazione della Rai, o la commissione di vigilanza. Dal punto di vista professionale l'infortunio di Fazio è spettacolare.
Ma torniamo a Gratteri. Tenendo conto del fatto che l'operazione Piatì, nel 2003, ebbe un'eco gigantesco sulla stampa nazionale e internazionale. È stata un delle poche volte nelle quali i media si sono occupati di Calabria, e lo hanno fatto per spiegare come un intero paese dell'Aspromonte fosse abitato da mafiosi, e poi per lodare il Pm sceriffo, Gratteri, appunto, che era stato capace di sgominare le cosche e far vincere lo Stato. Ora si scopre che i casi sono due. O davvero Piatì è tutta mafiosa, e allora Gratteri è stato un incapace a condurre un'inchiesta che ha portato all'assoluzione di tutti. Oppure (come è largamente probabile)
non è vero che Piatì è tutta mafiosa, e allora Gratteri ha fatto sbattere in galera duecento anime innocenti.
Naturalmente in questa "Capo-retto" di Gratteri non esiste alcun "profilo penale", come si dice sempre quando ì giornali prendono di punta un politico. Per esempio l'ex ministro Lupi. Poi i giornali dicono: però c'è un profilo di opportunità, e Lupi deve dimettersi. E si è dimesso. Perché suo figlio ingegnere aveva avuto un posto di lavoro da ingegnere precario a 1.200 euro al mese. Ora io dico: ma non c'è un motivo di opportunità grande come una casa perché Gratteri, quanto meno, la smetta di presiedere commissioni che dovrebbero stabilire come riformare la giustizia? Un insuccesso professionale di queste proporzioni, che in qualunque altra professione porterebbe ad una vera e propria rovina nella propria carriera, per un Pm non ha alcuna conseguenza? Va bene, prendiamo atto che i Pm sono al di sopra di ogni sospetto. Prendiamo atto che la stampa è pronta a perdonare loro ogni cosa. Però almeno che si sappia che le cose sono andare così, e si sappia che, insomma, forse, Gratteri, che è stato dipinto a tutti come un genio, come il numero uno, come il più bravo di tutti, insomma... diciamo la verità... No?
P.S. Nell'intervista a Fazio, Gratteri si è mostrato nella vesti del magistrato inflessibile, reazionario, nostalgico dei regimi forti. Un uomo di estrema destra, ordine, disciplina, pene esemplari. E questo è del tutto legittimo. Sono assolutamente convinto che Gratteri sia un magistrato in buonafede al 100 per cento.
Il problema è che lui è convinto di essere stato investito da Dio di una missione epocale: quella di ripulire il paese dai corrotti, dai sospettabili di corruzione, dai cattivi, dai disonesti, dagli anarchici, e naturalmente dai garantisti.
Ecco, bisognerebbe spiegargli che non è così. Lui deve occuparsi di fare le inchieste giudiziarie, di cercare i delitti, i colpevoli e le prove. Deve applicarsi di più a queste cose, in modo da evitare bufale come quelle di Piatì, fare meno interviste, pontificare di meno, e soprattutto rinunciare all'idea che tocchi a lui riformare la giustizia, perché penso che a nessuno possa venire in mente di affidare la riforma della giustizia al Pm che ha preso la toppa di Platì.
di Ilario Ammendolia
Il Garantista, 14 aprile 2015
Fu un'operazione di guerra, si inventarono anche una città sotterranea, ma era un errore di stampa. Mamme strappate al bambini, un ragazzo handicappato trascinato via.
Le sentenze di assoluzione pronunciate dalla Corte di appello di Reggio Calabria l'altro ieri fanno definitivamente scoppiare come una bolla di sapone la "brillante" operazione "Marine". Una Caporetto per il pm Nicola Gratteri. Ricordiamo i fatti: era l'alba del 12 novembre del 2003, quando scatta l'operazione "Marine" dedicata ai morti di Nassirya. Le truppe si muovono circondando un piccolo paese della Calabria: Platì! Sono un vero esercito. Si parla di mille uomini che avanzano protetti dalle tenebre verso l'Aspromonte. All'alba, l'assalto.
Abitazioni forzate, pianto di bimbi, urla di donne. Sembra un territorio controllato dall'Isis ma l'operazione si svolge in Calabria, nel cuore della notte. Quando il sole sorge, i notiziari nazionali riportano come prima notizia i risultati della operazione di polizia: circa 150 gli arrestati. Più di duecento le persone denunciate. Un numero enorme per un paese così piccolo.
E come se a Roma, in una sola notte, ci fossero centomila arresti! Si sarebbe gridato al colpo di Stato, ma qui siamo in Calabria ed è tutta un'altra storia. Poi i cellulari carichi di prigionieri scendono verso valle e man mano che si allontanano da paese, il cuore della gente di Piatì diventa sempre più piccolo. Non possono far altro che suonare le campane e rifugiarsi in Chiesa. Si rivolgono alla Giustizia di Dio, avendo constatato la fallacia di quella umana. Quei corpi in catene rappresentano la mortificazione estrema della persona umana. Sono l'altra faccia dei morti ammazzati sulle nostre strade.
Quanti sono gli innocenti? Secondo i giudici quasi tutti. Per giorni l'operazione Marine tiene le prime pagine dei giornali, perfino i titoli principali del NY Times e della Bbc. Nel frattempo l'operazione fornirà altri mattoni per costruire l'immagine della "Calabria criminale" su cui scrivere libri seriali, produrre fiction e film che rasentano il razzismo e la diffamazione sistematica verso i calabresi. Già nelle prime ore dell'operazione, l'opinione pubblica verrà messa a conoscenza della protervia dei pubblici amministratori di Platì, così spavaldi da realizzare una città sotterranea chiamandola "zona latitanti". Una colossale e cinica bugia. Infatti, una correzione automatica del computer trasforma la parola "latistanti" (distanza da due lati) in latitanti. Però l'inesistente città sotterranea entra nella leggenda.
Per anni all'opinione pubblica viene raccontata un'altra storia. Si continua a parlare di una "brillante operazione" e nessun rappresentante delle istituzioni, in questi lunghi anni, troverà il coraggio di dire che s'è scritta una pessima pagina di (ingiustizia sommaria che dissanguerà le casse dello Stato e rafforzerà enormemente la ndrangheta, saldando in un fronte unico 'ndranghetisti e cittadini perbene. Si eviterà di dire che in quella operazione è stato arrestato anche un povero portatore di handicap che non sapeva pronunciare il proprio nome e che per farlo salire sul cellulare i suoi compaesani gli hanno raccontato la pietosa bugia che lo avrebbero portato a Lourdes.
Ho riproposto questa storia solo perché l'Italia sappia che alle varie operazioni "Marine" abbiamo il dovere di contrapporre "l'operazione verità". Verità sulla Calabria! Dobbiamo raccontare a noi stessi, all'Italia e al mondo una verità cinicamente oscurata, ferita, stravolta dall'informazione di regime e dai poteri forti.
Rifletta la "commissione" presieduta dal dottor Gratteri, insediata al ministero della Giustizia, su quanto è successo a Piatì. Prenda atto che "Marine" non è stata una operazione contro la 'ndrangheta ma contro la Calabria, un oggettivo favoreggiamento alle organizzazioni criminali. Si acquisisca la consapevolezza che la 'ndrangheta s'è legittimata grazie ad operazioni insensate come quella di Platì.
L'attuale classe dirigente che sa di pecorume continuerà a nascondere la testa nell'erba, parlando d'altro! Ciò ha reso possibile che in nome della falsa legalità venisse imposto un pesante basto e una stringente bardatura al popolo calabrese ed italiano. In nome della legalità si stanno colpendo al cuore i diritti dei cittadini soprattutto dei più deboli.
Noi ci collochiamo in un altro emisfero e non abbasseremo la testa. Alla legalità formale contrapponiamo l'antindrangheta dei diritti. Diritto di fare impresa, diritto al lavoro, diritto alla vita ed alla sicurezza. Diritto di dormire tranquilli quando non si commettono reati né prepotenze di sorta, senza la paura che qualcuno ti metta una bomba estorsiva o, peggio ancora, che, nell'ombra qualcuno trami "legalmente" contro la tua libertà solo perché non intendi chinare la testa, né trovarti un "protettore".
Il Foglio, 14 aprile 2015
Gli imprenditori, attraverso Confindustria, da tempo denunciano che il disegno di legge sui reati ambientali, in discussione alla Camera per la lettura definitiva - salvo modifiche impalatabili per le associazioni ambientaliste - introdurrebbe la fattispecie del disastro ambientale nel codice penale con effetti nefasti per l'economia. "Non distingue tra dolo e colpa, tra chi ha un incidente e si attiva per riparare e chi inquina per scelta criminale", dice Confindustria.
E l'imprenditore, già soggetto a una regolamentazione rigida, oltre ad assumersi il rischio aziendale (calcolato) si troverebbe ad affrontare anche quello (imponderabile) di subire indagini e sequestri. Preoccupazioni che trovano fondamento nella relazione del sostituto procuratore di Udine, Viviana Del Tedesco, contenuta nel Rapporto 2015 dell'associazione Italia Decide.
"Semplificare è possibile: come le pubbliche amministrazioni potrebbero fare pace con le imprese" - presentato ieri alla Camera. Del Tedesco è il pm che ha perseguito le società che avevano inventato un'emergenza ambientale inesistente al fine di ottenere sovvenzioni pubbliche per bonificare la laguna di Grado e Marano, in Friuli. Del Tedesco scrive che in fatto di norme ambientali sono gli imprenditori onesti a pagare lo scotto più alto a causa di una "produzione normativa ipertrofica".
"La confusione regna sovrana e il rinvio ad allegati dove si fa riferimento a soglie di contaminazione astrattamente considerati costringe ad avviare attività costose (es. analisi del rischio sui prodotti agricoli, ndr) per ottenere risultati privi di utilità, se non dannosi, sotto il profilo della tutela sostanziale dell'ambiente e scientificamente errati".
La difficoltà ad adempiere a tutti gli obblighi è amplificata dalla produzione normativa che aumenta la possibilità di sbagliare col rischio di essere responsabili non per colpa specifica (con intenzione) ma anche per colpa generica (per non avere fatto qualcosa): "Si riduce sempre più la possibilità concreta di evitare il rischio di essere perseguiti a titolo di colpa e l'esercizio di qualsivoglia attività umana comporta assunzioni di responsabilità non controllabili con la conseguente mortificazione dell'iniziativa di ciascun soggetto (imprenditore), aumento dei costi di gestione e riduzione delle volontà virtuose. Più che fare le cose bene e in modo che funzionino in concreto, la preoccupazione principale di ciascuno è quella di 'essere a normà. Ma è in colpa colui che non sa nemmeno bene cosa deve fare per essere a norma? - si chiede Del Tedesco. La moltiplicazione delle norme tecniche mortifica il principio di certezza del diritto e il concetto di colpa viene dunque stravolto".
Se nessuno sa esattamente cosa deve fare, chi vuole operare correttamente avrà difficoltà crescenti a farlo mentre chi si comporta in modo superficiale per trarne vantaggio è giustificato dal caos normativo. Le conseguenze per l'esercizio della giustizia sono altrettanto perverse. Del Tedesco aggiunge un concetto tipicamente rimosso dalla magistratura d'assalto: "L'ipertrofia delle norme penali previste nelle materie tecniche che sfuggono alle conoscenze del magistrato e affidate inevitabilmente ai consulenti, non esalta ma svilisce la magistratura che a sua volta, non potendo avere il controllo delle innumerevoli indagini nei più disparati settori, si burocratizza e non garantisce qualità.
Devolvere alla magistratura la valutazione di questioni tecniche significa aumentare i tempi delle indagini. Se invece di avere tante norme confuse ve ne fossero poche con obiettivi precisi, le indagini della magistratura sarebbero meno numerose, più mirate, meno costose e si risolverebbero in tempi ragionevoli garantendo alla collettività un servizio sostanziale".
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