di Lorena Cacace
www.nanopress.it, 22 gennaio 2015
La giustizia italiana ha problemi endemici che da decenni attendono una soluzione, a partire dallo stato delle carceri e dei detenuti. Siamo stati a un nulla dal pagare una maxi multa imposta dall'Europa per il sovraffollamento, cosa che ha portato gli ultimi governi a correre ai ripari con decreti che riducessero la popolazione carceraria.
Qual è allora lo stato attuale degli istituti di pena italiani? Si sta risolvendo il problema delle carceri e delle condizioni di vita dei detenuti? Cosa si sta facendo perché il nostro Paese rientri negli standard richiesti dalla legge e dalla Convenzione Europea per i Diritti Umani? A fare chiarezza ci sono i numeri evidenziati dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia.
Il dato da cui sono partite le istituzioni europee è quello della sovrappopolazione carceraria in Italia. Da anni, se non decenni, sappiamo che le prigioni nostrane scoppiano di detenuti, con condizioni di vita al limite della dignità umana. Qualcosa si sta muovendo: il timore di essere di nuovo nell'occhio del ciclone ha portato la politica a occuparsi del problema, come spesso accade, sotto la minaccia di maxi multe.
Alla legge 9 agosto 2013, n. 94, che ha convertito il decreto legge 1 luglio 2013, n. 78, contenente "Disposizioni urgenti in materia di esecuzione della pena", è seguita la legge 11 agosto 2014, n. 117 che ha reso esecutivo il decreto Carceri. In questo caso, si è agito per andare a colmare i vuoti sul risarcimento ai detenuti per le condizioni considerate "inumane" dopo la nota sentenza "Torreggiani" con cui la Corte europea dei diritti dell'uomo aveva condannato l'Italia per la situazione delle carceri. A fronte di questi interventi normativi, lo stato delle carceri nostrane è in leggero miglioramento: vediamo quali sono i numeri ufficiali e cosa non torna.
Capienza e detenuti
Secondo i dati ufficiali del dipartimento penitenziario ministeriale, il numero dei detenuti totali presenti nelle carceri italiane al 31 dicembre 2014 è di 53.623 persone, di cui 2.304 donne e 17.462 stranieri, ospitati in 202 strutture a livello nazionale la cui capienza è di 49.635 persone. Ci sono quindi 3.988 detenuti in più rispetto al massimo consentito. La situazione è però migliorata rispetto al recente passato. Al 30 giugno 2014, i detenuti totali erano 58.092 (quasi 5mila in più); esattamente un anno fa, al 31 dicembre 2013, erano 62.536, oltre 9mila in più. Il dato è ancora più confortante se paragonato al 2010, quando i carcerati totali erano 68.258, il picco raggiunto dal 1991 (anno in cui sono iniziate le rilevazioni del Ministero).
A livello globale dunque, la popolazione carceraria è diminuita, ma se analizziamo il dato per singole Regioni, ci accorgiamo che alcune situazioni sono ancora oltre il limite consentito. Sono infatti sei le Regioni che hanno una popolazione carceraria inferiore alla capienza massima (Basilicata, Calabria, Piemonte, Sardegna, Toscana e Trentino Alto Adige); le restanti hanno ancora oggi prigioni sovraffollate, con più detenuti rispetto a quanto sarebbe possibile, con variazioni da oltre mille persone fino a 15 unità.
Le peggiori sono la Lombardia (7.824 carcerati con 6.064 posti per un surplus di 1.760 persone) e la Campania (7.188 carcerati a fronte di 6.082 posti totali per un surplus di 1.106 persone), seguite da Puglia (3.280 carcerati con 2.377 posti), Umbria (1.404 carcerati contro 1.314 posti) e Veneto (2.475 carcerati con 1.956 posti).
Detenuti stranieri
Nel totale sono conteggiati al 31 dicembre 2014 anche i 17.462 stranieri presenti (in calo rispetto ai 21.854 registrati nel 2013), che equivalgono al 32,5% sul totale. Con la cancellazione del reato di clandestinità, la presenza straniera è dunque diminuita: sono 4.716 le persone che hanno beneficiato e oggi rimangono in prigione cittadini di nazionalità straniera che hanno commesso altri reati. Per la maggior parte, i detenuti stranieri arrivano dall'Africa (7.821 in totale), seguita dai paesi dell'area europea (7.414), Americhe (1.122) e Asia (1.094). I due paesi più presenti a livello di popolazione carceraria sono il Marocco e l'Albania rispettivamente con 2.955 e 2.437 detenuti, seguiti dalla Tunisia (1.950) e da altri paesi africani (1.803).
La Regione che conta il maggior numero di detenuti stranieri è il Veneto con circa il 55% dei detenuti non italiani (1.361 su 2475 ), seguito dalla Toscana con il 48% (1.573 su 3.269), la Lombardia al 44% (3.459 su 7.824), Piemonte al 43,2% (1.551 su 3.589) e Lazio al 43% (2.417 su 5.600). La Campania invece vede la minor presenza di stranieri nella popolazione carceraria con il 12% del totale (887 su un totale di 7.358).
Chi è il carcerato medio
Licenza di scuola media, dai 35 ai 39 anni, celibe, campano: dai dati del dipartimento penitenziario è questo il ritratto del carcerato medio presente negli istituti di pena nostrani. Questo perché la maggior parte dei detenuti ha tra i 35 e i 39 anni, ha un diploma di scuola media e risiede in Campania.
Partendo dal dato dell'istruzione, si nota che la popolazione carceraria vede maggiori percentuali tra chi ha un livello medio-basso di istruzione o non ne ha dato notizia: se del 44% dei detenuti non si conosce il tasso di istruzione, il 33% ha un diploma di licenza media e l'11,5% ha un diploma di scuola elementare, mentre i laureati sono lo 0,08% del totale (498 su 53.623). Tenendo conto della fascia d'età, i detenuti sono racchiusi per la maggior parte in quella che va dai 30 ai 40 anni che rappresenta oltre il 44% della popolazione carceraria; la seconda fascia più rappresentata è quella dei 50enni che sono il 14,9% del totale.
A livello regionale emerge che quasi un quinto della popolazione carceraria nazionale proviene dalla Campania, seguita dalla Lombardia da cui proviene il 12,7% dei detenuti, più della Sicilia (6.852 i lombardi contro i 6.772 siciliani).
di Rinaldo Romanelli (Componente Giunta dell'Unione delle Camere Penali)
Il Garantista, 22 gennaio 2015
I provvedimenti emergenziali distorcono lo stato di diritto e non risolvono il problema della lotta al terrorismo. Oggi sarà discusso in consiglio dei ministri, insieme ad altri testi normativi, tra cui un decreto legislativo sulle norme sanitarie che disciplinano lo scambio di cani, gatti e furetti nel mercato Ue, il decreto legge antiterrorismo i cui contenuti sono stati sommariamente anticipati alla stampa un paio di giorni orsono, che vorrebbe contrastare i cosiddetti "foreign fighters".
In un contesto di pressoché unanime condivisione si impone una riflessione critica ed appare indispensabile, quantomeno, porsi qualche interrogativo. Siamo proprio sicuri che le annunciate modifiche siano effettivamente utili a contrastare eventuali fenomeni di terrorismo internazionale? Quali sono le reali ragioni sottese alla loro introduzione? Ed infine, quali saranno le conseguenze?
Alla prima domanda crederei si possa rispondere con ragionevole serenità che no, queste annunciate misure non incideranno effettivamente in modo positivo nell'attività anti-eversione rendendola più efficace. La ragione è semplice: il nostro ordinamento prevede già un nutrito complesso di norme che puniscono le condotte tipiche delle associazioni eversive e sovversive in ogni loro possibile declinazione. Purtroppo il nostro Paese ha dovuto affrontare una lunga e buia stagione di terrorismo ed infatti il primo provvedimento organico in materia risale al 1979 e due nuovi ed incisivi interventi sono stati effettuati nel 2001 e nel 2005, mirati proprio alla prevenzione ed alla repressione delle attività eversive di matrice inter-nazionale.
E sufficiente leggere le disposizioni che vanno dall'art. 270 all'art. 270 sexies del codice penale per rendersi conto che, ad esempio, non solo è punita la condotta di arruolamento per finalità di terrorismo anche internazionale, ma anche - ed aggiungerei ovviamente - di chi viene arruolato, posto che diviene parte dell'organizzazione eversiva alla quale aderisce. L'introduzione di una nuova fattispecie che punisca anche l'arruolato è dunque, nella migliore delle ipotesi, inutile. La medesima considerazione vale per la previsione che dovrebbe punire chi organizza, finanzia o propaganda viaggi con finalità di terrorismo, trattandosi di condotta già riconducibile nell'ambito di applicazione delle disposizioni vigenti in materia.
Si potrebbe continuare nell'esame delle altre annunciate nuove fattispecie di reato formulando per tutte pressoché le medesime conclusioni, con l'ulteriore considerazione che si creeranno, in fase applicativa, non pochi problemi di sovrapposizione che necessiteranno di una difficile attività esegetica per delineare i rispettivi ambiti di applicazione, anche perché, come d'abitudine, le nuove norme prevedono pene edittali ritoccate verso l'alto. Anche le modifiche annunciate in materia di armi ed esplosivi si inseriscono in una normativa vigente molto articolata e severa, più che idonea a prevenire e punire ogni condotta deviante. Restano i profili amministrativi che dovrebbero consentire l'immediato ritiro del passaporto a chi è sospettato di terrorismo. L'utilizzo del mero sospetto, quale presupposto della limitazione della libertà personale, non può che creare un senso di forte disagio e ripulsa in chiunque non abbia dimenticato quali sono i pilastri sui quali si fonda un moderno stato repubblicano e democratico.
Si ritrovano nel pensiero di Locke e poi di Kant, per i quali l'uomo nasce libero, secondo il suo diritto naturale ed inalienabile. Pensiero tradotto nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti di America del 1776 e principi solennemente affermati poco dopo in Francia nel 1789 nella Dichiarazione dei Diritti dell'uomo e del cittadino, nonché con buona pace dei rappresentanti del pensiero unico della legalità, secondo i quali il procedimento penale dovrebbe essere uno strumento di repressione, cui tutto è consentito in nome della ricerca della verità, garantiti quali diritti fondamentali ed inviolabili anche dalla Costituzione della Repubblica Italiana. Prima di trarre le conclusioni in merito alle conseguenze dell'ennesimo intervento volto all'introduzione di nuove fattispecie sanzionatorie, all'inasprimento delle pene ed alla previsione di nuovi strumenti sommari di limitazione della libertà personale, è però opportuno soffermarsi brevemente sulle ragioni che animano il legislatore.
Qui l'analisi diviene oggettivamente semplice. L'attentato di Parigi alla sede del settimanale satirico Charlie Hebdo ha destato, giustamente, in tutto il mondo sentimenti di indignazione e di commozione per le povere vittime, per la violenza cieca degli attentatori ed anche perché l'obbiettivo era colpire la libertà di manifestazione del pensiero, altro diritto fondamentale su cui si posano le democrazie occidentali. A questi sentimenti si accompagna però anche un diffuso senso di insicurezza, perché il messaggio che è stato comunemente recepito è che chiunque potrebbe diventare vittima del gesto violento di un manipolo di esaltati o addirittura del "terrorista solitario". Poco importa che qualunque esperto di antiterrorismo, sia esso magistrato o investigatore, ove gliene venisse concessa l'occasione, ci direbbe che in Italia non c'è alcuna reale minaccia del genere (lo ha fatto da par suo il dottor Dambruoso, qualche giorno fa, su un noto canale satellitare dedicato all'informazione, ma non pare che questo abbia scalfito minimamente il ritmo della gran cassa dei catastrofisti).
Ed ecco allora il provvido intervento del legislatore, che assecondando le paure della piazza introduce nuove ipotesi di reato (inutili), aumenta le pene (ancor più inutilmente) e fornisce nuovi strumenti repressivi non troppo attenti, per usare un eufemismo, a profili di garanzia per chi ne sia il destinatario. L'obbiettivo reale non è la lotta al terrorismo, per la quale non basta modificare un comma, una norma e aggiungere una qualche nuova e fantasiosa fattispecie di reato, ma bisognerebbe semmai fornire finanze alle anemiche casse delle forze dell'ordine.
L'obiettivo è, molto più semplicemente, intercettare il consenso popolare. Le reali conseguenze? Abbiamo purtroppo grande esperienza di legislazione emergenziale e sappiamo che se non serve quasi mai a risolvere il problema che ne è stato occasione, produce sistematicamente distorsioni e ricadute negative sulla vita dei cittadini. In questo caso si realizza addirittura un paradosso che ha, a tratti, dell'ossimoro grottesco: si inasprisce la normativa, come sempre senza attenzione alle garanzie, limitando le libertà personali che sono il senso ed il fondamento stesso della nostra democrazia perché qualcuno - terroristi, integralisti, illiberali - ha attentato appunto, ad un nostro diritto fondamentale, ovvero la libera manifestazione del pensiero.
Nel frattempo pare che la popolarità del Presidente francese sia salita del 21% ed è probabile che una fortuna analoga sia toccata a molti dei Capi di Stato che si sono accalcati in prima fila alla Marcia Repubblicana di Parigi. C'è da augurarsi che all'odierno consiglio dei ministri, quando si discuteranno questi temi, lo si faccia con qualche profilo di attenzione in più e con una diversa sensibilità rispetto a quella che sarà dedicata all'argomento delle norme sanitarie sui cani, i gatti e i furetti nel mercato Ue.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 22 gennaio 2015
La Cassazione stringe le maglie sulla pubblicazione degli atti giudiziari. Anzi, a dire la verità, la esclude proprio. Almeno nel settore penale. La Corte, con la sentenza n. 838 della Terza sezione civile depositata ieri ha accolto parzialmente il ricorso presentato dalla difesa di Fedele Confalonieri contro la pronuncia della Corte d'appello di Milano che aveva negato il risarcimento danni per alcuni articoli apparsi sul "Corriere della Sera" nel 2005, nei quali si faceva riferimento al coinvolgimento del manager nelle indagini svolte dalla Procura sui fondi neri del gruppo Mediaset. Due dei motivi di impugnazione facevano leva sulla (asserita) violazione dell'articolo 684 del Codice che sanziona la pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale.
Nell'affrontare la questione, che comunque riguardava atti depositati dalla Procura che non erano più coperti da alcuna segretezza, la Corte d'appello aveva affermato la legittimità della pubblicazione, dopo avere osservato che il divieto del Codice penale ha come obiettivo la tutela delle regole del dibattimento, con la necessità che il giudice formi le sue convinzioni esclusivamente sugli atti introdotti nel processo e non al di fuori di questo attraverso l'eventuale conoscibilità di atti diversi attraverso i media. Nel caso esaminato, sempre per la Corte d'appello, andava esclusa un'indebita influenza esterna sulla formazione della prova e che la citazione testuale di alcuni atti estendesse, anche per la sua esiguità complessiva, la conoscenza del lettore oltre il contenuto degli atti stessi.
La Cassazione ha invece scelto una linea assai più severa, annullando il giudizio su questo punto e rinviando alla Corte d'appello per un nuovo esame: per i giudici va ricordato innanzitutto l'articolo 114 del Codice di procedura penale che ammette sì la pubblicazione, ma solo del contenuto di atti non coperti da segreto, ribadendo comunque, anche con riguardo a questi ultimi, un divieto nel caso di procedimenti ancora in corso.
Detto ciò, la Cassazione ricorda che non si può ritenere che la limitatezza della trascrizione possa fondare la legittimità della pubblicazione: si tratta di un requisito del tutto estraneo all'articolo 114. Nella lettura della Corte anche una pubblicazione parziale e limitata nell'estensione, tenuto conto del fondamento del divieto, può comunque avere un "rilevante significato" e contribuire a un condizionamento dell'autorità giudiziaria.
Come pure non ha molto senso sostenere che in ogni caso le trascrizioni di brani assai brevi non estendeva la conoscenza oltre il contenuto (questo sì lecito) degli in questione. "Si tratta, a ben vedere - osserva la Cassazione, di caratteristiche proprie di qualunque trascrizione a prescindere dall'estensione, che non possono pertanto valere a derogare dalla previsione generale" e a individuare ipotesi di atti che possono, comunque, essere parzialmente pubblicati. Neppure l'esercizio del diritto di cronaca può giustificare una forma di deroga, dal momento che è comunque assicurata la libera pubblicazione del contenuto degli atti non più coperti da segreto.
Non militano in senso contrario a questa conclusione alcuni precedenti della Cassazione stessa, che, per esempio, hanno considerato legittima la pubblicazione di un titolo che sintetizzava il contenuto delle dichiarazioni rese nel corso del procedimento oppure hanno affrontato la questione sotto i diversi profili della diffamazione oppure della violazione del diritto alla privacy.
La sentenza depositata ha invece confermato il giudizio della Corte d'appello che aveva negato l'esistenza di una forma di responsabilità per diffamazione a carico dei giornalisti che non trova fondamento nella violazione dell'articolo 684 del Codice penale. Troppo generici i motivi di ricorso e centrati sulla riproposizione di elementi che in punta di merito erano già stati esaminati e respinti nel grado precedente di giudizio.
di Simona D'Alessio
Italia Oggi, 22 gennaio 2015
Uno "sconto" di pena (grazie a un emendamento da inserire nel testo di riforma del processo penale, al vaglio del parlamento) per chi collabora nelle inchieste su casi di corruzione. È la novità, sulla scorta di quanto previsto dalla legislazione antimafia, annunciata da Andrea Orlando, ministro della giustizia, intervenuto ieri mattina, in aula a palazzo Madama (24 ore dopo averlo fatto a Montecitorio), per riferire sullo stato dell'amministrazione giudiziaria nell'anno appena trascorso. Una strada che colmerebbe una lacuna e si rivelerebbe efficace, dice, giacché una simile misura sarebbe "in grado di rompere la logica di omertà che, spesso, caratterizza le organizzazioni corruttive".
Il provvedimento nel quale il guardasigilli punta a immettere la correzione che consentirà un abbassamento della condanna dei collaboratori di giustizia che sveleranno episodi di corruzione, ha appena iniziato l'iter di esame da parte dei deputati della II commissione: si tratta del disegno di legge governativo C 2798, presentato il 23 dicembre 2014, sulle "Modifiche al codice penale e al codice di procedura penale per il rafforzamento delle garanzie difensive e la durata ragionevole dei processi e per un maggiore contrasto del fenomeno corruttivo, oltre che all'ordinamento penitenziario per l'effettività rieducativa della pena". Nel corso delle repliche ai senatori Orlando rivendica l'introduzione del reato di autoriciclaggio e del meccanismo di confisca dei beni per sproporzione, finalizzato, spiega, ad "aggredire i patrimoni illeciti, anche quando si sono allontanati molto da chi li ha generati". E, sollecitato dal M5s, affronta il tema del falso in bilancio, sostenendo che nella stesura estiva del provvedimento "non avevamo previsto soglie", poi a seguito di una "consultazione nella quale forze sociali ci hanno posto il tema di distinguere tra aziende quotate e non quotate, e di tener conto che alcune aziende hanno strumenti diversi per fare il bilancio", sono state introdotte. Ciò non equivale, chiarisce, a essere "amici dei criminali".
Gratteri: pronta riforma antimafia, sono 130 articoli
"La riforma antimafia è pronta, sono 130 articoli, l'80% dei quali può essere subito approvato con un decreto. Proprio oggi ho stampato il lavoro definitivo: 246 pagine. Un progetto di riforma a tutto campo per combattere le organizzazioni criminali".
Così il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, a capo della Commissione nazionale per la revisione della normativa antimafia, in una intervista a Radio Capital. Ad esempio, prosegue Gratteri, "c'è la proposta di alzare le pene per il 416bis, dai 5 anni di carcere attuali a una pena tra i 20 e i 30 anni. Come per il traffico di droga". E sulle misure contro la corruzione, ha spiegato, "si sta lavorando: io, ad esempio, nella mia commissione ho proposto di utilizzare gli agenti sotto copertura, come per il traffico di droga e di armi, per smascherare i reati contro la Pubblica amministrazione".
di Gianni Barbacetto
Il Fatto Quotidiano, 22 gennaio 2015
È più fedele alla realtà una citazione testuale o un riassunto? Un virgolettato o una perifrasi? Dovendo raccontare un atto giudiziario, il buon senso suggerisce che la precisa citazione virgolettata dovrebbe garantire le persone citate più di una libera sintesi del giornalista.
Ma da oggi, attenti: la perifrasi è obbligatoria, i virgolettati proibiti. Tutta colpa di una sentenza della Cassazione contro tre giornalisti del Corriere della Sera - Paolo Biondani, Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella - che avevano scritto, nel 2005, alcuni articoli sull'inchiesta che riguardava i diritti tv Mediaset, citando anche poche frasi tratte dagli atti processuali. Se ne dolse il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, che intentò contro i cronisti due cause, una penale e una civile. Le perse entrambe, in primo grado e in appello.
I giornalisti avevano infatti raccontato l'inchiesta senza diffamare nessuno e rispettando le tre condizioni canoniche: avevano scritto notizie vere, di interesse pubblico ed esposte con continenza. Le avevano ricavate da atti non più coperti da segreto, il cui contenuto, dice la legge, può dunque essere reso pubblico. I giudici avevano inoltre ritenuto che le citazioni testuali erano così poche, rispetto alla mole degli atti, da "non estendere la conoscenza del lettore oltre il limite del contenuto degli atti".
Ora la Cassazione cambia musica. Confalonieri, attraverso i suoi avvocati Stefano Previti e Alessandro Izzo, aveva chiesto 200 mila euro di risarcimento per diffamazione, violazione della privacy e pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale. La suprema corte, esclusa la violazione della privacy, ha ribadito che non c'è diffamazione, vista "la pacifica aderenza" dei resoconti giornalistici "al contenuto degli atti". Ma afferma che pubblicazione arbitraria c'è stata: perché un paio di articoli del codice vietano la pubblicazione "di atti o documenti di un procedimento penale di cui sia vietata per legge la pubblicazione" (articolo 684) e "di atti non più coperti da segreto" (articolo 114), di cui può essere raccontato solo "il contenuto".
Chi trasgredisce se la cava con una contravvenzione, così è prassi comune che i giornalisti raccontino le inchieste pubblicando anche citazioni testuali, di cui di solito non si duole nessuno. Ma ora la terza sezione civile della Cassazione ha annullato la sentenza che aveva rigettato la pretesa risarcitoria di Confalonieri: dovrà essere riesaminata in un nuovo appello. Ha sancito che la pubblicazione dei virgolettati è illegittima: "Fatta salva la possibilità di pubblicare il contenuto di atti non coperti da segreto, non può derogarsi al divieto di pubblicazione (con riproduzione integrale o parziale o estrapolazione di frasi)".
Non ammessa neanche la "modica quantità": perché, "quanto al dato quantitativo, non si rinviene nella norma alcuna deroga che consenta la trascrizione di brani di limitata estensione ". Le conseguenze per la libertà di stampa paiono enormi. Se passa il principio sostenuto dalla Cassazione, d'ora in avanti non potrà più essere pubblicata sui giornali e sul web o letta in tv neppure una parola degli atti giudiziari, che dovranno essere raccontati con incerte e più insicure perifrasi.
Altrimenti, chiunque sia citato, anche correttamente, potrà chiedere un risarcimento, ben più pesante della oblazione fin qui possibile. La situazione è aggravata dal fatto che ci sono cinque anni di tempo per aprire una causa: dunque da oggi potrebbero essere avanzate centinaia o addirittura migliaia di richieste di risarcimento per tutti gli articoli e i servizi su giornali, web e tv negli ultimi cinque anni. Un super bavaglio.
di Luigi Nicolosi
Roma, 22 gennaio 2015
I cinque detenuti sono affetti da gravissimi problemi psichici e sono in isolamento all'interno della struttura carceraria. La denuncia del presidente di Antigone: "Una vergogna". Cinque detenuti affetti da infermità o seminfermità mentale reclusi in isolamento nel penitenziario di Poggio-reale. Il tutto in spregio al più elementare buon senso ma anche, e soprattutto, alle disposizioni impartite del ministero della Giustizia.
"Oggi Poggioreale non è più quel monumento all'inciviltà che è stato per anni. Persistono però ancora delle criticità. Alcune estremamente gravi. Su tutte le condizioni di detenzione all'interno del padiglione Avellino destro". A lanciare l'allarme è l'avvocato Mario Barone, presidente di Antigone-Campania, che in occasione della presentazione di "Carceri. 1 confini della dignità", l'ultimo libro di Patrizio Gonnella, fa il punto sui passi in avanti, e indietro, compiuti dal sistema penitenziario campano.
Stando a quanto emerso nell'ambito dell'ultimo sopralluogo effettuato dall'associazione Antigone, nell'Avellino destro sarebbero ancora oggi recluse almeno cinque persone affette da disagi di natura psichiatrica, "detenzione che continua ad avvenire in condizioni di totale isolamento", denuncia Barone. Già nel 2013, proprio sulla scorta dei report di Antigone, era stata posta all'attenzione della Camera dei deputati un'interrogazione. In sostanza, si richiedeva al ministero della Giustizia di far luce e fornire spiegazioni circa la presenza di detenuti isolati proprio nell'Avellino destro.
Una forma di detenzione vietata tra l'altro proprio dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria per scongiurare, nei limiti del possibile, episodi di autolesionismo e suicidio. Ad oggi, almeno sotto questo aspetto, le cose a Poggioreale non sembrano essere cambiate più di tanto. Non manca però anche qualche spiraglio di luce: "Sul fronte del sovraffollamento, grazie alla riduzione di circa mille unità, c'è stato deciso miglioramento. Lo stesso si può dire per quel che concerne i rapporti fra detenuti e agenti, più distesi rispetto al recente passato, e la cura degli spazi comuni", prosegue Barone.
Che subito apre però un altro fronte: "Il 31 marzo chiuderanno gli Opg, ma il nuovo sistema, basato su articolazioni aperte all'interno delle strutture carcerarie esistenti, non va affatto bene. Di fatto stiamo aprendo le porte degli istituti penitenziari anche ai disagiati psichici".
Insomma, il pantano in cui versa il sistema penale italiano sembra ancora ben lungi dall'essere ripulito. Una battaglia che, dati e sentenze alla mano, non è risolvibile solo sul piano degli spazi. Per Patrizio Gonnella, presidente nazionale di Antigone, "la questione non può essere ridotta al dubbio che tre metri quadrati per ogni detenuto siano sufficienti o meno. Il punto è che questi spazi devono essere "riempiti" con nuove occasioni di riscatto. Senza queste è inimmaginabile qualsiasi ipotesi di reinserimento sociale del detenuto.
Serve una regia forte di sistema, al più presto". Alla presentazione del libro di Gonnella, cui hanno preso parte anche il senatore Giuseppe De Cristofaro (Sel) e Raffaele Cimmino, coordinatore provinciale di Sel, ha lasciato il segno l'intervento di Domenico Ciruzzi, vicepresidente dell'Unione delle Camere penali italiane, quanto mai perplesso di come "oggi si continui a parlare solo di incremento delle pene. L'ennesima scorciatoia con cui lo Stato vuole coprire le proprie mancanze. E mi riferisco, ad esempio, all'introduzione del reato di omicidio stradale o alla criminalizzazione dell'immigrazione clandestina. Il fine rieducativo della pena oggi è completamente venuto meno".
www.modena2000.it, 22 gennaio 2015
"Opg, se la direzione del carcere latita sui problemi di ordine quotidiano, la direzione dell'Ausl non predispone una turistica e un organico adeguato". Questa la posizione della Cisl all'indomani della recente discussione sull'ospedale psichiatrico giudiziario.
"Finora sui problemi dell'Opg - spiega il segretario della Cisl Funzione Pubblica Davide Battini - abbiamo assistito soprattutto alle gravi carenze dell'amministrazione penitenziaria per quanto riguarda i problemi materiali e la soluzione delle problematiche legate alla struttura. Mentre da parte dell'Ausl il personale e la sua turnistica non sono adeguati. Ancora oggi con reparti aperti dove sono presenti tra i 25 e gli oltre 30 pazienti psichiatrici troppo spesso sono presenti solo due operatori invece dei tre previsti".
"Inoltre - prosegue Battini - nonostante si sia più volte sollecitati Azienda Usl e Direzione dell'Opg continua a mancare la stanza di decompressione (dove accogliere i pazienti in crisi, ndr). Questa carenza mette gravemente a rischio sia i pazienti che gli operatori. Ora, in vista del superamento di queste strutture che cederanno il passo alle Rems, speriamo che la responsabilità diretta dell'Ausl cambi una situazione insostenibile".
Negli ultimi 12 mesi l'Opg è stato al centro di ripetuti incontri tra sindacati e Ausl. "Abbiamo denunciato ripetutamente, anche nell'ultimo anno, all'Ausl i problemi che ogni giorno i professionisti sanitari che lavorano nella struttura di via Settembrini ci segnalano - spiega Battini -. Sono praticamente gli stessi sollevati anche da Don Simonazzi: in primis carenze di igiene e sicurezza ma anche assenza di strumenti da lavoro e gestione dei pazienti in crisi".
Soprattutto riguardo il primo punto, le carenze igieniche e di sicurezza, Battini ricorda che "quando avevamo posto il problema alla direzione dell'Ausl, questa aveva risposto che 'trattasi di materie di competenza dell'Amministrazione penitenziaria e sottolineando, sempre nello stesso documento, anche che 'laddove le carenze, in particolare sugli aspetti igienici, determinano situazioni di emergenza sanitaria configurando veri e propri bisogni assistenziali, l'azienda ha provveduto e continuerà a provvedere garantendo gli interventi e forniture necessarie. È vero che l'Azienda interviene ma, anche dopo anni di esperienza, l'intervento non sempre è tempestivo ma avviene solo a seguito di situazioni di emergenza".
A primavera, su richiesta dei sindacati, era stato organizzato un incontro congiunto tra sindacati e le direzioni dell'Ausl e del carcere. Nonostante questo continuano a ripetersi gli stessi problemi. "Speriamo che il prossimo futuro sia di segno opposto, - riprende Battini, per questo vediamo con favore che il tema venga discusso in Comune, come evocato dal consigliere comunale Daniele Marchi, ma soprattutto che si proceda celermente al superamento, speriamo questa volta senza proroghe, degli Opg".
di Andrea Giambartolomei
Il Fatto Quotidiano, 22 gennaio 2015
Un detenuto musulmano picchiato perché ha reagito agli insulti rivolti da un agente a Maometto. Calci alle gambe e alla schiena, pugni al petto e altro ancora. È il trattamento subito il 27 maggio 2010 da un trentenne italiano di origini brasiliane convertito all'islam, all'epoca detenuto nel carcere di Asti dove - fino a pochi anni fa - c'era una squadretta di agenti-torturatori, salvati solo dalla prescrizione vista l'assenza del reato di tortura.
Per questo pestaggio il 5 dicembre scorso il Gup Giulio Corato ha condannato due agenti, Carmelo Rositano e Nicola Sgarra, rispettivamente a due anni e otto mesi il primo e due anni e due mesi il secondo. L'accusa formulata dal pm Isabella Nacci era di lesioni aggravate, violenza privata, ingiuria e vilipendio alla religione. Nelle motivazioni, depositate martedì, emergono i dettagli di questo "pestaggio assolutamente gratuito" (parole del gup) raccontato in una lettera inviata dalla vittima, Mohammed Carlos Eduardo Gola, al suo avvocato Guido Cardello, e poi vagliata da Procura e Tribunale.
Alle 10:40 di quel giorno Gola, convertito all'islam poco prima di finire in carcere nel 2008, deve andare in infermeria e viene accompagnato da un agente che inizia a rivolgergli domande sulla sua religione e sulla sua barba, domande sempre più insistenti e provocatorie. "Allora il brigadiere tormentatore di musulmani mi fa: "Il vostro Profeta puzzava e ci puzzava anche quella cazzo di barba". A quel punto io ho tirato un calcio alla scrivania perché qualunque musulmano non sarebbe stato zitto e fermo".
Quella "reazione scomposta provocata ad arte dal Rositano mediante un'affermazione blasfema", come scrive il giudice, è la sua fine. L'agente e un collega aggrediscono il detenuto, lo bloccano e lo picchiano. "Musulmano di merda", gli viene detto. "Il fatto a mio dire più umiliante è stato quando mi hanno tenuto e un appuntato...gridava: "Collega prendi un paio di forbici che tagliamo la barba a sto stronzo", scrive il ragazzo che ricorda anche un'altra frase: "Guarda, hai pure il trattamento dei tuoi fratellini di Abu Ghraib".
di Ambra Notari
Redattore Sociale, 22 gennaio 2015
Il cuoco del Bologna Football Club tiene un corso di cucina per i ragazzi del Pratello. "Mi piace aiutare i ragazzi che partecipano a trovarsi un lavoro una volta fuori". Tra gli alunni c'è anche un giovane senegalese: "È molto bravo, ha il permesso per uscire per andare a lavorare all'Antoniano".
Un corso di cucina per studenti molto particolari: i giovani detenuti del Carcere minorile del Pratello di Bologna. I piatti che vanno per la maggiore? Pasta, pane e pizza. Soprattutto pizza: "Quando la facciamo è davvero una festa", spiega lo chef, pasticcere, cuoco del Bologna football club, Mirko Gadignani, tra i docenti del corso.
Già, perché Gadignani non si accontenta di nutrire i campioni rossoblù. Vuole ancora di più, vuole offrire una seconda possibilità ai ragazzi del Pratello. "Ormai sono 3 anni che lavoro con loro, ma tutto è cominciato tempo fa". Prima, con la collaborazione con un'azienda di ristorazione molto grande che offriva svariati tipi di corsi; poi con Fomal, la Fondazione opera Madonna del lavoro che propone scuola di cucina e attività di inserimento lavorativo per persone disagiate. Fomal cura anche il corso al Pratello: "Sono qui da 3 anni. Sono uno dei docenti e mi piace aiutare i ragazzi che partecipano a trovarsi un lavoro una volta fuori. Alcuni sono già pienamente inseriti: qualcuno lavora nelle mense, altri mi aiutano nella banchettistica. Compiti che possono tranquillamente affrontare anche con una preparazione non proprio approfonditissima: il corso è di formazione e vuole incentivare il recupero insegnando loro come muoversi in cucina, tutti il resto arriva piano piano".
Il corso si svolge in una cucina apposita: partecipano una decina di ragazzi (la metà dei detenuti totali: il Pratello a pieno regime ospita 22/23 persone), preventivamente selezionati. "Lavoriamo con i ragazzi più tranquilli: i ferri del mestiere possono essere anche molto pericolosi". Lezioni tutti i giorni, dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 12, per un totale di 200 ore o anche di 500, a seconda del finanziamento che arriva: "Facciamo tutto quello che si fa fuori, preparazione e pulizia cibo, cottura, pulizie - a turno - incluse. Voglio trattarli bene, far loro mangiare cose buone. I pasti veicolati non sono esattamente ottimi: la ditta appaltatrice ha costi ridicoli, e va avanti a forza di carote lesse e pasta al pomodoro.
E allora noi prepariamo le lasagne, la pizza". Gadignani racconta che il 90 per cento dei ragazzi che prendono parte al corso sono sinceramente contenti, quelli che vengono sollecitati un po' meno. "Dopo le lezioni, mangiamo quanto cucinato. Purtroppo non possiamo condividere anche con gli altri ragazzi, per precise ragioni di sicurezza. Una pizza potrebbe scatenare un litigio, e non scherzo. Bisogna capire che la giornata di un detenuto - minore o adulto che sia - ruota attorno a 3 momenti: colazione, pranzo e cena. Il cibo gioca un ruolo fondamentale, non vanno sottovalutate le conseguenza della sua gestione".
Oggi, tra gli alunni di chef Gadignani, c'è anche un ragazzo senegalese: "È molto bravo, ha il permesso per uscire per andare a lavorare all'Antoniano. Mi piacerebbe riuscire a portarlo con me allo stadio, quando lavoro per il Bologna. Non è facile, ma lui è pronto. E poi ad agosto sarà fuori, dopo avere scontato i suoi 18 mesi". Giovani chef crescono.
www.modena2000.it, 22 gennaio 2015
Alcune considerazioni in merito alle dichiarazioni rilasciate dal segretario della Cisl Funzione Pubblica reggiana, Davide Battini, sulla situazione dell'Opg.
Nel 2008, quando le competenze sanitarie degli Opg sono passate alle Aziende Usl, il personale medico dipendente era costituito da tre persone (il direttore, uno psichiatra, un igienista). Il personale infermieristico dipendente da 8 unità. A questi si aggiungevano medici e operatori del comparto con diverse tipologie professionali. Nel 2015 il personale dirigente dipendente è composto da 7 psichiatri (di cui un Direttore) e 3 psicologi.
Il personale infermieristico e tecnico mediamente presente nell'anno 2014 è risultato essere così composto: 34.5 infermieri, 23 operatori socio sanitari e di supporto all'assistenza, 4 tecnici della riabilitazione psichiatrica.
Come è noto uno dei maggiori problemi dell'Opg era il sovraffollamento; il grande lavoro di dimissione di ricoverati ha permesso oggi di avere una situazione del tutto differente: i pazienti il 1 gennaio 2009 erano 275, son diventati oltre 300 nell'anno successivo per poi diminuire costantemente. Il 1 gennaio 2015 i ricoverati in Opg erano 143. Da ciò consegue che il rapporto operatori-pazienti, già molto aumentato nel 2008 rispetto alla gestione precedente, è più che raddoppiato nel corso di questi anni, in seguito al dimezzamento dei numero dei pazienti. La tabella sotto riportata indica il numero dei pazienti presenti il 31/12 di ogni anno e il corrispettivo numero di infermieri, personale di supporto e tecnici sanitari presenti nella medesima data.
Nel 2009 ogni operatore aveva in carico mediamente 5.5 pazienti, mentre nel 2014 ogni operatori aveva invece in carico 2.3 pazienti. Le eventuali variazioni di organico che si possono essere presentate sono state valutate dal coordinatore infermieristico e tecnico, in rapporto con le condizioni dei pazienti e, se ritenute compatibili, autorizzate.
Inoltre, il personale dell'Opg, dietro autorizzazione della Regione Emilia-Romagna, non è stato soggetto ad alcun tipo di blocco del turnover, in deroga alle recenti normative sulla spending review ed è stata sempre garantita la sostituzione del personale.
Per migliorare la gestione delle emergenze, e superare l'utilizzo della stanza di contenzione di cui veniva fatto un uso massiccio, l'Azienda USL ha previsto l'allestimento di una camera di decompressione, in cui la crisi possa essere gestita con umanità e in sicurezza (sono già stati effettuati i sopralluoghi e i lavori inizieranno il giorno 22 gennaio 2015).
Per quanto attiene alle carenze logistiche, strutturali e alberghiere ribadiamo che l'Azienda Usl non solo non ha il mandato per intervenire ma neanche la discrezionalità per farlo, trattandosi di interventi di stretta competenza della amministrazione carceraria.
Nonostante questo, come emerso in diverse occasioni, anche in sede di confronto sindacale, l'Azienda Usl di Reggio Emilia, con l'assenso dell'Amministrazione penitenziaria, è intervenuta in situazioni d'emergenza anche in settori non di sua competenza per ovviare a carenze strutturali.
La Direzione generale
- Roma: Sippe; carcere di Velletri... sarà stata forse un'ispezione "annunciata"?
- Frosinone: Fsn-Cisl; aggressione nel carcere, feriti due agenti con prognosi di alcuni giorni
- Reggio Calabria: Sippe; caos nel carcere di Laureana, un detenuto aggredisce due agenti
- Saluzzo (Cn): agente penitenziario rubava soldi ai detenuti, condannato a 3 anni e 9 mesi
- Roma: teatro-carcere; intervista a Mimmo Sorrentino, della Cooperativa "Teatroincontro"











