www.termolionline.it, 16 aprile 2015
C'è una forza straordinaria nella cultura, è quella capace di toccare dritto al cuore, ai sentimenti e capace di cambiare ogni cosa: è questa la poesia, una passione che da oltre un decennio accompagna la detenzione di Francesco Luigi Frasca, una passione che grazie a don Marco Colonna si è trasformata in un libro presentato nella casa circondariale di Larino.
È una storia di riscatto quella di Francesco, oggi 30 ma da oltre un decennio recluso. Il suo passato non lo spaventa più perché conserva la certezza che nonostante le sbarre è libero, libero nel cuore grazie alla sua passione, ai suoi studi e alla capacità che ha avuto negli anni di comprendere il passato e puntare dritto a costruire un futuro migliore.
Si emoziona mentre parla, la sua è una ordinarietà dal sapore di "straordinario" perché forgiata nella difficoltà con l'imprinting di chi ha un obiettivo e vuole realizzarlo. Parla della mamma, dei compagni di sbarre, dei professori e della direttrice ma anche dei preti e di quella che è diventata la sua passione: la poesia.
Per Francesco Luigi Frasca: "riassumere tutto in una parola sarebbe molto difficile per me perché la poesia per me è stato un lungo percorso che mi ha visto crescere, aprirmi alla società esterna e soprattutto per me la poesia oggi rappresenta un punto di riscatto mi rifaccio delle parole del Pascoli che diceva che la poesia sono quelle parole che tutti abbiamo sulla labbra ma nessuno osa dire, invece il poeta le scrive. Io scrivo poesie per pronunciare le parole che gli altri o che io stesso non voglio dire nelle situazioni in cui andrebbero dette. La poesia per me rappresenta libertà, andare oltre le sbarre e quel muro che per me è invisibile ed è un punto non di arrivo ma di inizio per la mia vita futura". L'appuntamento culturale nella casa circondariale di Larino è segno della capacità di un istituto di accompagnare i propri "ospiti", come ama chiamarli Rosa La Ginestra e farlo fondendo il riscatto nella cultura che è sì poesia, ma è anche musica.
Quella di Simone Sala, tra i pianisti più apprezzati nel panorama nazionale che ha accompagnato i versi interpretati dai detenuti e contenuti nella raccolta "I segreti dell'anima". Parte invece dal presupposto che "la musica e la letteratura, l'arte e la poesia siano la vera grande libertà e la speranza che può essere raccontata attraverso i suoni di un pianoforte o di un brano", il pianista Simone Sala che aggiunge: "il mio sogno era quello di portare un messaggio di speranza alle persone che non sempre possono godere di quello che è un concerto musicale vero e proprio.
L'idea di questo progetto è nata un po' per scherzo e un po' per caso perché ho conosciuto una persona che era stata in questo carcere e mi ha raccontato della sofferenza e siccome io penso che la musica sia il più grande antidepressivo che esista al mondo, un antidepressivo che dà una buona dipendenza quel giorno ho pensato e sognato di portare la musica all'interno di questo istituto e poi la fortuna quest'anno che mio cugino è diventato professore all'interno dell'istituto e siamo riusciti ad arrivare alla direttrice, alla preside e a fare una proposta e loro l'hanno caldamente accettata e ci hanno aiutato".
Gli fa eco la direttrice del carcere Rosa La Ginestra che evidenzia: "musica e poesia sono, con tutta probabilità, quello che non ti aspetti di incontrare in carcere ma che oggi riusciamo a mettere insieme in maniera inaspettata. Il messaggio è quello di trovare i canali diversi per arrivare al cuore delle persone e convincerle che ci sono percorsi diversi di reinserimento. La musica è il mezzo più efficace per arrivare al cuore in profondità e la poesia è la stessa cosa del resto nasce all'interno e il nostro ospite che ha fatto tesoro di quella che è la sofferenza di stare in carcere riuscendo ad arrivare a versi di grande efficacia e sensibilità. Sono tentativi e percorsi diversi, input che vengono dati a tutta la collettività per dire che il carcere ha tanto di positivo, tanto da poter dare all'esterno e da poter far crescere all'interno. Un grande entusiasmo perché c'è l'incontro con la collettività esterna che è sempre molto auspicato dai detenuti e perché una buona parte della manifestazione è incentrata su uno di qui, uno di noi, uno che è cresciuto all'interno, ha vissuto e continua a vivere e vivrà ancora per un certo periodo quelle che sono le difficoltà di stare all'interno del carcere ed è la dimostrazione che anche dall'interno si può uscire e si può uscire alla grande".
Il resto della giornata è tanta emozione, quella messa in versi nelle poesie e quella che ha solcato i volti commossi dei tanti che hanno preso parte all'appuntamento. Applausi per don Marco Colonna, cappellano del Carcere, ma anche per don Benito Giorgetta e la preside e vicesindaco Maria Concetta Chimisso che tanto si sono speri nella realizzazione di questo progetto; presenti in sala tanti detenuti, ma anche i genitori di Francesco Frasca.
Uomini "duri" per molti, ma sempre uomini, persone capaci di emozionarsi, perché nessuno è il suo errore, come professava don Oreste Benzi ma anche cambiare ed andare avanti... e a volte riuscirci anche grazie solo a qualche poesia e qualche nota.
www.ncr-iran.org, 16 aprile 2015
Nella prigione centrale della città di Karaj lunedì scorso sono stati impiccati otto detenuti, condannati a morte per reati legati alla droga. I media di stato in Iran, parlando delle esecuzioni, non hanno fornito altre informazioni sulle vittime. I detenuti della prigione di Gohardasht e della prigione centrale di Karaj hanno inscenato una protesta domenica per salvare decine di loro compagni di cella in procinto di essere giustiziati.
I detenuti hanno attaccato le guardie della prigione con sassi e vetri rotti e sono penetrati nel cortile. Domenica pomeriggio nella prigione di Karaj, sono continuati gli scontri con le guardie della prigione. I detenuti hanno gridato "Non ci lasceremo uccidere!". Intanto le famiglie riunite di fronte al tribunale di Karaj gridavano "Non ve li lasceremo giustiziare". (ascolta le grida strazianti delle famiglie dei detenuti che rischiano l'esecuzione)
Domenica la Resistenza Iraniana ha chiesto un'azione immediata del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, del Governo degli Stati Uniti e dell'Unione Europea per fermare questo trend in crescita delle esecuzioni in Iran ed ha chiesto agli organismi in difesa dei diritti umani di lanciare una campagna mondiale contro le violazioni dei diritti umani in Iran.
Agenparl, 16 aprile 2015
Un rapporto diffuso ieri da Amnesty International ha accusato Usa, Germania e altri paesi dell'Unione europea (Ue) che continuano a ignorare la tortura dilagante in Uzbekistan, di permettere che orrendi abusi si perpetuino indisturbati. Il rapporto di Amnesty International, intitolato "Segreti e Bugie: confessioni forzate sotto tortura in Uzbekistan", rivela come la tortura e i maltrattamenti sistematici abbiano un ruolo centrale nel sistema giudiziario dell'Uzbekistan e nelle misure repressive del governo nei confronti di ogni gruppo percepito come minaccia alla sicurezza nazionale. Secondo Amnesty International, la polizia e le forze di sicurezza ricorrono con frequenza alla tortura per estorcere confessioni, intimidire intere famiglie od ottenere tangenti.
"In Uzbekistan, non è un mistero che chiunque non ricada nei favori delle autorità possa essere arrestato e torturato. Nessuno si sottrae alla morsa dello stato" - ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty International, lanciando il rapporto a Berlino. "È vergognoso che molti governi, incluso quello degli Usa, chiudano gli occhi di fronte al dilagare della tortura, probabilmente per paura di turbare un alleato nella 'guerra al terrorè. Altri governi, come la Germania, sembrano essere più preoccupati di portare avanti gli interessi economici che di sollevare l'argomento".
A ridosso del maggio 2015, decimo anniversario dell'uccisione di massa di centinaia di oppositori ad Andijan, il rapporto di Amnesty International evidenzia come Usa e stati membri dell'Ue, inclusa la Germania, abbiano segretamente posto la sicurezza e gli interessi politici, militari ed economici davanti a ogni significativa azione per persuadere le autorità uzbeke a rispettare a pieno i diritti umani e fermare la tortura.
Le sanzioni imposte dall'Europa all'Uzbekistan dopo il massacro del 2005 ad Andijan sono state annullate nel 2008 e nel 2009, con la revoca del divieto di viaggio e la ripresa della vendita di armi, nonostante nessuno sia stato punito per quelle uccisioni. L'ultima volta che i ministri degli Affari esteri dell'Ue si sono occupati della situazione dei diritti umani in Uzbekistan risale all'ottobre 2010.
La Germania in particolare ha stretti legami militari con l'Uzbekistan. Nel novembre 2014, ha ottenuto il rinnovo della concessione della base aerea di Termez per aiutare le truppe tedesche in Afghanistan. Il 2 marzo 2015, Germania e Uzbekistan hanno concordato investimenti per 2,8 miliardi di euro e un pacchetto di scambi commerciali. Il governo degli Usa, a sua volta, ha annullato nel gennaio 2012 le limitazioni in tema di aiuti militari all'Uzbekistan originariamente imposte nel 2004 in parte a causa della situazione dei diritti umani nel paese. Quest'anno, le relazioni militari tra i due stati si sono rafforzate in modo significativo con la messa in atto di un nuovo programma quinquennale di cooperazione.
Nel dicembre 2014 il vicesegretario di stato statunitense per l'Asia centrale, Nisha Biswal, ha dichiarato che Washington usa la "pazienza strategica" nei rapporti con l'Uzbekistan.
"L'atteggiamento dei partner internazionali dell'Uzbekistan verso il suo ricorso abituale alla tortura sembra essere, nel miglior dei casi, ambiguo e, nel peggiore, tollerante fino al punto da risultarne complice. Gli Stati Uniti descrivono le relazioni con l'Uzbekistan come una politica di pazienza strategica, ma sarebbe meglio chiamarla 'indulgenza strategicà. Gli Usa, la Germania e l'Ue dovrebbero immediatamente chiedere all'Uzbekistan di far luce sulle sue azioni e fermare la tortura" - ha sottolineato John Dalhuisen.
"Il divieto internazionale di tortura è assoluto e immediato. Tuttavia, mentre Germania e Stati Uniti rafforzano i legami con l'Uzbekistan, in questo paese le persone sono arrestate dalla polizia, torturate fino a rendere confessioni false e sottoposte a processi iniqui. Continuando a fare affidamento sulle confessioni forzate, l'Uzbekistan rimarrà un partner screditato" - ha commentato Dalhuisen.
Il rapporto di Amnesty International, basato su più di 60 interviste condotte tra il 2013 e il 2015 e da prove raccolte in 23 anni, rivela l'esistenza di camere di tortura con pareti rivestite di gomma e isolate acusticamente a disposizione dal Servizio di sicurezza nazionale (Snb, la polizia segreta dell'Uzbekistan) e documenta il continuo uso di celle di tortura sotterranee nelle stazioni di polizia.
Polizia e agenti dell'Snb impiegano tecniche brutali, tra cui soffocamento, stupro, scosse elettriche, esposizione a temperature estreme, privazione di sonno, cibo e acqua. Il rapporto descrive anche pestaggi prolungati da parte di gruppi di persone, inclusi altri detenuti. Un uomo, che non ha mai rivelato il motivo del suo arresto, ha raccontato cosa è successo dopo essere stato condotto nel sotterraneo di una stazione di polizia, nelle prime ore del mattino:
"Ero in manette con le mani dietro la schiena... C'erano due agenti di polizia che mi picchiavano, mi davano calci, usando bastoni, ho perso conoscenza. Mi picchiavano ogni giorno, sulla testa, sui reni... Quando ho perso i sensi, mi hanno versato addosso dell'acqua per svegliarmi e continuare a picchiarmi". Il rapporto di Amnesty International documenta il ricorso diffuso alla tortura e altri maltrattamenti nei confronti di oppositori politici, gruppi religiosi, lavoratori migranti e imprenditori. A volte le autorità prendono di mira le famiglie delle vittime.
Zuhra, un'ex detenuta, ha raccontato ad Amnesty International che gli agenti di sicurezza se la sono presa con tutti i suoi parenti, molti dei quali oggi restano ancora in prigione. Lei doveva presentarsi regolarmente al commissariato locale, dove veniva trattenuta e picchiata in quanto componente di una "famiglia estremista" e costretta a denunciare e incriminare i suoi parenti di sesso maschile: "Nella nostra casa non c'è pace. Quando ci svegliamo al mattino, se vediamo un'auto ferma davanti alla porta di casa, i nostri cuori battono più velocemente. In casa non ci sono più uomini. Nemmeno i miei nipotini".
Una nuova testimonianza ricevuta da Amnesty International segnala l'impiego istituzionalizzato della tortura e dei maltrattamenti per estorcere confessioni e prove incriminanti su altri sospettati. Gli imputati sono spesso processati sulla base di prove estorte con la tortura. I giudici chiedono tangenti in cambio di sentenze clementi e la polizia e gli agenti dell'Snb minacciano o usano la tortura per ottenere elevate tangenti dalle persone arrestate o condannate.
L'imprenditore turco Vahit Gunes è stato accusato di reati economici, tra cui l'evasione fiscale, e di essere in rapporti con un movimento islamico fuorilegge, accuse che egli ha respinto. È rimasto 10 mesi in un centro di detenzione dell'Snb, dove ha detto di essere stato torturato fino a firmare una confessione falsa. È stato di nuovo torturato quando la polizia segreta ha cercato di estorcere diversi milioni di dollari statunitensi alla sua famiglia in cambio del suo rilascio.
La risposta ricevuta dopo aver chiesto di avere un avvocato illustra l'ingiusta e arbitraria natura del sistema penale uzbeko: "Uno dei procuratori mi ha detto: "Vahit Gunes, nell'intera storia dell'Snb nessuno è mai stato portato qui, dichiarato innocente e rilasciato. Tutti quelli che vengono portati qui sono colpevoli. Devono dichiararsi colpevoli".
Vahit Gunes ha descritto le condizioni inumane, le intimidazioni psicologiche, i pestaggi e l'umiliazione sessuale subiti durante il periodo di detenzione: "Lì non sei più un essere umano. Ti danno un numero. Il tuo nome non è più valido. Ad esempio, il mio numero era 79. Non ero più Vahit Gunes, ero il 79. Non sei un essere umano. Sei diventato un numero".
Messa fuorilegge nel 1992, la tortura in Uzbekistan è raramente punita. Persino i dati del governo mostrano gli alti livelli di impunità, con soli 11 agenti di polizia incriminati dal 2010 al 2013. Durante questo periodo, sono state registrate ufficialmente 336 denunce di tortura, delle quali solo 23 sono state indagate e sei portate a processo. Come se non bastasse, i casi sono spesso affidati alle stesse autorità accusate di tortura e le probabilità che le vittime ricevano giustizia e risarcimenti sono estremamente basse.
Amnesty International chiede al presidente Islam Karimov di condannare pubblicamente il ricorso alla tortura. Le autorità dovrebbero inoltre istituire un sistema indipendente di ispezioni nei centri di detenzione e assicurare che confessioni e ulteriori prove ottenute con la tortura non siano mai usate in giudizio. Dopo quelli su Messico, Nigeria e Filippine, questo è il quarto di una serie di rapporti realizzati nell'ambito della campagna globale di Amnesty International "Stop alla tortura", lanciata nel maggio 2014. Solo negli ultimi cinque anni, Amnesty International ha documentato tortura e altri maltrattamenti in 141 paesi.
Muhammad Bekzhanov è il redattore capo del quotidiano Erk, rivista di un partito di opposizione politica messo fuorilegge. Bekzhanov è anche uno tra i giornalisti ad aver trascorso più tempo in carcere al mondo, ben 16 anni.
Nell'agosto 1999 un tribunale di Tashkent lo ha condannato a 15 anni dopo un processo iniquo, sulla base di una confessione estortagli sotto tortura. Poco prima della scadenza della pena, ha ricevuto una nuova condanna a quattro anni e otto mesi di carcere per una presunta violazione delle regole carcerarie. Bekzhanov è stato picchiato, soffocato e sottoposto a scariche elettriche ma non è mai stata aperta alcuna indagine sulle sue denunce di tortura.
di Roberto Prinzi
Il Manifesto, 16 aprile 2015
Uno degli aspetti meno dibattuti dell'occupazione israeliana della Cisgiordania è lo sfruttamento della manodopera palestinese, soprattutto minorile. Un rapporto intitolato "Maturi per l'abuso: il lavoro minorile palestinese negli insediamenti agricoli israeliani in Cisgiordania", pubblicato dalla ong Human Rights Watch (Hrw), rivela che le colonie, principalmente quelle della Valle del Giordano, impiegano bambini palestinesi anche di 11 anni (violendo la legge internazionale che stabilisce come età minima 15 anni) pagandoli poco e in condizioni di lavoro definite "pericolose".
Negli insediamenti israeliani i bambini palestinesi lavorerebbero a temperature altissime trasportando carichi pesanti e sarebbero esposti agli effetti dannosi dei pesticidi. Secondo il rapporto, i bambini lasciano la scuola per raccogliere, pulire e confezionare gli asparagi, i pomodori, le melanzane, i peperoncini dolci, le cipolle e i datteri. In alcuni casi, sono i bambini stessi a provvedere alle spese mediche causate dalle condizioni di lavoro dure e pericolose a cui sono soggetti. L'area della Valle del Giordano è la zona in cui si trovano i maggiori insediamenti agricoli israeliani e corrisponde a circa il 30% della Cisgiordania.
I 38 bambini intervistati sostengono di percepire 10 shekel all'ora (2.70 dollari) o 70 shekel (19 dollari) al giorno. In Israele e nelle colonie la paga media nel 2012 (l'ultimo dato al momento disponibile) era di 407 shekel (110 dollari) al giorno. Usa parole dure Sarah Leah Whitson, direttrice per il Medio Oriente e il Nord Africa di Hrw. "Le colonie israeliane fanno profitto abusando dei diritti dei bambini palestinesi i quali, provenendo da comunità impoverite dalla discriminazione di Israele e dalle politiche in vigore nelle colonie, abbandonano la scuola e iniziano lavori pericolosi perché pensano di non avere alternative. Di fronte a tutto questo, Israele chiude gli occhi".
Ad essere colpevoli dello sfruttamento dei giovanissimi, sottolinea l'ong, sono però anche gli intermediari palestinesi (wasiit in arabo) il cui compito è quello di trovare manodopera a basso prezzo per i padroni israeliani. David Elhayani, a capo del Consiglio regionale della Valle del Giordano, ha definito "disonesti" i dati forniti da Hrw. Secondo Elhayani, il Consiglio impiega 6.000 palestinesi ogni giorno, ma non minori.
"È una bugia orribile - ha dichiarato - non c'è alcuna giustificazione né morale, né legale e né finanziaria per impiegare dei bambini". Ma se sono difficili le condizioni di vita in Cisgiordania, restano drammatiche quelle nella Striscia di Gaza. Sei mesi dopo che i paesi donatori avevano promesso di destinare 5,4 miliardi di dollari per il piccolo lembo di terra palestinese devastato la scorsa estate dai 50 giorni dell' operazione militare israeliana "Margine protettivo", la ricostruzione continua a procedere molto lentamente e il denaro resta bloccato. Lo hanno denunciato ieri 45 associazioni e ong dell'Aida (Association of International Development Agencies).
"Se non cambiamo corso ora e affrontiamo le questioni chiave, la situazione a Gaza continuerà a peggiorare. Senza una stabilità economica, sociale e politica, un ritorno ad un conflitto sarà inevitabile" ha detto la coalizione tra cui spiccano i nomi di Care International, Oxfam, Save the Children. "Solo il 26,8% del denaro è stato rilasciato, la ricostruzione è a mala pena cominciata e le persone a Gaza continuano a vivere in pessime condizioni" ha aggiunto Aida.
Secondo il suo rapporto, la guerra ha distrutto 12.400 case e ne ha danneggiato 160.000 lasciando senza un tetto 100.000 palestinesi. Il documento critica entrambe le parti del conflitto ritenendole legalmente responsabili per la situazione che si è venuta a creare. "La comunità internazionale - si legge nel testo - deve chiedere una fine delle violazioni della legge internazionale e considerare responsabili tutte le parti. Deve, inoltre, fare in modo che ciò non si ripeta più".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 15 aprile 2015
Iniziato iter per la Direttiva. Il giustizialismo è diventato un problema europeo e la commissiono europarlamentare vuole correre ai ripari. "La presunzione d'innocenza è un diritto fondamentale e anzitutto un principio essenziale che intende garantire da abusi giudiziari e giudizi arbitrari nei procedimenti penali!", ha dichiarato la francese Nathalie Griesheck, relatore del provvedimento in Commissione Libertà civili che prevede una normativa in grado di dissuadere le autorità giudiziarie nazionali dal fare dichiarazioni sulla colpevolezza di un condannato prima del giudizio definitivo, o che violino i principi dell'onere della prova (che spetta alla pubblica accusa), quello di rimanere in silenzio durante gli interrogatori e quello di essere presenti fisicamente al proprio processo.
di Francesco Damato
Italia Oggi, 15 aprile 2015
Il "1992" raccontato da Sky, comprensivo però di fatti accaduti in anni successivi, e al netto di una certa fantasia confessata dagli stessi autori della fortunata seria televisiva, ha il merito di avere stimolato, fra critiche e condivisioni, anche qualche ammissione utile a capire meglio quella stagione. Che segnò sicuramente una svolta nella storia del paese, ma non esattamente quella che alcuni protagonisti immaginavano, compreso l'allora capo della Procura della Repubblica di Milano, Francesco Saverio Borrelli.
di Marta Rizzo
La Repubblica, 15 aprile 2015
I trasferimenti da Rebibbia presso altri penitenziari, disposti il 10 aprile scorso, sono stati revocati. Condannati che da un luogo di Alta Sicurezza spostati in luoghi lontanissimi e che ora tornano a Rebibbia. La soppressione del trasferimento per l'intervento del Garante dei Detenuti del Lazio al Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria (Dap). I viaggi paradossali dei detenuti.
di Domenico Cacopardo (Magistrato)
Italia Oggi, 15 aprile 2015
Mi avevano insegnato che tra legalità e illegalità non è possibile compromesso e che i grandi criminali hanno sempre iniziato commettendo piccolo crimini. Era tutto sbagliato. Tra legalità e illegalità è possibile un compromesso. Si chiama tenuità e riguarda tutti i reati con pena tabellare sino a 5 anni: il giudice si occuperà di quelli "realmente meritevoli" di sanzione, secondo la propria valutazione (discrezionale). E poi, in autunno, arriveranno le sospensioni dei procedimenti con la "messa in prova" dei rei e la riforma della custodia cautelare, applicabile solo nei casi più estremi con motivazioni stringenti e precise. Qui, il legislatore è incorso in un "lapsus freudiano", ammettendo indirettamente che l'uso della custodia cautelare è piuttosto "garibaldino" e insufficientemente motivato.
di Gustavo Zagrebelsky
La Repubblica, 15 aprile 2015
Nessuna ragione di diritto perché siano conservati ai parlamentari condannati. Un caso da non prendere sottogamba. Le Camere si trovano a discutere se sia ragionevole che i parlamentari decaduti in conseguenza di condanna irrevocabile per reati di particolare gravità possano continuare a percepire il cosiddetto "vitalizio"; se, dunque, sia ragionevole sostenere, vita natural durante, coloro che dal Parlamento siano stati allontanati per una ragione di indegnità. "Indegnità" è parola della Costituzione, insieme a "disciplina e onore".
di Errico Novi
Il Garantista, 15 aprile 2015
Il reato "non era chiaro". Bruno Contrada non avrebbe dovuto essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. All'epoca dei fatti che la giustizia italiana gli contestò, tra il 1979 e il 1988, l'ex numero due del Sisde "non poteva conoscere nello specifico la pena in cui incorreva per gli atti compiuti".
Con quest'ultima motivazione la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha condannato lo Stato Italiano a risarcire Contrada della somma di 10mila euro "per danni morali", più 2.500 euro per le spese processuali. La sentenza arriva in seguito a un ricorso presentato dallo stesso ex vertice del Servizi.
Si tratta di un giudizio clamoroso, che di fatto riscrive la storia di un uomo perseguitato e stritolato dalla giustizia. Contrada non avrebbe dovuto nemmeno essere processato, sanciscono i giudici di Strasburgo, perché appunto "la fattispecie di reato in questione è il risultato di un iter giurisprudenziale avviato verso la fine degli anni 80 e consolidato nel 1994: Contrada, incriminato per fatti che risalgono al periodo compreso tra il 1979 e il 1988, non poteva ragionevolmente prevedere di compiere il reato".
Si tratta dunque, secondo la Cedu, di una violazione dell'articolo 7 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo ("Nulla poena sin lege"), quella per cui "nessuno può essere condannato per una azione o una omissione che al momento in cui è stata commessa non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale".
Contrada non andava condannato. Lui: la mia vita è distrutta (La Repubblica)
Il reato contestato "non era sufficientemente chiaro". Stato italiano condannato a versare 10 mila euro per i danni morali. L'ex agente del Sisde: "Sentenza sconvolgente". Bruno
Contrada non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa
perché, all'epoca dei fatti (1979-1988), il reato non "era sufficientemente chiaro". Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani. Lo Stato italiano deve versare all'ex numero due del Sisde 10 mila euro per danni morali.
Già nel 2014 la corte di Strasburgo aveva condannato l'Italia per la detenzione dell'ex funzionario del Sisde. Secondo i giudici le condizioni di salute di Contrada, tra il 2007 e il 2008, non erano compatibili con il regime carcerario. Adesso i suoi legali puntano alla revisione del processo. "Ho presentato due mesi fa la quarta domanda di revisione e la corte di appello di Caltanissetta mi ha fissato l'udienza il 18 giugno. La sentenza di Strasburgo sarà un altro elemento per ottenere la revisione della condanna", commenta l'avvocato Giuseppe Lipera legale dell'ex numero 2 del Sisde dopo al decisione della Corte europea dei diritti umani. "Ora capisco perché nonostante le sofferenze quest'uomo a 84 anni continui a vivere", conclude Lipera.
"Sono frastornato, sconvolto, ansioso di sapere di più", commenta a caldo Bruno Contrada. "Lei sta parlando con un uomo la cui vita è stata devastata da 23 anni, dal 1992 ad oggi: ho subito sofferenza, dolore, umiliazione e devastazione della mia esistenza e della mia famiglia. Si può immaginare ed è intuibile qual è il mio stato d'animo in questo momento. Poco fa ho sentito il mio avvocato che mi ha comunicato la decisione della Corte europea per i diritti dell'uomo. Aspetto di leggere la sentenza -conclude l'ex numero tre del Sisde- per rendermi conto di cosa dice e per quale motivo è stato accolto il mio ricorso".
Da 23 anni la sua vicenda giudiziaria tiene banco non solo nelle aule di giustizia italiane ed europee ma anche nel dibattito politico e giudiziario perché Bruno Contrada, 84 anni, napoletano ma palermitano d'adozione, quando fu arrestato era ai vertici degli apparati investigativi italiani, numero tre del Sisde, dopo aver percorso tutte le tappe dell'investigatore da dirigente di polizia ad alto funzionario dei servizi segreti nell'arco di un trentennio.
Arrestato, la vigilia del Natale 1992, l'anno delle stragi palermitane, poi a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa, è stato condannato a 10 anni di carcere il 5 aprile 1996. Sentenza ribaltata in Corte d'appello il 4 maggio 2001: assolto. La Cassazione ha rinviato gli atti a Palermo. Poi la nuova condanna a 10 anni nel 2006, dopo 31 ore di Camera di consiglio della Corte d'appello palermitana, e la conferma della Cassazione l'anno successivo. Quindi il carcere, i domiciliari e poi la fine pena nell'ottobre 2012.
Sono poi cominciati i tentativi di revisione del processo e gli appelli alla corte di Strasburgo per i diritti umani. Italia condannata due volte: nel febbraio 2014 perché il detenuto non doveva stare in carcere quando chiese i domiciliari per le sue condizioni di salute e oggi perché l'ex poliziotto non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa perché, all'epoca dei fatti (1979-1988), il reato non "era sufficientemente chiaro".
Contrada in questi anni ha sempre combattuto per "salvaguardare - diceva - l'onore di un uomo delle istituzioni". "Voglio l'onore che mi hanno tolto, non ho perso fiducia nello Stato" ripeteva. Ha parlato dei tanti collaboratori di Giustizia che lo accusavano, con disprezzo, ricordando quando lui e i suoi uomini della questura di Palermo li arrestavano trattandoli come delinquenti e presentavano ai magistrati dossier corposi sulla mafia. E si è sfogato, in questi anni, con gli amici su quella nebbia che nel processo è sembrata calare sul suo rapporto col capo della mobile di Palermo, Boris Giuliano, assassinato nel luglio 1979 da Leoluca Bagarella mentre prendeva un caffè da solo al bar.
"Eravamo due fratelli - ha detto - lavoravamo fianco a fianco. Non mi sono mai fermato nelle indagini sul suo omicidio". Sono stati scritti almeno quattro libri sulla sua vicenda giudiziaria e migliaia di articoli di giornale che hanno aperto dibattiti nel mondo politico e che hanno diviso l' opinione pubblica italiana.
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