di Silvia Barocci
Il Messaggero, 24 gennaio 2015
Inaugurazione dell'anno giudiziario, il Primo Presidente della Cassazione Santacroce avverte: "La prescrizione va modificata. E basta liti tra magistrati". Indagini come quelle su Mose, Expo e Mafia Capitale "gettano una luce sconcertante sulla capacità della criminalità di insinuarsi nelle istituzioni e nell'economia".
di Nicola Munaro
Corriere del Veneto, 24 gennaio 2015
"Monitoriamo le strutture. Ma non alziamo altre barriere". Enrico Sbriglia, 59 anni, provveditore alle carceri del Triveneto, è l'uomo che tira le fila dei penitenziari della regione. È lui che coordina ogni movimento, comprese le misure di sicurezza nei momenti caldi. Come quello che sta attraversando il Due Palazzi, il carcere di Padova di nuovo nell'occhio del ciclone. Lo abbiamo intercettato mentre, per sua stessa ammissione, lascia Torino per raggiungere Padova: "Voglio capire cos'è successo in carcere, non mi piacciono le generalizzazioni".
Stiamo attraversando un momento in cui le tensioni sono a fior di pelle. Su tutte quella dettata dalla paura del confronto con il mondo musulmano, dopo la strage di Parigi: prefetti e questori hanno dato le loro linee guida per mantenere sicure le città, c'è un protocollo anche per l'amministrazione penitenziaria?
"Il problema islamico lo sentiamo. Dal Dap (il dipartimento che governa le carceri d'Italia) sono arrivate disposizioni a monitorare ciò che accade negli istituti di pena, evitando così di permettere scenari di reclutamento e diffusione della cultura fondamentalista. Si è elevato il livello di sicurezza, ma non significa alzare alabarde o chiudere le porte e creare muri".
E in Veneto avete mai discusso di come comportarsi?
"Nei giorni scorsi c'è stata una riunione tra me e tutti i direttori delle carceri del Triveneto. Non nascondo che abbiamo affrontato i problemi legati alle attività di prevenzione di ogni istituto: il vero e primo principale presidio sono gli occhi e le orecchie del poliziotto. In un momento come questo serve stare di più in mezzo ai detenuti, notare i gruppi che si muovono, la loro "natura". Capire chi sono i capi, interpretare i cenni che si fanno, perfino le sigarette offerte o accese sono importanti. I poliziotti, lasciando liberi i detenuti di girare come facevano prima, devono specializzarsi nel vedere ogni minimo segnale e raccogliere i sintomi del cambiamento. Noi abbiamo invitato i direttori a contrastare il fondamentalismo senza alzare barriere".
Come stanno le carceri venete? Gli ultimi numeri parlano di 2.543 detenuti a fronte di 1.957 posti, con un surplus di 586 detenuti. Ed è forte la presenza di magrebini ed europei dell'Est, soprattutto romeni e albanesi. Può essere un rischio?
"Non meravigliamoci di questo, è la conseguenza inevitabile di una globalizzazione che prevede un mondo piccolo. Le nove carceri del Veneto credo soffrano della scarsità di risorse umane, dovuta al fatto che il nord, di regola, non è agognato dagli agenti della polizia penitenziaria, quasi tutti del sud e quindi costretti ad allontanarsi dalle famiglie. Dobbiamo però stare sereni, attenti e vigili. Soprattutto colpire chi sbaglia, non generalizzare. Anche col terrorismo".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 24 gennaio 2015
Se il Consiglio dei Ministri darà il via al decreto antiterrorismo, gli uomini dell'intelligence potranno agire nelle carceri sotto copertura. I servizi segreti potranno operare in carcere per fronteggiare il terrorismo islamico. Il decreto antiterrorismo oltre a provvedere all'aumento del contingente militare - circa di 5.000 unità - che sarà a disposizione dei prefetti per la sicurezza nelle città, darà ampi poteri ai servizi segreti italiani. Soprattutto all'interno delle carceri.
di Maria Antonietta Farina Coscioni e Valter Vecellio
Il Garantista, 24 gennaio 2015
Dovevano sparire il 31 marzo del 2013. Gli Ospedali psichiatrici giudiziari, sono invece rimasti, grazie a una proroga, che ne fissava la chiusura per il 1 aprile del 2014. Una ulteriore proroga ha spostato la chiusura all'aprile del 2015. Manca poco. Non c'è tre, senza quattro?
Si intende procedere, come del resto auspicano gli stessi ministri della Salute Beatrice Lorenzin e della Giustizia Andrea Orlando, nella loro relazione consegnata il 30 settembre scorso al Parlamento, a una ulteriore proroga? Lo chiediamo formalmente al presidente del Consiglio, ai ministri della Giustizia e della Salute, al presidente della Conferenza Stato-Regioni: dovremo prendere atto che ancora una volta non si è saputo/voluto predisporre le strutture "altre" necessarie per assistere circa un migliaio di persone malate, che continueranno così a restare in luoghi che il presidente della Repubblica Napolitano ha definito "orrendi, non degni di un Paese appena civile"? La legge che dispone la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari prevede la creazione in ogni regione di Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza sanitarie (Rems). A che punto siamo? Abbiamo un quadro al settembre del 2014 dove si "prevede"; e al termine delle "previsioni" si sostiene che non appare realistico che i progetti possano essere realizzati nei tempi fissati. Si sono individuate le responsabilità e le ragioni di questi ennesimi ritardi? Fino a quando permarrà questa incertezza? Chi e cosa impedisce che questa situazione sia finalmente sanata?
di Sara Nicoli
Il Fatto Quotidiano, 24 gennaio 2015
Bocciati a Montecitorio gli emendamenti presentati dai 5Stelle per bloccare l'erogazione, come nel caso Galan. Se ci fosse stata quella norma, sarebbe stato un Parlamento diverso. Con indagati e condannati costretti, anche in caso di voto contrario all'arresto delle rispettive aule, a rinunciare all'indennità parlamentare.
Che, in alcuni casi, è addirittura doppia, visto che molti onorevoli sottoposti a misure cautelari sono anche presidenti di commissione, per cui percepiscono un'indennità in più. Peccato, però, che questa possibilità sia andata in fumo ieri nell'aula di Montecitorio, quando è stato approvato (con 330 voti favorevoli e 120 voti contrari) l'articolo 9 del ddl Riforme costituzionali che modifica l'articolo 69 della Costituzione e disciplina le indennità parlamentari.
Durante le votazioni degli emendamenti, sono state respinte tutte le richieste di modifica avanzate dai 5Stelle, che miravano a introdurre una nuova disciplina per i deputati sottoposti "a misure cautelari personali o comunque privati della libertà personale o che siano in detenzione". In questi casi, si sosteneva la necessità di sospendere l'erogazione dell'indennità parlamentare. Se poi, nei vari gradi di giudizio, il parlamentare fosse risultato innocente, allora gli sarebbe stata restituita l'indennità.
"In pratica - sostiene Vittorio Ferraresi dei 5Stelle, capogruppo in commissione Giustizia della Camera - avevamo calibrato la norma in modo graduale, a partire dall'avviso di garanzia fino ai domiciliari e al carcere, fattispecie queste ultime che impediscono di fatto al parlamentare di stare in aula. La misura cautelare, comunque, riguarda anche un discorso morale, perché chi è indagato dovrebbe autosospendersi e far sospendere, di conseguenza, l'erogazione economica. Siccome questo non avviene mai, sarebbe stato opportuno metterlo per legge".
A sostegno della necessità di dare vita alla norma, in aula i grillini hanno sollevato il "caso Galan", presidente della Commissione Cultura della Camera, così come il caso Genovese (che però si è dimesso). Ma Giancarlo Galan (2 anni e 10 mesi per corruzione) è solo uno. Ce ne sono tanti altri. Come Roberto Formigoni, presidente della Commissione Agricoltura del Senato (a processo per tangenti) e l'alfaniano Antonio Azzollini, presidente della Commissione Bilancio del Senato, indagato per una presunta maxi-frode per la costruzione del porto di Molfetta. Oppure Altero Matteoli, indagato per corruzione e presidente della Commissione Lavori pubblici del Senato. E anche l'ex ministro Nunzia De Girolamo, vice della Giunta per le Autorizzazioni della Camera.
Chiude la fila Donato Bruno, ex candidato di Forza Italia sfumato per la Consulta: è indagato per una consulenza, ma a Palazzo Madama presiede il consiglio di garanzia. Per non dimenticare il vicepresidente della Commissione Difesa del Senato, il "trattativista" Denis Verdini, seguito da Daniele Capezzone, presidente della Commissione Bilancio di Montecitorio, condannato per diffamazione a mezzo stampa (chiamò "teppisti" i giudici) e dalla vicepresidente della commissione Industria del Senato, Paola Pelino, condannata per non aver pagato 11mila euro di vestiti.
di Claudia Sparavigna
Roma, 24 gennaio 2015
"Mancano poco più di due mesi alla scadenza fissata per la chiusura definitiva degli Opg, Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ma le Rems non decollano e non c'è nessun progetto". È questo l'allarme lanciato dall'Ispettore Ciro Auricchio, segretario regionale Ugl Polizia Penitenziaria della Campania. Nella nostra regione il problema della chiusura degli Opg non è di poco conto perché le due strutture regionali, quella di Napoli e quella di Aversa, ospitano circa 250 internati, provenienti non solo dalla Campania, ma anche da Lazio, Molise e Abruzzo, regioni che fanno riferimento a Napoli per gli Opg.
"Le leggi non sono cambiate - prosegue l'Ispettore Auricchio - quindi la Magistratura continua a mandare internati negli Opg, che alla data del 31 marzo dovrebbero cessare di esistere in favore delle residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria, di cui ancora non si sa nulla". Eppure, proprio nei giorni scorsi, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, è intervenuto alla Camera sollecitando tutti ad evitare ulteriori proroghe e ritardi nella chiusura degli Opg. D'altro canto, vista l'impreparazione ad affrontare il cambiamento, la Conferenza Stato Regioni vede la proroga come unica soluzione praticabile.
"Credo che per sistemare la situazione, visto che sono anni ormai che si va avanti di proroga in proroga - afferma l'Ispettore Auricchio - ci voglia un commissario ad acta che da Roma coordini la dismissione degli Opg. Per come stanno le cose adesso, si rischia di chiudere gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari senza avere una valida alternativa, questo potrebbe portare all'utilizzo di strutture private come soluzione momentanea, e sappiamo cosa significa momentaneo in Italia. In strutture esterne non c'è la possibilità di sorvegliare gli internati e non c'è nemmeno l'ufficio matricole, dove c'è personale in grado di gestire gli incartamenti giuridici".
Il timore dell'Ispettore non è infondato, visto che per legge prosciolti e provvisori non possono essere detenuti nel circuito ordinario. Anche se con lentezza, i lavori per il superamento degli Opg proseguono. Il 22 gennaio, a Roma si è svolto l'incontro al Ministero della Salute con il Sottosegretario Vito De Filippo, Presidente dell'Organismo di coordinamento per il superamento degli Opg, per fare il punto della situazione. È emerso, come già nella relazione del 2014, che la maggior parte degli internati negli Opg può essere dimessa, per cui, se regioni, Asl e Magistratura riuscissero a lavorare di concerto, la data di dismissione degli Opg potrebbe anche essere rispettata, anche se le Rems non sono pronte, garantendo assistenza socio sanitaria sul territorio. Il problema, però, è che mentre nel resto del mondo la permanenza nelle Rems e il grado di sorveglianza sono dati dal grado di pericolosità della patologia dell'internato, in Italia la permanenza all'interno degli Opg e delle future Rems dipende dalla pena detentiva per il reato commesso, così che persone socialmente pericolose potrebbero tornare libere senza la predisposizione delle adeguate misure sanitarie.
Ansa, 24 gennaio 2015
"Il governo centrale ha finalmente preso atto delle condizioni in cui versa la sanità penitenziaria. All'indomani del mio ultimo appello legato all'urgenza di un intervento per la medicina in carcere, arriva la notizia dello stanziamento di 165,424 milioni di euro, che saranno ripartiti tra le Regioni, tenendo conto della presenza degli Ospedali psichiatrici giudiziari e di Centri clinici, del numero di detenuti e dei minori a carico della Giustizia minorile".
Si dice soddisfatta Flora Beneduce, consigliere regionale della Campania e vice presidente della Commissione Affari istituzionali, che, dopo un tour nelle case circondariali, aveva denunciato "l'insufficienza di personale medico e paramedico e l'inadeguatezza o, peggio, l'assenza delle strumentazioni".
"Le difficoltà, la carenza di personale, la mancanza di strumentazioni sono problemi comuni all'intero del comparto sanitario, ma nelle carceri i problemi si acuiscono e diventano drammi che si aggiungono ad altri drammi personali - dice l'onorevole Beneduce. Non possiamo pensare che la dignità si annienti dietro le sbarre. La salute deve essere tutelata a prescindere dalla colpevolezza o meno. C'è un valore che è più alto di tutti: l'essere umano".
"Alle criticità della sanità in carcere per i detenuti, si aggiunge lo stress di medici e paramedici, che vivono il disagio di un impegno oneroso, fisicamente ed emotivamente, e sostengono il peso psicologico di una condizione di precarietà", aggiunge. "Ora la Regione Campania si occupi del personale delle carceri e proceda alla stabilizzazione dei precari - conclude.
Credo che sia il primo passo da compiere per umanizzare e migliorare una condizione lavorativa con troppe criticità. Le risorse umane impegnate nella sanità penitenziaria dovrebbero avere la tranquillità per poter operare al meglio e garantire soccorso, cura e assistenza ai detenuti. Il rispetto e la tutela del lavoro diventano ancora più decisivi in contesti difficili, dove anche il diritto alla salute è spesso negato per carenza di personale, apparecchiature e politiche di sostegno adeguate".
Ristretti Orizzonti, 24 gennaio 2015
Desi Bruno, Garante regionale delle persone private della libertà personale, torna a porre il tema del diritto all'affettività in carcere. "La riduzione del numero dei detenuti presenti e la contestuale apertura di nuovi padiglioni detentivi - afferma - rende oggi disponibili nuovi spazi all'interno delle carceri che possono essere utilmente messi a disposizione per gli incontri - anche intimi - dei detenuti con i propri cari, soprattutto nel caso di persone che non hanno la possibilità di uscire ricorrendo ai permessi-premio".
A parere della Garante, affettività e relazioni familiari rappresentano dimensioni che vanno tenute il più possibile "fuori dal carcere", attraverso il ricorso a tutti gli strumenti che l'ordinamento penitenziario mette a disposizione. Tuttavia, esistono alcune fasce di detenuti (come gli ergastolani - specie se ostativi - e comunque le persone detenute con condanne a pene detentive molto lunghe) per le quali il ricorso ad appositi spazi riservati costituisce "l'unica alternativa percorribile".
Garantire anche a costoro la possibilità di mantenere i rapporti con i propri cari è assolutamente fondamentale, perché - sostiene Desi Bruno - "la questione diritti umani in carcere non può fermarsi al sovraffollamento. Sarebbe assolutamente riduttivo ragionare in questi termini. Occorre invece ripensare la logica dei permessi, delle telefonate e delle opportunità trattamentali nei vari circuiti differenziati".
Da questo punto di vista, la Garante esprime grande soddisfazione per il recente disegno di legge presentato in conferenza stampa al Senato il 21 gennaio scorso. L'atto (Ddl n.1587, primo firmatario il senatore Sergio Lo Giudice, co-firmatario il senatore Luigi Manconi insieme ad una ventina di colleghi di forze politiche trasversali) ripropone una proposta sostenuta nella scorsa legislatura da Rita Bernardini, attuale segretario nazionale dei Radicali italiani.
Il testo prevede colloqui più lunghi e "senza alcun controllo visivo", sottolinea Desi Bruno, in "locali idonei a consentire ai detenuti e agli internati l'intrattenimento di relazioni personali e affettive" e la possibilità per i Magistrati di sorveglianza di concedere un permesso ulteriore (in aggiunta ai cosiddetti "permessi premio" e a quelli "di necessità") "da trascorrere con il coniuge, con il convivente o con il familiare".
Infine, per i detenuti e gli internati stranieri viene introdotta la possibilità di effettuare telefonate ai propri parenti o conviventi residenti all'estero.
Oltre ai senatori proponenti e alla stessa Desi Bruno, sono intervenuti alla conferenza stampa di presentazione del disegno di legge anche Rita Bernardini, Franco Corleone (Garante dei detenuti della Regione Toscana) e Ornella Favero (direttrice della testata giornalistica "Ristretti Orizzonti" e animatrice della campagna di sensibilizzazione "Per qualche metro d'amore in più"). Per tutti, l'auspicio è quello di non privare i detenuti del proprio diritto a mantenere rapporti affettivi, garantendo incontri più frequenti e consentendo spazio e tempo per i momenti con il proprio partner, coniuge o convivente.
"Troppo spesso ci si dimentica che la carcerazione non punisce solo il detenuto, ma si riverbera in modo devastante sui familiari, in particolare sui figli. Tuttavia - prosegue la Garante regionale - per riconoscere pienamente il diritto all'affettività, è necessario poter disporre di periodi di incontro con i propri cari, liberi da controlli visivi, che impediscono di vivere con naturalezza anche le manifestazioni di affetto più semplici, come un bacio o un abbraccio, nonché di poter anche avere rapporti sessuali con il proprio coniuge o convivente. Il disegno di legge presentato si muove in questa direzione e credo, finalmente, che i tempi siano maturi per arrivare ad un suo positivo accoglimento".
di Elisa Chiari
Famiglia Cristiana, 24 gennaio 2015
Quando Fabrizio Corona è uscito dal Tribunale ha ricevuto l'applauso dei fan: ritengono che con lui siano stati troppo severi. Ma, a proposito di giustizia uguale per tutti, a uno qualunque, a parità di pena e di curriculum, riserverebbero la stessa solidarietà?
Il cumulo, non c'è che dire, fa una pena complessiva di tutto rispetto: 13 anni e due mesi ridotti a nove anni per l'applicazione della continuazione. Il curriculum che l'ha prodotto registra: estorsione, corruzione, bancarotta fraudolenta e frode fiscale, possesso e spendita di banconote false, evasione fiscale, tentata estorsione. Cui va aggiunta, senza che rientri nel computo delle pene detentive, una spericolata serie di violazioni al codice della strada, compresa la guida senza patente a ripetizione.
Se si trattasse di un uomo qualunque, italiano o magari immigrato, molti di coloro che ragionano di politica penale o criminale facendo leva sulla sicurezza, starebbero probabilmente gridando, all'estremo opposto, che bisogna buttare la chiave, ma il signore che detiene questo curriculum si chiama Fabrizio Corona e allora cambia tutto: ci sono fan che applaudono e scattano foto, che lo incitano a "non mollare", persone di spettacolo che si mobilitano per chiedere la grazia a suo favore, tanti sostenitori più o meno noti - a volte anche con fini strumentali, altre volte magari per provocazione, altre ancora per convinzione - che partecipano alle sue sofferenze, rispettabilissime, e probabilmente comuni a detenuti sconosciuti.
Sarà anche vero, come molte delle persone che solidarizzando con Corona argomentano, che l'estorsione del picciotto che chiede il pizzo al commerciante colpisce l'immaginario (e ferisce la società) in modo diverso rispetto al ricatto del paparazzo che chiede soldi al calciatore per non divulgarne immagini rubate. Ma l'estorsione resta estorsione. Il Codice penale non a caso ne modula la gravità con una pena che varia da 5 a 10 anni e, forse per la differenza di cui sopra, Corona ha preso il minimo: 5 anni appunto. Il resto è venuto accumulando altri reati e relative condanne definitive.
La sofferenza di Fabrizio Corona va rispettata, così come i suoi avvocati che fanno il loro lavoro chiedendone la scarcerazione per motivi di salute e l'affidamento a una comunità. I magistrati di sorveglianza faranno il loro valutando le perizie e decidendo di conseguenza. E andranno rispettati altrettanto.
Ma ai tanti (non a don Mazzi che si occupa di tutti per vocazione), che in questi mesi hanno eletto Fabrizio Corona a esempio ritenendo di dimostrare, tramite il suo caso, che la giustizia non è uguale per tutti (dicono che con lui hanno esagerato) bisognerebbe chiedere se sarebbero disposti alla stessa solidarietà, agli stessi incitamenti, alla stessa mobilitazione, alle stesse richieste di grazia per il primo che passa (italiano, albanese, marocchino ecc. per niente bello e altrettanto dannato), ovviamente a parità di condanna e di curriculum. Giusto per capire che cosa si intende, comunemente, per giustizia uguale per tutti.
Italpress, 24 gennaio 2015
In Emilia Romagna nelle carceri si produce miele. Da 7 anni i detenuti della Casa circondariale di Piacenza, producono tra i 200 e i 250 chili di miele, all'interno di un progetto dell'Associazione Provinciale Apicoltori Piacentini. Nel 1996 ha preso per la prima volta avvio, in Italia, un progetto pilota destinato alla realizzazione di un corso di formazione professionale in apicoltura, rivolto ai detenuti delle case circondariali e realizzato grazie alla collaborazione tra il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) del ministero della Giustizia e la Fai - Federazione apicoltori italiani.
"La Fai - raccontano Roberto Pinchetti e Riccardo Redoglia, presidente e vicepresidente dell'Apap, Associazione Provinciale Apicoltori Piacentini legata a Coldiretti - ci ha incaricato di svolgere i corsi nelle carceri di Piacenza, Modena e di Castelfranco Emilia". Il progetto è continuato negli anni e nel 2014 sono entrati in produzione 538 alveari, con una media di 14 alveari per ogni carcere coinvolto.
A Piacenza il progetto è iniziato nel 2007. "Il miele rimane all'interno del carcere perché i detenuti stessi lo richiedono. L'etichetta è suggestiva e richiama un famoso film sulla vita in carcere, "Le api della libertà". "Il nome fu scelto dai primi corsisti: negli anni la produzione è stata variabile, ma sempre tra i 200 e i 250 chili. Due corsisti - racconta Redoglia - una volta usciti dalla prigione, sono rimasti in questo ambiente: uno fa l'apicoltore per una cooperativa di Brescia, ed un altro che era falegname, costruisce anche arnie".
Il miele serve anche per sfuggire dalla routine del carcere. "L'esperienza è positiva - commenta Pinchetti - vediamo che i detenuti apprezzano il fatto di convivere con le api e le arnie. A Castelfranco Emilia, i detenuti si occupano, oltre alla gestione delle arnie, anche di curare diverse serre, i cui prodotti vengono destinati anche alla vendita al pubblico". Si producono mieli di tarassaco, di acacia, di tiglio, di castagno, di erba medica, di girasole, di melata, e il miele millefiori. L'Italia produce soltanto il 50% del miele, tra l'altro di alta qualità, che viene consumato e l'altra metà viene importata. L'apicoltura ha un futuro e ha anche effetti benefici sull'ambiente, rivitalizza le aree di collina e le api hanno un ruolo fondamentale nella difesa dell'ecosistema.
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