di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 17 aprile 2015
Il Senato ha dato via libera al decreto anti terrorismo. Ci sarà il carcere per i "foreign fighters", l'obbligo di arresto in flagranza per gli scafisti e i servizi segreti saranno autorizzati ad infiltrarsi nelle carceri italiane attraverso i suoi 007.
di Vittorio Nuti
Il Sole 24 Ore, 17 aprile 2015
L'incontro con i Pg delle 26 Corti d'appello: primo passo un censimento distretto per distretto, poi l'estensione dei controlli con metal detector. No alle "improprie sindromi di assedio", sì a "scelte che tendano verso un equilibrio tra indispensabili misure di salvaguardia dei luoghi e della incolumità delle persone che accedono negli uffici giudiziari, e la necessità di contenere i disagi per l'utenza".
A dirlo è il ministro della Giustizia, che nel corso di due informative rese ieri prima al Senato poi alla Camera ha ricostruito la dinamica della strage che il 9 aprile ha insanguinato il palazzo di Giustizia di Milano. Confermando, a breve, il superamento del quadro normativo sulla sicurezza degli uffici giudiziari ("connotato da obiettivi profili di frammentarietà e disorganicità") che oggi vede competenze ripartite tra ministero (direttamente, solo sugli uffici di Roma e Napoli) e Comuni per quanto riguarda la gestione degli edifici (risorse
materiali, beni e servizi) e i Procuratori delle Corti d'appello cui è affidata l'adozione dei provvedimenti per assicurare la sicurezza interna delle strutture, in coordinamento con prefetti.
Da settembre, in base a quanto stabilito dall'ultima legge dì Stabilità, l'attuale modello di gestione datato 1941 verrà abbandonato, e il ministero avrà competenza diretta a tutti gli uffici giudiziari, e in particolare per quanto riguarda la forni tura di beni e servizi per la sicurezza. Su questo fronte, con riferimento ai fatti di Milano, non risultano comunque inadempienze o ritardi di via Arenula, dal momento che "ogni richiesta di autorizzazione" in relazione alle esigenze dì sicurezza del Palazzo di giustizia "è stata puntualmente evasa" e non risultano "richieste pendenti" da parte degli uffici.
Aggiornando il quadro delle inchieste in corso, che ancora non permettono di valutare le responsabilità penali per l'adeguatezza dei controlli e delle misure di sicurezza nei tribunali, il ministro ha poi confermato l'apertura da parte della Procura di Brescia, di un fascicolo per il delitto di omissione dì atti dì ufficio. L'indagine, a carico di ignoti, è "in relazione all'ipotesi che l'ingresso di persona illegalmente armata all'interno del Palazzo di giustizia milanese possa essere avvenuto in conseguenza della mancata, ovvero inadeguata, adozione di condotte doverose". Nel pomeriggio Orlando ha poi incontrato al ministero i Pg delle 26 Corti d'appello italiane per fare il punto sulla sicurezza. Tra le priorità, una semplificazione delle competenze e "una riflessione sulle modalità dì regolamentazione degli accessi e dell'utilizzo dei servizi di vigilanza". Primo passo: "Un censimento distretto per distretto".
Tra le indicazioni arrivate dai Pg il rafforzamento del servizio di sicurezza con l'impiego di Carabinieri e l'estensione dei controlli con metal detector a chiunque entri nei tribunali, compresi i Pg. Una misura, questa, adottata in molte sedi dopo i fatti di Milano, che a Napoli ha portato alla proclamazione dì uno sciopero delle udienze il 15,16 e 17 aprile da parte dell'Ordine degli avvocati per protesta contro il caos e le lunghe attese davanti agli Uffici giudiziari. Ieri il Garante per gli scioperi ha chiesto la revoca immediata dell'astensione per "violazione dell'obbligo del preavviso".
di Errico Novi
Il Garantista, 17 aprile 2015
Nel calderone dei pm è finita anche la società "Edera". Le prove? I precedenti penali di un socio, cioè il nulla. Ma 200 posti di lavoro sono in bilico.
E sì, poi magari fra qualche anno capiremo. Se Salvatore Buzzi era davvero un mafioso, per esempio. O se aveva piuttosto trasformato la cooperazione in una forma di rampantismo imprenditoriale, in un gioco di scambio con la politica. Allora, magari, le immagini del blitz del 2 dicembre e quella stessa intestazione, "Mafia Capitale", ci faranno sorridere. Ma sarà troppo tardi. Almeno per aggiustare il destino delle cooperative vere. Quelle che dall'inchiesta della Procura di Roma sono state solo lambite. Contagiate appena. Eppure messe in ginocchio. Forse non dal punto di vista penale, processuale. Ma economico sì.
Rischia di essere il caso della cooperativa Edera. La numero due, a Roma, tra le società mutualistiche che impiegano ex detenuti e svolgono servizi di pubblica utilità.
Nelle carte del procuratore Giuseppe Pignatone e dei suoi sostituti ci finisce quasi per caso. O per paradosso, si potrebbe dire. Un suo ex amministratore, Franco Cancelli, attualmente socio lavoratore, è indagato per turbativa d'asta nell'ambito della maxi inchiesta. Secondo i pm Ielo, Cascini, Prestipino e Tescaroli avrebbe truccato una gara Ama, la numero 30 del 2013. Prove? Nessuna intercettazione in cui echeggi la voce di Cancelli.
Solo una in cui il solito Buzzi dice ad altri che Cancelli gli ha rappresentato una richiesta di un consigliere regionale, Eugenio Patanè: "Vuole 120mila euro". E si può chiedere la custodia cautelare, seppure ai domiciliari, perché un terzo soggetto dice che l'indagato in questione è intermediario di una presunta mazzetta, senza avere altre prove che la transazione ci sia stata, che la Edera di Cancelli e la 29 Giugno di Buzzi si siano spartite l'appalto, senza insomma il dispositivo logico che autorizzerebbe la misura?
"Avevano solo un modo per giustificare gli arresti domiciliari a mio carico: la presunta pericolosità sociale del sottoscritto". E su cosa si basa questa pericolosità? Vediamo. Cancelli ha precedenti di un certo peso. È stato arrestato nel 1978 per banda armata, con condanna definitiva nell'82. Avrebbe militato secondo le accuse nella formazione "Guerriglia comunista". Fatale, per Cancelli, è stata una rapina a cui avrebbe partecipato e che, secondo un brigatista pentito, serviva a finanziare la lotta armata.
Nella sua fedina penale compare addirittura un concorso in omicidio: "Nell'82, nel carcere di Trani, durante l'ora d'aria, uccisero il detenuto Ennio Di Nolfo. Non riuscirono a individuare l'autore e incriminarono tutti quelli che erano in cortile, compreso me". Nel 1996 ottiene la semilibertà, nel 1999 l'affidamento in prova. Da allora non ha più avuto storie con la giustizia "a parte un paio di occupazioni con altri compagni".
Insomma, è un comunista dal passato molto agitato. Che però a inizio anni 90 si è organizzato appunto "con altri compagni detenuti ed ex detenuti" per vedere "cosa potevamo fare una volta fuori". Da lì nasce la coop Edera. Che si occupa all'inizio di pulizie condominiali, qualche appalto nei giardini pubblici, la concorrenza insostenibile della 29 Giugno e poi le prime commesse nei servizi di igiene urbana. Oggi parliamo di 200 lavoratori, 780 mezzi prevalentemente destinati alla raccolta differenziata. Sulla carta una grande testimonianza di privato sociale che funziona. Nei fatti, una bella storia messa in ginocchio dall'inchiesta romana.
Perché appunto Cancelli finisce nel tritacarne degli arresti. A giustificare la misura cautelare, pur scontata ai domiciliari, è per il gip la sua "pericolosità sociale". Come si giustifica, visto che Cancelli ha chiuso i conti con la giustizia penale da quattordici anni, nel lontano 2001? Con il fatto che si è "reinserito in attività criminali di elevatissima pericolosità".
E quali sono? I presunti affari con Buzzi. Cioè, la pericolosità sociale sarebbe dimostrata dagli stessi reati oggetto dell'inchiesta. Reati che evidentemente non sono mai stati provati, visto che siamo alla fase preliminare del procedimento. Un paradosso giuridico. Che ai magistrati del Riesame appare grande quanto una casa. Tanto che il Tribunale della libertà revoca gli arresti domiciliari a Cancelli lo scorso 24 dicembre.
Ma ormai l'immagine della cooperativa Edera è compromessa. "Dal giorno stesso del blitz, dal 2 dicembre, abbiamo avuto una montagna di problemi", dice ancora il cofondatore. Nessuno si fida più. O meglio: nessuno al Comune di Roma e nelle municipalizzate se la sente di concedere appalti e credito a Edera. Sarebbe sconveniente. Un attimo dopo i giornali che hanno montato la storia della Capitale oppressa da una Cupola Mafiosa sparerebbero: la giunta Marino fa affari con i complici di Buzzi. Così andrebbe.
E ora 200 persone rischiano di veder disintegrata la loro fonte di reddito. La "creatura" messa insieme in oltre quindici anni di sudore, "fatica spesa, soprattutto all'inizio, nei lavori più umili, che abbiamo sempre accolto come un privilegio". C'è un capannone a San Lorenzo che Edera vorrebbe prendere in affitto, per farne un deposito dei mezzi della società.
"Eravamo in trattativa e ora si è bloccato tutto. Avevamo proposto al Comune e ai proprietari di assumere l'incarico dello smaltimento dell'Eternit, presente nella struttura in grande quantità. Sembrava fatta. Dal 2 dicembre non ci rispondono neppure alle mail". Stessa storia per una terreno Ater (Azienda territoriale per l'edilizia residenziale di Roma) sulla Palmiro Togliatti, in zona Torraccia: "Abbiamo proposto di prendere l'incarico per trasformare l'area in un grande parco pubblico. Giochi per bambini e aree picnic. Molti nostri soci abitano lì, avrebbero la soddisfazione di lavorare e realizzare nello stesso tempo qualcosa di utile per il loro quartiere. Cosa ci guadagneremmo? A parte l'installazione delle strutture, gli introiti di un baretto da aprire sul posto. Niente di che, ma è un progetto in linea con lo spirito a cui cerchiamo di riferirci da quando
siamo nati: attività mutualistica che realizza servizi utili alla comunità, possibilmente alla stessa comunità di cui fanno parte i soci. Senza velleità di accumulo capitalistico... Cosa c'entra una cosa del genere con la Mafia della Capitale?".
Chissà se l'inchiesta sarà capace di evadere il quesito. Intanto anche il discorso intavolato con Ater si è incagliato nelle secche della maldicenza. Cancelli è stato fatto passare per uno che s'accorda e spartisce gli appalti con Buzzi. "Eppure mi sono sempre sentito lontano da lui. Già dalle prime riunioni, agli inizi della 29 Giugno. Gli dissi chiaro e tondo che non apprezzavo il rampantismo di certi suoi discorsi. Ci vedevo una forma impropria di impresa di capitali classica. Diciamo che dal punto di vista ideologico, tra me e Buzzi c'è da anni grande distanza".
Ci sono state tensioni tra i due anche durante una agitazione che coinvolse molte coop durante la giunta Alemanno. "Buzzi creò una delegazione con cui pretendeva di rappresentare anche Edera. Noi eravamo al presidio in 50 su 400, ritenevamo di dover avere una presenza diretta al tavolo con il sindaco. Non ce la diedero e ce ne andammo".
Adesso la coop Edera ha in pedi due appalti importanti, sempre con l'Ama. Ma non ne prende altri e questo pregiudica l'abituale processo di assorbimento di nuova forza lavoro dal bacino degli ex detenuti, tanto da dover respingere le richieste avanzate dagli assistenti sociali. In base a quanto previsto dalla legge che ha istituito l'Authoritry di Cantone, le due commesse di Edera sono state commissariate.
"I commissari sono due, professionisti di grande livello, che portano anche un valore aggiunto per i nostri soci lavoratori. Ma la nostra immagine è compromessa, Sulla base di un'accusa mossa al sottoscritto che si basa su mere presunzioni e chiacchiere di Buzzi al telefono", dice Cancelli. "La Mafia Capitale? Tra le tante carceri che ho girato c'è anche Fossombrone, dove ho diviso la cella con esponenti di spicco delle cosche siciliane.
Al piano di sotto c'erano i cutoliani. Me li sono studiati. E posso dire che Buzzi e Carminati, con i mafiosi veri, non c'entrano nulla. Corruzione? Magari lo proveranno. C'era un sistema di scambio, questo mi sembra. Ma la mafia è un'altra cosa. E noi siamo finiti sotto questo marchio infamante che rischia di distruggere tutto".
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 17 aprile 2015
Il poliziotto Fabio Tortosa è stato sospeso dal servizio dopo le sue demenziali dichiarazioni (via Facebook) a proposito della mattanza compiuta dalla polizia a Genova nel luglio 2001, e soprattutto dopo gli insulti (volgarissimi e, francamente, infami) nei confronti di Carlo Giuliani, il ragazzo che, in quei giorni folli di Genova, fu ucciso da un carabiniere a colpi di revolver e poi schiacciato dalla camionetta dei militari.
La decisione di sospendere Tortosa è stata presa dal capo della polizia, Pansa. Sembra una decisione saggia. Per una ragione semplice: un poliziotto ha un potere molto grande sulle persone, e in teoria dovrebbe riscuotere la fiducia delle persone, e deve essere visto dalle persone come un rappresentante dello stato non come un fanatico di parte. Fabio Tortosa, invece, ha voluto dichiarare che lui è orgoglioso delle sue idee - immagino radicalmente fasciste, anche se poi ha detto che vota Pd - e ha voluto offendere un ragazzo morto, e la sua famiglia, e le tante persone che gli volevano bene. Ha detto testualmente: "Carlo Giuliani mi fa schifo, e ora che sta sottoterra credo che faccia schifo anche ai vermi".
Per questa ragione è opportuno che sia tolto dal contatto con la gente e che sia privato del potere che in genere tocca - necessariamente - alla polizia con incarichi operativi. Non mi interessa una misura punitiva (non mi interessa mai una misura punitiva, e la vivo sempre con disagio e, comunque, con simpatia per il punito) ma penso che sia giusta una misura di cautela e di protezione dei diritti della gente, che va difesa dal rischio di essere sottoposta al potere fazioso di un poliziotto che si è dimostrato molto poco equilibrato. Tortosa deve essere allontanato dai servizi operativi e mandato a lavorare negli uffici, gli va assegnato un lavoro dignitoso e adeguato al suo grado, al suo ruolo e alle sue capacità.
Delle dichiarazioni rilasciate da Tortosa su Facebook mi hanno colpito più quella su Carlo Giuliani che la rivendicazione orgogliosa della sua partecipazione all'intervento - ingiustificato - nelle aule della scuola Diaz e della violenza di quell'intervento considerato dalla Corte Europea vera e propria tortura. Perché le frasi contro Giuliani erano veramente di una ferocia sconcertante, cariche di odio esagerato. Probabilmente un po' dipende dal clima che si è ormai creato, in Italia, nello spirito pubblico. Provocato dai giornali e dalla fragilità culturale e psicologica di moltissimi esponenti politici. L'odio, la rivendicazione della propria capacità di odiare e di desiderare l'annientamento e l'umiliazione del proprio avversario ( o comunque di chi dissente da te) è un punto di onore per tutti.
Il nuovo machismo è un tratto dominante della discussione pubblica, specie sui social network, ed è un machismo (solo in parte ereditato dalle rozzezze del fascismo o dello stalinismo) che tra l'altro coinvolge ampiamente anche le donne. È chiaro che in parte la virulenza della polemica di Tortosa è da addebitare a questa corrente di pensiero che sta travolgendo la nostra cultura. E infatti Tortosa, il giorno dopo quelle frasi obbrobriose su Carlo Giuliani, si è reso conto di cosa aveva detto e ha presentato le sue scuse alla famiglia di Carlo. Mi sono sembrate scuse sincere, anche perché Tortosa ha raccontato una storia tristissima, tragica, che lo riguarda, e cioè la morte di un suo fratellino di 15 anni. Io penso che le scuse di Tortosa andrebbero accolte, e però sono sconvolto dall'idea che una persona che ha vissuto un dramma umano così grande, e ha visto il dolore sconfinato dei suoi genitori, si possa far sfuggire, per sbaglio, quelle frasi su Carlo, provocando un dolore formidabile a Giuliano e Heidy, che sono il papà e la mamma di Carlo. Come è possibile?
È possibile proprio per la ragione che dicevamo prima: il clima è questo, il dovere di una persona con la schiena dritta è quello di insultare a più non posso gli avversari, e se non lo fa, forse, è un venduto. La prova che le cose stanno così sta nelle dichiarazioni dei politici che hanno voluto commentare il caso Tortosa.
Il solito Salvini non ha perso un attimo per attaccare Pansa, per attaccare Alfano e per chiedere addirittura le dimissioni del governo. E Daniela Santanché gli è andata dietro. Salvini ha rivendicato persino le idiozie che lo stesso Tortosa ha ripudiato, e ha esaltato l'azione selvaggia della polizia alla Diaz. Io penso che questa malattia profondissima (provocata dal crollo delle ideologie e dalla loro sostituzione con i folclorismi improvvisati e volgarissimi dei Salvini-Travaglio-Grillo) sia in questo momento il pericolo più grande per la nostra civiltà.
Anche perché non c'è niente che si contrapponga a questa violenza. In genere, per contrapporsi, si ricorre ad altra violenza. Speculare. Si chiedono punizioni esemplari per Tortosa, si creano gruppi Face Book contro di lui, si propone la repressione inflessibile dei reati di opinione o - meglio - delle opinioni ritenute sbagliate. L'unica reazione civile a Tortosa l'ha avuta il papà di Carlo, Giuliano. Il quale non ha chiesto che il poliziotto fosse bastonato e messo in catene, solo ha chiesto al Presidente della Repubblica di chiedere scusa, in nome dello Stato, a Carlo. E questo sarebbe giusto che avvenisse. Temo che non avverrà, invece.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 17 aprile 2015
Sospeso dal servizio in attesa dell'annunciato procedimento disciplinare. La mossa del capo della polizia Alessandro Pansa contro l'agente che ha pensato bene di rivendicare via Facebook la sanguinosa irruzione alla scuola Diaz durante il G8 di Genova è il segno di quanto poco il vertice dell'amministrazione abbia gradito questa nuova polemica sui fatti di 14 anni fa.
E di come intenda scrollarsela di dosso il più in fretta possibile, incolpandone i responsabili. Così il poliziotto Fabio Tortosa, che fino a ieri era assegnato ai servizi di fureria nel Reparto mobile di Roma, paga da subito le parole diffuse via Internet che lui stesso ha poi definito - almeno in parte - inopportune, il dirigente del Reparto mobile di Cagliari Antonio Adornato, che quei pensieri ha ritenuto di condividere sottoscrivendo un "mi piace" telematico, è stato invece rimosso dall'incarico in vista degli ulteriori accertamenti. E altre verifiche sono in corso sulla decina di uomini in divisa che come lui si sono pubblicamente dichiarati d'accordo con le considerazioni di Tortosa.
Senza atteggiamenti da "caccia alle streghe", chiariscono al Dipartimento della pubblica sicurezza, ma anche senza indulgenze verso comportamenti che possono gettare ombre e discredito sull'immagine dell'amministrazione. Lui, il poliziotto sospeso dal servizio, reagisce definendosi "vittima sacrificale" e valutando eventuali ricorsi.
E continua a fornire una versione dei fatti del G8 in cui assolve se stesso e l'intero VII Nucleo del Reparto romano che la sera del 21 luglio 2001, dopo un'intera giornata di scontri di piazza, guidò l'ingresso della polizia alla Diaz nella tristemente nota perquisizione trasformatasi in pestaggio di massa. Si conta addirittura tra i danneggiati di quella situazione, lui e i suoi colleghi. Ma gli atti processuali, gli stessi che Tortosa e i politici scesi in campo a sua difesa citano di continuo, raccontano un'altra storia.
La sentenza del tribunale di Genova del novembre 2008, che per la parte relativa alle violenza all'interno della scuola-dormitorio è stata confermata sia in appello che in cassazione, ha stabilito che i primi a entrare nell'edificio furono proprio gli uomini del VII Nucleo.
Si evince dai filmati e lo confermò il comandante Vincenzo Canterini, il capo di Tortosa, che la sera stessa stilò una relazione di servizio in cui attestava che gli agenti avevano incontrato resistenze negli occupanti della scuola.
Le persone colpite, invece, ricordano diversamente. Armando Cestaro, il signore che ha fatto ricorso alla Corte di Strasburgo ottenendo la recente sentenza che ha definito l'irruzione una "tortura", testimoniò: "Si aprì la porta e vidi che era la nostra polizia. Ho alzato le mani... I poliziotti hanno cominciato a colpire tutti con i manganelli. Avevano divise scure, caschi... Sono tornato a casa in sedia a rotelle, con le ossa rotte".
Molti altri testimoni ricordarono che i picchiatori "indossavano giacche scure, caschi, e portavano davanti al viso dei fazzoletti rossi", nonché "uniforme blu scuro e parastinchi", mentre Tortosa cita solo le deposizioni di chi parla di aggressori vestiti da civili, al massimo con la pettorina della polizia.
In ogni caso i giudici hanno stabilito che "le violenze risultano compiute da un gran numero di agenti, appartenenti non solo al VII Nucleo ma anche ad altri reparti"; le descrizioni su divise, caschi e manganelli branditi dai poliziotti indicano tra i picchiatori "la prevalenza degli appartenenti al VII nucleo", sebbene non escludano "che le violenze siano state poste in essere anche da operatori di diverse provenienze".
Dunque il fatto che non ci siano state condanne per gli uomini della squadra di Tortosa - a parte quelle nei confronti di alcuni capi, poi prescritte - non implica affatto la loro estraneità alle percosse ingiustificate, ma semplicemente che non s'è arrivati ad attribuire singoli comportamenti a singoli agenti. L'inchiesta dei pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Albini Cardona non riuscì nell'intento, e i magistrati decisero di prosciogliere i circa ottanta indagati in forza al VII Nucleo (che peraltro, convocati dagli inquirenti, s'erano avvalsi della facoltà di non rispondere alle domande su quella notte).
Compreso Tortosa. Suscitando il seguente commento del tribunale: "Non si intende in alcun modo sindacare le scelte della pubblica accusa circa la richiesta di archiviazione delle imputazioni nei confronti dei possibili esecutori materiali delle violenze, ma deve riconoscersi che tale decisione non ha sicuramente favorito l'accertamento delle singole responsabilità".
di Fabrizio Caccia
Corriere della Sera, 17 aprile 2015
Salvini li difende: punire i "mi piace" su Facebook è quarto mondo. Manconi: commissione d'inchiesta. Striscioni contro l'agente Fabio Tortosa all'università La Sapienza, proprio mentre ad un convegno dentro l'ateneo il capo della Polizia, Alessandro Pansa, annuncia la sospensione del poliziotto per le frasi su Facebook ("Ero alla Diaz, ci rientrerei mille volte") e la rimozione per Antonio Adornato, collega di Tortosa al G8 di Genova nel 2001 (anche lui al VII Nucleo di Roma) e fino a ieri capo del reparto mobile di Cagliari.
Adornato aveva cliccato "mi piace" sotto il post di Tortosa. Contro le decisioni del capo della polizia, si scaglia invece Matteo Salvini, il leader della Lega, che critica pure il ministro dell'Interno Angelino Alfano per un tweet a favore delle misure: "Processare un mi piace è da quarto mondo - attacca Salvini. Un governo che punisce i poliziotti per le parole su Fb, libera i delinquenti e mette in albergo i clandestini, deve andare a casa il più presto possibile. Alfano dimettiti! Mi stupisce anche un capo della Polizia che parla dei suoi uomini come se fino a qualche anno fa fossero stati dei macellai: forse ha sbagliato mestiere.
Io sono sempre e comunque con gli uomini in divisa, salvo chi sbaglia". Italia divisa, schierata su due fronti. "La sospensione è una buona notizia, serviva dare una risposta a ogni ambiguità", commenta Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Pd. Al fianco dei due agenti puniti scendono in piazza però i sindacati di polizia: davanti a Montecitorio compaiono car-
telli con la scritta "Destituiteci Tutti". La Consap, il sindacato di cui fa parte Fabio Tortosa, chiede per lui l'assegnazione di una scorta, dopo le minacce di morte che gli sarebbero pervenute. Solidarizza con il poliziotto anche la deputata di For-za Italia, Daniela Santanché: "La sua punizione è ingiusta, dettata solo dall'onda emotiva, è un errore madornale".
Replicando poi a Giuliano Giuliani, il padre di Carlo, il ragazzo morto durante il G8, che ha chiesto le scuse al capo dello Stato per le frasi scritte su Fb da Fabio Tortosa, la Santanché rincara la dose: "Ma quali scuse? Suo figlio era uno che aveva un estintore in mano e voleva fracassare la testa a un carabiniere. Dovrebbe chiedere scusa piuttosto chi ha voluto intitolare una sala a Montecitorio a Carlo Giuliani. Io in quella sala non ci sono mai entrata, mi vergogno che esista". Il senatore del Pd, Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti Umani, chiede infine l'istituzione di una Commissione d'inchiesta sui fatti di Genova: "La sentenza della scorsa settimana (fu "tortura", secondo la Corte di Strasburgo, il trattamento inflitto ai manifestanti dalle forze dell'ordine, ndr) e le dichiarazioni stesse di Fabio Tortosa - conclude Manconi - che ha accusato decine e centinaia di suoi colleghi in borghese di comportamenti violenti dentro la scuola Diaz, esigono che si proceda al più presto".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 17 aprile 2015
Genova 2001. Destituito Tortosa, il poliziotto che non ha visto nulla di anomalo nella Diaz. Alfano trova così la via d'uscita al verminaio suscitato dalle frasi choc su Facebook. Pansa: "Ma la polizia è cambiata, oggi è paladina della legalità". E il Pd spera che ora si volti pagina: pochi sì alla commissione d'inchiesta.
"Se pensano che per chiudere la ferita Diaz e venire a capo dei sentimenti che l'hanno attraversata in questi anni sia sufficiente liberarsi del sottoscritto e di qualche altro collega, si sbagliano". Stavolta non si può che essere d'accordo con la dichiarazione rilasciata a Repubblica da Fabio Tortosa - il poliziotto che su Facebook ha rivendicato con orgoglio l'irruzione nella scuola del massacro durante il G8 di Genova sollevando il verminaio che evidentemente ancora cova tra le forze dell'ordine - sospeso dal servizio ieri mattina, come anche il dirigente del Reparto mobile di Cagliari, Antonio Adornato, che aveva manifestato apprezzamento per il suo post.
Parole, le sue ("in quella scuola rientrerei mille e mille volte"), e dei suoi colleghi ("torturatori con le palle") giustamente sanzionate perché oltrepassano il limite della libertà di espressione. Ma che mostrano al contempo un'omertà e uno spirito cameratesco da ultrà che è alla base dell'opacità delle forze dell'ordine. Problematica messa in evidenza dalla stessa condanna della Corte europea dei diritti dell'uomo, e che non si combatte con due espulsioni, come fanno notare in molti, da Sel al senatore Manconi che ha depositato un'altra proposta per istituire una commissione d'inchiesta sui fatti di Genova, fino al segretario del Prc Paolo Ferrero.
Il ministro dell'Interno invece spera che con il provvedimento emesso dal capo della polizia Alessandro Pansa si metta una pietra sull'intera vicenda. "Abbiamo fatto il giusto e lo abbiamo fatto presto", twitta Alfano in perfetto stile renziano. Ma Tortosa non ci sta: "Sono una vittima sacrificale, quello che ho scritto su Facebook è sulle carte processuali da 14 anni", dice annunciando l'intenzione di voler "ricorrere per vie legali contro la sospensione".
Poi aggiunge una serie di scuse: "Non sono un torturatore. Non lo siamo stati noi del VII Nucleo. Non abbiamo commesso alcun atto contrario alle norme e all'etica di ogni uomo. E solo per questo motivo ho scritto che sarei tornato alla Diaz". Ma anche una serie di verità a cominciare dal fatto che lui e tanti altri sono entrati alla Diaz "obbedendo ad un ordine". Che fosse "legittimo" o meno è altra storia. Vero è che appare oggi "grottesco che nonostante molteplici sentenze non si sia fatta piena luce" e ora siano solo loro a pagare.
Il realtà, il caso Tortosa ha fatto già scuola. A Genova, per esempio, l'assessore Montaldo ha deciso di annullare il convegno previsto per oggi sulla "salute in carcere" la cui direzione scientifica è stata affidata alla dottoressa Zaccardi, medico che operò nella caserma di Bolzaneto, condannata in appello (con condanna poi prescritta) per trattamento inumano. Va ricordato che a Bolzaneto c'erano quella sera personale di polizia penitenziaria, polizia di Stato, carabinieri e medici dell'amministrazione penitenziaria.
Eppure, Pansa è convinto che oggi la polizia è cambiata, rispetto a 14 anni fa: "Abbiamo altri modelli comportamentali e altre tecniche operative. La polizia è paladina della legalità". Ecco perché "se c'è qualcuno che sbaglia, sbaglia lui, e verrà sanzionato". Un rigore che ovviamente non accontenta la Lega né la destra e neppure gran parte dei sindacati di categoria. "Mi ha stupito un capo della polizia che parla dei suoi uomini come se fino a qualche anno fa fossero stati dei macellai: probabilmente ha sbagliato mestiere", attacca Matteo Salvini. Daniela Santanché e i Fratelli d'Italia ovviamente giustificano ciò che nemmeno Tortosa ha più il coraggio di difendere. E Forza Italia non perde l'occasione per lavorare ai fianchi il suo competitor: "Alfano è forte con i deboli e debole con i forti".
I sindacati di polizia più conservatori parlano di "tritacarne mediatico", "caccia alle streghe" e "sanzione preventiva" e qualcuno annuncia un esposto contro chi inneggia sui social all'odio verso Tortosa. Addirittura, Stefano Spagnoli, segretario nazionale della Consap, arriva a chiedere per il suo collega iscritto alla Confederazione sindacale autonoma di polizia che "si valuti immediatamente l'opportunità di assegnare a Tortosa e alla sua famiglia una scorta di adeguato livello, magari togliendola ai molti che ne beneficiano senza un giustificato motivo". Ma perfino Daniele Tissone, segretario del Silp-Cgil, parla di "strumentalizzazioni": "Il dibattito sulla sicurezza è qualcosa di serio e andrebbe ricondotto nelle sedi opportune, al di fuori di facili sensazionalismi", commenta Tissone che però ricorda ai colleghi che "chi riveste un ruolo di servitore dello Stato deve sempre tenere bene a mente che le dichiarazioni, in particolare quelle sui social, hanno un peso specifico maggiore".
Il Pd, invece, quasi come un sol uomo, con rare eccezioni, difende la via d'uscita ideata dal governo e messa in opera da Pansa. Per esempio, la presidente della commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti: "Pansa ha scattato la fotografia della polizia attuale. C'è stata una riflessione interna, perciò fatti come quelli di Genova non potrebbero più accadere - risponde interpellata dal manifesto. Il resto appartiene al passato, che certo avrebbe avuto bisogno di una valutazione politica più approfondita, ma io non c'ero a quell'epoca e dunque mi fermo qui".
Certo però, a giudicare dallo spaccato che il post di Tortosa ha rivelato, sembra ancora persistere da qualche parte, in seno ai corpi di polizia, una certa estraneità alla cultura della legalità e al rispetto costituzionale. E allora, si potrebbe andare più a fondo con una commissione d'inchiesta? "Non so, mi astengo - risponde Ferranti. Se dovessimo aprire una commissione per ogni fatto oscuro d'Italia... Però se qualcuno la propone io non mi oppongo".
di Curzio Maltese
Venerdì di Repubblica, 17 aprile 2015
La notte della Diaz non si può dimenticare. La telefonata di Vito di Indymedia sembrava quasi uno scherzo: "Alla scuola di fronte la polizia sta massacrando tutti". Perché, se era tutto finito? Con Filippo Ceccarelli, Alberto Flores, Anais Ginori e altri colleghi, corremmo alla Diaz, per ritrovarci dentro un incubo sudamericano. Il sangue, le ambulanze, le sirene, la rabbia dei poliziotti rivolta contro tutti, giornalisti compresi. Ci spingevano con gli scudi, ridendo, mentre gli elicotteri si abbassavano sulle nostre teste, puntando fari accecanti. Paolo Cento, parlamentare, si beccò pure una manganellata per aver osato protestare.
Pareva di essere piombati nei racconti degli esiliati argentini o cileni, invece era il nostro Paese. Del resto, era la conclusione di un allucinante percorso: il lager di Bolzaneto, le cariche a manifestanti inermi, i pestaggi a caso per la città, la morte di Carlo Giuliani. Soltanto per il senso di responsabilità dei manifestanti non vi furono altre morti.
Quella notte fu la prova generale di un regime. Che era esattamente il progetto della destra al governo e dei media al seguito. Se poi non si è realizzato è stato perché milioni e milioni d'italiani sono scesi in piazza a difendere la democrazia, dando vita negli anni - con i movimenti pacifisti, i social forum, la manifestazione del Circo Massimo e i girotondi - alla più grande mobilitazione di massa di tutti i tempi. Un Paese normale, dì fronte a tutto questo, si sarebbe interrogato nel profondo. Che cos'è, chiedeva Giorgio Bocca, questo fascismo eterno che rispunta come possibilità a ogni svolta della storia italiana?
Ma non è stato così. Se non vi fosse stata la sentenza della Corte di Strasburgo, che dopo quattordici anni ha definito i fatti della Diaz per quello che erano - tortura - per noi italiani la storia sarebbe stata chiusa da tempo, rimossa dalla politica, dai media e anche dalla magistratura.
Nessuno avrebbe chiesto le dimissioni di De Gennaro, che è il tipo d'italiano pronto per ogni occasione, capace di piacere sempre ai potente di turno, per quanto nemico del predecessore. Fra le tante inutili commissioni parlamentari d'inchiesta, non se n'è mai aperta una sui fatti di Genova. I governi di destra non la volevano, quelli di centrosinistra si trovarono di fronte la strenua opposizione di Antonio Di Pietro, legalitario a fasi alterne. È una storia esemplare di un Paese ormai smemorato e sorpreso d'inciampare ogni volta sulla stessa pietra. Speriamo che almeno in qualche angolo sia sopravvissuto qualcuno capace di leggere la propria storia.
di Lorenzo Tondo
Venerdì di Repubblica, 17 aprile 2015
"Eccola. Questa è la cella zero. Ma fate presto". L'agente apre la pesante porta blindata, al piano terra del padiglione Milano nel carcere di Poggioreale. È la prima volta che la casa circondariale consente ad un cronista di entrare nella gabbia più buia del penitenziario. Qui, dal 1981 e per oltre 30 anni, una squadra di poliziotti avrebbe torturato, secondo l'accusa, decine di detenuti. Presi a calci e pugni. Minacciati di morte e umiliati.
Fatta eccezione per una vecchia panca di legno, la stanza è praticamente disadorna. È grande circa 6 metri quadrati. Oggi viene usata come sala d'attesa. I detenuti vengono portati lì in attesa di essere trasferiti in infermeria, in sala colloqui o prima di un interrogatorio. Sul vetro di sicurezza spicca una grossa crepa che si espande come una spessa ragnatela. Mentre passiamo all'interno c'è un uomo in attesa di essere trasferito in infermeria. Guarda fuori dalle grate di una finestra, l'unica, che si affaccia sul cortile interno. Sotto la calce appena stesa sui muri s'intravedono i segni dell'umidità. Sono le stesse pareti che le testimonianze degli ex detenuti descrivono "sporche di sangue ed escrementi".
Sul tavolo della Procura di Napoli sono salite a 56 le denunce delle vittime raccolte dai pm Gianni Melillo e Alfonso D'Avino. Quattro gli agenti indagati che avrebbero agito a volto scoperto. Volti che Pietro loia, ex detenuto del carcere di Poggioreale, finito ben 4 volte dentro la cella zero, non dimenticherà mai: "C'era 'u sfregiato con una grossa cicatrice sulla guancia. Melella, che si è guadagnato questo appellativo perché "quando beveva le guance gli diventano rosse come due mele".
Ciondolino, che quando passava tra le celle, a notte fonda, lo riconoscevi da lontano con quel grosso mazzo di chiavi che ciondolava dai pantaloni. C'era piccolo boss. Basso, silenzioso, cattivo". Ioia si è fatto ventidue anni tra le sbarre di Poggioreale. Quando è uscito ha fondato l'associazione degli ex detenuti napoletani, con l'obbiettivo di migliorare le condizioni del carcere e denunciare gli abusi perpetrati dagli operatori penitenziari.
"Ci venivano a prendere di notte" continua Ioia "ci chiudevano lì e in quattro ci riempivano di botte. Poi minacciavano: se avessimo spifferato la cosa ci avrebbero ammazzato. Era un modo per punire le piccole disobbedienze, come un mazzo di carte non registrate. Pian piano divenne un vero e proprio divertimento per loro. Un inferno per chi finiva dentro".
Dall'inizio delle indagini, alla fine del 2013, al carcere di Poggioreale sono cambiati i vertici dell'istituto e della Polizia penitenziaria e le condizioni sembrano migliorate. Da Taranto è arrivato il nuovo direttore, Antonio Fullone: "Un carcere deve recuperare le persone e non limitarsi alla sola detenzione".
di Daniele Aliprandi
Il Garantista, 17 aprile 2015
Si tratta di un raro esempio di detenzione civile, anche se ancora l'affettività in prigione resta un tabù. Il luogo ideale per sperimentare "l'affettività in carcere" potrebbe essere il famoso carcere di Gorgona. A dirlo è stato il garante dei detenuti della Toscana Franco Corleone dopo aver visitato il carcere dove sono recluse 58 persone.
"Si tratta di capire - ha detto Corleone, accompagnato dal garante dei detenuti di Livorno, Marco Solimano - perché tenere un carcere su un'isola. Mentre in passato si trattava di istituti speciali o per confinati, oggi ha senso se diventa qualcosa di alternativo con un progetto ben definito". Sugli interventi da compiere, Corleone ha specificato che andrebbe ampliata la vocazione dell'isola, un modello dal punto di vista ambientale, sociale e culturale, immaginando anche un intervento pubblico.
"L'isola - ha proposto - potrebbe essere un richiamo per i corsi professionali: si potrebbero organizzare iniziative per alcune categorie di professionisti e far gestire ai detenuti l'accoglienza, lavorerebbero così per un progetto di sociabilità". Corleone ha definito Gorgona un "paradiso" dove i detenuti vivono in celle singole, spaziose, ben ammobiliate e con bagni decenti ma, ha ricordato, dove ci sono anche numerosi problemi a partire dalla mancanza di trasporti ai costi eccessivi per il mantenimento della struttura fino alla carenza di lavoro per i detenuti.
"Non c'è più il collegamento della Toremar - ha rilevato il garante regionale - e per arrivare sull'isola ci vuole la pilotina della polizia penitenziaria. Quanto all'energia, è stato fatto un impianto con 11 generatori a gasolio, costato 2 milioni di euro e ogni giorno per farlo funzionare occorrono 400 litri di gasolio, nessuno ha pensato ai pannelli solari o all'eolico. Manca, infine, il lavoro per i detenuti, e quello che c'è non ha riconoscimenti professionali". L'istituto penitenziario di Gorgona è comunque "perfetto" per dare il via all'affettività, ma prima deve essere approvata una legge visto che nelle carceri italiane è vietato fare sesso. Ricordiamo che è stato depositato al Senato un disegno di legge, a firma del parlamentare Pd Sergio Lo giudice e altri colleghi, a favore dell' umanizzazione delle viste ai detenuti e soprattutto alla legalizzazione dell'affettività in carcere, "Il presente disegno di legge - si legge nel testo del ddl - riprende una proposta già depositata nella scorsa legislatura alla Camera dei deputati dall'Onorevole Rita Bernardini e dai deputati radicali, recante norme in materia di trattamento penitenziario".
Il testo disegno di legge prosegue spiegando che "La detenzione rappresenta un evento fortemente traumatico per gli individui che ne vengono coinvolti. La Costituzione, all'articolo 27, prevede che le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e debbano sempre tendere alla rieducazione del condannato. Ne consegue un obbligo per il legislatore e per le istituzioni a vigilare affinché i diritti inviolabili dell'uomo siano garantiti e tutelati. Tra i diritti basilari vi è senza dubbio quello di mantenere rapporti affettivi, all'interno della famiglia e nell'ambito dei rapporti interpersonali".
Per superare questo problema, i senatori propongono delle soluzioni. Ad esempio rendere legale l'affettività in carcere "come del resto -spiegano nel testo - già avviene in altri Paesi europei e permette di agevolare il reinserimento sociale attraverso la valorizzazione dei legami personali e, nel contempo, attenua la solitudine che accompagna i detenuti durante il periodo di espiazione della pena".
La sessualità è un ciclo organico, un impulso fisiologicamente insopprimibile, un bisogno di vita; trattare di affetti in carcere e, molto di più, di sessualità, suscita critiche, imbarazzi, polemiche, oltre che perplessità. La sessualità costituisce l'unico aspetto della vita di relazione dei detenuti a non essere normativizzato, quasi che l'afflizione della privazione sessuale debba necessariamente accompagnare lo stato di detenzione.
Carcere e affettività sembrano due parole inconciliabili, perché se c'è qualcosa che nega la confidenza, la libertà di espressione dei sentimenti, questo è proprio il carcere. A tal proposito, diversi paesi europei hanno già da tempo introdotto, nei propri ordinamenti, apposite disposizioni normative volte a garantire l'esercizio - in ambito carcerario - del diritto personalissimo a coltivare relazioni familiari, affettive, sessuali e amicali con persone libere, destinando allo scopo spazi appositi e locali idonei.
In particolare, in Canton Ticino, ad esempio, l'affettività può esprimersi attraverso una serie articolata di colloqui ed incontri intimi per i detenuti, con la possibilità di trascorrere momenti d'intimità con i propri familiari o amici per sei ore consecutive in una casetta situata nella zona agricola del carcere: una zona immersa nel verde, non lontana dall'Istituto e protetta da una recinzione. In Italia mancano simili spazi e le proposte avanzate sono recepite con non poca resistenza, così, quando si è iniziato timidamente a parlare di "stanze dell'affettività" in carcere, le hanno subito battezzate "stanze del sesso", "celle a luci rosse".
Da un punto di vista utilitaristico, però, il riconoscimento di un "diritto all'affettività" avrebbe senza dubbio un ritorno in termini di vivibilità e di gestione penitenziaria. E a sostenere tutto ciò non ci sono solo le associazioni laiche o partiti come i radicali, ma anche movimenti cattolici come la Comunità Papa Giovanni XXIII. Quindi se non c'è ancora il diritto all'affettività in carcere non è perché in Italia c'è il Vaticano. Non ci sono scuse.
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