Il Garantista, 25 gennaio 2015
La lettera letta ieri dai Radicali in tutte le Corti d'Appello. Il richiamo al messaggio di Napolitano, inascoltato, per l'amnistia. I Radicali del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito e i Radicali Italiani hanno chiesto di intervenire, in tutte le Corti di Appello in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, leggendo il testo che riportiamo integralmente.
di Milena Gabanelli
Corriere della Sera, 25 gennaio 2015
"I detenuti bisogna farli lavorare", dice la legge, perché nell'occupazione c'è la miglior garanzia di riabilitazione, e infatti le statistiche dimostrano che quando nel periodo di detenzione si è svolta una regolare attività, le recidive calano drasticamente. Dentro le carceri italiane di lavoro da fare ce n'è, ma siccome - sempre per legge - il lavoro deve essere stipendiato e di soldi non ce n'è per tutti, quasi l'80% dei detenuti guarda il soffitto.
Dire, 25 gennaio 2015
Il presidente del consiglio Matteo Renzi prende posizione su Facebook rispetto alle polemiche sollevate ieri contro le riforme del governo in tema di giustizia. "Oggi di nuovo le contestazioni di alcuni magistrati che sfruttano iniziative istituzionali (anno giudiziario) per polemizzare contro il Governo.
Adnkronos, 25 gennaio 2015
"Dobbiamo impegnarci per una maggiore possibilità di lavoro per i detenuti all'interno degli istituti di pena, questo lo possiamo fare prevenendo gli sprechi". Lo ha detto all'Adnkronos Santi Consolo, il nuovo capo del Dap. "Lo dobbiamo anche fare attraverso una riforma del sistema delle mercedi ai detenuti, cioè le retribuzioni da corrispondere ai carcerati - dice Consolo - Io già avevo proposto una modifica legislativa al Ministero.
E ho avviato un nuovo gruppo che collaborerà il Ministero della Giustizia in questa riforma del lavoro penitenziario". Sulla situazione nelle carceri Consolo dice: "non è semplicissima ma è in via di miglioramento". "Tra le mie prime iniziative al Dap c'è quella di rivitalizzare in modo corretto e trasparente il sistema applicativo dello spazio detentivo - dice ancora.
Lo avevo applicato quando ero vicecapo ed è un sistema che consente, anche dall'esterno di verificare la situazione di ciascuno istituto e di ciascuna sezione. Attraverso questo sistema abbiamo già avviato con tutte le direzioni e i provveditorati degli interventi in affidamento diretto, in economia, con manodopera dei detenuti. È un avvio virtuoso che consente di migliorare il benessere dei detenuti".
E ancora: "La problematica che avevo trovato relativa a dieci istituti per la prosecuzione del servizio mensa, ritengo che si sia avviata a felice soluzione. Questo perché abbiamo assunto in amministrazione diretta questo servizio e perché dopo un incontro durato un'intera giornata con le cooperative interessate abbiamo trovato un'intesa. Ho creato un gruppo di coordinamento con tecnici del nostro dipartimento a disposizione di tutte le cooperative. Ma anche nuovi progetti che implementino le linee di produzione già in atto negli istituti. Stiamo lavorando molto celermente, alcune cooperative hanno già presentato i progetti e vedranno valutazione a breve perché a breve saranno giudicati per l'approvazione".
In 18 mesi 12 mila detenuti in meno
"Bisogna uscire da una logica carcerocentrica dopo anni di pacchetti di sicurezza che hanno agito in direzione contraria. Si deve andare solo in casi gravi in carcere per rendere le carceri più umane, e i plurimi interventi del ministro Orlando per costruire un nuovo modello di detenzione ispirato alle misure penitenziarie europee vanno in questo senso".
Così Santi Consolo, capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap), alla cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario a Palermo. "La popolazione carceraria, negli ultimi 18 mesi, è diminuita di oltre 12mila unità, attestandosi a 53.623 detenuti", ha aggiunto Consolo, intervenuto in rappresentanza del ministro della Giustizia.
La possibilità di sostenersi economicamente
Molte persone delinquono perché crescono in un contesto dove non hanno la possibilità di sostenersi, è un punto su cui intervenire per un recupero reale. Per questo noi siamo contrari ai "lavori forzati", ma più favorevoli a quelli remunerati. Ciò posto, va detto che in carcere ci sono molti momenti - definiti trattamentali - che vanno contro l'interesse del mercato. Al detenuto può accadere di doversi assentare dal lavoro perché deve essere trasferito in tribunale o interrogato all'improvviso da un magistrato, oppure perché deve incontrare lo psicologo che lo segue, eccetera. Questi momenti sono importanti per il carcere ma ovviamente vanno contro l'interesse delle imprese, che per sostenersi sul mercato hanno esigenze di orari specifici di lavoro, o di produrre velocemente. Ecco perché stiamo lavorando sulla normativa, per capire se il carcere può offrire un costo del lavoro più interessante per l'impresa, ed essere più competitivo. Siamo in una fase propedeutica di diversi progetti.
Ce ne anticipa qualcuno?
La condanna della Corte europea dei diritti dell'uomo ci è stata comminata perché l'ambiente del carcere è ridotto alla cella. È un ambiente molto chiuso in sé stesso, visto che, a parte l'ora d'aria, si resta spesso rinchiusi dentro quattro mura. Se si riuscisse a lavorare per ampliare lo spazio in carcere, per trovare luoghi per svolgere attività fuori dalla cella, ciò sicuramente sarà più interessante anche per le aziende, che magari hanno la necessità di spazi appositi per lavorare. Stiamo provando a realizzare un'idea più moderna di carcere, speriamo di farcela.
di Chiara Rizzo
Tempi, 25 gennaio 2015
"Vogliamo che i detenuti trovino una reale opportunità di lavorare per sostenersi". Intervista a Luigi Pagano. Il 15 gennaio hanno chiuso le attività le dieci cooperative che in via sperimentale nelle carceri italiane si occupavano di provvedere al vitto interno. Pochi giorni dopo, lo scorso martedì 20, le cooperative che attualmente hanno avviato progetti di lavoro che coinvolgono i detenuti sono state convocate con urgenza.
A farlo è stato Luigi Pagano, il vicedirettore del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap). Pagano, da ex direttore di San Vittore, è stato uno dei primi a sostenere l'importante contributo delle aziende o delle cooperative esterne per lavorare insieme ai detenuti, dando a questi ultimi una reale possibilità di apprendere una professionalità, e di rimettersi in gioco nella società. "Il nostro obiettivo principale è quello di migliorare le condizioni di vita all'interno delle carceri" si sono sentiti dire i rappresentanti delle cooperative da Pagano. Che a tempi.it spiega come intende rilanciare il lavoro per chi vive dietro le sbarre.
Ci spiega perché sono stati chiuse le attività delle coop che si occupavano del vitto interno?
Già un anno fa la Cassa ammende aveva previsto che l'esperienza delle cooperative per il vitto nelle carceri fosse chiusa, poi abbiamo scelto di prorogare per altre due volte, fino ad arrivare allo scorso 15 gennaio. La Cassa delle ammende è un ente istituito all'interno del Dap che finanzia sì le attività di reinserimento dei detenuti, però solo in fase di start-up. Ad un certo punto, le attività devono essere capaci di procedere con le loro gambe.
Il motivo per cui queste dieci esperienze nelle carceri sono state chiuse è stato questo: la Cassa ammende non poteva mantenerle a vita. Molte di queste cooperative hanno però sviluppato altre attività che funzionavano benissimo all'esterno: penso, a titolo di esempio, alla Giotto di Padova che produce panettoni, o la Sprigioniamo i sapori di Ragusa e Catania, che produce squisiti torroni e croccanti alla mandorla. Prodotti che in tutte le cooperative italiane che li hanno avviati sono molto apprezzati dai consumatori esterni. Ecco perché abbiamo sottolineato che queste esperienze ci interessano moltissimo, così come ci interessa il lavoro dei detenuti. Abbiamo annunciato alle cooperative che se erano previsti altri progetti di ampliamento e di implementazione, Cassa ammende sarebbe stata disponibile a finanziarli all'inizio. Questa volta è stato però esplicitato chiaramente che ciò avverrà solo in fase di start up. Ci siamo messi a disposizione anche per una consulenza in fase progettuale.
E le cooperative che cosa vi hanno risposto?
La maggior parte delle cooperative aveva già delle idee e alcuni, come a Ragusa, avevano iniziato persino a muoversi autonomamente, per chiedere dei fondi europei. C'è molta intraprendenza positiva. Vorrei anche aggiungere che qualsiasi altra impresa o cooperativa può muoversi per portare avanti delle iniziative, e può contattarci per farlo: se i progetti sono seri, e se hanno un'idea reale di commercio e di business che si può autosostenere sul mercato, siamo intenzionati ad investire dei fondi. È importante, però, vorrei sottolinearlo, che queste attività non siano di tipo assistenzialistico.
Si parla molto, anche dopo una puntata di Report, della proposta di far lavorare tutti i detenuti, o un numero più ampio, magari gratuitamente. Lei che ne pensa?
Anzitutto che c'è già una norma che è stata introdotta l'anno scorso nell'articolo 21 dell'ordinamento penitenziario, che prevede che il lavoro possa anche essere svolto gratuitamente. Tuttavia noi riteniamo che, se si pensa alla rieducazione e al reinserimento, il lavoro deve dare alla persona la possibilità di potersi esprimere, quindi debba essere all'altezza delle capacità di ognuno, ma anche la possibilità di sostenersi economicamente. Molte persone delinquono perché crescono in un contesto dove non hanno la possibilità di sostenersi, è un punto su cui intervenire per un recupero reale. Per questo noi siamo contrari ai "lavori forzati", ma più favorevoli a quelli remunerati. Ciò posto, va detto che in carcere ci sono molti momenti - definiti trattamentali - che vanno contro l'interesse del mercato. Al detenuto può accadere di doversi assentare dal lavoro perché deve essere trasferito in tribunale o interrogato all'improvviso da un magistrato, oppure perché deve incontrare lo psicologo che lo segue, eccetera. Questi momenti sono importanti per il carcere ma ovviamente vanno contro l'interesse delle imprese, che per sostenersi sul mercato hanno esigenze di orari specifici di lavoro, o di produrre velocemente. Ecco perché stiamo lavorando sulla normativa, per capire se il carcere può offrire un costo del lavoro più interessante per l'impresa, ed essere più competitivo. Siamo in una fase propedeutica di diversi progetti.
Ce ne anticipa qualcuno?
La condanna della Corte europea dei diritti dell'uomo ci è stata comminata perché l'ambiente del carcere è ridotto alla cella. È un ambiente molto chiuso in sé stesso, visto che, a parte l'ora d'aria, si resta spesso rinchiusi dentro quattro mura. Se si riuscisse a lavorare per ampliare lo spazio in carcere, per trovare luoghi per svolgere attività fuori dalla cella, ciò sicuramente sarà più interessante anche per le aziende, che magari hanno la necessità di spazi appositi per lavorare. Stiamo provando a realizzare un'idea più moderna di carcere, speriamo di farcela.
Adnkronos, 25 gennaio 2015
"I numeri dei detenuti in Italia sarà pure calato, ma le aggressioni, le colluttazioni e i ferimenti si verificano costantemente, con poliziotti feriti e celle devastate. Il ministro della giustizia Orlando ed il Capo dell'amministrazione penitenziaria Consolo adottino con tempestività urgenti provvedimenti, a cominciare dalla sospensione della vigilanza dinamica delle sezioni detentive, provvedimento che ha favorito e favorisce questa ignobile e ingiustificata violenza facendo stare i detenuti fuori delle celle a non fare nulla tutto il giorno".
Così Donato Capece, segretario generale del sindacato di Polizia Penitenziaria, Sappe, commentando i gravi fatti di violenza accaduti in diversi carceri italiani nelle ultime ore. "Non si è ancora spento l'eco dei gravi episodi accaduti nel carcere di Padova, dove alcuni poliziotti sono stati aggrediti mentre detenuti arabi inneggiavano ad Allah e all'Isis, che altre aggressioni e ferimenti si sono contate nelle carceri", sottolinea Capece. "Una proprio a Padova, poche ore dopo i gravi fatti citati. Poi a Vigevano, dove un detenuto marocchino di 24 anni si è prima cosparso il corpo delle sue feci, ha poi sfasciato tutto ciò che aveva in cella ed ha poi fratturato la mano ad uno degli agenti intervenuti per contenere la furia ingiustificata del ristretto".
"Servono adeguati ed urgenti provvedimenti per tutelare l'incolumità personale dei nostri eroici poliziotti penitenziari, che nonostante tutto sono riusciti, a Vigevano, Frosinone, Padova, a scongiurare più gravi conseguenze sotto il profilo della sicurezza interna del carcere", prosegue Capece sollecitando il ministro e il capo del Dap ad intervenire: "la situazione nelle nostre carceri - rimarca - resta allarmante, nonostante si sprechino dichiarazioni tranquillanti sul superamento dell'emergenza penitenziaria: la realtà è che i nostri poliziotti continuano ad essere senza alcun motivo o ragione. Eventi del genere sono sempre più all'ordine del giorno e a rimetterci è sempre e solo il Personale di Polizia Penitenziaria".
"Il Sappe esprime solidarietà al personale coinvolto e augura una veloce ripresa e ritorno in servizio. Ma va anche detto che queste aggressioni sono intollerabili ed inaccettabili. Noi non siamo carne da macello ed anche la nostra pazienza ha un limite. Per questo stiamo pensando di organizzare una manifestazione nazionale di protesta: per avere garanzie e tutele contro le frequenti aggressioni in carcere ai nostri poliziotti", conclude Capece.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 25 gennaio 2015
Sono diversi, gli ostacoli sul cammino del decreto antiterrorismo, abortito due giorni fa e rinviato alla settimana prossima. Il primo è una questione di soldi: nel decreto c'era la richiesta di 10 milioni di euro per affrontare le spese impreviste dei servizi segreti nel fronteggiare la fiammata jihadista. Erano richiesti anche 60 milioni per l'uso dell'esercito in strada, che prima dell'emergenza parigina era stata considerata una spesa quasi superflua.
Nel decreto ci saranno anche delle misure di buon senso, tipo la possibilità di dare un permesso di soggiorno agli informatori stranieri che aiutino i nostri agenti. Una moneta di scambio che vale più dell'oro. L'ostacolo principale, però, tocca una materia delicatissima: i poteri degli 007. In gergo, le chiamano "garanzie funzionali". Significa il potere degli agenti speciali di violare la legge pur di arrivare al risultato. La legge 124 del 2007 prevede già una procedura specifica: previa autorizzazione del presidente del Consiglio, l'agente dei Servizi può essere autorizzato a commettere reati. Mai di quelli troppo gravi, però. Mai l'omicidio, per essere chiari.
In questo campo, ora, i Servizi chiedono mani più libere. Nel decreto in gestazione è infatti in arrivo un'estensione di queste procedure. Si prefigura la possibilità di aumentare il tipo di reati ipotizzabili. E si chiede di mantenere la copertura di un agente anche nei confronti della magistratura. In pratica, un agente - previe le autorizzazioni di cui sopra - potrebbe mantenere la sua personalità di copertura anche se arrestato, se interrogato, se condotto in carcere. Un modo sottile per non interrompere un'operazione d'intelligence. Ma il tabù di una licenza d'imbrogliare i magistrati non è facile da infrangere.
Così come è un tabù la commistione tra attività d'intelligence e carceri. Non per caso, considerando certi episodi del passato, quando alcuni presunti pentiti ebbero rapporti troppo stretti con agenti speciali all'insaputa dei magistrati, la legge 124 vieta espressamente ai Servizi di agire in carcere. Nel decreto ora c'è un capitolo sui "colloqui investigativi" in carcere, mutuando le procedure per le intercettazioni preventive.
Quando s'è trattato di chiudere sul decreto, insomma, il governo s'è reso conto di non poter sottovalutare gli umori del Parlamento a ridosso di una scadenza importante quale l'elezione del Capo dello Stato. E con l'estensione delle "garanzie funzionali" agli 007 si sarebbe rischiato il corto circuito, trascinando nelle polemiche il pacchetto Alfano (il reclutamento dei "foreign fighters" oppure l'auto-addestramento del terrorista solitario), le misure proposte da Orlando (istituzione della procura nazionale antiterrorismo) e da Roberta Pinotti (rifinanziamento delle missioni all'estero). Di fronte alla prospettiva di infilare in carcere un agente segreto con identità fittizia, e mantenendo l'incognito anche con polizia e magistratura, la risposta dei parlamentari non è scontata.
di Gianfranco de Turris
Il Garantista, 25 gennaio 2015
Il Borghese e Candido stipulano un accordo con Charlie Hebdo per pubblicare in Italia esclusivamente le sue blasfeme vignette anti-Islam e anti-Maometto. Alcune associazioni e comunità denunciano le due testate per islamofobia. La Procura di Roma apre una inchiesta in base alla Legge Mancino che sanziona le espressioni di odio razziale e religioso.
L'Ordine dei Giornalisti apre a sua volta una inchiesta e deferisce i due direttori, Claudio Tedeschi e Alessio Di Mauro, per aver mancato all'opera di sorveglianza della pubblicazione e per aver svolto la loro professione senza decoro e dignità. Su La Repubblica Ezio Mauro scrive un fondo intitolato: "Contro il fascismo disegnato". Su Il Fatto Marco Travaglio intitola la sua rubrica quotidiana "I manganellatoli di carta".
sul Corriere della Sera Pierluigi Battista interviene con il corsivo "Siamo per la libertà di stampa, però...". Il manifesto on line titola: "Ai fascisti nessun diritto, nemmeno di vignetta". Di fronte alla sede delle due redazioni i centri sociali romani inscenano una manifestazione e innalzano striscioni con su scritto "Morte al fascismo, libertà ai popoli islamici". Una interrogazione di Sel al governo chiede "Sino a che punto possono ancora tollerarsi simil provocazioni dei giornali reazionari e filosionisti?".
I ministro dell'Interno Alfano afferma: "È tutto sotto controllo, non ci faremo condizionare da due giornali semiclandestini". Ovvero: L'Espresso stringe un accordo con Charlie Hebdo per pubblicare in Italia esclusivamente le sue blasfeme vignette anti-cristiane e anti-papaline. La Conferenzi Episcopale denuncia "l'attacco antistorico contro la religione degli italiani".
Il Papa all'Angelus fa un velato accenno al fatto che non si può ironizzare pesantemente offendendo miliardi di fedeli. Su La Repubblica Ezio Mauro scrive un fondo intitolato "Prima d tutto la libertà di espressione". Su La Stampa il filosofo Gianni Vattimo scrive una lettera su "Quando la Chiesa di Cristo dimentica il risus paschalis".
Su Il Fatto un corsivo anonimo ironizza su "I cardinali con la coda di paglia". Sul Corriere della Sera Pierluigi Battista, nella sua rubrica, pubblica un intervento intitolato "Siamo per la libertà di stampa, però...". Il giorno dopo Vittorio Messori scrive una lettera intitolata "Le regole ormai non esistono più".
Giuliano Ferrara su Il Foglio titola: "Questo Papa non piace poi troppo". L'Ordine dei Giornalisti protesta contro "le censure che vengono da chi meno te lo aspetti". Una interrogazione del Movimento 5 Stelle al ministro della Giustizia chiede "come intende il governo tutelare la libertà di espressione nei confronti degli attacchi clericali".
Il ministro Orlando risponde che "il governo vigilerà". Marco Pannella inizia lo sciopero della fame, della sete e del fumo per solidarietà con L'Espresso. Per capire bene il vero senso ed evidenziare le contraddizioni di quel che è successo in questi tragici e convulsi giorni dopo il massacro di Parigi e le reazioni unanimi nei confronti di chi vorrebbe che ci fossero limitazioni nel pensiero critico ai confini della blasfemia irridente, si deve ragionare in modo alternativo, capovolgere la situazione e immaginarsi scenari differenti ma simili, come quelli - ovviamente di fantasia - qui presentati, che non sono né assurdi né impossibili ma semplicemente verosimili alla luce di precedenti esperienze del contesto italiano. In tal modo emergerà tutta la profonda ipocrisia di certe prese di posizione internazionali ma soprattutto nazionali.
Ormai vige, come regola non dichiarata ma fattuale, quella del Doppiopesismo secondo la quale la libertà di espressione (di stampa, di pensiero, di critica, di apologia) statuita dalla nostra "Costituzione più bela del mondo" dipende da chi ne fa uso: per alcuni è sacrosanta, per altri è condizionata. Chi può fare quel che vuole, e chi è controllato fiscalmente e sottoposto a sanzioni amministrative e penali. Nei giorni scorsi non si è quindi manifestato per la libertà di tutti, ma solo per la libertà di chi è riconducibile ad una particolare area ideologico-culturale. Sarebbe il caso che politici, magistrati, giornalisti, intellettuali facessero un serio esame di coscienza.
L'Arena di Verona, 25 gennaio 2015
Quasi quarant'anni dopo la legge Basaglia, che nel 78 sancì la chiusura dei manicomi, oggi il copione si ripete. Nel 2012, una nuova legge ha affrontato la questione degli ospedali psichiatrici giudiziari, stabilendone la chiusura entro il 31 marzo 2013. Proroga dopo proroga, però i tempi di dismissione delle strutture giudicate dall'Unione europea come "inumane e degradanti" si sono dilatati. Il nuovo termine per l'eliminazione di questi ospedali detentivi è fissato per il prossimo 31 marzo.
Il conto alla rovescia è cominciato, ma le strutture regionali che dovrebbero accogliere queste persone e garantirne cure sanitarie e custodia, ancora non ci sono. Il Veneto, tra le ultime regioni ad aver presentato il proprio programma organizzativo, è ad oggi un passo avanti. "Ma comunque non siamo ancora pronti, soprattutto per quel che riguarda le strutture che dovranno avere anche caratteristiche detentive. L'iter infatti prevede che queste persone, circa un migliaio sul territorio nazionale, vengano affidate ai territori di provenienza e dislocate in comunità terapeutiche residenziali ad alta, media o bassa sicurezza", spiega Andrea Robotti, direttore scientifico dell'associazione Don Giuseppe Girelli che ha organizzato al polo Zanotto il convegno "Brutti, sporchi e cattivi: viaggio attorno alla pericolosità sociale". "Se si fanno le cose con buon senso riusciremo a superare
questa sfida. Il problema è che allo stato attuale così non è: si inanellano leggi e proroghe senza valutarne l'effettiva applicabilità", afferma Mario Iannucci della struttura Le Querce, in Toscana Ma il problema delle strutture rimane solo parte della questione. "Delle 18 persone, che ospitiamo nella nostra struttura a basso livello di pericolosità sociale, in uscita dalle strutture giudiziarie, solo una piccola parte era già nota ai servizi sociali. Ciò accade anche per chi compie reati gravi: in pochi sono seguiti. Se lo fossero, attraverso programmi di prevenzione e cure adeguate, si riuscirebbe ad evitare e prevenire il peggio", spiega Giuseppe Ferro, direttore della Casa Don Giuseppe Girelli.
Al tavolo dei relatori si sono alternati psichiatri, psicologi e criminologi, esperti da tutta Italia. In platea molti volti noti, da fra Beppe Prioli dell'associazione La Fraternità a Mariagrazia Bregoli, direttore della Casa circondariale di Montorio, a Margherita Forestan, garante dei diritti dei detenuti, dal consigliere regionale della Lega Nord Andrea Bassi e all'assessore comunale ai Servizi sociali Anna Leso.
dal Coordinamento Nazionale Dap Comparto Ministeri Fp-Cgil
Ristretti Orizzonti, 25 gennaio 2015
Ricordiamo al Ministro Orlando l'esistenza di operatori che da 40 anni si occupano di trattamento dei detenuti e misure alternative alla carcerazione. Nel sua prima relazione annuale sulle linee di intervento del Governo in materia di Giustizia, svolta alla camera dei Deputati lo scorso 19 gennaio, il Ministro Orlando ha ignorato completamente l'esistenza di operatori dell'Amministrazione Penitenziaria che da 40 anni si occupano del trattamento dei detenuti e delle misure alternative alla carcerazione .
Dispiace rilevare che, laddove il Ministro scrive come "pieno, è stato il coinvolgimento della magistratura e dell'avvocatura, del personale amministrativo e della polizia penitenziaria, di tutti gli operatori del servizio giustizia e delle loro rappresentanze, nei numerosi tavoli e gruppi di lavoro che ho promosso nel corso di questi mesi" dimentichi che dalla prima riforma penitenziaria del 1975 in poi gli operatori che per specificità professionale e per compito istituzionale si sono occupati di trattamento dei detenuti e dell'esecuzione delle misure alternative sono stati e lo sono tutt'ora gli educatori ( Funzionari giuridico pedagogici ) e gli assistenti sociali (funzionari di servizio sociale).
Comprensibile che il Ministro dedichi" un ringraziamento particolare (....) alle donne e agli uomini della Polizia Penitenziaria che hanno, con grande sforzo e professionalità, collaborato fattivamente al superamento della fase emergenziale" ma donne e uomini che hanno fattivamente collaborato alla gestione e al superamento della fase emergenziale detentiva sono anche gli operatori del trattamento e quelli dell'area penale esterna.
Il Ministro non é a conoscenza forse che nel 2005 hanno beneficiato di misure alternative alla carcerazione un numero di persone quasi pari a quelle detenute e che perciò gli Uffici di Esecuzione Penale Esterna hanno contribuito in maniera considerevole alla deflazione del carcere.
Non considera, inoltre, il Ministro che l'operazione di progressivo trasferimento al territorio dell'esecuzione penale messa in atto per ridurre il fenomeno del sovraffollamento carcerario si sta realizzando a "costo zero" ossia senza poter derogare dalla "spending review" per il personale del comparto come invece si può fare per la polizia penitenziaria.
Il ministro, infatti, sottolinea come "sono state rafforzate e ampliate le misure alternative alla detenzione e, per sostenere tale evoluzione, gli uffici che si occupano dell'esecuzione penale esterna, nell'opera di riorganizzazione che ho avviato, saranno collocati in un nuovo Dipartimento, insieme agli uffici della giustizia minorile, che hanno già maturato, sul terreno della probation, una grande esperienza e notevoli capacità di attuazione concreta di percorsi alternativi alla detenzione.
"Non sembra al Ministro che per rafforzare le misure alternative si debbano rafforzare anche in termini di risorse umane gli uffici che si occupano di tali misure ?
Dobbiamo sottolineare infine che non rende merito al lavoro svolto oramai da 40 anni nel settore delle misure alternative dagli operatori degli Uffici di Esecuzione Penale Esterna ricondurre l'evoluzione del settore che si vuole imprimere alla combinazione del settore adulti con l'esperienza di quello minorile.
Riteniamo, altresì, che gli operatori del trattamento in seno all'Amministrazione Penitenziaria abbiano efficacemente contribuito in questi decenni all'applicazione di quegli aspetti dell' Ordinamento Penitenziario che lo qualificano come una delle migliori leggi del settore a livello europeo.
Invitiamo, pertanto, il Ministro a prendere conoscenza di tutte le articolazioni che caratterizzano la complessa macchina dell'esecuzione penale e per questo ci aspettiamo che esplori anche l'area dell'esecuzione penale esterna.
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