di Simona Andreassi
Il Centro, 26 gennaio 2015
Coinvolge il Polo liceale "Pantini- Pudente" e la Casa di lavoro di Torre Sinello il progetto "Uno sguardo sulla realtà: vigilando redimere" che coinvolge, attraverso degli stage, la V C del Liceo delle Scienze umane. "Gli studenti sono impegnati in un percorso pluri-disciplinare che li porterà ad approfondire le tematiche della marginalità sociale e della necessità dell'intervento rieducativo. Le attività programmate prevedono la conoscenza diretta della struttura e degli operatori, la realizzazione di interviste semi-strutturate agli ospiti e dei cineforum" spiega la referente Rosina Colella.
"L'obiettivo è l'acquisizione e la padronanza di competenze operative che consentano ai ragazzi di effettuare ricerche sociali con la costruzione e l'utilizzo di strumenti tipici dell'indagine sociologica, psicologica e antropologica" aggiunge.
"Questo progetto è importante anche per la promozione della legalità e della solidarietà sociale nei confronti dei detenuti, obiettivo che non può perseguirsi senza l'attivo coinvolgimento della comunità esterna al carcere e che è parte integrante del nostro mandato istituzionale" sottolinea il direttore della Casa lavoro Massimo Di Rienzo. "La scuola deve essere aperta al territorio, in tutti i suoi aspetti. Avvicinarsi alle persone che vivono in situazione di deprivazione, sia materiale sia psicologica, può davvero offrire alle classi di tutti gli indirizzi spaccati di autenticità e di vera validazione delle conoscenze" afferma Letizia Daniele, dirigente scolastico del polo liceale.
L'Arena di Verona, 26 gennaio 2015
Incontrare i detenuti come persone, con la consapevolezza che "nell'incontro vero non c'è giudizio". Incontrarli cioè con un'attenzione particolare a quello che sono, con le loro storie di vita spesso complesse, e a quello che sentono, senza la volontà di sapere quello che hanno fatto. Andare oltre la mentalità punitiva di cui è impregnata la società, per abbracciare invece l'intenzione rieducativa ed accompagnare i detenuti in un cammino spirituale che li metta nelle condizioni di tornare a vivere.
Lunedì scorso, nella sala Noi di Palazzolo, padre Angelo, cappellano del carcere di Verona, e Fabio Mazzi, diacono di Sona che opera come volontario in carcere, hanno raccontato la loro esperienza di incontro ed ascolto dei detenuti. La serata dal titolo "Liberi dentro: testimonianze sulla vita nel carcere" è stata organizzata all'interno del ciclo di incontri "A proposito di...", promosso dal circolo Giustiniano della frazione. Padre Angelo, che ha aperto l'incontro, ha "lasciato sospese una serie di provocazioni". Ha invitato i presenti a ragionare su concetti come "detenzione", "reclusione", "punizione", "capro espiatorio" e a riflettere sui "veleni che ciascuno si porta dentro e per cui, spesso, dà la colpa agli altri".
I due relatori hanno affrontato la questione del bene e del male, mettendo in luce quanto sottile può diventare, in determinate situazioni, la linea di confine fra l'uno e l'altro. Hanno parlato di persone che si sono trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato e che, per la pazzia di un istante, si sono rovinate la vita. Hanno parlato del senso di colpa che queste persone si portano dentro e che, molto spesso, non le lascia nemmeno dormire.
Fabio Mazzi, ferroviere di professione, ha 55 anni, abita a Sona, è sposato, ha due figlie, e nel maggio del 2013 è stato ordinato diacono permanente. Per quattro anni, ha fatto volontariato con i cappellani camilliani dell'ospedale di Borgo Trento, accanto ai malati. Quando, a novembre del 2013, è venuto a mancare il diacono cappellano del carcere di Montorio, il vescovo gli ha chiesto se la sentiva di prestare servizio in carcere.
"Il carcere", ha detto Mazzi, "è un posto dove il male che si è fatto non si può dimenticare: i detenuti hanno la possibilità di fermarsi a pensare e il senso di colpa non li abbandona mai. Noi incontriamo questi detenuti come persone, che piano piano ci raccontano le loro storie. A volte telefoniamo a casa, e ci rendiamo conto che alcuni di loro hanno alle spalle delle famiglie devastate". "Il nostro compito", ha aggiunto, "è quello di ascoltare le persone che sono in carcere, aiutandole a rielaborare il peso che si portano nell'anima, aiutandole cioè a diventare un po' più "libere dentro", per fare in modo che, una volta uscite, possano ritornare a vivere".
di Giuseppina Pimpini (Docente della Scuola Media carceraria)
Il Centro, 26 gennaio 2015
L'insegnante: vogliono sentirsi parte della società e non rifiuti da dimenticare
Al fischio di un arbitro speciale, il dirigente scolastico dell'Istituto Alberghiero Di Poppa di Teramo, Caterina Provvisiero, ha avuto inizio la grande sfida di calcio che ha visto contrapporsi, sul campo da gioco, la squadra dei docenti contro quella dei detenuti alunni dell'istituto alberghiero carcerario.
Un confronto vero con tanto di tifo proveniente dal bordo campo: urla e cori, un po' di incoraggiamento, un po' di sfottò da parte di un pubblico di prim'ordine, le docenti accompagnate dalla responsabile dell'area educativa Elisabetta Santolamazza.
Persone e non reati che camminano, (ho letto tempo fa questa definizione e mi ha colpito molto)....che corrono dietro un pallone, che ascoltano attenti una spiegazione in classe, che si impegnano durante una verifica; per noi docenti è proprio così, ciò che arriva alla nostra sensibilità è il cuore, che si nasconde dietro un reato, ciò che ci spinge a sostenere iniziative come questa è la convinzione che in ogni individuo ci siano capacità da scoprire attraverso instancabili opportunità.
Una partita di calcio allora aiuta a migliorare l'atmosfera, ad accorciare le distanze, a superare qualche pregiudizio, affinché in classe ci si possa sentire liberi di dar voce alle proprie opinioni, alle proprie emozioni, ad un confronto stimolante culturalmente, che aiuti a sviluppare senso critico e susciti riflessioni profonde.
Il clima sereno, la cordialità, la passione nel gioco, il desiderio di dare il meglio di sé, è questo che oggi si è visto in tutta la durata del gioco, e, da parte dei detenuti la voglia di sentirsi ancora parte della società e non rifiuti da dimenticare, mentre, da parte dei docenti, l'amore per il proprio lavoro, e l'essere disposti ad essere un sostegno costante e a dare continue sollecitazioni per sviluppare quel positivo e buono che c'è in ogni persona.
Oggi hanno veramente vinto tutti. Al fischio finale, terminata la sfida sul campo, è iniziato il "terzo tempo" con strette di mano, abbracci , foto ricordo e panettone.
di Giuseppe Pietrobelli
Il Gazzettino, 26 gennaio 2015
La disincantata riflessione del procuratore Nordio che traduce, dieci anni dopo e con una nuova introduzione, "Crainquebille" di Anatole France. La maestà della giustizia risiede integralmente in ogni sentenza resa dal giudice nel nome del popolo sovrano.
"Jerome Crainquebille, venditore ambulante, conobbe quanto la legge sia augusta quando fu portato in tribunale per oltraggio a un agente della forza pubblica". Inizia così la straordinaria vicenda originata da una banalissima contestazione nel traffico parigino di inizio Novecento, raffigurazione di una giustizia formalista, ingiusta, vendicativa e sostanzialmente inutile, narrata da Anatole France.
Amarezza, ironia e disincanto si intrecciano in un passato attualissimo. E non è un caso che ad aver tradotto l'opera per Liberilibri - una dozzina d'anni fa - sia stato un magistrato in servizio effettivo, Carlo Nordio, oggi procuratore aggiunto di Venezia. Ora l'opera esce in una seconda edizione il cui valore va ben oltre quello della semplice ristampa. Perché il pm, a suo modo eretico per un radicale garantismo accompagnato da una convinta - e ahimè fondata - disillusione giudiziaria di cui è assertore, ha scritto una nuova introduzione, che accompagan quella del 2002. Il gioco di specchi delle riflessioni in tempi differiti dà vita a una lettura davvero provocatoria.
Due lustri dopo Mani Pulite, di fronte a criminalità e malaffare, Nordio scriveva: "Per uno strano connubio di aspirazioni infantili, lotte politiche, protagonismo incontrollato ed esaltazione mediatica, è stata coltivata l'illusione che la doverosa opera della magistratura potesse risolvere questi annosi problemi". Un fallimento, ma non solo allora. Oggi, dopo aver disvelato lo scialo del Mose e le mani affaristiche su Venezia, Nordio ripropone la vicenda dell'ortolano Crainquebille - dedicandola a Marco Pannella - come denuncia non di una tragedia individuale, ma dell'italianissima incapacità della giustizia di assolvere al proprio compito. Per due motivi "più attuali che mai: la strumentalizzazione della legge e la sua sostanziale ipocrisia".
Il primo: "Da vent'anni, e forse più, della giustizia si cerca di fare un uso politico". Un esempio: "L'informazione di garanzia, famigerata cartolina diventata un'anticipazione di processo e di condanna". Troppi cercano di appropriarsi della giustiza per proprio tornaconto. Il secondo "incurabile difetto è la nostra legislazione", tra Costituzione e legge ordinaria.
"La madre di tutte le nostre sciagure giudiziarie, della corruzione come della lentezza dei processi e della carcerazione preventiva che ne è la figlia naturale, è la calamitosa confusione normativa derivata da un'insensata e ininterrotta produzione di precetti inutili e dannosi". Epitaffio: "Le troppe leggi non sono il rimedio, ma la causa dell'incertezza del diritto e della sua sostanziale impotenza".
www.savonanews.it, 26 gennaio 2015
"Un ringraziamento, dal più profondo del cuore, da parte nostra per tutto l'affetto e la solidarietà ricevuti nel corso di questi cinque, lunghissimi, anni. Tante sarebbero le cose da dire ma l'emozione del momento e la distanza non aiutano. Tra qualche giorno saremo di ritorno in Italia e tutto sarà più semplice. Nel frattempo un virtuale ma non per questo meno caloroso abbraccio a tutti. Satyameva Jayate, la verità è sempre vincente".
È il messaggio che Tomaso Bruno e Elisabetta Boncompagni hanno scritto stamani sulla pagina Facebook Tomaso Libero dopo la prima notte trascorsa fuori dal carcere di Varanasi, in India. I due ragazzi sono ora alloggiati presso il Centro risorse indiane, una casa per studenti diretta dal professor Marco Zolli dove resteranno fino a martedì. Poi una volta espletate le ultime formalità burocratiche raggiungeranno Nuova Delhi. L'arrivo in Italia è previsto per mercoledì prossimo.
di Anna Villechenon
Le Monde, 26 gennaio 2015
Dal 7 al 9 gennaio scorsi, il carcere di massima sicurezza di Condé-sur-Sarthe ha vissuto al ritmo delle crisi di gloria di alcuni detenuti esaltati dagli attacchi terroristici parigini. Tuttavia, secondo Emmanuel Guimaraes, da due anni poliziotto penitenziario nel carcere, "il rifiuto dell'autorità e dei valori della Repubblica" da parte di quei detenuti che si dicono musulmani è lungi dall'essere una novità. Questo tipo di incidenti sembra legato molto ai fatti d'attualità, come le tensioni scoppiate in occasione dell'ultimo conflitto israelo-palestinese a Gaza, spiega Guimaraes.
Il resto del tempo, le tensioni tra detenuti, soprattutto negli spazi condivisi, sono diventate banali. In diverse prigioni francesi, gli agenti raccontano gli stessi aneddoti: le vessazioni inflitte a chi fuma o a chi ascolta la musica; gli appelli alla preghiera; gli incitamenti a leggere il corano; il proselitismo ai detenuti più isolati. A forza di vedere conversioni e radicalizzazione nel carcere, Guimaraes parla dell'islam in prigione come "una sorta di moda". "Alcuni ci dicono che Allah ci punirà, anche se non sono musulmani. Altri sono solo arrabbiati, altri ancora voglio avere dei privilegi", racconta l'agente. "Tuttavia, la maggior parte si converte per starsene in pace", dichiara l'agente con un tono d'ovvietà.
Liberato da un anno, Franck Steiger ha scontato sei anni in otto diverse prigioni francesi. Ateo, ha detto di aver vissuto i suoi anni di detenzione "in minoranza". "I musulmani hanno il monopolio. Per non avere problemi, molti si convertono per far parte della banda", afferma.
Secondo Steiger, le condizioni di prigionia sono determinanti: "La mancanza di rispetto, le violenze, le misure di ritorsione: tutto questo produce l'odio" e la voglia di fare ricorso alla religione, afferma con rabbia. Per Missoum Chaoui, cappellano carcerario in Ile-de-France, e per gli i poliziotti, il "pericolo" è l'assenza di un referente musulmano in un'istituzione che lascia aperta la strada agli "imam autoproclamati".
La religione diventa per molti un mezzo per porsi al centro di un universo carcerario in cui molti detenuti non hanno alcun riparo. "Si trovano in uno stato di debolezza e precarietà, hanno bisogno d'ascolto e di disciplina per non andare alla deriva", commenta Chaoui. "Alcuni sono più psichiatri che islamisti. I radicali sono molto pochi" e non rappresentano affatto i musulmani di Francia. Secondo il ministero della Giustizia, gli effettivi sospettati sono 152, per la maggior parte in Ile-de-France.
In quattro anni, Abdelhafid Laribi, cappellano permanente presso il carcere di Nanterre, dice di non essersi mai confrontato con nessuno di loro: "C'era un convertito che non aveva alcuna nozione di base dell'islam. Ho provato a parlare con lui, ma non ha voluto capire. Non è mai più venuto. In questi casi, non si può fare nulla, solo evitare che altri cadano in questo radicalismo", racconta. Quando invece incontra chi "vacilla", allora si tratta di "seminare il dubbio nello spirito, evocare altri punti di vista, con pazienza e pedagogia, per convincerli", spiega Laribi.
A gennaio, i cappellani carcerari musulmani erano 182, contro 680 cattolici e 71 ebrei. La loro presenza è stata incrementata negli ultimi due anni "al fine di tranquillizzare la detenzione e diffondere un islam illuminato", ha indicato il ministero della Giustizia. Altri 60 cappellani verranno reclutati nell'arco dei prossimi tre anni. "Manca la volontà politica, mentre noi siamo là per evitare il radicalismo. Se la situazione non cambia, peggiorerà", lamenta Laribi.
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 25 gennaio 2015
Possibile che la magistratura italiana non abbia la forza per affrontare la questione della giustizia non dal punto di vista proprio - diciamo "corporativo" - ma dal punto di vista della civiltà? È questo che mi colpisce: non i singoli attacchi di alcuni magistrati al governo, o alle riforme, o a certi provvedimenti, né i toni giustizialisti di molti, ma l'assenza di una visione generale.
Massimo Adinolfi
Il Mattino, 25 gennaio 2015
Si esce dal carcere, ma non dalla condanna, dice amaramente Hugo nei "Miserabili", quando Jean Valjean sente per la prima volta "quelle strane parole: sei libero!". E forse ciò è vero anche quando si esce da un carcere in cui non si doveva entrare, come accade addirittura nel quaranta per cento circa dei casi, secondo i dati della Corte di Appello di Napoli.
di Errico Novi
Il Garantista, 25 gennaio 2015
Attacchi al governo, maledizioni al garantismo, clima di scontro frontale. Da Milano però arriva un colpo basso a Palermo. Si sentono stretti nella morsa. E reagiscono. Dopo le scudisciate della cerimonia in Cassazione, i magistrati delle Corti d'Appello di tutta Italia tentano di replicare ai massimi vertici della Suprema Corte. Venerdì il primo presidente Giorgio Santacroce e il procuratore generale Gianfranco Ciani avevano parlato di toghe arroccate nel corporativismo, di pm cedevoli alle lusinghe dei media, di sacche d'inefficienza che il Csm spesso non riconosce.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Garantista, 25 gennaio 2015
Ieri mattina a Milano, prima di partecipare alla cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario, il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Rodolfo Sabelli ha tenuto una veloce conferenza stampa per esporre i motivi della protesta contro la legge di riforma della responsabilità civile delle toghe. Nervo scoperto per i magistrati e, insieme al taglio delle ferie, elemento di attrito con il governo Renzi.
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