di Mauro Anetrini
L'Opinione, 18 aprile 2015
Se noi dovessimo sottoporre ad un rigoroso scrutinio la decisione del Corte Europea dei Diritti dell'Uomo sul caso Contrada verseremmo fiumi di inchiostro e, con grande probabilità, non renderemmo un buon servizio all'unica causa per la quale vale la pena di battersi: quella, appunto, dei diritti. Ho detto dei diritti, non di questo o di quel diritto; di questa o di quella persona. Le persone che non sono solite impegnare il loro tempo occupandosi di cose di Giustizia hanno una percezione labile della Corte Edu, intesa come una sorta di Giudice superiore addetto a rimediare agli errori delle Corti nazionali o come il famoso, e troppo lontano Giudice di Berlino dal quale ci si attende la decisione davvero giusta.
Purtroppo, la Corte EDU non è né questo, né quello. Non è, e ci tiene a farlo sapere, il quarto grado di un giudizio ormai esaurito e non è neppure la sentinella di coloro che hanno subito un torto. Le procedure di introduzione del giudizio, a partire dai termini da rispettare, inquinano di formalismi a volte eccessivi rivendicazioni fatte, invece, di sostanza. Inoltre, le decisioni, quand'anche favorevoli, giungono con ritardo e non risolvono alla radice i problemi riscontrati. Contrada, ad esempio, non verrà riabilitato in conseguenza della sentenza che ha destinato così tanto clamore.
la Corte ha detto che il condannato fu punito per avere violato una legge che, al momento del fatto, non esisteva ancora (non era elaborata in via definitiva) e per condotte che non poteva prevedere penalmente rilevanti. Risultato concreto: un modesto risarcimento economico che pagheranno i contribuenti italiani. Come al solito. Come quando, ad esempio, dopo la decisione che aveva condannato l'Italia per le inumane condizioni dei detenuti, il solito contribuente si è trovato a sborsare 8 euro per ogni giorno di quella sofferenza ingiustamente inflitta. E nonostante tutto, non dobbiamo essere pessimisti. Non del tutto, almeno. La Corte Edu ha contribuito, a volte significativamente, al riscatto, alla protezione di quei diritti - non solo di questo o di quel diritto - giornalmente e progressivamente erosi. La Corte ci dice quali sono i punti dolenti del nostro sistema giudiziario e ci ricorda le ingiustizie patite dai più deboli. Sta a noi fare il resto. Il punto è questo: loro decidono, ma il sistema lo cambiamo noi, consolidando i confini di quei diritti che appartengono ad ogni essere umano. Anche ai reietti.
Gazzetta di Reggio, 18 aprile 2015
Presentato il piano sperimentale 2015 di intervento per l'inclusione socio-lavorativa delle persone in esecuzione penale approvato dalla giunta regionale.
Politiche formative e di accompagnamento al lavoro delle persone in esecuzione penale progettate congiuntamente da amministrazione penitenziaria, servizi sociali e per il lavoro, enti di formazione accreditati, imprese profit e non profit e associazioni di volontariato per qualificare l'elemento rieducativo e di recupero sociale come asse portante di sviluppo delle misure di detenzione. È quanto prevede il piano sperimentale 2015 di intervento per l'inclusione socio-lavorativa delle persone in esecuzione penale approvato dalla giunta regionale. a disposizione ci sono 2,1 milioni di euro, di cui 1,5 milioni euro da risorse del fondo sociale europeo per il finanziamento delle azioni formative e di accompagnamento al lavoro.
"Potranno essere finanziate tutte le azioni che possono aiutare le persone in esecuzione penale a sviluppare progetti di reinserimento sociale fondati sul lavoro che, a partire dall'acquisizione di un profilo professionale spendibile, consentano loro di acquisire autonomia e rafforzarsi rispetto a possibili recidive e reiterazioni delle azioni che li hanno portati in carcere" ha spiegato patrizio bianchi, assessore regionale al lavoro e alla formazione. "La formazione professionale e il lavoro sono parte integrante del trattamento penitenziario e ne costituiscono una parte fondamentale ai fini del reinserimento sociale del condannato".
Il bando per il finanziamento delle attività scade il 12 maggio 2015 e possono presentare progetti enti di formazione professionale accreditati.
Roma, 18 aprile 2015
Le uscite dei detenuti dagli Ospedali Psichiatrici Giudiziari cominceranno dalle prossime settimane. L'ora X è scattata. Da oggi gli Ospedali psichiatrici giudiziari italiani sono ufficialmente fuorilegge. I sei istituii del Paese si avviano, più per timore di eventuali commissariamenti che per effettiva presa di coscienza istituzionale, verso la dismissione.
In Campania le uscite dagli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), per i residenti nella regione, cominceranno solo dalle prossime settimane, quando diventeranno pienamente operative le strutture previste dalle legge che prevede il superamento degli stessi Opg. La legge ha previsto al 31 marzo scorso lo spartiacque per il superamento degli Opg: luoghi dove per decenni sono stati rinchiusi uomini e donne, con sofferenze psichiche, che si sono resi responsabili di reati, di poco conto o gravi. In Campania è prevista un'articolata rete di strutture alternative che saranno gestite dal servizio sanitario regionale.
Si tratta di due Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) che saranno localizzate a Calvi Risorta e a San Nicola Baronia, mentre le strutture intermedie di residenza devono essere attivate a Mondragone e a Stati-gliano di Roccaromana, entrambi in provincia di Caserta, e la terza in Irpinia. In alcuni istituti di pena della Campania, invece, sono sia state attivate le articolazioni per il superamento degli Opg, che sono strutture di accoglienza provvisoria. Dall'ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa (Caserta), che è il più antico di Italia, negli ultimi giorni sono usciti dicci ospiti, mentre altri attendono l'esito della decisione del Tribunale di sorveglianza.
Tutti e dieci i dimessi hanno varcato il portone di uscita seguendo i canali consueti: per esempio, per la revoca della misura di sicurezza a loro carico o per l'ammissione a piani terapeutici individuali che possono essere seguiti anche presso case famiglie. Con circa centoquaranta anni di storia l'Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa è il più antico di Italia. Come gli altri sei istituti italiani dal 31 marzo scorso, non accoglie più "nuovi giunti" ma gli attuali suoi 86 ospiti (di cui la metà sono della Campania) dovranno essere trasferiti presso le Rems o le strutture intermedie che però non sono ancora completamente operative. L'Opg, secondo quanto si apprende, diventerà un carcere a custodia attenuata, per detenuti non particolarmente pericolosi.
L'Opg di Aversa dopo la chiusura diventerà carcere
Con circa centoquaranta anni di storia l'Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa è il più antico di Italia. Come gli altri sei istituti italiani dal 31 marzo scorso, non accoglie più "nuovi giunti" ma gli attuali suoi 86 ospiti (di cui la metà sono della Campania) dovranno essere trasferiti presso le Rems o le strutture intermedie che però non sono ancora completamente operative. L'Opg, secondo quanto si apprende, diventerà un carcere a custodia attenuata, per detenuti non particolarmente pericolosi.
Ansa, 18 aprile 2015
Un uomo cinese, detenuto nel carcere pratese della Dogaia, è stato ricoverato all'ospedale Santo Stefano di Prato in codice rosso. Secondo quanto si apprende quando è stato soccorso dalle guardie carcerarie aveva una profonda ferita da taglio all'altezza della gola. Non è ancora chiaro se la ferita sia stata auto inferta dall'uomo o se sia frutto di un aggressione da parte di altri detenuti.
www.gonews.it, 18 aprile 2015
"Siamo pronti allo sciopero della fame collettivo". I detenuti dell'istituto penitenziario Mario Gozzini, dopo aver scritto una lettera aperta, si preparano a questa estrema azione qualora non ci siano risposte certe sul futuro del carcere, chiamato più comunemente Solliccianino.
I reclusi, nonché la direttrice dell'istituto, Margherita Michelini, temono che il trasferimento di 20 internati dall'Opg di Montelupo comporterà la chiusura definitiva di Solliccianino e il trasferimento dei reclusi a Sollicciano. A darne conto sono le parlamentari toscane di Sinistra Ecologia Libertà, sen. Alessia Petraglia e on. Marisa Nicchi che questa mattina hanno visitato l'istituto e incontrato la direttrice e tutti i reclusi, con i quali hanno parlato uno ad uno esprimendo forte preoccupazione.
"Solliccianino è un carcere modello dove i detenuti sono trattati come persone e non come numeri, dove hanno la possibilità di seguire corsi di formazione e dove molti sono inseriti in progetti lavorativi - hanno detto le parlamentari di Sel Nicchi e Petraglia - Il trasferimento degli internati dell'Opg non è compatibile con l'organizzazione di questo istituto e temiamo, come spiegato dai detenuti e dalla direttrice, che questo trasferimento possa coincidere con la chiusura definitiva del Gozzini come carcere a custodia attenuata". "L'esperienza di Solliccianino dovrebbe essere valorizzata ed estesa, non messa in discussione - hanno proseguito - Con il trasferimento dei pazienti dell'Opg al Gozzini siamo di fronte al fallimento della Regione Toscana, di cui chiediamo il commissariamento, perché gli internati, contrariamente alle indicazioni del Governo, saranno praticamente trasferiti in un altro carcere. E siamo profondamente colpite dall'atteggiamento della Ministra Leorenzin, che anziché esigere l'attuazione della legge da parte delle Regioni preferisce far finta di nulla, mentre l'Opg di Montelupo pare destinato a rimanere aperto fino alla fine dell'anno. Comprendiamo bene che il tema degli Opg e dei carcerati non sia così attraente in campagna elettorale - concludono - ma tanto dall'assessore Stefania Saccardi, quanto dal Presidente Rossi ci saremmo aspettati qualcosa di più del vergognoso silenzio che grava su questa vicenda".
Ristretti Orizzonti, 18 aprile 2015
Le sottoscritte associazioni di volontariato, operanti nel carcere di Sollicciano e al Gozzini (Solliccianino), intendono esprimere pubblicamente il loro pensiero sulla decisione della Regione Toscana di trasferire un gruppo di internati dell'Opg di Montelupo all'interno del Gozzini.
Questo Istituto è un carcere a sorveglianza attenuata - celle aperte tutto il giorno, ove è in atto da diversi anni un importante lavoro di recupero e di risocializzazione dei detenuti, organizzato dal personale educativo del carcere secondo un ricco ed efficace programma di attività culturali, sportive e lavorative, ad alcune delle quali collaborano anche nostri volontari. La decisione della Regione è destinata ad interrompere questa esperienza, considerata l'impossibilità di conciliare, in una medesima struttura, presenze così diverse, che richiedono gestioni completamente difformi.
La Legge 81 del 2014, che stabilisce la chiusura degli Opg, prevede l'inserimento degli internati psichiatrici in strutture (Rems) non più carcerarie, bensì a completa ed esclusiva gestione sanitaria, con servizi di sicurezza soltanto esterni.
Non riusciamo a capire come si possa pensare di trasferire internati dei vecchi Opg da un carcere ad un altro carcere, contravvenendo in tal modo alla lettera e allo spirito della Legge 81. Questo anche significa, a nostro parere, mancanza di rispetto per la dignità e i diritti delle persone svantaggiate, così dei detenuti del Gozzini come dei pazienti di Montelupo. Avevamo avuto notizia che erano state individuate altre soluzioni, a nostro parere del tutto appropriate, come, ad esempio, la struttura sanitaria dismessa di Villanova, sulla collina di Careggi. Ha prevalso evidentemente, su ogni altra, la preoccupazione securitaria, anche se è per noi difficile pensare che detta preoccupazione potesse riguardare la vicinanza dell'ospedale pediatrico Meyer.
Associazione Pantagruel, Associazione L'Altro Diritto, Associazione Volontariato Penitenziario, Coordinamento Chiese Evangeliche per le persone detenute, Associazione Il Muretto, Gruppo Carcere Comunità delle Piagge, Alessandro Santoro - volontario penitenziario.
Ansa, 18 aprile 2015
In due anni si è dimezzato il numero di detenuti al carcere di Brissogne, passando dai 281 di fine 2012 ai 134 di fine 2014 (122 ad oggi). Così il garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Enrico Formento Dojot. Criticità per "l'entità dei fondi trasferiti" con il passaggio delle competenze sanitarie dallo Stato alla Regione: "non garantisce la guardia medica 24 su 24, anche se con i fondi appositamente pervenuti questa copertura al momento c'è".
"Il sovraffollamento, risolto con le misure salva-carceri non è l'unico problema", ha precisato in conferenza stampa Enrico Formento Dojot. Restano da considerare "la qualità dell'igiene personale, delle celle, un migliore riscaldamento e la necessità di più spazi". A fine 2014, su 134 detenuti, 84 erano stranieri e 50 italiani, di cui 10 nati in Valle d'Aosta e 39 residenti nella regione. L'anno scorso sono stati 60 i casi trattati dal garante, rispetto ai 72 del 2013. Sono stati 5 i detenuti lavoranti ammessi al lavoro esterno, contro i 12 del 2013.
Due dei 10 detenuti coinvolti nel progetto del laboratorio di panificazione "Brutti e buoni", terminato nel novembre scorso, sono stati assunti a tempo parziale indeterminato nell'ambito della fase di avvio dell'impresa. I fatturati della lavanderia interna al carcere - che occupa sei detenuti tra "part time" e "full time" "sono in graduale aumento".
di Enrico Carta
La Nuova Sardegna, 18 aprile 2015
La cella di piazza Manno era diventata un inferno. La convivenza con gli altri detenuti era ormai impossibile e la vittima ha spiegato il perché in una precedente udienza, durante la quale aveva avuto parecchi tentennamenti. Per la pubblica accusa e per la parte civile quella titubanza era dettata dalla paura, per la difesa è invece l'elemento che dice che i reati contestati erano gonfiati.
Versioni diverse, sulle quali i giudici si esprimeranno nella prossima udienza fissata per il 25 giugno. Per ora i quattro imputati conoscono solo le richieste del pubblico ministero Rossella Spano che ha sollecitato le condanne a otto anni per Paolo Ungredda, 31 anni allora detenuto nel vecchio carcere oristanese per rapine e furti, Graziano Congiu 32 anni di Simala, allora detenuto per una rapina in una tabaccheria e ora accusato di essere l'autore dell'omicidio del commerciante ambulante Antonio Murranca, e per il sassarese di 26 anni Daniele Daga, allora detenuto a sua volta per rapina. Di un anno è invece la richiesta di condanna per il quarto imputato, Graziano Pinna, 42 anni di Borore ex detenuto per una rapina a Paulilatino. Per quest'ultimo l'accusa parlava solo di minacce, ma ben più gravi sono i reati contestati agli altri tra imputati chiamati a rispondere anche di abusi sessuali e lesioni commessi proprio all'interno del carcere di Piazza Manno.
Approfittando della soggezione e della debolezza che la vittima avrebbe avuto nei loro confronti, l'avrebbero costretta a spogliarsi e a subire delle lesioni nelle parti intime. Il pubblico ministero Rossella Spano e l'avvocato di parte civile Marco Martinez hanno parlato di mozziconi di sigarette spenti sulla nuda pelle, di docce con gavettoni di urina e di altre molestie. Sono tutti elementi contenuti nella denuncia, ma la precedente deposizione della vittima in aula è stato il punto forte delle arringhe difensive degli avvocati Lorenzo Soro, Aurelio Schintu e Gabriele Satta. Troppe le incertezze, troppi i passi indietro e le correzioni tanto che i difensori hanno ribadito al collegio composto dai giudici Francesco Mameli, Enrica Marson e Andrea Mereu che le accuse di abusi sessuali non avevano fondamento. In ogni caso si sarebbe trattato di episodi isolati che gli avvocati hanno anche qualificato come scherzi. Ma erano davvero tali?
di Fiorenza Sarzanini
Io Donna, 18 aprile 2015
Ogni giorno arrivano circa mille telefonate, una media di 30mila richieste mensili per un totale di prestazioni ambulatoriali che ogni anno superano il milione e 400 mila. Chiamano da tutta Italia, anche dall'estero, perché l'Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma è sicuramente un centro di eccellenza. Ma pochi sanno che tra gli addetti al Centro unico di prenotazione ci sono i detenuti del carcere di Rebibbia.
La convenzione è stata siglata quattro anni fa e da allora sette reclusi, da una stanza appositamente allestita nel penitenziario, si occupano di soddisfare le istanze dei cittadini. Il ruolo è delicato, la maggior parte delle persone che chiamano sono genitori di bambini malati e dunque è necessario avere nei loro confronti un atteggiamento "accogliente e comprensivo".
Non a caso il personale segue corsi particolari prima di essere impiegato e lo stesso fanno i detenuti che vogliono svolgere questa particolare mansione. Un servizio che evidentemente funziona bene visto che la convenzione è stata rinnovata per altri tre anni. Del resto è stato lo stesso Papa Francesco a scegliere il carcere di Rebibbia per festeggiare la Pasqua e officiare il rito della lavanda dei piedi. La riabilitazione di chi ha commesso reati anche gravi e ha cominciato un percorso di recupero passa certamente per la possibilità di imparare un mestiere e poi svolgere un lavoro. Ecco perché questo accordo viene ritenuto esemplare e si sta cercando di replicarlo anche in altre strutture.
Ansa, 18 aprile 2015
Il 25 Aprile, in occasione delle celebrazioni per il 70esimo Anniversario della Liberazione d'Italia, il Dipartimento Pari Opportunità e l'Unar (Ufficio antidiscriminazioni) hanno scelto di portare nel carcere di Regina Coeli a Roma lo spettacolo teatrale "Tante Facce nella Memoria" tratto dal libro di Alessandro Portelli "L'Ordine è già stato eseguito", in cui si racconta il drammatico eccidio delle Fosse Ardeatine.
"Questo carcere può essere considerato un monumento della lotta della Resistenza. Qui vennero infatti rinchiusi tanti italiani rei solo di aver dissentito con il regime nazifascista: tra gli altri Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, che rimasero detenuti per quasi un anno prima di riuscire a evadere insieme il 24 settembre 1944, scampando a una condanna a morte senza processo" spiega Giovanna Martelli, delegata del presidente del Consiglio per le Pari Opportunità, che ha voluto fortemente questa iniziativa.
"Abbiamo scelto di celebrare questa giornata in un luogo di privazione della libertà proprio perché crediamo che la memoria della Resistenza ci debba aiutare, oggi, ad avere maggiore consapevolezza rispetto a quella che è stata nel passato quella esperienza storica, che ha segnato profondamente la vita del nostro Paese, e quelle che possono essere le nuove forme di Resistenze della società contemporanea per il riconoscimento dei diritti. Penso soprattutto a quelle persone che vivono sulla loro pelle il peso della disuguaglianza e dell'esclusione sociale e per le quali la Liberazione deve rappresentare il valore della realizzazione di una prospettiva di pari diritti e pari dignità per tutti".
Lo spettacolo, a cura di Mia Benedetta e Francesca Comencini, ripercorre attraverso gli occhi di sei protagoniste femminili la grande tragedia in cui persero la vita 335 civili e militari italiani. Lunetta Savino, Mia Benedetta, Carlotta Natoli, Simonetta Solder, Chiara Tomarelli e Bianca Nappi metteranno in scena le voci di alcune delle donne che hanno attraversato come protagoniste femminili quei terribili giorni come parenti delle vittime, come partigiane, come testimoni, come figure di resistenza all'occupazione di Roma.
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