di Mauro Calise
Il Mattino, 26 gennaio 2015
Lo scontro frontale col governo, all'inaugurazione dell'anno giudiziario, colpisce ma non sorprende. Colpisce per i toni durissimi, talora addirittura sprezzanti, che non dovrebbero fare parte del repertorio istituzionale in una occasione ufficiale. Ma, ormai, in Italia siamo abituati a vivere sopra le righe.
di Cosimo Maria Ferri (Sottosegretario alla Giustizia)
Il Tempo, 26 gennaio 2015
L'apertura dell'anno giudiziario è da sempre l'occasione per parlare di giustizia e analizzare i risultati raggiunti e le criticità emerse e anche se non fa notizia in alcuni distretti è stato dato atto dello sforzo e della spinta riformatrice del governo e del coraggio nell'affrontare questioni da anni irrisolte. Va anche detto che negli anni alle condizioni di lavoro dei magistrati e al funzionamento effettivo degli uffici sono stati anteposti spesso argomenti di natura ideologica sia dallapoliti-ca che dall'Anm.
I cittadini oggi avvertono un problema complessivo di efficienza del sistema giustizia. Evidenziando ciò, il premier Matteo Renzi non cercava lo scontro coni magistrati ma intercettava il senso comune dei cittadini, che vedono tempi troppo lunghi per avere giustizia. Ed è proprio nei magistrati italiani - secondo le classifiche Ue (vedi rapporto Cepej) tra i più "produttivi" d'Europa - che occorre ricercare l'alleato strategico per la sfida di una giustizia che cammini alla giusta velocità: né troppo rapida e sommaria, né troppo lenta e tardiva.
I magistrati già oggi sacrificano ore di riposo, fine settimana, vacanze, per scrivere sentenze, senza avere diritto a recuperi compensativi. Si può chiedere loro un ulteriore sacrificio, tagliare le ferie, ma i trenta giorni di riposo devono essere effettivi. Il Csm può evitare che nei giorni immediatamente precedenti e successivi alle ferie non vi siano udienze, così da evitare che le vacanze siano spese a scrivere sentenze.
E ancora: oggi tutti i lavoratori hanno diritto a essere retribuiti durante la malattia, per i magistrati non è cosi. Chi si ammala perde l'indennità giudiziaria. Si potrebbe quindi riconoscere la malattia evitando il taglio dell'indennità. C'è insomma da scrivere una nuova pagi-na per una giustizia di qualità e il governo lo sta facendo con serietà. Altro tema è poi quello del correntismo che è innegabile che esista dentro la magistratura e che abbia un peso nelle decisioni del Csm. Su questo da anni anche all'interno dell'Anm ho sempre chiesto di fare autocritica: nessuno si può chiamare fuori. L'indipendenza interna è un valore che deve essere salvaguardato e se non riesce a farlo da sola la magistratura, è inevitabile ce lo faccia la politica: ciascun magistrato deve sempre sentirsi libero di decidere senza preoccuparsi di dispiacere il collega che potrebbe giudicarlo nella sua carriera.
di Marco Galluzzo
Corriere della Sera, 26 gennaio 2015
Loro lo accusano di averli trattati come degli scansafatiche, senza rispetto istituzionale, addossando alla categoria i guai della giustizia. Lui ieri ha preso carta e penna e replicato agli attacchi ricevuti il giorno prima, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario: le contestazioni sono bollate dal premier come "ridicole", così come la questione delle ferie ridotte dal governo, "non vogliamo far "crepare di lavoro" nessuno, ma vogliamo un sistema della giustizia più veloce e più semplice, passo dopo passo ci arriveremo".
Matteo Renzi risponde a tutte le critiche ricevute, in modo esplicito, difendendo le recenti misure approvate dall'esecutivo, come il taglio delle ferie di 15 giorni: "Alcuni magistrati - scrive di prima mattina il presidente del Consiglio su Facebook - sfruttano iniziative istituzionali per polemizzare con il governo, mi dispiace molto, perché penso che la grande maggioranza dei giudici italiani siano persone per bene, che dedicano la vita a un grande ideale e lo fanno con passione. Ma trovo ridicolo - e lo dico, senza giri di parole - che se hai un mese e mezzo di ferie e ti viene chiesto di rinunciare a qualche giorno, la reazione sia, il premier ci vuol "far crepare (scritto in maiuscolo ndr) di lavoro".
Nella risposta del premier ai magistrati, che minacciano ricorsi alla magistratura amministrativa contro il recente provvedimento di Palazzo Chigi, c'è anche un'analisi dello stato dell'ordinamento giudiziario: "Bisogna valorizzare i giudici bravi, dicendo basta allo strapotere delle correnti che oggi sono più forti in magistratura che non nei partiti", scrive Renzi, aggiungendo che "l'Italia è la patria del Diritto prima che la patria delle ferie, merita un sistema migliore", anche per "la memoria dei magistrati che sono morti uccisi dal terrorismo o dalla mafia che ci impone di essere seri e rigorosi".
Nel replicare ai magistrati il capo del governo dice di sfidare anche un luogo comune: "A chi mi dice: ma sei matto a dire questa cose? Non hai paura delle vendette? Rispondo dicendo che in Italia nessun cittadino onesto deve avere paura dei magistrati. E i nostri giudici - aggiunge - devono sapere che il governo (nel rispetto dell'indipendenza della magistratura) è pronto a dare una mano. Noi ci siamo".
Alle parole del premier ha risposto l'Associazione nazionale magistrati, dopo poche ore, dicendo che "il problema non sono i magistrati, ma le promesse mancate, la timidezza in materia di prescrizione e corruzione, la proposta, alla vigilia di Natale, di depenalizzare l'evasione fiscale fino al 3%. Le critiche che vengono dai magistrati - si legge ancora nel comunicato dell'Anm, il "sindacato" delle toghe - sono dettate dalla delusione: noi riponevamo e vorremmo riporre fiducia nella volontà di fare le buone riforme, ma chiediamo coerenza tra parole e fatti.
Renzi vuole un sistema più veloce e più semplice? Blocchi la prescrizione almeno dopo la sentenza di primo grado, introduca sconti di pena ai corrotti che collaborano con la giustizia, estenda alla corruzione gli strumenti della lotta alla mafia". Ma non solo, è anche di "cattivo gusto" la citazione dei magistrati uccisi. "Le critiche delle ultime ore sono ingenerose", interviene in serata il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, "dispiace che l'Anm non colga il passaggio attuale per recuperare obiettività. Le nostre riforme non sono contro la magistratura, ma contro la paralisi che dura da troppi anni".
di Luca De Carolis
Il Fatto Quotidiano
L'avevano criticato, ancora, per quella riforma della giustizia che ignora l'emergenza prescrizione ma recide le ferie dei magistrati. E il fu rottamatore ha risposto con la milionesima mitragliata di accuse (offese?): "L'Italia è la patria del diritto, non delle ferie. La memoria dei magistrati uccisi dal terrorismo o dalla mafia ci impone di essere seri e rigorosi".
A sostegno del premier, tante voci di Forza Italia. In profonda sintonia, specialmente quando c'è da picchiare sui giudici. Nella graduatoria renziana dei presunti "gufi" i magistrati restano ai primissimi posti. E allora, ecco che la domenica del premier diventa quella del post su Facebook contro le toghe. La miccia, il discorso di sabato scorso del procuratore generale di Torino, Marcello Maddalena, per l'inaugura - zione dell'anno giudiziario: "Pensavo che una delle prime riforme del governo Renzi sarebbe stata quella della prescrizione, e invece è stata quella che ha brutalmente ridotto le ferie dei magistrati". Postilla letteraria: "Il premier è come quel personaggio di Orwell secondo cui il grande rimedio ai problemi era far lavorare tutti fino a farli crepare di fatica". Ieri mattina, l'acuminata replica di Renzi.
"Oggi di nuovo le contestazioni di alcuni magistrati che sfruttano iniziative istituzionali (anno giudiziario) per polemizzare contro il governo" si lamenta subito. Poi mette la gamba: "Ridicolo dire che vogliamo far crepare di lavoro i giudici, noi desideriamo solo sentenze rapide, giuste. Vogliamo che i colpevoli di tangenti paghino davvero e finalmente con il carcere ma servono le sentenze, non le indiscrezioni sui giornali.
Un Paese civile deve avere una sistema veloce, giusto, imparziale". Il premier ritorna poi su un vecchio tasto: "Bisogna valorizzare i giudici bravi, dicendo basta allo strapotere delle correnti che oggi sono più forti in magistratura che non nei partiti". E gioca di ambiguità: "A chi mi dice "ma sei matto a dire queste cose? Non hai paura delle vendette?" rispondo dicendo che in Italia nessun cittadino onesto deve avere paura dei magistrati".
Infine, chiosa classicamente renziana: "Vogliamo un sistema della giustizia più veloce e semplice. E, polemiche o non polemiche, passo dopo passo, ci arriveremo". Nessun cenno al taglio dei tempi della prescrizione. Non così urgente, nello spartito del rottamatore che ai "gufi" togati ribadisce che decide lui, e chi non ci sta si arrangi.
Ma la partita dialettica non può ovviamente finire così. L'Associazione nazionale magistrati contrattacca, partendo dalla forma: "Non si può non trovare di cattivo gusto il richiamo ai magistrati uccisi". Quindi, la sostanza: "Il problema non sono i magistrati ma le promesse mancate, la timidezza in materia di prescrizione e corruzione, la proposta, alla vigilia di Natale, di depenalizzare l'evasione fiscale fino al 3 per cento".
Quanto alle correnti, "riaffermiamo il valore delle diverse sensibilità che costituiscono una risorsa dell'associazionismo". Interviene anche Magistratura democratica, che critica le distanze da Maddalena ("Su ferie assist a Renzi e goal"), ma punge anche il premier: "A che punto è la riforma della prescrizione?". Nella battaglia delle agenzie si schiera pure la Cgil, naturalmente contro il segretario del Pd: "Il grido di allarme lanciato da molti procuratori nell'apertura dell'anno giudiziario non può essere rubricato a una banale diatriba sulle ferie dei magistrati, grave la sottovalutazione del governo".
Ma Renzi non è solo. A soccorrerlo, una lunga teoria di forzisti, tanto per ribadire che il Nazareno prospera. Si va da Daniela Santanché ("L'Anm parla con lo stesso linguaggio di Magistratura democratica e gli sfugge un particolare non da poco: non è un partito") a Lucio Malan: "L'atteggiamento dell'Anm non serve a nulla, se non a riprodurre lo scontro con la politica". In serata, parla il ministro della Giustizia, Andrea Orlando: "Le critiche delle ultime ore al progetto di riforma sono ingenerose, andremo avanti perché le troppe polemiche di questi anni hanno determinato una paralisi e nuociuto gravemente al sistema".
di Alessandro Barbera
La Stampa, 26 gennaio 2015
Secondo il costituzionalista Stefano Ceccanti le toghe hanno supplito alla politica durante il terrorismo e Mani Pulite, ma adesso va recuperato l'equilibrio tra le istituzioni.
Professor Ceccanti, i rapporti fra politica e magistratura sono ai minimi termini. Siamo di fronte ad un corto circuito istituzionale?
"Non c'è dubbio. E il punto di massima frizione ha a che vedere con l'indagine sui presunti rapporti Stato-mafia. Non tanto per il fatto di aver chiamato a deporre il presidente della Repubblica, ma per quanto accaduto prima".
Ovvero?
"Ad un certo punto la Procura di Palermo decise che le telefonate erano utilizzabili perché - questa la tesi - essa stessa aveva il potere di decidere quando il presidente agiva o meno all'interno delle sue funzioni, interpretate unilateralmente in senso restrittivo: di fatto lo stravolgimento del dettato costituzionale".
C'è stato un accanimento nei confronti di Napolitano?
"Nulla accade per caso. Una parte della magistratura aveva individuato in lui la massima autorità politica in carica. E in effetti è quel che è accaduto fra il 2011 e il 2012, quando Napolitano fu costretto dagli eventi a ricoprire quel ruolo. Quando c'è una maggioranza che funziona, gli attacchi della magistratura sono rivolti al governo. Oggi c'è un presidente del Consiglio che vuole riportare l'equilibrio fra i poteri dello Stato alla sua fisiologia e un pezzo della magistratura si oppone".
A cosa dobbiamo il cortocircuito?
"C'è una corrente di pensiero - lo chiamerei di populismo giudiziario - per cui l'interprete vero del corpo elettorale, e più in generale della Costituzione, è la magistratura".
La genesi dello scontro è nel potere di supplenza iniziato nel 1992?
"Dal Dopoguerra sono due i periodi di supplenza della magistratura verso la politica: negli anni del terrorismo e con Mani pulite. Ora si cerca di farla vivere al di là delle ragioni obiettive di quei periodi. Se posso aggiungere, vedo nei miei colleghi costituzionalisti una certa timidezza nel denunciarlo: sta a loro difendere la logica dell'equilibrio tra i poteri".
Come se ne esce?
"Approvando la riforma istituzionale ed elettorale. Ma non una riforma qualsiasi, bensì una capace di assicurare governi di legislatura".
Il fatto che Renzi non sia stato eletto direttamente è un problema? Per essere coerenti con quel che dice bisognerebbe votare.
"È il primo leader dai tempi di De Gasperi ad avere insieme, e in modo non episodico, il ruolo di capo del governo e del partito di maggioranza. In passato è successo solo, per piccole parentesi, a De Mita e Fanfani".
Secondo alcuni la soluzione è la riforma della Giustizia.
"Non facciamo confusione. Quella serve a far funzionare meglio un servizio per i cittadini: oggi costa molto e funziona male. L'equilibrio tra i poteri lo realizzano l'Italicum e la riforma costituzionale. Sulla riforma della Giustizia c'è un veto corporativo della stessa magistratura, sulle riforme istituzionali obiezioni contrarie a trovare il giusto equilibrio fra i poteri".
di Luca Fazzo
Il Giornale, 26 gennaio 2015
Dalla presidente del Tribunale Livia Pomodoro l'unico atto d'accusa a una categoria che attacca politica e sentenze. Quando Giovanni Canzio, presidente della Corte d'appello, prima di dichiarare aperto l'anno giudiziario le dedica un lungo ringraziamento, Livia Pomodoro si alza, visibilmente commossa, mentre i magistrati applaudono.
Per lei, che il 21 aprile andrà in pensione, è l'ultima cerimonia. E coglie l'occasione per strigliare con franchezza i colleghi che sta per lasciare. Nel messaggio con cui accompagna il bilancio del tribunale che ha presieduto per sette anni, manda ai magistrati, "anche ai loro più illustri rappresentanti", un invito chiaro: fatevi giudicare, come chiunque, perché la giustizia è un pezzo della società e alla società deve rendere conto.
"Ancora oggi purtroppo prevale la convinzione che solo la Giustizia può valutare la Giustizia, come se il nostro mondo fosse scevro da corporativismi ed opportunismi, come se fossimo gli unici esenti dalla necessità di attivare forme di valutazione esterne, perché i magistrati sono in grado di svolgere qualsiasi lavoro e qualsiasi ruolo compreso quello di valutare se stessi. Una idea di autosufficienza foriera di gravi danni per la giustizia italiana".
Livia Pomodoro si augura che nel nuovo anno i giudici, grazie anche al ricambio generazionale, sappiano "abbandonare definitivamente alle nostre spalle tradizioni e comportamenti finalizzati solo alla salvaguardia delle proprie rendite di posizione".
Se i magistrati milanesi sapranno cogliere l'appello, lo si vedrà nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Di certo, quello che viene annunciato ieri nel corso della cerimonia a Palazzo di giustizia è un impegno del governo che - se verrà messo in pratica - toglierà di mezzo uno degli alibi più ricorrenti per l'inefficienza della giustizia milanese, per i "fallimenti e le criticità" di cui parla la Pomodoro, ovvero l'assenza di risorse, la carenza di giudici: il viceministro della Giustizia, Enrico Costa, annuncia che entro l'Expo arriveranno in città 37 nuovi magistrati, sparsi tra procure e uffici giudicanti. Anche se in platea qualcuno brontola e si mostra insoddisfatto, non è un impegno da poco, perché equivale all'intero organico di un tribunale minore.
Basterà a risolvere i "fallimenti e le criticità"? Dovrebbe. Anche perché la tendenza complessiva, stando alle statistiche contenute nella relazione di Canzio, è già oggi ad un progressivo miglioramento, tanto che i ricorsi per la "irragionevole durata dei processi" a Milano sono stati solo cinquanta. Nella giustizia civile, la grande malata del sistema, in un anno le cause arretrate sono scese del 15 per cento, e la durata media di un processo è scesa a due anni e quattro mesi, che salgono a due anni e mezzo per le cause di lavoro.
E questo nonostante che la domanda di giustizia continui a crescere soprattutto in alcuni settori: sono sempre di più i milanesi che si separano (il 13,8 in più dello scorso anno) e che divorzino (più 12,50), e una vera impennata, che andrebbe investigata, sono le liti sui brevetti (più 73,8 per cento). E anche nel settore penale la cura di efficienza imposta da Canzio, sfidando qualche mugugno, sembra avere dato i suoi frutti: nel 2014 la Corte d'appello ha chiuso 9.297 processi, con un aumento addirittura del 26 per cento rispetto a due anni fa. All'interno di questo dato emerge con chiarezza qual è il vero reato "boom" di questi anni: lo stalking. Un po' perché è un reato introdotto da poco, un po' perché i casi aumentano, un po' perché cresce la tendenza a sporgere denuncia: sta di fatto che la Corte d'appello ha emesso l'anno scorso ben 171 sentenze in processi per "atti persecutori", il 76,29 per cento più del 2013.
Certo, dai giudici ci si aspetta non solo che lavorino tanto ma anche che lavorino bene, cioè che - nei limiti del possibile - emettano la sentenza giusta. Anche su questo punto Canzio sembra soddisfatto del bilancio: la Cassazione ha annullato il 16,9 per cento delle sentenze penali milanesi contro cui gli imputati o la procura avevano fatto ricorso. É un tasso che al comune cittadino può sembrare abbastanza alto, ma che la relazione considera fisiologico, e comunque in miglioramento rispetto agli anni passati.
In miglioramento risulta anche il punto d'approdo finale della giustizia penale, cioè la situazione nelle carceri di Milano e del suo distretto. Complessivamente, alla fine del 2014 vi erano detenuti 6.192 detenuti, quasi settecento in meno di un anno prima. Rimangono situazioni gravi di sovraffollamento, in particolare nelle prigioni di Como, Lodi, Vigevano, Busto Arsizio e San Vittore, ma in altre strutture, grazie ai provvedimenti "svuotacarceri" del governo e all'apertura di nuovi reparti, ci si sta avvicinando a garantire gli spazi vitali cui i detenuti hanno diritto.
Il Messaggero, 26 gennaio 2015
Ilaria Cucchi annuncia l'apertura di una nuova inchiesta per la morte del fratello Stefano, dicendosi però delusa per la decisione della Procura di procedere per il reato di lesioni lievi. "Questa accusa, di fronte alle immagini del corpo martoriato di mio fratello - spiega, credo che sia l'ennesima presa in giro e ulteriore mancanza di rispetto che ha la giustizia nei confronti di mio fratello". "Il procuratore capo ci aveva promesso che avrebbe fatto nuove indagini - sottolinea Ilaria, pronta a chiedere un nuovo incontro a piazzale Clodio. Se le nuove indagini che vuole fare sono queste io e i miei genitori ce ne resteremo a casa". Replica Pigliatone: "Non ho preso alcuna decisione".
Ilaria Cucchi si dice amareggiata: "Questa accusa, di fronte alle immagini del corpo martoriato di mio fratello - ha spiegato in un'intervista al Tg1 - credo che sia l'ennesima presa in giro e ulteriore mancanza di rispetto che ha la giustizia nei confronti di mio fratello". "Il procuratore capo ci aveva promesso che avrebbe fatto nuove indagini" ha sottolineato Ilaria, pronta a chiedere un nuovo incontro a piazzale Clodio. "Se le nuove, indagini che vuole fare sono queste io e i miei genitori ce ne resteremo a casa, ci risparmieremo altra sofferenza inutile. Ad ottobre la morte di mio fratello andrà in prescrizione. Evidentemente mio fratello non contava nulla, questa ne è l'ultima dimostrazione". Durante l'intervista è stato mostrato anche il filmato con le dichiarazioni del detenuto che ha visto Stefano Cucchi prima di morire.
"Ho sentito dei rumori, qualcuno che dava calci e qualcuno che cadeva e piangeva", spiega nel video parlando anche del coinvolgimento di una guardia. "Non ho preso alcuna decisione in merito alla riapertura di indagini sulla morte di Stefano Cucchi". Lo afferma il procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone con riferimento a quanto dichiarato da Ilaria Cucchi. "Sto completando - ha aggiunto - la rilettura degli atti e lo studio delle motivazioni della Corte d'Assise d'Appello".
Ristretti Orizzonti, 26 gennaio 2015
L'articolo "Tre evasioni e tre tentati suicidi, all'Ipm del Pratello l'emergenza continua", di Gianluca Rotondi, tratto dal Corriere della Sera e riportato nel "Notiziario quotidiano" di Ristretti Orizzonti del 24 c.m. "Non corrisponde al vero in quanto i fatti riportati fanno riferimento ad eventi accaduti nell'anno 2011. Attualmente la situazione all'interno dell'Istituto è normalizzata e non presenta situazioni critiche di rilievo".
Questo precisa il Dipartimento Giustizia Minorile - Istituto Penale Minorenni "Pietro Siciliani" di Bologna, con una nota del Direttore Alfonso Paggiarino.
www.liguriaoggi.it, 26 gennaio 2015
Maxi rissa tra detenuti al carcere di Marassi. A denunciarlo il Sappe, il Sindacato dei lavoratori della polizia penitenziaria. Un gruppo di detenuti di origine albanese ed uno di origini latino-americane ha ingaggiata una furibonda lite senza esclusione di colpi.
Gli agenti di guardia hanno faticato non poco a riportare la situazione sotto controllo e due detenuti sono stati trasportati in ospedale per le ferite riportate. Hanno tagli su varie parti del corpo provocati con rudimentali armi che i carcerati si procurano chissà come o che fabbricano con mezzi di fortuna. Solo pochi giorni fa il suicidio in carcere, a Sanremo, del detenuto Bartolomeo Gagliano e oggi la rissa.
Il segretario del Sappe - sindacato autonomo della Polizia Penitenziaria - Michele Lorenzo evidenzia che Marassi a fronte di una capienza ottimale di 550 detenuti, ne "ospita" ben 705 dei quali 386, pari al 55%, sono stranieri e la Polizia Penitenziaria accusa una carenza che supera le 110 unità. Secondo il Sappe l'Italia dovrebbe rimandare i detenuti stranieri nei Paesi di provenienza e dovrebbe sottoscrivere specifici accordi.
"L'evento odierno - continua il Sappe - avrebbe potuto avere serie conseguenza in quanto al momento della maxi rissa erano presenti nel cortile passeggi quasi 200 detenuti e l'organico della Polizia Penitenziaria vedeva poche unità presenti. Comunque il loro intervento è stato tempestivo e provvidenziale per aver evitato il peggio in quanto i "rissosi" alla vista dei poliziotti hanno subito interrotto la guerriglia".
Il Sappe denuncia l'assenza di validi strumenti a disposizione della Polizia Penitenziaria, come ad esempio l'utilizzo di spray urticante, ma anche metal detector efficienti per il controllo dei detenuti. "È indispensabile - conclude Lorenzo - assicurare la sicurezza negli istituti della Liguria, e non sono bastati i circa 1.000 eventi critici che hanno segnato la Liguria nel 2014 per convincere la nostra Amministrazione ad abbandonare vecchi progetti come la sorveglianza dinamica che non può più essere applicata in un sistema penitenziario contrassegnato da continui episodi che ne mettono in discussione la validità. Attendiamo, fiduciosi, un intervento dei politici liguri sulle criticità delle carceri della Regione da noi più volte rappresentate".
di Maria Teresa Giglio
La Sicilia, 26 gennaio 2015
Colpevole di aver segnalato alla direzione i comportamenti poco consoni al regime restrittivo cui è sottoposto. Di questo, un detenuto, ha ritenuto responsabile una delle guardie penitenziarie che lavorano a Cavadonna. E per questo era determinato a "punirlo". Con l'unico sistema che lui conosce: la violenza.
E così ha atteso il momento più opportuno per agire. L'occasione si è presentata quando a quell'agente penitenziario è spettato accompagnarlo dalla cella fino al cortile del carcere. Giunti in uno dei corridoi che danno accesso al cortile, dove non c'era nessuno, il detenuto ha aggredito il "accompagnatore", afferrandolo al collo.
La guardia si è naturalmente difesa: il trambusto della colluttazione ha attirato altro personale di sicurezza del carcere, i quali hanno bloccato il detenuto rendendolo inoffensivo. L'agente penitenziario ha riportato contusioni e ferite giudicate guaribili in 20 giorni.
Per il detenuto è scattata una nuova disposizione disciplinare, in aggiunto a quella che era stata disposta nei suoi confronti proprio per la segnalazione alla direzione alla base dell'aggressione. Il recluso, peraltro, è un detenuto sottoposto già a regime di alta sicurezza, motivo per il quale anche per raggiungere il cortile per l'ora d'aria, deve essere scortato.
Ovvio che la vicenda abbia, ancora una volta, riacceso i riflettori sulla situazione generale all'interno della casa circondariale di Cavadonna, dove il rapporto tra detenuto e personale di sorveglianza, è sempre più impari. E a nulla sono valse finora le richieste avanzate al Dipartimento penitenziario.
Come sottolinea il vicesegretario regionale del Sinappe, Salvatore Alota. "Se già ora la situazione è così difficile, per non dire altro, figuriamoci come sarà non appena sarà aperto il nuovo padiglione che inevitabilmente comporterà un ulteriore divisione del già carente personale".
Le paventate crescenti difficoltà nel garantire la sicurezza all'interno della struttura di reclusione sono state giù oggetto di segnalazioni al Dipartimento penitenziario da parte del Sinappe. Segnalazioni più che datate, e finora senza alcuna riposta, come precisa ancora Alota.
Ma una nota positiva c'è: "Il personale della casa circondariale di Siracusa può tirare un sospiro di sollievo. Quegli agenti i quali, a causa di inspiegabili ritardi, non si erano visti recapitare in busta paga gli emolumenti accessori relativi alle attività lavorative svolte durante il mese di settembre.
Della vicenda - prosegue il vicesegretario regionale - se n'era presa carico il Sinappe. Ascoltate le preoccupazioni degli agenti, e valutata l'anomalia, il sindacato ha alzato la voce, intimando all'amministrazione di fare chiarezza. Ed è di oggi l'importante passo in avanti, preludio di un rapido epilogo: l'Ufficio del trattamento economico ha dichiarato che ci sarà un "flusso straordinario" per rimediare al disguido avvenuto in busta paga". Stando alla circolare, le somme mancanti dovrebbero essere accreditate nell'arco della prossima settimana o al massimo entro febbraio.
"Siamo riusciti a salvaguardare i diritti dei poliziotti", è il commento a caldo del rappresentante della polizia penitenziaria. Che aggiunge: "Ci auguriamo in futuro di raggiungere sempre risultati che diano riposte adeguate alle aspettative di una categoria di lavoratori che si distingue sempre e comunque per impegno e professionalità".
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