di Mena Trotta
liberopensiero.eu, 9 giugno 2019
Le mura della sala incontri della casa circondariale di Salerno sono estremamente colorate. La danza di Henri Matisse, riprodotta da alcuni ragazzi del liceo artistico Sabatini-Menna di Salerno nel 1997, ricopre ben due pareti. Quella stanza, così colorata, sembra avere la presunzione di cancellare in un attimo il grigiume del contorno. Oggigiorno si parla del mondo dietro le sbarre come di una realtà lontana, esterna, come la più facile esemplificazione della libertà negata. I prigionieri: esseri retrocessi, hanno sbagliato, devono pagare e vanno puniti, tutto qui.
di Milena Gabanelli e Luigi Offeddu
Corriere della Sera, 9 giugno 2019
Lo dicono i magistrati: la nuova legge sulla legittima difesa "potrebbe essere applicata" per la prima volta nel caso di Marcellino Jachi Bovin, 67 anni, tabaccaio di Pavone Canavese, alle porte di Ivrea. Indagato per eccesso colposo di legittima difesa, venerdì notte ha ucciso a colpi di pistola Ion Stavila, 24 anni, cittadino moldavo incensurato che aveva forzato il suo negozio insieme con due complici. Verrà interrogato nei prossimi giorni alla presenza del suo avvocato. "Ha tutta la mia solidarietà - ha detto il ministro Salvini.
Mi auguro che la nuova legge riconosca che questo 67enne ha fatto quello che è stato costretto a fare. Il ladro, se avesse fatto un altro mestiere, a quest'ora sarebbe a casa sua. Ne abbiamo le palle piene, la gente ha diritto di difendersi, sono orgoglioso di questa legge".
"Questa legge" è nata da una percezione di insicurezza. Anche se in Italia diminuiscono i crimini: lo si sa da 10 anni, e continua ad accadere con diversi governi. Stando ai numeri siamo diventati uno dei Paesi più sicuri dell'Unione Europea. Omicidi volontari, quasi dimezzati: 611 denunciati nel 2008, 368 nel 2017. Rapine: 45.857 denunciate nel 2008, 30.564 nel 2017, un calo del 33,3%. Ad incidere di più sulla sfera personale sono i furti in casa, perché diffondono insicurezza: meno l'8,5%, nel 2017 rispetto al 2016.
Come si influenza la percezione - Eppure cresce la paura, reale o favorita da politica e media: nel 2017 il tema "criminalità" è comparso nel 17,2% dei programmi della principale Tv francese, nel 26,3% di quella britannica, nel 18,2% di quella tedesca e nel 36,4% dei 5 principali telegiornali italiani. Il 78% degli intervistati in un'indagine degli stessi mesi ritiene che la criminalità in Italia sia cresciuta rispetto a cinque anni prima. Questa opinione si concentra al 91% fra gli elettori della Lega. E il 39% della popolazione (nel 2015 era il 26%) chiede che sia più facile acquistare un'arma per difesa personale.
La parola "sempre" ha cambiato la legge - Così, a marzo, sono stati riformati alcuni articoli del codice penale. L'articolo 52 diceva e dice: "Difesa legittima. Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa".
In soldoni: non puoi sparare a un ladro che fugge. La norma prosegue: "se il derubato si trova a casa sua o in altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi" (cortile, garage, ndr), o in "ogni altro luogo ove venga esercitata un'attività commerciale, professionale o imprenditoriale", allora "sussiste sempre il rapporto di proporzione". Quel "sempre" prima non c'era. Tradotto: se uccidi qualcuno che ti minaccia entrando nella tua proprietà, la proporzione fra difesa e offesa è data in partenza per scontata.
Sul punto risponde il sottosegretario all'Interno Nicola Molteni: "Aver aggiunto l'avverbio "sempre" ha rafforzato un principio. Non togliamo potere al giudice, ma stabiliamo che all'interno del domicilio e alle condizioni previste dalla Costituzione, mi posso difendere perché la proporzionalità sussiste "sempre", e di conseguenza la legittima difesa". Sta di fatto che se fino a ieri al giudice restava un margine di valutazione, da oggi sarà molto ristretto, a meno che il giudice non ponga appunto un problema di costituzionalità.
Una legge giustificata? - La nuova legge è nata da un'emergenza giudiziaria? Dai numeri, si direbbe di no. Per questi fatti, nel 2017, risultavano in corso nei tribunali 26 processi. Di questi, in 14 casi si procede per "legittima difesa" (vuol dire che si avvieranno all'archiviazione), mentre negli altri 12 (da oggi 13, con il caso di Pavone Canavese) per "eccesso colposo di legittima difesa", ovvero i giudici devono valutare se l'imputato ha esagerato.
Per magistrati e penalisti la legge è "inutile e pericolosa", anche perché l'inviolabilità della proprietà privata può contrastare con il diritto alla vita - anche quella del ladro - sancito dall'articolo 2 della Costituzione. Per il Sottosegretario Molteni invece il problema non si pone: "A nostro avviso non c'è nessun contrasto. L'intenzione del legislatore è stata quella di formulare una riforma costituzionalmente orientata. Il nuovo quarto comma specifica, senza ulteriori dubbi, una condotta che riteniamo non possa ricadere nell'eccesso colposo". Si va forse verso una "legittima offesa", piuttosto che difesa.
Come funziona negli Usa e d Europa - In alcuni Stati americani, vige il principio "stand your ground", proteggi il tuo territorio: se aggredito ovunque, puoi uccidere. E ancor più se sei a casa tua ("castle doctrine", "dottrina del castello"). In altri, prevale il "duty to retreat", il dovere di cercare prima una via di fuga.
In Francia, la legittima difesa è riconosciuta solo se "necessaria, come unico modo di proteggersi". In Gran Bretagna la legge consente di usare anche "una forza sproporzionata" per respingere un'intrusione domiciliare. Ma bisogna provare di aver fatto ciò che "onestamente e istintivamente" si giudicava "necessario". In Germania, non è imputabile chi reagisce violentemente a una minaccia "che non possa essere altrimenti sventata".
Soprattutto se l'aggredito ha agito in preda "a confusione, paura o terrore". Anche la nuova legge italiana (art. 55, eccesso colposo) prevede la non punibilità nel caso di un "grave turbamento". Ma qui è intervenuto il presidente Mattarella: il "grave turbamento" deve essere "effettivamente determinato dalla concreta situazione in cui si manifesta". Ci vuole cioè una verifica oggettiva: non può essere solo chi ha premuto il grilletto a testimoniare per se stesso.
Ricaduta sulla vendita di armi - La nuova legge farà aumentare il numero delle armi da fuoco che circolano in Italia? Nel 2017, 1.398.920 licenze di porto d'armi sono state registrate a nome di civili, più 13,8% rispetto al 2016. Le licenze per caccia sono 738.602. In grande crescita quelle per il tiro al volo e al piattello: più 21,1% nel 2016-2017. Sono meno costose e più facili da ottenere, ma ugualmente efficienti (ne usò una Luca Traini, lo sparatore razzista di Macerata). In totale sono 584.978, ma circa 200.000 italiani, dal 2014, hanno messo piede in un poligono. Calano invece le armi per difesa personale: meno 4,8%, forse per le difficoltà burocratiche.
I rischi dell'arma in casa - Secondo l'Osservatorio Internazionale "GunPolicy.Org", nel 2017 i privati italiani possedevano 8.007.920 armi da fuoco, un milione in più rispetto a 10 anni prima. Ma 6.609.000 erano le armi non registrate. Se si considera che una famiglia media è composta da 2,3 persone, calcola il Censis, 4,5 milioni di italiani fra cui oltre 700.000 minori hanno un'arma a portata di mano. In Italia, ci sono 12 armi da fuoco ogni 100 abitanti, negli Usa 88. Dice ancora il Censis: se avessimo le stesse regole permissive americane, le famiglie italiane con armi in casa "potrebbero lievitare fino a 10,9 milioni e i cittadini complessivamente esposti al rischio di uccidere o di rimanere vittima di un omicidio sarebbero 25 milioni".
Decreto sicurezza bis - In questo clima "scaldato" dal fatto di cronaca legato al furto del tabaccaio, sono in arrivo le norme del decreto sicurezza bis che riguardano altri temi: migranti e ordine pubblico interno. È annunciato per il Consiglio dei ministri di martedì.
Le bozze sono provvisorie: trasferimento della competenza sul controllo delle acque territoriali dal ministero dei Trasporti a quello degli Interni. Obiettivo: vietare transito e porti alle navi delle Ong. Sul tavolo le multe, calcolate in base al numero dei migranti, e la sospensione della licenza per le navi commerciali italiane che li soccorrono in acque internazionali. Si tratta anche su certe norme per l'ordine pubblico, come quella di trasformare le contravvenzioni in reati nei casi di resistenza a pubblico ufficiale durante i sit-in. La paura fa novanta.
di Gemma Brandi e Mario Iannucci
personaedanno.it, 9 giugno 2019
Secondo Ristretti Orizzonti, dal 1997 ad oggi sono 144 i poliziotti penitenziari che si sono tolti la vita (12 suicidi all'anno di media). Tre si sono suicidati dall'inizio del 2019. Il loro numero è di certo minore rispetto a quello dei suicidi dei detenuti: 1.063 solo dal 2000 ad oggi.
Considerando comunque che i poliziotti penitenziari sono 46.411 e che, almeno rifacendosi ai dati del 2015, in Italia si suicidano in un anno 6,5 persone ogni 100.000 (3,0 ogni 46.411), risulta chiaramente che, fra i poliziotti penitenziari, il tasso dei suicidi è quattro volte superiore rispetto alla media della popolazione generale.
Questa macroscopica sproporzione non può e non deve sfuggire. Non sfugge al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e nemmeno ai Sindacati di Pol. Pen., che da anni si interrogano sulle cause e cercano rimedi. Le cause, in genere, vengono individuate nell'evidente stress connesso al difficile e peculiare lavoro, al sovraffollamento delle carceri, alla cronica carenza di organico del Corpo (che oscilla fra il 10 e il 20% rispetto al personale previsto). Non vogliamo certo negare che questi fattori abbiano un rilievo, ma bisogna intanto dire che il rapporto detenuti/poliziotti in Italia (circa 1,4 attualmente) ci colloca ai livelli più bassi in Europa, dove si oscilla fra l'1,3 della Svezia e il 3,9 dell'Inghilterra/Galles, per salire all'11,2 della Russia. Anche la concordanza fra sovraffollamento delle carceri e suicidi dei poliziotti sembra molto incerta.
Altri elementi appaiono invece rilevanti dal punto di vista della ricerca delle cause. Sembrano influenti, intanto, la peculiarità del lavoro dei poliziotti penitenziari da un lato, il grado e l'età dei suicidi dall'altro lato.
La peculiarità del lavoro. Vogliamo indicare solo taluni elementi ai quali porre attenzione. Le carceri sono diventate sempre più, specie in Italia, luoghi dove la società "civile" scarica e "nasconde" una porzione assolutamente consistente di soggetti molto fragili, anche se pericolosi: valanghe di malati di mente, tossicodipendenti, stranieri (di cui talora non si comprende la lingua: figuriamoci allora la psiche, i moventi e le intenzioni), "stranieri in patria" delle nostre banlieues, stalkers, radicalizzati e, insieme, bassa manovalanza e vertici della criminalità organizzata, in un coacervo inestricabile che complica la vigilanza e vanifica spesso ogni sforzo trattamentale.
La difficoltà dei poliziotti penitenziari nel ricavarsi un vero spazio professionale è lapalissiana. Nonostante che negli ultimi decenni siano notevolmente cresciuti i loro curricula scolastici, continua ad essere presente un fortissimo pregiudizio relativo alla opportunità di coinvolgerli a pieno titolo nelle attività trattamentali riabilitative. Ecco che i poliziotti restano allora soli e disorientati di fronte all'ineludibile compito al quale oggi sono chiamati: prendersi cura e insieme controllare. Prendersi cura di detenuti sempre più infermi, specie mentalmente. Controllare tali soggetti con vecchi strumenti sempre più spuntati. La frustrazione, di fronte a questo enigma quasi irresolubile, è pressoché inevitabile.
Il grado e l'età all'interno del Corpo. C'è da chiedersi perché nessuno rifletta a sufficienza su questi elementi. Gli ultimi tre suicidi: a gennaio, 41 anni, assistente capo a Milano; a febbraio, 48 anni, assistente capo ad Imperia; fine di febbraio, 49 anni, probabile assistente capo, a Cuneo. Una età critica quella fra i 40 e i 50 anni, quando il verosimile accumulo di problemi personali si somma alla difficoltà di una soddisfacente realizzazione lavorativa, in un ambiente nel quale l'ostilità dei rapporti non riguarda soltanto l'al di là delle sbarre.
In una condizione professionale in cui le scarsissime prospettive di una crescita di grado (un tempo gli "appuntati" potevano nutrire la speranza di essere promossi "brigadieri", ma ora...) si combinano con livelli tossici di una esposizione all'aggressività che, già difficilmente tollerabile da giovani, nella maturità avanzata rischia di diventare insostenibile se non adeguatamente metabolizzata, se non fronteggiata con una disposizione e una formazione all'altezza del compito.
C'è però un ulteriore aspetto che quasi mai viene preso in considerazione. In carcere non si finisce mai per caso. Questo vale per coloro che "vanno in prigione" e per coloro che "vanno alla prigione": la radicale diversità semantica ce la rammenta sempre un intelligente amico avvocato, che ovviamente va spesso "alla prigione".
Tuttavia, per coloro che vanno quotidianamente "alla prigione" per trascorrervi la maggior parte del loro tempo lavorativo, di giorno e di notte, questa differenza, semantica e psicologica, si riduce notevolmente. Potremmo dire che i poliziotti penitenziari si avvicinano non poco ai 'semidetenuti' (i semiliberi sono i detenuti che lavorano all'esterno di giorno e tornano in carcere la notte; i semidetenuti sono i detenuti che lavorano in carcere di giorno e vanno a dormire all'esterno di notte). In carcere, infatti, non si finisce per caso: al di là come al di qua delle sbarre. Occorrerebbe quindi una grande e preliminare attenzione nel reclutare i poliziotti penitenziari. Occorrerebbe poi analoga cura nel seguire con periodica e frequente regolarità il decorso nel tempo delle loro condizioni psichiche, così come si dovrebbe fare per tutte le professioni ad alto rischio di burn-out.
Sarebbe essenziale che l'assessment preliminare e il controllo periodico venissero effettuati da organismi pubblici esterni all'amministrazione penitenziaria, così come ai servizi di salute mentale dovrebbero potersi rivolgere (o essere avviati prontamente, in caso di patente disagio) i poliziotti bisognevoli. Servizi esterni, ci raccomandiamo! Come si può pensare che i poliziotti penitenziari vadano a parlare dei loro problemi con operatori della amministrazione dove prestano servizio?
Ancora una osservazione che potrebbe aiutare. Un tempo le carceri erano situate in luoghi che avevano una loro bellezza. A Firenze c'erano 'Le Muratè, 'Santa Verdiana' e 'Santa Teresa', luoghi che ora, restaurati gradevolmente, sono stati messi a disposizione della cittadinanza. 'Santa Teresa' aveva un bellissimo chiostro e una chiesetta interna dove il sindaco La Pira si recava talora la domenica per assistere alla Santa Messa assieme ai detenuti e agli agenti di custodia. Ecco: ricominciamo a dare un valore alla bellezza e al decoro dei luoghi che ospitano la enorme sofferenza dei "reclusi".
Restituire dignità e bellezza a quei luoghi, e insieme alle persone e alle professioni al loro interno, è una operazione che avrebbe non solo un altissimo valore simbolico ma avrebbe anche un incredibile ritorno pratico. È indubbio che le operazioni riabilitative funzionano molto meglio, e con sprechi umani assai minori, nel carcere norvegese di Halden o in quello italiano di Pianosa. Ma è altresì vero che i luoghi salubri sono inadatti a farvi "marcire" le persone.
Un ulteriore suggerimento. In questo carcere che alberga numeri esponenzialmente crescenti di persone con gravi disturbi mentali, diviene indispensabile una adeguata preparazione trattamentale/terapeutica anche dei poliziotti penitenziari e un loro maggiore coinvolgimento nelle attività riabilitative: sentire di essere di aiuto agli altri (anche ai colleghi, non solo ai detenuti), sentire di partecipare attivamente a operazioni che 'valgono la pena', può contribuire moltissimo al benessere dei poliziotti.
Altre manovre andrebbero studiate almeno per limitare il fenomeno preoccupante dei suicidi dei poliziotti penitenziari. Ma certo bisognerebbe studiarle a partire da una raccomandazione essenziale: per favore, evitiamo che, ad occuparsi del reperimento delle soluzioni per questi problemi, siano i 'soliti esterni', persone che spesso non hanno mai messo piede in carcere, ma che millantano competenze teoriche inutili allo scopo o che hanno nei curricula documentate appartenenze ideologiche, sempre le stesse.
Un tempo il motto degli Agenti di Custodia era questo: "Vigilando redimere". Ora quello della Polizia Penitenziaria è ancora più bello e ambizioso: "Despondere spem munus nostrum": sostenere la speranza è il nostro compito (e anche la nostra "ricompensa"). È questo motto che dovrebbe ispirare l'arduo compito della società civile nei confronti di tutti (tutti!) gli abitanti delle carceri.
di Franco Vatrini
uotidianosanita.it, 9 giugno 2019
"D'ora in poi" è l'incipit del comunicato che il 19 aprile scorso l'ufficio stampa della Corte Costituzionale ha pubblicato a commento della sentenza n. 99 che si rivolgeva sia direttamente ai giudici che da quel momento avrebbero potuto disporre una misura alternativa alla permanenza in carcere dei cosiddetti rei/folli, sia indirettamente ai non pochi sostenitori del "trattamento giudiziario paritario".
di Vincenzo Iurillo
Il Fatto Quotidiano, 9 giugno 2019
L'ex poliziotto e lo spyware che trasforma i telefonini in microspie audio-video: "Chi gestisce le operazioni ha un potere enorme". L'ex super-consulente Gioacchino Genchi incarna tutte le competenze per analizzare a 360° vizi, virtù, potenzialità e i limiti del trojan, "la rivoluzione delle investigazioni", il virus che ha messo nei guai il pm di Roma Luca Palamara, lo spyware che trasforma lo smartphone in un microfono e può copiarne i dati e la memoria da remoto.
Genchi è stato poliziotto informatico, esperto nell'incrocio di dati telefonici, e ora è avvocato penalista in processi che si decidono sulla valutazione e l'utilizzabilità delle intercettazioni. Ha giocato all'attacco e ora ogni tanto si schiera in difesa. Sul trojan solleva un problema preliminare grande come un grattacielo: "Non capisco perché lo Stato ne abbia affidato ai privati l'uso e la gestione. I Tribunali sono statali, i pm sono statali, i processi li fa lo Stato e le intercettazioni informatiche che vengono discusse nei processi vengono appaltate a soggetti esterni? Lo Stato dovrebbe diventare imprenditore in proprio di questo settore per evitare le anomalie del caso Exodus" (nelle scorse settimane la Procura di Napoli ha ottenuto l'arresto del titolare e dello sviluppatore di un software-trojan dal nome Exodus con il quale avrebbero trasferito sui cloud di Amazon montagne di dati riservati di inchieste giudiziarie, accessibili da chiunque fosse in possesso di un paio di password, ndr).
Cosa avrebbe dovuto insegnare il caso Exodus?
Che è sbagliato consegnare alle ditte una delega in bianco per fare il bello e il cattivo tempo. Sono soggetti senza titolo giuridico, potenzialmente corruttibili, sfuggono ad ogni controllo, e nei confronti dei quali non può essere attivata alcuna verifica.
I privati gestivano e gestiscono anche le intercettazioni telefoniche...
Il trojan non è assimilabile a una intercettazione telefonica. Quando facevo il consulente delle Procure, acquisivo un tabulato in forma elettronica certificata, e i dati sul numero e la durata delle conversazioni erano verificabili e riscontrabili dalle parti, come l'audio della telefonata, si sa quando inizia e quando finisce. Il flusso dati del trojan invece non è così: dipende dalle scelte di chi stabilisce quando accendere e quando spegnere il microfono e copiare i file, e può anche cancellarne una parte senza che nessuno se ne accorga. Io da cittadino non mi sentirei al sicuro.
Ma come? Il microfono audio-video non è sempre acceso?
No. Il trojan impegna molte risorse dell'apparecchio, lo surriscalda e lo rallenta. Scarica subito la batteria. Non esisterà mai un trojan che funzioni senza alimentazione, sull'accumulo di energia siamo fermi ai tempi di Alessandro Volta. Quindi, decisivo perla qualità delle indagini è il "pilota" del trojan. La persona che decide quando attivarlo e quando spegnerlo, dopo aver raccolto - ascoltando le telefonate e leggendo i messaggi - i dati su mosse e appuntamenti dell'indagato. Dovrebbe essere un attento investigatore di polizia giudiziaria. Ne abbiamo di bravissimi, che però non lo fanno. Lo fanno i tecnici delle ditte, che assumono le funzioni di ausiliari di polizia giudiziaria. Ma questo può porre dei motivi giuridici per chiedere la nullità dell'utilizzo delle intercettazioni del trojan. Io da avvocato in qualche caso li ho sollevati.
Quindi un cellulare surriscaldato potrebbe mettere in guardia l'indagato...
Vuole una chicca? Un cliente mi ha confidato di aver acquistato un apparecchio che misura la temperatura del telefonino.
Ci sono altri modi per eludere il trojan?
Il virus è sviluppato in modo da accendersi in automatico quando rileva che l'apparecchio si sta caricando, perché è sicuro di funzionare senza azzerare la batteria. È sufficiente non attaccarlo alla corrente nei luoghi dove si prevede di tenere delle riunioni riservate. Un altro modo, ovviamente, è spegnere il cellulare. Meglio se qualche ora prima dell'appuntamento.
Esiste uno smartphone che non si può intercettare?
Sì. Quello guasto.
di Paolo Biondani
L'Espresso, 9 giugno 2019
In un Csm traumatizzato dal lo scandalo delle nomine inquinate, il magistrato romano Giuseppe Cascini è arrivato a parlare di "poteri occulti all'attacco della giustizia come negli anni della P2". Gherardo Colombo, l'ex magistrato di Milano che quella super-loggia massonica segreta l'ha scoperta, nel 1981, mentre con il giudice Giuliano Turone indagava sul finto sequestro del banchiere piduista Michele Sindona (organizzato da Cosa Nostra), riconosce che "entro certi limiti, per alcuni aspetti" il paragone è centrato
"Certo, oggi non c'è più tutto il marciume della P2, la bancarotta miliardaria dell'Ambrosiano, il conto Protezione, i ricatti di Gelli... Ma c'è un problema che è sempre lo stesso: le manovre esterne per controllare i vertici degli uffici giudiziari e tentare di orientare la giustizia. La Costituzione riconosce l'indipendenza del potere giudiziario per difendere i cittadini, proprio attraverso magistrati liberi da condizionamenti".
Detto questo, Colombo si ferma, recupera un suo libro del 1996, "Il vizio della memoria", e legge l'inizio del capitolo sulle prime reazioni alla scoperta della P2: "Sembra che i politici stiano letteralmente impazzendo perché non sono in grado di attribuirci un'appartenenza. Non si capacitano: ritengono che in Italia, come succede a loro, non esista nessuno che non abbia un'appartenenza. Che possano esistere magistrati indipendenti, neanche a pensarci!
Ma, allora, non riescono proprio ad affibbiarci ad alcuno, e questo li disorienta. Non avendo individuato un'appartenenza, non capiscono "per conto di chi abbiamo operato", e non riescono pertanto a capire a chi devono rivolgersi per lamentarsi del nostro lavoro, ovvero per "trattare". All'epoca, infatti, era convinzione diffusa che in certi campi, ad esempio l'alta finanza e l'economia, i magistrati agissero in qualche misura a comando, o perlomeno inconsapevolmente strumentalizzati da questa o quella fetta del potere, per condizionare e ricattare altre fette.
Sapevano dell'esistenza di scavezzacolli che non rispondevano a nessuno, ma questi per norma, secondo la loro concezione, dovevano essere controllati dai capi e non essere incaricati di indagini che li avrebbero potuti portare a infilare il naso nel potere. La nostra indipendenza li disorienta e in qualche modo li blocca. Noi continuiamo a lavorare". L'ex magistrato sorride: "Sono parole di 23 anni fa, però mi sembrano ancora attuali, no?".
Colombo ha lavorato nel mitico pool Mani Pulite con un altro noto "scavezzacollo" come il pm Paolo Ielo, oggi procuratore aggiunto della capitale e primo bersaglio delle trame per chiudere l'era di Giuseppe Pignatone, il grande capo ora in pensione che ha fatto dimenticare la nomea di Roma come "porto delle nebbie": il palazzaccio di giustizia che scippava a Milano le indagini sui potenti, dalla maxi-inchiesta P2 a tanti rami di Tangentopoli, per insabbiarle.
"Già, sembra di essere tornati ai tempi in cui si diceva che la procura di Roma vale più di un ministero", osserva Gherardo Colombo, scorrendo desolato le notizie sul capo-corrente della magistratura perquisito per corruzione, sul consigliere del Csm che svela indagini segrete proprio alla toga sotto inchiesta, sul pm romano che denuncia i colleghi d'accordo con l'inquisito, su giudici di rango che trattano nomine di procuratori con politici indagati o avvocati corruttori. Di fronte a tanti scandali veri o presunti, a reati o illeciti disciplinari per ora solo ipotizzati, l'ex giudice istruttore dei poteri occulti invita però alla prudenza: "Alcuni fatti mi sembrano già abbastanza chiari, ma conviene aspettare a dare giudizi: prima bisogna capire, conoscere bene tutti gli atti, sapere esattamente chi ha fatto cosa... Non vorrei che queste indagini venissero liquidate come una battaglia tra correnti o addirittura strumentalizzate per attaccare l'indipendenza della magistratura".
Il problema dello strapotere delle correnti "esiste e va risolto, ma una soluzione sensata deve rispettare l'equilibrio di poteri sancito dalla Costituzione a tutela dei cittadini", avverte Colombo. Che bolla come "una emerita cavolata" l'ideona di inserire più politici nel Csm, che renderebbe "ancora più grave il peso delle appartenenze, le interferenze dei partiti sulla giustizia, i rischi di spartizione delle nomine giudiziarie".
L'ex magistrato concorda che l'ipotesi di sorteggiare i togati del Csm per ammazzare le correnti è come buttare via il bambino con l'acqua sporca, sostituendo con una lotteria cieca i voti consapevoli dei magistrati. E invita invece a studiare con attenzione "la proposta, che non so di chi sia, di fare come per la Corte costituzionale: eleggere un consigliere del Csm alla volta, per ridurre l'influenza delle correnti favorendo le candidature più autorevoli".
Mentre la separazione delle carriere tra giudici e pm, vecchio sogno della P2, "non si capisce proprio cosa c'entri con i fatti emersi con le indagini di Perugia". A proposito, i giudici piduisti sono stati graziati dal vituperato Csm? "Sono stati tutti sanzionati e nei casi più gravi radiati".
Il libro di Colombo riporta tutti i nomi dei magistrati che invece di restare indipendenti e "soggetti soltanto alla legge", come impone la Costituzione, giurarono segretamente fedeltà alla loggia di Gelli, il potere occulto che manovrava gli apparati dello Stato. E i tanti scandali giudiziari di questi anni, i giudici che vendevano le sentenze, i pm con i conti all'estero, i magistrati al servizio della mafia, chi li ha scoperti? I big politici che rivendicano più potere nel Csm? Le agenzie investigative dei grandi imprenditori? Colombo ride: "Li ha scoperti la magistratura. Con tutti i suoi difetti, è l'unico potere che sa fare pulizia anche al proprio interno". Grazie ai soliti "scavezzacolli": i magistrati. indipendenti.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 9 giugno 2019
Il braccio di ferro che qualcuno temeva s'è aperto ufficialmente. I quattro componenti del Consiglio superiore della magistratura autosospesi perché coinvolti nelle riunioni con altri magistrati e dei deputati del Pd Cosimo Ferri e Luca Lotti sui futuri assetti delle Procure, non hanno dato le dimissioni. Anzi, per tre di loro appartenenti alla corrente moderata Magistratura indipendente - Corrado Cartoni, Paolo Criscuoli e Antonio Lepre - è arrivato l'invito del gruppo a tornare al lavoro. Sfidando chi ha chiesto e continua a chiedere il passo indietro che libererebbe l'organo di autogoverno dei giudici da un'ipoteca che rischia di continuare a comprometterne l'immagine.
Da domani si apre dunque una settimana in cui continuerà a tenere banco il destino del Csm, con progetti di riforma che dopo i partiti al governo ieri ha auspicato anche il segretario del Pd Nicola Zingaretti, il quale sulla posizione di Lotti ha spiegato: "Mi ha assicurato di non aver commesso alcuna illegalità, aspettiamo che esca la verità". Sulle modifiche alla composizione e al sistema elettorale dell'organo di autogoverno non ci sono ancora proposte chiare né condivise, ma questo appartiene al futuro. Il presente è un Consiglio che pur in grado di continuare a lavorare regolarmente, si ritrova comunque azzoppato. I componenti autosospesi sono stati già sostituti negli importanti incarichi che ricoprivano nelle commissioni consiliari, e spostati in altre di rilevanza molto minore.
Ieri mattina i quattro (oltre al terzetto di Mi c'è Gianluigi Morlini, della corrente centrista di Unicost che pretende le dimissioni; ma la decisione spetta al consigliere, non al gruppo) sono stati ricevuti dal vicepresidente David Ermini, che continua a muoversi in stretto raccordo con il capo dello Stato. S'è trattato di un colloquio franco, senza toni aspri, in cui s'è parlato anche del rispetto delle garanzie; che può significare, ad esempio, avere diritto a leggere le trascrizioni dei colloqui intercettati negli incontri contestati. Pur senza espliciti riferimenti alle dimissioni, Ermini ha ribadito l'invito a prendere una decisione rapida, facendo appello alla "massima responsabilità istituzionale". Difficile immaginare, dietro questa formula, una strada diversa dalle dimissioni.
I consiglieri hanno risposto che la loro scelta sarà resa nota a breve, ma subito dopo i tre di Mi sono andati all'assemblea generale del gruppo, dove hanno rivendicato la propria correttezza (al massimo ingenuità e inopportunità) e ribadito la volontà di non gettare la spugna. Ne è scaturito un documento che rinnova loro la fiducia e ne auspica la "pronta ripresa delle attività consiliari", mentre vengono stigmatizzati "l'impropria campagna mediatica" e i "giudizi sommari non suffragati dalla compiuta conoscenza degli atti".
L'unico richiamo traspare dal proclamato "impegno ad evitare, in futuro, ogni contatto con qualunque esponente politico estraneo al Csm, ancorché magistrato". È un riferimento chiaro a Cosimo Ferri, il leader ombra della corrente, duramente criticato dal presidente dell'Associazione nazionale magistrati Pasquale Grasso (che fa parte di Mi): "Il ruolo di eminenza grigia è stato "certificato" dagli eventi degli ultimi giorni". Grasso avrebbe voluto le dimissioni degli autosospesi, già sollecitate dall'Anm, e per questo s'è astenuto al momento del voto sul documento finale.
di Viviana Lanza
Il Mattino, 9 giugno 2019
Il presidente del Tribunale chiede una relazione. L'avvocato Polidoro: "Bene l'intervento di Ferrara, fatto grave, bisogna individuare subito i responsabili".
Sul caso del detenuto portato in aula nonostante indossasse soltanto un jeans, e fosse scalzo e a torso nudo, si attende ora la relazione richiesta dal presidente del Tribunale Ettore Ferrara. La relazione degli agenti che hanno portato il detenuto in aula sarà centrale nella ricostruzione di quanto accaduto venerdì mattina in tribunale. Da una prima verifica sembra che, quando il detenuto è stato portato in aula, l'udienza non era in corso, il giudice era in camera di consiglio per scrivere la sentenza per un altro imputato e dunque i magistrati non potevano immaginare le condizioni in cui l'uomo si trovava. Tutto è stato più chiaro dopo, quando però il caso era già scoppiato.
Sono le 11,30 di venerdì mattina quando l'attenzione di molti si catalizza sull'aula 214. Dentro c'è un uomo seduto nel gabbiotto riservato agli imputati detenuti. Fin qui nulla di strano per un Tribunale. Ma l'uomo è mezzo nudo. Indossa soltanto un jeans, senza scarpe né maglia. Non è italiano e non parla la nostra lingua (tanto che l'udienza sarà rinviata per trovare un interprete).
Si chiama Ricciard Unucoru, ha 33 anni e un passaporto nigeriano, non ha il permesso di soggiorno e per quel che raccontano gli agenti ha difficoltà a gestire la sua aggressività. È in cella proprio per aver aggredito a calci e pugni degli agenti nell'ufficio immigrazione tanto che ci sono voluti undici poliziotti per fermarlo.
E prima di essere portato in aula si sarebbe dimenato stracciandosi i vestiti, tanto da indossare poi solo i jeans rimediati dagli agenti e rimanere a torso nudo per oltre un'ora, finché non gli viene data la t-shirt grigia comprata dagli stessi poliziotti durante l'attesa in tribunale. Unucoru ha un difensore d'ufficio che però non può seguirlo anche nel prosieguo dell'udienza rinviata per trovare un interprete.
Il processo si svolge per direttissima per i reati di resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e danneggiamento aggravato. Lui, Ricciard, fino a quando non arriva la maglietta, se ne sta seduto nel gabbiotto con le braccia nude tenute incrociate sul torace come a difendersi dall'aria condizionata e dallo sguardo di chi è in aula. Ha i piedi nudi fermi sul pavimento nero della cella e lo sguardo perso nell'aula 214, quella al primo piano del Palazzo di giustizia. Sembra appena scampato da una tempesta, e se ne resta fermo nei pochi metri della cella.
Nel vederlo entrare in quelle condizioni, un penalista esprime a voce alta indignazione ma gli agenti portano a termine l'azione come a seguire un rigido protocollo senza valutare il singolo (e singolare) caso.
"Sono cose che non devono accadere", commenta l'avvocato Riccardo Polidoro, penalista, fondatore a Napoli di "Carcere possibile", la Onlus della Camera penale che si occupa della tutela dei diritti dei detenuti, e attualmente responsabile dell'Osservatorio carcere dell'Unione camere penali italiane. "Bisognava ritardare l'udienza, comunque interloquire con il magistrato prima di portare il detenuto in aula in quelle condizioni.
E bene ha fatto il presidente del tribunale Ferrara a disporre un'indagine per capire cosa sia accaduto e accertare eventuali responsabilità" aggiunge Polidoro affermando che l'organismo forense presterà attenzione al caso valutando eventuali iniziative. Resta lo sconcerto.
"È un fatto grave. Non è mai accaduto nulla di simile in passato. Quando un cittadino viene privato della libertà personale è gestito dallo Stato e va gestito bene. Non è accettabile che sia portato in aula mezzo nudo".
orawebtv.it, 9 giugno 2019
"Nella casa Circondariale di Gazzi a Messina ci sono delle carenze di organico riguardante la Polizia Penitenziaria, il personale amministrativo ed anche l'area educativa-trattamentale. Ma quello che più mi ha colpito è la vetustà di una struttura, realizzata negli anni '50, che seppur manutenzionata, tradisce tutti i suoi anni, e cosa che ormai non si può più sottovalutare, che un istituto di pena così importante, sia localizzato in pieno centro città. Pertanto ritengo sia giunto il momento che ministero e governo si attivino per dare a Messina una nuova casa Circondariale".
Il commento dell'On. Ella Bucalo dopo la visita di realizzata nella giornata di venerdì 07 giugno, al carcere della Città dello Stretto. La deputata di Fratelli d'Italia che ha riscontrato ampia disponibilità della dott.ssa Angela Sciavicco direttrice dell'Istituto, durante l'ispezione è stata accompagnata dal Coordinatore Regionale del Sinappe Rosario Mario Di Prima, dal delegato dello stesso sindacato Stefania Danca e dal dirigente nazionale del Sippe affiliato al Sinappe Antonio Solano. "Un plauso per come, tra tante criticità questo Istituto è organizzato e viene gestito. Ho assicurato il mio impegno per risolvere in tempi brevi alcune delicate tematiche prima tra tutte la carenza di personale, ma quello a cui dobbiamo puntare e per questo chiedo anche la collaborazione dei colleghi della deputazione nazionale, è la costruzione di un nuovo edificio". Ha concluso la deputata di Barcellona Pozzo di Gotto.
di Antonio Caria
sardegnalive.net, 9 giugno 2019
Maurizio Veneziano: "Attività come questa possono ridurre anche il rischio di recidiva". È stata una lezione del Rettore dell'Università di Cagliari, Maria Del Zompo, a inaugurare il ciclo di seminari organizzati nell'ambito del Polo Universitario Penitenziario di Cagliari. Un'iniziativa che vede l'Ateneo del capoluogo sardo impegnato nella promozione di attività di formazione universitaria in carcere per garantire il diritto allo studio di condannati e condannate in regime di privazione della libertà.
Nel corso della lezione, che si è tenuta all'interno del carcere di Uta davanti a una trentina di detenuti, è stato affrontato il tema "Musica, emozioni e cervello". Erano presenti anche il Procuratore della Repubblica di Cagliari Maria Pelagatti, il Provveditore regionale delle carceri della Sardegna Maurizio Veneziano, il magistrato di Sorveglianza Ornella Anedda, il direttore della Casa Circondariale Marco Porcu, il comandante del Corpo di Polizia Penitenziaria Andrea Lubello, alcuni docenti dell'Ateneo (che terranno i successivi seminari) e un gruppo di studentesse e studenti e del corso di laurea magistrale in Psicologia dello Sviluppo e dei Processi Socio-lavorativi. Il progetto vede coinvolti 24 atenei a livello nazionale, con attività didattiche e formative in poco meno di 50 Istituti penitenziari e sono circa 600 gli studenti e studentesse iscritti in tutta Italia.
"Realizzare questa iniziativa è per noi un valore importante - ha detto la Del Zompo ai detenuti - Siamo sensibili alla vostra situazione e grazie all'impegno dei nostri docenti e dell'amministrazione penitenziaria siamo riusciti ad organizzare un fitto calendario di seminari: l'inclusione è una delle parole chiave del nostro Piano strategico. Ricordatevi che il cervello stimolato nel modo corretto può darci sempre un aiuto". Al termine della lezione è cominciato un lungo dialogo con i detenuti che hanno rivolto alla professoressa numerose domande: i meccanismi della mente, con i sogni e i ricordi prima di tutto, sono stati i temi più gettonati nella conversazione. Il Rettore ha insistito in particolare sul ruolo svolto dalla musica nella gestione delle emozioni: "La musica ci aiuta anche a interagire con maggiore successo e migliora l'integrazione e la coesione tra le persone - ha aggiunto - potete utilizzarla qui e quando, spero presto, uscirete da qui".
Ad un anno dalla sua istituzione, il Polo di Cagliari, in stretta collaborazione con il Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria, ha al suo attivo 15 persone iscritte nei corsi di laurea: da ieri si svolgerà all'interno del carcere di Uta e Massama una serie di seminari interdisciplinari. "È un progetto pilota che parte da Cagliari per essere proposto in tutta Italia - ha sottolineato Maurizio Veneziano, Provveditore regionale delle carceri della Sardegna - Questa iniziativa ci permette di avvicinare il mondo esterno ai detenuti per realizzare la finalità dell'inclusione sociale: per ottenere ciò, infatti, occorre che quello della pena non sia un tempo sospeso, ma un periodo utile per offrire alla persona le stesse possibilità che avrebbe fuori. Attività come questa possono ridurre anche il rischio di recidiva".
"Garantiamo il diritto allo studio anche delle persone private della libertà - ha rimarcato Cristina Cabras, la docente delegata del Rettore per il Polo Universitario Penitenziario, che coordina il progetto - È un compito preciso che ci siamo dati: stimolare la vostra capacità di apprendere, aumentare l'interesse verso la conoscenza, favorire un uso proficuo della pena. Per seguire i nostri corsi conta essere curiosi, esercitare il proprio diritto di cittadinanza e promuovere relazioni positive".
- Caserta: reinserimento sociale dei detenuti, progetto Asi-Amministrazione penitenziaria
- Sardegna: i detenuti aumentano ancora, a Uta record sovraffollamento
- Novanta magistrati a fianco di Di Matteo, cacciato dal pool antimafia
- Piacenza: i detenuti delle Novate hanno interpretato "Giulio Cesare" di Shakespeare
- L'immigrazione è davvero un problema così grande?









