Ansa, 18 aprile 2015
Un uomo cinese, detenuto nel carcere pratese della Dogaia, è stato ricoverato all'ospedale Santo Stefano di Prato in codice rosso. Secondo quanto si apprende quando è stato soccorso dalle guardie carcerarie aveva una profonda ferita da taglio all'altezza della gola. Non è ancora chiaro se la ferita sia stata auto inferta dall'uomo o se sia frutto di un aggressione da parte di altri detenuti.
www.gonews.it, 18 aprile 2015
"Siamo pronti allo sciopero della fame collettivo". I detenuti dell'istituto penitenziario Mario Gozzini, dopo aver scritto una lettera aperta, si preparano a questa estrema azione qualora non ci siano risposte certe sul futuro del carcere, chiamato più comunemente Solliccianino.
I reclusi, nonché la direttrice dell'istituto, Margherita Michelini, temono che il trasferimento di 20 internati dall'Opg di Montelupo comporterà la chiusura definitiva di Solliccianino e il trasferimento dei reclusi a Sollicciano. A darne conto sono le parlamentari toscane di Sinistra Ecologia Libertà, sen. Alessia Petraglia e on. Marisa Nicchi che questa mattina hanno visitato l'istituto e incontrato la direttrice e tutti i reclusi, con i quali hanno parlato uno ad uno esprimendo forte preoccupazione.
"Solliccianino è un carcere modello dove i detenuti sono trattati come persone e non come numeri, dove hanno la possibilità di seguire corsi di formazione e dove molti sono inseriti in progetti lavorativi - hanno detto le parlamentari di Sel Nicchi e Petraglia - Il trasferimento degli internati dell'Opg non è compatibile con l'organizzazione di questo istituto e temiamo, come spiegato dai detenuti e dalla direttrice, che questo trasferimento possa coincidere con la chiusura definitiva del Gozzini come carcere a custodia attenuata". "L'esperienza di Solliccianino dovrebbe essere valorizzata ed estesa, non messa in discussione - hanno proseguito - Con il trasferimento dei pazienti dell'Opg al Gozzini siamo di fronte al fallimento della Regione Toscana, di cui chiediamo il commissariamento, perché gli internati, contrariamente alle indicazioni del Governo, saranno praticamente trasferiti in un altro carcere. E siamo profondamente colpite dall'atteggiamento della Ministra Leorenzin, che anziché esigere l'attuazione della legge da parte delle Regioni preferisce far finta di nulla, mentre l'Opg di Montelupo pare destinato a rimanere aperto fino alla fine dell'anno. Comprendiamo bene che il tema degli Opg e dei carcerati non sia così attraente in campagna elettorale - concludono - ma tanto dall'assessore Stefania Saccardi, quanto dal Presidente Rossi ci saremmo aspettati qualcosa di più del vergognoso silenzio che grava su questa vicenda".
Ristretti Orizzonti, 18 aprile 2015
Le sottoscritte associazioni di volontariato, operanti nel carcere di Sollicciano e al Gozzini (Solliccianino), intendono esprimere pubblicamente il loro pensiero sulla decisione della Regione Toscana di trasferire un gruppo di internati dell'Opg di Montelupo all'interno del Gozzini.
Questo Istituto è un carcere a sorveglianza attenuata - celle aperte tutto il giorno, ove è in atto da diversi anni un importante lavoro di recupero e di risocializzazione dei detenuti, organizzato dal personale educativo del carcere secondo un ricco ed efficace programma di attività culturali, sportive e lavorative, ad alcune delle quali collaborano anche nostri volontari. La decisione della Regione è destinata ad interrompere questa esperienza, considerata l'impossibilità di conciliare, in una medesima struttura, presenze così diverse, che richiedono gestioni completamente difformi.
La Legge 81 del 2014, che stabilisce la chiusura degli Opg, prevede l'inserimento degli internati psichiatrici in strutture (Rems) non più carcerarie, bensì a completa ed esclusiva gestione sanitaria, con servizi di sicurezza soltanto esterni.
Non riusciamo a capire come si possa pensare di trasferire internati dei vecchi Opg da un carcere ad un altro carcere, contravvenendo in tal modo alla lettera e allo spirito della Legge 81. Questo anche significa, a nostro parere, mancanza di rispetto per la dignità e i diritti delle persone svantaggiate, così dei detenuti del Gozzini come dei pazienti di Montelupo. Avevamo avuto notizia che erano state individuate altre soluzioni, a nostro parere del tutto appropriate, come, ad esempio, la struttura sanitaria dismessa di Villanova, sulla collina di Careggi. Ha prevalso evidentemente, su ogni altra, la preoccupazione securitaria, anche se è per noi difficile pensare che detta preoccupazione potesse riguardare la vicinanza dell'ospedale pediatrico Meyer.
Associazione Pantagruel, Associazione L'Altro Diritto, Associazione Volontariato Penitenziario, Coordinamento Chiese Evangeliche per le persone detenute, Associazione Il Muretto, Gruppo Carcere Comunità delle Piagge, Alessandro Santoro - volontario penitenziario.
Ansa, 18 aprile 2015
In due anni si è dimezzato il numero di detenuti al carcere di Brissogne, passando dai 281 di fine 2012 ai 134 di fine 2014 (122 ad oggi). Così il garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Enrico Formento Dojot. Criticità per "l'entità dei fondi trasferiti" con il passaggio delle competenze sanitarie dallo Stato alla Regione: "non garantisce la guardia medica 24 su 24, anche se con i fondi appositamente pervenuti questa copertura al momento c'è".
"Il sovraffollamento, risolto con le misure salva-carceri non è l'unico problema", ha precisato in conferenza stampa Enrico Formento Dojot. Restano da considerare "la qualità dell'igiene personale, delle celle, un migliore riscaldamento e la necessità di più spazi". A fine 2014, su 134 detenuti, 84 erano stranieri e 50 italiani, di cui 10 nati in Valle d'Aosta e 39 residenti nella regione. L'anno scorso sono stati 60 i casi trattati dal garante, rispetto ai 72 del 2013. Sono stati 5 i detenuti lavoranti ammessi al lavoro esterno, contro i 12 del 2013.
Due dei 10 detenuti coinvolti nel progetto del laboratorio di panificazione "Brutti e buoni", terminato nel novembre scorso, sono stati assunti a tempo parziale indeterminato nell'ambito della fase di avvio dell'impresa. I fatturati della lavanderia interna al carcere - che occupa sei detenuti tra "part time" e "full time" "sono in graduale aumento".
di Enrico Carta
La Nuova Sardegna, 18 aprile 2015
La cella di piazza Manno era diventata un inferno. La convivenza con gli altri detenuti era ormai impossibile e la vittima ha spiegato il perché in una precedente udienza, durante la quale aveva avuto parecchi tentennamenti. Per la pubblica accusa e per la parte civile quella titubanza era dettata dalla paura, per la difesa è invece l'elemento che dice che i reati contestati erano gonfiati.
Versioni diverse, sulle quali i giudici si esprimeranno nella prossima udienza fissata per il 25 giugno. Per ora i quattro imputati conoscono solo le richieste del pubblico ministero Rossella Spano che ha sollecitato le condanne a otto anni per Paolo Ungredda, 31 anni allora detenuto nel vecchio carcere oristanese per rapine e furti, Graziano Congiu 32 anni di Simala, allora detenuto per una rapina in una tabaccheria e ora accusato di essere l'autore dell'omicidio del commerciante ambulante Antonio Murranca, e per il sassarese di 26 anni Daniele Daga, allora detenuto a sua volta per rapina. Di un anno è invece la richiesta di condanna per il quarto imputato, Graziano Pinna, 42 anni di Borore ex detenuto per una rapina a Paulilatino. Per quest'ultimo l'accusa parlava solo di minacce, ma ben più gravi sono i reati contestati agli altri tra imputati chiamati a rispondere anche di abusi sessuali e lesioni commessi proprio all'interno del carcere di Piazza Manno.
Approfittando della soggezione e della debolezza che la vittima avrebbe avuto nei loro confronti, l'avrebbero costretta a spogliarsi e a subire delle lesioni nelle parti intime. Il pubblico ministero Rossella Spano e l'avvocato di parte civile Marco Martinez hanno parlato di mozziconi di sigarette spenti sulla nuda pelle, di docce con gavettoni di urina e di altre molestie. Sono tutti elementi contenuti nella denuncia, ma la precedente deposizione della vittima in aula è stato il punto forte delle arringhe difensive degli avvocati Lorenzo Soro, Aurelio Schintu e Gabriele Satta. Troppe le incertezze, troppi i passi indietro e le correzioni tanto che i difensori hanno ribadito al collegio composto dai giudici Francesco Mameli, Enrica Marson e Andrea Mereu che le accuse di abusi sessuali non avevano fondamento. In ogni caso si sarebbe trattato di episodi isolati che gli avvocati hanno anche qualificato come scherzi. Ma erano davvero tali?
di Fiorenza Sarzanini
Io Donna, 18 aprile 2015
Ogni giorno arrivano circa mille telefonate, una media di 30mila richieste mensili per un totale di prestazioni ambulatoriali che ogni anno superano il milione e 400 mila. Chiamano da tutta Italia, anche dall'estero, perché l'Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma è sicuramente un centro di eccellenza. Ma pochi sanno che tra gli addetti al Centro unico di prenotazione ci sono i detenuti del carcere di Rebibbia.
La convenzione è stata siglata quattro anni fa e da allora sette reclusi, da una stanza appositamente allestita nel penitenziario, si occupano di soddisfare le istanze dei cittadini. Il ruolo è delicato, la maggior parte delle persone che chiamano sono genitori di bambini malati e dunque è necessario avere nei loro confronti un atteggiamento "accogliente e comprensivo".
Non a caso il personale segue corsi particolari prima di essere impiegato e lo stesso fanno i detenuti che vogliono svolgere questa particolare mansione. Un servizio che evidentemente funziona bene visto che la convenzione è stata rinnovata per altri tre anni. Del resto è stato lo stesso Papa Francesco a scegliere il carcere di Rebibbia per festeggiare la Pasqua e officiare il rito della lavanda dei piedi. La riabilitazione di chi ha commesso reati anche gravi e ha cominciato un percorso di recupero passa certamente per la possibilità di imparare un mestiere e poi svolgere un lavoro. Ecco perché questo accordo viene ritenuto esemplare e si sta cercando di replicarlo anche in altre strutture.
Ansa, 18 aprile 2015
Il 25 Aprile, in occasione delle celebrazioni per il 70esimo Anniversario della Liberazione d'Italia, il Dipartimento Pari Opportunità e l'Unar (Ufficio antidiscriminazioni) hanno scelto di portare nel carcere di Regina Coeli a Roma lo spettacolo teatrale "Tante Facce nella Memoria" tratto dal libro di Alessandro Portelli "L'Ordine è già stato eseguito", in cui si racconta il drammatico eccidio delle Fosse Ardeatine.
"Questo carcere può essere considerato un monumento della lotta della Resistenza. Qui vennero infatti rinchiusi tanti italiani rei solo di aver dissentito con il regime nazifascista: tra gli altri Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, che rimasero detenuti per quasi un anno prima di riuscire a evadere insieme il 24 settembre 1944, scampando a una condanna a morte senza processo" spiega Giovanna Martelli, delegata del presidente del Consiglio per le Pari Opportunità, che ha voluto fortemente questa iniziativa.
"Abbiamo scelto di celebrare questa giornata in un luogo di privazione della libertà proprio perché crediamo che la memoria della Resistenza ci debba aiutare, oggi, ad avere maggiore consapevolezza rispetto a quella che è stata nel passato quella esperienza storica, che ha segnato profondamente la vita del nostro Paese, e quelle che possono essere le nuove forme di Resistenze della società contemporanea per il riconoscimento dei diritti. Penso soprattutto a quelle persone che vivono sulla loro pelle il peso della disuguaglianza e dell'esclusione sociale e per le quali la Liberazione deve rappresentare il valore della realizzazione di una prospettiva di pari diritti e pari dignità per tutti".
Lo spettacolo, a cura di Mia Benedetta e Francesca Comencini, ripercorre attraverso gli occhi di sei protagoniste femminili la grande tragedia in cui persero la vita 335 civili e militari italiani. Lunetta Savino, Mia Benedetta, Carlotta Natoli, Simonetta Solder, Chiara Tomarelli e Bianca Nappi metteranno in scena le voci di alcune delle donne che hanno attraversato come protagoniste femminili quei terribili giorni come parenti delle vittime, come partigiane, come testimoni, come figure di resistenza all'occupazione di Roma.
www.piacenzasera.it, 18 aprile 2015
Don Gino Rigoldi, cappellano dell'Istituto penale per minorenni "Beccaria" di Milano, è intervenuto a Piacenza venerdì 17 aprile, per presentare e discutere del suo ultimo libro: "Non amate troppo Dio, la felicità è anche di questa terra". Prima di iniziare la conferenza pubblica a S. Ilario ha parlato del rapporto con i giovani.
"I ragazzi sono nuovi alla vita e prendono strade talvolta sbagliate, proprio perché - ha affermato ai cronisti - sono nuovi alla vita imparano dagli adulti che hanno intorno, la famiglia, la scuola, la società sportiva; e anche dalla cultura dei media che hanno intorno, soprattutto il web e poi io giornali e la televisione. A me pare di incontrare una bassa capacità di guida generale, da parte dei genitori, degli educatori, della chiesa che spesso usa un linguaggio assolutamente off limits per i giovani. Troppo spesso questi ragazzi e queste ragazze siano orfani di figure paterne, di un accompagnamento non che restringa la loro libertà, ma che sia in grado di dire qui va bene, qui va male. La carenza più pesante dal punto di vista educativo è quella relazionale, ovvero come guardi gli altri, l'idea dominante è quella del "guardati alle spalle", "misura quel che dai in base a quel che ricevi", "c'è tanto male nel mondo"... ma con principi così, siamo finiti. Questa è la cosa peggiore che si può fare ai nostri ragazzi, perché è la qualità della loro vita e della nostra sta nella qualità delle nostre relazioni.
Ad esempio la grande ignoranza in amore a cui ho cercato di dare risposta in questo libro, è legata a questa consapevolezza, guardando a come vanno i matrimoni, come si creano i gruppi, a quello che succede a scuola, i vari episodi di bullismo che esprimono il disprezzo per l'altro. Io vedo una bellissima gioventù, che si muove bene, che ha bisogno che qualcuno loro dica "vieni come", che guardi agli altri come una risorsa.
Per i cristiani questo è un comandamento, non è un optional. I cristiani devono essere applicati quotidianamente a voler bene, a perdonare, a costruire delle relazioni. Questo papa per fortuna enfatizza tanto questa parte. Siamo così analfabeti di relazioni che forse dovremmo andare a scuola di relazioni, dovrebbe essere la competenza principale degli insegnanti. I docenti hanno una parte di ore obbligatorie da dedicare alla formazione, dovrebbero essere più capaci di relazioni, di dialogo. Si può cambiare tanto e in positivo nei confronti dei giovani.
E sulla chiusura di "Sosta Forzata" il periodico scritto dai carcerati delle Novate, ha detto: "Ogni occasione di messaggio, di dialogo e di conoscenza verso l'esterno che si offre alle persone detenuta è una forma educativa importante, una sorta di respiro per chi vive dietro le sbarre e coltiva tanti desideri, sogni, sentimenti, l'idea di futuro; e un giornale può essere un veicolo importante di sfogo. E poi è importante che la gente sappia che dentro alle carceri ci sono esseri umani come noi, con desideri e volontà"
Ad affiancarlo, all'auditorium Sant'Ilario dove si terrà l'incontro con il pubblico, l'assessore comunale Tiziana Albasi, il garante per i diritti delle persone private della libertà Alberto Gromi e la giornalista Patrizia Soffientini. Il dibattito è stata occasione per affrontare i temi del disagio giovanile, dell'educazione e della fiducia nelle nuove generazioni, a partire dalla testimonianza di don Rigoldi che, nel 1972, scelse e ottenne di prestare servizio come assistente spirituale accanto ai giovani detenuti, fondando, l'anno successivo, l'associazione Comunità Nuova e, nel 1999, la Onlus Bambini in Romania. Cittadino benemerito di Milano e Cavaliere della Repubblica, insignito della laurea honoris causa dell'Università degli Studi di Milano in Comunicazione pubblica e d'impresa, don Gino Rigoldi è autore di numerosi volumi incentrati sulla solidarietà e sulla vicinanza ai più deboli.
www.mi-lorenteggio.com, 18 aprile 2015
Martedì 28 aprile al Teatro Carcano di Milano (C.so di Porta Romana) andrà in scena Waiting To Go, opera liberamente tratta da Samuel Beckett.
Lo spettacolo, per la regia di Riccardo Mallus, è frutto di un progetto nato lo scorso anno all'interno della II Casa di Reclusione di Bollate, grazie al gemellaggio del Laboratorio di Poesia con l'Associazione Arte In Tasca. Protagonisti in scena 14 persone detenuti, donne e uomini, accompagnati da un ensemble dell'Orchestra a plettro i Mandolinisti Bustesi. L'attesa, tema centrale nella commedia di Beckett, è parte imprescindibile della vita quotidiana di ogni detenuto e non è un caso se proprio Aspettando Godot, nel 1957, venne rappresentato nel carcere di San Quintin a San Francisco con un risultato inaspettato. Nonostante l'obiettiva difficoltà dell'opera le 1.400 persone detenute capirono il messaggio.
In Waiting To Go, gli attori, oltre ad interpretare alcune scene di Godot, reciteranno le loro poesie, che bene si sono adattate al testo di Samuel Beckett. Il progetto, che vede l'alternanza tra lavoro individuale e di gruppo attraverso l'esplorazione delle diverse forme artistiche, ha come obiettivo quello di lanciare un messaggio: Godot non arriverà ma nonostante ciò è necessario affrontare la vita. Le donne e gli uomini che hanno scelto di intraprendere questo cammino tra poesia e teatro sono la dimostrazione che è possibile dare una svolta alla propria esistenza. Un messaggio valido anche per la società esterna: anche tra le grigie mura di un carcere può fiorire il bello.
di Ginevra Montanari
www.europinione.it, 18 aprile 2015
La storia di Ismael Nazario che fu prima un detenuto del carcere di New York Rikers Island, mentre ora prova a cambiare la cultura delle galere americane.
rikers Island. Da ragazzo, Ismael Nazario fu imprigionato nel carcere di New York Rikers Island, un'isola proprio di fronte alla città in cui passò trecento giorni in isolamento, ancor prima di essere condannato per un crimine. È stata recentemente ribattezzata "Prigione degli orrori", un titolo decisamente infelice, che porta con sé numerosi casi di violenza ai danni dei detenuti, soprattutto i più giovani. Ora, lottando per la riforma carceraria, Ismael lavora per cambiare la cultura delle galere e delle carceri americane, suggerendo alcuni modi per aiutare, e non danneggiare, i più giovani.
Lo stato di New York è tra i pochi, negli Usa, che arresta e processa sedicenni e diciassettenni come fossero adulti. Questa cultura della violenza costringe i detenuti in un ambiente ostile, in cui le guardie carcerarie rimangono indifferenti a tutto quello che si verifica. Si può fare davvero poco per sviluppare i propri talenti e riabilitarsi per davvero. Per questo bisogna riuscire a cambiare la quotidianità dei ragazzi.
E Nazario lo sa per esperienza personale: "Prima di compiere diciotto anni, ho passato circa quattrocento giorni a Rikers Island e, come se non bastasse, ho passato quasi trecento giorni in isolamento, e lasciate che vi dica una cosa: urlare a pieni polmoni tutto il giorno contro la porta della tua cella, o urlare con tutto il fiato fuori dalla finestra è stancante".
Visto che non c'è molto da fare quando ti trovi in una situazione del genere, racconta Ismael, l'unica cosa che si può fare è camminare avanti e indietro per la cella, iniziare a parlare da solo, con i tuoi pensieri che ribollono e impazziscono, diventando il tuo peggior nemico. Anche Cesare Beccaria, col suo Dei delitti e delle pene (1764), pensava che le prigioni dovessero riabilitare le persone, e non accrescerne la rabbia, la frustrazione e l'umiliazione per tutto il tempo della pena. Ma dal diciottesimo secolo non ci sono stati chissà quanti passi avanti.
"Tutto inizia dalle guardie". Può essere spontaneo, automatico, vedere le guardie come i "buoni" e i detenuti come i "cattivi", o in alcuni casi viceversa, ma in realtà c'è di più. Le guardie sono persone normali, come quelle che si incontrano ogni giorno. Vivono nello stesso quartiere in cui vive quella fetta di popolazione per cui lavorano. Sono persone normali. Niente di speciale, fanno il loro lavoro e si comportano di conseguenza. La guardia uomo vuole parlare e flirtare con la guardia donna. Si divertono a giocare come compagni di banco. Discutono di politica. E le guardie donna spettegolano. Un po' sulla falsa riga di Orange is the new black, serie di successo incentrata sulle vicende di un carcere federale femminile.
Durante questa esperienza, Ismael ha passato molto tempo con le guardie, ma soprattutto gli piace raccontare di una guardia in particolare, e si chiamava Monroe. Un giorno la guardia Monroe lo ha spinto tra le porte A e B che separano la zona nord e sud della loro unità. Lo ha spinto lì perché aveva avuto uno scontro fisico con un altro detenuto, un ragazzo; e lui pensò che, siccome sul piano al momento dello scontro lavorava una guardia donna, Ismael aveva approfittato della situazione. "Così mi colpì al petto. Mi fece mancare il fiato. Non ero un impulsivo, non reagii, perché sapevo che quella era casa loro. Non potevo vincere. Doveva solo premere il pulsante e sarebbero subito arrivati gli altri. Quindi lo guardai solo negli occhi, e credo che vide la rabbia e la frustrazione che aumentavano, e mi disse: "I tuoi occhi ti daranno un sacco di problemi, perché guardi come se volessi lottare". Si slacciò il cinturone, si tolse la maglia e il suo badge, e disse: "Possiamo lottare". Dopo un attimo di sbigottimento, e dopo essersi assicurati che nessuno dei due avrebbe fatto rapporto a terzi, iniziarono a lottare. Alla fine del combattimento, Monroe gli strinse la mano, gli disse che lo rispettava. Gli regalò una sigaretta, e lo lasciò andare.
"Credeteci o no, ma Riker Island ci sono guardie con cui lottare corpo a corpo." Alcune guardie sentono di essere in carcere, esattamente come chi è prigioniero per davvero. Ecco perché hanno quella mentalità, e quel comportamento. Comunque, le istituzioni devono dare alle guardie carcerarie una preparazione corretta sul come relazionarsi con gli adolescenti, e devono anche prepararli ad affrontare detenuti con problemi mentali. Queste guardie hanno un grande impatto sulle vite di questi giovani, fino a quando non si arriva a una sentenza. Quindi perché non cercare di educare questi giovani mentre sono lì? Perché non aiutarli a cambiare le loro vite?
"Quando ero a Rikers Island, la cosa peggiore era l'isolamento". L'isolamento è stato pensato inizialmente per spezzare le persone, fisicamente ed emotivamente: questo era il suo scopo. Fortunatamente, il Procuratore Generale recentemente ha affermato che elimineranno l'isolamento nello stato di New York, per i giovani. "Una cosa che mi ha mantenuto lucido durante l'isolamento è stato leggere; e, a parte quello, scrivevo canzoni e piccoli racconti". Sarebbe molto utile riformare i programmi dati ai giovani: per Ismael aiuterebbero enormemente programmi terapeutici per chi disegna, o ha inclinazioni musicali e artistiche.
"Quando gli adolescenti arrivano a Rikers Island, il C74 Rndc è l'edificio in cui vengono ospitati". Viene soprannominato La scuola dei gladiatori, perché ci sono giovani ragazzi di strada che pensano di essere dei duri, e che si trovano circondati da altri ragazzi che vengono dai cinque distretti, e tutti pensano di essere dei tipi tosti. Così si viene a creare un gruppo di giovani che gonfiano il petto pensando di dover provare di essere forti come gli altri, o più forti. Ma siamo onesti: può non essere pericolosa una cultura del genere? Quanto può danneggiare i giovani? È fondamentale aiutare le istituzioni, e i minorenni, a capire che non devono per forza seguire la strada che hanno sempre percorso quando torneranno in libertà, che possono davvero cambiare. "Mi sento triste se penso a quando ero in prigione, e sentivo dei tizi parlare di quando sarebbero stati rilasciati, e di quali crimini avrebbero commesso una volta tornati fuori."
Stando in prigione, Ismael afferma di aver conosciuto alcuni degli uomini più intelligenti, brillanti e di talento che abbia mai incontrato. Ha visto individui prendere un sacchetto di patatine e trasformarlo in una stupenda cornice. Ha visto alcuni prendere una saponetta e trasformarla in una scultura così bella "da far apparire Michelangelo un bambino dell'asilo".
Una volta parlò con un anziano che stava in mezzo al cortile con il naso verso il cielo. Ai quei tempi scontava una condanna di trentatré anni, e ne aveva già scontati venti. Gli chiese cosa stesse guardando, e lui in tutta risposta lo invitò a dirgli cosa vedesse lui. Nuvole, fu la sua prima risposta. Non fu soddisfatto. Ma poi passò un aeroplano, e lo prese come un segno. Un aeroplano, disse. E quel signore fece un cenno d'assenso, e gli chiese che cosa ci fosse su quell'aereo. Persone, bisbigliò Ismael. La morale della fiaba era: quell'aereo, con delle persone, va da qualche parte, mentre noi siamo bloccati qui. È la vita che scorre mentre noi rimaniamo fermi, bloccati. "Quel giorno ha acceso qualcosa nella mia mente, e mi ha fatto capire che dovevo cambiare. Crescendo, sono sempre stato un ragazzo buono, intelligente. Alcuni direbbero che ero troppo sveglio, per il mio bene. Sognavo di diventare un architetto o un archeologo. Oggi lavoro per la Fortune Society, che è un programma di riabilitazione, e lavoro con le persone ad alto rischio di recidiva, come coordinatore. Li metto in contatto con i servizi di cui hanno bisogno una volta rilasciati dal carcere così che possano vivere una transizione positiva nella società."
Se oggi Ismael incontrasse il se stesso di quindici anni, gli direbbe di non stare con Tizio e Caio. Di non andare in quel posto o in quell'altro. Lo incoraggerebbe ad andare a scuola, perché è lì che deve essere. Perché è ciò che gli farà ottenere qualcosa nella vita. Questo è il messaggio che dovremmo condividere con i giovani uomini, e le giovani donne. Non dovremmo trattarli da adulti, facendogli subire una cultura della violenza da cui non possono fuggire.
- Libano: rivolta nel carcere di Rumiyeh, agenti presi in ostaggio
- Cina: "Ha diffuso segreti di Stato", 7 anni di carcere per Gao Yu, giornalista dissidente
- Gran Bretagna: nuovo "rito" nelle carceri inglesi, la droga che rende pazzi i detenuti
- Chiusura Sezioni Alta Sicurezza a Padova. Comunicato Garante dei detenuti del Veneto
- Giustizia: così l'imputato può "processare" i magistrati mentre la causa è ancora in corso










