di Davide Milosa
Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2015
Il campione di Ignoto 1, almeno per metà, non corrisponde all'arrestato. Se la scienza ha portato in carcere Massimo Giuseppe Bossetti con l'accusa di essere l'assassino di Yara Gambirasio, ora sempre la scienza rischia di rimetterlo in libertà sollevando ragionevoli dubbi sull'esistenza dei gravi indizi e, dunque, sul fatto che il 44enne muratore di Mapello la sera del 26 novembre 2010 non rapì e non uccise la 13enne di Brembate, ritrovata cadavere nei campi di Chignolo d'Isola il 26 febbraio del 2011. La svolta clamorosa, infatti, sta nelle oltre cento pagine con cui il perito della Procura di Bergamo ha rianalizzato e confrontato la prova regina di tutta questa inchiesta, vale a dire le tracce ematiche trovate sugli slip tagliati della ragazza.
Si tratta, è sempre stato detto, di una sostanza mista, ovvero un mix di Dna della vittima e di quello del killer, che fino al 16 giugno 2014 era identificato come Ignoto 1 e che da allora ha preso il nome e il volto di Bossetti, sposato con tre figli. Incastrato, hanno raccontato gli atti dell'inchiesta, dopo un controllo causale con l'alcol test e dopo aver capito che Ester Arzufi aveva avuto un figlio illegittimo con l'autista di Gorno Giuseppe Guerinoni.
In quel momento il Dna estratto fa il "match" con quello di Ignoto 1. Questi i fatti, fino a poche settimane fa, quando il ricercatore dell'università di Pavia Carlo Previderè deposita la sua perizia. E qui iniziano i problemi, per la procura in futuro e d'interpretazione in generale. Secondo quanto ricostruito, infatti, la parte mitocondriale, legata al ceppo materno, di Ignoto 1 non corrisponde in alcun modo a quella dello stesso Bossetti. Il punto è certamente a favore della difesa. Va detto, però, che la cellula di Dna è composta anche da una parte nucleare che fissa il ceppo paterno e che, al contrario, corrisponde a Massimo Giuseppe Bossetti.
La svolta, dunque, se c'è potrebbe non essere decisiva per la conclusione del processo, ma certamente fondamentale per la richiesta, già annunciata dall'avvocato Claudio Salvagni, di scarcerazione del suo assistito. Tanto più che oltre all'anomalia clamorosa della non coincidenza della parte mitocondriale, dalla relazione del perito escono totalmente ribaltati i rapporti quantitativi tra il Dna di Yara e del presunto killer.
Nella perizia, infatti, si sottolinea come sulla traccia catalogata 31G20 prevalga decisamente il Dna di Yara rispetto a quello di Ignoto 1. E ancora: secondo quanto ricostruito dal rapporto, gli esperti hanno dovuto rifare, dal punto di vista genetico, la traccia trovata sugli slip di Yara e questo perché "i campioni risultano essere esauriti". Insomma, a questo punto dell'inchiesta, che va ricordato resta ancora nella sua fase preliminare (la Procura ha tempo fino al prossimo 16 giugno), i dubbi aumentano esponenzialmente.
E non solo sul Dna. La relazione, infatti, spiega che dall'analisi dei peli trovati attorno e sul corpo della ragazza emergono almeno due profili genetici identici ma ad ora sconosciuti e non certo corrispondenti ad Ignoto 1. E del resto è fatto accertato che il Dna di Bossetti non compaia sul cosiddetto "cuscino di peli" repertato attorno al corpo della vittima. Non solo: le analisi del Ris di Parma hanno escluso presenza di Dna di Yara nel camion Iveco cassonato dello stesso muratore di Mapello. A questo, infine, va aggiunto il ragionamento del tribunale del Riesame di Brescia che nell'ottobre 2014 ha respinto la richiesta di scarcerazione di Bossetti.
In quel frangente i giudici hanno considerato come vera e unica prova il Dna, mentre tutti gli altri indizi (compresi i filmati del furgone di Bossetti attorno a casa Gambirasio) sono stati definiti "dati neutrali" perché "potrebbero aver valore per ricostruire la dinamica degli eventi ma sono poco significativi per istituire una relazione univoca con Bossetti solo perché lavora come muratore". A sette mesi dall'arresto dell'operaio di Mapello, buona parte del castello dell'accusa sembra seriamente vacillare. Tanto più, e questo è agli atti dell'inchiesta, che sul corpo di Yara Gambirasio sono stati trovati molti profili genetici diversi da quelli di Ignoto 1. Tracce che ora potrebbero aprire scenari inediti.
di Igor Greganti
Ansa, 27 gennaio 2015
È necessaria una perizia psichiatrica per valutare le condizioni di salute di Fabrizio Corona, l'ex 're dei paparazzi' in carcere da circa due anni e che, come viene spiegato in una consulenza tecnica depositata dai suoi difensori, soffre di stati d'ansia, psicosi, depressione e attacchi di panico. Lo ha stabilito il Tribunale di Sorveglianza di Milano che ha tenuto conto proprio di quella relazione firmata da uno psichiatra e allegata all'istanza di detenzione domiciliare presentata dagli avvocati Ivano Chiesa e Antonella Calcaterra.
"Questa decisione - ha spiegato l'avvocato Chiesa - è una buona notizia, perché vuol dire che i giudici hanno valutato la nostra consulenza tecnica e vogliono approfondire la questione, verificando quali siano le condizioni di Fabrizio".
I magistrati della Sorveglianza (presidente Marina Corti, relatore Beatrice Crosti), infatti, hanno ordinato che venga effettuata una "perizia psichiatrica" sull'ex agente fotografico, dopo che "in particolare", come si legge nel provvedimento, i difensori di Corona hanno depositato una consulenza, redatta dallo psichiatra Riccardo Pettorossi, nella quale si parla delle sue condizioni di "sofferenza" psichica. Consulenza su cui è basata l'istanza di detenzione domiciliare: i legali chiedono, infatti, che l'ex fotografo dei vip possa uscire dal carcere di Opera e andare in regime detentivo in una comunità (la Fondazione Exodus di Don Mazzi ha già dato la sua disponibilità).
"Sto male, ho seri problemi psicologici e vi chiedo di darmi un'opportunità", aveva detto Corona, rivolto ai giudici, nell'udienza di giovedì scorso nella quale si è discussa l'istanza. Il sostituto pg Giulio Benedetti, però, si era opposto alla richiesta di domiciliari e oggi il Tribunale ha deciso di disporre un accertamento tecnico d'ufficio per poi stabilire, proprio sulla base della perizia, se fare uscire o meno l'ex fotografo dei vip dal carcere di Opera.
I giudici hanno fissato un'udienza per il prossimo 11 febbraio nel corso della quale verranno nominati i periti (medici e psichiatri) che dovranno condurre gli accertamenti sullo stato psichico e psicologico di Corona. In quell'udienza verrà conferito formalmente l'incarico ai periti, e verrà anche fissato un termine per il deposito della relazione.
Nella consulenza psichiatrica della difesa Corona, che viene curato in carcere con degli psicofarmaci, viene descritto come un uomo dalla personalità "narcisistica" e "borderline". Un tipo di personalità che all'interno del carcere gli sta causando, secondo la relazione, soprattutto gravi stati depressivi e psicosi. Ora la parola passerà ai periti del Tribunale.
Intanto, lo scorso dicembre, la difesa dell'ex agente fotografico (ha riportato condanne definitive per un totale di 14 anni, poi ridotti a oltre 9 anni, di cui 6 anni e 8 mesi ancora da scontare) ha presentato all'allora presidente Giorgio Napolitano una domanda di grazia parziale per chiedere la cancellazione dei due anni e mezzo circa, ancora da scontare, per la condanna riportata a causa del foto-ricatto all'ex attaccante juventino David Trezeguet.
di Michele Giuntini
Ansa, 27 gennaio 2015
Il comandante della Costa Concordia Francesco Schettino rischia 26 anni di carcere e l'arresto per pericolo di fuga per il naufragio al Giglio del 13 gennaio 2012, che causò 32 morti e decine e decine di feriti. Deciderà il tribunale di Grosseto.
"Dio abbia pietà di lui, noi non possiamo", ha concluso il pm Stefano Pizza dopo aver coniato per Schettino la definizione di "incauto idiota", crasi logica di una citazione dottrinale giuridica - "incauto ottimista" e "abile idiota" - relativa alla figura di chi sopravvaluta le proprie capacità, si sente bravo e poi causa gravi danni.
La requisitoria conclusa oggi - quasi 20 ore in tre udienze, con staffetta fra tre magistrati, Alessandro Leopizzi, Stefano Pizza, Maria Navarro - è stata dura e ha mirato direttamente sulle responsabilità dell'imputato culminando nella richiesta di una condanna esemplare: Schettino ha portato la nave sugli scogli, non ha dato subito l'emergenza generale perdendo tempo prezioso, ha mentito alla capitaneria sulle reali avarie a bordo, ha abbandonato la nave lasciando al loro destino centinaia di persone in difficoltà, tra cui bambini, anziani disabili, ha causato morti, feriti, danni.
Schettino, ha poi detto il pm Navarro prima di esprimere il pesante conteggio della pena, è "l'unico responsabile" di un evento da lui stesso causato, cioè il naufragio della Concordia, che solo per la Provvidenza non si è trasformato in ecatombe". I 26 anni di reclusione richiesti vanno riferiti alle accuse di omicidio e lesioni colposi (partendo dal fatto più grave, 4 anni per la morte della bambina Dayana Arlotti, si arriva con le altre 31 vittime più decine di feriti a 14 anni), a quella di naufragio (9 anni), abbandono di incapaci e della nave (delitti dolosi), 3 anni.
In più, "una ciliegina", altri tre mesi di arresto perché l'imputato omise, o fece dire cose false (come quella su un risolvibile black out a bordo anziché dell'irrecuperabile allagamento della nave) all'autorità marittima: per queste contravvenzioni la legge prevede o una semplice ammenda o un arresto. È scattata, dati i fatti gravi, la seconda opzione.
E ancora, no alle attenuanti generiche. "Schettino non le merita", ha detto il pm Navarro: "Anche se è incensurato e non ha precedenti penali né giudiziari, la gravità dell'evento e dei fatti trattati è tale e totalmente ascrivibile a sue responsabilità".
"Non ha mai chiesto scusa", ha inoltre accusato il pm Navarro, "non ha mai ammesso le sue responsabilità e si è rimangiato quel poco di colpa che aveva ammesso", anzi "al dibattimento ha tentato di scaricarle sugli altri". Tra il pubblico il procuratore di Grosseto, da qualche giorno in pensione, Francesco Verusio, che aveva sempre ipotizzato una richiesta di 20 anni: "Oggi - ha commentato lasciando l'aula - i pm hanno presentato il conto".
Presente a Grosseto il pg di Firenze, Tindari Baglione, che ha pronto per i pm del processo un elogio formale: "La richiesta è congrua, forse si poteva chiedere un po' di più, ma non meno. Sono qui per dare piena adesione alla linea della pubblica accusa". Sbalordita la difesa di Schettino, non tanto per i 26 anni di condanna chiesti - "c'erano avvisaglie di una richiesta forte", ha detto l'avvocato Donato Laino - quanto per la richiesta di arresto che era "già stata respinta dal riesame e poi dalla Cassazione tre anni fa e che ora viene riproposta dal pm con gli stessi argomenti di allora". Il processo continua con le parti civili tutta la settimana.
www.radicali.it, 27 gennaio 2015
"Anche quest'anno, dirigenti e militanti del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito e di Radicali Italiani sono stati presenti all'inaugurazione dell'anno giudiziario presso le Corti d'Appello, lo scorso sabato 24 gennaio. E anche a Catanzaro, dove è intervenuto Rocco Ruffa con delega della segretaria Rita Bernardini, durante la cerimonia i Radicali hanno letto un testo, lo stesso in ogni Corte d'Appello, per denunciare lo stato della giustizia e del sistema carcerario italiano, anche alla luce di quelle "ispezioni" che, militanti e dirigenti radicali svolgono regolarmente e che erano state intensificate nelle ultime settimane, nell'ambito dell'azione nonviolenta denominata "Satyagraha di Natale", lanciata dal leader Marco Pannella".
A comunicarlo, con una nota congiunta, sono i radicali calabresi Giuseppe Candido, componente del Comitato nazionale di Radicali italiani e Rocco Ruffa militante del partito e intervenuto sabato 24 gennaio presso la Corte d'Appello di Catanzaro per i Radicali con delega della segretaria Rita Bernardini.
"Il Presidente della Corte d'Appello di Catanzaro nella sua relazione di inaugurazione dell'anno giudiziario, ha dato ragioni" - scrivono Candido e Ruffa - "a noi Radicali che a Capodanno eravamo stati al carcere Ugo Caridi di Catanzaro notando e denunciando come, soltanto dal punto di vista del sovraffollamento, la situazione era leggermente migliorata dopo la consegna del nuovo padiglione. Mentre avevamo denunciato il permanere di violazioni palesi dei diritti umani sia per quanto riguarda il diritto alla salute sia per quanto attiene il diritto al lavoro e a scontare la propria pena vicino i propri parenti. Per non parlare di quelle "traduzioni forzate" dei detenuti, trasferiti non su base della territorialità della pena, ma in base alle capienze disponibili. Una situazione patente in tutte le carceri della regione. Tutto ciò è stato rilevato, nella relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, dal presidente della Corte d'Appello di Catanzaro, Domenico Introcasio che ha sottolineato chiarissimamente come, nelle case circondariali del distretto di Catanzaro ci sia una "grave situazione igienico-sanitaria". Riportando i dati del tribunale di Sorveglianza, il Presidente della Corte d'Appello del capoluogo calabrese, ha infatti sottolineato come, nelle otto carceri del distretto, sono presenti 1.810 detenuti: 645 a Catanzaro, 272 a Vibo Valentia, 242 a Rossano, 243 a Cosenza, 140 a Castrovillari, 264 a Paola, 4 a Crotone. Per il presidente Introcasio è migliorata quindi la percentuale di sovraffollamento, che comunque "rimane critica solo a Castrovillari" dove si registra ancora una presenza di detenuti superiore all'11% rispetto la capienza regolamentare, ma, come avevamo denunciato all'uscita dalla visita al carcere Ugo Caridi di Catanzaro condotta a Capodanno nell'ambito del Satyagraha di Natale, molti diritti umani delle persone detenute rimangono sistematicamente violati perché persistono i gravi deficit di personale rispetto alle piante organiche delle varie figure professionali, specie per educatori, polizia penitenziaria e personale amministrativo.
Come Radicali Italiani abbiamo deciso di fare nostro e difendere in ogni sede istituzionale possibile quel messaggio inviato dal Presidente della Repubblica alle Camere l'8 ottobre del 2013 in cui si descrivevano gli obblighi del nostro Paese per rientrare nella legalità costituzionale e sovranazionale che, praticamente, è rimasto inascoltato proprio dal quel Parlamento e dagli interlocutori istituzionali cui era esplicitamente rivolto.
Un messaggio che - di fatto - chiedeva al Parlamento di riconsiderare l'ipotesi di un provvedimento di amnistia e indulto non solo per l'immonda realtà carceraria delle nostre patrie galere, ma anche, e forse soprattutto, per la non ragionevole durata dei processi per la quale il "Paese canaglia" Italia continua ad esser condannato da trent'anni a pagare cifre ingenti in risarcimenti. E, come ha sottolineato anche il Presidente della Corte d'Appello di Catanzaro nella sua relazione, le pendenze sono in crescita anche nel distretto di Catanzaro dove, nel penale, sfiorano il 25%.
E non solo il Presidente della Corte d'Appello, ma anche il Procuratore Generale, il rappresentante del Csm, il presidente Iannello e molte altre autorità intervenute all'inaugurazione hanno ammesso che la situazione, per molti versi, è "al collasso". Una non ragionevole durata dei processi che l'Europa sanziona, e come Radicali denunciamo inascoltati perché, di fatto, si ripercuote sul senso di giustizia che i cittadini percepiscono. Pure in Calabria - concludono Candido e Ruffa - serve subito il garante dei detenuti perché, con le prescrizioni che galoppano e di cui nessuno parla troppo, viene il dubbio che si discuta di ferie dei magistrati per far melina e nascondere i veri problemi della giustizia e delle carceri".
Di seguito il testo letto e depositato per i Radicali Italiani, da Rocco Ruffa, presso la Corte d'Appello di Catanzaro sabato 24 gennaio 2015 in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario:
Anche quest'anno, come Radicali del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito e come Radicali Italiani abbiamo deciso di essere presenti, chiedendo di intervenire, in tutte le Corti di Appello in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, leggendo lo stesso testo in ogni corte d'Appello, con lo spirito di dialogo e confronto con le istituzioni che hanno la responsabilità di occuparsi della giustizia.
Si tratta di un atto e di una iniziativa che riteniamo doverosa per corrispondere in una sede istituzionale all'unico messaggio formale, inviato alle Camere ai sensi dell'art. 87 Cost., dal Presidente della Repubblica uscente nel corso dei suoi nove anni di Presidenza, contestualmente denunciando il comportamento degli interlocutori istituzionali del Presidente, in primo luogo quelle Camere alle quali il Capo dello Stato si è rivolto, che con platealità hanno sistematicamente negato dignità al testo formale proveniente dalla più alta carica dello Stato nell'esercizio della sua massima autorità magistrale e volto a richiamare gli improcrastinabili obblighi di riforma strutturale della Giustizia, a partire da un provvedimento di amnistia e indulto.
Un comportamento scandaloso, che siamo convinti abbia suscitato non poca amarezza nell'animo del Presidente, che è servito e serve al regime partitocratico, editore di riferimento dell'informazione radiotelevisiva e di una stampa spesso asservita, per continuare ad impedire all'opinione pubblica e al popolo italiano di conoscere e giudicare gli atti del Presidente della Repubblica nel solenne esercizio delle sue funzioni costituzionali ed i fatti, gravissimi e che implicano altrettanto gravi violazioni di norme costituzionali e sovranazionali, che di quell'unico messaggio formale alle Camere rappresentano i presupposti.
L'assenza di riforme organiche e strutturali del sistema, a partire da quelle ordinamentali, ha reso - da anni - cronici i mali di una giustizia divenuta strutturalmente inefficiente soprattutto per la sua irragionevole durata.
La giustizia è divenuta in tal modo per i nostri cittadini e le nostre imprese - e queste sono parole del ministro Orlando dette alla Camera dei Deputati lo scorso 19 gennaio 2015 - non la sfera a cui rivolgersi per vedere garantiti diritti o dare tutela ai propri legittimi interessi, non la dimensione dove anche il più debole tra i cittadini possa trovare riparo dai soprusi del più forte, ma il simbolo di un calvario da tenere il più lontano possibile dalla propria vita.
Tutto questo ha un notevole costo in termini di denaro pubblico, a causa di uno Stato le cui stesse istituzioni non sono in grado di rispettare le proprie leggi.
È ormai accertato che le violazioni delle fondamentali norme della Convenzione europea dei diritti dell'uomo da parte del nostro Stato stanno causando ingenti danni all'intera economia nazionale. Lo stesso Ministero della Giustizia, nella relazione presentata all'inaugurazione dell'Anno Giudiziario 2014, ha ammesso che i ritardi della giustizia ordinaria determinano ricadute anche sul debito pubblico.
L'alto numero di condanne ed i limitati stanziamenti sul relativo capitolo di bilancio hanno comportato un forte accumulo di arretrato del debito ancora da pagare sulla base dei risarcimenti previsti dalla "legge Pinto", debito che, ad ottobre 2013, ammontava ad oltre 387 milioni di euro.
Il fenomeno ha oramai assunto le sembianze di una vera e propria ipoteca accesa a carico di ogni cittadino italiano. A queste cifre si devono aggiungere le somme dovute a titolo di risarcimento per i detenuti che hanno scontato e che stanno scontando la loro pena in condizioni disumane e degradanti.
Lo scorso 8 ottobre, in occasione dell'anniversario dall'invio del messaggio alle camere da parte del Presidente Napolitano, noi Radicali abbiamo depositato un esposto presso la procura regionale della Corte dei Conti del Lazio per sollecitare un'indagine volta a stabilire l'esatto ammontare del danno economico patito dall'intera nazione in relazione alla mancata attuazione di concrete e urgenti riforme volte a impedire il reiterarsi delle violazioni della Convenzione europea dei diritti dell'uomo ed al fine di individuarne i responsabili.
Questa è lo stato in cui versa in Italia una fondamentale infrastruttura immateriale del paese, com'è la giustizia, perno di qualsiasi processo di crescita civile, sociale ed economica oltre che un essenziale pilastro di ogni moderna democrazia.
Gli interventi frammentari e disorganici assunti dal Governo anche nel corso del 2014 appena trascorso, l'assenza di un disegno complessivo di riforma del sistema, non hanno affatto posto rimedio alle censure mosse dalla Corte Edu con la nota sentenza Torreggiani, posto che la Corte aveva chiesto soluzioni e rimedi effettivi, mentre i rimedi adottati continuano a rimanere solo sulla carta, com'è evidente ad esempio, a chiunque conosca, anzitutto la magistratura di sorveglianza, la vicenda del nuovo art. 35 ter dell'ordinamento penitenziario, introdotto con il d.l. 92/2014 successivamente convertito con la legge 117/2014.
A sei anni dalla sentenza Sulejmanovic e a due dalla sentenza Torreggiani, in Italia abbiamo ancora ben 72 Istituti penitenziari che hanno un sovraffollamento che va dal 130% al 210% se vogliamo riferirci esclusivamente al sovraffollamento; ma tutti sappiamo che la sentenza pilota dell'8 gennaio 2013 faceva riferimento non solo allo spazio disponibile pro-capite in cella, ma anche alla possibilità di accesso alla luce naturale e all'aria, alle condizioni igieniche e, in generale, alle condizioni trattamentali.
L'Italia è ancora sub judice, le Istituzioni Europee sino ad ora hanno fatto fiducia all'Italia, riservandosi di verificare in un prossimo futuro l'effettività dei rimedi adottati in seguito alla sentenza Torreggiani: il 2015 sarà l'anno in cui la Corte Edu, così come il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa, non potranno che prendere atto della assoluta ineffettività ed inadeguatezza di questi rimedi e nuove pesanti ombre si profilano all'orizzonte, sul versante della verifica del rispetto dei diritti umani fondamentali da parte dell'Italia.
È per questo che gli obiettivi indicati al Parlamento dal Capo dello Stato nel 2013, da raggiungere attraverso il percorso pure indicato dal Presidente, nel messaggio rimasto totalmente inascoltato anche nel corso dell'appena trascorso 2014, rappresentano e continuano a rappresentare i nostri obiettivi che hanno quale fondamentale pilastro quello del rientro nella legalità costituzionale e sovranazionale del sistema giustizia del nostro Paese.
Sin qui, illustrissimo signor Presidente, ho letto il discorso che, come Radicali Italiani, abbiamo inteso ribadire in ogni Corte d'Appello d'Italia per l'inaugurazione di quest'anno giudiziario. Giustizia ritardata è giustizia negata; come calabresi, siamo profondamente rattristati dalla condizione esanime della Giustizia anche calabrese dove, problematicità presenti in tutta Italia appaiono aggravate da carenze di organico ancora più marcate che altrove. Da semplice cittadino mi consenta di aggiungere che provo profonda vergogna a vivere in uno Stato che è condannato per la violazione dei fondamentali diritti umani, e che ha un Parlamento incapace di corrispondere come avrebbe dovuto al messaggio di Napolitano che, anch'io, personalmente e non formalmente ringrazio da questo luogo istituzionale.
di Giò Barbera
www.riviera24.it, 27 gennaio 2015
Detenuti che accompagnano i disabili a scuola, detenuti che puliscono strade, cimiteri, alveni dei fiumi e ancora che aprono e chiudono cimiteri e controllano giardini pubblici. Il Comune di Imperia è pronto a stipulare una convenzione con la casa circondariale di via don Abbo Il Santo così come prevede una nuova normativa approvata lo scorso anno.
Sarebbe uno dei primi Comuni della provincia di Imperia a trovare un accordo del genere. Ma non è tutto è pronta anche una seconda convenzione che in realtà è un rinnovo: quello siglato nel 2002 e scaduto nel 2007 con il Tribunale di via XXV Aprile che prevedeva la messa alla prova in lavori di pubblica utilità di persone denunciate per guida in stato di ebbrezza.
Con la legge 381 del 1991, i detenuti o ex detenuti potevano svolgere lavori socialmente utili. Oggi, la legge 67/2014 ha introdotto uno strumento in più per le pubbliche amministrazioni: le persone che hanno commesso determinate tipologie di reato possono chiedere la sospensione del processo con la cosiddetta "messa alla prova", anche attraverso lo svolgimento di un lavoro di pubblica utilità. "È un'opportunità concreta per l'inclusione sociale e dà la possibilità a chi ha sbagliato di non far diventare un errore un danno permanente - spiega il sindaco Carlo Capacci.
Abbiamo predisposto una bozza di convenzione che Comune che prende in carico il soggetto dovrà siglare con il Tribunale e con il carcere". I lavori di pubblica utilità potranno riguardare la tutela del patrimonio culturale, ambientale, la manutenzione del verde pubblico e del patrimonio comunale, l'accompagnamento di anziani e disabili, il supporto alle attività musicali e bibliotecarie, l'accoglienza al pubblico presso gli uffici comunali, le attività connesse alla sicurezza e all'educazione stradale.
C'è anche una mozione, predisposta dal consigliere Oliviero Olivieri del Pd, pronta a sbarcare in consiglio comunale dopodomani che salvo imprevisti sarà ratificata. "In particolare - spiega Olivieri, che di professione fa l'avvocato - sono due i punti contenuti nella mozione. Il primo rispolvera una convenzione che il Comune di Imperia aveva sottoscritto nel 2002 con il Tribunale che è scaduta cinque anni dopo e mai rinnovata. Secondo la convenzione, i cittadini autori di reati lievi, come la guida in stato di ebbrezza, possono richiedere di rivolgersi al Comune e eseguire dei lavori di pubblica utilità per ottenere una sentenza di estinzione del reato. Ma era limitata ad un numero decisamente esiguo di persone: comprendeva una ventina di posti disponibili ed era stata interpretata dagli uffici in modo molto restrittivo. Chi veniva destinato a lavori di pubblica utilità, infatti, veniva mandato a fare lavori di fatica, generalmente veniva destinato ai servizi cimiteriali. Ora, invece, chiediamo di poter utilizzare i soggetti anche in altri settori come ad esempio i servizi sociali. Il controllo - precisa il consigliere - sarà comunque fatto dal giudice che dovrà stabilire se la persona sia o meno adatta a svolgere lavori di pubblica utilità".
C'è poi l'altro capitolo della mozione, ovvero il lavoro che potrà essere svolto dai detenuti del carcere di Imperia. Chi ha subito condanne per reati minori può svolgere lavori socialmente utili. Si tratta di un progetto che prevede percorsi di formazione lavoro rivolti a detenuti ed ex detenuti che riguarda in particolare servizi a tutela della manutenzione del territorio con particolare attenzione alle problematiche ambientali.
Obiettivo non meno importante è quello di valorizzare l'occupazione lavorativa al fine dell'integrazione sociale di ciascun detenuto. "In questo senso - sottolinea Oliviero Olivieri - l'amministrazione comunale può svolgere un ruolo importante di coordinamento". Una convenzione quindi che di fatto sostiene progetti finalizzati al recupero e alla risocializzazione delle persone, che danno la possibilità a chi ha sbagliato di pagare il proprio debito e che allo stesso tempo possono avere un effetto deflattivo sul numero dei procedimenti e quindi contribuire a rendere più efficace l'intero sistema della giustizia.
Ansa, 27 gennaio 2015
I costi sostenuti per il 2012-2013-2014 per corsi di formazione per i detenuti del carcere di Spini di Gardolo a Trento erano stati oggetto di un'interrogazione da parte del segretario della Lega Nord del Trentino e consigliere provinciale, Maurizio Fugatti, che ora rende nota la risposta, che vede il dettaglio sia della tipologia dei corsi, dalla formazione professionale alla scuola secondari, che dei costi, da parte del presidente della Provincia, Ugo Rossi.
Quanto alla spesa, per i corsi con finanziamento Fse il costo complessivo è stato pari a 64.638,87 euro. I percorsi di alfabetizzazione e scolastici sono stati erogati coinvolgendo il personale docente in servizio. Il personale equivalente coinvolto per il triennio è stato di 3 docenti di scuola primaria per 3 anni, 2 docenti di scuola secondaria di primo grado per 2 anni, 1 per l anno, 5 docenti di scuola secondaria di secondo grado in 3 anni.
Considerato che il costo medio di un docente è pari a 35.500,00 euro per la primaria e 38.000 euro per la secondaria di primo e secondo grado, il costo complessivo per il triennio è pari a 699.500 euro. Per i percorsi di formazione professionale le ore di docenza nel triennio sono state complessivamente 563. Considerato il costo medio di un docente della formazione professionale (con un orario di 692 ore annue) pari a 40.000 euro, il costo per il triennio e di 32.543 euro. Non è invece possibile fornire, si legge nella risposta diffusa da Fugatti, il dato relativo a quanti ex detenuti sono stati introdotti negli anni 2012-2013-2014 all'interno del mondo lavorativo e di quale nazionalità essi siano, perché dal momento della dimissione dall'istituto i detenuti sfuggono ad ogni rilevazione.
Sentito il carcere di Trento, viene inoltre spiegato, le misure alternative concesse in virtù del possesso di un'offerta lavorativa sono state pochissime, forse una decina, soprattutto per la scarsa offerta occupazionale esterna, anche legata alla crisi economica.
di Luana de Francisco
Messaggero Veneto, 27 gennaio 2015
Le scorte sono finite con tre mesi d'anticipo e non è ammesso acquistarne altre. Contatti con Ass e Polizia penitenziaria per passaggi in carcere e case di riposo.
Nelle auto di servizio del tribunale di Udine non c'è più un goccio di benzina. Le scorte ministeriali sono finite con tre mesi di anticipo e acquistare altro carburante non è permesso. Risultato: magistrati appiedati e paralisi dell'attività giudiziaria, sia penale che civile, svolta al di fuori del palazzo. Non è uno scherzo, ma la kafkiana situazione con la quale da qualche giorno gli uffici di largo Ospedale vecchio sono costretti a barcamenarsi. La circolare della presidente, Alessandra Bottan, porta la data della settimana scorsa e ieri pomeriggio il neo coordinatore dell'ufficio Gip-Gup, Daniele Faleschini Barnaba, ha improvvisato una riunione per affrontare l'emergenza.
Le vetture ferme nel parcheggio sono soltanto due e pure datate. "Una Croma e una Punto che dovremo fare durare il più a lungo possibile - afferma la presidente del tribunale, perché ci è già stato anticipato che non saranno sostituite". Il loro utilizzo è legato esclusivamente a fini di servizio. I giudici per le indagini preliminari le adoperano per recarsi nella casa circondariale di via Spalato e nel carcere di massima sicurezza di Tolmezzo, per le udienze di convalida e per gli interrogatori. Ci vanno accompagnati dai rispettivi cancellieri e con una frequenza che varia a seconda delle esigenze di ciascun turno: più arresti ci sono, più trasferte si fanno. I giudici della sezione civile, invece, se ne servono soprattutto per le udienze a domicilio dei casi di amministrazione di sostegno nei quali l'istruttoria non possa avvenire in tribunale, per impedimento dei beneficiari. Per garantire la prosecuzione dell'attività, ora, è in corso una febbrile ricerca di soluzioni alternative.
"Stiamo cercando di sbloccare l'impasse e di riuscirci nel più breve tempo possibile - dice Bottan. Il problema riguarda tutta l'Italia ed è destinato ad aggravarsi, per la decisione del ministero di Giustizia di ridurre ulteriormente le scorte, in futuro". La questione è più complessa di quanto sembri: per ovviare alla temporanea indisponibilità delle auto di servizio, in teoria, i magistrati non possono neanche arrangiarsi con le rispettive vetture private. "Non godrebbero della dovuta copertura assicurativa per sé e tanto meno per chi dovesse viaggiare con loro", spiega Bottan. "Non appena ci è stato comunicato l'esaurimento del contingente - continua, abbiamo chiesto di poter attingere con anticipo alla nuova dotazione, disponibile da aprile, e ci siamo anche rivolti alla Corte d'appello per vedere se nel resto del Distretto vi fosse ancora qualche residuo. Ma entrambi i tentativi sono andati falliti".
L'unica via di scampo praticabile, a questo punto, pare quella dei "passaggi". "Stiamo valutando la possibilità di cercare supporti nelle Aziende sanitarie o in altri enti del territorio - assicura la presidente.
Quest'anno abbiamo registrato un aumento degli assistiti dell'amministrazione di sostegno e per questo avevamo chiesto già un incremento del carburante: si tratta per lo più di persone anziane, allettate e con disagi anche psicologici. Il nostro - aggiunge - è un bacino assai vasto e buona parte dei beneficiari abita o è ospite di case di riposo della zona di Palmanova. Trattandosi di questioni di valenza anche socio-sanitaria, ritengo che a farsene carico possano essere anche le altre istituzioni".
Nel caso dei gip, a dare uno "strappo" ai magistrati potrebbe essere la stessa Polizia penitenziaria. Più facile a dirsi che a farsi, visto che il "favore" comporterebbe all'istituzione penitenziaria una continua rivisitazione dei turni di servizio e l'impiego di più personale al giorno. "L'anno scorso eravamo riusciti a tenere duro fino ad aprile - ha concluso Bottan - e finora siamo stati costretti ad accorpare le udienze e far fronte a quasi tutte le scadenze. Ma le doglianze dei cittadini sono già cominciate e questa paralisi va risolta in tempi rapidi".
Ansa, 27 gennaio 2015
Alta tensione nell'Istituto penale per minorenni di Palermo, dove mercoledì un giovane detenuto ha dato in escandescenza, aggredendo un poliziotto penitenziario. Lo dice il Sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe. Il segretario generale del Sappe Donato Capece dice: "Il grave episodio è la conseguenza di una situazione allarmante che vivono i poliziotti penitenziari dell'Istituto, abbandonati a loro stessi dalla Direzione del carcere minorile palermitano e sempre più frequentemente oggetto di minacce e insulti da parte dei detenuti minorenni. Si tenga conto che oggi sono presenti nell'Ipm di Palermo 27 minori.
Il dipartimento della Giustizia minorile deve assumere urgenti provvedimenti per il Personale di Polizia Penitenziaria che lavora a Palermo, a tutela della loro stessa incolumità personale. Il Sappe esprime solidarietà al Personale di polizia penitenziaria in servizio all'Ipm palermitano. Ma va anche detto che queste aggressioni sono intollerabili ed inaccettabili. Noi non siamo carne da macello ed anche la nostra pazienza ha un limite".
9Colonne, 27 gennaio 2015
Lunedì 2 febbraio una delegazione della Uil-Pa Penitenziari, capitanata dal segretario generale Eugenio Sarno, effettuerà una visita all'interno della casa circondariale di Frosinone per verificare lo stato dei luoghi di lavoro della polizia penitenziaria. Durante la visita sarà effettuato un servizio fotografico che ne documenterà la situazione. Si tratta dell'ennesima tappa di una iniziativa denominata "Lo scatto dentro, perché la verità venga fuori", un tour che ha già toccato, in poco più di due anni, circa 50 istituti penitenziari d'Italia documentando, in numerosissimi casi, le difficili condizioni di lavoro cui sono costretti gli agenti penitenziari e le incivili condizioni della detenzione.
"Riteniamo che le immagini, molto più delle parole, possano contribuire ad una presa di coscienza collettiva" spiega Eugenio Sarno, che conclude: "Aver superato in prima battuta l'esame della Corte di Strasburgo non significa affatto aver risolto le criticità del sistema penitenziario. Come apprezzabilmente richiamato anche dal primo Presidente della Corte di Cassazione , Giorgio Santacroce, resta in piedi la necessità di riconsegnare al nostro sistema carcerario la civiltà delle detenzione e la dignità del lavoro. Se non si interviene strutturalmente ad aprile rischiamo una bocciatura europea che potrebbe costarci milioni di euro in sanzioni".
L'Eco di Bergamo, 27 gennaio 2015
L'ultimo stratagemma scoperto dalla polizia penitenziaria del carcere di Bergamo per far arrivare a un detenuto tre panetti di hashish (50 grammi) e un telefonino. Il "pacco dono" era destinato a un detenuto di origini calabresi, un venticinquenne residente nella nostra provincia, che si trova in carcere da un mese per furto aggravato. L'uomo è stato denunciato così come la compagna che gli ha portato i "generi di prima necessità": si tratta di una ragazza di 25 anni residente nel Milanese. I due salumi sono stati passati sotto i raggi X che hanno evidenziato, nel centro di entrambe le mortadelle, degli oggetti di colore diverso. È bastato aprirle a metà per scoprire il telefono e i tre panetti di hashish. Ma se anche non fossero stati passati ai raggi X sarebbero ugualmente stati scoperti: la procedura prevede infatti che questo genere di prodotto venga tagliato prima di essere consegnato al detenuto. Sicuramente, in questo caso, c'è stato anche l'aiuto delle abili mani di un macellaio.
Dopo la droga nelle scarpe, le sim card negli slip e i cellulari nelle bombolette di gas, è arrivata anche la mortadella. Già, perché questo è l'ultimo stratagemma scoperto dalla polizia penitenziaria del carcere di via Gleno per far arrivare a un detenuto tre panetti di hashish e un telefonino. Tutto perfettamente nascosto in due belle mortadelle, perfettamente integre e confezionate con tanto di pellicola trasparente. Peccato che dentro ci fossero 50 grammi di hashish e un cellulare Nokia vecchio modello completo di sim card.
Il "pacco dono" era destinato a un detenuto di origini calabresi, un venticinquenne residente nella nostra provincia, che si trova in carcere da un mese per furto aggravato. L'uomo è stato denunciato così come la compagna che gli ha portato i "generi di prima necessità": si tratta di una ragazza di 25 anni residente nel Milanese.
Le mortadelle con sorpresa sono state scoperte sabato scorso, nel primo pomeriggio: la giovane si è presentata per il colloquio con il compagno e ha consegnato le due mortadelle agli agenti. Nella sala pacchi è avvenuto il controllo, una prassi per tutto ciò che viene portato all'interno del carcere ed è destinato ai detenuti.
I due salumi sono stati passati sotto i raggi X che hanno evidenziato, nel centro di entrambe le mortadelle, degli oggetti di colore diverso. È bastato aprirle a metà per scoprire il telefono e i tre panetti di hashish. Ma se anche non fossero stati passati ai raggi X sarebbero ugualmente stati scoperti: la procedura prevede infatti che questo genere di prodotto venga tagliato prima di essere consegnato al detenuto. Sicuramente, in questo caso, c'è stato anche l'aiuto delle abili mani di un macellaio. Per la coppia è dunque scattata la denuncia: "Agli uomini e alle donne della polizia penitenziaria di Bergamo e alloro comandante di reparto va, ancora una volta, il plauso da parte di questa organizzazione sindacale - commenta il vice segretario regionale del Sinappe, Alessandro Mondavi - in quanto, nonostante la nota carenza d'organico, continuano a dimostrare un profondo senso del dovere e spirito di abnegazione nonché spiccate doti investigative". Non è l'unico ritrovamento di cellulari o droga nel carcere di via Gleno: il sindacato riferisce infatti che, negli ultimi due anni, sono stati ben 30 i telefonini e diversi
quantitativi di sostanze stupefacenti sequestrati tra le mura del penitenziario.
L'ultima operazione risale a metà ottobre dello scorso anno, quando nell'area verde del reparto penale la Polpen ha ritrovato cinque ovuli di hashish, marijuana, un telefono cellulare e un carica-batterie. "La scorsa settimana sono stati trovati quattro cellulari a Verona e uno a Cremona - aggiunge Mondavi - segno che il fenomeno è dilagante, ma che il livello dei controlli è molto alto".
- Libri: "Per la libertà. Il rugby oltre le sbarre", di Antonio Falda
- Siria: "Salvate i superstiti", più di 80mila i detenuti spariti
- Gran Bretagna: un job act per gli ex-detenuti inglesi
- Stati Uniti: difficile mantenere la promessa di Obama sulla chiusura di Guantánamo
- Egitto: i figli dell'ex presidente egiziano Mubarak rilasciati dal carcere











